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domenica 8 maggio 2022

Il sesto segno




INTRODUZIONE 

Una delle caratteristiche peculiari del Vangelo secondo Giovanni è quella di raccogliere un piccolo numero di miracoli di Gesù definendoli in modo specifico come suoi segni (semeia). Nei Vangeli sinottici, il significato del termine segno è prevalentemente negativo, in quanto viene usato dagli oppositori di Cristo per chiedergli di convincere i dubbiosi sulla sua identità, ricevendo come risposta quasi sempre un rimprovero. Negli Atti degli Apostoli apprendiamo che Gesù compì opere potenti, prodigi e segni (2:22), incontrando per la prima volta questo termine in senso positivo, anche se generico. Nel quarto Vangelo invece, il significato di questa parola assume una dimensione molto più profonda, costituendo di fatto nelle sue ricorrenze una sorta di percorso che conduce il lettore da una superficiale apertura alla fede ad una piena consapevolezza dell'identità di Gesù Cristo, che non necessita più di miracoli per essere sostenuta. Possiamo dunque schematizzare tale percorso nel seguente modo: 




Questi segni raccolgono l'eredità teologica dei segni che Dio ha compiuto per il suo popolo nell'esodo verso la libertà, proiettandoli nella persona di Gesù e nella pienezza della rivelazione salvifica del Padre in lui. Essi testimoniano quindi dell'identità e dello scopo di Cristo, non per far ristagnare i credenti nel deserto della continua necessità di miracoli (come accadde a Israele per la sua incredulità), ma per portarli subito nella maturità di una fede capace di vivere ancorata a lui e portare molto frutto (Gv. 15:5). Una fede capace di entrare subito nella terra promessa per conquistarla. Una terra che questa volta è estesa a tutto il mondo, per una conquista che questa volta è spirituale: mediante la proclamazione del Vangelo e la preghiera, continuando attraverso lo Spirito Santo (con l'autorità di Cristo risorto) l'opera iniziata da Gesù durante il suo ministero terreno (Gv. 17:18). 

Osservando il Vangelo secondo Giovanni nella sua interezza, è possibile ora definire con precisione quali siano i segni specifici presentati dall'opera, e la loro esatta successione. Abbiamo dunque questi sette principali segni, più uno conclusivo: 

1. trasformazione dell'acqua in vino (2:1-11);
2. guarigione del figlio dell'ufficiale reale (4:46-54);
3. guarigione dell'uomo paralizzato da trentotto anni (5:1-9);
4. moltiplicazione dei pani (6:1-14);
5. Gesù cammina sul mare (6:15-25);
6. guarigione del cieco nato (9:1-8);
7. risurrezione di Lazzaro (11:1-46)
+ la pesca miracolosa (21:1-14).

Ognuno di questi segni ha un preciso significato circa l'identità di Gesù, e la pienezza della rivelazione relativa alla salvezza di Dio. 

LA LETTURA DEL SESTO SEGNO

Passando vide un uomo, che era cieco fin dalla nascita. I suoi discepoli lo interrogarono, dicendo: «Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» Gesù rispose: «Né lui ha peccato, né i suoi genitori; ma è così, affinché le opere di Dio siano manifestate in lui. Bisogna che io compia le opere di colui che mi ha mandato mentre è giorno; la notte viene in cui nessuno può operare. Mentre sono nel mondo, io sono la luce del mondo».

Detto questo, sputò in terra, fece del fango con la saliva e ne spalmò gli occhi del cieco, e gli disse: «Va', làvati nella vasca di Siloe» (che significa «mandato»). Egli dunque andò, si lavò, e tornò che ci vedeva.

Perciò i vicini e quelli che l'avevano visto prima, perché era mendicante, dicevano: «Non è questo colui che stava seduto a chieder l'elemosina?» Alcuni dicevano: «È lui». Altri dicevano: «No, ma gli somiglia». Egli diceva: «Sono io». Allora essi gli domandarono: «Com'è che ti sono stati aperti gli occhi?» Egli rispose: «Quell'uomo che si chiama Gesù fece del fango, me ne spalmò gli occhi e mi disse: "Va' a Siloe e làvati". Io quindi sono andato, mi sono lavato e ho ricuperato la vista». Ed essi gli dissero: «Dov'è costui?» Egli rispose: «Non so».

Condussero dai farisei colui che era stato cieco. Or era in giorno di sabato che Gesù aveva fatto il fango e gli aveva aperto gli occhi. I farisei dunque gli domandarono di nuovo come egli avesse ricuperato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Perciò alcuni dei farisei dicevano: «Quest'uomo non è da Dio perché non osserva il sabato». Ma altri dicevano: «Come può un peccatore fare tali segni miracolosi?» E vi era disaccordo tra di loro. Essi dunque dissero di nuovo al cieco: «Tu, che dici di lui, poiché ti ha aperto gli occhi?» Egli rispose: «È un profeta».

I Giudei però non credettero che lui fosse stato cieco e avesse ricuperato la vista, finché non ebbero chiamato i genitori di colui che aveva ricuperato la vista, e li ebbero interrogati così: «È questo vostro figlio che dite esser nato cieco? Com'è dunque che ora ci vede?» I suoi genitori risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda, non sappiamo, né sappiamo chi gli abbia aperto gli occhi; domandatelo a lui; egli è adulto, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che se uno riconoscesse Gesù come Cristo, fosse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Egli è adulto, domandatelo a lui».

Essi dunque chiamarono per la seconda volta l'uomo che era stato cieco, e gli dissero: «Da' gloria a Dio! Noi sappiamo che quest'uomo è un peccatore». Egli rispose: «Se egli sia un peccatore, non so; una cosa so, che ero cieco e ora ci vedo». Essi allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti aprì gli occhi?» Egli rispose loro: «Ve l'ho già detto e voi non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare suoi discepoli anche voi?» Essi lo insultarono e dissero: «Sei tu discepolo di costui! Noi siamo discepoli di Mosè. Noi sappiamo che a Mosè Dio ha parlato; ma in quanto a costui, non sappiamo di dove sia». L'uomo rispose loro: «Questo poi è strano: che voi non sappiate di dove sia; eppure mi ha aperto gli occhi! Si sa che Dio non esaudisce i peccatori; ma se uno è pio e fa la volontà di Dio, egli lo esaudisce. Da che mondo è mondo non si è mai udito che uno abbia aperto gli occhi a uno nato cieco. Se quest'uomo non fosse da Dio, non potrebbe fare nulla». Essi gli risposero: «Tu sei tutto quanto nato nel peccato e insegni a noi?» E lo cacciarono fuori.

Gesù udì che lo avevano cacciato fuori; e, trovatolo, gli disse: «Credi nel Figlio dell'uomo?» Quegli rispose: «Chi è, Signore, perché io creda in lui?» Gesù gli disse: «Tu l'hai già visto; è colui che parla con te, è lui». Egli disse: «Signore, io credo». E l'adorò.

Gesù disse: «Io sono venuto in questo mondo per fare un giudizio, affinché quelli che non vedono vedano, e quelli che vedono diventino ciechi». Alcuni farisei, che erano con lui, udirono queste cose e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?» Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: "Noi vediamo", il vostro peccato rimane.
Giovanni 9:1-41

IL COMMENTO

Non abbiamo indicazioni temporali rispetto ai due capitoli precedenti, questo episodio potrebbe essere accaduto comunque vicino alla festa dei Tabernacoli (7:2). Il racconto vero e proprio di questo segno è molto breve in quanto l’evangelista vuole tracciare il tema della luce e dell’oscurità con una parabola che comprenda i dialoghi e i confronti con i farisei. 

