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domenica 24 marzo 2019

La parola di Cristo















INTRODUZIONE

Se consideriamo la totalità del messaggio biblico, approfondendone la teologia, una delle prime cose che noteremo è la continua comunicazione e interazione tra Dio e l'uomo. Dio crea (e lo fa parlando!), ordina, dà uno scopo a ogni aspetto del creato, parla intimamente con l'uomo e, nonostante la sua disobbedienza, non cessa mai di avere un'influenza su coloro che lo cercano personalmente e di intervenire nella storia per promuovere attivamente la sua volontà. Certo, ci sono momenti di silenzio e apparente assenza, ma anche in queste situazioni c'è sempre qualche protagonista biblico che vive in una feconda relazione con il proprio creatore e che, nel momento della necessità, interviene in favore della sua famiglia, tribù, popolo, nazione. Un comune denominatore teologico di queste migliaia di anni, decine di autori e svariate storie bibliche dunque, non può che essere la comunicazione di Dio. Dio ha comunicato con la creazione (il fatto che quel che è attorno a noi esiste, è già di per sé comunicazione!), ha comunicato con la Torah (stabilendo un patto e delle indicazioni di vita per il suo popolo Israele), ha comunicato attraverso i profeti veterotestamentari (quando l'interpretazione della Torah diventava vuota, slegata da un coinvolgimento personale e sociale attivo) ha comunicato in modo definitivo con la vita, la morte e risurrezione di suo Figlio Gesù (riportando la comunicazione a tutti i popoli e tutte le nazioni) e ha comunicato attraverso la Bibbia: una raccolta di testi ispirati dallo Spirito Santo e raccolti nell'Antico Patto, precedente a Cristo, e nel Nuovo Patto. La malattia e la sofferenza maggiore per l'uomo è, ed è sempre stata, la solitudine. Sapendolo molto bene, il nostro creatore si è quindi premurato da sempre di dire a noi, sue creature: non siete soli!

In questa cornice complessiva, oggi considereremo un'importante frase che l'Apostolo Paolo scrisse ai credenti di Roma in un momento particolare della sua vita e del suo ministero. Dobbiamo considerare infatti che la Lettera ai Romani costituisce l'opera massima dell'apostolo Paolo: una lettera scritta ad una comunità non fondata da lui, alla fine di una fase cruciale della sua opera missionaria (probabilmente nell'inverno tra il 57 e il 58), con il chiaro intento di esporre e difendere la propria matura comprensione dell'evangelo così come lo aveva proclamato fino a quel momento e come sperava di poterlo presentare fino alle estremità della terra, in Spagna. Questa lettera è la meno condizionata dal fluire del discorso e del colloquio di Paolo con le sue chiese, e per questo è considerata la più adatta per una comprensione completa del suo insegnamento slegato da incombenze e problemi comunitari specifici. Da questa lettera trarremo l'insegnamento da comprendere quest'oggi, per realizzare quanto Dio non solo comunichi ma quanto voglia comunicare con ciascuno di noi.

IL CUORE DEL MESSAGGIO

Dopo l'introduzione, la Lettera ai Romani procede affrontando una serie di argomenti che possiamo considerare come la sistematizzazione del messaggio evangelico e apostolico. Troviamo un primo discorso dottrinale sulla giustificazione (1:18-4:25), un secondo discorso sulla vita cristiana (5:1-8:39) e un terzo discorso sul rapporto tra i giudei e il vangelo (9:1-11:36). Sappiamo infatti che vi era una certa tensione tra coloro che avevano riconosciuto Gesù come Messia e coloro invece che, pur appartenendo al popolo ebraico, non lo avevano fatto. Nello specifico, l'editto di Claudio che espulse i giudei da Roma divise le chiese della capitale, vedendo esiliati i credenti di origine ebraica. Quando l'ordinanza cessò e i giudeocristiani tornarono le loro cariche erano state ricoperte da nuovi fratelli di origine gentile: come accoglierli e come trovare un nuovo equilibrio sociale ed ecclesiale in queste comunità? Paolo scrive anche per questo, ma lo fa considerando la tensione nel suo insieme, in modo globale e approfondito al tempo stesso.

Da questo spunto Paolo esprime il suo desiderio per tutti i connazionali, ossia che riconoscano il Cristo, e la sua preoccupazione per ogni situazione in cui questo non avviene. Egli riconosce che i giudei hanno zelo per Dio, ma senza conoscenza della necessità di una giustizia che non può essere la propria: ogni giustizia umana infatti è imperfetta e inadatta davanti a Dio. Per questo motivo Cristo è morto e risorto, per adempiere la giustizia divina e poter essere invocato per fede da tutti: tanto dai giudei quanto dai greci (tutti coloro che non sono di origine ebraica). Dopo questa considerazione, l'Apostolo sottolinea la necessità di predicare il messaggio di Dio in Cristo ma conferma anche che questo compito si stava adempiendo regolarmente. E in questa situazione, proprio come profetizzato da Isaia (cfr. 53:1), non tutti avevano ascoltato attivamente e ubbidito alla buona notizia.


“Così la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo.” 
Romani 10:17


Ecco quindi che la parola, la comunicazione di Dio, era stata data – così come è data anche al giorno d'oggi – e aveva raggiunto nel corso del tempo persone di ogni estrazione. Ma alcuni avevano udito senza ascoltare, avevano rinnegato la potenza del messaggio, erano stati incapaci di riconoscere la pienezza del suo contenuto.


