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giovedì 8 giugno 2017

La teofania del Sinai (parte I)

Il SIGNORE è venuto dal Sinai,
è spuntato per loro dal Seir,
ha sparso la sua luce dal monte di Paran,
è venuto dalle miriadi sante;
dalla sua destra usciva il fuoco della legge per loro.
Deuteronomio 33:2

INTRODUZIONE

Il libro dell'Esodo, secondo della Bibbia e del Pentateuco, riprende la narrazione dalla conclusione del libro di Genesi, dopo la morte di Giuseppe:

Questi sono i nomi dei figli d'Israele che vennero in Egitto. Essi ci vennero con Giacobbe, ciascuno con la sua famiglia: Ruben, Simeone, Levi e Giuda; Issacar, Zabulon e Beniamino; Dan e Neftali, Gad e Ascer. Tutte le persone discendenti da Giacobbe erano settanta. Giuseppe era già in Egitto. Giuseppe morì, come morirono pure tutti i suoi fratelli e tutta quella generazione. I figli d'Israele furono fecondi, si moltiplicarono abbondantemente, divennero numerosi, molto potenti e il paese ne fu ripieno.
Esodo 1:1-7

In seguito ai duri lavori forzati imposti da un nuovo faraone, i figli di Israele soffrono per lungo tempo, pur continuando a moltiplicarsi, diventando così sempre più numerosi. Secondo le parole profetiche dello stesso Giuseppe però (Gn. 50:24),  arriva il momento in cui, sentendo le grida che la schiavitù strappava ai figli di Israele, Dio si ricorda del suo patto con Abraamo, con Isacco e con Giacobbe, e chiama Mosè - di discendenza levitica ma istruito come nobile egiziano - per liberare tutto il popolo dall'oppressione egiziana e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso. Si manifesta a lui su un monte sacro, chiamato  dal testo biblico talvolta Oreb e altre volte Sinai. Da qui inizia il racconto delle dieci piaghe che Dio manda sull'Egitto per obbligare il faraone a lasciare andare in libertà i figli di Israele, la fuga prodigiosa attraverso il Mar Rosso,  la marcia nel deserto e l'arrivo di tutto il popolo al monte Sinai, dove potrà stipulare la speciale alleanza che Dio aveva stabilito per loro. Considerando il Pentateuco nel suo insieme, è possibile rilevare uno schema ben preciso negli episodi e nei percorsi descritti, uno schema che è possibile sintetizzare nel seguente modo:1

  • Egitto (Esodo 1:1-15:21)
  • Deserto (Esodo 15:22-18:27)
  • Sinai (Esodo 19-40; Levitico; Numeri 1:1-10:10)
  • Deserto (Numeri 10:11-21:35)
  • Moab (Numeri 22-36) 

L'Egitto è il punto di partenza, Moab è quello di arrivo: la conclusione della marcia. Il Sinai occupa invece il posto centrale della struttura, e teologicamente non può che essere così: qui Jahvé si mostra per la prima volta al popolo di Israele, qui viene stabilita l'alleanza, qui viene data la Legge. Se consideriamo invece il solo libro dell'Esodo, possiamo identificare questa struttura generale:2

- Uscita dall'Egitto (1:1-15:21)
- Marcia attraverso il deserto (15:22-18:27)
- Avvenimenti del Sinai (19-40)

La prima e la terza sezione sono le più ampie e anche quelle che hanno il maggiore peso e rilevanza; la seconda parte è una sorta di ponte che necessariamente funge da collegamento tra le altre due.3 Entrando nel dettaglio dell'ultima parte  - dedicata agli avvenimenti del Sinai - questa si apre con il fondamentale brano che tratta la stipulazione dell'alleanza, un brano che a livello formale risulta strutturato in queste sezioni:4

  • a) Preambolo: proposta dell'alleanza (19:1-8a)
  • b) Istruzioni per la teofania (19:8b-15)
  • c) Teofania (19:16-25)
  • d) IL DECALOGO (20:1-17)
  • c') Teofania (20:18-20)
  • d') Codice dell'alleanza (20:21-23:19)
  • b') Istruzioni per l'ingresso in Canaan (23:20-33)
  • a') Stipulazione dell'Alleanza (24:1-11)  

Il fulcro di questa unità letteraria è senza dubbio costituito dal decalogo, presentato in ebraico come "le dieci parole". Queste parole divine sono incastonate in due descrizioni della teofania, ossia nelle manifestazione sensibili di Jahvè. Allontanandoci dal centro, vediamo come le dieci parole e le teofanie sono a loro volta circondate da istruzioni e, nel cerchio più esterno, dalla proposta dell'alleanza e dall'alleanza stessa. L'alleanza rimanda al decalogo e il decalogo rimanda all'alleanza, in una perfetta simmetria. Questo termine, traduce l'ebraico berìt, il cui significato è "impegno", "obbligo", imposto o condiviso.5 Diversi studiosi moderni hanno approfondito le similitudini testuali tra l'alleanza biblica sinaitica e i formulari di alleanza usati nei trattati internazionali nel Vicino Oriente Antico, sia ittiti (XIV-XIII sec. a.C.) sia aramaici e assiri (VIII-VII a.C.), trovando in essi dei punti di contatto.6 Riscontri di fondamentale importanza teologica si trovano invece all'interno dei vari testi biblici: prima di Mosè infatti, Jahvè strinse alleanze  personali con Adamo, Noè ed Abramo.7 Queste alleanze, insieme con le successive, costituiscono l'oggetto di studio della cosiddetta teologia del patto, oltre che della teologia biblica più in generale.8 In questo contesto, l'attenzione di questa nuova serie di articoli vuole concentrarsi  nell'analisi esegetica dei capitoli 19-24 dell'Esodo, capitoli di primaria importanza per l'intera storia biblica. Di fronte alle numerose difficoltà linguistiche, testuali, storiche e teologiche, l'intento non è sicuramente quello di contribuire in modo innovativo o completo, quanto piuttosto offrire degli strumenti e informazioni introduttive utili a chi desidera iniziare ad avvicinarsi a questo testo, fondamentale non solo per l'ebraismo ed il cristianesimo, ma anche per l'intera civiltà occidentale.

