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venerdì 15 aprile 2022

La crocifissione di Gesù nel Vangelo secondo Luca




INTRODUZIONE

Come ogni vangelo canonico, anche Luca propone alcuni aspetti teologici peculiari che arricchiscono il Nuovo Testamento e come per ogni vangelo anche la narrazione lucana trova il suo culmine nell'evento della Croce. La stessa struttura letteraria di Luca-Atti pone il racconto della passione e morte di Cristo al centro dell'interno racconto: dall'estero (Galilea) Gesù arriva a Gerusalemme per morire e, dopo la resurrezione, da Gerusalemme i suoi discepoli viaggiano verso l'estero (i confini della terra) per annunciare la buona notizia del significato di questa morte. Il Golgota dunque rappresenta teologicamente il fulcro della storia umana, sia da un punto di vista temporale che geografico e gli eventi qui avvenuti cambiano per sempre il destino dell'umanità. 

In occasione del venerdì santo dell'anno 2022, vorrei quindi approfondire il racconto lucano della passione e morte del Signore Gesù.

Da un punto di vista letterario è possibile delimitare l'ultimo grande blocco di questo libro con le coordinate 19:29-24:53. Questa unità letteraria è composta a sua volta da quattro sezioni: inizia con l'entrata di Gesù nella città, il tempio e l'insegnamento qui svolto (19:29-21:38), prosegue con il giorno degli azzimi e l'ultima cena (22:1-38), continua con la passione e morte di Gesù (22:39-23:56), per poi terminare con l'apparizione e l'ascensione del Risorto (c. 24).1 In questa occasione approfondiremo in particolare la parte terminale del racconto della morte di Gesù: la terza sezione dell'ultima parte. 

1. LA VIA DELLA CROCE

Mentre lo portavano via, presero un certo Simone, di Cirene, che veniva dalla campagna, e gli misero addosso la croce perché la portasse dietro a Gesù. Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che facevano cordoglio e lamento per lui. Ma Gesù, voltatosi verso di loro, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete per me, ma piangete per voi stesse e per i vostri figli. Perché, ecco, i giorni vengono nei quali si dirà: "Beate le sterili, i grembi che non hanno partorito e le mammelle che non hanno allattato". Allora cominceranno a dire ai monti: "Cadeteci addosso"; e ai colli: "Copriteci".  Perché se fanno questo al legno verde, che cosa sarà fatto al secco?»  Ora, altri due, malfattori, erano condotti per essere messi a morte insieme a lui.
Luca 23:26-32

Il nostro racconto inizia all'apice della drammatica cattura di Gesù e la sua sentenza di morte, nel suo percorso verso il luogo dell'esecuzione. Le stesse guardie che lo stavano scortando costringono un altro innocente a portare la sua croce, un certo Simone. Di solito il condannato portava solo il braccio orizzontale, che gli veniva buttato sulle sue spalle con le mani legate ad esso. 

Una gran folla del popolo e di donne faceva cordoglio e lamento per lui. Molto probabilmente non erano donne della Galilea (8:1-3, 23:49) ma abitanti di Gerusalemme, visto che poco dopo è Gesù stesso a qualificarle in questo modo. Questo dato è significativo perché la predicazione di Gesù è stata principalmente rurale e periferica. Abbiamo però la prova che anche nella capitale un gran numero di persone ha riconosciuto la sua straordinarietà. Questo cordoglio e lamento si sovrappone all'oracolo del profeta Zaccaria:

«Spanderò sulla casa di Davide e sugli abitanti di Gerusalemme
lo Spirito di grazia e di supplicazione;
essi guarderanno a me, a colui che essi hanno trafitto,
e ne faranno cordoglio come si fa cordoglio per un figlio unico,
e lo piangeranno amaramente come si piange amaramente un primogenito.

Zaccaria 12:10

Voltandosi verso la folla Gesù profetizza un tempo di giudizio per Gerusalemme, simile a quello vissuto con l'assedio babilonese e la relativa conquista, descritto tragicamente da Geremia con le parole: 

La lingua del lattante gli si attacca al palato,
per la sete;
i bambini chiedono pane,
e non c'è chi gliene dia.
Lamentazioni 4:4 

Riecheggiando anche le parole del profeta Osea di qualche secolo prima:

Gli alti luoghi di Aven, peccato d'Israele, saranno distrutti.
Le spine e i rovi cresceranno sui loro altari;
ed essi diranno ai monti: «Copriteci!»
e ai colli: «Cadeteci addosso!»
Osea 10:8

La frase finale probabilmente riprende invece un proverbio del tempo. Il senso è chiaro: se all'innocente è riservato un tale destino, cosa sarà riservato ai colpevoli? 

Il testo evangelico lascia questa domanda implicita nell'aria, senza darle una risposta. Come stiamo per leggere nel prossimo brano, a breve Gesù chiederà al Padre di perdonare i suoi carnefici e sappiamo che il significato della sua morte è proprio di espiazione nei confronti dell'umanità. Ma la domanda rimane: cosa sarà fatto al legno secco, alla Gerusalemme impenitente? È storia il fatto che sarà conquistata e distrutta dai romani durante la prima guerra giudaica nel 70 d.C. e proprio in modo simile a quando, nel racconto delle Lamentazioni, è stata conquistata dai babilonesi. Sembrerebbe che il Vangelo di Luca suggerisca una correlazione tra questa distruzione e l'uccisione di Cristo. Nel sermone profetico del Vangelo di Matteo, invece, Gesù profetizza la prima Guerra Giudaica2 :

Mentre Gesù usciva dal tempio e se ne andava, i suoi discepoli gli si avvicinarono per fargli osservare gli edifici del tempio. Ma egli rispose loro: «Vedete tutte queste cose? Io vi dico in verità: Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non sia diroccata».
[...]
Quando dunque vedrete l'abominazione della desolazione, della quale ha parlato il profeta Daniele, posta in luogo santo (chi legge faccia attenzione!), allora quelli che saranno nella Giudea, fuggano ai monti; chi sarà sulla terrazza non scenda per prendere quello che è in casa sua; e chi sarà nel campo non torni indietro a prendere la sua veste. Guai alle donne che saranno incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni!
Matteo 24:1-2, 15-19

Così come Antioco IV Epifane profanò il Tempio di Gerusalemme (l'abominazione della desolazione) durante la dominazione dei Seleucidi, allo stesso modo Gesù profetizza che avverrà nuovamente, e in effetti così accadrà proprio con la distruzione romana del 70 con gli arredi sacri depredati e i vessilli imperiali issati sul terreno santo.

Come testimonianza extra biblica trovo inoltre interessante una cronaca di Giuseppe Flavio, testimoniata nel libro Guerre Giudaiche, di quanto accaduto circa trent'anni dopo la morte di Gesù:

«Ma ancora più tremendo fu quest'altro prodigio. Quattro anni prima che scoppiasse la guerra, quando la città era al culmine della pace e della prosperità, un tale Gesù figlio di Anania, un rozzo contadino, si recò alla festa in cui è uso che tutti costruiscano tabernacoli per il Dio e all'improvviso cominciò a gridare nel tempio: «Una voce da oriente, una voce da occidente, una voce dai quattro venti, una voce contro Gerusalemme e il tempio, una voce contro sposi e spose, una voce contro il popolo intero». Giorno e notte si aggirava per tutti i vicoli gridando queste parole, e alla fine alcuni dei capi della cittadinanza, tediati di quel malaugurio, lo fecero prendere e gli inflissero molte battiture. Ma quello, senza né aprir bocca in sua difesa né muovere una specifica accusa contro chi lo aveva flagellato, continuò a ripetere il suo ritornello. Allora i capi, ritenendo - com'era in realtà - che quell'uomo agisse per effetto di una forza sovrumana, lo trascinarono dinanzi al governatore romano. Quivi, sebbene fosse flagellato fino a mettere allo scoperto le ossa, non ebbe un'implorazione né un gemito, ma dando alla sua voce il tono più lugubre che poteva, a ogni battitura rispondeva: «Povera Gerusalemme!». Quando Albino, che era il governatore, gli fece domandare chi fosse, donde provenisse e perché lanciasse quella lamentazione, egli non rispose, ma continuò a compiangere il destino della città finché Albino sentenziò che si trattava di pazzia e lo lasciò andare.Fino allo scoppio della guerra egli non si avvicinò ad alcun cittadino né fu visto parlare con alcuno, ma ogni giorno, come uno che si esercitasse a pregare, ripeteva il suo lugubre ritornello: “Povera Gerusalemme!”. Né imprecava contro quelli che, un giorno l'uno un giorno l'altro, lo percuotevano, né benediceva chi gli dava qualcosa da mangiare; l'unica risposta per tutti era quel grido di malaugurio, che egli lanciava soprattutto nelle feste. Per sette anni e cinque mesi lo andò ripetendo senza che la sua voce si affievolisse e senza provar stanchezza, e smise solo all'inizio dell'assedio, quando ormai vedeva avverarsi il suo triste presagio. Infatti un giorno che andava in giro sulle mura gridando a piena gola: “Ancora una volta, povera la città, e povero il popolo, e povero il tempio!”, come alla fine aggiunse: “E poveretto anche me!”, una pietra scagliata da un lanciamissili lo colpì uccidendolo all'istante, ed egli spirò ripetendo ancora quelle parole.»
Guerra Giudaica, di Giuseppe Flavio, Libro VI 300-309

A quanto pare quando ancora Gerusalemme viveva nella pace, pochi anni prima dell'assedio e prima di ogni avvisaglia di guerra, circa dopo trent'anni dalla morte di Gesù arrivò a Gerusalemme un altro uomo con lo stesso nome. Anche lui predicò e profetizzò nel Tempio (in modo simile all'episodio evangelico della "purificazione del Tempio"), anche lui venne torturato sebbene innocente, anche lui non ritrattò nulla ma continuò a profetizzare contro Gerusalemme. E dopo sette anni (il numero biblico della perfezione e completezza) e cinque mesi (il numero della Legge) iniziò l'assedio romano e la conquista della città che coincise anche con la sua morte. 