Da tutto questo possiamo comprendere molto della dinamica comunicativa tra Dio e l'uomo (ciascuno di noi!) e scoprire come Dio sta parlando a noi, ma se non lo stiamo sentendo....è perché ascoltiamo altrove, con altre priorità e con scarsa concentrazione. Al fulcro di tutto questo, poi, troviamo la fede: l'asse attorno al quale ruota la nostra relazione personale con Dio.


Per prima cosa dobbiamo considerare la direzione dell'ascolto. I giudei sapevano quello che Gesù aveva detto e fatto e quello che gli apostoli proclamavano, ma molti non lo (ri)conoscevano. Avevano udito, ma senza ascoltare. C'è una grande differenza tra questi due verbi. Tutti noi siamo bombardati ogni giorno da migliaia di informazioni e migliaia di scelte – piccole e grandi – che dobbiamo fare. Naturalmente non possiamo prestare la giusta attenzione a ogni situazione, e in automatico il nostro cervello fa una selezione di quelle che inconsciamente ritiene essere degne della nostra attenzione consapevole. A volte però qualcosa ci sfugge, e lo trattiamo con superficialità. Ecco: la comunicazione di Dio è degna di tutta la nostra attenzione. Non dobbiamo solo udire: dobbiamo ascoltare. Ascoltare cosa? Ascoltare il Vangelo e la sua predicazione: il motivo per cui ci sentiamo soli e separati da Dio e il modo che egli ha trovato per ristabilire invece una nuova relazione, comunione e comunicazione nella croce di Cristo. Dobbiamo scegliere di ascoltare il messaggio di Dio e per farlo dobbiamo distogliere la nostra attenzione da altri messaggi.


In secondo luogo è necessario comprendere la potenza della comunicazione di Dio (il Vangelo). Quel che riceviamo dalla parola di Dio infatti non è solo un messaggio di servizio, ma è il mezzo attraverso cui la sua potenza viene liberata. Attraverso la parola di Dio sono stati creati i mondi (cfr. Gn 1; Eb 11) e attraverso la stessa parola possiamo ricevere la sua potenza per la nostra salvezza. Per fede. La stessa potenza che ha creato ogni cosa attorno a noi è disponibile per risanare le nostre ferite, colmare le nostre debolezze e superare le nostre limitatezze. Ascoltarlo, comprenderlo e viverlo è però nostra responsabilità. Se non si prova a mettere in pratica una determinata azione non si può mai sapere quale può essere il suo risultato. Ecco, guardando attorno a noi possiamo vedere la potenza di Dio nella salvezza e pienezza di vita presente nella sua Chiesa, e unirci nel vivere questo stesso messaggio credendo ad esso con la nostra mente, con la nostra confessione e con la nostra adesione quotidiana.


Naturalmente, come accennato in precedenza, questi aspetti coinvolgono una concentrazione e un ascolto attivo. Questo non deve sembrare qualcosa di troppo difficile: non stiamo parlando di una lezione universitaria! Riguarda invece soprattutto un'attitudine del nostro cuore. Noi siamo naturalmente inclini a essere concentrati nei riguardi di ciò che riteniamo importante o di ciò che ci piace molto. Ecco, questa è la chiave di tutto. Basta considerare inizialmente quello che sono le parole di Gesù e il senso del suo sacrificio per esserne affascinati. Come si può non esserlo?! Lasciamoci affascinare da Gesù e, senza che neanche ce ne rendiamo conto, la nostra attenzione aumenterà nei suoi confronti (distogliendosi dalle altre voci), comprenderà il peso delle sue parole (crescendo la fede dentro di noi) e ci porterà con una naturalezza sovrannaturale a seguire le sue orme. Per la sua gloria.

CONCLUSIONE

La tesi di fondo della Lettera ai Romani è presentata sin dal suo inizio (1:16) e riguarda il fatto che il giusto per la sua fede vivrà. Ma questa fede ha un'origine e la sua origine è l'ascolto della parola di Cristo. Questo ascolto nasce a volte in modo inconsapevole, ma il fascino delle parole del Signore genera interesse, attenzione e potenza. Sì, possiamo rigettare tutto questo come fecero i giudei del I secolo che si distanziarono da Cristo, ma la volontà di Dio è invece che troviamo in lui una comunione che ci allontani dalla nostra solitudine. Una vita che ci allontani dalla nostra morte. Un messaggio che ci allontani dalla cacofonia che ci circonda e che in ultima analisi non è altro che un assordante silenzio. L'esortazione che Dio ci rivolge oggi, dunque, è di tornare a Cristo. Tornare al suo ascolto. Tornare alla sua vita. Tornare alla potenza della sua parola.

lunedì 20 giugno 2016

L'ultimo viaggio a Gerusalemme

Badate a voi stessi! Vi consegneranno ai tribunali, sarete battuti nelle sinagoghe, sarete fatti comparire davanti a governatori e re, per causa mia, affinché ciò serva loro di testimonianza. E prima bisogna che il vangelo sia predicato fra tutte le genti.
Marco 13:9,10 

INTRODUZIONE

Il Vangelo secondo Luca e il libro degli Atti degli Apostoli sono considerati dalla maggior parte degli esegeti come opere che formano una vera e propria unità1. Entrambi i testi hanno un carattere narrativo, presentando l'azione di Gesù e di alcune comunità della prima generazione cristiana come capitoli di un'unica storia, per cui la seconda parte inizia col riassumere quanto detto nella prima come base per la continuazione del racconto2. ll Vangelo inizia a descrivere l'annuncio della nascita di Gesù in Galilea, continua nella sua narrazione in Giudea per arrivare al fulcro del racconto della passione di Cristo avvenuta a Gerusalemme. Il libro degli Atti prosegue invertendo la direzione: i discepoli si riuniscono per Pentecoste a Gerusalemme, iniziano qui la testimonianza ma presto raggiungono il resto della Giudea, i popoli limitrofi ed infine "l'estremità della terra", rappresentata da Roma. Il cuore di entrambi risiede nella morte e risurrezione di Gesù Cristo a Gerusalemme: tutto il Vangelo conduce a questo momento e l'intero libro degli Atti racconta gli avvenimenti che hanno avuto luogo grazie a questo evento. 