1. LA PROPOSTA DI ALLEANZA


Nel primo giorno del terzo mese, da quando furono usciti dal paese d'Egitto, i figli d'Israele giunsero al deserto del Sinai. Partiti da Refidim, giunsero al deserto del Sinai e si accamparono nel deserto; qui Israele si accampò di fronte al monte.

Mosè salì verso Dio e il SIGNORE lo chiamò dal monte dicendo: «Parla così alla casa di Giacobbe e annuncia questo ai figli d'Israele: "Voi avete visto quello che ho fatto agli Egiziani e come vi ho portato sopra ali d'aquila e vi ho condotti a me. Dunque, se ubbidite davvero alla mia voce e osservate il mio patto, sarete fra tutti i popoli il mio tesoro particolare; poiché tutta la terra è mia; e mi sarete un regno di sacerdoti, una nazione santa". Queste sono le parole che dirai ai figli d'Israele». Allora Mosè venne, chiamò gli anziani del popolo ed espose loro tutte queste parole che il SIGNORE gli aveva ordinato di dire. Tutto il popolo rispose concordemente e disse: «Noi faremo tutto quello che il SIGNORE ha detto».
Esodo 19:1-8a

Iniziamo da questo punto il nostro viaggio attraverso il cuore dell'Esodo e dell'alleanza tra Dio e il popolo di Israele. I primi due versetti costituiscono il titolo e l'ambientazione del testo, l'inizio del preambolo. Il racconto in sé risulta strutturato in modo concentrico (come l'unità letteraria più ampia): al centro troviamo l'oracolo di Jahvè e all'esterno troviamo la salita al monte di Mosè e la sua discesa, oltre alla risposta finale del popolo.9 L'oracolo costituisce il nucleo di questo inizio, il presupposto dal quale potranno avvenire tutti gli avvenimenti successivi. Il popolo di Israele ha compiuto il percorso che inizialmente era stato di Mosè, e in modo simile adesso sta per incontrare la manifestazione del Dio che li ha liberati. Se Mosè fu chiamato da un roveto ardente che non si consumava (3:4), Israele invece sarà convocato all'alleanza in modo ancora più solenne e grandioso. Il ruolo di Mosè però resta comunque di primo piano, in quanto unico intermediario da Jahvè e i figli di Israele. In questo testo infatti è proprio lui a salire al monte per la prima delle tre volte riportate in questo capitolo (3, 8b, 20), ed è sempre lui a ricevere le parole del Signore.

Il programma divino appare inedito, ha un tono poetico e si svolge su tre orizzonti: il passato, il presente ed il futuro.10 In relazione al passato, Jahvé ricorda il suo intervento liberatore, il fatto di aver preso Israele ed averlo  portato sopra ali d'aquila fino alla sua presenza. Nella tradizione veterotestamentaria, le ali sono simbolo di intimità e protezione, e il volo dell'aquila rappresenta lo svezzamento materno di Dio, che si fa nido di Israele.11 La sua cura pertanto si è dimostrata  concreta e assoluta, ed è ora garanzia della bontà di quello che viene proposto. Il condizionale che apre il successivo orizzonte nel tempo presente testimonia non una imposizione ma una proposta di alleanza: in Egitto, Dio non poteva esprimersi come fa ora, perché Israele era ancora schiavo; adesso invece, egli lo interpella come un soggetto libero e adulto, pienamente responsabile del suo futuro.12 Le condizioni per aderire all'alleanza sono due: ascoltare davvero la voce di Dio ed osservare/custodire il patto stesso. Udire e ubbidire, vivere in modo fedele. Da parte sua invece, all'osservanza di questi impegni il Signore promette  prima di tutto di trasformare Israele nella sua proprietà/tesoro particolare. Questo termine, reso in ebraico con segullah, distingue originariamente all'interno di un intero gregge affidato a un pastore, quella parte che gli appartiene come suo possesso personale.13 Poi, promette che essi diventeranno un regno di sacerdoti, ossia un regno responsabile dell'intermediazione tra Jahvé e tutti gli altri popoli, il mezzo della benedizione divina per tutte le altre nazioni.14 Ed infine, una nazione santa: una nazione vera e propria, come tutte le altre, ma riservata esclusivamente per Dio.15

Dopo aver ascoltato con attenzione, Mosè torna a valle, convoca gli anziani del popolo ed espone loro questa proposta. Di fronte a queste promesse, e alle rispettive condizioni, gli anziani insieme al resto del popolo prendono unanimemente la loro decisione: «Noi faremo tutto quello che il SIGNORE ha detto». All'adesione a questa proposta, l'alleanza può essere siglata.
2. ISTRUZIONI PER LA TEOFANIA