2. GESÙ SULLA CROCE 

Quando furono giunti al luogo detto «il Teschio», vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l'altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno». Poi divisero le sue vesti, tirandole a sorte. Il popolo stava a guardare. E anche i magistrati si beffavano di lui, dicendo: «Ha salvato altri, salvi se stesso, se è il Cristo, l'Eletto di Dio!» Pure i soldati lo schernivano, accostandosi, presentandogli dell'aceto e dicendo: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso!» Vi era anche questa iscrizione sopra il suo capo: QUESTO È IL RE DEI GIUDEI. Uno dei malfattori appesi lo insultava, dicendo: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!» Ma l'altro lo rimproverava, dicendo: «Non hai nemmeno timor di Dio, tu che ti trovi nel medesimo supplizio? Per noi è giusto, perché riceviamo la pena che ci meritiamo per le nostre azioni; ma questi non ha fatto nulla di male». E diceva: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno!» Ed egli gli disse: «Io ti dico in verità, oggi tu sarai con me in paradiso».
Luca 23:33-43

La seconda parte del nostro testo continua presentando immediatamente la crocifissione di Gesù, insieme a due malfattori. Qui troviamo l'intercessione per i suoi carnefici, nel solco della caratteristica del servo sofferente di YHWH profetizzato nel libro di Isaia:

Perciò io gli darò in premio le moltitudini,
egli dividerà il bottino con i molti,
perché ha dato se stesso alla morte
ed è stato contato fra i malfattori;
perché egli ha portato i peccati di molti
e ha interceduto per i colpevoli.

Isaia 53:12 

In tutta l'opera lucana Gesù è dispensatore di perdono, e lo diviene anche nel momento della somma ingiustizia. Questo stesso approccio ricorrerà anche con Stefano, il primo martire cristiano:

E lapidarono Stefano che invocava Gesù e diceva: «Signore Gesù, accogli il mio spirito». Poi, messosi in ginocchio, gridò ad alta voce: «Signore, non imputare loro questo peccato». E detto questo si addormentò.
Atti 7:59-60

Così come è morto il maestro, perdonando e rendendo lo spirito a Dio, allo stesso modo arriva a morire il primo testimone.

La divisione delle vesti di Gesù si sovrappone alla sorte del servo sofferente del Salmo 22:

Spartiscono fra loro le mie vesti
e tirano a sorte la mia tunica.
Salmo 22:18 

Luca sottolinea che dalla sua prospettiva la crocifissione sancisce l'identità di Gesù come messia e re, non nel modo atteso dal popolo ma nel modo che attraverso la sofferenza compie la volontà divina.  

I magistrati, i soldati e uno dei malfattori crocifissi continuano a schernire Gesù, ma l'altra persona sulla croce riconosce la sua innocenza e chiede di ricordarsi di lui nel suo regno. La risposta di Gesù può essere intesa come una sentenza emessa in quanto giudice dei vivi e dei morti, che lo caratterizza come nuovo Adamo che inaugura un nuovo periodo di salvezza.

3. LA MORTE DI GESÙ

Era circa l'ora sesta, e si fecero tenebre su tutto il paese fino all'ora nona; il sole si oscurò. La cortina del tempio si squarciò nel mezzo. Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio». Detto questo, spirò. Il centurione, veduto ciò che era accaduto, glorificava Dio dicendo: «Veramente, quest'uomo era giusto». E tutta la folla che assisteva a questo spettacolo, vedute le cose che erano accadute, se ne tornava battendosi il petto. Ma tutti i suoi conoscenti e le donne che lo avevano accompagnato dalla Galilea stavano a guardare queste cose da lontano.
Luca 23:44-49

Da mezzogiorno alle tre si fecero tenebre su tutto il paese. Nella tradizione veterotestamentaria l'oscuramento del sole è sempre associato al "giorno del Signore", inteso come giorno del giudizio divino. Ricordiamo a titolo esemplificativo un paio di oracoli:

Ecco il giorno del SIGNORE giunge:
giorno crudele, d'indignazione e d'ira furente,
che farà della terra un deserto
e ne distruggerà i peccatori.
Poiché le stelle e le costellazioni del cielo
non faranno più brillare la loro luce;
il sole si oscurerà mentre sorge,
la luna non farà più risplendere il suo chiarore.
Isaia 13:9-10 

Il gran giorno del SIGNORE è vicino;
è vicino e viene in gran fretta;
si sente venire il giorno del SIGNORE
e il più valoroso grida amaramente.
Quel giorno è un giorno d'ira,
un giorno di sventura e d'angoscia,
un giorno di rovina e di desolazione,
un giorno di tenebre e caligine,
un giorno di nuvole e di fitta oscurità,
un giorno di squilli di tromba e di allarme
contro le città fortificate e le alte torri.
Io metterò gli uomini nell'angoscia
ed essi brancoleranno come ciechi,
perché hanno peccato contro il SIGNORE;
il loro sangue sarà sparso come polvere
e la loro carne come escrementi.
Sofonia 1:14-17

Il contesto di ira e giudizio divino però non si scaglia contro i peccatori ma trova il suo culmine nella rottura della cortina del tempio e nella morte stessa di Gesù. Il culto mosaico è adesso definitivamente soppresso e inizia la Nuova Alleanza nella carne e nel sangue di Cristo, colui che ha la possibilità di accogliere tanto i giudei quanto i gentili a differenza del tempio precedente reso accessibile solo ai giudei. Gesù rimette il suo spirito citando il Salmo 31:5, aggiungendo solo "Padre" in modo coerente con questo appellativo intimo divino che egli ha anche insegnato ai suoi discepoli. L'intimità con il Padre e le tenebre scatenate smuovono la fede del centurione che, pur essendo pagano, riconosce la sua giustizia. La folla si batte il petto in segno di lutto e i discepoli con le donne osservano da lontano, forse pregando, travolti da questo epilogo tragico e per loro inaspettato, nonostante gli avvisi profetici che Gesù stesso aveva più volte espresso loro. 

CONCLUSIONE

Abbiamo letto le pagine più drammatiche del Nuovo Testamento, che ogni anno vengono rivissute dalle comunità cristiane di tutto il mondo i giorni prima della Pasqua. 

Come per ogni altro evento evangelico, anche il racconto della morte di Cristo è intriso della teologia dell'Antico Testamento, portandola però oltre, verso la Nuova Alleanza.

Profezie e Salmi si intrecciano in questo nuovo racconto acquisendo un nuovo significato. Quella che per alcuni era la morte di un banale agitatore politico, diventa occasione per un centurione romano di esclamare: «Veramente, quest'uomo era giusto». Una professione di fede e una nuova comprensione di Gesù da parte di chi non credeva in lui. L'inizio di quello che verrà...


Note: 
[1] cfr. Rafael Aguirre Monasterio, Antonio Rodriguez Carmona, Vangeli sinottici e Atti degli Apostoli, Paideia editrice, Brescia, 1995, p. 253. 
[2] cfr. R.T. France, Il Vangelo secondo Matteo, Edizioni GBU, Chieti-Roma, p. 482

domenica 24 ottobre 2021

Il battesimo di Gesù



INTRODUZIONE

Il Vangelo secondo Marco inizia dichiarando sin da subito il proprio intento: testimoniare la buona notizia di Gesù che è il Cristo e il Figlio di Dio. Sappiamo che la sua suddivisione letteraria passa proprio da questi due titoli, riconosciuti in due cruciali professioni di fede che troviamo in 8:27-30 e 15:39.

La scena iniziale si apre con Giovanni il battezzatore, che anticipa l’arrivo di qualcuno di maggiore a lui che avrebbe battezzato con lo Spirito Santo. Proprio Giovanni battezza Gesù, proveniente da Nazaret di Galilea, nel fiume Giordano. Questo battesimo è il primo vero avvenimento di questo vangelo e, come ogni inizio che si rispetti, non può non avere in sé numerosi significati che andremo a ricercare in questo approfondimento. 

“E FU BATTEZZATO”: IL RACCONTO DEL BATTESIMO DI GESÙ SECONDO L’EVANGELISTA MARCO

In quei giorni Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato da Giovanni nel Giordano. A un tratto, come egli usciva dall'acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito scendere su di lui come una colomba. Una voce venne dai cieli: «Tu sei il mio diletto Figlio; in te mi sono compiaciuto».
Vangelo secondo Marco 1:9-11

Nonostante la sua grande importanza, possiamo rilevare che questo racconto è incredibilmente sintetico nel nostro Vangelo che, ricordiamo, secondo gli studiosi è il più antico tra i canonici. Confrontandolo con gli altri sinottici possiamo vedere infatti come gli evangelisti successivi aggiunsero altri dettagli all’episodio per elaborare quello che qui è solo accennato. Notiamo a titolo di esempio come Luca aggiunge che lo Spirito scese su Gesù “in forma corporea” come una colomba (3:22) mentre Matteo inserisce un dialogo tra Gesù e Giovanni con il riserbo di quest’ultimo a battezzarlo considerandosi inferiore a lui (3:14-15). In effetti se Giovanni predicava un battesimo di ravvedimento dai peccati, e Gesù fu addirittura concepito senza peccato, come mai volle farsi battezzare dal Battista? Questa è una domanda spinosa alla quale i primi cristiani dovettero trovare una risposta teologica. 

Nonostante la sua brevità, nel testo marciano ci sono degli indizi su diversi temi di teologia biblica che dall’Antico Testamento approdano qui per trovare uno sviluppo che potrà sbocciare appieno con la completezza degli altri scritti neotestamentari. L'introduzione di Marco nei versetti immediatamente precedenti ai nostri introduce la cornice dell'ambientazione che viene presentata come un nuovo esodo e la funzione di Giovanni come nuovo Elia che chiama Israele al pentimento. Dopodiché la narrazione si sposta, e incontriamo il nostro episodio che ha Gesù come protagonista. 