La struttura fondamentale degli Atti degli Apostoli è delineata in due blocchi principali: il primo costituito dai capp. 1-12, nei quali troviamo la formazione ed il consolidamento della chiesa di Gerusalemme sotto la guida di Pietro, Giovanni e Giacomo, ed il secondo blocco delimitato dai capitoli 13-28, dove viene raccontata l'attività di Paolo3. Questa seconda parte è, a sua volta, suddivisa a livello letterario in tre sezioni: 

- la prima con il primo viaggio missionario di Paolo e Barnaba (13:1-15:35),
- la seconda con la grande missione di Paolo in tutto l'Oriente, culminante ad Efeso (15:36-19:22),
- la terza (19:23-28:31) con Paolo incatenato prima "in Spirito" nel viaggio da Efeso fino a Gerusalemme, e poi materialmente nel viaggio verso Roma4.   

Il secondo ed il terzo viaggio missionario, quindi, sono descritti senza soluzione di continuità. All'inizio del secondo viaggio troviamo il desiderio di Paolo di andare ad Efeso, un desiderio impedito momentaneamente da parte dello Spirito Santo (16:6). Per questo motivo l'apostolo diresse altrove i suoi passi in ubbidienza a Dio, continuando a svolgere il suo ministero fondando le chiese di Filippi, Tessalonica e Corinto. Solo dopo questi successi egli potè raggiungere finalmente la capitale della provincia romana d'Asia, portando anche qui la testimonianza del Vangelo ed istruendo meglio i discepoli già presenti. Successivamente il testo esplicita il desiderio di Paolo di andare a Gerusalemme, passando per la Macedonia e per l'Acaia. «Dopo essere stato là», diceva, «bisogna che io veda anche Roma». Durante questo ultimo viaggio verso Gerusalemme, l'apostolo tornò a confortare i fratelli in Grecia e in Macedonia. Tuttavia, è proprio qui che possiamo intravedere i primi segni di preoccupazione, che da lì a poco sarebbero stati descritti come la consapevolezza che stavano per attenderlo catene e tribolazioni. Dalla Macedonia giunse in Grecia, e dalla Grecia giunse a Troas.

Il primo giorno della settimana, mentre eravamo riuniti per spezzare il pane, Paolo, dovendo partire il giorno seguente, parlava ai discepoli, e prolungò il discorso fino a mezzanotte. Nella sala di sopra, dov'eravamo riuniti, c'erano molte lampade; un giovane di nome Eutico, che stava seduto sul davanzale della finestra, fu colto da un sonno profondo, poiché Paolo tirava in lungo il suo dire; egli, sopraffatto dal sonno, precipitò giù dal terzo piano, e venne raccolto morto. Ma Paolo scese, si gettò su di lui e, abbracciatolo, disse: «Non vi turbate, perché la sua anima è in lui». Poi risalì, spezzò il pane e prese cibo; e dopo aver ragionato lungamente sino all'alba, partì. Il giovane fu ricondotto vivo, ed essi ne furono oltremodo consolati. 
Atti 20:7-12 

Dal testo capiamo che questa lunghezza di esposizione non era la normalità, e che l'apostolo si era prolungato più del solito. Interpretando questo dato alla luce del contesto precedente e successivo, non possiamo evitare di comprenderlo come un'urgente necessità di istruire questi discepoli nel modo più completo possibile, intuendo che probabilmente non avrebbe più avuto alcuna altra occasione per farlo. Persino la morte del giovane Eutico perde la sua drammaticità a causa della risurrezione avvenuta in modo miracoloso per mezzo di Paolo, in modo simile a quanto accaduto grazie al profeta Eliseo nell'Antico Testamento (2 Re 4:34). Dopo quest'opera potente, Paolo rimase con questi fratelli, ragionando lungamente sino all'alba. Non conosciamo l'argomento di questi ragionamenti, ma possiamo immaginarlo sulla base di un "ultimo discorso" che l'apostolo avrebbe fatto da lì a breve. All'alba, infatti, Paolo si diresse ad Asso, poi a Mitilene, a Samo e a Mileto. Per non perdere tempo ed arrivare in fretta a Gerusalemme, egli mandò a chiamare gli anziani della chiesa di Efeso (20:17), che arrivarono proprio a Mileto per ascoltare l'ultimo discorso dell'apostolo. Un discorso di congedo dai responsabili della chiesa di Efeso, che prende però il sapore di un congedo molto più generale, un ultimo discorso esteso a tutte le comunità che aveva portato alla luce in questi anni così intensi. 