E Mosè riferì al SIGNORE le parole del popolo. Il SIGNORE disse a Mosè: «Ecco, io verrò a te in una fitta nuvola, affinché il popolo oda quando io parlerò con te, e ti presti fede per sempre». E Mosè riferì al SIGNORE le parole del popolo. Allora il SIGNORE disse a Mosè: «Va' dal popolo, santificalo oggi e domani; fa' che si lavi le vesti. Siano pronti per il terzo giorno; perché il terzo giorno il SIGNORE scenderà in presenza di tutto il popolo sul monte Sinai. Tu fisserai tutto intorno dei limiti al popolo, e dirai: "Guardatevi dal salire sul monte o dal toccarne i fianchi. Chiunque toccherà il monte sarà messo a morte. Nessuna mano dovrà toccare il colpevole: questo sarà lapidato o trafitto con frecce; animale o uomo che sia, non dovrà vivere!" Quando il corno suonerà a distesa, allora essi potranno salire sul monte». E Mosè scese dal monte verso il popolo; santificò il popolo, e quelli si lavarono le vesti. Mosè disse al popolo: «Siate pronti fra tre giorni; non avvicinatevi a donna».
Esodo 19:8b-15

Questo brano continua il racconto, aprendosi con la seconda salita di Mosè al monte di Dio. Da qui, in quanto mediatore, egli riporta a Jahvé la decisione del popolo, e riceve da lui tutte le istruzioni necessarie per prepararsi alla discesa della sua presenza. Il Signore preannuncia il suo arrivo in una fitta nuvola, secondo una tradizione consolidata in tutto l'Antico Testamento. La gloria di Dio infatti si rende visibile in una nuvola non solo in questo brano cruciale, ma anche nella precedente marcia nel deserto (Es. 13:21), nella successiva costruzione del tabernacolo (Nu. 9:15) e nelle rispettive tradizioni (Sl. 78:14, Sl. 99:7), oltre che nelle aspettative future (Is. 4:5) e in altre apparizioni (Gb. 38:1). L'intenzione dichiarata è quella di mostrarsi sensibilmente per convincere il popolo della credibilità di Mosè e del suo ruolo profetico. Le indicazioni in sé invece riguardano la santificazione di tutto il popolo per due giorni, secondo il comando di lavare le proprie vesti e non toccare il monte finché il corno (del montone) non sarebbe suonato a distesa. Alla disubbidienza di quest'ultimo ordine, i trasgressori sarebbero dovuti essere messi a morte per lapidazione o per frecce: sistemati in una buca e colpiti a morte da questi oggetti. Tutto questo, perché nel terzo giorno il Signore stesso sarebbe sceso in presenza di tutto il popolo sul monte Sinai. Con queste istruzioni Mosè ridiscende nuovamente la montagna per tornare dal popolo e, raccontando ogni cosa, specifica anche il divieto di avere rapporti sessuali per preservare la propria purezza nei giorni seguenti, secondo una prescrizione che sarebbe stata fissata da lì a breve:

Se una donna avrà rapporti sessuali con un uomo affetto da tale emissione seminale, si laveranno tutti e due nell'acqua e saranno impuri fino a sera.
Levitico 15:18

L'aspettativa e la tensione in questo testo salgono ulteriormente: il terzo giorno sta per arrivare: il giorno della manifestazione gloriosa e potente di Dio.


3. LA TEOFANIA

Il terzo giorno, come fu mattino, ci furono tuoni, lampi, una fitta nuvola sul monte e si udì un fortissimo suono di tromba. Tutto il popolo che era nell'accampamento tremò. Mosè fece uscire il popolo dall'accampamento per condurlo a incontrare Dio; e si fermarono ai piedi del monte. Il monte Sinai era tutto fumante, perché il SIGNORE vi era disceso in mezzo al fuoco; il fumo saliva come il fumo di una fornace, e tutto il monte tremava forte. Il suono della tromba si faceva sempre più forte; Mosè parlava e Dio gli rispondeva con una voce. Il SIGNORE dunque scese sul monte Sinai, in vetta al monte; e il SIGNORE chiamò Mosè sulla vetta del monte, e Mosè vi salì. Il SIGNORE disse a Mosè: «Scendi, avverti solennemente il popolo di non fare irruzione verso il SIGNORE per guardare, altrimenti molti di loro periranno. Anche i sacerdoti che si avvicinano al SIGNORE, si santifichino, affinché il SIGNORE non si avventi contro di loro». Mosè disse al SIGNORE: «Il popolo non può salire sul monte Sinai, poiché tu ce lo hai vietato dicendo: "Fissa dei limiti intorno al monte, e santificalo"». Ma il SIGNORE gli disse: «Va', scendi; poi risalirai insieme ad Aaronne. Ma i sacerdoti e il popolo non facciano irruzione per salire verso il SIGNORE, affinché egli non si avventi contro di loro. Mosè scese verso il popolo e glielo disse.
Esodo 19:16-25