I discepoli chiedono a Gesù se il cieco visto per la strada fosse tale per un peccato suo o dei genitori. Nonostante il libro di Giobbe, evidentemente al tempo era ancora radicato l’arcaico principio teologico della retribuzione, ossia il pensiero che i peccati fossero puniti da Dio nella misura di distrette, sofferenze o malattie nella vita attuale. Ne troviamo traccia anche nel Vangelo secondo Luca, dove Gesù si pronuncia in merito:

Lc 13:1 In quello stesso tempo vennero alcuni a riferirgli il fatto dei Galilei il cui sangue Pilato aveva mescolato con i loro sacrifici. 2 Gesù rispose loro: «Pensate che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, perché hanno sofferto quelle cose? 3 No, vi dico; ma se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo. 4 O quei diciotto sui quali cadde la torre in Siloe e li uccise, pensate che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? 5 No, vi dico; ma se non vi ravvedete, perirete tutti come loro».

Egli nega questo tipo di rapporto causa-effetto ma rinforza invece la necessità di una risposta all’appello del Vangelo. Anche nella nostra narrazione egli nega che la cecità sia stata causata da peccati suoi o dei suoi genitori affermando invece la casualità di un bene superiore: affinché le opere di Dio siano manifestate in lui. Questo dettaglio ha conseguenze anche nella fede comunitaria e nelle relazioni cristiane di oggi, laddove si imputano malattie e disgrazie alla colpa dei credenti per mancanza di fede o atteggiamenti peccaminosi. È Gesù stesso a smentire questa lettura della realtà.

Fin da subito viene introdotto il tema del giorno e della notte, della luce e delle tenebre. Il giorno, la luce, è la presenza di Gesù e la notte, il buio, è la sua assenza. Abbiamo qui l’eco di un canto del servo sofferente di YHWH in Isaia:

Is 49:6 Egli dice: «È troppo poco che tu sia mio servo
per rialzare le tribù di Giacobbe
e per ricondurre gli scampati d'Israele;
voglio fare di te la luce delle nazioni,

lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra».

L’immagine sottesa è quella di un’oscurità, un impedimento alla vista che copre gli occhi delle nazioni

Is 25:7 Distruggerà su quel monte il velo che copre la faccia di tutti i popoli
e la coperta stesa su tutte le nazioni.


Indicando proprio questa immagine, presentandosi proprio come la luce del mondo Gesù formando un po’ di fango (con una possibile allusione alla creazione dell’uomo avvenuta usando il terriccio) e applicandolo sugli occhi del cieco lo guarisce restituendogli la vita. Se in altri segni miracolosi il tema era proprio la guarigione in sé, qui invece appare come il potere di essere e portare luce. 

L’ordine di andare a lavarsi nella piscina costituisce probabilmente un eco di 2 Re 5:10-13, dove Eliseo non guarisce Naaman sul posto ma lo manda a lavarsi nel Giordano:

Ed Eliseo gli inviò un messaggero a dirgli: «Va', làvati sette volte nel Giordano; la tua carne tornerà sana, e tu sarai puro»

La piscina di Siloe, in modo interessante, era utilizzata nelle processioni dell’acqua alla festa dei Tabernacoli, cornice temporale del c.7.

Dall’avvenuta guarigione e dalla rivelazione di Gesù come “luce del mondo”, colui che avrebbe rotto il velo di impedimento che copre la faccia di tutti i popoli, inizia adesso la tensione con i farisei che a più riprese interrogano il cieco guarito. Il loro problema era il giorno in cui è avvenuta questa guarigione, ossia il sabato, giorno nel quale vigeva il divieto mosaico di compiere qualsiasi lavoro. Nei Sinottici troviamo altri indizi su questa diatriba farisaica e sulla risposta e soluzione offerta da Gesù: il sabato è stato creato per l’uomo (per il suo riposo e la sua salute) e non l’uomo per il sabato (per osservare una prescrizione vuota e senza significato), come troviamo in Marco 2:27.. 

Abbiamo quindi il climax di questa tensione: da una parte il cieco ora vedente, dopo aver acquisito fisicamente la vista prende sempre più una posizione di fede nei confronti di Gesù. Prima lo chiama profeta, poi sottolinea il frutto miracoloso e divino delle sue azioni e infine esclama la sua piena confessione di fede: «Signore, io credo» seguita da una sincera adorazione. Dall’altra parte, e in direzione opposta, i farisei all’inizio dubitano dell’autorità di Gesù in quanto espressa in giorno di sabato, poi vogliono delle prove e vanno a interrogare i genitori del cieco. Infine, pur avendo certificato la genuinità della guarigione, chiamano di nuovo il miracolato istigandolo a ripudiare Gesù come peccatore. Anche in questo caso non troveranno però una risposta ma solo l’evidenza del miracolo e la coerenza dell’uomo che, ricevendolo, non può che riconoscerlo e riconoscerne la fonte. In seguito a questo lo cacciano. 

Abbiamo quindi il cieco nato che:

- È nelle tenebre
- Riceve miracolosamente la vista
- Riconosce Gesù come profeta
- Riconosce Gesù come uomo pio e inviato di Dio
- Riconosce Gesù come figlio dell’uomo e come Signore

Dal buio fisico e spirituale egli progressivamente raggiunge la vista fisica e spirituale. 
Abbiamo poi invece i farisei che: 

- Affermano di vedere meglio di altri, di essere luce per il popolo
- Contestano il miracolo avvenuto in giorno di sabato, ma discutono tra di loro in quanto alcuni pensavano ci potesse essere un’origine divina
- Dubitano che il miracolo sia genuino, avvenuto davvero
- Screditano Gesù con i protagonisti
- Cacciano il cieco guarito perché non vuole associarsi al loro pensiero

Chi non cerca un segno, lo riceve: vede!

Chi cerca polemicamente un segno, lo ha davanti ai propri occhi ma questo viene rifiutato insieme al suo autore e al suo beneficiario: cade nella cecità spirituale!

Quest’ultima traettoria costituisce un vero e proprio giudizio come nell’Esodo, come per il faraone:

Esodo 7:3 Ma io indurirò il cuore del faraone e moltiplicherò i miei segni e i miei prodigi nel paese d'Egitto. 4 Il faraone non vi darà ascolto e io metterò la mia mano sull'Egitto; farò uscire dal paese d'Egitto le mie schiere, il mio popolo, i figli d'Israele, mediante grandi atti di giudizio.

CONCLUSIONE

Il percorso dei sette segni miracolosi di Gesù nel Vangelo secondo Giovanni trova qui la sua penultima tappa, e si avvicina alla conclusione. 

Gesù è il Sacerdote e lo Sposo, colui che guarisce, il ratificatore della Nuova Alleanza, il pane del cielo e la manifestazione di Dio. Ma, come abbiamo visto in questa lettura e in questo approfondimento, egli è anche la luce del mondo: il Figlio dell’uomo che è incaricato da Dio di squarciare il velo di ottusità che ostacola la vista delle nazioni tenendole nelle tenebre. 
Ecco quindi che una guarigione miracolosa e i retroscena sulla sua considerazione diventa simbolo di qualcos’altro: della luce portata da Cristo che è portatrice di vista e liberazione per alcuni, e di rifiuto, tenebre e giudizio per altri. 

L’appello del Regno di Dio sta diventando sempre più urgente e il cieco nato, i discepoli, i farisei e i lettori stessi sono portati a prendere una posizione e decidere a quale delle due categorie di persone voler appartenere.

domenica 4 luglio 2021

Le benedizioni in Cristo
















INTRODUZIONE

La Lettera agli Efesini secondo la tradizione cristiana è una delle lettere della prigionia, scritte dall'apostolo Paolo nel 62 d.C. forse a Roma. Buona parte della moderna critica biblica, invece, prende le distanze dalla paternità paolina, principalmente a causa del suo lessico peculiare e della sua dipendenza letteraria con la Lettera ai Colossesi.

Qualsiasi sia il suo autore, comunque, è indubbio che il contenuto di Efesini ha saputo entrare nel cuore dei cristiani di ogni epoca grazie alla sua straordinaria ricchezza teologica. 

