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domenica 27 giugno 2021

L'insegnamento di Gesù sul divorzio nel vangelo secondo Marco

INTRODUZIONE

Al centro di qualsiasi società umana, in qualsiasi cultura, ci sono sempre state delle tappe sociali universali: nascite, passaggi verso l'età adulta, matrimoni. Il contesto ebraico del I secolo non era senz'altro esente da questi appuntamenti che venivano vissuti secondo le prescrizioni della Torah e secondo le sue interpretazioni per i vari gruppi religiosi dell'epoca. 

In questo quadro complessivo le controversie che Gesù affronta con i farisei, così come raccontate nei Vangeli,  non sono da considerarsi come casuali ma rispecchiano in modo preciso le discussioni che questo gruppo giudaico promuoveva nel I secolo per interpretare e attualizzare al loro meglio il testo biblico. Le conversazioni tra i migliori maestri sarebbero in seguito confluite nei  nel Talmud. 

Tra le varie questioni prese in causa dai rabbini, e sottoposte a Gesù, troviamo anche quella del matrimonio e del divorzio. 

1. LA TORAH

Il punto di partenza del nostro percorso non può che essere il Pentateuco, ossia i primi cinque libri biblici normativi per ebrei e cristiani dove troviamo appunto le prescrizioni relative ad ogni aspetto della vita quotidiana secondo la volontà di Dio. 

Nel libro del Deuteronomio leggiamo che Mosè affronta il tema del matrimonio e del divorzio con le seguenti parole:

Quando un uomo sposa una donna che poi non vuole più, perché ha scoperto qualcosa di indecente a suo riguardo, le scriva un atto di ripudio, glielo metta in mano e la mandi via.

Deuteronomio 24:1 

Come possiamo notare a una semplice lettura, il divorzio viene previsto e consentito a condizione che il marito scopra qualcosa di indecente a riguardo della moglie. L'allusione a qualcosa di indecente, così come troviamo nella traduzione italiana, è probabile che guardi un'infedeltà, anche se in effetti non viene detto in modo esplicito. Esaminando il testo ebraico originale, troviamo che questo termine è reso con עֶרְוָה ʻervâh i cui significati letterari sono nudità, vergogna, indecenza. La stessa parola ricorre anche nel capitolo precedente, in relazione alla condizione della comunità:

Infatti il SIGNORE, il tuo Dio, cammina in mezzo al tuo accampamento per proteggerti e per sconfiggere i tuoi nemici davanti a te; perciò il tuo accampamento dovrà essere santo, affinché egli non veda in mezzo a te nulla d'indecente e non si ritiri da te.

Deuteronomio 23:14 

Appare chiaro dunque che questo concetto viene presentato nel libro biblico come opposto a quello di santo. Questo indizio può confermare la definizione delle condizioni nelle quali è legittimo divorziare, ossia a causa di infedeltà, condotta impura, anche se i contorni e il contesto appaiono ancora confusi e lasciati al giudizio dei singoli casi. 

A partire da questo versetto, dunque, verso quali direzione andavano le interpretazioni dei farisei del I secolo d.C?

2. IL TALMUD

Nella Mishnà Ghittin 9,10 - redatta alcuni secoli dopo mettendo per iscritto tradizioni orali dell'epoca che stiamo considerando - leggiamo che la scuola del maestro Shammai (50 a.C. - 30 d.C.) insegnava che "il marito non deve ripudiare la moglie fuorché nel caso in cui egli constati in lei un contegno immorale, conforme al testo che dice: “avendo egli trovato in lei qualche cosa di sconcio". 

Questa esposizione appare rispettosa del testo biblico ma tra le scuole di pensiero teologico dell'epoca era addirittura la più morbida. 

La scuola di Hillel (60 a.C. - 7 d.C.) infatti, contraddistinta da un approccio più rigido, affermava: "[Egli può divorziare da lei] anche se essa ha recato offesa comunque (letteralmente: abbia rovinato una pietanza), come è scritto, “avendo egli trovato in lei qualche cosa di sconcio in qualsiasi cosa”.

Quest'ultima interpretazione ci appare più libera, prendendosi delle libertà che non sono strettamente legate al testo di partenza ma che erano comunque tenute in alta considerazione al tempo di Gesù e praticate dalle persone che ritenevano affidabile l'insegnamento del rabbi Hillel. Troviamo traccia di questa variante anche in Mt. 19:3.

Nella controversia già avviata, dunque, ad un certo punto del ministero pubblico di Gesù alcuni farisei chiesero il suo punto di vista sulla questione. 

3. GESU'

Poi Gesù partì di là e se ne andò nei territori della Giudea e oltre il Giordano. Di nuovo si radunarono presso di lui delle folle; e di nuovo egli insegnava loro come era solito fare. 

Dei farisei si avvicinarono a lui per metterlo alla prova, dicendo: «È lecito a un marito mandare via la moglie?» 

Egli rispose loro: «Che cosa vi ha comandato Mosè?» Essi dissero: «Mosè permise di scrivere un atto di ripudio e di mandarla via». Gesù disse loro: «È per la durezza del vostro cuore che Mosè scrisse per voi quella norma; ma al principio della creazione Dio li creò maschio e femmina. Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una sola carne. Così non sono più due, ma una sola carne. L'uomo, dunque, non separi quel che Dio ha unito». In casa i discepoli lo interrogarono di nuovo sullo stesso argomento.  Egli disse loro: «Chiunque manda via sua moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio verso di lei;  e se la moglie ripudia suo marito e ne sposa un altro, commette adulterio».
Marco 10:1-12 

La domanda riportata da Marco, con l'intento di mettere alla prova Gesù e confutare la sua implicita messianicità, viene riportata in questo modo: «È lecito a un marito mandare via la moglie?». Il resoconto di Matteo aggiunge «per un qualsiasi motivo», confermando i termini della diatriba che abbiamo già delineato. La liceità del divorzio in realtà non è messa in discussione, quanto piuttosto la sua condizione: per motivi di sconvenienza sessuale o anche di altro tipo?

Gesù sceglie di non rispondere aderendo a una delle due soluzioni e chiede ai suoi interlocutori cosa ha comandato Mosè, ricevendo la risposta che tutti già conoscevano. 