I segni della teofania sono tuoni, lampi, una fitta nuvola e un suono di tromba. Successivamente, nel momento in cui il Signore scende sul monte, egli lo fa in mezzo al fuoco e un terremoto (un'eruzione vulcanica?). Nella terza e ultima porzione di Esodo vi sono in tutto cinque teofanie simili: Es. 19-20; 24:1-2, 9-11; 24.15b-18; 33 e 34.16 Questi segni però ricorrono non soltanto qui, ma anche in contesti biblici diversi, come per esempio la chiamata profetica di Isaia (Is. 6) e addirittura, nel Nuovo Testamento, nella visione celeste del trono di Dio nell'Apocalisse di Giovanni. Secondo l'ipotesi documentaria la mescolanza di elementi temporaleschi con elementi vulcanici costituirebbe un rilevante indizio sulla presenza di due diverse fonti letterarie, quella Jahvista e quella Elohista; tuttavia la densità del brano in questione è tale da resistere a qualsiasi sforzo di eliminare le tensioni interne mediante la critica delle fonti o attraverso la separazione logica degli elementi associati alle immagini del vulcano o della tempesta.17 Il reale si mescola al simbolico, il naturale al soprannaturale, in una sorta di impressionante liturgia cosmica, spaventosa e affascinante.18 Gli elementi visivi si fondono con quelli uditivi, raggiungendo l'apice nel dialogo tra Dio e Mosè (v. 19).19 Il popolo se ne sta immobile, tutto tremante, ai piedi del monte, contemplando e ascoltando.20 Il tremore del popolo trova corrispondenza nel tremore del monte: il verbo harad  infatti si usa in relazione a persone, come sarà tradotto nella LXX.21 La tromba in questo caso identifica il corno di stambecco, dal suono meno cupo e più netto rispetto a quello di montone descritto nel v.13, in un'immagine che intende imitare il sibilo del vento.22 Mosè sale ora per la terza volta sul monte santo, e viene  nuovamente avvertito perentoriamente di non far salire nessuna persona del popolo - neppure i sacerdoti -, pena la morte.  Viene invitato a ribadire questo divieto ai figli di Israele scendendo da loro, e a risalire nuovamente, questa volta non da solo ma con suo fratello Aaronne. Mosè ubbidisce ancora una volta, avvicinandosi in questo modo ancora di più alla rivelazione delle dieci parole di Dio.

CONCLUSIONE














In questo primo articolo abbiamo approfondito il diciannovesimo capitolo del libro di Esodo, ossia il testo che apre la terza parte di questo libro e introduce il nucleo di tutta la sezione dei capitoli 19-24, costituito dai famosi Dieci Comandamenti. Questi ultimi saranno l'oggetto del prossimo articolo, che continuerà questa serie appena inaugurata.

Nel percorso che porta alle parole di Jahvè, abbiamo trovato la proposta di alleanza offerta al popolo di Israele, la sua dichiarazione di adesione, le istruzioni da seguire per l'imminente manifestazione divina, e infine l'arrivo della presenza stessa di Dio sul monte Sinai. Il linguaggio biblico relativo alla teofania risulta codificato in modo specifico e ricorrente anche in altri contesti, e risponde all'arduo compito di descrivere l'indescrivibile. Il monte, luogo di contatto tra cielo e terra, diventa quindi lo scenario nel quale Dio si manifesta a tutto Israele per stabilire con lui un'alleanza unica ed esclusiva, così come non sarà vissuta da nessun altro popolo o nazione. Questo però è reso possibile dall'intermediazione di Mosè, chiamato da Dio proprio su questo monte per liberare Israele dalla schiavitù egiziana, ed ora confermato come profeta esclusivo e portavoce delle parole divine. La vicinanza di Dio con Mosè è unica, e rispecchia la grande cura riservata per l'intero popolo di Israele, preso dalla schiavitù e condotto dal Signore su ali d'aquila sino alla sua presenza.  

O Dio, quando tu uscisti alla testa del tuo popolo,
quando avanzasti attraverso il deserto, [Pausa]
la terra tremò; anche i cieli si sciolsero in pioggia davanti a Dio;
lo stesso Sinai tremò davanti a Dio,
al Dio d'Israele.
O Dio, tu mandasti una pioggia benefica
sulla tua eredità esausta, per ristorarla.
Salmo 68:7-9



Note:
[1] Félix Garcìa Lòpez, Il Pentateuco, Paideia (2004), p. 111.
[2] Id. Ibid. p. 110.
[3] Id. Ibid.
[4] Antonio Nepi, Esodo (Capitoli 16-40), Edizioni Messaggero Padova (2004), p. 64. 
[5] F. G. Lòpez, Il Pentateuco, Paideia (2004), p. 152.
[6] Id. Ibid.
[7] Id. Ibid.
[8] Per approfondire: Michael G. Brown, Zach Keele, Il vincolo sacro, BE edizioni (2016).  
[9] A. Nepi, Esodo (Capitoli 16-40), Edizioni Messaggero Padova (2004), p. 68.
[10] Id., Ibid. p. 70.
[11] Id., Ibid. p. 71.
[12] Id., Ibid. p. 72.
[13] Id., Ibid.
[14] Id., Ibid. p. 73.
[15] Id., Ibid. p. 74.
[16] F. G. Lòpez, Il Pentateuco, Paideia (2004), p. 156. 
[17] Id. Ibid.
[18] Id. Ibid.
[19] Id. Ibid.
[20] Id. Ibid.
[21] Bernardo G. Boschi, Esodo, Paoline, p. 104.
[22] Id. Ibid.

sabato 26 ottobre 2013

Melchisedec


IL RE DI SHALEM


Melchisedec, re di Salem (= shâlêm), fece portare del pane e del vino. Egli era sacerdote del Dio altissimo. Egli benedisse Abramo, dicendo: «Benedetto sia Abramo dal Dio altissimo, padrone dei cieli e della terra! Benedetto sia il Dio altissimo, che t'ha dato in mano i tuoi nemici!» E Abramo gli diede la decima di ogni cosa.  Genesi 14:18-20 


