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venerdì 15 aprile 2022

La crocifissione di Gesù nel Vangelo secondo Luca




INTRODUZIONE

Come ogni vangelo canonico, anche Luca propone alcuni aspetti teologici peculiari che arricchiscono il Nuovo Testamento e come per ogni vangelo anche la narrazione lucana trova il suo culmine nell'evento della Croce. La stessa struttura letteraria di Luca-Atti pone il racconto della passione e morte di Cristo al centro dell'interno racconto: dall'estero (Galilea) Gesù arriva a Gerusalemme per morire e, dopo la resurrezione, da Gerusalemme i suoi discepoli viaggiano verso l'estero (i confini della terra) per annunciare la buona notizia del significato di questa morte. Il Golgota dunque rappresenta teologicamente il fulcro della storia umana, sia da un punto di vista temporale che geografico e gli eventi qui avvenuti cambiano per sempre il destino dell'umanità. 

In occasione del venerdì santo dell'anno 2022, vorrei quindi approfondire il racconto lucano della passione e morte del Signore Gesù.

Da un punto di vista letterario è possibile delimitare l'ultimo grande blocco di questo libro con le coordinate 19:29-24:53. Questa unità letteraria è composta a sua volta da quattro sezioni: inizia con l'entrata di Gesù nella città, il tempio e l'insegnamento qui svolto (19:29-21:38), prosegue con il giorno degli azzimi e l'ultima cena (22:1-38), continua con la passione e morte di Gesù (22:39-23:56), per poi terminare con l'apparizione e l'ascensione del Risorto (c. 24).1 In questa occasione approfondiremo in particolare la parte terminale del racconto della morte di Gesù: la terza sezione dell'ultima parte. 

1. LA VIA DELLA CROCE

Mentre lo portavano via, presero un certo Simone, di Cirene, che veniva dalla campagna, e gli misero addosso la croce perché la portasse dietro a Gesù. Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che facevano cordoglio e lamento per lui. Ma Gesù, voltatosi verso di loro, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete per me, ma piangete per voi stesse e per i vostri figli. Perché, ecco, i giorni vengono nei quali si dirà: "Beate le sterili, i grembi che non hanno partorito e le mammelle che non hanno allattato". Allora cominceranno a dire ai monti: "Cadeteci addosso"; e ai colli: "Copriteci".  Perché se fanno questo al legno verde, che cosa sarà fatto al secco?»  Ora, altri due, malfattori, erano condotti per essere messi a morte insieme a lui.
Luca 23:26-32

Il nostro racconto inizia all'apice della drammatica cattura di Gesù e la sua sentenza di morte, nel suo percorso verso il luogo dell'esecuzione. Le stesse guardie che lo stavano scortando costringono un altro innocente a portare la sua croce, un certo Simone. Di solito il condannato portava solo il braccio orizzontale, che gli veniva buttato sulle sue spalle con le mani legate ad esso. 

Una gran folla del popolo e di donne faceva cordoglio e lamento per lui. Molto probabilmente non erano donne della Galilea (8:1-3, 23:49) ma abitanti di Gerusalemme, visto che poco dopo è Gesù stesso a qualificarle in questo modo. Questo dato è significativo perché la predicazione di Gesù è stata principalmente rurale e periferica. Abbiamo però la prova che anche nella capitale un gran numero di persone ha riconosciuto la sua straordinarietà. Questo cordoglio e lamento si sovrappone all'oracolo del profeta Zaccaria:

«Spanderò sulla casa di Davide e sugli abitanti di Gerusalemme
lo Spirito di grazia e di supplicazione;
essi guarderanno a me, a colui che essi hanno trafitto,
e ne faranno cordoglio come si fa cordoglio per un figlio unico,
e lo piangeranno amaramente come si piange amaramente un primogenito.

Zaccaria 12:10

Voltandosi verso la folla Gesù profetizza un tempo di giudizio per Gerusalemme, simile a quello vissuto con l'assedio babilonese e la relativa conquista, descritto tragicamente da Geremia con le parole: 

La lingua del lattante gli si attacca al palato,
per la sete;
i bambini chiedono pane,
e non c'è chi gliene dia.
Lamentazioni 4:4 

Riecheggiando anche le parole del profeta Osea di qualche secolo prima:

Gli alti luoghi di Aven, peccato d'Israele, saranno distrutti.
Le spine e i rovi cresceranno sui loro altari;
ed essi diranno ai monti: «Copriteci!»
e ai colli: «Cadeteci addosso!»
Osea 10:8

La frase finale probabilmente riprende invece un proverbio del tempo. Il senso è chiaro: se all'innocente è riservato un tale destino, cosa sarà riservato ai colpevoli? 

Il testo evangelico lascia questa domanda implicita nell'aria, senza darle una risposta. Come stiamo per leggere nel prossimo brano, a breve Gesù chiederà al Padre di perdonare i suoi carnefici e sappiamo che il significato della sua morte è proprio di espiazione nei confronti dell'umanità. Ma la domanda rimane: cosa sarà fatto al legno secco, alla Gerusalemme impenitente? È storia il fatto che sarà conquistata e distrutta dai romani durante la prima guerra giudaica nel 70 d.C. e proprio in modo simile a quando, nel racconto delle Lamentazioni, è stata conquistata dai babilonesi. Sembrerebbe che il Vangelo di Luca suggerisca una correlazione tra questa distruzione e l'uccisione di Cristo. Nel sermone profetico del Vangelo di Matteo, invece, Gesù profetizza la prima Guerra Giudaica2 :

Mentre Gesù usciva dal tempio e se ne andava, i suoi discepoli gli si avvicinarono per fargli osservare gli edifici del tempio. Ma egli rispose loro: «Vedete tutte queste cose? Io vi dico in verità: Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non sia diroccata».
[...]
Quando dunque vedrete l'abominazione della desolazione, della quale ha parlato il profeta Daniele, posta in luogo santo (chi legge faccia attenzione!), allora quelli che saranno nella Giudea, fuggano ai monti; chi sarà sulla terrazza non scenda per prendere quello che è in casa sua; e chi sarà nel campo non torni indietro a prendere la sua veste. Guai alle donne che saranno incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni!
Matteo 24:1-2, 15-19

Così come Antioco IV Epifane profanò il Tempio di Gerusalemme (l'abominazione della desolazione) durante la dominazione dei Seleucidi, allo stesso modo Gesù profetizza che avverrà nuovamente, e in effetti così accadrà proprio con la distruzione romana del 70 con gli arredi sacri depredati e i vessilli imperiali issati sul terreno santo.

Come testimonianza extra biblica trovo inoltre interessante una cronaca di Giuseppe Flavio, testimoniata nel libro Guerre Giudaiche, di quanto accaduto circa trent'anni dopo la morte di Gesù:

«Ma ancora più tremendo fu quest'altro prodigio. Quattro anni prima che scoppiasse la guerra, quando la città era al culmine della pace e della prosperità, un tale Gesù figlio di Anania, un rozzo contadino, si recò alla festa in cui è uso che tutti costruiscano tabernacoli per il Dio e all'improvviso cominciò a gridare nel tempio: «Una voce da oriente, una voce da occidente, una voce dai quattro venti, una voce contro Gerusalemme e il tempio, una voce contro sposi e spose, una voce contro il popolo intero». Giorno e notte si aggirava per tutti i vicoli gridando queste parole, e alla fine alcuni dei capi della cittadinanza, tediati di quel malaugurio, lo fecero prendere e gli inflissero molte battiture. Ma quello, senza né aprir bocca in sua difesa né muovere una specifica accusa contro chi lo aveva flagellato, continuò a ripetere il suo ritornello. Allora i capi, ritenendo - com'era in realtà - che quell'uomo agisse per effetto di una forza sovrumana, lo trascinarono dinanzi al governatore romano. Quivi, sebbene fosse flagellato fino a mettere allo scoperto le ossa, non ebbe un'implorazione né un gemito, ma dando alla sua voce il tono più lugubre che poteva, a ogni battitura rispondeva: «Povera Gerusalemme!». Quando Albino, che era il governatore, gli fece domandare chi fosse, donde provenisse e perché lanciasse quella lamentazione, egli non rispose, ma continuò a compiangere il destino della città finché Albino sentenziò che si trattava di pazzia e lo lasciò andare.Fino allo scoppio della guerra egli non si avvicinò ad alcun cittadino né fu visto parlare con alcuno, ma ogni giorno, come uno che si esercitasse a pregare, ripeteva il suo lugubre ritornello: “Povera Gerusalemme!”. Né imprecava contro quelli che, un giorno l'uno un giorno l'altro, lo percuotevano, né benediceva chi gli dava qualcosa da mangiare; l'unica risposta per tutti era quel grido di malaugurio, che egli lanciava soprattutto nelle feste. Per sette anni e cinque mesi lo andò ripetendo senza che la sua voce si affievolisse e senza provar stanchezza, e smise solo all'inizio dell'assedio, quando ormai vedeva avverarsi il suo triste presagio. Infatti un giorno che andava in giro sulle mura gridando a piena gola: “Ancora una volta, povera la città, e povero il popolo, e povero il tempio!”, come alla fine aggiunse: “E poveretto anche me!”, una pietra scagliata da un lanciamissili lo colpì uccidendolo all'istante, ed egli spirò ripetendo ancora quelle parole.»
Guerra Giudaica, di Giuseppe Flavio, Libro VI 300-309

A quanto pare quando ancora Gerusalemme viveva nella pace, pochi anni prima dell'assedio e prima di ogni avvisaglia di guerra, circa dopo trent'anni dalla morte di Gesù arrivò a Gerusalemme un altro uomo con lo stesso nome. Anche lui predicò e profetizzò nel Tempio (in modo simile all'episodio evangelico della "purificazione del Tempio"), anche lui venne torturato sebbene innocente, anche lui non ritrattò nulla ma continuò a profetizzare contro Gerusalemme. E dopo sette anni (il numero biblico della perfezione e completezza) e cinque mesi (il numero della Legge) iniziò l'assedio romano e la conquista della città che coincise anche con la sua morte. 

2. GESÙ SULLA CROCE 

Quando furono giunti al luogo detto «il Teschio», vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l'altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno». Poi divisero le sue vesti, tirandole a sorte. Il popolo stava a guardare. E anche i magistrati si beffavano di lui, dicendo: «Ha salvato altri, salvi se stesso, se è il Cristo, l'Eletto di Dio!» Pure i soldati lo schernivano, accostandosi, presentandogli dell'aceto e dicendo: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso!» Vi era anche questa iscrizione sopra il suo capo: QUESTO È IL RE DEI GIUDEI. Uno dei malfattori appesi lo insultava, dicendo: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!» Ma l'altro lo rimproverava, dicendo: «Non hai nemmeno timor di Dio, tu che ti trovi nel medesimo supplizio? Per noi è giusto, perché riceviamo la pena che ci meritiamo per le nostre azioni; ma questi non ha fatto nulla di male». E diceva: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno!» Ed egli gli disse: «Io ti dico in verità, oggi tu sarai con me in paradiso».
Luca 23:33-43

La seconda parte del nostro testo continua presentando immediatamente la crocifissione di Gesù, insieme a due malfattori. Qui troviamo l'intercessione per i suoi carnefici, nel solco della caratteristica del servo sofferente di YHWH profetizzato nel libro di Isaia:

Perciò io gli darò in premio le moltitudini,
egli dividerà il bottino con i molti,
perché ha dato se stesso alla morte
ed è stato contato fra i malfattori;
perché egli ha portato i peccati di molti
e ha interceduto per i colpevoli.