In questa occasione desidero tracciare delle linee esegetiche fondamentali per avvicinarci alla lettura e alla comprensione del primo esordio di questa lettera, problematico a livello grammaticale (nel testo originale non troviamo segni di interpunzione ma solo un periodo unico di smisurata grandezza) ma anche di grande fascino a livello teologico. 

LA LETTURA


Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che ci ha benedetti di ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo. 
 
In lui ci ha eletti prima della creazione del mondo perché fossimo santi e irreprensibili dinanzi a lui, avendoci predestinati nel suo amore a essere adottati per mezzo di Gesù Cristo come suoi figli, secondo il disegno benevolo della sua volontà, a lode della gloria della sua grazia, che ci ha concessa nel suo amato Figlio. 
 
In lui abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, il perdono dei peccati secondo le ricchezze della sua grazia, che egli ha riversata abbondantemente su di noi dandoci ogni sorta di sapienza e d'intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo il disegno benevolo che aveva prestabilito dentro di sé, per realizzarlo quando i tempi fossero compiuti. Esso consiste nel raccogliere sotto un solo capo, in Cristo, tutte le cose: tanto quelle che sono nel cielo, quanto quelle che sono sulla terra. 
 
In lui siamo anche stati fatti eredi, essendo stati predestinati secondo il proposito di colui che compie ogni cosa secondo la decisione della propria volontà, per essere a lode della sua gloria; noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo. 
 
In lui voi pure, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza, e avendo creduto in lui, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è pegno della nostra eredità fino alla piena redenzione di quelli che Dio si è acquistati a lode della sua gloria.

Lettera agli Efesini 1:3-14 

IL COMMENTO


L'apertura di questo esordio letterario avviene con una lode orante a Dio, nel solco veterotestamentario, dove troviamo formule simili:

Benedetto sia il SIGNORE, il Dio d'Abraamo mio signore, che non ha cessato di essere buono e fedele verso il mio signore!
Genesi 24:27a 

Ietro disse: «Benedetto sia il SIGNORE, che vi ha liberati dalla mano degli Egiziani e dalla mano del faraone; egli ha liberato il popolo dal giogo degli Egiziani!
Esodo 18:10

Allora Davide disse ad Abigail: «Sia benedetto il SIGNORE, il Dio d'Israele, che oggi ti ha mandata incontro a me!
1Sam 25:32


Possiamo rilevare che la lode a Dio si inserisce in una risposta per la bontà e fedeltà nella provvidenza ricevuta, nella salvezza e liberazione dagli Egiziani e nell'arrivo di una mediatrice in una situazione di tensione militare che avrebbe causato uno spargimento di sangue. Paragonando queste espressioni possiamo notare un parallelo tra la provvidenza salvifica ricevuta e ogni benedizione celeste ricevuta in Cristo. 


Queste benedizioni sono, appunto, nei luoghi celesti. Questo forse significa che non hanno a che vedere con le cose della terra? In realtà no, in quanto " i cieli" sono il luogo dal quale Cristo esercita la propria signoria universale (Ef. 3:10-12) e a cui noi stessi abbiamo accesso (Ef. 2:6-7). Se la benedizione ci raggiunge nei cieli, quindi, è perché noi vi siamo ormai entrati, ossia siamo divenuti definitivamente partecipi della signoria salvifica di Cristo. Essere "in" Cristo, perciò, indica che siamo associati al suo statuto.


Nel v.4 troviamo le azioni divine che rappresentano queste benedizioni, la prima delle quali è la scelta di noi credenti. Questa scelta è anteriore alla fondazione del mondo e dunque non derivata da vicende contingenti, dagli eventi storici. Poiché Cristo è il mediatore di queste benedizioni, ne risulta senza dubbio anche la sua stessa preesistenza alla creazione del mondo. Esiste quindi una predestinazione tuttavia, mentre la tradizione teologica successiva utilizzerà questa terminologia per identificare una predestinazione relativa al destino escatologico dei singoli, qui non troviamo indicazioni di questo tipo. Non vi è infatti qui alcun destino negativo e, soprattutto, non si ha in vista il destino individuale ma l'unico riferimento è al "noi" credente. Inoltre, l'oggetto di questa predestinazione divina è lo statuto attuale dei credenti, che nel resto della lettera troverà una realizzazione escatologica anche se non completa. Questa predestinazione divina, dunque, esprime una scelta di amore, una gratuità incondizionata che giunge sino al punto di considerarci (noi, credenti) come figli. 


Il piano eterno del Padre è reso conoscibile dall'esperienza presente della salvezza, espressa per mezzo di un parallelismo il cui secondo membro è in apposizione al primo e con una corrispondenza verbale in Colossesi 1:14. Possiamo descrivere nel seguente modo questo parallelismo:


a) redenzione

b) mediante il suo sangue

a') remissione dei peccati 

b') secondo le ricchezze della sua grazia


Il termine "redenzione" originariamente indica la liberazione di schiavi attraverso il pagamento di un prezzo. Nella traduzione LXX ricorre, per esempio, in:


Ho anche udito i gemiti dei figli d'Israele che gli Egiziani tengono in schiavitù e mi sono ricordato del mio patto. Perciò, di' ai figli d'Israele: "Io sono il SIGNORE; quindi vi sottrarrò ai duri lavori di cui vi gravano gli Egiziani, vi libererò dalla loro schiavitù e vi salverò con braccio steso e con grandi atti di giudizio.
Esodo 6:5-6

Mentre il sangue di Cristo indica la modalità attraverso cui è elargita la redenzione: ossia l'auto-donazione di Cristo sulla croce. Questa è in parallelo con la grazia di Dio, mentre la redenzione - questa liberazione ricevuta - è affiancata alla remissione dei peccati, qui designati dal sostantivo "caduta, colpa". 

La grazia dona anche l'intelligenza e la sapienza di conoscere il "mistero della sua volontà" che consiste nella riepilogazione, nella ricapitolazione universale in Cristo. 

Il termine tradotto con "raccogliere" o "ricapitolare" è reso in greco dal verbo anakephalaiomai, traducibile letteralmente con "per riassumere (di nuovo)", "ripetere sommariamente", "condensare in una sintesi." In effetti "raccogliere" è una traduzione riduttiva rispetto al significato originario. In senso più ampio, troviamo legato a questo concetto due significati molto importanti: "ridare un capo" e "fondare, instaurare". A monte deve essere avvertito il presupposto di un universo disgregato, di una realtà svuotata del suo senso causa del peccato. In Cristo tutto l'universo è (ri)fondato, restaurato, e contemporaneamente sottomesso alla sua autorità. Questa è sempre stata la volontà di Dio ma si è espressa nel tempo opportuno con il sacrificio, la morte e la resurrezione del Signore Gesù. Nella risurrezione Egli diventa il primogenito di una nuova creazione (Col 1:18), avendo però precedentemente riassunto in sé tutta la vecchia creazione nell'incarnazione (Gv 1:14). Oltrepassando la dimensione mortale, Cristo ha portato una tensione verso la piena manifestazione del regno di Dio. Egli è il nuovo Adamo (1 Cor 15:45), Colui che ha il compito di condurre non solo i credenti, ma anche l'intera creazione verso una piena redenzione.

La parola anakephalaiomai compare solo un'altra volta nel Nuovo Testamento, nel seguente testo:

Non abbiate altro debito con nessuno, se non di amarvi gli uni gli altri; perché chi ama il prossimo ha adempiuto la legge. Infatti il «non commettere adulterio», «non uccidere», «non rubare», «non concupire» e qualsiasi altro comandamento si riassumono (anakephalaiomai)
in questa parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso». L'amore non fa nessun male al prossimo; l'amore quindi è l'adempimento (plērōma) della legge.
Romani 13:8-10 

Potremmo parafrasare così: "qualsiasi comandamento si ricapitola, si rifonda in questa parola: ama il prossimo tuo come te stesso. L'amore non fa alcun male al prossimo; l'amore infatti è la pienezza della legge." A livello teologico può esserci un contatto interessante tra l'idea che l'amore riassume e rifonda la legge in modo analogo a come Cristo riassume e rifonda in sé tutte le cose: tanto quelle che sono nel cielo, quanto quelle che sono sulla terra. 