Analisi del termine "shâlêm"


Nella narrazione della Genesi, il patriarca Abramo ad un certo punto incontra un personaggio misterioso mai comparso prima, che viene presentato come re di Salem. Viene descritto come sacerdote del Dio altissimo in un tempo in cui non esistevano ancora lo stesso popolo di Israele e la tribù sacerdotale dei Leviti. Questo re fece portare del pane e del vino, benedicendo Abramo nel momento in cui era di ritorno da una battaglia per la liberazione di suo fratello e del popolo che era stato catturato dagli eserciti di Chedorlaomer re di Elam, Tideal re dei Goim, Amrafel re di Scinear e Arioc re di Ellasar.
Dopo averlo benedetto, il re di Salem scompare dalla scena senza comparire mai più nei libri del pentateuco. Chi era dunque questo Melchisedec? Inizialmente la città di Gerusalemme era indicata con il nome di Salem, per cui si è portati a pensare che egli fosse il re di Gerusalemme addirittura mille anni prima che diventasse la capitale di Israele durante il regno di Davide. Tuttavia credo sia importante riflettere sul fatto che shâlêm sia in realtà un'aggettivo con i seguenti significati: irreprensibile, completo, del tutto, intero, solo, perfetto, preparato, sicuro, non tagliato, con tutto il cuore, interamente dedicato.
Nello stesso pentateuco infatti il termine ricorre più volte, in contesti che rivelano queste stesse accezioni. Possiamo vedere un esempio tratto dal libro del Deuteronomio:

Deuteronomio 25:15 Terrai pesi esatti (= shâlêm)e giusti, terrai misure esatte e giuste, affinché i tuoi giorni siano prolungati sulla terra che il SIGNORE, il tuo Dio, ti dà.


In questo contesto troviamo la traduzione di "esatto" per rendere l'aggettivo shâlêm. Un peso pieno, esatto, corretto. Tornando al testo iniziale di Genesi quindi, possiamo comprendere come Melchisedec sia presentato potenzialmente come re di Salem (in quanto città) ma anche come re di giustizia, re di pace, di completezza, di perfezione, di interezza. Un re perfetto, completo, giusto ed esatto. Un re speciale e sovrannaturale. 



L'ORDINE DI MELCHISEDEC

Salmo 110 Salmo di Davide.
Il SIGNORE (=YHWH) ha detto 
al mio Signore (= 'âdôn):
«Siedi alla mia destra
finché io abbia fatto dei tuoi nemici lo sgabello dei tuoi piedi».
Il SIGNORE (=YHWH) stenderà da Sion lo scettro del tuo potere.
Domina in mezzo ai tuoi nemici!
Il tuo popolo si offre volenteroso
quando raduni il tuo esercito.
Parata di santità, dal seno dell'alba
la tua gioventù viene a te come rugiada.
Il SIGNORE (=YHWH) ha giurato e non si pentirà:
«Tu sei Sacerdote in eterno,
secondo l'ordine di Melchisedec».
Signore (= 'ădônây), alla tua destra,
schiaccia dei re nel giorno della sua ira,
giudica i popoli,
ammucchia i cadaveri,
stritola la testa ai nemici in un vasto territorio.
Si disseta al torrente lungo il cammino,
e perciò terrà alta la testa.

Per ritrovare il nome di Melchisedec nel panorama biblico, dobbiamo aspettare il Salmo 110. Un salmo la cui paternità è tradizionalmente associata a Davide, e che dal punto di vista ebraico risulta essere particolarmente enigmatico e di difficile comprensione. Le stesse parole di apertura pongono un ostacolo: "Il Signore ha detto al mio Signore". Di chi sta parlando il salmista? I versi successivi si svolgono nella presentazione di questa figura che siede alla destra di YHWH e riceve tutti i suoi nemici come sgabello dei suoi piedi. Mostrano la potenza di Dio, la sua autorità sul popolo e un'incredibile giuramento rivolto al protagonista iniziale:


«Tu sei Sacerdote in eterno,
secondo l'ordine di Melchisedec»

Ancora una volta dal nulla emerge il nome di Melchisedec che viene però ora associato addirittura ad un ordine sacerdotale! L'intero pentateuco non dà alcuna informazione a riguardo di questo "ordine" che viene accennato ma che resta nel più profondo mistero. Il salmo è chiaramente messianico ma presenta degli incredibili elementi di novità. Le azioni e il giuramento infatti rimbalzano tra YHWH e 'ădônây (il nome che veniva sovrapposto al vero nome di Dio, ossia appunto YHWH). Leggendo in questo modo quindi è come se il Signore dicesse al Signore, dicesse a sé stesso! Nella Scrittura infatti nessun uomo può stare alla destra di Dio, nessun uomo ha mai ricevuto o potrà ricevere per giuramento divino un ruolo sacerdotale al di sopra di quello levitico! Nessun uomo, nessun angelo, nessuna creatura. 
Come vedremo più tardi, il salmo si riferisce senza ombra di dubbio al decreto eterno di Dio Padre di conferire a Dio Figlio un sacerdozio eterno, per un'espiazione eterna - ossia fuori dal tempo - rivolta al popolo di Dio. 
Il misterioso Melchisedec, re perfetto, presentato nel libro della Genesi dunque, viene qui ripreso in relazione ad un ordine di sacerdozio non umano associato a Dio stesso. Senza la consapevolezza spirituale della pienezza di Dio nel Padre e nel Figlio, queste scritture non hanno alcun senso. E Gesù lo sapeva molto bene.