L'ULTIMO DISCORSO


















Quando giunsero da lui, disse loro:
«Voi sapete in quale maniera, dal primo giorno che giunsi in Asia, mi sono sempre comportato con voi, servendo il Signore con ogni umiltà, e con lacrime, tra le prove venutemi dalle insidie dei Giudei; e come non vi ho nascosto nessuna delle cose che vi erano utili, e ve le ho annunciate e insegnate in pubblico e nelle vostre case, e ho avvertito solennemente Giudei e Greci di ravvedersi davanti a Dio e di credere nel Signore nostro Gesù Cristo.

Ed ecco che ora, legato dallo Spirito, vado a Gerusalemme, senza sapere le cose che là mi accadranno. So soltanto che lo Spirito Santo in ogni città mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni. Ma non faccio nessun conto della mia vita, come se mi fosse preziosa, pur di condurre a termine la mia corsa e il servizio affidatomi dal Signore Gesù, cioè di testimoniare del vangelo della grazia di Dio. E ora, ecco, io so che voi tutti fra i quali sono passato predicando il regno, non vedrete più la mia faccia. Perciò io dichiaro quest'oggi di essere puro del sangue di tutti; perché non mi sono tirato indietro dall'annunciarvi tutto il consiglio di Dio. Badate a voi stessi e a tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti vescovi, per pascere la chiesa di Dio, che egli ha acquistata con il proprio sangue. Io so che dopo la mia partenza si introdurranno fra di voi lupi rapaci, i quali non risparmieranno il gregge; e anche tra voi stessi sorgeranno uomini che insegneranno cose perverse per trascinarsi dietro i discepoli. Perciò vegliate, ricordandovi che per tre anni, notte e giorno, non ho cessato di ammonire ciascuno con lacrime. E ora, vi affido a Dio e alla Parola della sua grazia, la quale può edificarvi e darvi l'eredità di tutti i santificati. Non ho desiderato né l'argento, né l'oro, né i vestiti di nessuno. Voi stessi sapete che queste mani hanno provveduto ai bisogni miei e di coloro che erano con me. In ogni cosa vi ho mostrato che bisogna venire in aiuto ai deboli lavorando così, e ricordarsi delle parole del Signore Gesù, il quale disse egli stesso: "Vi è più gioia nel dare che nel ricevere"».
Atti 20:18-35

Come abbiamo visto precedentemente, il desiderio dell'apostolo Paolo è stato sin dall'inizio della sua missione quello di arrivare in Asia. Dopo lunghi viaggi e qualche impedimento, egli ha potuto finalmente raggiungere questa regione, continuando il proprio ministero esattamente come aveva fatto negli altri luoghi raggiunti in precedenza. Paolo ha potuto servire il Signore in Asia con umiltà e con lacrime, in mezzo a problemi giunti tanto da parte dei Giudei quanto da parte dei Greci. Ma proprio in queste difficoltà, nel mezzo delle "spine", il seme della parola di Dio ha potuto crescere nel cuore di numerosi discepoli, arrivando a portare molto frutto (Mt. 13:23). Velocemente però, è sopraggiunto un tempo nuovo: il tempo di una nuova sfida. Egli sapeva di dover raggiungere Gerusalemme, e sapeva che il Signore lo voleva portare fino a Roma per rendere la sua testimonianza nel cuore dell'Impero romano, la città che poteva garantire il più forte eco del mondo intero. Per questo motivo quindi, nel mezzo di un veloce rientro verso il luogo da cui tutto era iniziato, egli ha dovuto salutare un ultima volta molte persone care al suo cuore. Molti discepoli di Gesù che aveva contribuito a evangelizzare, ad istruire, a curare teneramente e a sostenere in quello che era diventato il loro ministero. Questo discorso non è freddo e nozionistico: è un vero e proprio discorso pastorale. C'è un forte coinvolgimento emotivo, un forte sentimento di protezione, di amore paterno. Paolo aveva annunciato ed insegnato in pubblico e in privato, in tempo e fuori di tempo, probabilmente già con la consapevolezza che ogni giorno era prezioso in quanto presto sarebbe dovuto andare via. Ed il giorno dell'addio definitivo, era infine arrivato. Il fulcro di tutto il discorso, l'argomentazione che viene più volte ripetuta anche se con parole diverse, è proprio quella di aver istruito questi fratelli in modo completo. Paolo non si era risparmiato nel suo lavoro, e non aveva neanche tenuto per sé degli insegnamenti segreti, come sarebbe arrivato a dire il secolo successivo il maestro gnostico Valentino. No, Paolo sapeva che la responsabilità affidatagli da Dio era proprio quella di istruire in modo perfetto gli altri discepoli, in modo che potessero continuare a garantire che la chiesa rimanesse colonna e il sostegno della verità (1 Tim. 3:15). Tutta la concentrazione dell'apostolo era volta ad un unico scopo: condurre a termine la sua corsa e il servizio affidatogli dal Signore Gesù. E in questo servizio, reso con eccellenza, egli ha potuto ribadire il fatto di aver annunciato tutto il consiglio di Dio, non solo una parte, e di essere per questo motivo puro del sangue di tutti. Questo è un importante insegnamento per ogni cristiano, un'importante esortazione alla perseveranza nel proprio servizio senza risparmiarsi, ma al contrario donandosi completamente per il prossimo. Ci possono essere molti momenti difficili nei quali può serpenteggiare nelle nostre menti il pensiero di tirarci indietro. Ma lo Spirito di Dio in noi è uno Spirito di forza, amore e autocontrollo (2 Tim. 1:7), e viene in soccorso alla nostra debolezza rafforzando la nostra mano sull'aratro (Lc. 9:62). Paolo esorta gli anziani a badare a loro stessi. Questa infatti è la prima responsabilità di ogni cristiano. Prima di badare alla propria comunità, prima di badare alla propria famiglia, c'è la responsabilità di badare a sé stessi. Senza una disciplina nella propria vita di fede, nel proprio studio, nella propria devozione personale, sopraggiunge infatti una debolezza che non permette di essere d'aiuto per nessuno. No, il primo impegno, è senza dubbio quello di badare a noi stessi. Nessun uomo può essere più grande del tempo che spende in preghiera, né può avere più autorità di quella ricevuta nel tempo passato in comunione con il Signore. Solo quando la voce del Signore è chiara in noi, più forte della nostra stessa voce, possiamo infatti servire al meglio la nostra famiglia e la nostra chiesa. Dopo aver badato a sé stessi infatti, Paolo esorta questi anziani a badare al gregge che gli è stato affidato dallo Spirito Santo. Egli non afferma di averlo affidato loro in prima persona, ma che lo Spirito Santo lo aveva fatto. Nella chiesa ci deve essere un ordine costituito da Dio, ci sono persone alle quali viene affidata la conduzione di una comunità, ma più importante di ogni cerimonia, resta la volontà e la chiamata dello Spirito Santo. Forse se ci fosse più ascolto della voce del Signore si potrebbero risparmiare molte sofferenze alle chiese nel mondo. La responsabilità degli anziani è quella di pascere il gregge, ossia di prendersi cura dei credenti con la predicazione della parola di Dio, con la cura pastorale e il discepolato. Ma una delle loro responsabilità è anche quella di preservare i fratelli dalle false dottrine. Paolo sapeva che sarebbero arrivati falsi maestri che avrebbero fatto di tutto pur di prendere per sé dei discepoli nella chiesa. Ed è per questo che esorta ad una speciale vigilanza. Una vigilanza che tuttavia deve essere sempre garantita dai responsabili delle comunità, perchè purtroppo problemi di questo tipo non sono mai venuti a mancare dall'età apostolica in poi. Ogni ministro di Dio deve rendere conto di tutta la formazione che ha ricevuto per rendere onore al Signore con il proprio servizio. Per tre anni Paolo aveva ammonito gli efesini con lacrime, giorno e notte, ed è questo lavoro sofferente che gli anziani dovevano a questo punto onorare con una condotta irreprensibile. Alla fine del discorso, l'apostolo affida questi ministri alla grazia di Dio e alla sua Parola, sicuramente confidando nel fatto che colui che aveva iniziato un'opera buona in loro la avrebbe anche portata a compimento (Fil. 1:6). I sacrifici di Paolo, che non aveva neanche chiesto alcun sostegno economico per non essere di impedimento al Vangelo, da questo momento sarebbero stati rilasciati nelle vite di queste persone, moltiplicandosi attraverso i loro ministeri, secondo il proposito di Dio. Una nuova generazione di cristiani stava per iniziare a correre la propria corsa, combattere con impegno il proprio combattimento, con lo scopo di raggiungere alla fine il traguardo prefissato, conservando con gioia la propria fede.