Nel testo successivo, infine, troviamo i tre momenti logici che hanno scandito l'inserimento dei destinatari in queste benedizioni. Il primo è l'ascolto della parola di verità, ossia il Vangelo. Il secondo è l'adesione di fede. Il terzo è la ricezione del sigillo dello Spirito, ossia il dono dello Spirito come dono che convalidi l'essere inseriti nel piano salvifico di Dio che rende i destinatari sua "proprietà", fino alla piena manifestazione escatologica di questa redenzione.

CONCLUSIONE


La Lettera agli Efesini esordisce con una frase estremamente lunga, che nel greco originario non presenta nemmeno una punteggiatura. Come una colata di lava incandescente avanza sul terreno coprendo ogni cosa, così il suo autore ha voluto esprimere la ricchezza del suo pensiero teologico relativo alla benedizione che i credenti hanno in Cristo. Una benedizione che copre ogni cosa, che si sta già vivendo ma che si manifesterà pienamente nei tempi escatologici. 

Questa benedizione riguarda l'elezione della Chiesa, ossia dei credenti, per essere liberati dalla schiavitù del peccato ed essere resi liberi. Non solo liberi, però, ma anche adottati dal Padre per mezzo del sacrificio di Cristo e grazie al suo amore e alla sua volontà disinteressata. 

E' questa dunque la condizione dei credenti, la loro forza e il loro destino. 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE


- Lettera agli Efesini, nuova versione, introduzione e commento di Stefano Romanello, Ed. Figlie di San Paolo, 2003. 


domenica 8 novembre 2020

Sceso nella pienezza del tempo











INTRODUZIONE

Il libro della Genesi si conclude con una straordinaria espressione della provvidenza divina: la famiglia di Giacobbe che stava soffrendo nella carestia viene tratta in salvo dall'ultimogenito Giuseppe che, dopo essere stato venduto dai propri fratelli, aveva attraversato nel frattempo diverse vicissitudini tali da poter acquisire un ruolo di prestigio in Egitto e richiamare a sé la sua famiglia. La lungimirante strategia di approvvigionamento messa in atto in Egitto ha quindi a questo punto potuto offrire prosperità a questa famiglia speciale in tempi di distretta. 

Il lieto fine però non è stato né breve né definitivo. 

All'inizio del libro dell'Esodo, infatti, apprendiamo che nel corso di qualche generazione questo nucleo familiare crebbe fino a diventare un popolo e, una volta morto il faraone che aveva a cuore Giuseppe, arrivò un nuovo faraone che vedeva negli israeliti una minaccia per il Paese. Per questo motivo iniziarono persecuzioni, schiavitù e lavori forzati. Il luogo della salvezza divenne dopo un certo tempo luogo di oppressione e sofferenza. Ma Dio non smise di intervenire per portare salvezza.

Durante quel tempo, che fu lungo, il re d'Egitto morì. I figli d'Israele gemevano a causa della schiavitù e alzavano delle grida; e le grida che la schiavitù strappava loro salirono a Dio. Dio udì i loro gemiti. Dio si ricordò del suo patto con Abraamo, con Isacco e con Giacobbe. Dio vide i figli d'Israele e ne ebbe compassione.
Esodo 2:23-25 

1. SCESO PER LIBERARE

Il ricordo del patto che Dio aveva stabilito con Abraamo e le grida che la schiavitù stava strappando agli israeliti portarono Dio a intervenire in modo ancora più diretto rispetto al passato. Se in precedenza, infatti, egli si era limitato ad agire velatamente tramite alcune situazioni, ora invece decide di rivelarsi apertamente a una nuova persona, Mosè, incaricandola di eseguire la sua volontà.

Il SIGNORE disse: «Ho visto, ho visto l'afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti conosco i suoi affanni. Sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese nel quale scorre il latte e il miele, nel luogo dove sono i Cananei, gli Ittiti, gli Amorei, i Ferezei, gli Ivvei e i Gebusei.
Esodo 3:7-8

Questa seconda e più grave situazione di difficoltà ha permesso a Dio di rivelare un disegno ancora più grande di quello realizzato nel passato. La sua volontà infatti non si è limitata ad alleviare la sofferenza dei discendenti di Giacobbe oppure a garantire loro ospitalità presso una nazione più accondiscendente ma, piuttosto, a condurli in un nuovo paese buono e spazioso dove scorreva il latte e il miele. Una situazione di maggiore distretta ha permesso che venisse espressa una nuova manifestazione di Dio, della sua liberazione e dell'esecuzione dei suoi piani perfetti. Tutto questo né troppo presto né troppo tardi: ma esattamente nel momento opportuno.

2. SCESO PER SALVARE 

Questo evento raccontato nel libro dell'Esodo ben evidenzia l'attitudine di Dio che non si isola dalla sua creazione ma al contrario decide di intervenire più volte entrando nella storia per fare la differenza. E in effetti questo non è il suo unico intervento ma ne leggiamo molti altri all'interno delle narrazioni bibliche. Sicuramente, però, l'intervento più importante e dalle conseguenze epocali è stato quello relativo all'incarnazione del Figlio Unigenito e del suo sacrificio eterno per la salvezza dell'uomo. Nel Nuovo Testamento infatti leggiamo:

Ma quando giunse la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare quelli che erano sotto la legge, affinché noi ricevessimo l'adozione.
Galati 4:4-5 

Similmente alla situazione di crisi vissuta dagli israeliti in Egitto, anche nel I secolo i Giudei stavano soffrendo. Erano secoli ormai che dovevano vivere in dipendenza a sovranità straniere e la loro stessa spiritualità era stata minacciata più volte da attacchi interni e esterni portando alla frammentazione  del popolo in diverse sette religiose. Alcuni recepirono l'unicità di quel tempo, l'inadeguatezza del Tempio e del sistema sacrificale e iniziarono a predicare qualcosa di diverso. Tra questi spicca senza dubbio la figura di Giovanni Battista. Questa infatti è stata la pienezza del tempo e in questa generazione specifica Dio mandò suo figlio, nato da donna, per mandare a effetto il suo decreto affinché noi ricevessimo l'adozione.

Dio non ha lasciata sola la famiglia di Giacobbe, Dio non ha lasciata sola l'umanità, Dio non ci ha lasciato da soli. Al contrario, al momento opportuno ha mandato suo Figlio affinché attraverso il suo sacrificio potessimo ricevere perdono, accoglienza, adozione. 

3. SCESO SVUOTANDO SE STESSO

Se però l'intervento di Dio nell'Esodo è avvenuto attraverso la vocazione di Mosè e l'espressione della sua potenza nelle piaghe, l'intervento in Cristo è avvenuto in modo diverso: non solo in modo diretto ma in modo anche personale. 

Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l'essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma svuotò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce.
Filippesi 2:5-8 

Il Signore Gesù è intervenuto in tempo, nel tempo esatto in cui doveva intervenire, ma non lo ha fatto incaricando qualcuno di eseguire la volontà del Padre ma, al contrario, eseguendo egli stesso questa volontà. Gesù era in forma di Dio e pur sapendo cosa avrebbe comportato la sua missione ha scelto comunque di seguire la volontà del Padre svuotando sé stesso, prendendo forma di servo, divenendo personalmente simile agli uomini e umiliando sé stesso facendosi ubbidiente fino alla morte di croce, la morte più terribile riservata ai criminali dell'epoca. Gesù non ha evitato tutto questo ma, pur soffrendo, lo ha accolto sapendo che avrebbe causato la salvezza di innumerevoli persone. Egli dunque non solo è intervenuto in tempo ma è anche intervenuto pagando un prezzo altissimo. Avendo pagato questo prezzo e conquistato per noi il perdono e la riconciliazione nel passato, a maggior ragione ora possiamo accostarci a lui con piena fiducia per ottenere salvezza.