La sua controrisposta viene articolata in due momenti. Nel primo egli si rifà al motivo per cui Mosè ha dato queste istruzioni: per la durezza dei loro cuori. La parola greca utilizzata qui nel testo originale è sklērokardia, e indica l'atteggiamento di colui che, venendo meno alla fede in Dio, si oppone al compimento della sua volontà. La concessione del divorzio viene considerata, quindi, come una concessione che non apparteneva alla volontà originaria di Dio ma che è stata data come compromesso in un secondo momento visto che il popolo non era in grado di seguire il volere divino. Gesù si appella a un principio anteriore alla Legge, il principio della volontà originaria di Dio. Nel secondo momento troviamo invece la citazione dei due seguenti passi biblici: 

1) Dio li creò maschio e femmina (Gn. 1:27)

Dio creò l'uomo a suo immagine maschio e femmina. Con questa citazione Gesù fa rilevare come l'unione sponsale sia in maniera costitutiva inscritta nella struttura umana, perché è il ricongiungimento delle due persone, che formano l'unico Adamo. 

2) Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una sola carne.  (Gn. 2:24)

Con questa seconda citazione Gesù richiama il valore prioritario della relazione di coppia, fondata sull'avvenuta unità della carne, in confronto a tutti gli altri rapporti familiari. 

Dopo tutto questo arriva la vera risposta ai farisei: "L'uomo, dunque, non separi quel che Dio ha unito".

CONSIDERAZIONI FINALI

Da un punto di vista legale i farisei avevano ragione: «Mosè permise di scrivere un atto di ripudio e di mandarla [la moglie] via». La Torah permette il divorzio, anche nella possibilità più limitata dell'immoralità sessuale. 

Gesù tuttavia non si attiene alla prescrizione della Legge ma presenta il principio precedente della Creazione: l'uomo è stato creato come uomo e donna e questa è la sua realtà esistenziale, che non può cambiare. L'uomo e la donna diventano una sola carne in un'unione voluta da Dio che l'uomo è chiamato a non dividere. La possibilità del divorzio è stata data come concessione in un secondo momento, per venire incontro alla debolezza umana nel seguire la volontà di Dio. 

Questa stessa linea è stata mantenuta dall'apostolo Paolo, come leggiamo in 1 Corinzi 7, difendendo prima di tutto l'unità del matrimonio. Paolo tuttavia, consapevole dei problemi all'interno delle comunità cristiane, estenderà questa riflessione verso un'attenzione particolare alle coppie composte da credenti e non credenti, riammettendo la possibilità di separazione nel caso in cui il partner non credente desideri farlo. 

Il tema è senz'altro complesso e bisogna adottare buon senso e attenzione alla salute e alla dignità dei singoli, essendo consapevoli comunque della volontà originaria di Dio. 

domenica 7 febbraio 2021

L'identità di Gesù e la consapevolezza dei discepoli

INTRODUZIONE


Possiamo identificare un preciso brano all’interno del Vangelo secondo Marco che ricopre il ruolo di fulcro e “cerniera” tra la prima parte dell’opera e la seconda. È già stato infatti più volte ribadito come questo vangelo sia composto da una prima parte tesa a dimostrare che Gesù è il Cristo - ovvero il Messia - (1:1-8:30) e una seconda parte con l’obiettivo di presentare Gesù come il Figlio di Dio (8:31-16:8) secondo la tesi affermata nella sua primissima frase in 1:1.

Le pericopi che si trovano in 8:27-30 e 8:31-38, dunque, costituiscono l’ultima parte della prima sezione e la prima parte della seconda in rapporto di continuità letteraria e teologica ma in discontinuità rispetto ai temi generali trattati dalle rispettive parti. Questa unica “armonia in tensione” vuole essere quindi introdotta dal presente approfondimento.


1. LO SLANCIO DELLA FEDE


Poi Gesù se ne andò, con i suoi discepoli, verso i villaggi di Cesarea di Filippo; strada facendo, domandò ai suoi discepoli: «Chi dice la gente che io sia?» Essi risposero: «Alcuni, Giovanni il battista; altri, Elia, e altri, uno dei profeti». Egli domandò loro: «E voi, chi dite che io sia?» E Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». Ed egli ordinò loro di non parlare di lui a nessuno.

Marco 8:27-30


Il contesto narrativo di questo episodio è quello del cammino di Gesù, che anticipa diversi avvenimenti che da qui in avanti accadranno proprio per strada (9:33, 10:17.32.46.52). Strada facendo, dunque, Gesù domanda ai discepoli chi la gente pensava che fosse. Loro rispondono con tre stereotipi diffusi nel proprio contesto storico:


  • Giovanni il Battista. Il Vangelo secondo Marco presenta Giovanni come il precursore del Messia (1:2-8) ed egli stesso era ritenuto dalla gente un profeta (11:32). Al momento di questo dialogo era già morto (6:17-19) ucciso da Erode, ma negli ambienti di corte Gesù che compie miracoli viene confuso con Giovanni risuscitato dai morti (6:16).

  • Elia. Questo profeta veterotestamentario asceso al cielo (2Re 2:1-13) nella tradizione biblica ha il compito di precedere la venuta del Messia:


«Ricordatevi della legge di Mosè, mio servo,

al quale io diedi sull'Oreb, leggi e precetti,

per tutto Israele.

Ecco, io vi mando il profeta Elia,

prima che venga il giorno del SIGNORE,

giorno grande e terribile.

Egli volgerà il cuore dei padri verso i figli,

e il cuore dei figli verso i padri,

perché io non debba venire a colpire il paese di sterminio».

Malachia 4:4-6


Nel Vangelo leggiamo che, proprio per questa attesa, alcuni lo ravvisano in Gesù (6:15).


  • Uno dei profeti. Evidentemente alcuni pensavano che Gesù fosse uno dei profeti, in modo implicito indicando con questa espressione un profeta biblico tornato in vita per gli ultimi tempi. Direttamente o indirettamente era diffusa infatti l’attesa di un profeta come aveva anche preannunciato lo stesso Mosè:


Per te il SIGNORE, il tuo Dio, farà sorgere in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta come me; a lui darete ascolto! 