CONSIDERAZIONI FINALI

La notte seguente, il Signore si presentò a Paolo e gli disse: «Fatti coraggio; perché come hai reso testimonianza di me a Gerusalemme, così bisogna che tu la renda anche a Roma».
Atti 23:11 
Dopo questo discorso, Paolo arriverà a Gerusalemme. Sarà catturato nel Tempio, con l'accusa di avervi introdotto un Greco (Atti 21:28).  Appellandosi a Cesare egli sarà condotto in catene a Roma, dove continuerà a proclamare il regno di Dio e insegnare le cose relative al Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento, anche se agli arresti domiciliari. Il suo discorso agli anziani di Efeso però, raccolto dall'autore degli Atti, entrerà in questo libro biblico, raggiungendo in tal modo tutti i cristiani delle generazioni successive. L'ultimo viaggio a Gerusalemme è stato senza dubbio un viaggio sofferto per Paolo, accompagnato dalla consapevolezza di una prigionia imminente ma senza alcuna certezza precisa a riguardo. Questa situazione può essere comune anche a tanti di noi, in momenti della vita che sembrano prigionieri nell'occhio di un ciclone, alla vigilia di una imminente prova o difficoltà. La condotta di Paolo però rimane di incoraggiamento anche in questa situazione. La cosa più importante è servire il Signore al meglio della nostra possibilità, senza risparmiarci. Conservandoci "puri dal sangue di ogni persona" per aver esposto con amore e completezza tutto il consiglio di Dio. E la grazia del Signore non potrà fare altro che sopraggiungere per la gloria del Signore e la nostra crescita: per la continua edificazione della sua Chiesa.


Note:

[1] Carmona Antonio Rodriguez, Monasterio Rafael Aguirre, Vangeli sinottici e Atti degli Apostoli, Ed. Paideia, cit. p. 239.
[2] Id. Ibid. cit. p. 244. 
[3] Id. Ibid. cit. p. 254. 
[4] Id. Ibid. cit. p. 255.  

mercoledì 1 luglio 2015

Perfettamente conosciuti

Salmi 139:6 La conoscenza che hai di me è meravigliosa,
troppo alta perché io possa arrivarci.
  

 
1Corinzi 13:12 Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto.