Il battesimo presentato da Giovanni ha conosciuto diverse interpretazioni in quanto pratica innovativa per questo tempo e ben diversa dalle comuni abluzioni e lavaggi rituali che, contrariamente al battesimo, venivano praticate frequentemente. Questo battesimo potrebbe alludere al battesimo dei proseliti ma non vi è certezza che un tale significato fosse conosciuto in epoca così antica. Più probabilmente si tratta di una ripresa dell’attraversamento del mare durante l’esodo, in accordo alla seguente tradizione profetica biblica: 

Allora il suo popolo si ricordò dei giorni antichi di Mosè:
Dov'è colui che li fece uscire dal mare
con il pastore del suo gregge?
Dov'è colui che mise in mezzo a loro lo Spirito suo santo,
che fece andare il suo braccio glorioso alla destra di Mosè,
che divise le acque davanti a loro,
per acquistarsi una rinomanza eterna,
che li condusse attraverso gli abissi,
come un cavallo nel deserto,
senza che inciampassero?
Come il bestiame che scende nella valle,
lo Spirito del SIGNORE li condusse al riposo.
Così tu guidasti il tuo popolo,
per acquistarti una rinomanza gloriosa.
Guarda dal cielo, e osserva,
dalla tua abitazione santa e gloriosa.
Dove sono il tuo zelo, i tuoi atti potenti?
Il fremito delle tue viscere e le tue compassioni
non si fanno più sentire verso di me.
Tuttavia, tu sei nostro padre;
poiché Abraamo non sa chi siamo
e Israele non ci riconosce.
Tu, SIGNORE, sei nostro padre,
il tuo nome, in ogni tempo, è Redentore nostro.
SIGNORE, perché ci fai peregrinare lontano dalle tue vie
e rendi duro il nostro cuore perché non ti tema?
Ritorna, per amor dei tuoi servi,
delle tribù della tua eredità!
Per poco tempo il tuo popolo santo ha posseduto il paese;
i nostri nemici hanno calpestato il tuo santuario.
Noi siamo diventati come quelli che tu non hai mai governati,
come quelli che non portano il tuo nome!
Oh, squarciassi tu i cieli, e scendessi!
Davanti a te sarebbero scossi i monti.
Isaia 63:11-64:1

Questo testo descrive alla perfezione il sentimento religioso che doveva esserci nell’ambiente che stiamo considerando, promosso da Giovanni. In entrambi i casi considerati è da rilevare che il presupposto comune, compreso quello appena indicato, assume l’apostasia di Israele e la necessità del suo pentimento. La carica sacerdotale da tempo non osservava più le dinastie indicate dalla Torah, le nazioni pagane da secoli occupavano i territori di Israele e molti giudei sentivano il bisogno di un ritorno alla fede genuina dei loro padri e di un nuovo intervento diretto di YHWH. 

Gesù dunque si fa battezzare da Giovanni nel fiume Giordano, lo stesso fiume che il popolo di Israele attraversò per conquistare con Giosuè la terra promessa, ricapitolando così la storia di Israele e identificandosi egli stesso con l’Israele fedele a Dio. L’immersione e l’emersione riecheggiano tanto l’attraversamento del Mar Rosso durante l’esodo quanto l’attraversamento del fiume Gerico, come appena accennato. 

Durante l’emersione però il nostro testo riporta che Gesù “vide aprirsi i cieli”, espressione utilizzata nei testi apocalittici per descrivere un evento escatologico divino. Possiamo trovare dei paralleli nei seguenti testi: 

Il trentesimo anno, il quinto giorno del quarto mese, mentre mi trovavo presso il fiume Chebar, fra i deportati, i cieli si aprirono, e io ebbi delle visioni divine.
Ezechiele 1:1

Allora si aprì il tempio di Dio che è in cielo e apparve nel tempio l'arca dell'alleanza. Vi furono lampi e voci e tuoni e un terremoto e una forte grandinata.
Apocalisse 11:19

I cieli aperti introducono l’azione divina che nel nostro contesto consiste di due elementi: la discesa dello Spirito come una colomba e la voce di Dio. 

La discesa dello Spirito ricorre nell’Antico Testamento tanto a riguardo del “germoglio che spunterà dal tronco di Iesse”, ossia il messia (Is. 11:1-2) quanto al Servo di YHWH con il compito di portare la rivelazione alle nazioni (Is. 42:1). La colomba invece appare nel racconto del diluvio, che nella tradizione cristiana assume significati battesimali (1 Pt. 3:20-21). Nel Cantico dei cantici viene presentata come simbolo della fidanzata (Ct. 2:14), mentre ancora in Isaia, oltre che in Osea, rappresenta il ritorno in patria di Israele dopo l’esilio:

Chi mai sono costoro che volano come una nuvola,
come colombi verso le loro colombaie?

Isaia 60:8

Accorreranno in fretta dall'Egitto come uccelli
e dal paese d'Assiria come colombe;
io li farò abitare nelle loro case», dice il SIGNORE.

Osea 11:11

Il tema biblico dell’uscita dall’Egitto e del rientro dall’esilio si intrecciano più volte, quindi, nel nostro racconto battesimale. Si intrecciano con il simbolo dell’acqua ma anche con lo Spirito e con la colomba. Tutte queste immagini si vanno a fondere con l’identità di Gesù e la missione che sta per intraprendere. 

A questo punto, però, come ulteriore elemento arriva la voce di Dio, che dice: «Tu sei il mio diletto Figlio; in te mi sono compiaciuto». Questa frase è una combinazione di espressioni bibliche riprese dal racconto del sacrificio di Isacco e dalla letteratura profetica. Di seguito i testi più significativi:

E Dio disse: «Prendi ora tuo figlio, il tuo unico, colui che ami, Isacco, e va' nel paese di Moria, e offrilo là in olocausto sopra uno dei monti che ti dirò».
[...]
E l'angelo: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli male! Ora so che tu temi Dio, poiché non mi hai rifiutato tuo figlio, l'unico tuo».
[...]
«Io giuro per me stesso, dice il SIGNORE, che, siccome tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, l'unico tuo
Genesi 22:2-12-16 

Trasformerò le vostre feste in lutto
e tutti i vostri canti in lamento;
coprirò di sacchi tutti i fianchi
e ogni testa sarà rasa.
Il paese piomberà nel lutto come quando muore un figlio unico,
la sua fine sarà come un giorno d'amarezza.

Amos 8:10

«Spanderò sulla casa di Davide e sugli abitanti di Gerusalemme
lo Spirito di grazia e di supplicazione;
essi guarderanno a me, a colui che essi hanno trafitto,
e ne faranno cordoglio come si fa cordoglio per un figlio unico,
e lo piangeranno amaramente come si piange amaramente un primogenito.

Zaccaria 12:10

Io annuncerò il decreto:
Il SIGNORE mi ha detto: «Tu sei mio figlio,
oggi io t'ho generato.

Salmo 2:7

Isacco diventa il “tipo” di cui Gesù è l’“anti-tipo”: il figlio amato che viene richiesto in sacrificio. Ma Gesù è ancor di più di questo, e nelle parole che si sentono provenire dall’alto ci sono allusioni anche al lutto nazionale per la morte di una persona amata dal popolo oltre che all’intronizzazione di un nuovo re di Israele. 

Questa semplice frase che viene dai cieli appare dunque, una volta comparata con l’Antico Testamento, come il programma di Dio per la persona che si sta facendo battezzare da Giovanni: come la missione e il destino di Gesù.

Lui, come Isacco, verrà chiamato da Dio al sacrificio supremo. Lui, causerà lutto per il popolo di Israele. Sempre lui, riceverà una dichiarazione di figliolanza divina, un'eredità composta da nazioni e dalla totalità delle terre con l’intronizzazione celeste preparata in seguito alla sua morte e manifestata con potenza attraverso la risurrezione.

Ecco quindi come un battesimo svolto per mostrare pentimento, acquisisce numerosi e profondi significati diversi in questo caso particolare. Gesù si fa battezzare da Giovanni, sì, ma non per pentirsi dai propri peccati quanto per ricapitolare in sé la storia di Israele, promuovere l’intervento di Dio in una fase cruciale della storia attraverso un progetto che lo vede protagonista. Questi sono i significati del battesimo di Gesù, che le prime comunità cristiane compresero solo dopo qualche tempo. Questo è l’inizio, che fin dal primo momento dichiara la fine. 

CONSIDERAZIONI FINALI

Il battesimo di Gesù, all’inizio del Vangelo secondo Marco, dà il via al suo ministero terreno e a tutti gli insegnamenti e i miracoli che che arriveranno. Questo battesimo non riguarda una necessità di pentimento da parte di Gesù, in quanto egli è senza peccato, ma una ricapitolazione della storia di Israele e una immedesimazione con l’Israele fedele. Di fronte a questo gesto simbolico e profetico i cieli si aprono e appaiono due manifestazioni divine: la discesa dello Spirito Santo che conferma questo ruolo e la voce di Dio Padre. Egli attesta che Gesù è il suo amato Figlio, nel quale si è compiaciuto. Figlio amato come lo fu Isacco, chiamato al sacrificio come Isacco. Figlio unico la cui morte avrebbe causato un grande lutto in Israele, ma anche Figlio erede della terra e di ogni potenza. Questa parabola di sofferenza, morte e gloria seppur paradossale è la sintesi del vangelo di Dio: la buona notizia per tutti coloro che accolgono la salvezza di Cristo Gesù.

domenica 25 marzo 2018

L'ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme nel Vangelo secondo Marco

















1. LA LETTURA

Il Vangelo secondo Marco è più breve di quello secondo Luca e Matteo, e denota un ritmo serrato e una narrazione avvincente. Secondo i moderni esegeti è il primo Vangelo ad essere stato scritto, probabilmente intorno all'anno 70 d.C.1 

Marco raccoglie prima di altri una preesistente raccolta di detti di Gesù2 inserendola però in una accurata cornice narrativa, che racconta dall'inizio alla fine le circorstanze che portarono Gesù alla morte di croce e alla sua successiva risurrezione. Lo schema letterario dell'opera risulta composto nel seguente modo:3
- Introduzione (1:1-13)
tesi: vangelo di Gesù, messia, figlio di Dio (1:1)
trittico introduttivo (1:2-13)

- Parte prima: vangelo di Gesù come messia che proclama il regno di Dio (1:14-8:30)
a) azione di Gesù e risposta dei farisei;
b) azione di Gesù e risposta del popolo;
c) azione di Gesù e risposta dei discepoli.