Deuteronomio 18:15 


Queste attribuzioni tuttavia Gesù le conosce già e costituiscono solo una tappa verso la una seconda domanda che egli rivolge questa volta direttamente ai discepoli: «E voi, chi dite che io sia?». I lettori sanno fin dall’inizio che Gesù è il Cristo ma i discepoli, anche se devono averlo pensato in precedenza, si espongono solo ora. In realtà si espone unicamente Pietro in loro rappresentanza. La risposta sancisce l’apice e la conclusione della prima parte di questo vangelo: una proclamazione di Gesù come Cristo, Messia. Questo titolo tuttavia non può rappresentare un definitivo punto di arrivo perché suscettibile di fraintendimenti. Il Messia che attendevano i Giudei era un guerriero che avrebbe combattuto contro gli oppressori romani per ripristinare la sovranità nazionale di Israele. Il Messia descritto nell’Antico Testamento era spesso un re che, in virtù del suo ruolo e della sua elezione e vicinanza con Dio, agiva in rappresentanza del popolo (sebbene originariamente la figura regale non avesse questa connotazione: la monarchia israelitica da Davide in poi si è adoperata per assumere anche ruoli sacerdotali che non gli spettava). Gesù però è un Messia che prende le distanze da entrambe queste aspettative. Che tipo di Cristo è dunque Gesù?


2. LO SCANDALO DELLA SOFFERENZA


Poi cominciò a insegnare loro che era necessario che il Figlio dell'uomo soffrisse molte cose, fosse respinto dagli anziani, dai capi dei sacerdoti, dagli scribi, e fosse ucciso e dopo tre giorni risuscitasse. Diceva queste cose apertamente. Pietro lo prese da parte e cominciò a rimproverarlo. Ma Gesù si voltò e, guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro dicendo: «Vattene via da me, Satana! Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini».

Chiamata a sé la folla con i suoi discepoli, disse loro: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi perderà la sua vita per amor mio e del vangelo, la salverà. E che giova all'uomo se guadagna tutto il mondo e perde l'anima sua? Infatti, che darebbe l'uomo in cambio della sua anima? Perché se uno si sarà vergognato di me e delle mie parole in questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui quando verrà nella gloria del Padre suo con i santi angeli».
Marco 8:31-38


Per affrontare questo interrogativo Gesù continua a parlare con i suoi discepoli adottando un altro titolo similmente ambiguo: Figlio dell’uomo. Letteralmente identifica un essere umano, ma teologicamente identifica l’essere sovrumano che il profeta Daniele vide venire nel cielo sulle nuvole:


Io guardavo, nelle visioni notturne, ed ecco venire sulle nuvole del cielo uno simile a un figlio d'uomo; egli giunse fino al vegliardo e fu fatto avvicinare a lui;  gli furono dati dominio, gloria e regno, perché le genti di ogni popolo, nazione e lingua lo servissero. Il suo dominio è un dominio eterno che non passerà, e il suo regno è un regno che non sarà distrutto.

Daniele 7:13-14 


L’insegnamento scandaloso è che lo stesso Figlio dell’uomo che verrà nella gloria del Padre con i suoi angeli è chiamato, prima di questo, a soffrire, essere respinto e persino ucciso. Ma come: il Cristo vittorioso sugli oppressori, il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Yhwh deve essere ucciso? Ci accorgiamo di come questo rigetto, questa sofferenza, questa morte sia incompatibile con qualsiasi aspettativa del popolo ebraico, compresa quella dei discepoli stessi. E, sempre in loro rappresentanza, per questo motivo Pietro rimprovera Gesù: le sue parole potevano creare solo confusione, non avevano alcun senso. Ma Gesù è irreprensibile nella sua posizione e letteralmente risponde: “Vattene dietro di me”. Il tentativo diabolico è quello di sorpassare il Maestro, scansare il piano di Dio per affermare l’autonomia del progetto umano. Lo stesso discepolo che aveva riconosciuto pubblicamente Gesù come il Cristo voleva insegnargli come comportarsi e come raggiungere la vittoria. Ma questo è impossibile perché il piano di Dio per il suo Unto era stabilito dall’eternità e profetizzato persino centinaia di anni prima dal profeta Isaia:


Disprezzato e abbandonato dagli uomini,

uomo di dolore, familiare con la sofferenza,

pari a colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia,

era spregiato, e noi non ne facemmo stima alcuna.

Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava,

erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato;

ma noi lo ritenevamo colpito,

percosso da Dio e umiliato!

Isaia 53:3-4


Gesù aveva capito che i suoi discepoli avevano frainteso la sua missione in quanto Cristo e per questo motivo interviene così duramente, allargando poi l’insegnamento alla folla che lo stava ascoltando. Il progetto dell’Unto di Dio, del Figlio dell’uomo, era di perdere la sua vita per guadagnare quella di molti: vincere con una sconfitta. E i suoi discepoli, volenti o nolenti, se volevano essere tali dovevano percorrere questi suoi stessi passi. Chi si vergogna di abbracciare la sofferenza e il rigetto patite dal suo Signore sarà a sua volta oggetto di vergogna. Ma l’implicito è che chi invece sarà disposto a abbracciarle sarà riconosciuto nella gloria del Padre.