L'INSEGNAMENTO DI CRISTO

Il Salmo 110 infatti è citato direttamente da Gesù in un contesto riportato da tutti i Vangeli sinottici:


Il tempio all'epoca di Gesù
Gesù, mentre insegnava nel tempio, disse: «Come mai gli scribi dicono che il Cristo è Figlio di Davide?  Davide stesso disse per lo Spirito Santo: "Il SIGNORE (= kyrios) ha detto al mio Signore(= kyrios): 'Siedi alla mia destra, finché io abbia messo i tuoi nemici sotto i tuoi piedi'". Davide stesso lo chiama Signore; dunque come può essere suo figlio?» E una gran folla lo ascoltava con piacere. Marco 12:35-37 


Essendo i farisei riuniti, Gesù li interrogò, dicendo: 
«Che cosa pensate del Cristo? Di chi è figlio?»  Essi gli risposero: «Di Davide».  Ed egli a loro: «Come mai dunque Davide, ispirato dallo Spirito, lo chiama Signore, dicendo: "Il SIGNORE (= kyrios) ha detto al mio Signore (=kyrios): 'Siedi alla mia destra finché io abbia messo i tuoi nemici sotto i tuoi piedi'"? Se dunque Davide lo chiama Signore, come può essere suo figlio?»  E nessuno poteva replicargli parola; da quel giorno nessuno ardì più interrogarlo. Matteo 22:41-46 

Ed egli disse loro: «Come mai si dice che il Cristo è Figlio di Davide? Poiché Davide stesso, nel libro dei Salmi, dice: "Il SIGNORE (= kyrios) ha detto al mio Signore(= kyrios): 'Siedi alla mia destra, finché io abbia messo i tuoi nemici come sgabello dei tuoi piedi'". Davide dunque lo chiama Signore; come può essere suo figlio?»
Luca 20:41-44 

Gesù nel Tempio di Gerusalemme si rivolge ai farisei e, citando appunto questo salmo, chiede spiegazioni a riguardo di un paradosso per la dottrina ebraica. L'Antico Testamento infatti descrive il Messia come discendente di Davide, ma in questo salmo, Davide stesso descrive il Messia come suo Signore. Come è possibile che un uomo, un suo discendente possa contemporaneamente essere suo Signore? I migliori conoscitori della Tanakh non poterono rispondergli. Perché all'epoca, così come al giorno d'oggi, non vi è alcuna risposta a questo fatto paradossale al di fuori che riconoscere Gesù Cristo come Messia e come Dio. E' degno di nota il fatto che TUTTI gli evangelisti riportano nei rispettivi Vangeli la citazione del Salmo 110 usando per ogni ricorrenza del termine "Signore", lo stesso identico termine. Laddove in ebraico vi era una piccola sfumatura differente, il greco evangelico prende una chiara e netta posizione nel riconoscere in Dio il soggetto unico della citazione. Il Signore ha detto al mio Signore, ossia DIO ha detto al mio DIO. Una conversazione, un patto, un giuramento che coinvolge senza alcuna possibilità di errore le due Persone della divinità. Non due dèi ma un unico Dio in tre Persone, due delle quali si accordano promulgando decreto eterno.

I farisei da quel giorno non ardirono più interrogarlo per paura. La conoscenza sovrannaturale è infinitamente più alta della conoscenza religiosa e umana, tanto più alta da atterrire coloro che non la conoscono. La conoscenza di Dio tura la bocca a tutti coloro che si reputano dottori della legge, dottori della Parola unicamente per la propria vanagloria, per il proprio tornaconto o per il proprio potere religioso. La verità, è che non vi è alcuna conoscenza al di fuori della conoscenza di Dio. Non vi è alcuna sapienza al di fuori della sapienza di Dio. 

1Corinzi 1:20 Dov'è il sapiente? Dov'è lo scriba? Dov'è il contestatore di questo secolo? Non ha forse Dio reso pazza la sapienza di questo mondo?
[...]
Tuttavia, a quelli tra di voi che sono maturi esponiamo una sapienza, però non una sapienza di questo mondo né dei dominatori di questo mondo, i quali stanno per essere annientati; ma esponiamo la sapienza di Dio misteriosa e nascosta, che Dio aveva prima dei secoli predestinata a nostra gloria e che nessuno dei dominatori di questo mondo ha conosciuta; perché, se l'avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria.
1Corinzi 2:6-8 

La sapienza di Dio è stata nascosta e predestinata a gloria di coloro che hanno conosciuto il Signore. Chi non lo ha conosciuto come vero uomo e vero Dio, tale quale è, può solo inseguire i propri ragionamenti umani senza afferrare mai la verità. Il Vangelo di Marco testimonia che una gran folla ascoltava con piacere Gesù, mentre molti altri non osavano più interrogarlo per paura della sua sapienza. Così è anche al giorno d'oggi. La vera Chiesa - invisibile e conosciuta da Dio - riconosce la voce del buon Pastore e lo ascolta con piacere. Ma tanto nel mondo quando nella Chiesa visibile, molte sono anche le persone che anziché convertirsi si allontanano da Cristo per paura di riconoscersi vuoti e in errore. Una dottrina non potrà mai essere il fondamento della fede, perché il fondamento della fede è Cristo. Lo scopo delle Scritture è  testimoniare di Lui, lo scopo dello Spirito Santo è quello di glorificarlo. Egli è la sapienza di Dio, che rende pazza e insensata la sapienza di questo mondo.


