Salmi 139:6 La conoscenza che hai di me è meravigliosa,
troppo alta perché io possa arrivarci.
1Corinzi 13:12 Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto.
Come afferma la Scrittura, ciascuno di noi è conosciuto dal Signore in modo perfetto e meraviglioso. Non c'è nessuno che ci conosca meglio di Lui, neanche noi stessi. Per questo motivo possiamo avvicinarci a Dio, stare alla sua presenza, e chiedergli di mostrarci parte di questa conoscenza che ha di noi. Questo è utile e buono per riconoscere i peccati che abbiamo commesso e ravvederci, ma anche per crescere nella nostra vera identità in Cristo. Questa attitudine, manifesta inoltre il rapporto di esclusività che ciascuno di noi ha con il Signore: ascoltare ciò che lo Spirito dice a noi personalmente, vivere questo aspetto di Dio che è solamente nostro. Come nel matrimonio ci sono degli aspetti della vita di coppia conosciuti dai parenti e dagli amici, ma altri aspetti conosciuti solo dai coniugi, allo stesso modo nella nostra relazione personale con il Signore ci sono aspetti conosciuti dalla società ma altri riservati per il tempo di intima preghiera.
Nella prima lettera ai Corinzi, c'è un tema che è predominante su tutti gli altri: il tema della crescita. Leggendo gli scritti paolini, traspare con chiarezza l'analisi di una realtà che è in via di sviluppo: un tempo eravamo prigionieri, ora siamo liberi, ma anche in questa libertà possiamo essere bambini in Cristo oppure uomini maturi cresciuti a sua immagine. Anche chi è maturo però sente una profonda sofferenza, perché al tempo presente non vive nella nuova creazione, non vive con un corpo di resurrezione. Solo nella nuova creazione infatti potremo essere liberi da ogni fardello e conoscere pienamente, come anche siamo stati perfettamente conosciuti. C'è dunque questo processo che porta dal mondo delle tenebre al regno del Figlio, e dall'immaturità nel regno del Figlio alla maturità. In questo processo, noi possiamo soltanto intravedere quello che sarà. Possiamo conoscere e profetizzare in parte, ma sappiamo che il Signore conosce già ora tutto pienamente. Noi infatti siamo stati perfettamente conosciuti (al passato!), siamo conosciuti con tutte le nostre debolezze e tutti i nostri punti forti, siamo conosciuti con il nostro carattere e con i cambiamenti che assumiamo mentre il tempo scorre e le esperienze si accumulano, siamo conosciuti nelle limitatezze del nostro corpo soggetto al peccato, e siamo conosciuti nella forma che raggiungeremo al tempo della completezza. Questa conoscenza di Dio non deve spaventarci, ma al contrario deve far crescere in noi la fede nell'azione e nella direzione del Signore nella nostra vita. La conoscenza che il Signore ha di noi è meravigliosa, è una conoscenza che non nasce da un' osservazione esterna ma piuttosto da una consapevolezza interna. Questa è l'onniscienza di Dio: una conoscenza di noi che Lui trova in lui e non in noi o in qualunque altro posto. Per conoscere meglio noi stessi, dunque, la cosa migliore non è quella di guardarci allo specchio, e neanche meditare su noi stessi, ma piuttosto portare il nostro cuore al Signore, e chiedere a Lui chi siamo, chi siamo davvero. Da questa intimità potremo comporre canti al Signore come ha fatto il salmista, potremo vedere le cose da una nuova prospettiva come ha fatto l'apostolo Paolo, potremo continuare a correre la corsa cristiana che ci è posta davanti con rinnovata forza....il tutto alla sola gloria del Suo Nome.
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mercoledì 1 luglio 2015
martedì 21 aprile 2015
L'amore di Dio, sparso nei nostri cuori
Giustificati dunque per fede, abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore, mediante il quale abbiamo anche avuto, per la fede, l'accesso a questa grazia nella quale stiamo fermi; e ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio; non solo, ma ci gloriamo anche nelle afflizioni, sapendo che l'afflizione produce pazienza, la pazienza esperienza, e l'esperienza speranza. Or la speranza non delude, perché l'amore di Dio è stato sparso nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo che ci è stato dato.
Romani 5:1-5
I primi anni del cristianesimo sono stati anni di tensione, nei quali portare a maturità la comprensione degli insegnamenti di Cristo e la loro applicazione nelle molte questioni che sorgevano all'interno delle chiese, soprattutto nel problema che sorgeva tra la comunione dei credenti di origine ebraica con quelli di origine gentile, ma anche tra i credenti di entrambe le estrazioni con i giudei che ancora non riconoscevano Gesù come Messia. Dio si era rivelato prima di tutto al popolo ebraico, ed in un primo momento non era chiara la relazione tra questa "primogenitura" e il popolo credente che stava nascendo al di fuori di questa grande famiglia abramitica. La lettera che Paolo scrisse alla comunità cristiana di Roma affronta in modo completo proprio questi temi, e lo fa dall'inizio, chiarendo immediatamente che tutti, Giudei e Greci, sono ugualmente sottoposti al peccato, ma entrambi sono anche giustificati gratuitamente per la grazia di Dio mediante la redenzione in Cristo Gesù. Per tutto il genere umano quindi, vi è un'unica strada per la salvezza eterna, rappresentata non dalla legge di Mosè ma piuttosto dalla grazia di Dio mediante la redenzione in Gesù Cristo.
Nell'argomentazione dell'apostolo, tutta questa esposizione si appoggia su un punto particolare che troviamo al quarto capitolo: «Abraamo credette a Dio e ciò gli fu messo in conto come giustizia». Questa citazione del libro di Genesi (15:6) rappresenta infatti una vera e propria prova del fatto che anche nel tempo dell'antico patto la fede era sufficiente agli occhi di Dio per essere accreditata come giustizia. Il termine tradotto con messo in conto, nell'originale greco è riportato con il verbo logizomai, ed esprime proprio quel paradosso esistente tra l'atto interiore di credere e la computazione matematica di questo atto come giustizia personale. Abraamo credette e questo gli fu calcolato come giustizia. Ma allo stesso modo anche noi, sia che siamo di etnia ebraica o meno, possiamo credere, e questa nostra fede può essere a noi computata come atto come giustizia. Questa meravigliosa realtà spirituale è stata un fondamento della riforma protestante, e della relativa dottrina della giustificazione.
Avendo assodato questa salvezza comune disponibile mediante la fede, a questo punto l'apostolo Paolo sposta l'attenzione alle conseguenze di questo verdetto giuridico: per questo motivo, infatti, noi ora abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo. Questo è il cuore del Vangelo, questo è il motivo per cui ogni singolo credente ha potuto essere riconciliato con il Padre e ricevere il suo amore. Nei primi cinque versetti dei quinto capitolo della lettera, vengono descritte la pace e l'amore di Dio Padre, rese accessibili mediante Dio Figlio, grazie a Dio Spirito Santo. In due sole frasi, appaiono con splendida chiarezza l'armonia e la cooperazione delle persone della divinità nella manifestazione della salvezza del genere umano. Lo Spirito Santo sparge nei nostri cuori l'amore di Dio, lo stesso amore che ha portato il Figlio a morire sulla croce al posto dell'umanità, caricandosi dei nostri peccati e delle nostre iniquità (Is 53). E' un disegno perfetto, un amore condiviso, un proposito comune, quello che ha portato il Dio biblico all'azione per la salvezza dell'uomo. In questa grazia, possiamo gloriarci persino delle afflizioni, sapendo che sono ben poca cosa rispetto al futuro peso eterno di gloria (2 Co 4:17). Ogni afflizione infatti produce pazienza, la pazienza esperienza e l'esperienza speranza. Ogni afflizione accresce l'essere interiore e spirituale, fortificandoci e rendendoci sempre più simili a Cristo. Ogni afflizione ci unisce alle afflizioni che ha vissuto Cristo, unendoci però anche alla potenza della sua resurrezione. Per questo motivo, niente e nessuno può separarci dall'amore di Dio (Ro 8). Tanto la sofferenza quanto la gioia, nelle mani del Signore sono utilizzate per la crescita dei suoi figli, per la loro maturazione e per il loro avvicinamento al suo cuore. Nulla può separarci dall'amore di Dio, perché questo amore permea il creato e regna sovrano sopra ogni luogo, età e circostanza. E' un governo invisibile, spesso nascosto, e a volte compreso solo molto tempo dopo i singoli avvenimenti delle nostre vite. E' un governo che prende il disordine e la distruzione nati dai peccati dell'uomo e li lavora per convertirli in ordine e crescita nella vita delle persone. E' un governo soprannaturale, che agisce a volte in modo istantaneo, a volte in modo lento e progressivo. Per quanto poco possiamo capire di questo governo però, lo avvertiamo in modo sensibile nei nostri stessi cuori, attraverso lo Spirito Santo. Un amore reale, tangibile, presente. Un amore che ci parla della presenza di Dio, conducendoci fuori dalle nostre paure per afferrare il destino che il Signore ha pensato per noi. Un amore che copre e perdona molti peccati, un amore che ci spinge ad amare le altre persone, anche quelle meno amabili. Un amore che non ha fine e che desidera ripristinare la nostra identità di figli, e riscattare la nostra immagine, come immagine del Padre.
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mercoledì 18 marzo 2015
Che ci manca ancora?
Un tale si avvicinò a Gesù e gli disse: «Maestro, che devo fare di buono per avere la vita eterna?» Gesù gli rispose: «Perché m'interroghi intorno a ciò che è buono? Uno solo è il buono. Ma se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». «Quali?» gli chiese. E Gesù rispose: «Questi: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso. Onora tuo padre e tua madre, e ama il tuo prossimo come te stesso». E il giovane a lui: «Tutte queste cose le ho osservate; che mi manca ancora?» Gesù gli disse: «Se vuoi essere perfetto, va', vendi ciò che hai e dàllo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi, vieni e seguimi». Ma il giovane, udita questa parola, se ne andò rattristato, perché aveva molti beni. Matteo 19:16-22
Questo famoso brano evangelico, ad una distratta lettura sembra suggerire a tutti i cristiani la necessità del voto di povertà, soprattutto a causa dei versetti successivi, in cui Gesù esprime l'enorme difficoltà per i ricchi di entrare nel regno di Dio (v.24). Leggendo l'intero vangelo tuttavia, possiamo comprendere meglio la predicazione di Gesù, una predicazione che non è vincolata a regole da osservare, ma piuttosto ad un ravvedimento/decisione di vita che aderisca all'appello del regno di Dio con la totalità della propria persona. Non sono i poveri ad essere beati, ma i poveri in spirito (Mt 5:1), accentuando l'importanza di una certa attitudine piuttosto che quella dell'osservanza esteriore ad un codice comportamentale. In questo, Gesù riprende le indicazioni dei profeti veterotestamentari (cfr. p.es. Is 1) evidenziando però l'urgenza escatologica di un nuovo tempo spirituale (Mt 10:7). In questa cornice, il brano del "giovane ricco" risulta particolarmente esplicativo. La narrazione si apre con "un tizio" che si avvicina a Gesù chiedendogli cosa fare per avere la vita eterna. Non si tratta di una domanda oziosa come quelle dei farisei, ma di una domanda sincera, una domanda che senza dubbio risuonava da tempo nel cuore di questa persona. La prima risposta di Cristo contempla i comandamenti, fondamento della religione ebraica e proprio per questo motivo già osservati dal giovane. Questi però non riuscivano a soddisfarlo appieno. Egli infatti non è appagato da questa risposta e replica con la frase: "che mi manca ancora?". Questo ragazzo sentiva che gli mancava qualcosa.
Ciascuno di noi, probabilmente si trova nella stessa situazione. Chi ha già incontrato il Signore Gesù ed è credente da tempo, sa che la vita eterna è un dono di Dio offerto per grazia mediante la fede (Ef 2:8). Ma oltre a questa salvezza, vi è probabilmente una santa insoddisfazione, la consapevolezza di non essere maturi. Chi invece non ha ancora vissuto l'esperienza della conversione può a maggior ragione custodire dentro di sé questa domanda, cercando Dio come a tastoni (Atti 17:27). Ebbene, questo senso di mancanza è qualcosa di incredibilmente buono. E' lo strumento che il Signore utilizza per portare la vera libertà e la crescita verso la maturità spirituale e la comunione con noi. Questa domanda del giovane, ha offerto a Gesù la possibilità di raggiungere il centro del problema, dicendo: «Se vuoi essere perfetto, va', vendi ciò che hai e dàllo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi, vieni e seguimi». Il termine "perfetto" è reso in greco con teleios, una parola che significa anche completo, adulto, maturo. Una parola che rappresenta il nostro obiettivo, lo scopo della nostra vita. L'infanzia è un periodo di tempo fondamentale, che deve però portare al periodo successivo - quello dell'adolescenza - ed infine all'età adulta. Essere bambini per un tempo maggiore è innaturale e patologico. Tutti noi viviamo in modo naturale per raggiungere l'età adulta ed esercitare il discernimento, l'autocontrollo, la responsabilità, il contributo alla società che ci sta attorno. Di questa maturità però, fa parte anche la componente spirituale, e il nostro coinvolgimento del regno di Dio in quanto cristiani. Possiamo aderire nel nostro cuore all'appello del Signore, frequentare le celebrazioni domenicali ma sentire comunque che ci manca qualcosa. In realtà, a tutti noi manca qualcosa! Anche se siamo in una responsabilità nella chiesa locale, anche se serviamo Dio tutti i giorni molto probabilmente "sentiamo" ugualmente che ci manca qualcosa. Ma che cosa?