Come afferma la Scrittura, ciascuno di noi è conosciuto dal Signore in modo perfetto e meraviglioso. Non c'è nessuno che ci conosca meglio di Lui, neanche noi stessi. Per questo motivo possiamo avvicinarci a Dio, stare alla sua presenza, e chiedergli di mostrarci parte di questa conoscenza che ha di noi. Questo è utile e buono per riconoscere i peccati che abbiamo commesso e ravvederci, ma anche per crescere nella nostra vera identità in Cristo. Questa attitudine, manifesta inoltre il rapporto di esclusività che ciascuno di noi ha con il Signore: ascoltare ciò che lo Spirito dice a noi personalmente, vivere questo aspetto di Dio che è solamente nostro. Come nel matrimonio ci sono degli aspetti della vita di coppia conosciuti dai parenti e dagli amici, ma altri aspetti conosciuti solo dai coniugi, allo stesso modo nella nostra relazione personale con il Signore ci sono aspetti conosciuti dalla società ma altri riservati per il tempo di intima preghiera.
 
Nella prima lettera ai Corinzi, c'è un tema che è predominante su tutti gli altri: il tema della crescita. Leggendo gli scritti paolini, traspare con chiarezza l'analisi di una realtà che è in via di sviluppo: un tempo eravamo prigionieri, ora siamo liberi, ma anche in questa libertà possiamo essere bambini in Cristo oppure uomini maturi cresciuti a sua immagine. Anche chi è maturo però sente una profonda sofferenza, perché al tempo presente non vive nella nuova creazione, non vive con un corpo di resurrezione. Solo nella nuova creazione infatti potremo essere liberi da ogni fardello e conoscere pienamente, come anche siamo stati perfettamente conosciuti. C'è dunque questo processo che porta dal mondo delle tenebre al regno del Figlio, e dall'immaturità nel regno del Figlio alla maturità. In questo processo, noi possiamo soltanto intravedere quello che sarà. Possiamo conoscere e profetizzare in parte, ma sappiamo che il Signore conosce già ora tutto pienamente. Noi infatti siamo stati perfettamente conosciuti (al passato!), siamo conosciuti con tutte le nostre debolezze e tutti i nostri punti forti, siamo conosciuti con il nostro carattere e con i cambiamenti che assumiamo mentre il tempo scorre e le esperienze si accumulano, siamo conosciuti nelle limitatezze del nostro corpo soggetto al peccato, e siamo conosciuti nella forma che raggiungeremo al tempo della completezza. Questa conoscenza di Dio non deve spaventarci, ma al contrario deve far crescere in noi la fede nell'azione e nella direzione del Signore nella nostra vita. La conoscenza che il Signore ha di noi è meravigliosa, è una conoscenza che non nasce da un' osservazione esterna ma piuttosto da una consapevolezza interna. Questa è l'onniscienza di Dio: una conoscenza di noi che Lui trova in lui e non in noi o in qualunque altro posto. Per conoscere meglio noi stessi, dunque, la cosa migliore non è quella di guardarci allo specchio, e neanche meditare su noi stessi, ma piuttosto portare il nostro cuore al Signore, e chiedere a Lui chi siamo, chi siamo davvero. Da questa intimità potremo comporre canti al Signore come ha fatto il salmista, potremo vedere le cose da una nuova prospettiva come ha fatto l'apostolo Paolo, potremo continuare a correre la corsa cristiana che ci è posta davanti con rinnovata forza....il tutto alla sola gloria del Suo Nome.
 

martedì 21 aprile 2015

L'amore di Dio, sparso nei nostri cuori

«Abraamo credette a Dio e ciò gli fu messo in conto come giustizia» (4:3)


Giustificati dunque per fede, abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore, mediante il quale abbiamo anche avuto, per la fede, l'accesso a questa grazia nella quale stiamo fermi; e ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio; non solo, ma ci gloriamo anche nelle afflizioni, sapendo che l'afflizione produce pazienza, la pazienza esperienza, e l'esperienza speranza. Or la speranza non delude, perché l'amore di Dio è stato sparso nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo che ci è stato dato. 
Romani 5:1-5

I primi anni del cristianesimo sono stati anni di tensione, nei quali portare a maturità la comprensione degli insegnamenti di Cristo e la loro applicazione nelle molte questioni che sorgevano all'interno delle chiese, soprattutto nel problema che sorgeva tra la comunione dei credenti di origine ebraica con quelli di origine gentile, ma anche tra i credenti di entrambe le estrazioni con i giudei che ancora non riconoscevano Gesù come Messia. Dio si era rivelato prima di tutto al popolo ebraico, ed in un primo momento non era chiara la relazione tra questa "primogenitura" e il popolo credente che stava nascendo al di fuori di questa grande famiglia abramitica. La lettera che Paolo scrisse alla comunità cristiana di Roma affronta in modo completo proprio questi temi, e lo fa dall'inizio, chiarendo immediatamente che tutti, Giudei e Greci, sono ugualmente sottoposti al peccato, ma entrambi sono anche giustificati gratuitamente per la grazia di Dio mediante la redenzione in Cristo Gesù. Per tutto il genere umano quindi, vi è un'unica strada per la salvezza eterna, rappresentata non dalla legge di Mosè ma piuttosto dalla grazia di Dio mediante la redenzione in Gesù Cristo.  