- Parte seconda: vangelo di Gesù come figlio di Dio che muore e risuscita (8:31-16:8)
a) mentre attraversa a piedi la Galilea e la Giudea Gesù si dirige a Gerusalemme, annunciando la sua morte e risurrezione;
b) attività di Gesù a Gerusalemme prima della passione;
c) passione, morte e proclamazione della risurrezione a Gerusalemme.
In questo quadro generale, l'intenzione di questo approfondimento è di avvicinarsi alla comprensione dei primi undici versetti dell'undicesimo capitolo: il brano che apre l'attività di Gesù a Gerusalemme e che anticipa la sua passione nella capitale (Parte seconda, b). 

Leggiamo ora direttamente dal nostro testo:

Quando furono giunti vicino a Gerusalemme, a Betfage e Betania, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate nel villaggio che è di fronte a voi; appena entrati, troverete legato un puledra d'asino, sopra il quale non è montato ancora nessuno; scioglietelo e conducetelo qui da me. Se qualcuno vi dice: "Perché fate questo?" rispondete: "Il Signore ne ha bisogno, e lo rimanderà subito qua"». Essi andarono e trovarono un puledro legato a una porta, fuori, sulla strada, e lo sciolsero. Alcuni tra quelli che erano lì presenti dissero loro: «Che fate? Perché sciogliete il puledro?» Essi risposero come Gesù aveva detto. E quelli li lasciarono fare. Essi condussero il puledro a Gesù, gettarono su quello i loro mantelli ed egli vi montò sopra. 

Molti stendevano sulla via i loro mantelli; e altri, delle fronde che avevano tagliate nei campi. Coloro che andavano avanti e coloro che venivano dietro gridavano: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il regno che viene, il regno di Davide, nostro padre! Osanna nei luoghi altissimi!» Gesù entrò a Gerusalemme nel tempio; e dopo aver osservato ogni cosa intorno, essendo già l'ora tarda, uscì per andare a Betania con i dodici.
Marco 11:1-11 

2. L'ESEGESI

Seguendo la narrazione del brano, possiamo distinguere due momenti distinti: il primo che riguarda la preparazione dell'entrata nella città santa e il secondo che descrive l'ingresso vero e proprio. L'azione parte a Betfage e Betania, presso monte degli Ulivi.  Questa indicazione non è certamente casuale, in quanto leggiamo nel libro del profeta Zaccaria:

Poi il SIGNORE si farà avanti e combatterà contro quelle nazioni,
come egli combatté tante volte nel giorno della battaglia.
In quel giorno i suoi piedi si poseranno sul monte degli Ulivi,
che sta di fronte a Gerusalemme, a oriente,
e il monte degli Ulivi si spaccherà a metà, da oriente a occidente,
tanto da formare una grande valle;
metà del monte si ritirerà verso settentrione
e l'altra metà verso il meridione.
Zaccaria 14:3,4

Proprio nel monte degli Ulivi, dove era stato profetizzato l'intervento salvifico di Jahvè, Gesù dà istruzione a due discepoli di predisporre quel che era necessario per il momento che stava per arrivare. Egli chiede di prendere una puledra d'asino su cui non era ancora salito nessuno, secondo un altro oracolo dello stesso profeta:

Esulta grandemente, o figlia di Sion,
manda grida di gioia, o figlia di Gerusalemme;
ecco, il tuo re viene a te;
egli è giusto e vittorioso,
umile, in groppa a un asino,
sopra un puledro, il piccolo dell'asina. 

Zaccaria 9:9

Anticipando la possibile obiezione istruisce i discepoli su come rispondere, facendo rilevare come il vero proprietario dell'animale sia in realtà Gesù, riconosciuto tale proprio in virtù dell'ingresso messianico nella sua identità di Signore. I discepoli ubbidiscono, rispondono all'obiezione in quel modo, e conducono il puledro a Gesù. Egli non entra in Gerusalemme con il cavallo da guerra così come fanno i sovrani conquistatori, ma con un puledro, che auspica l'arrivo del principe della pace, richiamando alla mente anche la descrizione del cerimoniale di incoronazione di Salomone:

Poi il re Davide disse: «Chiamatemi il sacerdote Sadoc, il profeta Natan e Benaia, figlio di Ieoiada». Essi vennero alla sua presenza e il re disse loro: «Prendete con voi i servitori del vostro signore, fate salire Salomone mio figlio sulla mia mula, e conducetelo a Ghion. In quel luogo il sacerdote Sadoc e il profeta Natan lo ungeranno re d'Israele. Poi suonate la tromba e gridate: "Viva il re Salomone!" Voi risalirete al suo seguito, ed egli verrà, si metterà seduto sul mio trono, e regnerà al mio posto. Io nomino lui come principe d'Israele e di Giuda».
1 Re 1:32-35

A questo punto inizia la descrizione dell'entrata vera e propria.
Il gruppo di Gesù dovette essere uno dei tanti costituiti dai pellegrini che in quel momento stavano entrando a Gerusalemme in occasione della festa liturgica più importante del calendario giudaico, ma i presenti stendono sulla loro via dei mantelli e delle fronde tagliate dai campi come segno di gloria e onore, ricordando in questo caso il rituale di intronizzazione di Jeu:

Allora ognuno di essi si affrettò a togliersi il mantello e a stenderlo sotto Ieu su per i nudi gradini; poi suonarono la tromba, e dissero: «Ieu è re!»   

2 Re 9:13 

La folla a questo punto acclama Gesù con una serie di brevi frasi per lo più riprese dal Salmo 118. Questo Salmo in origine era recitato nell'anniversario dell'intronizzazione del re, ed era proclamato dal pio giudeo nel momento dell'ingresso nel tempio durante le feste di pellegrinaggio.4 L'ovazione "Osanna!" significa in particolare "dona salvezza", e mette in risalto come la speranza messianica del popolo abbia ora il suo compimento proprio in Gesù.5 Il significato teologico dell'episodio riguarda quindi Gesù che entra a Gerusalemme come re di Israele, come principe della pace, come donatore della salvezza di Jahvè: e tutto questo in accordo con la sua consapevolezza, con il seguito dei suoi discepoli e con il riconoscimento degli altri pellegrini giudei. In questa veste egli si dirige subito nel tempio, il luogo al centro di ogni liturgia religiosa. Arrivando il tramonto non risiede a dormire in Gerusalemme ma torna a Betania, situata comunque entro i confini religiosi della città e luogo di appoggio per il suo ministero. Qui passerà la notte con i dodici. 

3. L'ATTUALIZZAZIONE 

Da un punto di vista di fede questo brano - presentando Gesù in un modo ben specifico - solleva inevitabilmente diverse domande che richiedono risposte intime e personali. Nel Vangelo secondo Marco se fino al c.8 v.30 egli è presentato prima di tutto come messia e nei testi successivi egli si rivela negli insegnamenti come Figlio di Dio, proprio nel nostro brano viene invece pubblicamente riconosciuto come messia regale e come il Figlio di Dio che sta per entrare nella città santa per portare la salvezza tanto attesa. Che tipo di salvezza? La salvezza da una vuota religiosità, dalla sofferenza che contraddistingue l'esistenza umana, dall'assenza della speranza e dall'oppressione di ogni tipo. Laddove Gesù prima di questo momento ha predicato e operato miracoli nelle campagne periferiche, ora si dirige regalmente verso il tempio, mostrando in questo modo come la presenza di Dio stia tornando nel centro spirituale di Giuda/Israele per un momento unico nella dinamica della salvezza divina. Il secondo tempio che non ha mai avuto al suo interno l'arca dell'alleanza come segno visibile della presenza di Dio ora accoglie Gesù, abitazione del Logos di Dio (Gv. 1:14), mostrando in questo modo un intervento divino che in parte adempie gli oracoli degli antichi profeti ed in parte sta per realizzare qualcosa di radicalmente nuovo e inatteso, ma ugualmente salvifico ed eterno: la morte del Figlio di Dio per la vita di tutti i figli di Dio. 

In questo quadro però il riconoscimento dato a Gesù si scontra con un appello rivolto direttamente a noi stessi. Se loro hanno riconosciuto Gesù come messia regale e Figlio di Dio infatti, noi lo abbiamo già fatto? Non è una domanda scontata. Riconoscere Gesù come re - come proprio re - significa riconoscere in lui e nei suoi insegnamenti l'autorità ultima per la propria vita e per le scelte grandi e piccole della propria quotidianità. Si tratta di riconoscere in lui un potere di governo su di noi e non solo a parole, ma anche e soprattutto con i fatti. Se riconosciamo Gesù come il nostro re, come il messia e il Figlio di Dio, allora la Pasqua avrà significato per noi: un significato di salvezza eterna. Ma se non lo facciamo, saremo solo osservatori e non protagonisti della salvezza divina.  In chi ci possiamo riconoscere: in coloro che osservavano gli eventi o in coloro che erano parte di quei "molti" che stendevano i loro mantelli sulla via di Gesù invocando la salvezza di Dio? Questo può essere il momento giusto per far chiarezza dentro di noi, per capire qual è l'attitudine del nostro cuore e la risposta che vogliamo dare. La buona notizia èche Gesù è arrivato, e ha portato la salvezza tanto attesa. La buona notizia è che noi oggi possiamo riconoscerlo in questo modo così come è stato durante l'evento che abbiamo considerato. La buona notizia è che lui tornerà per finire quello che ha iniziato e portare a compimento il suo regno, dove non ci sarà più alcun pianto, alcun dolore e alcuna ingiustizia e dove tutti i figli di Dio potranno finalmente vedere il suo volto faccia a faccia. 

4. CONCLUSIONE  

Il brano dell'ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme riveste un significato importante tanto a livello letterario quanto a livello teologico e spirituale. Da una parte infatti esso è collocato nel periodo che anticipa gli eventi della passione del Signore, dando il via a un conto alla rovescia che troverà il suo culmine proprio nella croce. Dall'altra parte invece costituisce uno snodo cruciale nel riconoscimento dell'identità di Gesù e nel significato della sua missione, assumendo su di sé in questa circostanza l'eredità profetica propria dell'intervento escatologico del Signore e dell'incoronazione regale in Israele. 