Isaia 53:12 

In tutta l'opera lucana Gesù è dispensatore di perdono, e lo diviene anche nel momento della somma ingiustizia. Questo stesso approccio ricorrerà anche con Stefano, il primo martire cristiano:

E lapidarono Stefano che invocava Gesù e diceva: «Signore Gesù, accogli il mio spirito». Poi, messosi in ginocchio, gridò ad alta voce: «Signore, non imputare loro questo peccato». E detto questo si addormentò.
Atti 7:59-60

Così come è morto il maestro, perdonando e rendendo lo spirito a Dio, allo stesso modo arriva a morire il primo testimone.

La divisione delle vesti di Gesù si sovrappone alla sorte del servo sofferente del Salmo 22:

Spartiscono fra loro le mie vesti
e tirano a sorte la mia tunica.
Salmo 22:18 

Luca sottolinea che dalla sua prospettiva la crocifissione sancisce l'identità di Gesù come messia e re, non nel modo atteso dal popolo ma nel modo che attraverso la sofferenza compie la volontà divina.  

I magistrati, i soldati e uno dei malfattori crocifissi continuano a schernire Gesù, ma l'altra persona sulla croce riconosce la sua innocenza e chiede di ricordarsi di lui nel suo regno. La risposta di Gesù può essere intesa come una sentenza emessa in quanto giudice dei vivi e dei morti, che lo caratterizza come nuovo Adamo che inaugura un nuovo periodo di salvezza.

3. LA MORTE DI GESÙ

Era circa l'ora sesta, e si fecero tenebre su tutto il paese fino all'ora nona; il sole si oscurò. La cortina del tempio si squarciò nel mezzo. Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio». Detto questo, spirò. Il centurione, veduto ciò che era accaduto, glorificava Dio dicendo: «Veramente, quest'uomo era giusto». E tutta la folla che assisteva a questo spettacolo, vedute le cose che erano accadute, se ne tornava battendosi il petto. Ma tutti i suoi conoscenti e le donne che lo avevano accompagnato dalla Galilea stavano a guardare queste cose da lontano.
Luca 23:44-49

Da mezzogiorno alle tre si fecero tenebre su tutto il paese. Nella tradizione veterotestamentaria l'oscuramento del sole è sempre associato al "giorno del Signore", inteso come giorno del giudizio divino. Ricordiamo a titolo esemplificativo un paio di oracoli:

Ecco il giorno del SIGNORE giunge:
giorno crudele, d'indignazione e d'ira furente,
che farà della terra un deserto
e ne distruggerà i peccatori.
Poiché le stelle e le costellazioni del cielo
non faranno più brillare la loro luce;
il sole si oscurerà mentre sorge,
la luna non farà più risplendere il suo chiarore.
Isaia 13:9-10 

Il gran giorno del SIGNORE è vicino;
è vicino e viene in gran fretta;
si sente venire il giorno del SIGNORE
e il più valoroso grida amaramente.
Quel giorno è un giorno d'ira,
un giorno di sventura e d'angoscia,
un giorno di rovina e di desolazione,
un giorno di tenebre e caligine,
un giorno di nuvole e di fitta oscurità,
un giorno di squilli di tromba e di allarme
contro le città fortificate e le alte torri.
Io metterò gli uomini nell'angoscia
ed essi brancoleranno come ciechi,
perché hanno peccato contro il SIGNORE;
il loro sangue sarà sparso come polvere
e la loro carne come escrementi.
Sofonia 1:14-17

Il contesto di ira e giudizio divino però non si scaglia contro i peccatori ma trova il suo culmine nella rottura della cortina del tempio e nella morte stessa di Gesù. Il culto mosaico è adesso definitivamente soppresso e inizia la Nuova Alleanza nella carne e nel sangue di Cristo, colui che ha la possibilità di accogliere tanto i giudei quanto i gentili a differenza del tempio precedente reso accessibile solo ai giudei. Gesù rimette il suo spirito citando il Salmo 31:5, aggiungendo solo "Padre" in modo coerente con questo appellativo intimo divino che egli ha anche insegnato ai suoi discepoli. L'intimità con il Padre e le tenebre scatenate smuovono la fede del centurione che, pur essendo pagano, riconosce la sua giustizia. La folla si batte il petto in segno di lutto e i discepoli con le donne osservano da lontano, forse pregando, travolti da questo epilogo tragico e per loro inaspettato, nonostante gli avvisi profetici che Gesù stesso aveva più volte espresso loro. 

CONCLUSIONE

Abbiamo letto le pagine più drammatiche del Nuovo Testamento, che ogni anno vengono rivissute dalle comunità cristiane di tutto il mondo i giorni prima della Pasqua. 

Come per ogni altro evento evangelico, anche il racconto della morte di Cristo è intriso della teologia dell'Antico Testamento, portandola però oltre, verso la Nuova Alleanza.

Profezie e Salmi si intrecciano in questo nuovo racconto acquisendo un nuovo significato. Quella che per alcuni era la morte di un banale agitatore politico, diventa occasione per un centurione romano di esclamare: «Veramente, quest'uomo era giusto». Una professione di fede e una nuova comprensione di Gesù da parte di chi non credeva in lui. L'inizio di quello che verrà...


Note: 
[1] cfr. Rafael Aguirre Monasterio, Antonio Rodriguez Carmona, Vangeli sinottici e Atti degli Apostoli, Paideia editrice, Brescia, 1995, p. 253. 
[2] cfr. R.T. France, Il Vangelo secondo Matteo, Edizioni GBU, Chieti-Roma, p. 482

domenica 24 ottobre 2021

Il battesimo di Gesù



INTRODUZIONE

Il Vangelo secondo Marco inizia dichiarando sin da subito il proprio intento: testimoniare la buona notizia di Gesù che è il Cristo e il Figlio di Dio. Sappiamo che la sua suddivisione letteraria passa proprio da questi due titoli, riconosciuti in due cruciali professioni di fede che troviamo in 8:27-30 e 15:39.

La scena iniziale si apre con Giovanni il battezzatore, che anticipa l’arrivo di qualcuno di maggiore a lui che avrebbe battezzato con lo Spirito Santo. Proprio Giovanni battezza Gesù, proveniente da Nazaret di Galilea, nel fiume Giordano. Questo battesimo è il primo vero avvenimento di questo vangelo e, come ogni inizio che si rispetti, non può non avere in sé numerosi significati che andremo a ricercare in questo approfondimento. 

“E FU BATTEZZATO”: IL RACCONTO DEL BATTESIMO DI GESÙ SECONDO L’EVANGELISTA MARCO

In quei giorni Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato da Giovanni nel Giordano. A un tratto, come egli usciva dall'acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito scendere su di lui come una colomba. Una voce venne dai cieli: «Tu sei il mio diletto Figlio; in te mi sono compiaciuto».
Vangelo secondo Marco 1:9-11

Nonostante la sua grande importanza, possiamo rilevare che questo racconto è incredibilmente sintetico nel nostro Vangelo che, ricordiamo, secondo gli studiosi è il più antico tra i canonici. Confrontandolo con gli altri sinottici possiamo vedere infatti come gli evangelisti successivi aggiunsero altri dettagli all’episodio per elaborare quello che qui è solo accennato. Notiamo a titolo di esempio come Luca aggiunge che lo Spirito scese su Gesù “in forma corporea” come una colomba (3:22) mentre Matteo inserisce un dialogo tra Gesù e Giovanni con il riserbo di quest’ultimo a battezzarlo considerandosi inferiore a lui (3:14-15). In effetti se Giovanni predicava un battesimo di ravvedimento dai peccati, e Gesù fu addirittura concepito senza peccato, come mai volle farsi battezzare dal Battista? Questa è una domanda spinosa alla quale i primi cristiani dovettero trovare una risposta teologica. 

Nonostante la sua brevità, nel testo marciano ci sono degli indizi su diversi temi di teologia biblica che dall’Antico Testamento approdano qui per trovare uno sviluppo che potrà sbocciare appieno con la completezza degli altri scritti neotestamentari. L'introduzione di Marco nei versetti immediatamente precedenti ai nostri introduce la cornice dell'ambientazione che viene presentata come un nuovo esodo e la funzione di Giovanni come nuovo Elia che chiama Israele al pentimento. Dopodiché la narrazione si sposta, e incontriamo il nostro episodio che ha Gesù come protagonista. 

Il battesimo presentato da Giovanni ha conosciuto diverse interpretazioni in quanto pratica innovativa per questo tempo e ben diversa dalle comuni abluzioni e lavaggi rituali che, contrariamente al battesimo, venivano praticate frequentemente. Questo battesimo potrebbe alludere al battesimo dei proseliti ma non vi è certezza che un tale significato fosse conosciuto in epoca così antica. Più probabilmente si tratta di una ripresa dell’attraversamento del mare durante l’esodo, in accordo alla seguente tradizione profetica biblica: 

Allora il suo popolo si ricordò dei giorni antichi di Mosè:
Dov'è colui che li fece uscire dal mare
con il pastore del suo gregge?
Dov'è colui che mise in mezzo a loro lo Spirito suo santo,
che fece andare il suo braccio glorioso alla destra di Mosè,
che divise le acque davanti a loro,
per acquistarsi una rinomanza eterna,
che li condusse attraverso gli abissi,
come un cavallo nel deserto,
senza che inciampassero?
Come il bestiame che scende nella valle,
lo Spirito del SIGNORE li condusse al riposo.
Così tu guidasti il tuo popolo,
per acquistarti una rinomanza gloriosa.
Guarda dal cielo, e osserva,
dalla tua abitazione santa e gloriosa.
Dove sono il tuo zelo, i tuoi atti potenti?
Il fremito delle tue viscere e le tue compassioni
non si fanno più sentire verso di me.
Tuttavia, tu sei nostro padre;
poiché Abraamo non sa chi siamo
e Israele non ci riconosce.
Tu, SIGNORE, sei nostro padre,
il tuo nome, in ogni tempo, è Redentore nostro.
SIGNORE, perché ci fai peregrinare lontano dalle tue vie
e rendi duro il nostro cuore perché non ti tema?
Ritorna, per amor dei tuoi servi,
delle tribù della tua eredità!
Per poco tempo il tuo popolo santo ha posseduto il paese;
i nostri nemici hanno calpestato il tuo santuario.
Noi siamo diventati come quelli che tu non hai mai governati,
come quelli che non portano il tuo nome!
Oh, squarciassi tu i cieli, e scendessi!
Davanti a te sarebbero scossi i monti.
Isaia 63:11-64:1

Questo testo descrive alla perfezione il sentimento religioso che doveva esserci nell’ambiente che stiamo considerando, promosso da Giovanni. In entrambi i casi considerati è da rilevare che il presupposto comune, compreso quello appena indicato, assume l’apostasia di Israele e la necessità del suo pentimento. La carica sacerdotale da tempo non osservava più le dinastie indicate dalla Torah, le nazioni pagane da secoli occupavano i territori di Israele e molti giudei sentivano il bisogno di un ritorno alla fede genuina dei loro padri e di un nuovo intervento diretto di YHWH. 