Nell'argomentazione dell'apostolo, tutta questa esposizione si appoggia su un punto particolare che troviamo al quarto capitolo: «Abraamo credette a Dio e ciò gli fu messo in conto come giustizia». Questa citazione del libro di Genesi (15:6) rappresenta infatti una vera e propria prova del fatto che anche nel tempo dell'antico patto la fede era sufficiente agli occhi di Dio per essere accreditata come giustizia. Il termine tradotto con messo in conto, nell'originale greco è riportato con il verbo logizomai, ed esprime proprio quel paradosso esistente tra l'atto interiore di credere e la computazione matematica di questo atto come giustizia personale. Abraamo credette e questo gli fu calcolato come giustizia. Ma allo stesso modo anche noi, sia che siamo di etnia ebraica o meno, possiamo credere, e questa nostra fede può essere a noi computata come atto come giustizia. Questa meravigliosa realtà spirituale è stata un fondamento della riforma protestante, e della relativa dottrina della giustificazione.

Avendo assodato questa salvezza comune disponibile mediante la fede, a questo punto l'apostolo Paolo sposta l'attenzione alle conseguenze di questo verdetto giuridico: per questo motivo, infatti, noi ora abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo. Questo è il cuore del Vangelo, questo è il motivo per cui ogni singolo credente ha potuto essere riconciliato con il Padre e ricevere il suo amore. Nei primi cinque versetti dei quinto capitolo della lettera, vengono descritte la pace e l'amore di Dio Padre, rese accessibili mediante Dio Figlio, grazie a Dio Spirito Santo. In due sole frasi, appaiono con splendida chiarezza l'armonia e la cooperazione delle persone della divinità nella manifestazione della salvezza del genere umano. Lo Spirito Santo sparge nei nostri cuori l'amore di Dio, lo stesso amore che ha portato il Figlio a morire sulla croce al posto dell'umanità, caricandosi dei nostri peccati e delle nostre iniquità (Is 53). E' un disegno perfetto, un amore condiviso, un proposito comune, quello che ha portato il Dio biblico all'azione per la salvezza dell'uomo. In questa grazia, possiamo gloriarci persino delle afflizioni, sapendo che sono ben poca cosa rispetto al futuro peso eterno di gloria (2 Co 4:17). Ogni afflizione infatti produce pazienza, la pazienza esperienza e l'esperienza speranza. Ogni afflizione accresce l'essere interiore e spirituale, fortificandoci e rendendoci sempre più simili a Cristo. Ogni afflizione ci unisce alle afflizioni che ha vissuto Cristo, unendoci però anche alla potenza della sua resurrezione. Per questo motivo, niente e nessuno può separarci dall'amore di Dio (Ro 8). Tanto la sofferenza quanto la gioia, nelle mani del Signore sono utilizzate per la crescita dei suoi figli, per la loro maturazione e per il loro avvicinamento al suo cuore. Nulla può separarci dall'amore di Dio, perché questo amore permea il creato e regna sovrano sopra ogni luogo, età e circostanza. E' un governo invisibile, spesso nascosto, e a volte compreso solo molto tempo dopo i singoli avvenimenti delle nostre vite. E' un governo che prende il disordine e la distruzione nati dai peccati dell'uomo e li lavora per convertirli in ordine e crescita nella vita delle persone. E' un governo soprannaturale, che agisce a volte in modo istantaneo, a volte in modo lento e progressivo. Per quanto poco possiamo capire di questo governo però, lo avvertiamo in modo sensibile nei nostri stessi cuori, attraverso lo Spirito Santo. Un amore reale, tangibile, presente. Un amore che ci parla della presenza di Dio, conducendoci fuori dalle nostre paure per afferrare il destino che il Signore ha pensato per noi. Un amore che copre e perdona molti peccati, un amore che ci spinge ad amare le altre persone, anche quelle meno amabili. Un amore che non ha fine e che desidera ripristinare la nostra identità di figli, e riscattare la nostra immagine, come immagine del Padre. 

mercoledì 18 marzo 2015

Che ci manca ancora?


Un tale si avvicinò a Gesù e gli disse: «Maestro, che devo fare di buono per avere la vita eterna?» Gesù gli rispose: «Perché m'interroghi intorno a ciò che è buono? Uno solo è il buono. Ma se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». «Quali?» gli chiese. E Gesù rispose: «Questi: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso. Onora tuo padre e tua madre, e ama il tuo prossimo come te stesso». E il giovane a lui: «Tutte queste cose le ho osservate; che mi manca ancora?» Gesù gli disse: «Se vuoi essere perfetto, va', vendi ciò che hai e dàllo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi, vieni e seguimi». Ma il giovane, udita questa parola, se ne andò rattristato, perché aveva molti beni. Matteo 19:16-22 

Questo famoso brano evangelico, ad una distratta lettura sembra suggerire a tutti i cristiani la necessità del voto di povertà, soprattutto a causa dei versetti successivi, in cui Gesù esprime l'enorme difficoltà per i ricchi di entrare nel regno di Dio (v.24). Leggendo l'intero vangelo tuttavia, possiamo comprendere meglio la predicazione di Gesù, una predicazione che non è vincolata a regole da osservare, ma piuttosto ad un ravvedimento/decisione di vita che aderisca all'appello del regno di Dio con la totalità della propria persona. Non sono i poveri ad essere beati, ma i poveri in spirito (Mt 5:1), accentuando l'importanza di una certa attitudine piuttosto che quella dell'osservanza esteriore ad un codice comportamentale. In questo, Gesù riprende le indicazioni dei profeti veterotestamentari (cfr. p.es. Is 1) evidenziando però l'urgenza escatologica di un nuovo tempo spirituale (Mt 10:7). In questa cornice, il brano del "giovane ricco" risulta particolarmente esplicativo. La narrazione si apre con "un tizio" che si avvicina a Gesù chiedendogli cosa fare per avere la vita eterna. Non si tratta di una domanda oziosa come quelle dei farisei, ma di una domanda sincera, una domanda che senza dubbio risuonava da tempo nel cuore di questa persona. La prima risposta di Cristo contempla i comandamenti, fondamento della religione ebraica e proprio per questo motivo già osservati dal giovane. Questi però non riuscivano a soddisfarlo appieno. Egli infatti non è appagato da questa risposta e replica con la frase: "che mi manca ancora?". Questo ragazzo sentiva che gli mancava qualcosa.