Gesù entra a Gerusalemme come portatore della salvezza di Jahvè, come re di Israele/Giuda rispettando l'attesa dei tanti secoli passati. Tuttavia negli eventi successivi egli non instaurerà in questa occasione il suo regno - come ci si potrebbe attendere - ma soffrirà e morirà a causa delle nostre iniquità (Is. 53:5) per poi risorgere il terzo giorno dopo la sua morte e chiamare all'esistenza la Chiesa, in attesa del suo ritorno. A livello teologico ci troviamo anche noi proprio in questo momento alla fine dei tempi, ed è in questo momento che anche noi dobbiamo prendere una posizione per decidere se seguire o meno Gesù, il messia e il Figlio di Dio. Se stendere il nostro mantello ai suoi piedi, se acclamarlo come re della nostra vita.



Note:

[1] Rafael Aguirre Monasterio e Antonio Rodriguez Carmona, Vangeli sinottici e Atti degli Apostoli, Brescia, Paideia, 1995, p. 147. 
[2] Ibid. p. 30. 
[3] Ibid. p. 98. 
[4] Santi Grasso, Vangelo di Marco - nuova versione, introduzione e commento, Milano, Paoline, 2003, p. 281.  
[5] Id. Ibid.  

domenica 21 dicembre 2014

Il campo di attività


"Nel principio Dio creò i cieli e la terra"
Genesi 1:1

1.INTRODUZIONE
Il primo versetto della Genesi introduce immediatamente il concetto di tempo (nel principio) e di spazio spirituale e fisico (i cieli e la terra). L'esistenza del tempo e dello spazio rimarrà una costante non solo per tutta la Scrittura ma anche per tutta la storia del nostro universo e dell'intera umanità. Ogni riflessione, ogni racconto, ogni pensiero non può in alcun caso prescindere da un contesto storico e geografico, perché esso riveste il ruolo di custode delle circostanze che hanno dato alla nascita un determinato evento, offrendone la più corretta chiave di lettura. I migliori libri di storia presentano la vita dei grandi personaggi del passato motivando le loro azioni, spesso poco comprensibili al giorno d'oggi, con la frase "essendo figlio del suo tempo". Il luogo e la cultura in cui viviamo ci influenzano molto più di quanto possiamo immaginare. 
Nel 1942, lo scrittore cristiano Clive Staples Lewis pubblicò un libro epistolare nel quale immaginava una serie di lettere scritte dall'anziano demone Berlicche al suo giovane nipote Malacoda, con l'intento di istruirlo alla tentazione e alla dannazione del giovane essere umano a lui assegnato. Lo scopo di questo libro, intitolato "le lettere di Berlicche", era evidentemente quello di comprendere per antitesi chi è il vero cristiano e quali sono i maggiori pericoli nei quali può incorrere. Nell'ottava lettera del libro, troviamo queste parole:
Gli esseri umani sono anfibi - mezzo spirito e mezzo animale. (La risoluzione del Nemico di produrre un ibrido talmente ributtante fu una delle cose che decisero Nostro Padre a ritirargli il suo appoggio). Come spiriti essi appartengono al mondo dell'eternità, ma come animali sono abitatori del tempo. Ciò significa che, mentre il loro spirito può essere diretto verso un oggetto eterno, il loro corpo, le passioni e l'immaginazione sono in continuo divenire, poiché essere nel tempo significa mutare.
Questa semplice ma efficace immagine, raffigura l'esatta condizione dell'essere umano. Tanto che il libro dell'ecclesiaste afferma:

Dio ha fatto ogni cosa bella al suo tempo: egli ha perfino messo nei loro cuori il pensiero dell'eternità, sebbene l'uomo non possa comprendere dal principio alla fine l'opera che Dio ha fatta.  
Ecclesiaste 3:11 

L'uomo è immerso nello scorrere del tempo, e per questo motivo non può comprendere appieno l'opera che Dio ha fatta, ma possiede comunque il pensiero dell'eternità ed il desiderio di una vita eterna. Queste considerazioni sono di fondamentale importanza per comprendere la cornice di ogni racconto biblico e persino di ogni aspetto dottrinale. Riconoscere e discernere il contesto culturale della Scrittura dalla fiamma eterna della Parola di Dio è il definitivo banco di prova di ogni ministro del Signore e, in ultima analisi, di ogni credente. Nel panorama biblico, la realtà dello scorrere del tempo viene mostrata dalla fedeltà di Dio per tutte le generazioni. Nel libro di Isaia leggiamo queste parole:

Chi ha operato, chi ha fatto questo?
Colui che fin dal principio ha chiamato le generazioni alla vita.
Io, il SIGNORE, sono il primo; io sarò con gli ultimi.
Isaia 41:4 

Il Signore stesso proclama la sua assoluta sovranità e la sua presenza per tutta la storia dell'uomo, dal primo all'ultimo. Di uguale importanza però, nella Bibbia ritroviamo anche la coordinata spaziale, oggetto specifico di questo studio. Come vedremo a breve, appena l'uomo viene creato, è deposto in un particolare ed importante luogo fisico; e ogni qualvolta il Signore entra nella storia per rivelare i suoi disegni, questi comprendono sempre uno specifico territorio per uno specifico tempo. Se è vero che i piani di Dio per l'umanità sono enormi come gli oceani, è sicuramente vero anche il fatto ch'egli desideri che ognuno di noi, come singole gocce, si ritrovi nel posto giusto al momento giusto. La perfezione di Dio infatti, è ben manifesta proprio nei dettagli.

2.EDEN
Dio il SIGNORE prese dunque l'uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo lavorasse e lo custodisse. 
Genesi 2:15 

Nella narrazione del secondo capitolo di Genesi, immediatamente dopo aver creato l'uomo (v.7), il Signore pianta un giardino in Eden e vi pone l'uomo che aveva appena formato. E' un giardino speciale, pieno di ogni albero gradevole alla vista e buono per il nutrimento, tra i quali due alberi molto particolari: quello della vita e quello della conoscenza del bene e del male (v.9). In ebraico, "Eden" significa "delizia", "piacere", caratteristiche che ben si evidenziano nel primo territorio abitato dall'uomo. In questo contesto, Adamo riceve l'incarico di servire Dio lavorando e custodendo il giardino. Questo è un compito materiale, che rivela l'originaria intenzione del Signore di fare dell'uomo un suo amministratore; ma anche spirituale, in quanto l'uomo è chiamato a sovrintendere anche a due preziose realtà spirituali: la realtà della conoscenza del male e la realtà della vita eterna. Tutti conosciamo il fallimento di questo progetto e la relativa espulsione di Adamo ed Eva dal giardino delle delizie. Forse però non abbiamo riflettuto a lungo sul lavoro di giardiniere in sé e per sé. Nell'Antico Testamento, il giardino simboleggia il corpo dell'amata o dell'amato. Il Cantico dei Cantici infatti descrive la verginità della protagonista presentandola come "un giardino serrato" (4:12). Molto probabilmente, l'autore del vangelo di Giovanni riprende questa stessa interpretazione nel capitolo XX, quando Maria Maddalena scambia Cristo risorto per il custode del giardino. In questa occasione Gesù non si fa toccare né trattenere, venendo ritratto come l'amato del Cantico, che vuole dare tempo all'amore di trovarlo. Ebbene, il primo Adamo era senz'altro il soggetto principale dell'amore di Dio, l'amato di Dio, e riceve da Lui il compito di sorvegliare il giardino delle delizie: un luogo fisico che simboleggia e delimita la speciale comunione che egli aveva con il Creatore. Adamo doveva custodire questa creazione di Dio, ma anche ubbidire al Signore e rispettare la Sua volontà evitando di mangiare dall'albero del bene e del male. Il vero compito di Adamo dunque era quello di custodire il suo rapporto con Dio, custodire la fiducia che il Signore aveva riposto in lui. A causa del suo tradimento invece, è dovuto essere allontanato ed è stata necessaria l'incarnazione di Cristo come secondo Adamo (1 Co 15:45), per riconciliare l'umanità a Lui e restaurare il rapporto originale.

Il giardino di Eden perciò è stato il primo luogo geografico abitato e custodito dall'uomo, simbolo del prezioso rapporto tra quest'ultimo ed il Signore. Adamo è stato posto in questo specifico territorio per il suo pieno benessere spirituale, psicologico e fisico, secondo il motivo originario per cui è stato creato. Adamo come custode del giardino è senza ombra di dubbio un'immagine dell'uomo amato da Dio, chiamato a rispettare e custodire questo stesso amore.

3.SICHEM
Il SIGNORE disse ad Abramo: «Va' via dal tuo paese, dai tuoi parenti e dalla casa di tuo padre, e va' nel paese che io ti mostrerò; io farò di te una grande nazione, ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai fonte di benedizione. Benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà, e in te saranno benedette tutte le famiglie della terra».
Genesi 12:1-3 

Dopo il tentativo da parte degli uomini di riunirsi nel paese di Scinear per costruire una torre che arrivasse al cielo ed acquistare fama, il Signore interviene confondendo il loro linguaggio e disperdendo le persone indistintamente su tutta la faccia della terra. Da questo avvenimento passano diverse generazioni prima di trovare a Ur dei Caldei un nuovo protagonista del racconto biblico, di nome Abramo. La città di Ur secondo il libro apocrifo dei Giubilei (11:3) è stata costruita da Ur figlio di Kesed, discendente di Arpacsad e di Sem. Questa informazione non trova conferma né smentita nel libro di Genesi che semplicemente omette il particolare soffermandosi unicamente sulla linea dinastica specifica che da Sem arriva a Tera e ad Abramo. Dopo la morte di Aran, fratello di Abramo, il padre Tera si trasferisce con la famiglia di Abramo e con il nipote Lot nel paese di Caran; città conosciuta al giorno d'oggi con il nome di Harran, in Turchia, e distante indicativamente 400 km in linea d'aria da Ur. 

In questo contesto, il Signore chiama Abramo a lasciare la casa di suo padre e il paese nel quale stava vivendo, per andare verso un paese nuovo e sconosciuto. Insieme a questa richiesta, c'è la promessa di una benedizione speciale sulla sua famiglia, di generazione in generazione. Abramo ubbidisce e si reca subito nel territorio indicato dal Signore, fermandosi nella città di Sichem, dove riceve la promessa che la sua discendenza avrebbe abitato quel posto. Per questo motivo, qui egli erige un altare (Gen 12:6,7). 