Gesù dunque si fa battezzare da Giovanni nel fiume Giordano, lo stesso fiume che il popolo di Israele attraversò per conquistare con Giosuè la terra promessa, ricapitolando così la storia di Israele e identificandosi egli stesso con l’Israele fedele a Dio. L’immersione e l’emersione riecheggiano tanto l’attraversamento del Mar Rosso durante l’esodo quanto l’attraversamento del fiume Gerico, come appena accennato. 

Durante l’emersione però il nostro testo riporta che Gesù “vide aprirsi i cieli”, espressione utilizzata nei testi apocalittici per descrivere un evento escatologico divino. Possiamo trovare dei paralleli nei seguenti testi: 

Il trentesimo anno, il quinto giorno del quarto mese, mentre mi trovavo presso il fiume Chebar, fra i deportati, i cieli si aprirono, e io ebbi delle visioni divine.
Ezechiele 1:1

Allora si aprì il tempio di Dio che è in cielo e apparve nel tempio l'arca dell'alleanza. Vi furono lampi e voci e tuoni e un terremoto e una forte grandinata.
Apocalisse 11:19

I cieli aperti introducono l’azione divina che nel nostro contesto consiste di due elementi: la discesa dello Spirito come una colomba e la voce di Dio. 

La discesa dello Spirito ricorre nell’Antico Testamento tanto a riguardo del “germoglio che spunterà dal tronco di Iesse”, ossia il messia (Is. 11:1-2) quanto al Servo di YHWH con il compito di portare la rivelazione alle nazioni (Is. 42:1). La colomba invece appare nel racconto del diluvio, che nella tradizione cristiana assume significati battesimali (1 Pt. 3:20-21). Nel Cantico dei cantici viene presentata come simbolo della fidanzata (Ct. 2:14), mentre ancora in Isaia, oltre che in Osea, rappresenta il ritorno in patria di Israele dopo l’esilio:

Chi mai sono costoro che volano come una nuvola,
come colombi verso le loro colombaie?

Isaia 60:8

Accorreranno in fretta dall'Egitto come uccelli
e dal paese d'Assiria come colombe;
io li farò abitare nelle loro case», dice il SIGNORE.

Osea 11:11

Il tema biblico dell’uscita dall’Egitto e del rientro dall’esilio si intrecciano più volte, quindi, nel nostro racconto battesimale. Si intrecciano con il simbolo dell’acqua ma anche con lo Spirito e con la colomba. Tutte queste immagini si vanno a fondere con l’identità di Gesù e la missione che sta per intraprendere. 

A questo punto, però, come ulteriore elemento arriva la voce di Dio, che dice: «Tu sei il mio diletto Figlio; in te mi sono compiaciuto». Questa frase è una combinazione di espressioni bibliche riprese dal racconto del sacrificio di Isacco e dalla letteratura profetica. Di seguito i testi più significativi:

E Dio disse: «Prendi ora tuo figlio, il tuo unico, colui che ami, Isacco, e va' nel paese di Moria, e offrilo là in olocausto sopra uno dei monti che ti dirò».
[...]
E l'angelo: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli male! Ora so che tu temi Dio, poiché non mi hai rifiutato tuo figlio, l'unico tuo».
[...]
«Io giuro per me stesso, dice il SIGNORE, che, siccome tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, l'unico tuo
Genesi 22:2-12-16 

Trasformerò le vostre feste in lutto
e tutti i vostri canti in lamento;
coprirò di sacchi tutti i fianchi
e ogni testa sarà rasa.
Il paese piomberà nel lutto come quando muore un figlio unico,
la sua fine sarà come un giorno d'amarezza.

Amos 8:10

«Spanderò sulla casa di Davide e sugli abitanti di Gerusalemme
lo Spirito di grazia e di supplicazione;
essi guarderanno a me, a colui che essi hanno trafitto,
e ne faranno cordoglio come si fa cordoglio per un figlio unico,
e lo piangeranno amaramente come si piange amaramente un primogenito.

Zaccaria 12:10

Io annuncerò il decreto:
Il SIGNORE mi ha detto: «Tu sei mio figlio,
oggi io t'ho generato.

Salmo 2:7

Isacco diventa il “tipo” di cui Gesù è l’“anti-tipo”: il figlio amato che viene richiesto in sacrificio. Ma Gesù è ancor di più di questo, e nelle parole che si sentono provenire dall’alto ci sono allusioni anche al lutto nazionale per la morte di una persona amata dal popolo oltre che all’intronizzazione di un nuovo re di Israele. 

Questa semplice frase che viene dai cieli appare dunque, una volta comparata con l’Antico Testamento, come il programma di Dio per la persona che si sta facendo battezzare da Giovanni: come la missione e il destino di Gesù.

Lui, come Isacco, verrà chiamato da Dio al sacrificio supremo. Lui, causerà lutto per il popolo di Israele. Sempre lui, riceverà una dichiarazione di figliolanza divina, un'eredità composta da nazioni e dalla totalità delle terre con l’intronizzazione celeste preparata in seguito alla sua morte e manifestata con potenza attraverso la risurrezione.

Ecco quindi come un battesimo svolto per mostrare pentimento, acquisisce numerosi e profondi significati diversi in questo caso particolare. Gesù si fa battezzare da Giovanni, sì, ma non per pentirsi dai propri peccati quanto per ricapitolare in sé la storia di Israele, promuovere l’intervento di Dio in una fase cruciale della storia attraverso un progetto che lo vede protagonista. Questi sono i significati del battesimo di Gesù, che le prime comunità cristiane compresero solo dopo qualche tempo. Questo è l’inizio, che fin dal primo momento dichiara la fine. 

CONSIDERAZIONI FINALI

Il battesimo di Gesù, all’inizio del Vangelo secondo Marco, dà il via al suo ministero terreno e a tutti gli insegnamenti e i miracoli che che arriveranno. Questo battesimo non riguarda una necessità di pentimento da parte di Gesù, in quanto egli è senza peccato, ma una ricapitolazione della storia di Israele e una immedesimazione con l’Israele fedele. Di fronte a questo gesto simbolico e profetico i cieli si aprono e appaiono due manifestazioni divine: la discesa dello Spirito Santo che conferma questo ruolo e la voce di Dio Padre. Egli attesta che Gesù è il suo amato Figlio, nel quale si è compiaciuto. Figlio amato come lo fu Isacco, chiamato al sacrificio come Isacco. Figlio unico la cui morte avrebbe causato un grande lutto in Israele, ma anche Figlio erede della terra e di ogni potenza. Questa parabola di sofferenza, morte e gloria seppur paradossale è la sintesi del vangelo di Dio: la buona notizia per tutti coloro che accolgono la salvezza di Cristo Gesù.

domenica 12 aprile 2020

«Rabbunì!»


















INTRODUZIONE

Seguendo l'approfondimento biblico di due giorni fa dedicato al racconto della crocifissione di Gesù nel Vangelo secondo Giovanni, arriviamo oggi al racconto della resurrezione del Signore così come descritta da questo stesso Vangelo. 

Già sei anni fa ho dedicato uno studio a una particolare allusione in questo brano, ma in questa nuova occasione vorrei offrire più che altro uno sguardo d'insieme alla sua narrazione e teologia di riferimento.

L'evento della morte di Gesù è stato inatteso e traumatizzante per tutti i suoi discepoli, a tal punto che una costante tra i vari racconti delle sue apparizioni da risorto nel Nuovo Testamento è proprio quella di non essere inizialmente riconosciuto. Un particolare imbarazzante per un popolo contraddistinto dalla propria fede, ma che in modo onesto testimonia lo stupore dei discepoli e amici di Gesù di fronte a una manifestazione così straordinaria. Anche Giovanni non nasconde questo fatto, ma lo presenta nel suo racconto al pari degli altri evangelisti, aggiungendo però i propri aspetti peculiari. Avviciniamoci dunque per prima cosa alla lettura del nostro testo.

LA LETTURA
Il primo giorno della settimana, la mattina presto, mentre era ancora buio, Maria Maddalena andò al sepolcro e vide la pietra tolta dal sepolcro. Allora corse verso Simon Pietro e l'altro discepolo che Gesù amava e disse loro: «Hanno tolto il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'abbiano messo». Pietro e l'altro discepolo uscirono dunque e si avviarono al sepolcro. I due correvano assieme, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse primo al sepolcro; e, chinatosi, vide le fasce per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro, e vide le fasce per terra, e il sudario che era stato sul capo di Gesù, non per terra con le fasce, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l'altro discepolo che era giunto per primo al sepolcro, e vide, e credette. Perché non avevano ancora capito la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti.  I discepoli dunque se ne tornarono a casa. Maria, invece, se ne stava fuori vicino al sepolcro a piangere. Mentre piangeva, si chinò a guardare dentro il sepolcro, ed ecco, vide due angeli, vestiti di bianco, seduti uno a capo e l'altro ai piedi, lì dov'era stato il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?» Ella rispose loro: «Perché hanno tolto il mio Signore e non so dove l'abbiano deposto».  Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Gesù le disse: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?» Ella, pensando che fosse l'ortolano, gli disse: «Signore, se tu l'hai portato via, dimmi dove l'hai deposto, e io lo prenderò». Gesù le disse: «Maria!» Ella, voltatasi, gli disse in ebraico: «Rabbunì!» che vuol dire: «Maestro!» Gesù le disse: «Non trattenermi, perché non sono ancora salito al Padre; ma va' dai miei fratelli, e di' loro: "Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro"». Maria Maddalena andò ad annunciare ai discepoli che aveva visto il Signore, e che egli le aveva detto queste cose. 
Vangelo secondo Giovanni 20:1-18
IL COMMENTO

Se il titolo dell'articolo che ho scritto per il racconto della crocifissione è stato preso dalle ultime parole di Gesù («È compiuto!»), quello del presente approfondimento è tratto - in ideale risposta - dalla parola della prima persona che ha incontrato il Signore risuscitato («Rabbunì!»). 