Per il giovane ricco era la libertà dall'amore per il proprio patrimonio economico, ma per noi può essere qualcosa di diverso. La libertà dal legame sbagliato con una persona, la libertà da un peccato in particolare.....in definitiva la totale e completa libertà di seguire e servire il Signore con la completezza della nostra vita e non solo con una percentuale. C'è qualcosa che "teniamo per noi", che non vogliamo dare a Dio? Ebbene, chiediamo al Signore la forza di donargli proprio questa cosa a cui teniamo tanto. Per quanto possiamo proteggere ciò che ci è caro infatti, ogni nostra iniziativa è soltanto un illusione di controllo: ogni cosa che abbiamo ci è stata donata dal Signore e non abbiamo alcun potere di preservarla realmente. La regola però non è neanche quella della povertà assoluta: non dobbiamo per forza vivere in miseria, non dobbiamo vivere senza affetti, non dobbiamo vivere senza desiderio di realizzazione! Quello che il Signore richiede è invece di lasciare il nostro orgoglio ed egocentrismo insieme a tutte queste altre cose ai suoi piedi, ed amarlo più di tutti questi legami (Mt 10:37, 16:24). Alcune cose sbagliate le dovremo abbandonare per poter trovare la pace e la libertà di seguire Gesù, ma altre le potremo tenere, osservandole però da una nuova prospettiva. Vivere per Cristo non significa isolarsi dal mondo, ma isolarsi dalle passioni della nostra vecchia natura (cfr. Gal 5:24, Ef 4:22, Col 3:5, 1 Pt 4:2), lasciare cadere ogni resistenza per arrendersi alla volontà di Dio. Questa arresa è la sfida più difficile per ogni cristiano, impossibile per nostra stessa natura, ma resa possibile dall'azione dello Spirito Santo. Non si tratta di una singola decisione, ma di una decisione applicata ogni giorno della nostra vita, ogni giorno con forze nuove. Solo svuotandoci di noi stessi e di tutto ciò che ci toglie lucidità potremo essere ricolmi di Spirito (Ef 5:18) e scegliere di seguire Gesù in totale libertà. Solo prendendo consapevolezza di quello che ci manca, potremo invocare il Signore per lasciargli la nostra oppressione e prendere il suo giogo leggero (Mt 11:28-30).
Il giovane ricco se ne andò rattristato, così come ciascuno di noi viene rattristato dall'idea di abbandonare quello a cui teniamo davvero. Ma il conflitto interiore della coscienza si può risolvere solo in un modo: abbandonando ogni peso. Non sappiamo come è andata a finire la storia del giovane ricco e quale decisione abbia maturato riflettendo successivamente sulle parole di Gesù. Ma quello che possiamo sapere, è come reagiremo noi a queste stesse parole. Quale decisione prenderemo per la nostra stessa vita. E, infine, quanto prontamente risponderemo all'imperativo che oggi ci rivolge il nostro Signore, una voce autoritaria ma gentile che dice: "seguimi".
Ciascuno di noi, probabilmente si trova nella stessa situazione. Chi ha già incontrato il Signore Gesù ed è credente da tempo, sa che la vita eterna è un dono di Dio offerto per grazia mediante la fede (Ef 2:8). Ma oltre a questa salvezza, vi è probabilmente una santa insoddisfazione, la consapevolezza di non essere maturi. Chi invece non ha ancora vissuto l'esperienza della conversione può a maggior ragione custodire dentro di sé questa domanda, cercando Dio come a tastoni (Atti 17:27). Ebbene, questo senso di mancanza è qualcosa di incredibilmente buono. E' lo strumento che il Signore utilizza per portare la vera libertà e la crescita verso la maturità spirituale e la comunione con noi. Questa domanda del giovane, ha offerto a Gesù la possibilità di raggiungere il centro del problema, dicendo: «Se vuoi essere perfetto, va', vendi ciò che hai e dàllo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi, vieni e seguimi». Il termine "perfetto" è reso in greco con teleios, una parola che significa anche completo, adulto, maturo. Una parola che rappresenta il nostro obiettivo, lo scopo della nostra vita. L'infanzia è un periodo di tempo fondamentale, che deve però portare al periodo successivo - quello dell'adolescenza - ed infine all'età adulta. Essere bambini per un tempo maggiore è innaturale e patologico. Tutti noi viviamo in modo naturale per raggiungere l'età adulta ed esercitare il discernimento, l'autocontrollo, la responsabilità, il contributo alla società che ci sta attorno. Di questa maturità però, fa parte anche la componente spirituale, e il nostro coinvolgimento del regno di Dio in quanto cristiani. Possiamo aderire nel nostro cuore all'appello del Signore, frequentare le celebrazioni domenicali ma sentire comunque che ci manca qualcosa. In realtà, a tutti noi manca qualcosa! Anche se siamo in una responsabilità nella chiesa locale, anche se serviamo Dio tutti i giorni molto probabilmente "sentiamo" ugualmente che ci manca qualcosa. Ma che cosa?
Per il giovane ricco era la libertà dall'amore per il proprio patrimonio economico, ma per noi può essere qualcosa di diverso. La libertà dal legame sbagliato con una persona, la libertà da un peccato in particolare.....in definitiva la totale e completa libertà di seguire e servire il Signore con la completezza della nostra vita e non solo con una percentuale. C'è qualcosa che "teniamo per noi", che non vogliamo dare a Dio? Ebbene, chiediamo al Signore la forza di donargli proprio questa cosa a cui teniamo tanto. Per quanto possiamo proteggere ciò che ci è caro infatti, ogni nostra iniziativa è soltanto un illusione di controllo: ogni cosa che abbiamo ci è stata donata dal Signore e non abbiamo alcun potere di preservarla realmente. La regola però non è neanche quella della povertà assoluta: non dobbiamo per forza vivere in miseria, non dobbiamo vivere senza affetti, non dobbiamo vivere senza desiderio di realizzazione! Quello che il Signore richiede è invece di lasciare il nostro orgoglio ed egocentrismo insieme a tutte queste altre cose ai suoi piedi, ed amarlo più di tutti questi legami (Mt 10:37, 16:24). Alcune cose sbagliate le dovremo abbandonare per poter trovare la pace e la libertà di seguire Gesù, ma altre le potremo tenere, osservandole però da una nuova prospettiva. Vivere per Cristo non significa isolarsi dal mondo, ma isolarsi dalle passioni della nostra vecchia natura (cfr. Gal 5:24, Ef 4:22, Col 3:5, 1 Pt 4:2), lasciare cadere ogni resistenza per arrendersi alla volontà di Dio. Questa arresa è la sfida più difficile per ogni cristiano, impossibile per nostra stessa natura, ma resa possibile dall'azione dello Spirito Santo. Non si tratta di una singola decisione, ma di una decisione applicata ogni giorno della nostra vita, ogni giorno con forze nuove. Solo svuotandoci di noi stessi e di tutto ciò che ci toglie lucidità potremo essere ricolmi di Spirito (Ef 5:18) e scegliere di seguire Gesù in totale libertà. Solo prendendo consapevolezza di quello che ci manca, potremo invocare il Signore per lasciargli la nostra oppressione e prendere il suo giogo leggero (Mt 11:28-30).
Il giovane ricco se ne andò rattristato, così come ciascuno di noi viene rattristato dall'idea di abbandonare quello a cui teniamo davvero. Ma il conflitto interiore della coscienza si può risolvere solo in un modo: abbandonando ogni peso. Non sappiamo come è andata a finire la storia del giovane ricco e quale decisione abbia maturato riflettendo successivamente sulle parole di Gesù. Ma quello che possiamo sapere, è come reagiremo noi a queste stesse parole. Quale decisione prenderemo per la nostra stessa vita. E, infine, quanto prontamente risponderemo all'imperativo che oggi ci rivolge il nostro Signore, una voce autoritaria ma gentile che dice: "seguimi".
mercoledì 3 settembre 2014
Riflessioni sulla sequela di Cristo
Mentre camminava lungo il mare della Galilea, Gesù vide due fratelli, Simone detto Pietro, e Andrea suo fratello, i quali gettavano la rete in mare, perché erano pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me e vi farò pescatori di uomini». Ed essi, lasciate subito le reti, lo seguirono. Passato oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni, suo fratello, i quali nella barca con Zebedeo, loro padre, rassettavano le reti; e li chiamò. Essi, lasciando subito la barca e il padre loro, lo seguirono.
Matteo 4:18-22
Matteo 4:18-22
Alcuni
potrebbero associare questo episodio evangelico alla conversione, ma
in realtà questo non è un significato corretto. Pietro, Andrea,
Giacomo e Giovanni infatti erano ebrei che già credevano in Dio.
Andrea e Pietro vivevano una spiritualità così ricca da vivere un'attiva attesa del messia, come testimonia il vangelo secondo
Giovanni (1:40-42). Gesù quindi, vedendoli, non decise di chiamarli
per renderli credenti: decise di chiamarli per renderli suoi
discepoli. Tanto allora quanto al giorno
d'oggi vi è una profonda differenza tra il credere in Dio ed essere discepoli di Cristo. Il popolo di Giuda credeva in
Dio. La folla che ascoltava Gesù era sicuramente credente. Ma
soltanto pochi erano suoi discepoli. Solo centoventi persone
avrebbero atteso lo Spirito Santo a Pentecoste, delle migliaia che
poterono vedere i miracoli del Signore ed ascoltare la sua
predicazione.
Molti
oggi possono dirsi credenti, molti frequentano una chiesa, ma quanti sono discepoli di Cristo?
Pietro
ed Andrea stavano gettando la rete in mare: stavano lavorando! Il
vangelo di Matteo, in modo identico a quello di Marco, afferma che
proprio nel mezzo del loro lavoro furono chiamati da Gesù e,
lasciate subito
le reti, essi lo seguirono. Non ebbero tempo per pensarci, per
avvisare le famiglie. Giacomo e Giovanni addirittura lasciarono la
barca con sopra loro padre! Chiesero la sua opinione? Rifletterono
sulle implicazioni economiche? Non abbiamo nessuna indicazione in
merito, soltanto l'immagine concitata della narrazione evangelica che
per entrambi i fratelli ci tiene ad evidenziare una risposta
immediata.
Se Cristo venisse a
trovarci mentre siamo con la nostra famiglia e ci chiedesse di
seguirlo seduta stante, cosa faremmo?
E' una domanda che ogni sincero credente dovrebbe porsi.
Conservando
queste due domande, continuiamo a riflettere sul brano.
Quello
che il Signore propone nel contesto è di diventare
pescatori di uomini. Questa espressione deriva evidentemente dal
lavoro di questi discepoli che, per l'appunto, erano dei pescatori.
Uscivano con la barca, gettavano le reti in mare, e dopo un po' di
tempo ritiravano le reti, dove trovavano dei pesci impigliati. A
questa immagine Gesù affianca quella di pescatori che non pescano
più pesci, ma uomini. Se prima stavano sulla barca (sopra il mare),
da ora in poi essi sono chiamati a stare sopra l'ambiente dove vivono
gli uomini, al di fuori di esso, per pescarli. Sono chiamati ad
entrare in un nuovo ambiente, quello spirituale. Sono chiamati a non respirare più aria (pneuma), ma Spirito (pneuma). Sono chiamati a rinunciare a sé stessi, al proprio egoismo e ai propri
desideri, per abbracciare la croce e seguire Cristo (Matteo 16:24).
Nel 1937, il teologo luterano Dietrich Bonhoeffer nella sua opera "Sequela" scrisse tra le altre cose anche le seguenti parole:
Nel 1937, il teologo luterano Dietrich Bonhoeffer nella sua opera "Sequela" scrisse tra le altre cose anche le seguenti parole:
“Grazia
a buon prezzo è annunzio del perdono senza pentimento, è battesimo
senza disciplina di comunità, è Santa Cena senza confessione dei
peccati, è assoluzione senza confessione personale. Grazia a buon
prezzo è grazia senza che si segua Cristo, grazia senza croce,
grazia senza il Cristo vivente, incarnato.
Grazia
a caro prezzo è il tesoro nascosto nel campo, per amore del quale
l’uomo va e vende tutto ciò che ha, con gioia; la perla preziosa,
per il cui acquisto il commerciante dà tutti i suoi beni; la
Signoria di Cristo, per la quale l’uomo si cava l’occhio che lo
scandalizza, la chiamata di Gesù Cristo che spinge il discepolo a
lasciare le sue reti e a seguirlo.”
Che tipo di grazia stiamo vivendo? Una grazia a buon prezzo, oppure la grazia a caro prezzo, quella che richiede l'adesione della nostra intera vita? Se nel nostro intimo sappiamo di vivere una grazia a buon prezzo, abbiamo comunque ancora speranza. Più importante della risposta che possiamo dare a questa domanda, infatti, è la consapevolezza e la scelta che da questo momento possiamo maturare. Il Signore è paziente, le sue compassioni si rinnovano ogni mattina. Al prossimo sorgere del sole saremo ancora una volta liberi di ascoltare la sua chiamata. Liberi di lasciare le nostre reti e, questa volta sì, seguire subito il nostro Signore.
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domenica 29 giugno 2014
Gesù e Nicodemo
INTRODUZIONE
Il vangelo secondo Giovanni è l'ultimo dei quattro vangeli canonici ad essere stato redatto, risalendo ad un periodo che gli studiosi circoscrivono tra il 70 e il 100 d.C.