Questo momento della vita di Abramo viene spesso sottovalutato, trovando negli eventi successivi (il viaggio in Egitto, la divisione con Lot, la vittoria dei re, la benedizione di Melchisedec, e soprattutto la nascita di Ismaele e Isacco) spunti più interessanti per una riflessione teologica. In realtà però la promessa di Sichem riveste un'importanza fondamentale. Essa infatti viene adempiuta centinaia di anni più tardi ai tempi di Giosuè (cfr Gs 24), quando proprio in questa località il popolo di Israele prometterà di servire ed ubbidire il Signore:

Il popolo rispose a Giosuè: «Il SIGNORE, il nostro Dio, è quello che serviremo, e alla sua voce ubbidiremo!» Così Giosuè stabilì in quel giorno un patto con il popolo, e gli diede delle leggi e delle prescrizioni a Sichem. Poi Giosuè scrisse queste cose nel libro della legge di Dio; prese una gran pietra e la rizzò sotto la quercia che era presso il luogo consacrato al SIGNORE. E Giosuè disse a tutto il popolo: «Ecco, questa pietra sarà una testimonianza contro di noi; perché essa ha udito tutte le parole che il SIGNORE ci ha dette; essa servirà quindi da testimonianza contro di voi; affinché non rinneghiate il vostro Dio».
Giosuè 24:24-27 

Sichem è il primo luogo in cui Abramo è stato condotto da Dio, è il posto dove egli riceve la promessa di abitazione della sua discendenza. 
Sichem è il luogo dove il popolo di Israele (discendente di Abramo) ha rinnovato il patto con il suo Dio. 

Al pari del giardino dell'Eden però, Sichem è anche il posto del tradimento di questa alleanza tra Dio e l'uomo, il luogo dove si tenne l'assemblea popolare che decise la divisione del regno di Israele ed il regno di Giuda (cfr. 2 Cronache 10:1) e dove si insediò Geroboamo, progettando e promuovendo l'apostasia e l'idolatria nazionale per mantenere il potere (cfr. 1 Re 12:25-33). Il Signore aveva promesso questo posto a tutta la discendenza di Abramo, ma a causa della sua ribellione, solo una parte alla fine ha abitato il paese, divenendo presto deportata in Assiria. Se il primo luogo abitato dall'uomo significava "delizia", questo luogo - abitato da un uomo speciale, chiamato da Dio a benedire le famiglie della terra - significa invece "spalla". Una parte del corpo dedicata al lavoro, ma che rappresenta anche la forza ed il vigore; con una possibile allusione negativa, legata appunto all'infedeltà di Israele (cfr. Nehemia 9:29 che seppur usando un altro termine ebraico, rimanda proprio a questa parte del corpo).


4.GERUSALEMME
Ancora una volta, un luogo geografico simboleggia nella Scrittura una chiamata all'intimità con il Signore, al servizio e alla vita di un patto relazionale. Ancora una volta, un territorio preciso rappresenta anche il tradimento da parte dell'uomo, e la perdita della sua identità sempre più lontana dal Creatore.

Dopo aver riflettuto sul giardino di Eden e sulla località di Sichem, diventa a questo punto fondamentale soffermarci ora sulla città di Gerusalemme. Chiunque abbia letto la Bibbia almeno una volta per intero, non può non essere rimasto stupito del fatto che questa città sia continuamente al centro dei racconti e degli avvenimenti dei vari testi, ricorrendo ben 771 volte, senza contare le volte in cui viene presentata con altri appellativi. La incontriamo per la prima volta nel libro di Genesi: 

Melchisedec, re di Salem, fece portare del pane e del vino. Egli era sacerdote del Dio altissimo. Egli benedisse Abramo, dicendo: «Benedetto sia Abramo dal Dio altissimo, padrone dei cieli e della terra!  
Genesi 14:18,19 

Salem era appunto un vecchio nome di Gerusalemme, occupata a quel tempo dal clan amorrita dei Gebusei. Questo avvenimento avrà un profondo eco tanto nell'Antico Testamento (Salmo 110) quanto nel Nuovo (Ebrei 7). E' solo al tempo della monarchia di Israele, che il re Davide conquisterà la città, facendone la capitare del regno:

Allora il re, con la sua gente, si mosse verso Gerusalemme contro i Gebusei che abitavano quel paese. Questi dissero a Davide: «Tu non entrerai qua; perché i ciechi e gli zoppi ti respingeranno!» Volevano dire: «Davide non entrerà mai». Ma Davide prese la fortezza di Sion, che è la città di Davide. Davide disse in quel giorno: «Chiunque batterà i Gebusei giungendo fino al canale e respingerà gli zoppi e i ciechi che sono gli avversari di Davide...». Da questo ha origine il detto: «Il cieco e lo zoppo non entreranno nel tempio». Davide abitò nella fortezza e la chiamò Città di Davide; e vi fece delle costruzioni intorno, cominciando da Millo verso l'interno.
2 Samuele 5:6-9


Gerusalemme sorge sull'altura di Sion, a 765 metri sul livello del mare, e per tal motivo è spesso chiamata con quest'ultimo nome. Dopo la conquista di Davide diventerà il centro politico e religioso di tutto Israele (sostituendo Silo, la precedente capitale), ospitando a partire dal regno di Salomone, il celebre ed importante Tempio. Tutto il popolo era chiamato a fare dei pellegrinaggi annuali durante la Pasqua, la Festa delle primizie e  la Festa delle capanne. Dopo la divisione tra Regno di Israele e Regno di Giuda, soltanto quest'ultimo ha tramandato la linea dinastica davidica e in buona misura la tradizione di fede in YHWH; contrapponendosi invece al Regno del Nord che ha attraversato numerosi colpi di stato, ed ha assimilato in forma maggiore le religioni dei popoli confinanti. Per la Scrittura dunque, Sion rappresenta il monte del Signore, il luogo dove vi è il Tempio Santo: l'unico posto del mondo in cui le preghiere fatte sono come se fossero espresse direttamente nel cielo. Sion è il cuore del futuro regno messianico (Salmo 2; Isaia 2), è il luogo della dimora del Signore (Salmo 9:11) da cui Egli stesso manda il suo soccorso (Salmo 20).

Dio è ben conosciuto in Giuda;
il suo nome è grande in Israele.
Il suo tabernacolo è in Salem,
e la sua dimora in Sion. 
Salmo 76:1,2

Il Tempio di Gerusalemme è stato distrutto da Nabucodonosor II nel 586 a.C., e la popolazione di Giuda è stata deportata a Babilonia. Ma anche in questo esilio, tutti gli ebrei ortodossi continuavano a pensare a Gerusalemme:

Salmo 137:1 Là, presso i fiumi di Babilonia, 
sedevamo e piangevamo ricordandoci di Sion. 

La sua santità ed importanza spirituale è tale da formulare in questo Salmo un'auto-maledizione nel caso in cui ci si dimentichi di essa:

Se ti dimentico, Gerusalemme,
si paralizzi la mia destra;
resti la mia lingua attaccata al palato,
se io non mi ricordo di te,
se non metto Gerusalemme
al di sopra di ogni mia gioia.
Salmo 137:5,6 

Appare chiaro il fatto che la Bibbia presenta Gerusalemme come la città più importante del mondo. Certo, è stata la capitale del regno di Israele e successivamente di Giuda. Sicuramente è stata anche il centro delle attività religiose ebraiche, ma più di ogni altra cosa essa è il cuore del regno spirituale di Dio: tanto nell'antico Israele quanto nel futuro regno del Messia.
Non si tratta quindi di una semplice importanza politica, economica o geografica, ma piuttosto del luogo che il Signore ha scelto per dimorare e rappresentare in terra il Suo dominio e la Sua autorità. Così come il tabernacolo di Mosè è stato costruito secondo il modello spirituale (Esodo 25:9, Ebrei 8:5), anche Gerusalemme rappresenta una sua controparte celeste, come scopriamo nel libro dell'Apocalisse di Giovanni. Se le località precedenti erano importanti, comprendiamo ora che questa nuova città è invece veramente unica. Nei piani del Signore, l'uomo doveva abbandonare il giardino di Eden e distorcere la città di Sichem; ma a differenza di queste due località, la città di Gerusalemme non è mai stata abbandonata nei pensieri del Creatore, manifestando il desiderio di mantenerla come luogo di incontro con l'uomo nonostante i suoi tradimenti e la sua debolezza. Al ritorno dall'esilio, i giudei costruirono un secondo Tempio, ripristinando la vita religiosa perduta. Durante l'oppressione ellenistica venne difeso il culto a YHWH con tutte le risorse disponibili, riuscendo a riconsacrare il santuario profanato da Antioco Epifane IV. Dopo quasi due secoli da questo avvenimento, Gesù Cristo si è incarnato, nascendo a Betlemme. Come è evidente dalle narrazioni evangeliche, Gesù visse per la maggior parte della Sua vita terrena in Galilea, salendo a Gerusalemme in occasioni delle feste annuali. In particolare, il vangelo di Giovanni è scandito proprio dalle festività ebraiche, individuando almeno tre occasioni in cui il Signore si diresse nella capitale (Gv. 2:13., 5:1, 11:55). Nella terza occasione, celebrerà la Pasqua e sarà arrestato e ucciso sulla croce, prima di risorgere tre giorni dopo. 