I quattro evangelisti sono concordi nell'evitare di descrivere il fatto in sé della resurrezione, in quanto evidentemente non ci sono stati testimoni oculari, mentre raccontano le varie manifestazioni del Risorto. Il nostro brano comincia prima dell'alba quando Maria Maddalena si reca al sepolcro, trovandolo vuoto. Il primo pensiero di Maria di fronte alla tomba vuota è stato quello di un trafugamento del cadavere. Questo dato mostra il generale sentimento di scoraggiamento e disfatta vissuto in questi tragici giorni dai discepoli di Gesù, tanto più che neanche Pietro e "l'altro discepolo" pensavano inizialmente a qualcosa di diverso. La spiegazione data dall'evangelista è che non avevano ancora capito la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti. Non viene specificato quale Scrittura ma tra le varie ipotesi troviamo i seguenti contesti:
Poiché tu non abbandonerai l'anima mia in potere della morte,né permetterai che il tuo santo subisca la decomposizione. 
Salmo 16:10 
Ma il SIGNORE ha voluto stroncarlo con i patimenti.Dopo aver dato la sua vita in sacrificio per il peccato, egli vedrà una discendenza, prolungherà i suoi giorni, e l'opera del SIGNORE prospererà nelle sue mani.Dopo il tormento dell'anima sua vedrà la luce e sarà soddisfatto; per la sua conoscenza, il mio servo, il giusto, renderà giusti i molti, si caricherà egli stesso delle loro iniquità.Perciò io gli darò in premio le moltitudini, egli dividerà il bottino con i molti, perché ha dato se stesso alla morte ed è stato contato fra i malfattori; perché egli ha portato i peccati di molti e ha interceduto per i colpevoli. 
Isaia 53:10-12 
In due giorni ci ridarà la vita; il terzo giorno ci rimetterà in piedi, e noi vivremo alla sua presenza. 
Osea 6:2
Troviamo evidente il fatto che l'immagine del servo sofferente di Jahvè, applicata alla morte di Gesù, sia stata probabilmente coinvolta anche in merito alla sua resurrezione. Gesù infatti alla luce degli scritti sacri è stato progressivamente compreso dalle comunità cristiane come l'Unto e il Figlio di Dio, titoli questi che hanno assunto sfumature via via più chiare e definite nel corso del I secolo. Il nostro evangelista scrivendo alla fine di questo periodo di maturazione teologica, e quindi forte di questa consapevolezza, giustifica in tal modo lo smarrimento dei discepoli. Gli apostoli, i discepoli di Emmaus, Maria Maddalena....tutti questi protagonisti neotestamentari hanno avuto bisogno di un "segno di riconoscimento" di Gesù, il quale peraltro non ha mai mancato di darlo così come nel nostro caso. 

Entrando nel cuore della narrazione, dopo il richiamo di Maria, Pietro e l'altro discepolo accorrono al sepolcro, e qui trovano le fasce per terra e il sudario piegato in un luogo a parte. Per l'altro discepolo (secondo la tradizione cristiana Giovanni stesso) basta la vista del sudario per credere. I discepoli dopo questi avvenimenti tornano a casa e resta solo Maria al sepolcro. Qui vede due angeli e, dopo un breve dialogo con loro, vede anche un'altra persona in piedi non riconoscendovi proprio Gesù e pensando fosse l'ortolano. Letteralmente però il termine utilizzato sarebbe da tradurre con "il custode del giardino", o "il giardiniere" secondo un'allusione che guarda addirittura al Cantico dei Cantici. La scena quindi sfuma nella simbologia del giardino, dell'amata e del dodì, ossia l'amato, che ha in questo appellativo la radice del nome di Davide, antenato del Messia. In questo quadro, Maria però ancora non capisce e chiede dove sia il corpo senza vita di Gesù. E proprio lui risponde, chiamandola per nome, ed è esattamente in questo momento che ella lo riconosce. Evidentemente si avvicina a lui perché Gesù subito dopo dice "non trattenermi" o "non toccarmi", portando a compimento la cifra stilistica del Cantico che rende la ricerca reciproca e mai conclusa dei protagonisti il proprio elemento distintivo. 
"Per Giovanni dunque, Gesù è il Messia-Sposo che si sottrae non per scomparire, ma per dare tempo all'amore di trovarlo."1 
Il primo segno miracoloso di Gesù è avvenuto durante uno sposalizio, e nella sua  prima manifestazione dopo la risurrezione egli si presenta come lo Sposo, che tuttavia non è ancora pronto per le sue nozze (le nozze dell'Agnello) e deve lasciare ancora del tempo senza la sua presenza. Proprio per la necessità di salire a breve al Padre dà a lei - una donna! - la missione di annunciare agli altri discepoli e apostoli la sua resurrezione. 

L'ATTUALIZZAZIONE 

Come abbiamo visto il brano in questione è senza dubbio custode di una grande ricchezza teologica. Da una parte abbiamo lo sconforto e la sofferenza dei discepoli di Gesù e dall'altra la sua impensabile sconfitta della morte con la resurrezione, che apre a uno straordinario nuovo squarcio di luce, speranza e vittoria. I passi dei credenti non possono essere diversi da quelli del proprio Maestro ed è per questo che anche nella sofferenza e prova più intensa nella nostra vita il nostro sguardo deve restare fisso sul potere del Risorto e sul nostro futuro di resurrezione, vissuto al momento presente solo in forma di anticipazione. Non c'è resurrezione senza crocifissione ma per i cristiani non c'è neanche sofferenza e morte senza che ci sia subito dopo una trasformazione nella vita eterna. 

Nello specifico, stiamo vivendo in un tempo di assenza corporale del Signore, ma il Paracleto - ossia lo Spirito Santo - è stato mandato proprio per guidare ognuno di noi verso tutta la verità. Come Maria Maddalena non possiamo "trattenere" il Signore ma possiamo vivere in piena comunione spirituale con lui e fare nostro il grido della intera Chiesa - Sposa di Cristo - che di generazione in generazione invoca: «Vieni». E ascoltare la sua voce che garantisce: «Sì, vengo presto!»

Amen! Vieni, Signore Gesù!



NOTE BIBLIOGRAFICHE E SITOGRAFICHE

- [1] Pier Luigi Galli Stampino e Elena Lea Bartolini De Angeli, Parola & parole, Periodico dell'Associazione Biblica della Svizzera Italiana, Settembre 2013 - Numero 14, p. 76.

domenica 14 gennaio 2018

La chiamata ad essere discepoli



Nota: questi sono gli appunti di un sermone predicato il 7 maggio 2017 nella Missione Oikos di Como.

Andrea, fratello di Simon Pietro, era uno dei due che avevano udito Giovanni e avevano seguito Gesù. Egli per primo trovò suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» (che, tradotto, vuol dire Cristo); e lo condusse da Gesù. Gesù lo guardò e disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; tu sarai chiamato Cefa» (che si traduce «Pietro»).

Il giorno seguente, Gesù volle partire per la Galilea; trovò Filippo, e gli disse: «Seguimi».Filippo era di Betsàida, della città di Andrea e di Pietro. Filippo trovò Natanaele e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella legge e i profeti: Gesù da Nazaret, figlio di Giuseppe». Natanaele gli disse: «Può forse venir qualcosa di buono da Nazaret?» Filippo gli rispose: «Vieni a vedere». Gesù vide Natanaele che gli veniva incontro e disse di lui: «Ecco un vero Israelita in cui non c'è frode». Natanaele gli chiese: «Da che cosa mi conosci?» Gesù gli rispose: «Prima che Filippo ti chiamasse, quando eri sotto il fico, io ti ho visto». Natanaele gli rispose: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d'Israele». Gesù rispose e gli disse: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico, tu credi? Tu vedrai cose maggiori di queste». Poi gli disse: «In verità, in verità vi dico che vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell'uomo».
Giovanni 1:40-51

Questo mese affronteremo il tema della chiamata di Gesù nel Vangelo di Giovanni in due parti. Oggi vedremo la chiamata del Signore ad essere discepoli, mentre domenica prossima vedremo la chiamata ad essere ministri, sulla base di Gv. 21. Il brano di oggi si può dividere in due parti: la prima riguardante Andrea e Pietro, e la seconda collocata “il giorno seguente”.

In questo brano, Andrea comprende da Giovanni Battista il fatto che Gesù è “l'Agnello di Dio, che toglie i peccati dal mondo” (1:29) e subito prende la decisione di seguire il Signore. Andrea era un discepolo di Giovanni (1:35), era un uomo timorato di Dio che già seguiva le indicazioni del suo maestro e non ebbe problemi a riconoscere in Gesù l'Agnello di Dio. Molti credenti si possono specchiare in lui: molti credenti erano già sulla via del timore di Dio quando Egli si è mostrato a loro in tutta la sua gloria, chiamandoli a sé. Andrea però non si limita a seguire Gesù, ma fa qualcosa di ugualmente importante, e lo fa da subito: va da suo fratello e gli dice: «Abbiamo trovato il Messia». Egli dichiara immediatamente la sua fede in Gesù, e Pietro, ascoltando questa dichiarazione, lo segue a sua volta, ricevendo dal Signore la sua chiamata al discepolato. Il testo passa sotto silenzio la risposta di Pietro e manifesta invece la libera scelta di Gesù e l'autorità del Signore su questo apostolo che si rivelerà molto importante in seguito (cfr. c.21). Abbiamo dunque due situazioni: la prima riguardante una persona che ricerca Dio e che viene raggiunta dal Figlio, e la seconda riguardante una persona che riceve una pronta testimonianza da parte di un familiare e una chiamata personale. Tanto Andrea quanto Simon Pietro, entrano in questo modo nel processo di discepolato di Gesù. Sono chiamati ad essere discepoli. Tre riflessioni:
1) La risposta alla chiamata da Dio si trasforma spesso in un immediato zelo evangelistico, manifestazione di un “primo amore” da custodire gelosamente.
2) Chi cerca il Signore lo trova! (Is. 55:6)
3) Il Signore cambia il nome a Simon Pietro conoscendo perfettamente il suo passato e il suo futuro. Il nome nel mondo ebraico riguarda la vita stessa delle persone e il cambiamento di nome indica il cambiamento radicale di vita. Non si può incontrare Dio e rimanere gli stessi ed è per questo che moltissimi uomini di Dio nella Bibbia dopo averlo incontrato hanno visto cambiato il loro nome.

Successivamente Gesù chiama in modo diretto Filippo che era di Betsaida (= casa della pesca) proprio come Andrea e Pietro. Anche egli lo segue, e anche egli si dirige da un amico (Natanaele) per testimoniare del Messia. Quest'ultimo è scettico per le umili origini di Gesù, però accetta di andare a conoscerlo. Qui si svolge l'incontro, Natanaele è colpito dal dono di conoscenza di Gesù e da questo ha la prova che gli serviva per capire che egli era
il Figlio di Dio, il re d'Israele.

Natanaele è protagonista di un dialogo con Gesù molto intenso e non privo di significato. In Osea leggiamo:

Osea 9:10 «Io trovai Israele come uve nel deserto;
vidi i vostri padri come i fichi primaticci
di un fico al suo primo frutto;
ma, non appena giunsero a Baal-Peor,
si appartarono per darsi alla vergogna
e divennero abominevoli come la cosa che amavano.

→ Natanaele quindi appare come tipo dell'Israele fedele al Signore. 

Gesù invece che tipologia assume in questo brano?