IL GARANTE DI UN PATTO MIGLIORE

Benché fosse Figlio, imparò l'ubbidienza dalle cose che soffrì; e, reso perfetto, divenne per tutti quelli che gli ubbidiscono, autore di salvezza eterna, essendo da Dio proclamato sommo sacerdote secondo l'ordine di Melchisedec. Ebrei 5:8-10 
Rappresentazione di un sacerdote
del vecchio patto
[...]
Questo Melchisedec, re di Salem, era sacerdote del Dio altissimo. Egli andò incontro ad Abraamo, mentre questi ritornava dopo aver sconfitto dei re, e lo benedisse. E Abraamo diede a lui la decima di ogni cosa. Egli è anzitutto, traducendo il suo nome, Re di giustizia; e poi anche re di Salem, vale a dire Re di pace. È senza padre, senza madre, senza genealogia, senza inizio di giorni né fin di vita, simile quindi al Figlio di Dio. Questo Melchisedec rimane sacerdote in eterno. Ebrei 7:1-3 
[...]
Ebrei 7:22 Ne consegue che Gesù è divenuto garante di un patto migliore del primo.

La Lettera agli Ebrei è il libro neotestamentario che spiega meglio il significato delle pratiche del culto ebraico alla luce della rivelazione di Cristo. Anche per questo tema, la lettera non aggira l'argomento del sacerdozio di Melchisedec ma anzi, al contrario, lo affronta per la prima volta nelle Scritture in un modo chiaro e completo. Egli è Gesù Cristo che, reso perfetto, è stato proclamato da Dio come sommo sacerdote secondo quest'ordine profetizzato dal Salmo 110.  Melchisedec stesso quindi, senza padre, madre o genealogia, senza inizio di giorni né fin di vita è in realtà il Figlio di Dio. Questa è la rivelazione spirituale che apre la chiave di comprensione di Genesi 14, del Salmo 110 e dello stesso insegnamento di Cristo che anche ai giorni d'oggi rimane coperto da un velo per tante persone. Questa è la sapienza di Dio, sapienza che esponiamo a coloro che sono maturi nella fede, una sapienza che nessuno tra i dominatori di questo mondo ha conosciuto. Una sapienza che per il mondo è pazzia ma per coloro che sono chiamati è la potenza stessa del Signore.

domenica 6 ottobre 2013

Giosuè e il capo dell'esercito del Signore

Mentre Giosuè era presso Gerico, egli alzò gli occhi, guardò, ed ecco un uomo in piedi che gli stava davanti, tenendo in mano la spada sguainata. Giosuè andò verso di lui, e gli disse: «Sei tu dei nostri, o dei nostri nemici?» E quello rispose: «No, io sono il capo dell'esercito del SIGNORE; arrivo adesso». Allora Giosuè cadde con la faccia a terra, si prostrò e gli disse: «Che cosa vuol dire il mio Signore al suo servo?». Il capo dell'esercito del SIGNORE disse a Giosuè: «Togliti i calzari dai piedi; perché il luogo dove stai è santo». E Giosuè fece così. Giosuè 5:13-15 

Il nome Giosuè deriva dall'ebraico Yěhōshūa῾, che significa "Yahweh è salvezza". L'abbreviazione di questo nome è Yēshūa῾. 
Giosuè rappresenta un'importante leader del popolo di Israele, colui che prese il posto di Mosè per volontà diretta di Dio con lo scopo di entrare finalmente nella terra promessa (Giosuè 1). Dopo aver attraversato il fiume Giordano con tutto il popolo, egli circoncise tutta la nuova generazione e festeggiò la pasqua nelle pianure di Gerico, ubbidendo in tutto e per tutto alla voce del Signore. Il brano in apertura si colloca in questo contesto, con Israele alle porte della prima grande città da conquistare. 
Ad un certo punto, Giosuè vede un uomo che non riconosce. Ha una spada sguainata ed un aspetto minaccioso. Si avvicina e gli intima di identificarsi. 
Questo misterioso individuo si identifica come "capo dell'esercito del Signore".


Il primo indizio

Appena Giosuè sente queste parole, si butta a terra e si prostra. Il verbo ebraico utilizzato per rendere questa parola è shachah (שָׁחָה) e rappresenta un primo indizio importante per capire l'identità di questa figura così misteriosa. Vediamo di seguito infatti alcuni contesti nel libro della Genesi in cui troviamo tale termine:  

Abraamo alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano davanti a lui. Come li ebbe visti, corse loro incontro dall'ingresso della tenda, si prostrò fino a terra e disse: «Ti prego, mio Signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passar oltre senza fermarti dal tuo servo!» Genesi 18:2-3

I due angeli giunsero a Sodoma verso sera. Lot stava seduto alla porta di Sodoma; come li vide, si alzò per andar loro incontro, si prostrò con la faccia a terra [...] Genesi 19:1 

Allora Abraamo disse ai suoi servi: «Rimanete qui con l'asino; io e il ragazzo andremo fin là e adoreremo; poi torneremo da voi». Genesi 22:5 