CONSIDERAZIONI FINALI


Dopo un'analisi esegetica si può approdare a qualche considerazione ermeneutica, applicativa. Come possiamo cogliere il messaggio di questo brano evangelico per noi, oggi? Di certo non viviamo nel fermento messianico della Giudea del I secolo ma la persona di Gesù riveste anche per noi un ruolo molto speciale. E anche noi possiamo avere delle aspettative su di lui plasmate dalla nostra immaginazione e dal nostro desiderio più ancora che da quanto rivelato nelle Scritture. Vorremmo un Gesù che tolga ogni sofferenza dal mondo, che scardini le ingiustizie con uno schiocco di dita, che annienti i regimi che opprimono, perseguitano e uccidono i suoi discepoli a migliaia anche nel nostro tempo. Ai nostri suggerimenti però, Gesù risponde come rispose a Pietro: Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini. Non è nella volontà di Dio intervenire in questo modo, ma attraverso la sofferenza del Figlio, una sofferenza che porta alla glorificazione. Dobbiamo dirci la verità: umanamente per noi non ha molto senso. Ma la fiducia che riponiamo in Cristo ci deve portare a oltrepassare questo baratro per approdare nella sponda che ci porta oltre noi stessi, oltre il nostro benessere, e raggiungere l’altro. Rinunciare a noi stessi, accogliere la sofferenza e seguire questo Cristo per essere accolto da lui nella gloria del Padre.

domenica 28 gennaio 2018

Amare Dio: il più grande e primo comandamento




Nota: questi sono gli appunti del sermone predicato il 18 giugno 2017 nella Missione Oikos di Como

I farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si radunarono; e uno di loro, dottore della legge, gli domandò, per metterlo alla prova: «Maestro, qual è, nella legge, il gran comandamento?» Gesù gli disse: «"Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente". Questo è il grande e il primo comandamento. Il secondo, simile a questo, è: "Ama il tuo prossimo come te stesso". Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti»
Matteo 22:34-40  

Questo dibattito si inserisce nella scia dei numerosi confronti farisaici del tempo di Gesù. Nel Talmud Babilonese leggiamo:

"Un altro caso in cui un gentile venne dinanzi a Shammai e gli disse: 'Convertimi a condizione di insegnarmi l'intera Torà mentre io sono su un piede solo'. [Shammai] lo spinse via con il regolo da costruttore che aveva in mano. [Il gentile] venne dinanzi a Hillel e [questi] lo convertì. Gli disse [Hillel prima di convertirlo]: 'Ciò che ti è odioso non farlo a tuo prossimo. Questa è l'intera Torà ed il resto è spiegazione. Vai e studia!"
TB Shabbat 31a

I confronti come questi all'epoca di Gesù erano numerosi e lui, in questa come in altre occasioni, riesce a dare un contributo illuminante al dibattito sintetizzando verità di enorme profondità.
Come sappiamo, questi comandamenti sono passati alla storia come i più importanti, i due comandamenti cristiani. Amare Dio, e amare il prossimo. Da questi due, è scritto che dipendono la legge e i profeti. La parola “dipendono” traduce il verbo greco Kremannymi (cremmanamy), che possiamo tradurre più letteralmente con: appeso, sospeso, agganciato. A questi due comandamenti, quindi sono appesi tutta la legge (Penteteuco) e tutti i Profeti, ossia tutto l'Antico Testamento. La Parola di Dio è appesa a questi due precetti e senza di essi è resa inefficace, proprio perché non osservata.

Oggi possiamo concentrarci sul primo comandamento, ossia sull'amore per Dio, mentre la prossima settimana rifletteremo sul secondo comandamento relativo all'amore per il prossimo. 

Questo amore deve essere vissuto con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la mente. Il nostro spirito, le nostre emozioni e la nostra mente devono essere allineate nel nostro amore per Dio. E questo è molto difficile. Frequentemente, noi cristiani amiamo Dio solo con la nostra emozione ai concerti di lode, senza applicare la nostra mente allo studio della sua parola per conoscerlo meglio. Oppure studiamo teologia, sezioniamo Dio in mille aspetti per poterlo studiare ma senza coinvolgerci a livello emotivo. O ancora, siamo convinti intellettualmente della nostra conversione ma il nostro spirito è ancora lontano dallo Spirito di Dio: non abbiamo attraversato realmente l'evento della nuova nascita. Essa infatti non è solo convincimento intellettuale: è anche e soprattutto nascita soprannaturale promossa dallo Spirito Santo, per Sua volontà. Chi non nasce di acqua (purificazione del peccato mostrata nel battesimo in seguito alla conversione) e di Spirito non entra nel Regno di Dio. Amare Dio con tutto noi stessi dunque deve contemplare in armonia tutte queste cose, per poter racchiudere l'intero nostro essere e non soltanto una parte. Ma andiamo al contesto originale per comprendere meglio questo comandamento:

Tu amerai dunque il SIGNORE, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l'anima tua e con tutte le tue forze. Questi comandamenti, che oggi ti do, ti staranno nel cuore; li inculcherai ai tuoi figli, ne parlerai quando te ne starai seduto in casa tua, quando sarai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, te li metterai sulla fronte in mezzo agli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle porte della tua città.
Deuteronomio 6:5-9 

Da questi versetti possiamo trovare le seguenti indicazioni:
  1. I comandamenti (La Parola) saranno nel tuo cuore: Amare la Bibbia, custodirla, apprezzarla nella parte più profonda del proprio essere. Farla penetrare fin nel nostro subconscio! Renderla nostra, è la nostra eredità.
  2. Li inculcherai ai tuoi figli: Inserire la cultura biblica nella propria cultura famigliare: preghiera, racconti biblici, è conseguenza dell'averla nel cuore.
  3. Ne parlerai a casa, per via, prima di dormire e quandi ti svegli: Quando davvero ci sta a cuore, ne parliamo con chiunque! Ci interessiamo! Gli ebrei dicono che la Torah ha 70 volti e questo parla dell'infinito significato della Parola di Dio. Ebbene, noi la chiudiamo nella nostra scatola mentale di quel che crediamo di sapere, oppure ci interroghiamo ed interroghiamo gli altri in questo viaggio infinito che è la scoperta delle Scritture?
  4. Te li legherai alla mano, metterai alla fronte: facciamo in modo di ricordarci di Dio! Is 49:16 Ecco, io ti ho scolpita sulle palme delle mie mani; le tue mura mi stanno sempre davanti agli occhi. Dio ha scolpito Gerusalemme sulle palme delle sue mani per averla sempre davanti agli occhi, e anche noi utilizziamo oggetti e strategia per aiutarci tenere la nostra mente su Dio. Braccialetti con versetti, calendari biblici, quadretti servono a questo.
  5. Li scriverai sugli stipiti della casa e sulle porte della città. Questo non deve essere preso come un rituale magico, ma come un gesto profetico: dobbiamo fondare le nostre case e città sulla Parola e volontà di Dio, sulla fede in Lui e non su altro.
Nel Salmo 127, al primo versetto, leggiamo:

Se il SIGNORE non costruisce la casa,
invano si affaticano i costruttori;
se il SIGNORE non protegge la città,
invano vegliano le guardie.