Mentre i vangeli secondo Matteo, Marco e Luca vengono chiamati sinottici, in quanto è possibile affiancarli su colonne ed osservare con un "colpo d'occhio" la narrazione che si svolge in parallelo, il vangelo secondo Giovanni si discosta tanto nello stile e linguaggio quanto nel contenuto e nella struttura.
Il racconto infatti si dilata nell'arco di tre anni (tre ricorrenze della Pasqua) e non più uno solo, venendo costruito in modo inedito sopra le principali festività ebraiche, che rivestono un ruolo importante per capire al meglio i brani coinvolti. Lo schema che accomuna i vangeli sinottici viene quindi abbandonato per abbracciare uno stile simbolico e dall'alto contenuto teologico. Già nel II secolo infatti esso verrà descritto da Clemente Alessandrino come il "vangelo spirituale". I temi dell'incarnazione e della divinità di Cristo sono presenti in questo vangelo molto più che negli altri, tanto che un confronto con il vangelo di Tommaso (scoperto a Nag Hammadi nel XX secolo, ma risalente agli anni a cavallo tra il I e il II secolo) ha portato alcuni studiosi ad ipotizzare che il v. di Giovanni sia stato scritto proprio per confutare lo gnosticismo di quest'ultimo. Le espressioni "io sono" di Gesù - che scandiscono il testo - sono un chiaro esempio di proclamazione della propria divinità, e i miracoli che vengono qui chiamati "segni" vengono presentati proprio per rivelare l'identità messianica di Gesù e lo scopo della Sua missione.
Negli ultimi secoli, gli studiosi hanno messo in dubbio l'identità del redattore del vangelo di Giovanni, giungendo a conclusioni differenti. Resta in ogni caso rilevante la testimonianza di Ireneo di Lione, discepolo di Policarpo (a sua volta discepolo dell'Apostolo Giovanni), che nel suo scritto Adversus haereses scrisse: "Giovanni, il discepolo del Signore, quello che pure riposò sul suo petto, pubblicò il vangelo dimorando in Efeso". Già nel II secolo dunque era chiaramente risaputa l'identità dell'autore di questo vangelo, che la tradizione cristiana ha costantemente associato a Giovanni, figlio di Zebedeo e fratello di Giacomo: il discepolo che Gesù amava.
DI NOTTE, DA GESU'
Il vangelo di Giovanni inizia con il famoso prologo del Logos, prosegue con la testimonianza del Battista, l'introduzione dei primi discepoli, il primo segno miracoloso in Cana di Galilea e la prima Pasqua a Gerusalemme, dove Gesù facendo una sferza di cordicelle scaccia i cambiavalute e i venditori del bestiame da sacrificare. Il secondo capitolo termina infine con le seguenti parole:
Mentre egli era in Gerusalemme, alla festa di Pasqua, molti credettero nel suo nome, vedendo i segni miracolosi che egli faceva. Ma Gesù non si fidava di loro, perché conosceva tutti e perché non aveva bisogno della testimonianza di nessuno sull'uomo, poiché egli stesso conosceva quello che era nell'uomo.
Giovanni 2:23-25
Tra le persone che credettero nel Signore vedendo i segni miracolosi compiuti a Gerusalemme, ve ne era una che compare solo in questo vangelo, dove però acquisisce immediatamente un ruolo di grande importanza. Questa persona si chiamava Nicodemo.
C'era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. Egli venne di notte da Gesù, e gli disse:
«Rabbì, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi miracoli [segni] che tu fai, se Dio non è con lui».
Gesù gli rispose:
«In verità, in verità [ amēn amēn ] ti dico che se uno non è nato di nuovo non può vedere il regno di Dio».
Nicodemo gli disse: «Come può un uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?»
Gesù rispose: «In verità, in verità [ amēn amēn ]ti dico che se uno non è nato d'acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne, è carne; e quello che è nato dallo Spirito, è spirito. Non ti meravigliare se ti ho detto: "Bisogna che nasciate di nuovo". Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito».
Nicodemo replicò e gli disse: «Come possono avvenire queste cose?»
Gesù gli rispose: «Tu sei maestro d'Israele e non sai queste cose? In verità, in verità [ amēn amēn ] ti dico che noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo di ciò che abbiamo visto; ma voi non ricevete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato delle cose terrene e non credete, come crederete se vi parlerò delle cose celesti? Nessuno è salito in cielo, se non colui che è disceso dal cielo: il Figlio dell'uomo. E, come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell'uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna. Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è giudicato; chi non crede è già giudicato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio. Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Perché chiunque fa cose malvagie odia la luce e non viene alla luce, affinché le sue opere non siano scoperte; ma chi mette in pratica la verità viene alla luce, affinché le sue opere siano manifestate, perché sono fatte in Dio».
Giovanni 3:1-21
Nicodemo raggiunse Gesù di notte, ed iniziò a parlargli dicendo: "Rabbì, noi sappiamo...". Nel testo originale troviamo il verbo oìdamen, che esprime una certezza assoluta. Nicodemo era probabilmente uno scriba farisaico del sinedrio, esponente di un gruppo di segreti simpatizzanti del Signore Gesù. Non parlava dunque solo per sé ma anche per il gruppo che rappresentava. Loro sapevano che Gesù era un dottore venuto da Dio, proprio a causa dei segni che avevano visto. Nel testo vediamo che Nicodemo prende l'iniziativa ed inizia il dialogo, lontano da occhi indiscreti. Leggendo il brano nella sua interezza possiamo riconoscere una prima parte con la presentazione iniziale di Nicodemo, una sezione successiva con il dialogo avuto con il Signore ed infine il monologo di Gesù. Potremmo paragonare questo svolgimento del testo alla scena di un film in cui il protagonista parla con un'altra persona, ma ad un certo punto le sue parole diventano così importanti che l'inquadratura si restringe soffermandosi solo sul suo volto. Il dialogo non ha una battuta finale e finisce bruscamente, per far successivamente riprendere la narrazione con l'espressione "dopo queste cose..".
Come visto, l'iniziativa è di Nicodemo, ma la scelta dell'argomento e l'intera scena appartiene a Gesù. Per tre volte Egli ripete l'espressione amēn amēn (traducibile con: certamente, in verità, così sia), scandendo le battute in modo peculiare. Il suo primo intervento presenta una rivelazione enigmatica, legata alla parola anōthen che significa tanto "di nuovo" quanto "dall'alto". Nicodemo infatti fraintende, e pensando ad una rinascita materiale non capisce come essa sia possibile. Gesù interviene con il secondo amēn amēn, spiegando la differenza tra una nascita dalla carne e una nascita dallo spirito. In questa sua seconda battuta, Cristo utilizza un altro gioco di parole incentrato sul termine pneuma, che significa tanto vento quanto spirito. Forse era una serata di vento, e proprio da questo vento Gesù trae la possibilità di spiegare la nascita dall'alto. Così come il vento (pneuma) soffia dove vuole e non si sa né da dove viene, né dove va, allo stesso modo è dello Spirito (pneuma). Nicodemo rappresenta il giudaismo ufficiale, quello ortodosso, ma rappresenta anche l'uomo alla ricerca di Dio. Una ricerca tuttavia che finché è confinata nei propri paradigmi non approda a nulla. L'insegnamento di Cristo è volutamente ambiguo ed evidenzia la necessità di abbandonare il rigore religioso umano per rendersi disponibili ad essere "attraversati" da qualcosa di esterno, sconosciuto ed indipendente, qualcosa che anche se non appartiene all'uomo può riempirlo in ogni sua fibra (così come fa il vento) qualcosa, o meglio, qualcuno, che in greco ha lo stesso nome del vento: lo Spirito Santo.
L'ultima battuta di Nicodemo esplicita la sua perplessità per questo insegnamento e la sua difficoltà nel comprendere qualcosa che tutto sommato doveva già conoscere. Il libro del profeta Ezechiele infatti dice:
Vi aspergerò d'acqua pura e sarete puri; io vi purificherò di tutte le vostre impurità e di tutti i vostri idoli. Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò dal vostro corpo il cuore di pietra, e vi darò un cuore di carne. Metterò dentro di voi il mio Spirito e farò in modo che camminerete secondo le mie leggi, e osserverete e metterete in pratica le mie prescrizioni.
Ezechiele 36:25-27
Nicodemo però non comprende, almeno non in questo contesto, e la scena si discosta da lui, concentrandosi su Gesù. Come afferma il vangelo secondo Matteo, ogni scriba che diventa un discepolo del regno dei cieli è come un padrone di casa che tira fuori dal suo tesoro cose nuove e cose vecchie. Le cose nuove però, sono le più difficili da accettare, comprendere e custodire come parte integrante del proprio tesoro, ossia il proprio bagaglio di fede.
Ora quindi la scena si allontana da lui - non si sa cosa farà dopo questa frase - e si concentra su Gesù, e sul suo importante monologo finale iniziato con il terzo amēn amēn. Tanto la discesa dal cielo di Cristo (l'incarnazione), quanto l'innalzamento sulla croce e il passaggio per la morte, sono strumentali per la salvezza offerta all'uomo e motivata dal profondo amore di Dio. Troviamo anche in questo contesto la tensione tra la luce e le tenebre che caratterizza anche il famoso prologo del vangelo di Giovanni. La luce ora è venuta nel mondo, e gli uomini si trovano davanti alla decisione obbligata di accoglierla oppure rigettarla.
Come visto, l'iniziativa è di Nicodemo, ma la scelta dell'argomento e l'intera scena appartiene a Gesù. Per tre volte Egli ripete l'espressione amēn amēn (traducibile con: certamente, in verità, così sia), scandendo le battute in modo peculiare. Il suo primo intervento presenta una rivelazione enigmatica, legata alla parola anōthen che significa tanto "di nuovo" quanto "dall'alto". Nicodemo infatti fraintende, e pensando ad una rinascita materiale non capisce come essa sia possibile. Gesù interviene con il secondo amēn amēn, spiegando la differenza tra una nascita dalla carne e una nascita dallo spirito. In questa sua seconda battuta, Cristo utilizza un altro gioco di parole incentrato sul termine pneuma, che significa tanto vento quanto spirito. Forse era una serata di vento, e proprio da questo vento Gesù trae la possibilità di spiegare la nascita dall'alto. Così come il vento (pneuma) soffia dove vuole e non si sa né da dove viene, né dove va, allo stesso modo è dello Spirito (pneuma). Nicodemo rappresenta il giudaismo ufficiale, quello ortodosso, ma rappresenta anche l'uomo alla ricerca di Dio. Una ricerca tuttavia che finché è confinata nei propri paradigmi non approda a nulla. L'insegnamento di Cristo è volutamente ambiguo ed evidenzia la necessità di abbandonare il rigore religioso umano per rendersi disponibili ad essere "attraversati" da qualcosa di esterno, sconosciuto ed indipendente, qualcosa che anche se non appartiene all'uomo può riempirlo in ogni sua fibra (così come fa il vento) qualcosa, o meglio, qualcuno, che in greco ha lo stesso nome del vento: lo Spirito Santo.
L'ultima battuta di Nicodemo esplicita la sua perplessità per questo insegnamento e la sua difficoltà nel comprendere qualcosa che tutto sommato doveva già conoscere. Il libro del profeta Ezechiele infatti dice:
Vi aspergerò d'acqua pura e sarete puri; io vi purificherò di tutte le vostre impurità e di tutti i vostri idoli. Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò dal vostro corpo il cuore di pietra, e vi darò un cuore di carne. Metterò dentro di voi il mio Spirito e farò in modo che camminerete secondo le mie leggi, e osserverete e metterete in pratica le mie prescrizioni.
Ezechiele 36:25-27
Nicodemo però non comprende, almeno non in questo contesto, e la scena si discosta da lui, concentrandosi su Gesù. Come afferma il vangelo secondo Matteo, ogni scriba che diventa un discepolo del regno dei cieli è come un padrone di casa che tira fuori dal suo tesoro cose nuove e cose vecchie. Le cose nuove però, sono le più difficili da accettare, comprendere e custodire come parte integrante del proprio tesoro, ossia il proprio bagaglio di fede.
Ora quindi la scena si allontana da lui - non si sa cosa farà dopo questa frase - e si concentra su Gesù, e sul suo importante monologo finale iniziato con il terzo amēn amēn. Tanto la discesa dal cielo di Cristo (l'incarnazione), quanto l'innalzamento sulla croce e il passaggio per la morte, sono strumentali per la salvezza offerta all'uomo e motivata dal profondo amore di Dio. Troviamo anche in questo contesto la tensione tra la luce e le tenebre che caratterizza anche il famoso prologo del vangelo di Giovanni. La luce ora è venuta nel mondo, e gli uomini si trovano davanti alla decisione obbligata di accoglierla oppure rigettarla.
LA MATURAZIONE DELLA FEDE
Nel vangelo di Giovanni incontriamo Nicodemo altre due volte. La prima è alla fine del capitolo sette: durante la festa delle Capanne, Gesù torna a Gerusalemme, insegna nel tempio, e nell'ultimo giorno della festa esclama «Se qualcuno ha sete, venga a me e beva. Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, fiumi d'acqua viva sgorgheranno dal suo seno», riferendosi ancora una volta allo Spirito Santo.