Poi li condusse fuori fin presso Betania; e, alzate in alto le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato su nel cielo. Ed essi, adoratolo, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; e stavano sempre nel tempio, benedicendo Dio.
Luca 24:50-53 

E come essi avevano gli occhi fissi al cielo, mentre egli se ne andava, due uomini in vesti bianche si presentarono a loro e dissero:  «Uomini di Galilea, perché state a guardare verso il cielo? Questo Gesù, che vi è stato tolto, ed è stato elevato in cielo, ritornerà nella medesima maniera in cui lo avete visto andare in cielo».
Atti 1:10-11 


Betania è a pochi chilometri ad Est di Gerusalemme, sul monte degli Ulivi. Qui il Signore è asceso al cielo e nello stesso punto Egli ritornerà, per insediarsi definitivamente a Gerusalemme:

Io radunerò tutte le nazioni per far guerra a Gerusalemme,
la città sarà presa, le case saranno saccheggiate, le donne violentate;
metà della città sarà deportata,
ma il resto del popolo non sarà sterminato dalla città.
Poi il SIGNORE si farà avanti e combatterà contro quelle nazioni,
come egli combatté tante volte nel giorno della battaglia.
In quel giorno i suoi piedi si poseranno sul monte degli Ulivi,
che sta di fronte a Gerusalemme, a oriente,
e il monte degli Ulivi si spaccherà a metà, da oriente a occidente,
tanto da formare una grande valle;
metà del monte si ritirerà verso settentrione
e l'altra metà verso il meridione. 
Zaccaria 14:2-4 

Cristo ritornerà a Gerusalemme, spanderà uno spirito di supplicazione su Israele che finalmente potrà ravvedersi e riconoscerlo come Messia e Signore (Zac. 12:10). Ma anche all'inizio di questo nuovo regno, sarà ancora una volta scelta la stessa città come capitale spirituale del mondo:

«In quel giorno molte nazioni s'uniranno al SIGNORE
e diventeranno mio popolo;
io abiterò in mezzo a te
e tu conoscerai che il SIGNORE degli eserciti mi ha mandato da te.
Il SIGNORE possederà Giuda, come sua parte
nella terra santa,
e sceglierà ancora Gerusalemme.
Ogni creatura faccia silenzio in presenza del SIGNORE,
perché egli si è destato dalla sua santa dimora».

Zaccaria 2:11-13

Il SIGNORE degli eserciti preparerà per tutti i popoli su questo monte
un convito di cibi succulenti,
un convito di vini vecchi,
di cibi pieni di midollo,
di vini vecchi raffinati.
Distruggerà su quel monte il velo che copre la faccia di tutti i popoli
e la coperta stesa su tutte le nazioni.
Annienterà per sempre la morte;
il Signore, Dio, asciugherà le lacrime da ogni viso,
toglierà via da tutta la terra la vergogna del suo popolo,
perché il SIGNORE ha parlato.
Isaia 25:6-8

Dopo la Grande Tribolazione, durante il regno millenario di Cristo (Ap. 5), molte nazioni si uniranno al Signore e dovranno salire a Gerusalemme per rendergli omaggio. Nel monte Sion infatti Egli preparerà un convito per stipulare un patto di salvezza con le genti, esattamente come fece al tempo di Mosè con Israele, sul monte Sinai:

Poi Mosè e Aaronne, Nadab e Abiu e settanta degli anziani d'Israele salirono e videro il Dio d'Israele. Sotto i suoi piedi vi era come un pavimento lavorato in trasparente zaffiro, e simile, per limpidezza, al cielo stesso. Ma egli non stese la sua mano contro quegli eletti dei figli d'Israele; anzi essi videro Dio, e mangiarono e bevvero.
Esodo 24:9-11 

Successivamente, i cieli e la terra verranno distrutti per lasciare spazio ad una nuova ed eterna creazione:

E vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii una gran voce dal trono, che diceva: «Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro, essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà il loro Dio. Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate».
Apocalisse 21:2-4 

Gerusalemme viene presentata nel libro di Genesi come la città della Pace, e come abbiamo visto, è stata costituita dal Signore per ufficializzare una nuova unione con l'uomo, attraverso la morte e resurrezione di Cristo avvenute proprio in questo luogo. Sebbene al tempo presente essa sia contesa tra vari popoli e religioni, la sua identità resta legata indissolubilmente a Dio Padre, Dio Figlio e Dio Spirito Santo, che hanno aperto per questa dispensazione la salvezza a tutte le genti in tutto il mondo richiedendo un'adorazione in Spirito e verità (Gv. 4:23) slegata da templi e santuari; tuttavia all'inizio del futuro regno messianico il Signore richiamerà tutti i popoli della terra proprio in questo luogo, per inaugurare un tempo eterno di comunione e pace.

5.FINO ALL'ESTREMITA' DELLA TERRA
Quelli dunque che erano riuniti gli domandarono: «Signore, è in questo tempo che ristabilirai il regno a Israele?» Egli rispose loro: «Non spetta a voi di sapere i tempi o i momenti che il Padre ha riservato alla propria autorità. Ma riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all'estremità della terra».
Atti 1:6-8 

Facendo un passo indietro, credo sia opportuno approfondire i pensieri di Dio per questo tempo, così come sono rivelati ancora una volta nelle Scritture. Come abbiamo visto, Gerusalemme è considerata dal Signore la capitale del Suo Regno spirituale, il luogo dove tutti gli ebrei si dirigevano per rendergli culto e dove convergeranno tutti i popoli alla fine di questa età. Al presente però, viviamo nella dispensazione della Chiesa, in una "bolla temporale" il cui scopo è quello di far raggiungere la salvezza a tutti i gentili eletti, prima del ravvedimento di Israele e dell'instaurazione del regno millenario di Cristo (cfr. Romani cc. 9,10,11). 

Oggi non abbiamo la necessità di adorare Dio sul monte Sion, né in qualunque altra parte specifica del mondo, ma abbiamo solo l'indicazione di farlo secondo lo Spirito Santo ed in verità. La Chiesa è ovunque, lo Spirito è ovunque, e la missione di Dio per questo tempo è ovunque nel mondo. I versetti che abbiamo appena letto, all'inizio del libro degli Atti degli Apostoli, dichiarano proprio questo, allargando il campo di azione dei discepoli del Signore "fino all'estremità della terra". A Gerusalemme i discepoli ricevono il battesimo nello Spirito Santo e - secondo un moto centrifugo - possono adempiere a questo mandato. Essi rappresentano la Chiesa universale nella sua interezza, che attraverso la parola di Gesù e il battesimo nello Spirito, acquisisce il mandato e l'autorità su tutto il mondo, fino alle sue estremità. Se successivamente alla creazione, Dio aveva affidato ad Adamo ed Eva (Gen. 1:28) l'autorità per sottomettere la terra e tutti gli animali, in modo analogo ora - dopo la resurrezione di Cristo, il secondo Adamo e la primizia della resurrezione - Egli affida alla Chiesa il mandato di predicare e discepolare le genti di tutto il mondo, sul fondamento del potere di Cristo e con la garanzia della Sua presenza fino alla fine dell'età presente. La Chiesa universale dunque ha autorità su tutta la terra, per tutta la durata della dispensazione della Grazia, ma, come stiamo per constatare, i singoli apostoli ed i singoli credenti hanno un'incarico preciso e non vago in tutto questo, ricevendo da Dio il compito di predicare il vangelo ognuno in un territorio specifico. Questa distinzione non è politica o religiosa (in senso liturgico) ma piuttosto puramente spirituale, attingendo dalla volontà stessa di Dio rivelata di volta in volta ai singoli protagonisti. Avviciniamoci quindi a questo principio spirituale sempre all'interno della Scrittura, prima di giungere alle debite conclusioni nella nostra vita personale di credenti del XXI secolo, in attesa di ritornare tutti alla fine dei tempi - secondo un moto centripeto - proprio a Gerusalemme, luogo in cui questa epoca è iniziata.
6.CORINTO
Una notte il Signore disse in visione a Paolo: «Non temere, ma continua a parlare e non tacere; perché io sono con te, e nessuno ti metterà le mani addosso per farti del male; perché io ho un popolo numeroso in questa città». Ed egli rimase là un anno e sei mesi, insegnando tra di loro la Parola di Dio.
Atti 18:9-11 

Durante l'inverno che sta tra il 50 e il 51 d.C., l'apostolo Paolo è nel mezzo del suo secondo viaggio missionario. Reduce dal limitato successo della sua predicazione ad Atene, egli si dirige a Corinto. Anche in questa città riceve opposizione, ma presto si converte il capo della sinagoga ed altre persone con lui, formando il nucleo di una nuova chiesa locale appena venuta alla luce. E' in questo contesto che possiamo valorizzare i versetti appena letti. 

Il Signore parla in visione all'apostolo, confortandolo con la sicurezza della Sua presenza ed esortandolo alla predicazione, rivelandogli che aveva un popolo numeroso in quella città da raggiungere. Ricevendo questo riscontro, Paolo si ferma a Corinto per un anno e sei mesi, continuando a lavorare nel ministero per rafforzare e ingrandire la comunità. Dopo sei anni da quell'inverno però, ritroviamo la chiesa lacerata da divisioni interne, immoralità, dottrine proto-gnostiche e una profonda immaturità dei credenti. Paolo scrive due lettere per cercare di delineare una linea che salvasse la comunità, recandosi successivamente di persona a Corinto, ma le cose vanno di male in peggio e i credenti iniziano a dare ascolto a nuovi apostoli itineranti che insegnano dottrine legalistiche in contrasto con il Vangelo di Cristo. Paolo parte dalla città senza aver risolto nulla, arrivando ad Efeso e scrivendo quella che viene chiamata la "lettera severa" (2 Co 2:4). Successivamente riceve delle buone notizie da Tito, che annuncia il ravvedimento di molti credenti della comunità. Per questo motivo, e per evitare ulteriori ribellioni, l'apostolo scrive una nuova epistola, conosciuta come "seconda lettera ai Corinzi":

Poiché noi non abbiamo il coraggio di classificarci o confrontarci con certuni che si raccomandano da sé; i quali però, misurandosi secondo la loro propria misura e paragonandosi tra di loro stessi, mancano d'intelligenza. Noi, invece, non ci vanteremo oltre misura, ma entro la misura del campo di attività di cui Dio ci ha segnato i limiti, dandoci di giungere anche fino a voi. Noi infatti non oltrepassiamo i nostri limiti, come se non fossimo giunti fino a voi; perché siamo realmente giunti fino a voi con il vangelo di Cristo. Non ci vantiamo oltre misura di fatiche altrui, ma nutriamo speranza che, crescendo la vostra fede, saremo tenuti in maggior considerazione tra di voi nei limiti del campo di attività assegnatoci, per poter evangelizzare anche i paesi che sono di là dal vostro senza vantarci, nel campo altrui, di cose già preparate. Ma chi si vanta, si vanti nel Signore. Perché non colui che si raccomanda da sé è approvato, ma colui che il Signore raccomanda.
2 Corinzi 10:12-18

I falsi apostoli che conoscevano i Corinzi si raccomandavano da sé, paragonandosi tra di loro stessi. Paolo invece non lo faceva perché non doveva dimostrare niente a nessuno, voleva solamente ubbidire alla voce del Signore: la stessa voce che anni prima gli aveva comandato di predicare e raggiungere il popolo che Egli aveva in quella città. Questa certezza gli consentiva di avere una fermezza straordinaria, confidando che sopra ogni cosa il Signore stesso si sarebbe preso cura di questo gregge. L'apostolo era perfettamente consapevole del campo di attività che aveva ricevuto da Dio. Il campo di attività rappresentato dagli stranieri incirconcisi (Gal. 2:7, 8), ma anche il campo di attività dei territori che si estendevano dalla Siria fino probabilmente alla Spagna (Rom 15:28), pur avendo alcune eccezioni in riguardo all'Asia minore e la Bitinia (Atti 16:6). L'obiettivo per Paolo era quello di assistere la chiesa di Corinto affinché potesse crescere nella fede, e poi continuare ad evangelizzare i paesi al di là del loro adempiendo alle opere già preparate dal Signore per lui (cfr. Ef. 2:10). Per questo motivo non ha senso raccomandarsi da soli: l'unica raccomandazione utile è quella del Signore, proprio in relazione ai doni e al ministero specifico affidato ad ogni singola persona. 