Costruire le nostre famiglie e la nostra società sulla pietra angolare che è la fede in Dio attraverso Cristo Gesù è, per l'appunto, il fondamento. Tutto il resto viene dopo! Se trascuriamo questo, ogni cosa perde il suo significato: la preghiera, l'intercessione, gli studi biblici, il culto domenicale, l'evangelizzazione.....persino tutta la Bibbia senza questo presupposto cade, perché svuotata del suo scopo. Nella Scrittura possiamo trovare tanti esempi/ammonimenti su questo pericolo, tra cui la situazione emergente dal primo capitolo del libro del profeta Isaia: 
 
Smettete di portare offerte inutili;
l'incenso io lo detesto;
e quanto ai noviluni, ai sabati, al convocare riunioni,
io non posso sopportare l'iniquità unita all'assemblea solenne.
Isaia 1:13
 
Il popolo di Giuda a quel tempo osservava leggi e feste ma solo formalmente e non nel proprio intimo. E tutta la loro religiosità era diventata odiosa per Dio! Facciamo di non arrivare mai a questo stato. Il pericolo è reale e molto vicino. Facendo un salto di svariati secoli, questo è l'ammonimento che Gesù glorificato rivolge alla chiesa di Efeso alla fine del I secolo:
 
 «All'angelo della chiesa di Efeso scrivi:
Queste cose dice colui che tiene le sette stelle nella sua destra e cammina in mezzo ai sette candelabri d'oro:
"Io conosco le tue opere, la tua fatica, la tua costanza; so che non puoi sopportare i malvagi e hai messo alla prova quelli che si chiamano apostoli ma non lo sono e che li hai trovati bugiardi. So che hai costanza, hai sopportato molte cose per amor del mio nome e non ti sei stancato. Ma ho questo contro di te: che hai abbandonato il tuo primo amore.
Apocalisse 2:1-4
 
Ora che abbiamo ben definito il pericolo però, come possiamo intervenire per scongiurarlo? Come possiamo evitare di raggiungere questo stato, di abbandonare il primo amore? La risposta biblica è più semplice di quanto ci si possa aspettare: 

Esaminami, o Dio, e conosci il mio cuore.
Mettimi alla prova e conosci i miei pensieri.
Vedi se c'è in me qualche via iniqua
e guidami per la via eterna.
Salmo 139:23,24

Facciamoci esaminare dal Signore, facciamogli conoscere il nostro cuore. Sottoponiamogli i nostri pensieri e chiediamogli perdono. E lasciamoci guidare dal suo Spirito per la vita eterna. Rimettiamo il nostro amore per Dio al centro ogni volta che ci accorgiamo che se ne discosta di poco, e in questo modo potremo camminare per lungo tempo, e saziarci della benedizione del Signore per lunghi anni.

Ascoltiamo dunque la conclusione di tutto il discorso:
Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo è il tutto per l'uomo. Dio infatti farà venire in giudizio ogni opera, tutto ciò che è occulto, sia bene, sia male.

Ecclesiaste 12:15-16

giovedì 8 giugno 2017

La teofania del Sinai (parte I)

Il SIGNORE è venuto dal Sinai,
è spuntato per loro dal Seir,
ha sparso la sua luce dal monte di Paran,
è venuto dalle miriadi sante;
dalla sua destra usciva il fuoco della legge per loro.
Deuteronomio 33:2

INTRODUZIONE

Il libro dell'Esodo, secondo della Bibbia e del Pentateuco, riprende la narrazione dalla conclusione del libro di Genesi, dopo la morte di Giuseppe:

Questi sono i nomi dei figli d'Israele che vennero in Egitto. Essi ci vennero con Giacobbe, ciascuno con la sua famiglia: Ruben, Simeone, Levi e Giuda; Issacar, Zabulon e Beniamino; Dan e Neftali, Gad e Ascer. Tutte le persone discendenti da Giacobbe erano settanta. Giuseppe era già in Egitto. Giuseppe morì, come morirono pure tutti i suoi fratelli e tutta quella generazione. I figli d'Israele furono fecondi, si moltiplicarono abbondantemente, divennero numerosi, molto potenti e il paese ne fu ripieno.
Esodo 1:1-7

In seguito ai duri lavori forzati imposti da un nuovo faraone, i figli di Israele soffrono per lungo tempo, pur continuando a moltiplicarsi, diventando così sempre più numerosi. Secondo le parole profetiche dello stesso Giuseppe però (Gn. 50:24),  arriva il momento in cui, sentendo le grida che la schiavitù strappava ai figli di Israele, Dio si ricorda del suo patto con Abraamo, con Isacco e con Giacobbe, e chiama Mosè - di discendenza levitica ma istruito come nobile egiziano - per liberare tutto il popolo dall'oppressione egiziana e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso. Si manifesta a lui su un monte sacro, chiamato  dal testo biblico talvolta Oreb e altre volte Sinai. Da qui inizia il racconto delle dieci piaghe che Dio manda sull'Egitto per obbligare il faraone a lasciare andare in libertà i figli di Israele, la fuga prodigiosa attraverso il Mar Rosso,  la marcia nel deserto e l'arrivo di tutto il popolo al monte Sinai, dove potrà stipulare la speciale alleanza che Dio aveva stabilito per loro. Considerando il Pentateuco nel suo insieme, è possibile rilevare uno schema ben preciso negli episodi e nei percorsi descritti, uno schema che è possibile sintetizzare nel seguente modo:1

  • Egitto (Esodo 1:1-15:21)
  • Deserto (Esodo 15:22-18:27)
  • Sinai (Esodo 19-40; Levitico; Numeri 1:1-10:10)
  • Deserto (Numeri 10:11-21:35)
  • Moab (Numeri 22-36) 