Giacobbe partì da Beer-Sceba e andò verso Caran. Giunse ad un certo luogo e vi passò la notte, perché il sole era già tramontato. Prese una delle pietre del luogo, se la mise per capezzale e lì si coricò. Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima toccava il cielo; e gli angeli di Dio salivano e scendevano per la scala. Il SIGNORE stava al di sopra di essa e gli disse: «Io sono il SIGNORE, il Dio d'Abraamo tuo padre e il Dio d'Isacco. La terra sulla quale tu stai coricato, io la darò a te e alla tua discendenza. La tua discendenza sarà come la polvere della terra e tu ti estenderai a occidente e a oriente, a settentrione e a meridione, e tutte le famiglie della terra saranno benedette in te e nella tua discendenza. Io sono con te, e ti proteggerò dovunque tu andrai e ti ricondurrò in questo paese, perché io non ti abbandonerò prima di aver fatto quello che ti ho detto».
Genesi 28:10-15

→ Gesù è il nuovo Giacobbe. Giacobbe è il patriarca di Israele, erede della promessa della terra, Gesù Figlio di Dio invece è erede di tutti i credenti della terra (mediatore tra Dio e gli uomini attraverso il servizio degli angeli).

Ma torniamo ora al nostro brano.

Questi discepoli ben rappresentano diverse storie e diverse caratteristiche che possono appartenere anche a noi oggi, ma che sono accomunate dall'unico destino di ricevere la chiamata di Gesù ad essere suoi discepoli, proprio come noi abbiamo ricevuto la nostra.

- Andrea era un uomo genuinamente religioso, ed aveva incontrato Gesù.

- Pietro aveva un fratello di sangue che aveva fatto questa esperienza, e la sua testimonianza lo ha portato a Gesù.

- Filippo stava svolgendo la sua attività quando Gesù stesso viene direttamente incontro a lui.

- Natanaele è scettico, ma accetta la sfida di andare da Gesù e confrontandosi con lui ne è illuminato.

Il Signore si usa di modi diversi per raggiungere le persone. Questo è valido per i dodici discepoli e apostoli, è valido per noi, ed è valido anche per coloro che devono ancora essere chiamati dal Signore. Non c'è un unico modo per incontrare Gesù, ma egli può usare diverse situazioni per raggiungere quest'unico scopo. Uno scopo però che è unico e condiviso: essere suoi discepoli. Prima di ogni cosa, noi siamo suoi discepoli. Studiamo la Bibbia per essere discepoli più preparati. Preghiamo per essere discepoli più intimi. Ma come possiamo essere buoni discepoli? Leggendo ed ubbidendo alla Parola di Dio e ascoltando ed ubbidendo alla voce dello Spirito Santo. E, facendo questo, mettiamo in pratica la nostra fedeltà facendo esperienza del cammino con Gesù secondo le stesse tappe che hanno contraddistinto il discepolato dei dodici. Tutto questo, in vista dell'opera del ministero, sul quale rifletteremo la prossima settimana. 

domenica 23 ottobre 2016

Gesù e i farisei, nel Vangelo secondo Matteo

Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il prossimo tuo come te stesso. Io sono il SIGNORE.
 Levitico 19:18 

INTRODUZIONE


















Io, circonciso l'ottavo giorno, della razza d'Israele, della tribù di Beniamino, ebreo figlio d'Ebrei; quanto alla legge, fariseo [...]
Filippesi 3:5

La parola "fariseo", richiama senza dubbio alla nostra mente delle caratteristiche negative, per il ruolo che i farisei hanno avuto nelle vicende che troviamo nei quattro Vangeli canonici. La loro fredda religiosità e l'ottusità testimoniata dagli scritti neotestamentari hanno portato a disegnare nell'opinione pubblica cristiana l'immagine di una caricatura dei loro errori, ritagliando per i farisei il ruolo tragico di chi è così sicuro di se stesso da non accorgersi della propria grave miopia. Sicuramente ci sono vari motivi per cui Gesù si è scontrato numerose volte contro di loro, e ancora altri motivi - sorti in seguito - che hanno contribuito ad aggravare la distanza tra il giudaismo farisaico e i primi discepoli del Signore nella seconda metà del I secolo. Ma la distanza temporale che ci separa da questi eventi rende sempre più difficile identificare e comprendere appieno il significato di queste motivazioni, e, di conseguenza, il significato spirituale che possiamo apprendere da tutto questo, avendo ormai perso molta sensibilità a riguardo. Credo tuttavia che sia importante e necessario riflettere onestamente sull'identità religiosa dei farisei, lasciandoci anche coinvolgere da un esame di coscienza che può portarci verso la libertà da molti comportamenti sbagliati e una più stretta adesione all'insegnamento di Cristo e alla volontà di Dio. 

Sappiamo che all'inizio del I secolo, in Giudea vi erano diversi correnti teologiche. C'erano i sadducei, ricchi esponenti di dinastia sacerdotale che consideravano come testi sacri solo i cinque libri di Mosè (la Torah), e che a causa dei loro rapporti con le potenze estere erano positivi alle influenze di culture straniere.1 Al polo opposto - idologicamente parlando - c'erano gli esseni, dalla prospettiva decisamente escatologica, e dalla conseguente scelta di vivere in comunità isolate dal resto del popolo, per coltivare la terra, pregare e studiare numerosi testi, anche quelli apocalittici di recente redazione, considerati da loro senza dubbio come autorevoli. In mezzo a questi due estremi, troviamo proprio i farisei, che vengono descritti in questo modo dallo storico Giuseppe Flavio:  
Dai tempi più remoti i Giudei hanno tre filosofie che fanno parte delle loro tradizioni; quella degli Esseni, quella dei Sadducei e in terzo luogo quella detta dei Farisei. Certo, di esse ho parlato nel secondo libro della Guerra Giudaica, ciononostante anche qui ne farò una breve menzione. I Farisei rendono semplice il loro modo di vivere non facendo alcuna concessione alla mollezza. Seguono quanto la loro dottrina ha scelto e trasmesso come buono, dando la massima importanza a quegli ordinamenti che considerano ad atti e dettati per loro. Hanno rispetto e deferenza per i loro anziani, e non ardiscono contraddire le loro proposte. Ritengono che ogni cosa sia governata dal Destino, ma non vietano alla volontà umana di fare quanto è in suo potere, essendo piaciuto a Dio che si realizzasse una fusione: che il volere dell’uomo, con la sua virtù e il suo vizio, fosse ammesso nella camera di consiglio del Destino. Credono alla immortalità delle anime, e che sotto terra vi siano ricompense e punizioni per coloro che seguirono la virtù o il vizio: eterno castigo è la sorte delle anime cattive, mentre le anime buone ricevono un facile transito a una nuova vita. Per questi (insegnamenti) hanno un reale ed estremamente autorevole influsso presso il popolo; e tutte le preghiere e i sacri riti del culto divino sono eseguiti in modo conforme alle loro disposizioni. La pratica dei loro altissimi ideali sia nel modo di vivere sia nei ragionamenti, è l'eminente tributo che gli abitanti delle città pagano all'eccellenza dei Farisei.
Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche, Libro XVIII:11-15
Come possiamo vedere, questa è una descrizione tutt'altro che negativa. Nella tensione tra l'aristocraticità politica di una fazione e il settarismo pessimista dell'altra, la soluzione farisaica appariva per la maggior parte del popolo come la scelta più equilibrata. I farisei salvaguardavano la tradizione, consideravano gli Scritti e i Profeti come testi sacri, valorizzavano le promesse di Dio fatte a Israele senza lusingare opportunisticamente gli oppressori romani. Non a caso il sistema farisaico avrebbe forgiato l'ebraismo dei secoli successivi, sino ai giorni nostri, ottenendo quindi in questo modo un indubbio successo storico.2 Ma allora, perché i farisei osteggiavano continuamente Gesù? Cercando la risposta a questa domanda, vorrei avvicinarmi ai "colori originali" di questa contrapposizione di pensiero per comprendere meglio le sfumature del relativo messaggio di fondo, tanto importante anche per i credenti di oggi. Considerando l'ampiezza dell'argomento nell'intero Nuovo Testamento, intendo procedere in questa analisi limitandomi ad una selezione di brani tratti dal Vangelo secondo Matteo, probabilmente il più significativo tra i vangeli sinottici per il tema in questione.

1.  A TAVOLA CON I PECCATORI

Poi Gesù, partito di là, passando, vide un uomo chiamato Matteo, che sedeva al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli, alzatosi, lo seguì. Mentre Gesù era a tavola in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. I farisei, veduto ciò, dicevano ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia con i pubblicani e con i peccatori?» Ma Gesù, avendoli uditi, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Ora andate e imparate che cosa significhi: "Voglio misericordia e non sacrificio"; poiché io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori».
Matteo 9:9-13 

I brani che prenderemo in considerazione - lungo tutto il Vangelo secondo Matteo - costituiscono un percorso ideale che parte da un contesto più esterno per arrivare via via verso aspetti più intimi della problematica in questione. Ma qual è questa problematica? Tenteremo di dare una definizione a partire dalla situazione raccontata in questo primo testo.

A livello letterario, questi versetti costituiscono una prima transizione tra il secondo gruppo di tre miracoli (8:23-9:8) e il terzo gruppo di tre miracoli (9:18-31), eventi che precedono il mandato di Gesù ai suoi discepoli per continuare la sua opera (9:36-12:50).3 Una transizione che però evidenzia in modo importante l'attitudine e lo scopo di Gesù nella sua attività di predicatore e taumaturgo. Dopo l'appello rivolto a Matteo, troviamo Gesù a tavola; secondo le indicazioni di Luca (5:29), egli era proprio a casa di questo nuovo discepolo. Gesù quindi, dopo aver già compiuto numerosi guarigioni miracolose, operazioni potenti e liberazioni da demoni, chiama alla sequela un esattore delle tasse, si reca a casa sua e qui siede alla tavola per mangiare con lui. A questo punto però, molte persone che avevano assistito alla scena bussano alla porta di Matteo (chiamato anche Levi), e si siedono a tavola con loro. Queste persone però, erano pubblicani e "peccatori". Quest'ultima categoria rappresentava i giudei che non volevano o non potevano attenersi alle regole scribali sull'elemosina o sulla purezza (fra i quali vi erano in gran numero proprio gli esattori delle tasse), anche se il vocabolo è stato usato più in generale per gli immorali (Lc. 7:37), gli eretici (Gv. 9:16) e i Gentili (Gal. 2:15).4 Questi peccatori quindi erano persone che per la loro condotta o per la non appartenenza al popolo ebraico erano considerati in una posizione di impurità o trasgressione religiosa. Condividere un pasto con questo tipo di persone, significava perdere immediatamente il diritto di essere riconosciuti come osservanti di tutte le regole riguardanti la purezza.5 Gesù quindi, mangiando insieme a quelle persone era diventato agli occhi dei farisei e del popolo come una persona religiosamente impura. Per questo motivo i farisei hanno chiesto con tono accusatorio ai discepoli: «Perché il vostro maestro mangia con i pubblicani e con i peccatori?». Se c'erano numerose e minuziose regole per comportarsi in modo puro e corretto davanti a Dio, perché Gesù in questo primo esempio non le ha seguite, ma al contrario le ha trasgredite? Prima di procedere nella ricerca della risposta, possiamo e dobbiamo fermarci a considerare la particolarità di queste due diverse prospettive. In un certo senso, entrambe hanno ragione. Da una parte, abbiamo la necessità di osservare le regole che la società nel corso dei secoli ha formulato per poter mantenere intatta la propria eredità religiosa e poter vivere in un modo giusto davanti a Dio. Dall'altra parte invece abbiamo un'attenzione focalizzata su un altro aspetto: l'importanza delle singole persone. Si tratta di priorità: le regole stabiliscono chi è nel giusto e chi sta sbagliando, l'attenzione rivolta alle persone che sono nell'errore, invece, recepisce l'importanza dell'essere umano oltre la sua osservanza o correttezza religiosa. L'uomo, maschio e femmina, è considerato nella Genesi come creazione molto buona, e nonostante la sua trasgressione in Eden, resta anche successivamente agli occhi di Dio come qualcosa di prezioso. 