Una parte dunque della gente, udite quelle parole, diceva: «Questi è davvero il profeta». Altri dicevano: «Questi è il Cristo». Altri, invece, dicevano: «Ma è forse dalla Galilea che viene il Cristo? La Scrittura non dice forse che il Cristo viene dalla discendenza di Davide e da Betlemme, il villaggio dove stava Davide?» Vi fu dunque dissenso, tra la gente, a causa sua; e alcuni di loro lo volevano arrestare, ma nessuno gli mise le mani addosso. Le guardie dunque tornarono dai capi dei sacerdoti e dai farisei, i quali dissero loro: «Perché non l'avete portato?» Le guardie risposero: «Nessuno parlò mai come quest'uomo!» Perciò i farisei replicarono loro: «Siete stati sedotti anche voi? Ha qualcuno dei capi o dei farisei creduto in lui? Ma questo popolino, che non conosce la legge, è maledetto!» Nicodemo (uno di loro, quello che prima era andato da lui) disse: «La nostra legge giudica forse un uomo prima che sia stato udito e che si sappia quello che ha fatto?» Essi gli risposero: «Sei anche tu di Galilea? Esamina, e vedrai che dalla Galilea non sorge profeta».
Giovanni 7:40-52
I capi dei sacerdoti e dei farisei accusano il popolo di ignoranza, e in questo contesto ritroviamo per una seconda volta Nicodemo. Egli ha una sola battuta, nella quale fa intuire in modo velato la sua simpatia per il Signore, una frase saggia che viene però liquidata freddamente dagli altri farisei. Il profeta Michea infatti profetizzò la nascita del Messia a Betlemme ma tutti quanti ignoravano il fatto che Gesù fosse effettivamente nato lì, nonostante avesse sempre vissuto a Nazareth in Galilea.
I capi dei sacerdoti e dei farisei accusano il popolo di ignoranza, e in questo contesto ritroviamo per una seconda volta Nicodemo. Egli ha una sola battuta, nella quale fa intuire in modo velato la sua simpatia per il Signore, una frase saggia che viene però liquidata freddamente dagli altri farisei. Il profeta Michea infatti profetizzò la nascita del Messia a Betlemme ma tutti quanti ignoravano il fatto che Gesù fosse effettivamente nato lì, nonostante avesse sempre vissuto a Nazareth in Galilea.
A COSTO DELLA VITA
L'ultimo incontro con Nicodemo si realizza durante la terza Pasqua, all'ombra della croce: dopo la passione e la morte di Cristo. E' un incontro di profonda tristezza, nel quale accade qualcosa che nessun lettore del vangelo si sarebbe mai aspettato.
Dopo queste cose, Giuseppe d'Arimatea, che era discepolo di Gesù, ma in segreto per timore dei Giudei, chiese a Pilato di poter prendere il corpo di Gesù, e Pilato glielo permise. Egli dunque venne e prese il corpo di Gesù. Nicodemo, che in precedenza era andato da Gesù di notte, venne anch'egli, portando una mistura di mirra e d'aloe di circa cento libbre. Essi dunque presero il corpo di Gesù e lo avvolsero in fasce con gli aromi, secondo il modo di seppellire in uso presso i Giudei.
Giovanni 19:38-40
Nel momento dell'arresto di Gesù, i dodici apostoli furono smarriti e Pietro rinnegò addirittura per tre volte di essere un suo discepolo. Gesù venne flagellato e infine crocifisso, trovando la morte. Nel momento più buio di tutto il vangelo, quando la "luce" è stata apparentemente soffocata con successo dagli uomini che preferivano le tenebre, si presentano solo due persone: Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo. Come ricorda l'autore, egli era andato in precedenza da Gesù di notte, ma ora va da lui in pieno giorno a prenderne il corpo, mettendo in diretto pericolo la sua stessa vita.
Nicodemo porta con sé l'equivalente di 30 kg di una mistura di mirra e aloe necessaria per il trattamento prima della sepoltura, una quantità usata di solito per i re. La mirra però oltre a questa applicazione ne aveva anche un'altra, molto importante:
Prenditi anche i migliori aromi: di mirra vergine, cinquecento sicli; di cinnamomo aromatico, la metà, cioè duecentocinquanta sicli; di canna aromatica, pure duecentocinquanta; di cassia, cinquecento, secondo il siclo del santuario, e un hin di olio d'oliva. Ne farai un olio per l'unzione sacra, un profumo composto secondo l'arte del profumiere; sarà l'olio per l'unzione sacra. Con esso ungerai la tenda di convegno, l'arca della testimonianza, la tavola e tutti i suoi utensili, il candelabro e i suoi utensili, l'altare dei profumi, l'altare degli olocausti e tutti i suoi utensili, la conca e la sua base. Consacrerai così queste cose, ed esse saranno santissime: tutto quello che le toccherà sarà santo. Ungerai Aaronne e i suoi figli, li consacrerai perché mi servano come sacerdoti.
Esodo 30:23-30
Alla nascita di Cristo, dei magi d'Oriente gli fecero dono della mirra, proprio per simboleggiare l'unzione sacra presente nel Signore. Al suo decesso invece, Nicodemo porta Mirra e Aloe, confermando l'unzione e simboleggiando l'espiazione dei peccati attraverso una morte che nessuno si poteva spiegare.
Il quarto canto del servo di YHWH del libro di Isaia descrive profeticamente questo aspetto nel seguente modo:
Dopo l'arresto e la condanna fu tolto di mezzo;
e tra quelli della sua generazione chi rifletté
che egli era strappato dalla terra dei viventi
e colpito a causa dei peccati del mio popolo?
Gli avevano assegnato la sepoltura fra gli empi,
ma nella sua morte, egli è stato con il ricco,
perché non aveva commesso violenze
né c'era stato inganno nella sua bocca.
Isaia 53:8,9
Nel momento dell'arresto di Gesù, i dodici apostoli furono smarriti e Pietro rinnegò addirittura per tre volte di essere un suo discepolo. Gesù venne flagellato e infine crocifisso, trovando la morte. Nel momento più buio di tutto il vangelo, quando la "luce" è stata apparentemente soffocata con successo dagli uomini che preferivano le tenebre, si presentano solo due persone: Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo. Come ricorda l'autore, egli era andato in precedenza da Gesù di notte, ma ora va da lui in pieno giorno a prenderne il corpo, mettendo in diretto pericolo la sua stessa vita.
Nicodemo porta con sé l'equivalente di 30 kg di una mistura di mirra e aloe necessaria per il trattamento prima della sepoltura, una quantità usata di solito per i re. La mirra però oltre a questa applicazione ne aveva anche un'altra, molto importante:
Prenditi anche i migliori aromi: di mirra vergine, cinquecento sicli; di cinnamomo aromatico, la metà, cioè duecentocinquanta sicli; di canna aromatica, pure duecentocinquanta; di cassia, cinquecento, secondo il siclo del santuario, e un hin di olio d'oliva. Ne farai un olio per l'unzione sacra, un profumo composto secondo l'arte del profumiere; sarà l'olio per l'unzione sacra. Con esso ungerai la tenda di convegno, l'arca della testimonianza, la tavola e tutti i suoi utensili, il candelabro e i suoi utensili, l'altare dei profumi, l'altare degli olocausti e tutti i suoi utensili, la conca e la sua base. Consacrerai così queste cose, ed esse saranno santissime: tutto quello che le toccherà sarà santo. Ungerai Aaronne e i suoi figli, li consacrerai perché mi servano come sacerdoti.
Esodo 30:23-30
Alla nascita di Cristo, dei magi d'Oriente gli fecero dono della mirra, proprio per simboleggiare l'unzione sacra presente nel Signore. Al suo decesso invece, Nicodemo porta Mirra e Aloe, confermando l'unzione e simboleggiando l'espiazione dei peccati attraverso una morte che nessuno si poteva spiegare.
Il quarto canto del servo di YHWH del libro di Isaia descrive profeticamente questo aspetto nel seguente modo:
Dopo l'arresto e la condanna fu tolto di mezzo;
e tra quelli della sua generazione chi rifletté
che egli era strappato dalla terra dei viventi
e colpito a causa dei peccati del mio popolo?
Gli avevano assegnato la sepoltura fra gli empi,
ma nella sua morte, egli è stato con il ricco,
perché non aveva commesso violenze
né c'era stato inganno nella sua bocca.
Isaia 53:8,9
CONSIDERAZIONI FINALI
Nicodemo appare come l'emblema dell'uomo alla ricerca di Dio. Cercare Gesù una notte è un'esperienza importante, ma non basta. Ecco quindi che bisogna declinare il sostantivo al plurale: sono necessarie più notti per trovare appieno Dio e in questo modo trovare anche sé stessi. La ricerca è un percorso che dura tempo e necessita metanoeō, il cambiamento di mente che viene comunemente tradotto con "ravvedimento". C'è un ravvedimento iniziale all'atto della conversione ma c'è anche un ravvedimento che deve essere rinnovato ogni giorno per continuare il viaggio alla ricerca del Signore. La vita spirituale non è una realtà che si può trovare e basta, ma al contrario è una realtà energetica, dinamica. Questo trova riscontro anche a livello testuale nello stesso vangelo di Giovanni: le due parole chiave infatti (amore e fede) sono entrambe presenti nel testo quasi unicamente sotto forma di verbi piuttosto che sostantivi. L'evangelista predilige il dinamismo dei verbi all'oggettività dei sostantivi.
Ecco quindi che in Nicodemo può immedesimarsi ogni credente, egli infatti rappresenta il percorso di fede comune. Un percorso che nasce dalla comprensione del vangelo ma con la necessità di vivere assieme allo Spirito Santo. Un percorso che porta inevitabilmente ad essere derisi nella società, tacciati di ignoranti e religiosi. Un percorso che porta fino alla croce, dove dare piena manifestazione della propria fede, senza più possibilità di ritorno. Ma proprio alla croce, dopo aver partecipato alla sofferenza di Cristo, si incontra la potenza della resurrezione, la manifestazione del regno di Dio, la gloria del Risorto.
Ecco quindi che in Nicodemo può immedesimarsi ogni credente, egli infatti rappresenta il percorso di fede comune. Un percorso che nasce dalla comprensione del vangelo ma con la necessità di vivere assieme allo Spirito Santo. Un percorso che porta inevitabilmente ad essere derisi nella società, tacciati di ignoranti e religiosi. Un percorso che porta fino alla croce, dove dare piena manifestazione della propria fede, senza più possibilità di ritorno. Ma proprio alla croce, dopo aver partecipato alla sofferenza di Cristo, si incontra la potenza della resurrezione, la manifestazione del regno di Dio, la gloria del Risorto.
1 Corinzi 5:7 Purificatevi del vecchio lievito, per essere una nuova pasta, come già siete senza lievito. Poiché anche la nostra Pasqua, cioè Cristo, è stata immolata.
Bibliografia:
- Bosetti Elena, Vangelo secondo Giovanni - i segni dell'Amore, Edizioni Messaggero Padova.
- Ravasi Gianfranco (commenti), La Bibbia di Gerusalemme vol. X, Edizioni Dehoniane Bologna.
- Ravasi Gianfranco (commenti), La Bibbia di Gerusalemme vol. X, Edizioni Dehoniane Bologna.
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martedì 1 aprile 2014
La sorgente e la cisterna
Il mio popolo infatti ha commesso due mali: ha abbandonato me, la sorgente d'acqua viva, e si è scavato delle cisterne, delle cisterne screpolate, che non tengono l'acqua.
Geremia 2:13
Geremia 2:13
Per ogni credente prima o poi arriva il momento in cui pensare di potersi sedere sulle esperienze fatte in passato, raccogliere l'acqua ricevuta da Dio e metterla in altre cisterne, costruite apposta per poter stare più comodi. Ma nessuna cisterna può tenere questa acqua. E gli effetti della disidratazione diventano via via più evidenti: sete, debolezza, ansia, vertigini, torpore e deficit cognitivi, deliri. C'è chi si accorge presto, chi arriva ai sintomi più gravi, e chi muore nella prigionia del proprio stesso inganno.
Ma, finché siamo vivi, ciascuno di noi ha la possibilità di tornare a Dio in qualsiasi momento, alla sorgente di acqua viva. Tornare ad un'acqua che non si può addomesticare, manipolare, rinchiudere o canalizzare. Un'acqua che zampilla gagliardamente oltre i peccati, gli schemi mentali, il settarismo ed il giudizio umano. Un'acqua che distrugge e che ricrea, un'acqua che conduce ciascuno di noi verso nuove frontiere di libertà, di conoscenza, di esperienza e condivisione.
Ci si può affezionare alla cisterna costruita con le proprie mani, ma dell'acqua di Dio non si può far altro che rimanere follemente innamorati.
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martedì 25 marzo 2014
La potatura dei tralci
Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo. Ogni tralcio che in me non dà frutto, lo toglie via; e ogni tralcio che dà frutto, lo pota affinché ne dia di più. Giovanni 15:1,2
In questo importante ed intenso brano, il Signore Gesù offre ai discepoli un ultimo insegnamento prima di metterli in guardia dalle persecuzioni che stavano per arrivare anche a loro, ed andare verso la passione.
Raccogliendo un'immagine veterotestamentaria, Cristo si presenta come la vera vite, ed identifica il Padre come il vignaiuolo. Ogni tralcio che non dà frutto, Egli lo toglie. Il verbo greco utilizzato nei testi originali è airō, che significa letteralmente "sollevare", e nel contesto indica appunto una rimozione. Ogni tralcio che dà frutto invece, viene potato, affinché dia più frutto. Questo secondo verbo nell'originale è reso con kathairō e significa proprio "potare i germogli inutili", oppure "purificare dalle impurità". Risulta evidente un certo gioco di parole tra airō e kathairō.