L'Egitto è il punto di partenza, Moab è quello di arrivo: la conclusione della marcia. Il Sinai occupa invece il posto centrale della struttura, e teologicamente non può che essere così: qui Jahvé si mostra per la prima volta al popolo di Israele, qui viene stabilita l'alleanza, qui viene data la Legge. Se consideriamo invece il solo libro dell'Esodo, possiamo identificare questa struttura generale:2

- Uscita dall'Egitto (1:1-15:21)
- Marcia attraverso il deserto (15:22-18:27)
- Avvenimenti del Sinai (19-40)

La prima e la terza sezione sono le più ampie e anche quelle che hanno il maggiore peso e rilevanza; la seconda parte è una sorta di ponte che necessariamente funge da collegamento tra le altre due.3 Entrando nel dettaglio dell'ultima parte  - dedicata agli avvenimenti del Sinai - questa si apre con il fondamentale brano che tratta la stipulazione dell'alleanza, un brano che a livello formale risulta strutturato in queste sezioni:4

  • a) Preambolo: proposta dell'alleanza (19:1-8a)
  • b) Istruzioni per la teofania (19:8b-15)
  • c) Teofania (19:16-25)
  • d) IL DECALOGO (20:1-17)
  • c') Teofania (20:18-20)
  • d') Codice dell'alleanza (20:21-23:19)
  • b') Istruzioni per l'ingresso in Canaan (23:20-33)
  • a') Stipulazione dell'Alleanza (24:1-11)  

Il fulcro di questa unità letteraria è senza dubbio costituito dal decalogo, presentato in ebraico come "le dieci parole". Queste parole divine sono incastonate in due descrizioni della teofania, ossia nelle manifestazione sensibili di Jahvè. Allontanandoci dal centro, vediamo come le dieci parole e le teofanie sono a loro volta circondate da istruzioni e, nel cerchio più esterno, dalla proposta dell'alleanza e dall'alleanza stessa. L'alleanza rimanda al decalogo e il decalogo rimanda all'alleanza, in una perfetta simmetria. Questo termine, traduce l'ebraico berìt, il cui significato è "impegno", "obbligo", imposto o condiviso.5 Diversi studiosi moderni hanno approfondito le similitudini testuali tra l'alleanza biblica sinaitica e i formulari di alleanza usati nei trattati internazionali nel Vicino Oriente Antico, sia ittiti (XIV-XIII sec. a.C.) sia aramaici e assiri (VIII-VII a.C.), trovando in essi dei punti di contatto.6 Riscontri di fondamentale importanza teologica si trovano invece all'interno dei vari testi biblici: prima di Mosè infatti, Jahvè strinse alleanze  personali con Adamo, Noè ed Abramo.7 Queste alleanze, insieme con le successive, costituiscono l'oggetto di studio della cosiddetta teologia del patto, oltre che della teologia biblica più in generale.8 In questo contesto, l'attenzione di questa nuova serie di articoli vuole concentrarsi  nell'analisi esegetica dei capitoli 19-24 dell'Esodo, capitoli di primaria importanza per l'intera storia biblica. Di fronte alle numerose difficoltà linguistiche, testuali, storiche e teologiche, l'intento non è sicuramente quello di contribuire in modo innovativo o completo, quanto piuttosto offrire degli strumenti e informazioni introduttive utili a chi desidera iniziare ad avvicinarsi a questo testo, fondamentale non solo per l'ebraismo ed il cristianesimo, ma anche per l'intera civiltà occidentale.

1. LA PROPOSTA DI ALLEANZA


Nel primo giorno del terzo mese, da quando furono usciti dal paese d'Egitto, i figli d'Israele giunsero al deserto del Sinai. Partiti da Refidim, giunsero al deserto del Sinai e si accamparono nel deserto; qui Israele si accampò di fronte al monte.

Mosè salì verso Dio e il SIGNORE lo chiamò dal monte dicendo: «Parla così alla casa di Giacobbe e annuncia questo ai figli d'Israele: "Voi avete visto quello che ho fatto agli Egiziani e come vi ho portato sopra ali d'aquila e vi ho condotti a me. Dunque, se ubbidite davvero alla mia voce e osservate il mio patto, sarete fra tutti i popoli il mio tesoro particolare; poiché tutta la terra è mia; e mi sarete un regno di sacerdoti, una nazione santa". Queste sono le parole che dirai ai figli d'Israele». Allora Mosè venne, chiamò gli anziani del popolo ed espose loro tutte queste parole che il SIGNORE gli aveva ordinato di dire. Tutto il popolo rispose concordemente e disse: «Noi faremo tutto quello che il SIGNORE ha detto».
Esodo 19:1-8a

Iniziamo da questo punto il nostro viaggio attraverso il cuore dell'Esodo e dell'alleanza tra Dio e il popolo di Israele. I primi due versetti costituiscono il titolo e l'ambientazione del testo, l'inizio del preambolo. Il racconto in sé risulta strutturato in modo concentrico (come l'unità letteraria più ampia): al centro troviamo l'oracolo di Jahvè e all'esterno troviamo la salita al monte di Mosè e la sua discesa, oltre alla risposta finale del popolo.9 L'oracolo costituisce il nucleo di questo inizio, il presupposto dal quale potranno avvenire tutti gli avvenimenti successivi. Il popolo di Israele ha compiuto il percorso che inizialmente era stato di Mosè, e in modo simile adesso sta per incontrare la manifestazione del Dio che li ha liberati. Se Mosè fu chiamato da un roveto ardente che non si consumava (3:4), Israele invece sarà convocato all'alleanza in modo ancora più solenne e grandioso. Il ruolo di Mosè però resta comunque di primo piano, in quanto unico intermediario da Jahvè e i figli di Israele. In questo testo infatti è proprio lui a salire al monte per la prima delle tre volte riportate in questo capitolo (3, 8b, 20), ed è sempre lui a ricevere le parole del Signore.