Tanto più dunque, essendo ora giustificati per il suo sangue, saremo per mezzo di lui salvati dall'ira. Se infatti, mentre eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio mediante la morte del Figlio suo, tanto più ora, che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita.
Romani 5:9-10
 
Siamo salvati mediante la sua vita, in modo definitivo, e niente potrà cambiare questa situazione.

CONCLUSIONE

Oggi è il tempo della salvezza grazie a quello che Cristo ha fatto per noi. Oggi è il tempo in cui poter godere dell'intervento di Dio attraverso il suo Figlio Unigenito. Non siamo mai stati abbandonati a noi stessi ma Dio ha sempre governato in modo sovrano la storia anche quando non sembrava per poter intervenire al tempo opportuno. Per questo motivo possiamo avere piena fiducia in lui, per lo stesso motivo possiamo ricevere da lui la forza di vivere anche noi nell'umiltà ricercando e conservando lo stesso sentimento che è stato in Cristo Gesù. Il nostro valore non dipende dall'approvazione degli altri ma dal valore del sacrificio del Signore per noi e in questo valore possiamo specchiarci per scoprire la nostra identità in lui e crescere a sua immagine e nella sua salvezza. 










  


domenica 19 gennaio 2020

Fasciare quelli che hanno il cuore spezzato




INTRODUZIONE


Tutto ha inizio con una cattiva notizia. Non c'è neanche bisogno che dica quale, perché basta guardarsi intorno ogni giorno o accendere la televisione e ascoltare un telegiornale per rendersene conto. La vita custodisce delle meraviglie, ma anche drammi, tragedie, sofferenze, morte. Tutti noi abbiamo quotidianamente a che fare con la ricerca della bellezza ma anche con la sofferenza della malattia – nostra o altrui – della malvagità – nostra o altrui – e delle ingiustizie relazionali, sociali e globali che purtroppo abbondano in ogni luogo. E' evidente che c'è qualcosa che non va. Se iniziamo a leggere la Bibbia dall'inizio apprendiamo dopo poche righe che Dio ha creato tutto molto buono. Perché allora tutta questa imperfezione? Perché esiste la morte se dentro di noi esiste una concezione, un desiderio di eternità? La risposta biblica non si attarda e come sappiamo presenta la prima trasgressione umana con la scelta di mangiare il frutto dell'albero proibito da parte di Eva e di Adamo come spiegazione teologica di questa frattura tra la volontà e creazione divina e la realtà dell'uomo. Definito il problema però, esiste una soluzione? In altre parole, dopo aver compreso il “perchè”, è possibile risolvere il “come” uscirne? Tutti i tentativi dell'Antico Israele sono falliti e la loro riflessione sul tema traspare anche dagli scritti biblici. La Legge, il Tempio, la monarchia, la Terra promessa....ogni cosa nel corso del tempo si è sbriciolata lasciando una speranza di pochi granelli di sabbia in mano. 
Ma su questi pochi granelli, come abbiamo considerato domenica scorsa, la terza parte del libro del profeta Isaia effonde un nuovo soffio vitale:
Lo Spirito del Signore, di DIO, è su di me,perché il SIGNORE mi ha unto per recare una buona notizia agli umili... 
Isaia 61:1
C'è una buona notizia. O, meglio, sta arrivando – dice l'oracolo profetico – qualcuno sul quale riposa lo Spirito di Dio, qualcuno con dignità regale (unto) e autorità divina (unto dal Signore), qualcuno con una buona notizia – finalmente! – da annunciare. Sta arrivando, e per noi è già arrivato, è Gesù Cristo il Signore. 

1. NELLA SINAGOGA IN GIORNO DI SABATO

L'opera letteraria di Luca, che comprende l'omonimo Vangelo e il libro degli Atti degli Apostoli, ha molte peculiarità tra le quali la suddivisione geografica della sua narrazione. Il racconto su Gesù inizia in Galilea, poi si sposta con il viaggio in Giudea e arriva a Gerusalemme dove avviene la sua morte e risurrezione. Gli Atti riprendono la narrazione con un opposto moto centrifugo: parte dal fulcro di Gerusalemme, per poi spostarsi in Giudea e infine nelle nazioni più lontane. All'inizio di tutto però incontriamo Giovanni Battista, poi la prova nel deserto di Gesù e, infine, un racconto avvenuto proprio nella sinagoga locale della città dove era lui era cresciuto fino a quel momento:
Si recò a Nazaret, dov'era stato allevato e, com'era solito, entrò in giorno di sabato nella sinagoga. Alzatosi per leggere, gli fu dato il libro del profeta Isaia. Aperto il libro, trovò quel passo dov'era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me, perciò mi ha unto per evangelizzare i poveri... 
Vangelo secondo Luca 4:16-18a

Questo racconto si conclude con Gesù che afferma: «Oggi, si è adempiuta questa Scrittura, che voi udite». Ebbene, cosa si è adempiuto (da) quel giorno attraverso Gesù? Abbiamo già letto la prima parte dell'oracolo isaiano che riguarda il portare una buona notizia agli umili/poveri: la buona notizia è il Vangelo, il fatto che in Cristo ogni essere umano trova per fede la riconciliazione con il Padre, la giustificazione con il Signore Gesù e la comunione costante con lo Spirito Santo. Ma c'è dell'altro? In effetti il testo di Isaia che Gesù lesse a quel tempo continua, aggiungendo: “mi ha inviato per fasciare quelli che hanno il cuore spezzato”. 


2. NON SOLO SALVATI MA ANCHE GUARITI

Parte integrante del ministero di Cristo è stata ridare speranza e guarigione a folle di persone deluse, ferite e senza scopo. Al tempo l'economia languiva, la politica era in mano a un Impero straniero e coloro che dovevano fare gli interessi del popolo invece facevano gli interessi del proprio potere. Forse ci ricorda qualcosa? Da un certo punto di vista non è cambiato molto nella società umana. Tutto questo è frutto della natura di peccato dell'uomo, del peccato che – tanto a livello personale e relazionale quanto a livello nazionale e mondiale – porta ingiustizie e sofferenze. Ferite nel corpo e nel cuore di innumerevoli persone. In questo scenario, la buona notizia di Gesù porta salvezza spirituale ma anche guarigione. Il ministero di Cristo non interviene infatti solo sulla natura di peccato annullandola sulla Croce, ma porta anche guarigione sulle ferite derivate dalle conseguenze dei molti peccati. Il perdono che riceviamo in Cristo dal nostro Padre celeste nel momento della conversione è istantaneo, ma la guarigione dalle ferite interiori invece richiede del tempo, tempo da spendere alla presenza di Dio per percepire spiritualmente la fasciatura del suo amore. Quali furono le prime cose che videro i primi discepoli di Gesù una volta radunati?

Sceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante, dove si trovava una gran folla di suoi discepoli e un gran numero di persone di tutta la Giudea, di Gerusalemme e della costa di Tiro e di Sidone, i quali erano venuti per udirlo e per essere guariti dalle loro malattie. Quelli che erano tormentati da spiriti immondi erano guariti; e tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva un potere che guariva tutti. 
Vangelo secondo Luca 6:17-19


La prima cosa che videro fu una gran folla che aspettava Gesù per ascoltarlo e per essere guariti. Malattia fisiche, oppressioni demoniache sono solo alcune espressioni delle conseguenze del peccato che il Signore sana con il suo potere. Vediamo però che è necessario voler andare da Gesù, proprio come la gran folla descritta dal Vangelo, per poter ricevere da lui un tocco di guarigione nel corpo, nell'anima e nello spirito; e questa resta una condizione valida anche al giorno d'oggi.