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| kathairō |
La legge, infatti, possiede solo un'ombra dei beni futuri, non la realtà stessa delle cose. Perciò con quei sacrifici, che sono offerti continuamente, anno dopo anno, essa non può rendere perfetti coloro che si avvicinano a Dio. Altrimenti non si sarebbe forse cessato di offrirli, se coloro che rendono il culto, una volta purificati, avessero sentito la loro coscienza sgravata dai peccati? Ebrei 10:1,2
In questo contesto, l'autore biblico rivela che l'osservanza della legge di Mosè non può rendere perfetti gli adoratori, i ministri di Dio. Altrimenti essi avrebbero sentito le loro coscienze sgravate dai peccati dopo aver compiuto tutti i sacrifici prescritti. Invece non è stato così, ed i sacrifici sono dovuti continuare, fino al momento in cui è arrivato il sacrificio perfetto di Cristo.
Nel secondo versetto, kathairō compare tradotto con "purificati", e identifica appunto le persone che rendono il culto secondo la legge, una volta che sono state purificate dalla loro obbedienza ai precetti.
Ritengo che questa ricorrenza possa contribuire ad arricchire di significati anche il brano del vangelo di Giovanni, conferendo più spessore alle stesse parole di Gesù. I due testi sono molto differenti tra di loro per autore, stile e scopo, ma accostandoli possono rivelare una "divina somiglianza", spiegandosi quindi vicendevolmente.
Gesù è la vera vite, ed il Padre è il vignaiuolo. Ogni tralcio che dà frutto, viene purificato. Così come l'osservanza della legge mosaica purificava i figli di Israele, allo stesso modo l'opera del Padre nella vita dei credenti ha lo scopo di purificarli. Ma non solo. La legge infatti non può rendere perfetti coloro che si avvicinano a Dio, ma la Grazia di Dio può farlo. La disciplina dello Spirito Santo può intervenire, secondo la volontà del Padre, per esortare, incoraggiare, riprendere, correggere e raddrizzare, al fine di rendere perfetti i figli di Dio. Questa è l'opera di santificazione, un'opera che passa dalla sofferenza, ma che è portata avanti in modo sovrano dal Signore stesso (1Ts 5:23).
Proverbi 17:3 Il crogiuolo è per l'argento e il fornello per l'oro,
ma chi prova i cuori è il SIGNORE.
Le persone che il Signore purifica, secondo il brano iniziale, portano già frutto. Ma lo scopo di Dio è che ne portino di più. Quanto di più?
Il vignaiuolo sa quanto frutto può portare un tralcio messo nelle giuste condizioni, a maggior ragione il Padre sa quale sia il giusto frutto che ciascuno di noi può portare. Egli sa anche come è meglio intervenire affinché si porti un frutto maggiore. Può essere attraverso una convinzione di peccato, attraverso una riprensione da parte dello Spirito Santo, ma anche attraverso le vicende quotidiane che ci portano in situazioni nelle quali dobbiamo imparare a perdonare, a chiedere scusa, a prendere consapevolezza di alcune parti del nostro carattere che non conoscevamo.
Questa purificazione sicuramente non è un processo facile, né indolore: del resto neanche la potatura lo è per le piante. E' necessario abbandonare quella parte di sé che ostacola la propria crescita. Il limite maggiore per la crescita infatti è rappresentato proprio da noi stessi, dal nostro ego, dal nostro "uomo vecchio", ossia non rigenerato (Ef 4:22, Col 3:9). Tutte queste cose contribuiscono alla purificazione, alla potatura di cui parlava Cristo ai discepoli. Più avanti, nel quindicesimo capitolo del vangelo di Giovanni, il Signore continuerà il Suo insegnamento esplicitando che l'unico modo per portare frutto è accogliere la Sua parola (v.3) e dimorare in Lui (v.4).
Solo dimorando il Lui si può avere la forza di rinnegare sé stessi, e prendere la propria croce. Rinnegare il proprio ego e prendere il peso spirituale che ci è dovuto per portarlo a compimento e realizzare appieno la volontà di Dio. Questo percorso di vita però non è fine a sé stesso, non è semplice mortificazione, o privazione. E' invece coraggio, conquista, consapevolezza della propria vera identità, gioia, pace, speranza, realizzazione. E' abbandonare qualcosa, per abbracciare molto di più: il motivo della nostra stessa esistenza.
martedì 18 marzo 2014
Il (primo) soggiorno di Paolo a Corinto
Nel 51 d.C., la città di Corinto - nella Grecia centro-meridionale - era ufficialmente una colonia romana. Probabilmente non mostrava più i fasti che precedettero la sua distruzione del 146 a.C., ma il tempo e le circostanze avevano dato una seconda possibilità a questa città, ora colonia dell'Impero, popolata da numerosi cittadini romani.
In questo tempo, intorno al 51, Paolo di Tarso raggiunse Corinto. Come sua consuetudine iniziò a predicare nella sinagoga del posto, ma l'opposizione ricevuta lo persuase ad andare a parlare del vangelo di Dio ai cittadini pagani, che non erano di origini ebraiche.
In modo simile a Giosuè, Paolo ricevette una parola speciale da parte del Signore. "Non temere", "io sono con te", "ho un popolo numeroso in questa città": un popolo numeroso da conquistare. Mentre Paolo prolungava il suo soggiorno a Corinto, pensò di scrivere ad un'altra comunità che aveva fondato pochi mesi prima, a Tessalonica, comunità composta da Giudei, Greci pii e da molte donne delle famiglie più importanti (Atti 17:4). A loro, tra le altre cose, rivolse queste parole:Molti Corinzi, udendo, credevano e venivano battezzati. Una notte il Signore disse in visione a Paolo: «Non temere, ma continua a parlare e non tacere; perché io sono con te, e nessuno ti metterà le mani addosso per farti del male; perché io ho un popolo numeroso in questa città». Ed egli rimase là un anno e sei mesi, insegnando tra di loro la Parola di Dio. Atti 18:8b-11
Siate sempre gioiosi; non cessate mai di pregare; in ogni cosa rendete grazie, perché questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito. Non disprezzate le profezie; ma esaminate ogni cosa e ritenete il bene; astenetevi da ogni specie di male. Or il Dio della pace vi santifichi egli stesso completamente; e l'intero essere vostro, lo spirito, l'anima e il corpo, sia conservato irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Fedele è colui che vi chiama, ed egli farà anche questo.1 Tessalonicesi 5:16-24
La prima lettera ai Tessalonicesi è il più antico scritto del Nuovo Testamento. A causa della sua scarsa lunghezza è posizionata tra le ultime lettere dell'Apostolo Paolo nel canone biblico, ma cronologicamente precede tutte le altre epistole e tutti i vangeli. Qui Paolo per la prima volta nomina l'amore fraterno (4:9), tema che contraddistinguerà tutta la sua vita ed il suo ministero. A questo riguardo - egli dice ai Tessalonicesi - "non avete bisogno che io ve ne scriva, giacché voi stessi avete imparato da Dio ad amarvi gli uni gli altri, e veramente lo fate verso tutti i fratelli che sono nell'intera Macedonia."
Questi fratelli e sorelle da pochi mesi nella fede, già dimostravano un profondo amore per i santi. Non solo per coloro che erano nella loro comunità, ma anche per quelli più distanti, che erano nell'intera Macedonia. Un amore genuino, un amore naturale. Una comunità sana, fondata con amore ed edificata giorno dopo giorno con lo stesso amore di Paolo e di tutti i fratelli coinvolti. A questa comunità, l'Apostolo scrive esortando alla gioia spirituale, all'attenzione verso una preghiera incessante, alla considerazione dello Spirito Santo e delle profezie. Era una chiesa la cui fede era già rinomata in ogni luogo (1:8), e per essere sicuro che continuasse a crescere, Paolo pensò di fare queste ultime raccomandazioni finali. Sono indicazioni cariche di affetto, scritte sicuramente con il genuino desiderio di vedere progredire sempre di più la salute spirituale della comunità. La gioia, la costanza nella preghiera, la gratitudine a Dio, la libertà dello Spirito, la considerazione delle profezie e l'allontanamento dal male. Cinque aspetti che avrebbero garantito la piena manifestazione della grazia di Dio nella vita di questi fratelli e di queste sorelle.
Nelle strade di Corinto, Paolo si rallegrava della crescita dell'opera di Dio e desiderava confortare e sostenere tutti i credenti che aveva portato a Cristo, soprattutto quelli di Tessalonica, che con la loro fede avevano contribuito rafforzare la sua gioia nel Signore.
Forse, diversamente dai Tessalonicesi quando ricevettero questa lettera, siamo credenti da ben più di qualche mese, ma queste esortazioni sono ugualmente rivolte anche a noi. La gioia è presente nella nostra vita? Se non è così, ricerchiamola nella comunione con lo Spirito Santo. Preghiamo continuamente? Se non lo facciamo, vuol dire che non ci troviamo a nostro agio nel farlo, e questo significa che c'è qualcosa da migliorare nel nostro rapporto con il Signore. Chiediamo a Lui in modo semplice una maggiore rivelazione del significato, dello scopo e del diletto che avvolgono un'intensa vita di preghiera. Chiediamo al Signore di rinnovare la nostra mente, di uscire dallo schema mentale di elenchi e richieste per entrare nella libertà dello Spirito e ricevere dal Signore stesso indicazioni su come per per cosa pregare. Preghiamo le preghiere dello Spirito. Eliminiamo ciò che si frappone tra noi e l'ascolto attivo dello Spirito Santo, per vivere nella piena libertà spirituale. Non lasciamoci scoraggiare dai nostri paradigmi, dai nostri preconcetti, ma sforziamoci di mantenere la sufficiente apertura mentale necessaria per vagliare ed esaminare ogni profezia, da chiunque essa provenga. Il Signore spesso parla in modi sorprendenti. Non lasciamoci sfuggire questa benedizione. Asteniamoci dal male. E, sopra ogni cosa, affidiamo ogni giorno la nostra vita a Colui che ci ha chiamato, e che porterà senz'altro a termine la Sua opera nella nostra vita. Il vero problema per ogni credente non è il peccato, non è il fallimento o l'inadempienza, ma l'attitudine di raggiungere gli obiettivi di Dio con le proprie forze. Quando ci sentiamo stanchi, riposiamoci: ma riposiamoci nel Signore. Invochiamo la Sua presenza anche nella solitudine della nostra stanza, anche e soprattutto quando non abbiamo nulla da dare. Perché proprio in questo momento, riceveremo. Proprio in questo momento, il Signore potrà portare avanti il progetto di santificazione che ha per noi. La Sua santità nella nostra vita. Perché, al contrario, (la nostra presunta santità sostenuta davanti al Signore) le cose non funzionano(cfr. Luca 18:10-14).
Fedele è colui che ci chiama, ed egli farà anche questo.
domenica 6 marzo 2011
L'abbraccio di Dio
Tutto ha inizio nel caos. Nel dolore. Nella sofferenza. Nelle frustrazioni di ogni giorno.
Se guardata da un punto di vista cinico, si può arrivare a pensare che questa vita sia quasi una punizione. E comunque, nel migliore dei casi, senza senso.
Ecclesiaste 1:3 Che profitto ha l'uomo di tutta la fatica che sostiene sotto il sole?
Miliardi di persone, di ogni generazione a un certo punto della propria vita sono arrivati al crocevia di questa domanda dell'Ecclesiaste.
Molti l'hanno ignorata per decenni, spingendo ogni grammo della propria forza di volontà verso il guadagno capitalistico. Il riconoscimento sociale. La ricerca di una serenità di vita sconosciuta. Il desiderio di godere semplicemente delle bellezze del mondo, senza nessun altro scopo.
Ma poi arriva.
Arriva una crisi, un'incidente, una perdita. O forse, semplicemente, una chiamata.
E mentre il tuo mondo frana, la domanda echeggia sempre più violenta, quasi a sbeffeggiare l'intera tua esistenza. C'è chi crede che questa sia la fine. Per molte persone tuttavia, questo è un nuovo inizio. Basta una semplice invocazione a Dio ed Egli si fa trovare. Proprio nel momento peggiore, nel momento di maggior dolore, ai piedi della croce di Cristo ha luogo un miracolo: la nuova nascita. Questo è quello che accomuna ogni vero cristiano: l'incontro con il Signore Gesù.
La consapevolezza del proprio peccato, il pentimento per aver sbagliato tutto, la rivelazione della Grazia di Dio che colpisce con la forza di un fendente al cuore. Un fendente che in modo doloroso strappa via il marcio, ma che genera nuovo tessuto sano. Una nuova identità.
Da questo momento ha inizio la vita cristiana. Da qui in avanti succederanno innumerevoli cose, si attraverseranno sofferenze e si arriverà a momenti gloriosi. Magari si potrà entrare nel ministero per il Regno di Dio, portando a tutti la stessa mano di Dio che ci ha salvato.
Qual'è tuttavia il profilo di ogni cristiano, di ogni persona che ha fatto questa esperienza?
Il profilo di una persona vincente? Sicura di sé? Realizzata, efficiente ed efficace? Prospera nel proprio servizio a Dio?
Un cristiano può avere questi attributi, senz'altro, ma questi non sono il suo profilo.
Il profilo di un cristiano è il profilo di Cristo Gesù, alla croce.
E' il profilo della sofferenza, della debolezza, della fragilità.
Il giorno in cui non avrai bisogno di un Salvatore, non sarai più un cristiano.
Certamente, Cristo è risorto. Certamente, ogni cristiano risorgerà con Lui!
Questo è il profilo eterno di ogni cristiano, ma non possiamo vivere come se non avessimo più alcun problema e fossimo già glorificati. Non è questo il tempo di Dio.
Quel che è importante però e fissare gli occhi a questo tempo futuro. Gesù l'ha fatto e questo gli ha dato la forza necessaria per superare tutto quel dolore.