In questo quadro generale, Gesù risponde con tre detti: uno proverbiale, una citazione profetica, e una formula rabbinica. Il primo detto è: Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. I malati, coloro che sono più deboli e vicini alla morte degli altri individui, hanno bisogno per questo motivo di un immediato aiuto medico. La legge della natura, nella sua impersonale decadenza, promuove la morte dei più deboli. Ma la misericordia, la sensibilità e l'empatia personale di Dio in Cristo Gesù promuove la guarigione dalla sofferenza e la riammissione presso la propria presenza portatrice di vita. Questo è il significato delle guarigioni miracolose, degli insegnamenti e del modo di agire di Gesù. Circa seicento anni prima, il profeta Ezechiele aveva profetizzato da parte di Dio ai "pastori di Israele" queste parole di condanna:
 
Voi non avete rafforzato le pecore deboli, non avete guarito la malata, non avete fasciato quella che era ferita, non avete ricondotto la smarrita, non avete cercato la perduta, ma avete dominato su di loro con violenza e con asprezza.
Ezechiele 34:4

Ma Gesù, in questo contesto, cita in modo diretto un altro profeta ancora più antico, che disse: 

Poiché io desidero bontà, non sacrifici,
e la conoscenza di Dio più degli olocausti.

Osea 6:6

 
Cos'è più importante: la tradizione dei sacrifici che regolano il proprio culto a Dio, oppure la conoscenza stessa di Dio? La natura umana è purtroppo portata a compiacersi più nel rito visibile che nel Dio invisibile per il quale si compie il rito stesso. Ma il desiderio di Dio è quello di trovare cuori puri, che vedono ogni mezzo come semplice strumento per poter raggiungere il vero obiettivo: avere comunione con lui. Il piacere dell'uomo non deve essere nel regolamento o nella sistematicità del culto, ma nella genuina e personale conoscenza di Dio. La terza frase di Gesù, di carattere rabbinico, in realtà precede la citazione di Osea dicendo: Ora andate e imparate che cosa significhi. Gesù è uscito dallo schema rituale religioso del tempo per manifestare l'attributo della bontà di Dio, ed avendolo mostrato in modo pratico esorta coloro che ancora hanno altre priorità, dicendo: andate e imparate che cosa significhi: "Voglio misericordia e non sacrificio". Andate, e rovesciate le vostre priorità: amate con il cuore prima che con il tradizionalismo devozionale. Andate e ascoltate la sofferenza del vostro prossimo. Liberatevi da ogni senso di superiorità, avvicinatevi agli ultimi, ed abbiate piena comunione con loro. Non per diventare peccatori come loro, ma per chiamarli alla vita e alla giustizia. Siate liberi dalla paura. Siate liberi di amare. 
 
2. LA LEGGE DEL SABATO


In quel tempo Gesù attraversò di sabato dei campi di grano; e i suoi discepoli ebbero fame e si misero a strappare delle spighe e a mangiare. I farisei, veduto ciò, gli dissero: «Vedi! i tuoi discepoli fanno quello che non è lecito fare di sabato». Ma egli rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando ebbe fame, egli insieme a coloro che erano con lui? Come egli entrò nella casa di Dio e come mangiarono i pani di presentazione che non era lecito mangiare né a lui, né a quelli che erano con lui, ma solamente ai sacerdoti? O non avete letto nella legge che ogni sabato i sacerdoti nel tempio violano il sabato e non ne sono colpevoli? Ora io vi dico che c'è qui qualcosa di più grande del tempio. Se sapeste che cosa significa: "Voglio misericordia e non sacrificio", non avreste condannato gli innocenti; perché il Figlio dell'uomo è signore del sabato».
Matteo 12:1-8

La narrazione del Vangelo continua, e dopo l'importante esperienza dei discepoli di ricevere da Gesù "il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire qualunque malattia e qualunque infermità" ed esercitarlo nella missione (c.10), la reazione dei farisei e degli scribi si fa ancora più dura. L'esortazione di andare e imparare l'importanza della misericordia, infatti, per loro cade a vuoto. In breve tempo essi arriveranno addirittura a tramare per ucciderlo (12:14), vedendo in lui una minaccia per il corretto comportamento religioso del popolo intero. Le regole sociali e religiose sui commensali legittimi erano state precedentemente trasgredite da Gesù e dai suoi discepoli, ma adesso una nuova violazione stava per aumentare ulteriormente la tensione.

L'occasione, è questa volta quella di un viaggio, che viene presentato nei termini di un'andata alla sinagoga in giorno di sabato.6 Poiché i discepoli di Gesù ebbero fame, si misero a strappare delle spighe e stritolarle con le mani per mangiarne i chicchi. Di per sé questa era una attività lecita (ossia non trasgrediva la Torah: cfr. De. 23:26), ma il farlo equivaleva a mietere: una delle trentanove attività esplicitamente proibite in giorno di sabato secondo la Mishnah Shabbat 7:2 (anche se all'epoca le opinioni erano divise circa la liceità di compiere questa azione con le mani).7 Per questi farisei anche questa era una vera e propria trasgressione religiosa. Con decisione, essi lo fecero presente a Gesù, incolpandolo del comportamento dei suoi discepoli. Il dialogo che ne consegue è impostato sul canovaccio di una disputa che viene risolta per mezzo di detti.8 Gesù non nega la trasgressione delle regole farisaiche, ma argomenta ancora una volta l'importanza delle priorità di Dio, superiori a quelle dell'uomo. E lo fa con quattro diverse situazioni. Vediamo la prima:
 
Davide andò a Nob dal sacerdote Aimelec; Aimelec gli venne incontro turbato e gli disse: «Perché sei solo e non hai nessuno con te?» Davide rispose al sacerdote Aimelec: «Il re mi ha dato un incarico e mi ha detto: "Nessuno sappia nulla dell'affare per cui ti mando e dell'ordine che ti ho dato"; e quanto alla mia gente, le ho detto di trovarsi in un dato luogo. Ora che hai qui a portata di mano? Dammi cinque pani o quelli che si potrà trovare». Il sacerdote rispose a Davide, e disse: «Non ho sotto mano del pane comune, ma c'è del pane consacrato; i giovani si sono almeno astenuti da contatto con donne?» Davide rispose al sacerdote: «Da quando sono partito, tre giorni fa, siamo rimasti senza donne, e quanto ai vasi della mia gente erano puri; e se anche la nostra missione è profana, essa sarà oggi santificata da quel che si porrà nei vasi». Allora il sacerdote gli diede del pane consacrato, perché non c'era là altro pane tranne quello della presentazione, che era stato tolto dalla presenza del SIGNORE, perché fosse sostituito con pane caldo nel momento in cui veniva preso.  
1Samuele 21:1-6 

In questa occasione, Davide e i suoi soldati mangiarono i pani di presentazione che sarebbero dovuti spettare soltanto ad Aaronne e ai suoi figli (Lev. 24:5-9), potendo trasgredire la legge perchè egli era un uomo secondo il cuore di Dio (Atti 13:22) e perché in quel momento stava compiendo l'opera giusta agli occhi di Dio. Una tarda esegesi giudaica inoltre asseriva che questo avvenimento fosse accaduto proprio in giorno di sabato; sicuramente - in ogni caso - era nel giorno di sabato che il pane veniva sostituito.9 La conseguenza è che qui vi è uno più grande di Davide (cfr. vv. 6,41,42): le azioni di Gesù, secondo questa argomentazione, sono legittimate semplicemente dalla sua identità e dalla sua missione.   

La seconda parte della risposta invece è più diretta, in quanto concerne l'infrazione effettiva della legge del sabato. Si presume che l'azione indicata sia quella compiuta dai sacerdoti nel fare le offerte dei sacrifici del sabato (Num. 28:9-10), e forse il cambio dei pani (Lev. 24:8).10 Se il lavoro dei sacerdoti è "lavoro" effettivo nel senso rabbinico ma è giustificato dal suo fine sacro, lo stesso principio poteva valere dunque per Gesù e per i suoi discepoli. Il ragionamento riguarda una questione di autorità. Riguarda qualcosa che è maggiore del tempio. Qualcosa (neutro nel greco), non va inteso come una "cosa" impersonale, ma come lo stesso Gesù: nella formulazione parallela dell'espressione in 12:41 e 42 infatti viene usato il neutro anche in un altro paragone fatto tra Gesù e un personaggio dell'Antico Testamento.11 Egli è maggiore del tempio, egli è colui che è chiamato a restaurarlo (cfr. 21:12-13; 26:61).

La terza componente della risposta comprende la citazione di Osea 6:6, così come già affermata nel precedente episodio in Mt. 9:13. Il senso ancora una volta non è quello di non tener più conto l'osservanza cerimoniale, ma quello di stabilire un ordine nelle priorità secondo il volere di Dio. 


Infine, abbiamo la conclusione della risposta di Gesù, costituita dalla frase: "il Figlio dell'uomo è signore del sabato". In quanto Figlio dell'uomo (come titolo cristologico e non come sinonimo di "uomo"), Gesù non abroga la legge del sabato, ma dichiara di avere il diritto di interpretarla in un modo che in effetti abbatte il legalismo farisaico.12 C'è qualcosa di più importante della legge farisaica, qualcosa di più importante del sabato, qualcosa di più importante del tempio. C'è qualcuno di più grande di Davide, qualcuno più grande dei sacerdoti. E questo qualcuno, è Gesù. Con l'ultima affermazione termina il dibattito, ma il racconto continua a procedere, e lo fa in questo modo:

Poi se ne andò, e giunse nella loro sinagoga dove c'era un uomo che aveva una mano paralizzata. Allora essi, per poterlo accusare, fecero a Gesù questa domanda: «È lecito far guarigioni in giorno di sabato?» Ed egli disse loro: «Chi è colui tra di voi che, avendo una pecora, se questa cade in giorno di sabato in una fossa, non la prenda e la tiri fuori? Certo un uomo vale molto più di una pecora! È dunque lecito far del bene in giorno di sabato». Allora disse a quell'uomo: «Stendi la tua mano». Ed egli la stese, e la mano divenne sana come l'altra.
Matteo 12:9-13 