3. DEI TEMPI DI RISTORO, DALLA PRESENZA DEL SIGNORE

Il ministero di guarigioni dei cuori, delle anime e delle infermità di Gesù non si è concluso con la sua ascensione, ma è continuato nella storia della Chiesa. Troviamo infatti negli Atti degli Apostoli, che come abbiamo già detto è il seguito del Vangelo secondo Luca, nuove occasioni di guarigioni attraverso gli apostoli in servizio per il Signore. In particolare, dopo la Pentecoste leggiamo della guarigione al Tempio di uno zoppo, e di un discorso di Pietro rivolto a tutti i presenti. In una parte di questo discorso egli dice:

Ravvedetevi dunque e convertitevi, perché i vostri peccati siano cancellati e affinché vengano dalla presenza del Signore dei tempi di ristoro e che egli mandi il Cristo che vi è stato predestinato, cioè Gesù, che il cielo deve tenere accolto fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose; di cui Dio ha parlato fin dall'antichità per bocca dei suoi santi profeti. 
Atti degli Apostoli 3:19-21


Il ravvedimento e l'adesione all'appello del Vangelo portano al perdono dei peccati e alla salvezza, ma in modo conseguente portano anche a qualcos'altro: a tempi di ristoro che vengono dalla presenza del Signore. Questo “ristoro” traduce il termine originale ἀνάψυξις / anapsyxis che significa appunto refrigerio, ristoro. La cosa interessante è che questo termine non è usato altrove nel Nuovo Testamento, ma lo troviamo invece nella antica traduzione greca LXX, dove è utilizzato nel libro dell'Esodo:
Ma quando il faraone vide che c'era un po' di respiro si ostinò in cuor suo e non diede ascolto a Mosè e ad Aaronne, come il SIGNORE aveva detto. 
Esodo 8:15

Come possiamo vedere, il termine è utilizzato per descrivere il momento in cui il faraone ha avuto “un po' di respiro” dall'oppressione delle piaghe d'Egitto. 


Senz'altro la lettura del discorso di Pietro ci esorta a guardare a Gesù, che il cielo deve tenere accolto fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose, e quindi agli ultimi tempi. Lo stesso Esodo viene utilizzato come trama degli avvenimenti dell'Apocalisse di Giovanni con i suoi giudizi divini e le calamità inviate sulla terra fino alla liberazione dei credenti dalla sofferenza e dalla morte. Ma questa realtà non è solo escatologica, non è solo ultima. Così come le guarigioni miracolose di Gesù e dei suoi discepoli sono avvenute in questi tempi e non alla fine del tempo, allo stesso modo anche i tempi di ristoro provengono dalla presenza del Signore anche oggi, sebbene non in modo eterno. Il ravvedimento porta alla conversione, al perdono dei propri peccati e alla propria salvezza. Ma il secondo passo è dimorare il più possibile alla presenza spirituale del Signore e vivere qui dei tempi di ristoro: tempi in cui riposare dalle nostre opere, dai sensi di colpa, dalle accuse. Tempi in cui lasciarci fasciare dallo Spirito Santo il cuore spezzato e ricevere l'amore che il Padre sparge per noi. Tempi di riposo, refrigerio, guarigione, in cui avere un po' di respiro dagli affanni di questo mondo: un anticipo di quel che sarà. 

CONCLUSIONE 

Rispondere all'appello di Gesù, accogliere in modo fecondo il messaggio del Vangelo, è solo il primo passo della vita cristiana. Una nuova vita che come secondo passo può riflettere sulla guarigione che è in Cristo e nella Chiesa attraverso lo Spirito Santo. Un secondo passo che deve portare in modo consapevole a comprendere questa ricchezza spirituale e viverla ricercando la presenza del Signore, da cui provengono tempi di ristoro e guarigione, nel cuore così come nell'interezza del nostro essere. Il Signore non vuole solo una salvezza escatologica per noi, ma anche una guarigione qui ed ora, per poter mostrare al mondo la sua potenza e renderci liberi di afferrare il nostro destino di uomini e donne nuovi.

domenica 20 ottobre 2019

Jahvè-Nissi: Il Signore è la mia bandiera



INTRODUZIONE


Nel grande progetto teologico e letterario del Pentateuco troviamo un percorso che fungerà da matrice non soltanto per l'Israele dei primordi, ma anche per quello sofferente al tempo delle deportazioni, lasciando un'eco delle sue tracce fino all'ultimo libro del Nuovo Testamento, ossia l'Apocalisse di Giovanni. 