Ebrei 12:1 Anche noi, dunque, poiché siamo circondati da una così grande schiera di testimoni, deponiamo ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge, e corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta,
Ebrei 12:2 fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta. Per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce, disprezzando l'infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio.
Ebrei 12:3 Considerate perciò colui che ha sopportato una simile ostilità contro la sua persona da parte dei peccatori, affinché non vi stanchiate perdendovi d'animo.
C'è una gara e c'è una vittoria che Cristo ha guadagnato per noi.
Il nostro sguardo deve essere fisso al traguardo, fisso al premio.
Con la consapevolezza però che dobbiamo correre. Sudare. Sputare sangue.
Essere cristiani non significa non avere più alcun problema, significa avere Gesù Cristo al proprio fianco.
Ebrei 5:7 Nei giorni della sua carne, con alte grida e con lacrime egli offrì preghiere e suppliche a colui che poteva salvarlo dalla morte ed è stato esaudito per la sua pietà.
Ebrei 5:8 Benché fosse Figlio, imparò l'ubbidienza dalle cose che soffrì;
Ebrei 5:9 e, reso perfetto, divenne per tutti quelli che gli ubbidiscono, autore di salvezza eterna,
Ebrei 5:10 essendo da Dio proclamato sommo sacerdote secondo l'ordine di Melchisedec.
Egli imparò l'ubbidienza dalle cose che soffrì. Tanto più noi dobbiamo imparare l'ubbidienza attraverso la sofferenza, l'esperienza. Questo è il significato della vita. Questo è il profilo del cristiano. Il profilo di chi lotta, corre, compete per ottenere un premio.
Il profilo di chi è consapevole della propria estrema debolezza, ma anche della Persona che lo sostiene in ogni istante.
2Corinzi 12:9 Egli mi ha detto: «La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza». Perciò molto volentieri mi vanterò piuttosto delle mie debolezze, affinché la potenza di Cristo riposi su di me.
2Corinzi 12:10 Per questo mi compiaccio in debolezze, in ingiurie, in necessità, in persecuzioni, in angustie per amor di Cristo; perché, quando sono debole, allora sono forte.
Molte sono le battaglie. Con la propria carne. Con le forze spirituali della malvagità.
Ma la chiave di vittoria è sempre e solo una: l'abbandono delle proprie forze. Il ritorno alla croce di Cristo. Ogni giorno, finchè si ha vita.
Certo, è un bel discorso – penserai - ma quali sono le applicazioni pratiche di questo concetto?
Cosa significa in realtà?
Significa desiderare e ricercare più di ogni altra cosa l'amore del Padre.
Significa smettere di imporre la propria ragione nei piccoli e grandi conflitti di ogni giorno, e immedesimarsi nella persona che ci sta di fronte, dandole quello di cui ha bisogno.
Ascolto, conforto, aiuto. Anche se costa. Anche se toglie qualcosa di nostro. Tempo, soldi, convinzioni. Siamo nudi, ai piedi della croce. Nulla è più nostro.
Come è possibile tutto questo?
Possiamo riconoscere che ogni parte del nostro corpo vuole correre nella direzione opposta, gridare, imporre la propria ragione, sempre e in ogni occasione. Come è possibile non farsi vincere dalla propria natura e comportarsi in un modo così diametralmente opposto?
In qualsiasi momento, dovunque sei. Chiunque tu sia, qualsiasi ruolo tu ricopra.
Fermati.
Svuota il tuo cuore davanti a Dio.
Delusione, rabbia, rancore, desiderio concupiscente, convinzione, volontà. Svuotiamo ogni cosa davanti al Signore. Prendiamo il tempo che ci vuole, da soli. Noi e Dio. Questo è quello che siamo, il Signore ci ha creati e di certo non si scandalizzerà nel vedere la nostra sincerità. No, non si scandalizzerà, ma al contrario ci abbraccerà.
I nostri occhi sono chiusi, la nostra mente e il nostro spirito sono dinanzi al trono di Dio. Egli si avvicina a noi, ci abbraccia. E sussurra al nostro orecchio:
“Lo so, figlio mio. Conosco il tuo dolore. C'ero anche io. L'ho provato anche io. E' tremendo, ti manca il fiato. Vuoi ribellarti, vuoi importi. E' questo che dice la tua mente ma non è questo di cui tu hai bisogno. Tu hai bisogno di me. E io sono qui, con il mio abbraccio. Io ti ho desiderato. Io ti ho creato. Io ho sofferto più di chiunque altro per averti con me. Lascia tutte queste cose qui, lasciale a me. Lasciati abbracciare. Voglio alleggerirti. Voglio te. Voglio amarti. Nulla sarà mai di intralcio tra te e il mio amore. Riposa fra le mie braccia.”
Le nostre mani sono strette in pugni tremanti. Non capiamo cosa sta succedendo, ma capiamo che stiamo cambiando. Non si tratta di leggi da seguire. Non è questione di comportarsi bene. Di conformarsi a ciò che gli altri si aspettano da noi. Improvvisamente non abbiamo più bisogno di tutto questo. Vogliamo il Signore, Lui soltanto.
Egli promette di restare sempre al nostro fianco, ma lentamente la nostra coscienza viene riportata alla nostra dimensione materiale.
Ed eccolo, il nostro problema.
Ecco il nostro conflitto, il nostro nemico, la nostra tentazione, il nostro orgoglio, quello che tanto ci turbava. E' ancora lì, davanti a noi. Ma contemporaneamente non c'è più. C'è amore nel nostro cuore. Perdono per il fratello che ci ha deluso. Forza per resistere alla tentazione, umiltà nei nostri pensieri, disponibilità per aiutare il prossimo. Il nostro volto ha preso le fattezze di quello di Gesù.
Questo, è il profilo del cristiano.
Non basta una volta, due, dieci, cento, mille. No, non bastano. E' necessario tornare al Signore in ogni momento, sempre. Ad ogni occasione. Sempre più spesso. Finchè la nostra consapevolezza e la nostra presenza spirituale sarà più spesso nei luoghi celesti che in quelli terrestri. Finchè la familiarità e l'intimità con il Signore sarà tale da rendere quasi automatico ogni gesto, ogni pensiero, sottomesso al Suo Spirito. Finchè il Signore ci chiamerà, e finalmente potremo vederlo faccia a faccia. E stare con Lui per l'eternità. Immersi nel Suo amore.
Se guardata da un punto di vista cinico, si può arrivare a pensare che questa vita sia quasi una punizione. E comunque, nel migliore dei casi, senza senso.
Ecclesiaste 1:3 Che profitto ha l'uomo di tutta la fatica che sostiene sotto il sole?
Miliardi di persone, di ogni generazione a un certo punto della propria vita sono arrivati al crocevia di questa domanda dell'Ecclesiaste.
Molti l'hanno ignorata per decenni, spingendo ogni grammo della propria forza di volontà verso il guadagno capitalistico. Il riconoscimento sociale. La ricerca di una serenità di vita sconosciuta. Il desiderio di godere semplicemente delle bellezze del mondo, senza nessun altro scopo.
Ma poi arriva.
Arriva una crisi, un'incidente, una perdita. O forse, semplicemente, una chiamata.
E mentre il tuo mondo frana, la domanda echeggia sempre più violenta, quasi a sbeffeggiare l'intera tua esistenza. C'è chi crede che questa sia la fine. Per molte persone tuttavia, questo è un nuovo inizio. Basta una semplice invocazione a Dio ed Egli si fa trovare. Proprio nel momento peggiore, nel momento di maggior dolore, ai piedi della croce di Cristo ha luogo un miracolo: la nuova nascita. Questo è quello che accomuna ogni vero cristiano: l'incontro con il Signore Gesù.
La consapevolezza del proprio peccato, il pentimento per aver sbagliato tutto, la rivelazione della Grazia di Dio che colpisce con la forza di un fendente al cuore. Un fendente che in modo doloroso strappa via il marcio, ma che genera nuovo tessuto sano. Una nuova identità.
Da questo momento ha inizio la vita cristiana. Da qui in avanti succederanno innumerevoli cose, si attraverseranno sofferenze e si arriverà a momenti gloriosi. Magari si potrà entrare nel ministero per il Regno di Dio, portando a tutti la stessa mano di Dio che ci ha salvato.
Qual'è tuttavia il profilo di ogni cristiano, di ogni persona che ha fatto questa esperienza?
Il profilo di una persona vincente? Sicura di sé? Realizzata, efficiente ed efficace? Prospera nel proprio servizio a Dio?
Un cristiano può avere questi attributi, senz'altro, ma questi non sono il suo profilo.
Il profilo di un cristiano è il profilo di Cristo Gesù, alla croce.
E' il profilo della sofferenza, della debolezza, della fragilità.
Il giorno in cui non avrai bisogno di un Salvatore, non sarai più un cristiano.
Certamente, Cristo è risorto. Certamente, ogni cristiano risorgerà con Lui!
Questo è il profilo eterno di ogni cristiano, ma non possiamo vivere come se non avessimo più alcun problema e fossimo già glorificati. Non è questo il tempo di Dio.
Quel che è importante però e fissare gli occhi a questo tempo futuro. Gesù l'ha fatto e questo gli ha dato la forza necessaria per superare tutto quel dolore.
Ebrei 12:1 Anche noi, dunque, poiché siamo circondati da una così grande schiera di testimoni, deponiamo ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge, e corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta,
Ebrei 12:2 fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta. Per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce, disprezzando l'infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio.
Ebrei 12:3 Considerate perciò colui che ha sopportato una simile ostilità contro la sua persona da parte dei peccatori, affinché non vi stanchiate perdendovi d'animo.
C'è una gara e c'è una vittoria che Cristo ha guadagnato per noi.
Il nostro sguardo deve essere fisso al traguardo, fisso al premio.
Con la consapevolezza però che dobbiamo correre. Sudare. Sputare sangue.
Essere cristiani non significa non avere più alcun problema, significa avere Gesù Cristo al proprio fianco.
Ebrei 5:7 Nei giorni della sua carne, con alte grida e con lacrime egli offrì preghiere e suppliche a colui che poteva salvarlo dalla morte ed è stato esaudito per la sua pietà.
Ebrei 5:8 Benché fosse Figlio, imparò l'ubbidienza dalle cose che soffrì;
Ebrei 5:9 e, reso perfetto, divenne per tutti quelli che gli ubbidiscono, autore di salvezza eterna,
Ebrei 5:10 essendo da Dio proclamato sommo sacerdote secondo l'ordine di Melchisedec.
Egli imparò l'ubbidienza dalle cose che soffrì. Tanto più noi dobbiamo imparare l'ubbidienza attraverso la sofferenza, l'esperienza. Questo è il significato della vita. Questo è il profilo del cristiano. Il profilo di chi lotta, corre, compete per ottenere un premio.
Il profilo di chi è consapevole della propria estrema debolezza, ma anche della Persona che lo sostiene in ogni istante.
2Corinzi 12:9 Egli mi ha detto: «La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza». Perciò molto volentieri mi vanterò piuttosto delle mie debolezze, affinché la potenza di Cristo riposi su di me.
2Corinzi 12:10 Per questo mi compiaccio in debolezze, in ingiurie, in necessità, in persecuzioni, in angustie per amor di Cristo; perché, quando sono debole, allora sono forte.
Molte sono le battaglie. Con la propria carne. Con le forze spirituali della malvagità.
Ma la chiave di vittoria è sempre e solo una: l'abbandono delle proprie forze. Il ritorno alla croce di Cristo. Ogni giorno, finchè si ha vita.
Certo, è un bel discorso – penserai - ma quali sono le applicazioni pratiche di questo concetto?
Cosa significa in realtà?
Significa desiderare e ricercare più di ogni altra cosa l'amore del Padre.
Significa smettere di imporre la propria ragione nei piccoli e grandi conflitti di ogni giorno, e immedesimarsi nella persona che ci sta di fronte, dandole quello di cui ha bisogno.
Ascolto, conforto, aiuto. Anche se costa. Anche se toglie qualcosa di nostro. Tempo, soldi, convinzioni. Siamo nudi, ai piedi della croce. Nulla è più nostro.
Come è possibile tutto questo?
Possiamo riconoscere che ogni parte del nostro corpo vuole correre nella direzione opposta, gridare, imporre la propria ragione, sempre e in ogni occasione. Come è possibile non farsi vincere dalla propria natura e comportarsi in un modo così diametralmente opposto?
In qualsiasi momento, dovunque sei. Chiunque tu sia, qualsiasi ruolo tu ricopra.
Fermati.
Svuota il tuo cuore davanti a Dio.
Delusione, rabbia, rancore, desiderio concupiscente, convinzione, volontà. Svuotiamo ogni cosa davanti al Signore. Prendiamo il tempo che ci vuole, da soli. Noi e Dio. Questo è quello che siamo, il Signore ci ha creati e di certo non si scandalizzerà nel vedere la nostra sincerità. No, non si scandalizzerà, ma al contrario ci abbraccerà.
I nostri occhi sono chiusi, la nostra mente e il nostro spirito sono dinanzi al trono di Dio. Egli si avvicina a noi, ci abbraccia. E sussurra al nostro orecchio:
“Lo so, figlio mio. Conosco il tuo dolore. C'ero anche io. L'ho provato anche io. E' tremendo, ti manca il fiato. Vuoi ribellarti, vuoi importi. E' questo che dice la tua mente ma non è questo di cui tu hai bisogno. Tu hai bisogno di me. E io sono qui, con il mio abbraccio. Io ti ho desiderato. Io ti ho creato. Io ho sofferto più di chiunque altro per averti con me. Lascia tutte queste cose qui, lasciale a me. Lasciati abbracciare. Voglio alleggerirti. Voglio te. Voglio amarti. Nulla sarà mai di intralcio tra te e il mio amore. Riposa fra le mie braccia.”