Il programma divino appare inedito, ha un tono poetico e si svolge su tre orizzonti: il passato, il presente ed il futuro.10 In relazione al passato, Jahvé ricorda il suo intervento liberatore, il fatto di aver preso Israele ed averlo  portato sopra ali d'aquila fino alla sua presenza. Nella tradizione veterotestamentaria, le ali sono simbolo di intimità e protezione, e il volo dell'aquila rappresenta lo svezzamento materno di Dio, che si fa nido di Israele.11 La sua cura pertanto si è dimostrata  concreta e assoluta, ed è ora garanzia della bontà di quello che viene proposto. Il condizionale che apre il successivo orizzonte nel tempo presente testimonia non una imposizione ma una proposta di alleanza: in Egitto, Dio non poteva esprimersi come fa ora, perché Israele era ancora schiavo; adesso invece, egli lo interpella come un soggetto libero e adulto, pienamente responsabile del suo futuro.12 Le condizioni per aderire all'alleanza sono due: ascoltare davvero la voce di Dio ed osservare/custodire il patto stesso. Udire e ubbidire, vivere in modo fedele. Da parte sua invece, all'osservanza di questi impegni il Signore promette  prima di tutto di trasformare Israele nella sua proprietà/tesoro particolare. Questo termine, reso in ebraico con segullah, distingue originariamente all'interno di un intero gregge affidato a un pastore, quella parte che gli appartiene come suo possesso personale.13 Poi, promette che essi diventeranno un regno di sacerdoti, ossia un regno responsabile dell'intermediazione tra Jahvé e tutti gli altri popoli, il mezzo della benedizione divina per tutte le altre nazioni.14 Ed infine, una nazione santa: una nazione vera e propria, come tutte le altre, ma riservata esclusivamente per Dio.15

Dopo aver ascoltato con attenzione, Mosè torna a valle, convoca gli anziani del popolo ed espone loro questa proposta. Di fronte a queste promesse, e alle rispettive condizioni, gli anziani insieme al resto del popolo prendono unanimemente la loro decisione: «Noi faremo tutto quello che il SIGNORE ha detto». All'adesione a questa proposta, l'alleanza può essere siglata.
2. ISTRUZIONI PER LA TEOFANIA









E Mosè riferì al SIGNORE le parole del popolo. Il SIGNORE disse a Mosè: «Ecco, io verrò a te in una fitta nuvola, affinché il popolo oda quando io parlerò con te, e ti presti fede per sempre». E Mosè riferì al SIGNORE le parole del popolo. Allora il SIGNORE disse a Mosè: «Va' dal popolo, santificalo oggi e domani; fa' che si lavi le vesti. Siano pronti per il terzo giorno; perché il terzo giorno il SIGNORE scenderà in presenza di tutto il popolo sul monte Sinai. Tu fisserai tutto intorno dei limiti al popolo, e dirai: "Guardatevi dal salire sul monte o dal toccarne i fianchi. Chiunque toccherà il monte sarà messo a morte. Nessuna mano dovrà toccare il colpevole: questo sarà lapidato o trafitto con frecce; animale o uomo che sia, non dovrà vivere!" Quando il corno suonerà a distesa, allora essi potranno salire sul monte». E Mosè scese dal monte verso il popolo; santificò il popolo, e quelli si lavarono le vesti. Mosè disse al popolo: «Siate pronti fra tre giorni; non avvicinatevi a donna».
Esodo 19:8b-15

Questo brano continua il racconto, aprendosi con la seconda salita di Mosè al monte di Dio. Da qui, in quanto mediatore, egli riporta a Jahvé la decisione del popolo, e riceve da lui tutte le istruzioni necessarie per prepararsi alla discesa della sua presenza. Il Signore preannuncia il suo arrivo in una fitta nuvola, secondo una tradizione consolidata in tutto l'Antico Testamento. La gloria di Dio infatti si rende visibile in una nuvola non solo in questo brano cruciale, ma anche nella precedente marcia nel deserto (Es. 13:21), nella successiva costruzione del tabernacolo (Nu. 9:15) e nelle rispettive tradizioni (Sl. 78:14, Sl. 99:7), oltre che nelle aspettative future (Is. 4:5) e in altre apparizioni (Gb. 38:1). L'intenzione dichiarata è quella di mostrarsi sensibilmente per convincere il popolo della credibilità di Mosè e del suo ruolo profetico. Le indicazioni in sé invece riguardano la santificazione di tutto il popolo per due giorni, secondo il comando di lavare le proprie vesti e non toccare il monte finché il corno (del montone) non sarebbe suonato a distesa. Alla disubbidienza di quest'ultimo ordine, i trasgressori sarebbero dovuti essere messi a morte per lapidazione o per frecce: sistemati in una buca e colpiti a morte da questi oggetti. Tutto questo, perché nel terzo giorno il Signore stesso sarebbe sceso in presenza di tutto il popolo sul monte Sinai. Con queste istruzioni Mosè ridiscende nuovamente la montagna per tornare dal popolo e, raccontando ogni cosa, specifica anche il divieto di avere rapporti sessuali per preservare la propria purezza nei giorni seguenti, secondo una prescrizione che sarebbe stata fissata da lì a breve:

Se una donna avrà rapporti sessuali con un uomo affetto da tale emissione seminale, si laveranno tutti e due nell'acqua e saranno impuri fino a sera.
Levitico 15:18

L'aspettativa e la tensione in questo testo salgono ulteriormente: il terzo giorno sta per arrivare: il giorno della manifestazione gloriosa e potente di Dio.


3. LA TEOFANIA

Il terzo giorno, come fu mattino, ci furono tuoni, lampi, una fitta nuvola sul monte e si udì un fortissimo suono di tromba. Tutto il popolo che era nell'accampamento tremò. Mosè fece uscire il popolo dall'accampamento per condurlo a incontrare Dio; e si fermarono ai piedi del monte. Il monte Sinai era tutto fumante, perché il SIGNORE vi era disceso in mezzo al fuoco; il fumo saliva come il fumo di una fornace, e tutto il monte tremava forte. Il suono della tromba si faceva sempre più forte; Mosè parlava e Dio gli rispondeva con una voce. Il SIGNORE dunque scese sul monte Sinai, in vetta al monte; e il SIGNORE chiamò Mosè sulla vetta del monte, e Mosè vi salì. Il SIGNORE disse a Mosè: «Scendi, avverti solennemente il popolo di non fare irruzione verso il SIGNORE per guardare, altrimenti molti di loro periranno. Anche i sacerdoti che si avvicinano al SIGNORE, si santifichino, affinché il SIGNORE non si avventi contro di loro». Mosè disse al SIGNORE: «Il popolo non può salire sul monte Sinai, poiché tu ce lo hai vietato dicendo: "Fissa dei limiti intorno al monte, e santificalo"». Ma il SIGNORE gli disse: «Va', scendi; poi risalirai insieme ad Aaronne. Ma i sacerdoti e il popolo non facciano irruzione per salire verso il SIGNORE, affinché egli non si avventi contro di loro. Mosè scese verso il popolo e glielo disse.
Esodo 19:16-25