Possiamo delineare con maggiore precisione questo movimento, rilevandolo dal libro biblico dell'Esodo:
  1. Uscita dall'Egitto (1:1-15:21)
  2. Marcia attraverso il deserto (15:22-18:27)
  3. Avvenimenti del Sinai (19-40)
Il punto di partenza dunque è la sofferenza dei discendenti di Giacobbe nella schiavitù egiziana, che provoca il diretto intervento di Jahvè mediante un uomo che egli sceglie per questo specifico scopo: Mosè. Con potenti e prodigiosi interventi divini, questo popolo riesce quindi a fuggire dall'Egitto per intraprendere il suo pellegrinaggio nel deserto avanzando verso il monte di Dio: luogo in cui potrà finalmente rispondere in modo ufficiale all'appello di Jahvè e stabilire con lui un patto corporativo.
Questo tempo di cammino e di attesa è travagliato, ma porta anche a nuove rivelazioni su Dio e sulla loro relazione. La prima difficoltà incontrata da Israele è quella della scarsità di acqua e cibo. In molti esprimeranno il rimpianto di essere fuggiti dall'Egitto dove, pur essendo schiavi, almeno avevano l'essenziale per vivere. Dio però ha voluto utilizzare questa distretta per rinnovare la rivelazione vissuta dal loro patriarca Abramo a riguardo della provvidenza (Gen. 22:14): egli infatti è il Dio che provvede. Dopo aver mangiato e bevuto, però, il popolo non ha tempo per riposarsi in quanto una nuova sfida lo aspetta, foriera però anche di una più profonda comprensione dello stesso Signore che li ha portati alla libertà.
LA GUERRA CONTRO AMALEC
Allora venne Amalec per combattere contro Israele a Refidim. E Mosè disse a Giosuè: «Scegli per noi alcuni uomini ed esci a combattere contro Amalec; domani io starò sulla vetta del colle con il bastone di Dio in mano». Giosuè fece come Mosè gli aveva detto e combatté contro Amalec; e Mosè, Aaronne e Cur salirono sulla vetta del colle. E quando Mosè teneva le mani alzate, Israele vinceva; e quando le abbassava, vinceva Amalec. Ma le mani di Mosè si facevano pesanti. Allora essi presero una pietra, gliela posero sotto ed egli si sedette; Aaronne e Cur gli tenevano le mani alzate, uno da una parte e l'altro dall'altra. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole. E Giosuè sconfisse Amalec e la sua gente passandoli a fil di spada. Il SIGNORE disse a Mosè: «Scrivi questo fatto in un libro, perché se ne conservi il ricordo, e fa' sapere a Giosuè che io cancellerò interamente sotto il cielo la memoria di Amalec». Allora Mosè costruì un altare che chiamò «il SIGNORE è la mia bandiera»; e disse: «Una mano s'è alzata contro il trono del SIGNORE, perciò il SIGNORE farà guerra ad Amalec di generazione in generazione».
Esodo 17:8-16
Possiamo notare il fatto che la narrazione di questo evento è concitata: Amalec e il suo esercito arrivarono semplicemente a fare guerra al popolo di Israele, senza che ne siano spiegati i motivi e il contesto. Del resto anche dall'altra parte non troviamo dettagli sullo stato d'animo di Mosè o del suo popolo, ma solo il veloce piano d'azione che prevedette la scelta da parte di Giosuè di alcuni uomini abili alla guerra e la scelta di Mosè di salire sulla vetta di un colle con Aaronne e Cur, ma soprattutto con il bastone di Dio. Lo stesso bastone che, per ordine divino, poco tempo prima aveva aperto il Mar Rosso e permesso che il popolo passasse in mezzo al mare camminando sul terreno asciutto, è adesso preso in causa come vero strumento di vittoria. E, infatti, nel breve racconto che abbiamo letto emerge come, sebbene la guerra fosse combattuta da Giosuè e dai suoi uomini, in realtà l'esito derivasse dai gesti di Mosè e da quanto egli tenesse le mani alzate.
Per Dio non c'è differenza tra le difficoltà che Israele mano a mano incontrava. Egli è colui che governa la natura, e lo ha dimostrato tanto aprendo il mare quanto intervenendo per provvedere cibo e acqua per il popolo. Ma egli è anche colui che ha stabilito per le nazioni delle epoche assegnate e dei confini alle loro abitazioni (Atti 17:26). Sia Mosè che Giosuè sono stati risoluti sia nel rispondere alla minaccia incalzante e presentarsi per combattere, sia nella consapevolezza che il risultato di quella battaglia sarebbe stato stabilito non tanto dalla loro effettiva forza o tecnica ma dal fatto che il Signore era con loro. Questa nuova esperienza tuttavia dimostra la fondatezza della loro fede anche al resto del popolo, e persino ai loro discendenti, in quanto è il Signore stesso a chiedere che se ne tenga memoria. In seguito alla vittoria, Mosè costruisce un altare, segno votivo della sua fede, chiamandolo “Il Signore è la mia bandiera”. La bandiera è da sempre simbolo di identità, di coesione, di appartenenza a determinati valori o gruppi sociali e Mosè tramite questa esperienza capisce bene che l'identità del popolo che ha portato su richiesta del Signore verso la libertà non è da ricercarsi in sé stesso ma in quello stesso Signore che ha procurato questa chiamata e liberazione. Lui è la bandiera di Israele e questo è il tratto distintivo di questo popolo rispetto a tutte le altre nazioni sulla terra.
Da questo racconto biblico, come sempre possiamo trarre poi delle considerazioni ermeneutiche valide anche per noi, cristiani del XXI secolo. Anche noi infatti, come l'Israele peregrino, camminiamo dal momento della nostra conversione in un deserto - che rappresenta il nostro mondo - verso il luogo del Monte di Dio, dove poter suggellare la nostra relazione con lui in modo definitivo ed eterno. Anche noi attraversiamo nella nostra vita sfide molto concrete, e possiamo imbatterci in difficoltà di carattere primario: cosa mangiare, e come vestirci. Ma Gesù, nella distretta finanziaria, ci rassicura sul fatto che il Padre provvede ai nostri bisogni (Mt. 6). Anche noi, dopo aver ricevuto la rivelazione per esperienza della provvidenza di Dio, possiamo rimanere sbigottiti da attacchi personali nei nostri confronti, da accuse spesso ingiuste. E in questo caso la nostra fede ci porta a conoscere Dio come colui che è la nostra bandiera. Colui che ci rappresenta e che determina la nostra vittoria. Sì, la nostra vittoria non è determinata dal vigore della nostra forza o dalla nostra difesa, ma dalla sua autorità e dalla sua presenza nella nostra vita. Amalec non ha chiesto permesso per muovere guerra, e in modo simile anche nella nostra vita molte persone ostili non ci chiederanno il permesso per attaccarci. Ma la nostra anima deve restare salda come quella di Mosè e Giosuè, confidando nel Dio che ci ha chiamati a libertà e a salvezza, e che questo stesso Dio ci porterà anche verso la vittoria in queste battaglie e guerre.
Ritengo opportuno concludere questa riflessione leggendo le seguenti importanti parole scritte secoli dopo gli eventi che abbiamo considerato, come promesse e eredità comuni ai cristiani di ogni epoca:
Che diremo dunque riguardo a queste cose? Se Dio è per noi chi sarà contro di noi? Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti, non ci donerà forse anche tutte le cose con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica. Chi li condannerà? Cristo Gesù è colui che è morto e, ancor più, è risuscitato, è alla destra di Dio e anche intercede per noi. Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Com'è scritto: «Per amor di te siamo messi a morte tutto il giorno; siamo stati considerati come pecore da macello». Ma, in tutte queste cose, noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati. Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun'altra creatura potranno separarci dall'amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore.
Romani 8:31-39

CONCLUSIONE

“Il Signore è la mia bandiera” è stato un nome che Mosè ha dato a un nuovo altare dopo l'esperienza di una vittoria militare ottenuta attraverso la fiducia nella presenza e autorità di Dio, simboleggiata dallo stesso bastone che in precedenza aveva aperto il Mar Rosso, permettendo a un intero popolo di camminare verso la salvezza.

“Il Signore è la mia bandiera” è il nome che ogni cristiano può comprendere per esperienza crescendo nella propria vita di fede con il Signore e vedendo come egli prende la nostra difesa di fronte agli attacchi ingiustificati che talora riceviamo. Non c'è da avere paura nelle battaglie di ogni giorno, ma la fede che scaturisce dall'esperienza. Dio è con noi, e sebbene questo non ci esenta dalle nostre responsabilità, ci dà la certezza che egli è colui che ci rappresenta, e non le nostre capacità o alleanze. Di conseguenza la nostra vittoria è in lui e non in noi stessi: questo ci deve dare una grande serenità anche nei momenti più difficili.

Nell'epoca del rientro dall'esilio babilonese, al popolo di Giuda venne rivolta questa parola da parte del Signore: “Non per potenza, né per forza, ma per lo Spirito mio", dice il SIGNORE degli eserciti.” (Zac. 4:6). E allo stesso modo, anche per noi deve essere così, ancora oggi, giorno dopo giorno. 

domenica 11 febbraio 2018

Nessuno ha mai visto Dio, ma...




I. IL TESTO

Nel prologo introduttivo del Vangelo secondo Giovanni incontriamo presto questa considerazione di carattere centrale per la comprensione cristiana della propria identità, del giudaismo, dell'Antico Testamento e - in ultima analisi - di ogni aspetto della vita che ci circonda:

Nessuno ha mai visto Dio; l'unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l'ha fatto conoscere.
Giovanni 1:18 

Da un punto di vista letterario, identificandolo come parte dell'inno originale del prologo, possiamo comporre questo testo in versi nel seguente modo:1

Nessuno ha mai visto Dio;
è l'Unigenito Dio,
sempre accanto al Padre,
che Lo ha rivelato.

In una struttura a chiasmo possiamo accostare in effetti il fatto che nessuno ha mai visto Dio con il fatto che l'Unigenito Dio lo ha fatto conoscere/rivelato secondo un'efficace contrapposizione. Il secondo accostamento invece, quello più interno, riguarda il fatto che l'Unigenito Dio è accanto/nel seno del Padre. Naturalmente quest'ultimo aspetto è quello centrale, che legittima de facto quello più esterno: l'Unigenito cioè può far conoscere il Padre proprio perché è nel suo seno/accanto a lui. "L'Unigenito Dio" è la lettura data da alcuni dei migliori manoscritti greci (inclusi P66 e P75), mentre altri manoscritti riportano "L'Unigenito Figlio".2 Il significato teologico in ogni caso è il medesimo in quanto nel brano precedente Giovanni ha già identificato la Parola con il Figlio, e il Figlio con Dio.3 

Entrando adesso nello specifico del senso teologico possiamo avvicinarci meglio ai suoi due aspetti fondamentali, per poter tracciare brevemente alcune principali conseguenze.