Le nostre mani sono strette in pugni tremanti. Non capiamo cosa sta succedendo, ma capiamo che stiamo cambiando. Non si tratta di leggi da seguire. Non è questione di comportarsi bene. Di conformarsi a ciò che gli altri si aspettano da noi. Improvvisamente non abbiamo più bisogno di tutto questo. Vogliamo il Signore, Lui soltanto.
Egli promette di restare sempre al nostro fianco, ma lentamente la nostra coscienza viene riportata alla nostra dimensione materiale.
Ed eccolo, il nostro problema.
Ecco il nostro conflitto, il nostro nemico, la nostra tentazione, il nostro orgoglio, quello che tanto ci turbava. E' ancora lì, davanti a noi. Ma contemporaneamente non c'è più. C'è amore nel nostro cuore. Perdono per il fratello che ci ha deluso. Forza per resistere alla tentazione, umiltà nei nostri pensieri, disponibilità per aiutare il prossimo. Il nostro volto ha preso le fattezze di quello di Gesù.
Questo, è il profilo del cristiano.
Non basta una volta, due, dieci, cento, mille. No, non bastano. E' necessario tornare al Signore in ogni momento, sempre. Ad ogni occasione. Sempre più spesso. Finchè la nostra consapevolezza e la nostra presenza spirituale sarà più spesso nei luoghi celesti che in quelli terrestri. Finchè la familiarità e l'intimità con il Signore sarà tale da rendere quasi automatico ogni gesto, ogni pensiero, sottomesso al Suo Spirito. Finchè il Signore ci chiamerà, e finalmente potremo vederlo faccia a faccia. E stare con Lui per l'eternità. Immersi nel Suo amore.
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mercoledì 12 gennaio 2011
I gradi di intimità con Gesù
2Pietro 3:18 crescete nella grazia e nella conoscenza del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo.
La conversione a Cristo si può definire sostanzialmente come l'incontro e la conoscenza con una Persona: Gesù Cristo. Lo Spirito Santo convince di peccato e dona la piena consapevolezza della presenza di Dio. Questo però è solo l'inizio, la nascita. Questo, è solo il primo incontro – la prima rivelazione – del Signore, a cui sono necessarie molte altre successive per crescere.
Ogni tappa di crescita cristiana però possiamo dire essere regolata soltanto da una variabile: la maggiore profondità nella conoscenza del Signore e Salvatore Gesù Cristo.
Davanti al Padre non ci sono altre vie. Egli non si compiace nel bene come nel male. Egli si compiace soltanto nel Figlio: Gesù. E solo nella nostra progressiva conoscenza di Lui possiamo venire trasformati a Sua immagine percorrendo la strada che ha voluto per noi.
L'apostolo Pietro, scrivendo questo concetto nella sua seconda lettera, affianca due attributi (aggettivi – sostantivi) riguardanti Cristo. Attributi che riguardano non solo il Suo carattere ma anche la Sua stessa natura.
Il primo è “Signore”: κύριος – kyrios. Tale termine comunica la supremazia in autorità. Suo è l'universo e a maggior ragione, Suoi sono i credenti. Egli è il Re Supremo e noi, proclamandoci “schiavi” possiamo metterci in un rapporto personale con Lui.
Il secondo termine è “Salvatore”: σωτήρ – soter. E' abbastanza chiaro il suo significato per noi, ma penso sia utile sottolineare qualche aspetto in particolare. Cristo è morto per noi, affinchè noi possiamo vivere. Egli è il Salvatore: ci ha salvati! Questa salvezza però si può concepire con maggiore consapevolezza e maggior dettaglio. Un piccolo spunto di riflessione riguarda proprio altri significati di questo termine. Oltre al generico significato immediato infatti, può intendere “liberare, proteggere, preservare, guarire, rendere intero: completo”.
Ecco perciò che nella propria vita spirituale possiamo accostarci per rivelazione a nuovi “aggettivi – sostantivi” di Dio, nuove sfaccettature della Sua natura e della Sua azione nei nostri confronti. Esattamente come è accaduto con Israele migliaia di anni fa (YHWH – Jireh, Rapha, Nissi, M'kaddesh, Shalom, Tsidkenu, Rohi, Shammah).
Ogni nuovo incontro con Dio, ogni nuova rivelazione che ci viene donata accresce la nostra comprensione e la nostra intimità con Lui. Questo è reso possibile dalla Sua Grazia nei nostri confronti e dalla nostra volontà ed il nostro tempo dedicati ad una sincera ricerca di profonda comunione. Penso ci siano due aspetti nei Vangeli che ci possono insegnare qualcosa in merito.
Il primo, riguarda la parabola del seminatore.
Matteo 13:3 Egli insegnò loro molte cose in parabole, dicendo:
«Il seminatore uscì a seminare.
Matteo 13:4 Mentre seminava, una parte del seme cadde lungo la strada; gli uccelli vennero e la mangiarono.
Matteo 13:5 Un'altra cadde in luoghi rocciosi dove non aveva molta terra; e subito spuntò, perché non aveva terreno profondo;
Matteo 13:6 ma, levatosi il sole, fu bruciata; e, non avendo radice, inaridì.
Matteo 13:7 Un'altra cadde tra le spine; e le spine crebbero e la soffocarono.
Matteo 13:8 Un'altra cadde nella buona terra e portò frutto, dando il cento, il sessanta, il trenta per uno.
Nel Vangelo di Marco, capitolo 4 dal versetto 14 al 20 abbiamo l'interpretazione che Gesù diede ai suoi discepoli: i vari terreni sono diversi tipi di persone che hanno un'adesione e una risposta diversa al seme che è la Parola di Dio.
Sono persuaso però che tale parabola possa identificare anche la stessa persona in differenti tempi.
Ecclesiaste 3:1 Per tutto c'è il suo tempo, c'è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo.
Lo stesso seme ha sicuramente riscontri diversi in base alle circostanze, alle stagioni e al lavoro che è stato fatto. Possiamo vedere la parabola nell'ambito dell'evangelizzazione e della conversione a Cristo. Il seminatore può essere il figlio di Dio che provvede a evangelizzare, in accordo al comandamento del Maestro. I terreni diversi sono le diverse persone. C'è chi è entusiasta ma poi si perde nel mondo e chi rifiuta completamente il messaggio perchè troppo indurito. Il nostro compito però – sicuramente il compito di ogni leader credente – è quello di insistere in ogni occasione favorevole e sfavorevole, convincere, rimproverare con ogni tipo di insegnamento e di pazienza nella speranza che Dio conceda alle persone di ravvedersi per conoscere la verità (2Tim4:2, 2:25). Con questa azione infatti, la Grazia di Dio in noi lavora il terreno duro. Rimuove le spine da quello infestato. Esercita un'azione santificante che muta il cuore e – nella volontà del Signore – modifica l'esito della nuova semina. La Parola di Dio infatti non torna a vuoto senza aver compiuto ciò per cui è stata mandata. (Is 55:11). Ecco quindi che una stessa persona può essere un terreno duro e impermeabile ad un primo seme. Ma a distanza di tempo, altri servitori di Dio possono avere altre occasioni di seminare. E magari questa sarà una stagione di primavera. Un nuovo terreno morbido e fecondo, che possa dare un risultato completamente differente.
Oltre alla salvezza però, questo può riguardare anche i processi di santificazione per i credenti. Alcuni messaggi e alcune prove del Signore infatti portano ad una crescita e un livello maggiore di comunione e intimità. Altre volte però si è distratti. Anche se gli spiriti sono pronti, la carne in certi tempi è particolarmente debole. Ed ecco quindi che quello specifico insegnamento non ha un'immediato risultato. Come Israele nel deserto, possiamo ritrovarci a girare in cerchio per qualche tempo, prima di tornare a porre la nostra vita completa nelle mani del Signore ed essere indirizzati in modo spedito verso la nostra terra promessa. C'è chi ci arriva prima e chi ci arriva dopo.
Il secondo aspetto riguarda i diversi gradi di relazione con Gesù, nel Suo ministero terreno.
Matteo 14:20 Tutti mangiarono e furono sazi; e si portarono via, dei pezzi avanzati, dodici ceste piene. E quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, oltre alle donne e ai bambini.
Cinquemila uomini ascoltarono Gesù e furono guariti da svariate malattie. Furono testimoni del miracolo della moltiplicazione dei pani. Erano migliaia di persone, ma ebbero un'esperienza di Gesù limitata alla loro benedizione.
Luca 10:1 Dopo queste cose, il Signore designò altri settanta discepoli e li mandò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dov'egli stesso stava per andare.
Settanta persone poterono essere chiamate “discepoli” dal Signore. Erano uomini che ascoltarono numerosi insegnamenti di Gesù, seguendolo personalmente. Ricevettero l'importante incarico di evangelizzare Israele e parlare a tutti del Regno di Dio. Anche se la Scrittura non ne parla più, è probabile che molti di loro si ritrovarono insieme nell'alto solaio ad attendere la Pentecoste (visto che c'erano centoventi persone), facendo parte della chiesa primitiva di Gerusalemme.
Luca 6:12 In quei giorni egli andò sul monte a pregare, e passò la notte pregando Dio.
Luca 6:13 Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli.
I dodici furono scelti per stare sempre assieme al Maestro.
Diede loro il nome di “apostoli” ossia “inviati, missionari”.
Ascoltarono gli insegnamenti in parabole come tutti gli altri, ma furono gli unici ai quali il Signore spiegò apertamente il significato.
Matteo 17:1 Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello, e li condusse sopra un alto monte, in disparte.
Matteo 17:2 E fu trasfigurato davanti a loro; la sua faccia risplendette come il sole e i suoi vestiti divennero candidi come la luce.
Dei dodici apostoli, soltanto tre videro Gesù trasfigurato e glorificato.
Ebbero una comunione più profonda e intima con il Signore, vivendo circostanze estranee agli altri discepoli.
Giovanni 13:23 Ora, a tavola, inclinato sul petto di Gesù, stava uno dei discepoli, quello che Gesù amava.
Giovanni 19:25 Presso la croce di Gesù stavano sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleopa, e Maria Maddalena.
Giovanni 19:26 Gesù dunque, vedendo sua madre e presso di lei il discepolo che egli amava, disse a sua madre: «Donna, ecco tuo figlio!»
Soltanto invece Giovanni fu conosciuto come il discepolo che Gesù amava.
Solo lui – dei dodici - restò con il Signore fin sotto la croce senza rinnegarlo mai.
Apocalisse 1:1 Rivelazione di Gesù Cristo, che Dio gli diede per mostrare ai suoi servi le cose che devono avvenire tra breve, e che egli ha fatto conoscere mandando il suo angelo al suo servo Giovanni.
Solo Giovanni, circa sessant'anni dopo l'ascesa al cielo di Gesù, ricevette la più importante rivelazione per la Chiesa, con implicazioni dall'importanza eterna.
Così come la parabola del seminatore, anche queste osservazioni possono portare almeno a due considerazioni differenti.
Romani 12:3 Per la grazia che mi è stata concessa, dico quindi a ciascuno di voi che non abbia di sé un concetto più alto di quello che deve avere, ma abbia di sé un concetto sobrio, secondo la misura di fede che Dio ha assegnata a ciascuno.
La prima riguarda l'unità nella diversità. La Chiesa è formata da persone estremamente diverse tra di loro, che hanno altresì doni e ministeri spirituali molto differenti. Non sono rare inconprensioni tra il ministero profetico e di insegnamento – per esempio – viste le diverse priorità e punti di vista che ne sono derivati. Ci vuole molta maturità per poter avere un quadro più ampio e accettare pareri diversi dal proprio. Ad ogni credente infatti è concessa da Dio una misura di fede personale, diversa da ogni altro. Così come Gesù nel Suo ministero terreno ebbe relazioni differenti con i Suoi discepoli, allo stesso modo accade oggi. Alcuni fratelli possono avere un'intimità fortissima, che spesso porta a rivelazioni e rapimenti nello Spirito di raro accadimento. Altri invece possono accostarsi a Dio in modo più superficiale ma non per questo meno sincero.
La seconda interpretazione invece, anche qui riguarda la crescita cristiana. La conversione è di per sé stessa un miracolo, e spesso coinvolge liberazioni spirituali e da dipendenze di svariato tipo. Questo però è solo l'inizio, il primo approccio al Dio soprannaturale. Dopo poco tempo infatti, si prende consapevolezza di aver ricevuto il mandato evangelistico e si inizia a testimoniare ciò che è successo nella propria vita, volendo comunicare ad amici e parenti quello che si è compreso essere il Regno di Dio. Se il proprio grado di ubbidienza al Signore aumenta progressivamente con il passare del tempo, è normale fare scoperte sempre nuove sia riguardanti la Sua Parola – la Bibbia – attraverso lo studio, sia attraverso l'ascolto personale dello Spirito Santo, che porta a mettere in pratica la propria fede nella vita quotidiana. Una volta che questa viene consolidata, si cresce nella sensibilità spirituale e profetica (1Cor14:21) oltre che in generale nell'esercizio dei propri doni spirituali. Alcune persone poi iniziano gradualmente ad avere la maturità e la chiamata per poter esercitare un ministero, e comunicare alla chiesa rivelazioni e insegnamenti particolarmente utili per l'edificazione comune.