Allora l'uomo s'inchinò, adorò il SIGNORE, e disse [...] Genesi 24:26 

Sebbene il verbo venga anche utilizzato in altri contesti in relazione ad un prostrarsi davanti al popolo, è di grande importanza l'accezione che possiamo constatare dai passaggi presi a titolo di esempio, dove è stata evidenziata la parola che traduce il termine shachah. Come possiamo vedere infatti, il significato di questa parola varia dal comune significato di "abbassarsi" e "prostrarsi" al ricco senso teologico di "prostrarsi per adorare Dio". Addirittura infatti nelle ultime due referenze il termine viene tradotto in italiano proprio con il verbo "adorare", e nelle prime due il termine è legato a delle chiare ed evidenti teofanie, ossia "manifestazioni di Dio in forma sensibile".
Questo indizio punta quindi ad identificare fin da subito questo "capo dell'esercito del Signore" come una vera e propria manifestazione di Dio.

Il secondo indizio

Dopo essersi prostrato per adorare, Giosuè domanda: «Che cosa vuol dire il mio Signore al suo servo?» La traduzione italiana mette in maiuscolo la lettera iniziale della parola "Signore" perché in effetti si riferisce al termine originale 'adon molto vicino all''ădônây utilizzato così frequentemente dagli ebrei per sostituire il nome sacro di Dio: YHWH. Anche in questo caso si tratta di una parola che viene utilizzata in relazione agli uomini, ma in alcuni casi anche in relazione a Dio. Ed è di particolare interesse che una di queste volte sia contemplata poco prima nello stesso libro di Giosuè:

E non appena i sacerdoti che portano l'arca di DIO, Signore di tutta la terra, avranno posato le piante dei piedi nelle acque del Giordano, le acque del Giordano, quelle che scendono dalla parte superiore, saranno tagliate e si fermeranno in un mucchio». Giosuè 3:13 

Nel testo, Giosuè dà indicazioni al popolo per attraversare il fiume Giordano e parla dell'arca di YHWH 'adown di tutta la terra. Ed ecco che dopo pochissimo ritroviamo questo termine sempre utilizzato da lui proprio nel contesto di cui stiamo parlando, quando al capo dell'esercito del Signore chiede: «Che cosa vuol dire il mio 'adown al suo servo?» Questo secondo indizio testuale convalida l'ipotesi del primo, e porta ad identificare questa misteriosa figura con Dio stesso.


Ed ora??

A questo punto, il capo dell'esercito del Signore risponde a Giosuè: «Togliti i calzari dai piedi; perché il luogo dove stai è santo», frase che ricorda il famoso passo del pruno ardente in cui Mosè incontra Dio per la prima volta. Anche allora..

Dio disse: «Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro». Esodo 3:5 

Tuttavia, nel nostro brano, dopo che Giosuè ubbidisce e si toglie i calzari, il capitolo si conclude lasciando un non-senso nel testo. Che scopo ha avuto questa visita del capo dell'esercito del Signore? Possibile che gli abbia detto solo di togliere i calzari? Sappiamo che l'indicazione dei capitoli e dei versetti ai testi biblici è stata un'aggiunta di molto posteriore alla loro redazione, da ricondurre all'epoca medioevale. Credo che in questo caso siamo di fronte alla peggior divisione dei capitoli nell'intero Antico Testamento. Senza unire questo brano a quello seguente infatti, il testo di così grande importanza teologica viene svuotato dal suo significato e abbandonato all'incomprensione.
Il capitolo sei infatti si apre con una breve digressione, per ricordare lo stato della narrazione:

Gerico era ben chiusa e barricata per paura dei figli d'Israele; nessuno ne usciva e nessuno vi entrava. Giosuè 6:1 

Dopo di che però, la narrazione continua manifestando il significato della visitazione di Dio!

E il SIGNORE disse a Giosuè: «Vedi, io do in tua mano Gerico, il suo re, i suoi prodi guerrieri. Voi tutti dunque, uomini di guerra, marciate intorno alla città, facendone il giro una volta. Così farai per sei giorni; e sette sacerdoti porteranno davanti all'arca sette trombe squillanti; il settimo giorno farete il giro della città sette volte, e i sacerdoti soneranno le trombe. E avverrà che, quand'essi soneranno a distesa il corno squillante e voi udrete il suono delle trombe, tutto il popolo lancerà un gran grido, e le mura della città crolleranno, e il popolo salirà, ciascuno diritto davanti a sé». 
Giosuè 6:2-5 



Colui che finalmente è palesato dal testo come Dio stesso, ha fatto visita a Giosuè per un motivo di enorme importanza: dare l'indicazione di come conquistare Gerico! Israele aveva vagato per decenni nel deserto, di certo non aveva un esercito ben addestrato ed efficiente. Ben sapendo questa situazione, il Signore volle mostrare ancora una volta la Sua mano potente dietro all'ubbidienza del popolo scelto, intervenendo in modo sovrannaturale con la distruzione delle mura della città. Ecco quindi il pieno senso della visitazione di Dio sotto forma di capo dell'esercito. La risposta divina a quello di cui Israele aveva un assoluto bisogno in quel momento: una strategia e una guida militare. Dopo aver istruito Giosuè, egli ubbidì anche in questa occasione e ancora una volta il Signore operò in modo sovrannaturale garantendo a Israele la vittoria. Una vittoria suggerita in un modo assolutamente unico e garantita da una strategia altrettanto esclusiva.
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