II. "TU NON PUOI VEDERE IL MIO VOLTO" 
 
Nell'affermazione che nessuno ha mai visto Dio, Giovanni pensa probabilmente al seguente episodio veterotestamentario:4

Mosè disse: «Ti prego, fammi vedere la tua gloria!» Il SIGNORE gli rispose: «Io farò passare davanti a te tutta la mia bontà, proclamerò il nome del SIGNORE davanti a te; farò grazia a chi vorrò fare grazia e avrò pietà di chi vorrò avere pietà». Disse ancora: «Tu non puoi vedere il mio volto, perché l'uomo non può vedermi e vivere». E il SIGNORE disse: «Ecco qui un luogo vicino a me; tu starai su quel masso; mentre passerà la mia gloria, io ti metterò in una buca del masso, e ti coprirò con la mia mano finché io sia passato; poi ritirerò la mano e mi vedrai da dietro; ma il mio volto non si può vedere».
Esodo 33:18-23


L'uomo non può vedere il Signore e vivere, al massimo può vederne "le spalle". Questa indicazione è radicata a fondo nella fede giudaica, sebbene ci siano nelle Scritture diverse eccezioni. Tali eccezioni però riguardano teofanie antropomorfiche, ossia delle apparizioni di Dio in forma umana per poter comunicare in modo efficace un determinato messaggio. Questo è prova del fatto che è intenzione di Dio istruirci su cose nelle quali l'uomo non ha conoscenza diretta (come i suoi attributi) in termini di realtà a noi noti.5 Lo scopo di tutto questo è portare a una crescita di consapevolezza spirituale, ma proprio per le caratteristiche di questa forma di comunicazione dobbiamo stare attenti ai possibili fraintendimenti delle parole, come è noto da tempo per i teologi. Nel linguaggio umano infatti le parole sono nate per identificare realtà visibili e tangibili. Se però, come nel nostro caso, utilizziamo alcune parole per identificare realtà invisibili come quella di Dio dobbiamo comprendere che lo possiamo fare per assomiglianza più che per esattezza. Diviene quindi necessario un discernimento per comprendere il senso oltre la forma. Se il testo di Genesi riporta che Dio camminava nel giardino - per fare un esempio (cfr. Gen. 3:8) - questo non vuol dire che egli ha le gambe, ma piuttosto che era lì presente. Nessuno ha mai visto Dio, e per questo motivo dobbiamo essere attenti a comprendere il senso di un testo (anche biblico) o discorso teologico, realizzando i termini di questa difficoltà intrinseca.

Di per sé questa è una brutta notizia, mettendo davanti ai nostri occhi una limitazione pesante e inviolabile. Ma a questa notizia il versetto che stiamo esaminando ne fa seguire un'altra, decisamente migliore, che la ridefinisce secondo un nuovo e inedito punto di vista.  

III. COLUI CHE LO HA FATTO CONOSCERE

Nella continuazione infatti leggiamo un ulteriore elemento che dissolve molta della tensione generata dalla affermazione precedente: l'Unigenito Dio nel seno del Padre è colui che lo ha fatto conoscere. Questo è l'innovativo contributo che Giovanni - e il primo cristianesimo insieme a lui - dà al problema. Nessuno ha mai visto Dio - è vero - ma Gesù Cristo è colui che lo ha fatto conoscere, in virtù della sua vicinanza a lui. Gesù diviene quindi la chiave per comprendere al meglio Dio Padre, anzi, ancora di più: egli diviene la nuova prospettiva attraverso la quale ri-considerare non solo l'identità di Dio, ma anche l'Antico Testamento, noi stessi (in quanto sue creature) e tutto il mondo che ci circonda (in quanto sua creazione). 

Aprendo un breve approfondimento testuale, possiamo vedere che le diverse traduzioni italiane "fatto conoscere" e "rivelato" rendono il verbo greco exēgeomai che significa generalmente "narrare, riferire, informare".6 Nel nostro specifico contesto questo verbo descrive quindi l'attività di condividere informazioni ottenute per esperienza diretta. Come fa notare Bosetti, questa "narrazione del Padre" viene descritta quasi come una esegesi, ossia come una interpretazione, che però in questo caso risulta essere ultima e definitiva.7 L'Unigenito Dio che è nel seno del Padre è l'unico che lo ha visto e per questo motivo lo può spiegare e raccontare con una precisione unica. Questa è la consapevolezza di Giovanni e dei primi cristiani e questa deve essere anche la nostra consapevolezza ventuno secoli dopo di loro. Finché saremo su questa terra conosceremo e profetizzeremo sempre e solo in parte (cfr. 1 Cor. 13:9), ma gli insegnamenti di Cristo e il significato del suo sacrificio rimarranno come garanzia della comprensione il più vicina possibile per quanto ci è consentito alla realtà del Padre. E di certo, tutto questo non è poco, e non è per uno scopo da poco conto. 

Ecco perché la figura vivente di Gesù, spiritualmente sempre con noi (cfr. Mt. 28:20), non può che essere il centro costante di ogni esperienza cristiana. Ecco perché i suoi insegnamenti consolidati nel Nuovo Testamento non possono che essere la nostra guida in ogni aspetto della vita. Ecco perché egli, in quanto Parola Vivente, può aiutarci a comprendere al meglio la Parola di Dio scritta (cfr. Lc. 24:27). Il Vangelo di Giovanni è stato scritto "affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e, affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome". Nel suo nome possiamo avere vita, nel suo nome possiamo tornare anche noi al Padre (cfr. 2 Cor. 5:20) per poterlo conoscerlo perfettamente e direttamente nell'ultimo giorno. Quel giorno finalmente:

Non ci sarà più nulla di maledetto. Nella città vi sarà il trono di Dio e dell'Agnello; i suoi servi lo serviranno, vedranno la sua faccia e porteranno il suo nome scritto sulla fronte.
Apocalisse 22:3-4
IV. CONSIDERAZIONI FINALI

In questo breve percorso racchiuso dal singolo versetto di Gv. 1:18 possiamo identificare due essenziali aspetti della testimonianza cristiana. Il primo riguarda il fatto che nessuno ha mai visto Dio, il secondo riguarda il fatto che solo il Figlio lo conosce intimamente e solo lui lo ha potuto rivelare/raccontare/far conoscere nel modo migliore. In questa esclusività alcuni esegeti hanno letto una possibile polemica contro coloro che rivendicavano altri modi per conoscere intimamente il Padre.8 Questo aspetto è probabile per l'epoca dell'autore e resta di interesse attuale anche per i nostri tempi. La centralità di Cristo compresa e predicata in età apostolica e riscoperta durante la Riforma del XVI secolo con il motto Solus Christus è stato infatti più volte osteggiato per motivi diversi e più volte difeso dalle comunità cristiane che ne hanno esperienza diretta. Tuttavia, questo principio deve anche essere vissuto con la consapevole limitatezza della dialettica umana e con l'anelito al tempo futuro nel quale finalmente Dio sarà tutto in tutti (1 Cor. 15:28) e sarà finalmente visibile nella sua perfezione, al di fuori dei limiti dell'età presente.




[1] vedi: Raymond E. Brown, Giovanni: commento al vangelo spirituale, 2005, Cittadella Editrice.
[2] Id. Ibid. 
[3] A.A.V.V., Grande commentario biblico Queriniana, I rist., 1974, Brescia, Queriniana, p. 1379.
[4] Id. Ibid. 
[5] Wayne Grudem, Teologia sistematica, Chieti, 2014, Ed. GBU, p. 197. 
[6] Horst Balz, Gerhard Schneider, Dizionario Esegetico del Nuovo Testamento, Brescia, Paideia Editrice, 2004 (unico volume), 1252. 
[7] Elena Bosetti, Vangelo secondo Giovanni (cc. 1-11), Edizioni Messaggero Padova, 2013, p. 30. 
[8] H. Balz, G. Schneider, Dizionario Esegetico del Nuovo Testamento, Brescia, Paideia Editrice, 2004 (unico volume), 1252.
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