Ciò che differenzia i cristiani carnali da quelli spirituali però, è la diretta dipendenza o meno che si ha dallo Spirito Santo. Ecco quindi che da qualsiasi livello di “maturità spirituale” si può facilmente cadere nell'orgoglio e in svariati peccati che accecano la mente e lo spirito, portando fuori dalla comunione più intima con il Signore.
Per questo motivo credo che ad una sfumatura più profonda, ogni credente in base all'abbandono e all'ubbidienza a Dio, viva in modo diverso la propria fede addirittura tra un giorno e l'altro.
La nostra fede però non è nell' "amicizia" con il Signore.
La nostra fede è nella Grazia di Dio.
Ed ecco che in qualsiasi stato io mi senta, da qualsiasi successo o fallimento io arrivi, l'unica cosa sensata che posso e potrò mai fare è proprio accostarmi al Signore con cuore umile. Riconoscendolo per ciò che Egli è. E ringraziandolo per tutto quello sono e per tutto quello che mi ha donato.
A Dio sia la gloria, ora e sempre.
La conversione a Cristo si può definire sostanzialmente come l'incontro e la conoscenza con una Persona: Gesù Cristo. Lo Spirito Santo convince di peccato e dona la piena consapevolezza della presenza di Dio. Questo però è solo l'inizio, la nascita. Questo, è solo il primo incontro – la prima rivelazione – del Signore, a cui sono necessarie molte altre successive per crescere.
Ogni tappa di crescita cristiana però possiamo dire essere regolata soltanto da una variabile: la maggiore profondità nella conoscenza del Signore e Salvatore Gesù Cristo.
Davanti al Padre non ci sono altre vie. Egli non si compiace nel bene come nel male. Egli si compiace soltanto nel Figlio: Gesù. E solo nella nostra progressiva conoscenza di Lui possiamo venire trasformati a Sua immagine percorrendo la strada che ha voluto per noi.
L'apostolo Pietro, scrivendo questo concetto nella sua seconda lettera, affianca due attributi (aggettivi – sostantivi) riguardanti Cristo. Attributi che riguardano non solo il Suo carattere ma anche la Sua stessa natura.
Il primo è “Signore”: κύριος – kyrios. Tale termine comunica la supremazia in autorità. Suo è l'universo e a maggior ragione, Suoi sono i credenti. Egli è il Re Supremo e noi, proclamandoci “schiavi” possiamo metterci in un rapporto personale con Lui.
Il secondo termine è “Salvatore”: σωτήρ – soter. E' abbastanza chiaro il suo significato per noi, ma penso sia utile sottolineare qualche aspetto in particolare. Cristo è morto per noi, affinchè noi possiamo vivere. Egli è il Salvatore: ci ha salvati! Questa salvezza però si può concepire con maggiore consapevolezza e maggior dettaglio. Un piccolo spunto di riflessione riguarda proprio altri significati di questo termine. Oltre al generico significato immediato infatti, può intendere “liberare, proteggere, preservare, guarire, rendere intero: completo”.
Ecco perciò che nella propria vita spirituale possiamo accostarci per rivelazione a nuovi “aggettivi – sostantivi” di Dio, nuove sfaccettature della Sua natura e della Sua azione nei nostri confronti. Esattamente come è accaduto con Israele migliaia di anni fa (YHWH – Jireh, Rapha, Nissi, M'kaddesh, Shalom, Tsidkenu, Rohi, Shammah).
Ogni nuovo incontro con Dio, ogni nuova rivelazione che ci viene donata accresce la nostra comprensione e la nostra intimità con Lui. Questo è reso possibile dalla Sua Grazia nei nostri confronti e dalla nostra volontà ed il nostro tempo dedicati ad una sincera ricerca di profonda comunione. Penso ci siano due aspetti nei Vangeli che ci possono insegnare qualcosa in merito.
Il primo, riguarda la parabola del seminatore.
Matteo 13:3 Egli insegnò loro molte cose in parabole, dicendo:
«Il seminatore uscì a seminare.
Matteo 13:4 Mentre seminava, una parte del seme cadde lungo la strada; gli uccelli vennero e la mangiarono.
Matteo 13:5 Un'altra cadde in luoghi rocciosi dove non aveva molta terra; e subito spuntò, perché non aveva terreno profondo;
Matteo 13:6 ma, levatosi il sole, fu bruciata; e, non avendo radice, inaridì.
Matteo 13:7 Un'altra cadde tra le spine; e le spine crebbero e la soffocarono.
Matteo 13:8 Un'altra cadde nella buona terra e portò frutto, dando il cento, il sessanta, il trenta per uno.
Nel Vangelo di Marco, capitolo 4 dal versetto 14 al 20 abbiamo l'interpretazione che Gesù diede ai suoi discepoli: i vari terreni sono diversi tipi di persone che hanno un'adesione e una risposta diversa al seme che è la Parola di Dio.
Sono persuaso però che tale parabola possa identificare anche la stessa persona in differenti tempi.
Ecclesiaste 3:1 Per tutto c'è il suo tempo, c'è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo.
Lo stesso seme ha sicuramente riscontri diversi in base alle circostanze, alle stagioni e al lavoro che è stato fatto. Possiamo vedere la parabola nell'ambito dell'evangelizzazione e della conversione a Cristo. Il seminatore può essere il figlio di Dio che provvede a evangelizzare, in accordo al comandamento del Maestro. I terreni diversi sono le diverse persone. C'è chi è entusiasta ma poi si perde nel mondo e chi rifiuta completamente il messaggio perchè troppo indurito. Il nostro compito però – sicuramente il compito di ogni leader credente – è quello di insistere in ogni occasione favorevole e sfavorevole, convincere, rimproverare con ogni tipo di insegnamento e di pazienza nella speranza che Dio conceda alle persone di ravvedersi per conoscere la verità (2Tim4:2, 2:25). Con questa azione infatti, la Grazia di Dio in noi lavora il terreno duro. Rimuove le spine da quello infestato. Esercita un'azione santificante che muta il cuore e – nella volontà del Signore – modifica l'esito della nuova semina. La Parola di Dio infatti non torna a vuoto senza aver compiuto ciò per cui è stata mandata. (Is 55:11). Ecco quindi che una stessa persona può essere un terreno duro e impermeabile ad un primo seme. Ma a distanza di tempo, altri servitori di Dio possono avere altre occasioni di seminare. E magari questa sarà una stagione di primavera. Un nuovo terreno morbido e fecondo, che possa dare un risultato completamente differente.
Oltre alla salvezza però, questo può riguardare anche i processi di santificazione per i credenti. Alcuni messaggi e alcune prove del Signore infatti portano ad una crescita e un livello maggiore di comunione e intimità. Altre volte però si è distratti. Anche se gli spiriti sono pronti, la carne in certi tempi è particolarmente debole. Ed ecco quindi che quello specifico insegnamento non ha un'immediato risultato. Come Israele nel deserto, possiamo ritrovarci a girare in cerchio per qualche tempo, prima di tornare a porre la nostra vita completa nelle mani del Signore ed essere indirizzati in modo spedito verso la nostra terra promessa. C'è chi ci arriva prima e chi ci arriva dopo.
Il secondo aspetto riguarda i diversi gradi di relazione con Gesù, nel Suo ministero terreno.
Matteo 14:20 Tutti mangiarono e furono sazi; e si portarono via, dei pezzi avanzati, dodici ceste piene. E quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, oltre alle donne e ai bambini.
Cinquemila uomini ascoltarono Gesù e furono guariti da svariate malattie. Furono testimoni del miracolo della moltiplicazione dei pani. Erano migliaia di persone, ma ebbero un'esperienza di Gesù limitata alla loro benedizione.
Luca 10:1 Dopo queste cose, il Signore designò altri settanta discepoli e li mandò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dov'egli stesso stava per andare.
Settanta persone poterono essere chiamate “discepoli” dal Signore. Erano uomini che ascoltarono numerosi insegnamenti di Gesù, seguendolo personalmente. Ricevettero l'importante incarico di evangelizzare Israele e parlare a tutti del Regno di Dio. Anche se la Scrittura non ne parla più, è probabile che molti di loro si ritrovarono insieme nell'alto solaio ad attendere la Pentecoste (visto che c'erano centoventi persone), facendo parte della chiesa primitiva di Gerusalemme.
Luca 6:12 In quei giorni egli andò sul monte a pregare, e passò la notte pregando Dio.
Luca 6:13 Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli.
I dodici furono scelti per stare sempre assieme al Maestro.
Diede loro il nome di “apostoli” ossia “inviati, missionari”.
Ascoltarono gli insegnamenti in parabole come tutti gli altri, ma furono gli unici ai quali il Signore spiegò apertamente il significato.
Matteo 17:1 Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello, e li condusse sopra un alto monte, in disparte.
Matteo 17:2 E fu trasfigurato davanti a loro; la sua faccia risplendette come il sole e i suoi vestiti divennero candidi come la luce.
Dei dodici apostoli, soltanto tre videro Gesù trasfigurato e glorificato.
Ebbero una comunione più profonda e intima con il Signore, vivendo circostanze estranee agli altri discepoli.
Giovanni 13:23 Ora, a tavola, inclinato sul petto di Gesù, stava uno dei discepoli, quello che Gesù amava.
Giovanni 19:25 Presso la croce di Gesù stavano sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleopa, e Maria Maddalena.
Giovanni 19:26 Gesù dunque, vedendo sua madre e presso di lei il discepolo che egli amava, disse a sua madre: «Donna, ecco tuo figlio!»
Soltanto invece Giovanni fu conosciuto come il discepolo che Gesù amava.
Solo lui – dei dodici - restò con il Signore fin sotto la croce senza rinnegarlo mai.
Apocalisse 1:1 Rivelazione di Gesù Cristo, che Dio gli diede per mostrare ai suoi servi le cose che devono avvenire tra breve, e che egli ha fatto conoscere mandando il suo angelo al suo servo Giovanni.
Solo Giovanni, circa sessant'anni dopo l'ascesa al cielo di Gesù, ricevette la più importante rivelazione per la Chiesa, con implicazioni dall'importanza eterna.
Così come la parabola del seminatore, anche queste osservazioni possono portare almeno a due considerazioni differenti.
Romani 12:3 Per la grazia che mi è stata concessa, dico quindi a ciascuno di voi che non abbia di sé un concetto più alto di quello che deve avere, ma abbia di sé un concetto sobrio, secondo la misura di fede che Dio ha assegnata a ciascuno.
La prima riguarda l'unità nella diversità. La Chiesa è formata da persone estremamente diverse tra di loro, che hanno altresì doni e ministeri spirituali molto differenti. Non sono rare inconprensioni tra il ministero profetico e di insegnamento – per esempio – viste le diverse priorità e punti di vista che ne sono derivati. Ci vuole molta maturità per poter avere un quadro più ampio e accettare pareri diversi dal proprio. Ad ogni credente infatti è concessa da Dio una misura di fede personale, diversa da ogni altro. Così come Gesù nel Suo ministero terreno ebbe relazioni differenti con i Suoi discepoli, allo stesso modo accade oggi. Alcuni fratelli possono avere un'intimità fortissima, che spesso porta a rivelazioni e rapimenti nello Spirito di raro accadimento. Altri invece possono accostarsi a Dio in modo più superficiale ma non per questo meno sincero.
La seconda interpretazione invece, anche qui riguarda la crescita cristiana. La conversione è di per sé stessa un miracolo, e spesso coinvolge liberazioni spirituali e da dipendenze di svariato tipo. Questo però è solo l'inizio, il primo approccio al Dio soprannaturale. Dopo poco tempo infatti, si prende consapevolezza di aver ricevuto il mandato evangelistico e si inizia a testimoniare ciò che è successo nella propria vita, volendo comunicare ad amici e parenti quello che si è compreso essere il Regno di Dio. Se il proprio grado di ubbidienza al Signore aumenta progressivamente con il passare del tempo, è normale fare scoperte sempre nuove sia riguardanti la Sua Parola – la Bibbia – attraverso lo studio, sia attraverso l'ascolto personale dello Spirito Santo, che porta a mettere in pratica la propria fede nella vita quotidiana. Una volta che questa viene consolidata, si cresce nella sensibilità spirituale e profetica (1Cor14:21) oltre che in generale nell'esercizio dei propri doni spirituali. Alcune persone poi iniziano gradualmente ad avere la maturità e la chiamata per poter esercitare un ministero, e comunicare alla chiesa rivelazioni e insegnamenti particolarmente utili per l'edificazione comune.
Ciò che differenzia i cristiani carnali da quelli spirituali però, è la diretta dipendenza o meno che si ha dallo Spirito Santo. Ecco quindi che da qualsiasi livello di “maturità spirituale” si può facilmente cadere nell'orgoglio e in svariati peccati che accecano la mente e lo spirito, portando fuori dalla comunione più intima con il Signore.
Per questo motivo credo che ad una sfumatura più profonda, ogni credente in base all'abbandono e all'ubbidienza a Dio, viva in modo diverso la propria fede addirittura tra un giorno e l'altro.
La nostra fede però non è nell' "amicizia" con il Signore.
La nostra fede è nella Grazia di Dio.
Ed ecco che in qualsiasi stato io mi senta, da qualsiasi successo o fallimento io arrivi, l'unica cosa sensata che posso e potrò mai fare è proprio accostarmi al Signore con cuore umile. Riconoscendolo per ciò che Egli è. E ringraziandolo per tutto quello sono e per tutto quello che mi ha donato.
A Dio sia la gloria, ora e sempre.
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