Era da poco terminato questo intenso confronto quando, ampiamente insoddisfatti delle risposte fornite da Gesù, i farisei tornano a provocarlo nella loro sinagoga, "per poterlo accusare". Ormai lo scopo non era più coinvolgere in un dibattito o cercare di convincere dell'errore, ma trovare sufficienti prove per poter accusare Gesù, e così facendo condannarlo pubblicamente. Perché Gesù decise di andare nella loro sinagoga? Il primo scontro era avvenuto in una casa privata (o nelle immediate vicinanze), il secondo sul suolo pubblico (nei pressi di un campo di grano), ma questo terzo dialogo conflittuale si svolge nel luogo preferito dai farisei, dove senza dubbio si sentivano "a casa". E' proprio qui che Gesù si reca, creando l'occasione per un'ulteriore provocazione e per un suo ulteriore insegnamento. L'occasione di scandalo restano ancora le azioni lecite o meno nel giorno di sabato. Se prima l'attività era quella della mietitura, adesso invece è quella della guarigione: qualcosa di ancora più importante. A casa di Matteo (Levi) Gesù sottolineò che sono i malati ad aver bisogno del medico, e usando questa stessa affermazione contro di lui, i farisei ora chiedono: «È lecito far guarigioni in giorno di sabato?». Come abbiamo visto, questa è senza dubbio una trappola. La malattia in questione era una mano paralizzata (lett. "secca"), che non costituendo per l'uomo un pericolo immediato per la sua vita (l'unica eccezione che autorizzava un intervento secondo la Mishnah Yoma 8:6)13, poteva essere curata nel giorno successivo. Rispondere negativamente avrebbe significato rinnegare le precedenti affermazioni, mentre invece rispondere positivamente avrebbe portato i farisei nella posizione di poter denunciare Gesù (non solo i suoi discepoli) come trasgressore del sabato. La risposta di Gesù a questo punto non si fa attendere, e comprende un'altra domanda: Chi è colui tra di voi che, avendo una pecora, se questa cade in giorno di sabato in una fossa, non la prenda e la tiri fuori? Questa volta non troviamo una rivendicazione di autorità, né un esempio tratto dell'Antico Testamento, ma una segnalazione dell'evidente incoerenza pratica dei farisei: rigorosi nel proibire la guarigione di un altro uomo, senza però esserlo altrettanto quando si trattava di qualcosa di loro proprietà.14 La setta di Qumran proibiva specificatamente il recupero di un animale da un pozzo in giorno di sabato, ma la pratica di quel tempo era generalmente più permissiva.15 E se lo era per un animale, tanto più avrebbe dovuto esserlo per la salute di un essere umano! Di conseguenza, è dunque lecito far del bene in giorno di sabato. Dopo averlo affermato, Gesù guarisce miracolosamente la mano di quest'uomo, confermando con questa guarigione miracolosa l'autorità del suo insegnamento. 

Dallo scandalo per le persone frequentate, siamo arrivati dunque a quello per le spighe mietute, ed infine quello per la mano guarita. Una progressione che parte dall'aspetto sociale dell'uomo, passa per i suoi bisogni primari (il nutrimento) ed arriva ora alla salute fisica. Occasioni che come ho anticipato precedentemente riguardano la natura umana in modo sempre più intimo, con interventi che portano al ristabilimento delle giuste priorità in ambiti sempre più importanti per ogni uomo. La misericordia è da preferire al sacrificio, la salvezza delle persone è da preferire alla propria purezza rituale. Quando si vive la propria vita interamente alla sua gloria, il cibo ne risulta santificato, così come ogni altro aspetto della propria esistenza. Quando si diviene sensibili alla sofferenza delle persone, qualsiasi intervento di aiuto per dare sollievo è manifestazione dell'amore di Dio per l'uomo, espressione della sua misericordia e della sua bontà.
3. IL MATRIMONIO

Dei farisei gli si avvicinarono per metterlo alla prova, dicendo: «È lecito mandar via la propria moglie per un motivo qualsiasi?» Ed egli rispose loro: «Non avete letto che il Creatore, da principio, li creò maschio e femmina e che disse: "Perciò l'uomo lascerà il padre e la madre, e si unirà con sua moglie, e i due saranno una sola carne"? Così non sono più due, ma una sola carne; quello dunque che Dio ha unito, l'uomo non lo separi». Essi gli dissero: «Perché dunque Mosè comandò di scriverle un atto di ripudio e di mandarla via?» Gesù disse loro: «Fu per la durezza dei vostri cuori che Mosè vi permise di mandare via le vostre mogli; ma da principio non era così. Ma io vi dico che chiunque manda via sua moglie, quando non sia per motivo di fornicazione, e ne sposa un'altra, commette adulterio».
Matteo 19:3-9 

Nei capitoli 16 e 17 del Vangelo secondo Matteo, l'interesse diventa soprattutto ecclesiale: l'attenzione di Gesù si sposta sempre di più verso i suoi discepoli, informati sulla necessità della croce e sull'atteggiamento da avere di fronte alle istituzioni giudaiche.16 Con il capitolo 18 invece, inizia una grande sezione (che terminerà solo con il c. 22) che presenta la definitiva rottura con il giudaismo: la narrazione corre sempre più veloce verso il momento della crocifissione e della risurrezione.17 In questo contesto dunque troviamo il capitolo 19, e nello specifico i sette versetti relativi al dibattito sul matrimonio. L'ebraismo farisaico è intriso di discussioni su singoli aspetti della corretta vita pratica di fede, che successivamente sarebbero confluiti nella Mishna e nella successiva Ghemara, ossia nel Talmud. Molte questioni al tempo di Gesù erano dibattute dai rabbini Hillel e Shammai (e rispettivi discepoli), l'uno più morbido e l'altro generalmente più rigoroso. Ed è proprio nel quadro di questi dibattiti che i farisei coinvolgevano Gesù chiamandolo in causa per metterlo alla prova, sperando a questo punto che la sua risposta fosse completamente inaccettabile. Questa volta la domanda che gli viene rivolta è la seguente: «È lecito mandar via la propria moglie per un motivo qualsiasi?». Nella Mishnà Ghittin 9,10 leggiamo che la scuola di Shammai insegna che il marito non deve ripudiare la moglie fuorché nel caso in cui egli constati in lei un contegno immorale, conforme al testo che dice: “avendo egli trovato in lei qualche cosa di sconcio”. La scuola di Hillel ritiene: [Egli può divorziare da lei] anche se essa ha recato offesa comunque (letteralmente: abbia rovinato una pietanza), come è scritto, “avendo egli trovato in lei qualche cosa di sconcio in qualsiasi cosa”.18 In questo caso la risposta di Gesù non contempla nessuna di queste due opinioni, né indaga sul motivo che renderebbe possibile il divorzio, ma si dirige direttamente all'atto della creazione: 

Dio creò l'uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina.[...]

Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una stessa carne. 
Genesi 1:27,2:24 

L'uomo e la donna sono stati creati da Dio per unirsi ed essere una sola carne, questa è la volontà del Creatore. 

In questo momento raggiungiamo il cuore dell'identità che Dio ha dato all'uomo e alla donna, e la condizione che egli ha voluto per questa relazione kenegdo ossia occhi negli occhi. Dalla comunione al pasto, al mangiare chicchi di grano, alla guarigione....arriviamo al matrimonio come relazione fisica, emotiva e spirituale creata da Dio. Qualcosa di preziosissimo, qualcosa da curare e preservare e da non dividere. I farisei replicano ricordando l'insegnamento di Mosè:

Quando un uomo sposa una donna che poi non vuole più, perché ha scoperto qualcosa di indecente a suo riguardo, le scriva un atto di ripudio, glielo metta in mano e la mandi via. Se lei, uscita dalla casa di quell'uomo, diviene moglie di un altro e se quest'altro marito la prende in odio, scrive per lei un atto di divorzio, glielo mette in mano e la manda via di casa sua, o se quest'altro marito, che l'aveva presa in moglie, muore, il primo marito, che l'aveva mandata via, non potrà riprenderla in moglie, dopo che lei è stata contaminata, poiché sarebbe cosa abominevole agli occhi del SIGNORE. Tu non macchierai di peccato il paese che il SIGNORE, il tuo Dio, ti dà come eredità.
Deuteronomio 24:1-4

Ma Gesù risponde: «Fu per la durezza dei vostri cuori che Mosè vi permise di mandare via le vostre mogli; ma da principio non era così. Ma io vi dico che chiunque manda via sua moglie, quando non sia per motivo di fornicazione, e ne sposa un'altra, commette adulterio». Il divorzio non era "comandato" da Mosè ma solamente permesso, e la condizione era un ripiego dovuto alla durezza dei cuori del popolo di Israele, inteso come insensibilità riguardo al pensiero e alla volontà di Dio.19 Per il Signore, infatti, chiunque manda via sua moglie, quando non sia per motivo di fornicazione, e ne sposa un'altra, commette adulterio. L'uomo non deve separare quello che Dio stesso ha unito.

4. GUAI A VOI


Ma guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché serrate il regno dei cieli davanti alla gente; poiché non vi entrate voi, né lasciate entrare quelli che cercano di entrare. [Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché divorate le case delle vedove e fate lunghe preghiere per mettervi in mostra; perciò riceverete maggior condanna.] Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché viaggiate per mare e per terra per fare un proselito; e quando lo avete fatto, lo rendete figlio della geenna il doppio di voi. Guai a voi, guide cieche, che dite: Se uno giura per il tempio, non importa; ma se giura per l'oro del tempio, resta obbligato. Stolti e ciechi! Che cosa è più grande: l'oro o il tempio che santifica l'oro? E se uno, voi dite, giura per l'altare, non importa; ma se giura per l'offerta che c'è sopra, resta obbligato. Ciechi! Che cosa è più grande: l'offerta o l'altare che santifica l'offerta? Chi dunque giura per l'altare, giura per esso e per tutto quello che c'è sopra; e chi giura per il tempio, giura per esso e per Colui che lo abita; e chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per Colui che vi siede sopra. Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché pagate la decima della menta, dell'aneto e del comino, e trascurate le cose più importanti della legge: il giudizio, la misericordia, e la fede. Queste sono le cose che bisognava fare, senza tralasciare le altre. Guide cieche, che filtrate il moscerino e inghiottite il cammello. Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché pulite l'esterno del bicchiere e del piatto, mentre dentro sono pieni di rapina e d'intemperanza. Fariseo cieco, pulisci prima l'interno del bicchiere e del piatto, affinché anche l'esterno diventi pulito. Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché siete simili a sepolcri imbiancati, che appaiono belli di fuori, ma dentro sono pieni d'ossa di morti e d'ogni immondizia. Così anche voi, di fuori sembrate giusti alla gente; ma dentro siete pieni d'ipocrisia e d'iniquità. Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché costruite i sepolcri ai profeti e adornate le tombe dei giusti e dite: "Se fossimo vissuti ai tempi dei nostri padri, non saremmo stati loro complici nello spargere il sangue dei profeti!" In tal modo voi testimoniate contro voi stessi, di essere figli di coloro che uccisero i profeti. E colmate pure la misura dei vostri padri! Serpenti, razza di vipere, come scamperete al giudizio della geenna? Perciò ecco, io vi mando dei profeti, dei saggi e degli scribi; di questi, alcuni ne ucciderete e metterete in croce; altri ne flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città, affinché ricada su di voi tutto il sangue giusto sparso sulla terra, dal sangue del giusto Abele, fino al sangue di Zaccaria, figlio di Barachia, che voi uccideste fra il tempio e l'altare. Io vi dico in verità che tutto ciò ricadrà su questa generazione.
Matteo 23:13-36 