I segni della teofania sono tuoni, lampi, una fitta nuvola e un suono di tromba. Successivamente, nel momento in cui il Signore scende sul monte, egli lo fa in mezzo al fuoco e un terremoto (un'eruzione vulcanica?). Nella terza e ultima porzione di Esodo vi sono in tutto cinque teofanie simili: Es. 19-20; 24:1-2, 9-11; 24.15b-18; 33 e 34.16 Questi segni però ricorrono non soltanto qui, ma anche in contesti biblici diversi, come per esempio la chiamata profetica di Isaia (Is. 6) e addirittura, nel Nuovo Testamento, nella visione celeste del trono di Dio nell'Apocalisse di Giovanni. Secondo l'ipotesi documentaria la mescolanza di elementi temporaleschi con elementi vulcanici costituirebbe un rilevante indizio sulla presenza di due diverse fonti letterarie, quella Jahvista e quella Elohista; tuttavia la densità del brano in questione è tale da resistere a qualsiasi sforzo di eliminare le tensioni interne mediante la critica delle fonti o attraverso la separazione logica degli elementi associati alle immagini del vulcano o della tempesta.17 Il reale si mescola al simbolico, il naturale al soprannaturale, in una sorta di impressionante liturgia cosmica, spaventosa e affascinante.18 Gli elementi visivi si fondono con quelli uditivi, raggiungendo l'apice nel dialogo tra Dio e Mosè (v. 19).19 Il popolo se ne sta immobile, tutto tremante, ai piedi del monte, contemplando e ascoltando.20 Il tremore del popolo trova corrispondenza nel tremore del monte: il verbo harad  infatti si usa in relazione a persone, come sarà tradotto nella LXX.21 La tromba in questo caso identifica il corno di stambecco, dal suono meno cupo e più netto rispetto a quello di montone descritto nel v.13, in un'immagine che intende imitare il sibilo del vento.22 Mosè sale ora per la terza volta sul monte santo, e viene  nuovamente avvertito perentoriamente di non far salire nessuna persona del popolo - neppure i sacerdoti -, pena la morte.  Viene invitato a ribadire questo divieto ai figli di Israele scendendo da loro, e a risalire nuovamente, questa volta non da solo ma con suo fratello Aaronne. Mosè ubbidisce ancora una volta, avvicinandosi in questo modo ancora di più alla rivelazione delle dieci parole di Dio.

CONCLUSIONE














In questo primo articolo abbiamo approfondito il diciannovesimo capitolo del libro di Esodo, ossia il testo che apre la terza parte di questo libro e introduce il nucleo di tutta la sezione dei capitoli 19-24, costituito dai famosi Dieci Comandamenti. Questi ultimi saranno l'oggetto del prossimo articolo, che continuerà questa serie appena inaugurata.

Nel percorso che porta alle parole di Jahvè, abbiamo trovato la proposta di alleanza offerta al popolo di Israele, la sua dichiarazione di adesione, le istruzioni da seguire per l'imminente manifestazione divina, e infine l'arrivo della presenza stessa di Dio sul monte Sinai. Il linguaggio biblico relativo alla teofania risulta codificato in modo specifico e ricorrente anche in altri contesti, e risponde all'arduo compito di descrivere l'indescrivibile. Il monte, luogo di contatto tra cielo e terra, diventa quindi lo scenario nel quale Dio si manifesta a tutto Israele per stabilire con lui un'alleanza unica ed esclusiva, così come non sarà vissuta da nessun altro popolo o nazione. Questo però è reso possibile dall'intermediazione di Mosè, chiamato da Dio proprio su questo monte per liberare Israele dalla schiavitù egiziana, ed ora confermato come profeta esclusivo e portavoce delle parole divine. La vicinanza di Dio con Mosè è unica, e rispecchia la grande cura riservata per l'intero popolo di Israele, preso dalla schiavitù e condotto dal Signore su ali d'aquila sino alla sua presenza.  

O Dio, quando tu uscisti alla testa del tuo popolo,
quando avanzasti attraverso il deserto, [Pausa]
la terra tremò; anche i cieli si sciolsero in pioggia davanti a Dio;
lo stesso Sinai tremò davanti a Dio,
al Dio d'Israele.
O Dio, tu mandasti una pioggia benefica
sulla tua eredità esausta, per ristorarla.
Salmo 68:7-9



Note:
[1] Félix Garcìa Lòpez, Il Pentateuco, Paideia (2004), p. 111.
[2] Id. Ibid. p. 110.
[3] Id. Ibid.
[4] Antonio Nepi, Esodo (Capitoli 16-40), Edizioni Messaggero Padova (2004), p. 64. 
[5] F. G. Lòpez, Il Pentateuco, Paideia (2004), p. 152.
[6] Id. Ibid.
[7] Id. Ibid.
[8] Per approfondire: Michael G. Brown, Zach Keele, Il vincolo sacro, BE edizioni (2016).  
[9] A. Nepi, Esodo (Capitoli 16-40), Edizioni Messaggero Padova (2004), p. 68.
[10] Id., Ibid. p. 70.
[11] Id., Ibid. p. 71.
[12] Id., Ibid. p. 72.
[13] Id., Ibid.
[14] Id., Ibid. p. 73.
[15] Id., Ibid. p. 74.
[16] F. G. Lòpez, Il Pentateuco, Paideia (2004), p. 156. 
[17] Id. Ibid.
[18] Id. Ibid.
[19] Id. Ibid.
[20] Id. Ibid.
[21] Bernardo G. Boschi, Esodo, Paoline, p. 104.
[22] Id. Ibid.
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