Cominciamo forse di nuovo a raccomandare noi stessi? O abbiamo bisogno, come alcuni, di lettere di raccomandazione presso di voi o da voi? La nostra lettera, scritta nei nostri cuori, siete voi, lettera conosciuta e letta da tutti gli uomini; è noto che voi siete una lettera di Cristo, scritta mediante il nostro servizio, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente; non su tavole di pietra, ma su tavole che sono cuori di carne.
2 Corinzi 3:1-3 

La lettera di raccomandazione che deve avere ogni ministro di Dio è quella scritta con lo Spirito di Dio nei cuori delle persone attraverso il proprio servizio cristiano. Questa è la raccomandazione del Signore, la prova dell'attendibilità di un ministero che non potrà essere invalidato. 

Questo esempio evidenzia le conseguenze della grande missione che Gesù ha dato alla Chiesa universale. Essa ha autorità fino all'estremità della terra, ma nel I secolo l'apostolo Paolo ha ricevuto il mandato specifico solo per gli stranieri e per le regioni che arrivano fino alla Spagna ma, come già detto, con l'esclusione dell'Asia minore (che Paolo ha solo costeggiato nei suoi viaggi, fermandosi invece ad Efeso) e della Bitinia. Come mai? Perché nella Sua sovranità, il Signore ha voluto lavorare diversamente in queste regioni, con altre persone e altri tempi. Paolo aveva un campo di attività e il suo successo è da ricondursi alla fedeltà di lavoro entro i limiti di questo campo. Oltrepassarlo avrebbe significato anteporre il proprio vanto alla volontà di Dio, fallendo senza dubbio lo scopo per il quale era stato chiamato. Ogni cristiano lavora per le opere che sono state precedentemente preparate dal Signore per lui, ma proprio per questo motivo ogni cristiano deve crescere nella maturità e nel discernimento della propria chiamata e del proprio ministero, al fine di lavorare correttamente nel proprio campo, per la gloria di Dio. Il divieto dello Spirito Santo espresso in Atti 16:6 non è certamente un caso, ed è possibile trovare una possibile motivazione di questo strano impedimento nell'ultimo libro della Bibbia: l'Apocalisse di Giovanni. 

7.L'ASIA MINORE
Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, nel regno e nella costanza in Gesù, ero nell'isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù. Fui rapito dallo Spirito nel giorno del Signore, e udii dietro a me una voce potente come il suono di una tromba, che diceva: «Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette chiese: a Efeso, a Smirne, a Pergamo, a Tiatiri, a Sardi, a Filadelfia e a Laodicea».
Apocalisse 1:9-11 

La tradizione cristiana associa l'Apocalisse all'apostolo Giovanni, nei suoi ultimi anni di vita. L'autore afferma di essere compagno degli altri credenti nella tribolazione, nel regno di Cristo e nella costanza di lavoro per il Signore. In esilio nell'isola di Patmos, egli vive un rapimento nello Spirito che lo porta a vedere e sentire una serie di rivelazioni destinate alle chiese di Efeso, Smirne, Pergamo, Tiatiri, Sardi, Filadelfia e Laodicea. L'attività ministeriale di Giovanni viene ricondotta soprattutto ad Efeso nella seconda metà del I secolo, ossia successivamente alla morte dell'apostolo Paolo; ed è interessante il fatto che tutte le altre città nominate sorgono nel territorio specifico e circoscritto dell'Asia minore, a poca distanza proprio da Efeso. Seguendone la disposizione sembra in effetti di riconoscere un ipotetico viaggio ministeriale dell'apostolo, residente ed operante in quella regione. La letteratura subapostolica presenta il vescovo Policarpo come discepolo dell'apostolo Giovanni: un cristiano nato, vissuto e morto a Smirne, proprio una delle sette città coinvolte dall'Apocalisse. Tutte queste testimonianze sono concordi nel presentare l'apostolo Giovanni come l'autorità apostolica indiscussa nella regione dell'Asia minore. Non appare chiaro se Giovanni si sia recato ad Efeso prima o dopo Paolo, ma in entrambe i casi non cambia la conclusione: l'impronta spirituale di questa regione viene infatti ricondotta in modo specifico all'apostolato di Giovanni. Riflettendo su questo fatto, possiamo valutare come chiave di lettura proprio il proposito di Dio per l'apostolo, per questa regione geografica e per quel tempo specifico. Non è sicuramente un caso che il Signore riveli a lui la condizione spirituale delle chiese dell'Asia e non invece della Grecia, o dell'Italia. Leggendo i primi tre capitoli, si evidenzia una nitidissima immagine della condizione spirituale di queste chiese; con i loro successi, i loro insuccessi e le sfide che devono superare per poter restare nell'approvazione di Cristo. Questi brani presentano delle novità assolute nella Scrittura ma riprendono anche degli elementi della letteratura profetica veterotestamentaria. Spesse volte infatti i profeti ricevevano degli oracoli per Israele, Giuda, e per le altre nazioni straniere; citando peccati specifici di questi popoli e castighi altrettanto specifici. In senso lato, il profetismo è l'interpretazione del presente dal punto di vista di Dio, e questi capitoli corrispondono in modo quantomai calzante a questa definizione. Dalla condizione spirituale di queste chiese, parte la proiezione degli avvenimenti futuri, ma spesso si sottovaluta il significato proprio di questo inizio. Solidificare la propria consapevolezza sul significato di questi pochi capitoli (1-3) significa infatti crescere nella comprensione del principio spirituale del "campo di attività" e del fatto che ogni crescita spirituale (personale o ministeriale) ed ogni rivelazione passa inderogabilmente da questa legge spirituale. Il Signore non affida ai Suoi ministri degli incarichi che sono al di fuori di quelli che aveva precedentemente preparato per loro, e tali incarichi riguardano un tempo ed uno spazio specifico. Partendo da questo tempo e da questo spazio, può concedere rivelazioni su eventi futuri e globali, ma anche questi casi non sono mai slegati dall'opportuno punto di partenza. Questo per un semplice motivo: l'ordine. Lo stesso Dio che ha creato il tempo, i cieli e la terra, ha anche predisposto il Suo proposito per ogni singolo luogo e momento affinché raggiungano lo scopo per ciascuno di essi. Nulla nella creazione è stato lasciato al caso, nulla nella Chiesa è stato lasciato al caso. Così come il corpo di Cristo trae sviluppo nella misura del vigore di ogni singola parte (Ef. 4:16), allo stesso modo la storia della creazione trae sviluppo nella misura del vigore di ogni minimo elemento. E, nella sovrana volontà di Dio, l'elemento dell'Asia minore del I secolo era stato affidato proprio al discepolo che Gesù amava, elemento che ha aperto la porta all'eccezionale rivelazione della fine di questo mondo e dell'inizio di una nuova ed eterna comunione con il Creatore. 

8.CONSIDERAZIONI FINALI
Il giardino di Eden ha rappresentato per Adamo la custodia della sua relazione con il Creatore, la città di Sichem ha manifestato la fedeltà di Dio per il Suo patto con Abramo ma anche il tradimento dell'uomo verso la propria famiglia ed il Signore stesso; la città di Salem-Gerusalemme è invece immagine della pace che Dio ha voluto ripristinare con l'umanità attraverso il sacrificio di Cristo. Da Gerusalemme è partita la missione della Chiesa universale ed a Gerusalemme essa sarà richiamata al momento del ritorno del Signore. In questo specifico periodo di tempo, Gesù ha affidato alla Chiesa il compito di fare discepoli "fino all'estremità della terra", ma questo grande incarico è diviso tra tutti i credenti di tutte le epoche. Ciascuno di essi infatti riceva da Lui un incarico legato alle opere personali precedentemente preparate, riferite ad un tempo ed una regione geografica specifica. Come nell'Antico Testamento il profeta Isaia ministrava a Gerusalemme e Michea, suo contemporaneo, nelle campagne rurali del Sud di Giuda; allo stesso modo nel Nuovo Testamento l'apostolo Paolo edificava chiese in tutta la Grecia e l'apostolo Giovanni sovrintendeva la regione dell'Asia minore. 

In tutto questo, non ci sono evidenze bibliche che portino a pensare che nel XXI secolo non sia più così, anzi, la trasversalità di questa legge spirituale attraverso i vari momenti della storia non fa altro che convalidarne la durata fino al ritorno di Cristo. Ogni cristiano - anche al giorno d'oggi - ha dunque dal Signore una chiamata unica e personale, legata al proprio tempo e al proprio luogo di vita (il proprio posto di scuola, di lavoro, di attività quotidiana) oppure per alcuni ad un'altra regione geografica raggiunta nell'ubbidienza missionaria. La consapevolezza della propria identità nel Signore porta inevitabilmente alla consapevolezza della propria chiamata specifica, in modo che ogni singolo figlio di Dio possa dare il proprio contributo per lo sviluppo della Chiesa locale ed universale, secondo il proposito eterno di Dio e per la Sua stessa gloria.
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