Dal capitolo 19 arriviamo adesso al capitolo 23: l'inizio della fine di questo Vangelo. Qui infatti viene sciolta la tensione venuta a crescere in tutto il racconto e, soprattutto, nelle controversie di 21:23-22:46.20 Qui troviamo il più importante attacco di Gesù al giudaismo - con una rottura definitiva - e successivamente i racconti della passione e dell'evento pasquale della risurrezione.21 Il discorso di Gesù risulta essere una successione di "guai a voi" destinata agli scribi e ai farisei ipocriti, seguita dai motivi di queste accuse e dalla minaccia finale. Di per sé, questa è una forma di discorso profetico che trae la sua origine nell'Israele antico, e che prende il nome tecnico di "oracolo di sventura" (Wehe-Wort).22 La struttura di questo oracolo nasce probabilmente dalle lamentazioni funebri, oppure dalla recitazione di maledizioni rituali nella cerimonia di rinnovo del patto (De. 27:15-26) e/o da istruzioni a carattere sapienziale israelitiche.23 Esattamente come risulta in questo discorso di Gesù, l'oracolo di sventura si compone di due elementi fondamentali: la parte contenente "guai a...!", dove si descrivono i misfatti precisi compiuti da coloro contro i quali è diretto l'oracolo, e la minaccia che ne consegue.24 L'oracolo di sventura non è mai indirizzato al popolo di Israele nel suo complesso, ma solo ad alcune categorie di persone.25 In questo caso, come abbiamo visto, agli scribi e ai farisei ipocriti. E' tipico degli oracoli di sventura essere esposti in serie (Is. 5; 28:1-33), quindi anche questa caratteristica rientra nella forma classica di questo tipo di discorso profetico.26 Le accuse che Gesù muove ai farisei sono molto precise:
  •  Serrate il regno dei cieli davanti alla gente; poiché non vi entrate voi, né lasciate entrare quelli che cercano di entrare.   
  •  Divorate le case delle vedove e fate lunghe preghiere per mettervi in mostra (Proveniente da Mc. 12:40 e assente nei migliori MSS di Mt.).27
  •  Viaggiate per mare e per terra per fare un proselito; e quando lo avete fatto, lo rendete figlio della geenna il doppio di voi.
  • Dite: Se uno giura per il tempio, non importa; ma se giura per l'oro del tempio, resta obbligato.
  • Pagate la decima della menta, dell'aneto e del comino, e trascurate le cose più importanti della legge: il giudizio, la misericordia, e la fede. 
  • Pulite l'esterno del bicchiere e del piatto, mentre dentro sono pieni di rapina e d'intemperanza. 
  • Siete simili a sepolcri imbiancati, che appaiono belli di fuori, ma dentro sono pieni d'ossa di morti e d'ogni immondizia. 
  • Costruite i sepolcri ai profeti e adornate le tombe dei giusti e dite (in modo falso): "Se fossimo vissuti ai tempi dei nostri padri, non saremmo stati loro complici nello spargere il sangue dei profeti!" 
Queste accuse sono formulate in sette "guai" originari, ad indicare quindi una colpa totale e definitiva. Secondo questa stessa forma di discorso, il profeta Isaia (c.5) più di sette secoli prima aveva profetizzato contro coloro che in Israele:
  • Aggiungono casa a casa,
    che uniscono campo a campo,
    finché non rimanga più spazio,
    e restino soli ad abitare nel paese!
  • La mattina si alzano presto
    per correre dietro alle bevande alcoliche
    e fanno tardi la sera,
    finché il vino li infiammi!
Nel secondo caso il problema era più che altro sociale, mentre nel caso del discorso di Gesù il problema è chiaramente l'ipocrisia religiosa. Questi farisei mostravano un grande zelo spirituale rinnegandolo però con i fatti, corrompendo la religione con il proprio orgoglio ed egoismo ai danni delle altre persone, soprattutto quelle più deboli e semplici. Dopo i vari dibattiti sull'halakhah, ossia sulla tradizione normativa ebraica, Gesù si distanzia definitivamente da questo tipo di vita religiosa, promettendo di mandare profeti, saggi e scribi che saranno perseguitati ed uccisi dai farisei, arrivando a compiere il numero di coloro che devono morire come martiri. L'indicazione che viene fatta infatti è quella del primo martire dell'Antico Testamento (Abele) e dell'ultimo:

Allora lo Spirito di Dio rivestì Zaccaria, figlio del sacerdote Ieoiada, il quale, stando in piedi in mezzo al popolo, disse: «Così dice Dio: "Perché trasgredite i comandamenti del SIGNORE? Voi non prospererete; poiché avete abbandonato il SIGNORE, anch'egli vi abbandonerà"». Ma quelli fecero una congiura contro di lui e lo lapidarono per ordine del re, nel cortile della casa del SIGNORE. Il re Ioas non si ricordò della benevolenza usata verso di lui da Ieoiada, padre di Zaccaria, e gli uccise il figlio; il quale, morendo, disse: «Il SIGNORE lo veda e ne chieda conto!» 
2Cronache 24:20-22

Quindi con questi due martiri estremi (il primo e l'ultimo) vengono racchiusi anche tutti coloro che sono morti tra l'uno e l'altro. Se in ultimo Dio aveva minacciato che "voi non prospererete; poiché avete abbandonato il SIGNORE, anch'egli vi abbandonerà", adesso Gesù conferma questa parola promettendo: "io vi dico in verità che tutto ciò ricadrà su questa generazione". Il giudizio è stato decretato in modo irrevocabile, e i credenti del I e II secolo non potevano giungere a conclusioni diverse, ascoltando i resoconti di una Gerusalemme distrutta e di un Tempio raso al suolo. 

CONCLUSIONE

"Il buon samaritano", Van Gogh, 1890.
La religione pura e senza macchia davanti a Dio e Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni, e conservarsi puri dal mondo.
Giacomo 1:27

In questo approfondimento abbiamo preso in considerazione alcuni dialoghi fondamentali tra Gesù e i farisei del suo tempo. Abbiamo visto come questi ultimi fossero di enorme importanza, avendo il compito di conoscere le Scritture e presentarle al popolo in termini comprensibili. Essi erano inoltre la frangia più moderata all'interno del panorama religioso dell'epoca, e non a caso proprio la loro tradizione è risultata vincente nel corso della storia, sedimentandosi nel Talmud e nel giudaismo che conosciamo anche noi al giorno d'oggi. Un importante principio farisaico è quello di "costruire una siepe" attorno alla Legge, ossia aggiungere degli ulteriori regolamenti che assicurino di non avvicinarsi neanche alla trasgressione delle leggi mosaiche. Questo principio è stato sviluppato nella halakhah, ossia nella tradizione normativa religiosa dell'ebraismo; proprio su questo tipo di regole i farisei dibattevano, e proprio in questi discorsi hanno coinvolto Gesù per ascoltare la sua opinione e successivamente per avere motivi evidenti per poterlo accusare. Tra i molti dibattiti che Gesù deve aver avuto con loro, il redattore del Vangelo secondo Matteo ha raccontato quelli relativi alla comunione con commensali, al nutrimento e alla guarigione in giorno di sabato e al matrimonio. Contesti concreti e argomenti dalla progressiva importanza per l'uomo, che Gesù ha puntualmente affrontato riscattando la dignità dell'uomo davanti a Dio rispetto all'importanza delle regole che la società religiosa stava sigillando a quel tempo. Gesù ha rivelato l'attributo della misericordia di Dio, mostrando quotidianamente e praticamente lo stesso amore per l'umanità che lo ha portato successivamente a sacrificarsi per condurre chiunque creda in lui verso una piena riconciliazione con il Padre. Gesù si è diretto verso i peccatori per ristabilire la loro dignità e santità, verso i malati per guarirli, verso i prigionieri per liberarli, proclamando "l'anno accettevole del Signore". In questo tuttavia non è mancato un giudizio per coloro che in modo ipocrita si concentravano sulla forma tralasciando la sostanza della devozione religiosa, amando più le leggi che Dio, più le osservanze che il proprio prossimo. L'amore per Dio e per il prossimo sono, e devono restare, centrali nell'attitudine e nel comportamento; tutto il resto infatti è semplicemente  al servizio di questi elementi, nel pensiero di Dio. L'umanesimo evangelico è un umanesimo cristocentrico, che raggiunge tutti gli uomini con sincero amore percependo l'importanza che ogni persona ha di fronte a Dio in Cristo. Sulla base di questa consapevolezza all'interno della chiesa possono e devono nascere spontaneamente offerte di aiuto materiale, psicologico e spirituale; evangelizzazioni, missioni, testimonianze e iniziative personali e comunitarie. Il tutto alla gloria di Dio, per l'avanzamento del suo Regno ed il servizio (ministero) efficace della riconciliazione. 

Noi dunque facciamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro; vi supplichiamo nel nome di Cristo: siate riconciliati con Dio.
2Corinzi 5:20 

 

Note:

[1] http://www.treccani.it/enciclopedia/sadducei_(Enciclopedia-Italiana)/
[2] http://www.treccani.it/enciclopedia/farisei_(Enciclopedia-Italiana)/ 
[3] Rafael Aguirre Monasterio, Antonio Rodriguez Carmona, Vangeli sinottici e Atti degli Apostoli, Paideia, p. 178. 
[4] R.T. France, Il vangelo secondo Matteo, GBU, p. 224. 
[5] Id. Ibid.  
[6] R. E. Brown, J. A. Fitzmyer, R. E. Murphy, Grande commentario biblico, Queriniana, p. 928. 
[7] Martin McNamara, I targum e il Nuovo Testamento, EDB, pp. 13,14.
[8] R. E. Brown, J. A. Fitzmyer, R. E. Murphy, Grande commentario biblico, Queriniana, p. 928. 
[9] R.T. France, Il vangelo secondo Matteo, GBU, p. 277.  
[10] Id. Ibid.  
[11] Id. Ibid. p. 278.
[12] Id. Ibid. p. 279.
[13] Id. Ibid. p. 280.
[14] Id. Ibid.
[15] Id. Ibid.
[16] R. A. Monasterio, A. R. Carmona, Vangeli sinottici e Atti degli Apostoli, Paideia, p. 182.
[17] Id. Ibid.  
[18] http://www.kolot.it/2011/09/20/il-divorzio-e-comunque-un-fallimento/ 
[19] R.T. France, Il vangelo secondo Matteo, GBU, p. 394. 
[20] R. A. Monasterio, A. R. Carmona, Vangeli sinottici e Atti degli Apostoli, Paideia, p. 182.
[21] Id. Ibid.  
[22] David E. Aune, La profezia nel primo cristianesimo e il mondo mediterraneo antico, Paideia, p. 185.  
[23] Id. Ibid.
[24] Id. Ibid. 
[25] Id. Ibid.
[26] Id. Ibid. p. 186. 
[27] R.T. France, Il vangelo secondo Matteo, GBU, p. 462.  
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