Ciascuno di noi, probabilmente si trova nella stessa situazione. Chi ha già incontrato il Signore Gesù ed è credente da tempo, sa che la vita eterna è un dono di Dio offerto per grazia mediante la fede (Ef 2:8). Ma oltre a questa salvezza, vi è probabilmente una santa insoddisfazione, la consapevolezza di non essere maturi. Chi invece non ha ancora vissuto l'esperienza della conversione può a maggior ragione custodire dentro di sé questa domanda, cercando Dio come a tastoni (Atti 17:27). Ebbene, questo senso di mancanza è qualcosa di incredibilmente buono. E' lo strumento che il Signore utilizza per portare la vera libertà e la crescita verso la maturità spirituale e la comunione con noi. Questa domanda del giovane, ha offerto a Gesù la possibilità di raggiungere il centro del problema, dicendo: «Se vuoi essere perfetto, va', vendi ciò che hai e dàllo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi, vieni e seguimi». Il termine "perfetto" è reso in greco con teleios, una parola che significa anche completo, adulto, maturo. Una parola che rappresenta il nostro obiettivo, lo scopo della nostra vita. L'infanzia è un periodo di tempo fondamentale, che deve però portare al periodo successivo - quello dell'adolescenza - ed infine all'età adulta. Essere bambini per un tempo maggiore è innaturale e patologico. Tutti noi viviamo in modo naturale per raggiungere l'età adulta ed esercitare il discernimento, l'autocontrollo, la responsabilità, il contributo alla società che ci sta attorno. Di questa maturità però, fa parte anche la componente spirituale, e il nostro coinvolgimento del regno di Dio in quanto cristiani. Possiamo aderire nel nostro cuore all'appello del Signore, frequentare le celebrazioni domenicali ma sentire comunque che ci manca qualcosa. In realtà, a tutti noi manca qualcosa! Anche se siamo in una responsabilità nella chiesa locale, anche se serviamo Dio tutti i giorni molto probabilmente "sentiamo" ugualmente che ci manca qualcosa. Ma che cosa?

Per il giovane ricco era la libertà dall'amore per il proprio patrimonio economico, ma per noi può essere qualcosa di diverso. La libertà dal legame sbagliato con una persona, la libertà da un peccato in particolare.....in definitiva la totale e completa libertà di seguire e servire il Signore con la completezza della nostra vita e non solo con una percentuale. C'è qualcosa che "teniamo per noi", che non vogliamo dare a Dio? Ebbene, chiediamo al Signore la forza di donargli proprio questa cosa a cui teniamo tanto. Per quanto possiamo proteggere ciò che ci è caro infatti, ogni nostra iniziativa è soltanto un illusione di controllo: ogni cosa che abbiamo ci è stata donata dal Signore e non abbiamo alcun potere di preservarla realmente. La regola però non è neanche quella della povertà assoluta: non dobbiamo per forza vivere in miseria, non dobbiamo vivere senza affetti, non dobbiamo vivere senza desiderio di realizzazione! Quello che il Signore richiede è invece di lasciare il nostro orgoglio ed egocentrismo insieme a tutte queste altre cose ai suoi piedi, ed amarlo più di tutti questi legami (Mt 10:37, 16:24). Alcune cose sbagliate le dovremo abbandonare per poter trovare la pace e la libertà di seguire Gesù, ma altre le potremo tenere, osservandole però da una nuova prospettiva. Vivere per Cristo non significa isolarsi dal mondo, ma isolarsi dalle passioni della nostra vecchia natura (cfr. Gal 5:24, Ef 4:22, Col 3:5, 1 Pt 4:2), lasciare cadere ogni resistenza per arrendersi alla volontà di Dio. Questa arresa è la sfida più difficile per ogni cristiano, impossibile per nostra stessa natura, ma resa possibile dall'azione dello Spirito Santo. Non si tratta di una singola decisione, ma di una decisione applicata ogni giorno della nostra vita, ogni giorno con forze nuove. Solo svuotandoci di noi stessi e di tutto ciò che ci toglie lucidità potremo essere ricolmi di Spirito (Ef 5:18) e scegliere di seguire Gesù in totale libertà. Solo prendendo consapevolezza di quello che ci manca, potremo invocare il Signore per lasciargli la nostra oppressione e prendere il suo giogo leggero (Mt 11:28-30).

Il giovane ricco se ne andò rattristato, così come ciascuno di noi viene rattristato dall'idea di abbandonare quello a cui teniamo davvero. Ma il conflitto interiore della coscienza si può risolvere solo in un modo: abbandonando ogni peso. Non sappiamo come è andata a finire la storia del giovane ricco e quale decisione abbia maturato riflettendo successivamente sulle parole di Gesù. Ma quello che possiamo sapere, è come reagiremo noi a queste stesse parole. Quale decisione prenderemo per la nostra stessa vita. E, infine, quanto prontamente risponderemo all'imperativo che oggi ci rivolge il nostro Signore, una voce autoritaria ma gentile che dice: "seguimi". 
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