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domenica 1 novembre 2020

Per una teologia biblica del tempo



























INTRODUZIONE


Quante dimensioni esistono nella nostra realtà? Probabilmente la maggior parte dei lettori leggendo questa domanda avrà pensato al piano cartesiano, all’asse delle ascisse e delle ordinate, aggiungendo magari un asse per la profondità ottenendo così uno spazio euclideo tridimensionale: lo schema più familiare usato per rappresentare lo spazio nella meccanica classica. Sì, gli assi x, y e z rappresentano bene le tre dimensioni spaziali con le quali ci confrontiamo ogni giorno, tanto nella nostra quotidianità quanto negli esercizi di geometria analitica. Ma a ben vedere queste tre dimensioni non bastano a spiegare la nostra realtà. Per capire questo limite basta un esempio banale: quello di un appuntamento personale. Se volessimo vedere il nostro migliore amico, infatti, dovremmo definire un appuntamento indicando senza dubbio un luogo, come per esempio il nostro bar preferito o casa nostra, ma mancherebbe un’indicazione essenziale: il quando. Ecco perciò che alle tre dimensioni spaziali dobbiamo aggiungere una dimensione temporale per definire in modo preciso un luogo e un tempo nei quali trovare quello di cui stiamo parlando.


La narrazione biblica non è esente da questo princìpio ma anzi lo spiega mostrando l’origine della dimensione temporale derivante dall’attività divina, un decorso storico e un punto di arrivo finale. Per la Bibbia i luoghi sono molto importanti in quanto custodi di particolari manifestazioni di Dio, ma lo sono ancora di più i tempi in quanto espressioni del sovrano e onnipotente governo del Padre. 


Lo scopo di questo approfondimento è quindi quello di mettere a fuoco il tema temporale nel suo sviluppo biblico secondo quattro snodi principali: l’eternità prima del tempo, la saggezza all’inizio del tempo, il disegno della volontà di Dio nel corso del tempo e la fine del tempo stesso. Questo lavoro non potrà essere un saggio di teologia biblica con pretesa di completezza ma solo una introduzione all’esame di questa tematica negli scritti sacri. 


1. I DECRETI DI DIO 


Dal punto di vista biblico, per quanto possa sembrare un paradosso per alcuni, tutto quello che accade nel tempo - o almeno quello che è più rilevante - è nato al di fuori del tempo sotto forma di una decisione di Dio. Il Dio biblico infatti non è né una divinità affine al deismo, ossia la concezione illuminista che reputa il Creatore come colui che ha abbandonato la creazione a sé stessa come può fare un orologiaio con i propri orologi, né una divinità impotente che subisce passivamente le decisioni delle sue creature. No, il Dio della Bibbia è Creatore e Re, il governatore della sua creazione e delle sue creature nonostante la disubbidienza e la distruzione che può sorgere nel mezzo del tempo. Anzi, sono proprio questi elementi che costringono Dio a intervenire direttamente nella storia della narrazione biblica per porre un rimedio al peccato e al caos che così frequentemente arriva a serpeggiare. 


Il Secondo Isaia per evidenziare che l’esilio babilonese non poteva rappresentare la sconfitta di Yahvè da parte delle divinità babilonesi ma, al contrario, la sua stessa volontà e punizione nei confronti del popolo scelto, scrisse le seguenti parole:


Io annuncio la fine sin dal principio,

molto tempo prima dico le cose non ancora avvenute;

io dico: Il mio piano sussisterà,

e metterò a effetto tutta la mia volontà;

chiamo da oriente un uccello da preda,

da una terra lontana l'uomo che effettui il mio disegno.

Sì, io l'ho detto e lo farò avvenire;

ne ho formato il disegno e l'eseguirò.

Isaia 46:10-11


La catastrofe dell’esilio babilonese non è stata dettata dal caso, il dramma che ha vissuto Giuda non è stato determinato dalla sconfitta della propria divinità ma, al contrario, è stato deciso e realizzato da Yahvè in persona. Egli infatti non si presenta qui come una tra diverse divinità ma come l’unico e vero Dio: non solo il Creatore ma anche il Governatore dello spazio e di ogni tempo. Sin dal momento in cui il tempo ha avuto inizio, Dio poteva annunciare con precisione la sua fine perché egli l’aveva già decisa e sapeva già che al momento opportuno l’avrebbe eseguita esattamente in accordo con la sua decisione e la sua volontà. Come ho già anticipato, il corso del tempo non appare qui come un fiume il cui decorso dipende da una molteplicità di fattori ma, al contrario, come un flusso guidato intelligentemente e senza alcuna limitazione da colui che lo ha creato e che lo guida millimetro dopo millimetro. La volontà di Dio non ha vincoli di spazio o di tempo perché sia la dimensione spaziale che quella temporale sono sua creazione e proprietà. Il piano di Dio sussiste nel tempo e coinvolge protagonisti anche lontani e improbabili per poterlo realizzare. Vediamo però anche qualche altro testimone scritturale. 


Ma la sua decisione è una;

chi lo farà mutare?

Quello che desidera, lo fa;

egli eseguirà quel che di me ha decretato;

di cose come queste ne ha molte in mente.

Giobbe 23:13-14


Nella sua sofferenza Giobbe, che in precedenza aveva conosciuto il segreto di Dio (sod) come qualcosa di familiare (Gb. 29:4, vedi versione originale), rimaneva ben consapevole dell’inesistenza del caso e dell’esistenza invece della decisione e dei decreti di Dio. Quello che Dio ha decretato infatti, dice lui, egli lo esegue puntualmente. Giobbe stesso afferma che di queste decisioni Dio ne ha molte in mente e che quindi non riguardano solo uno o due aspetti generali della storia dell’umanità. Con ulteriore certezza sappiamo che l’evento eterno del sacrificio di Cristo a maggiore ragione non è avvenuto per coincidenza. Nel primo famoso discorso dell’apostolo Pietro egli infatti disse: 


Quest'uomo, quando vi fu dato nelle mani per il determinato consiglio e la prescienza di Dio, voi, per mano di iniqui, inchiodandolo sulla croce, lo uccideste.

Atti 2:23


Gesù evangelicamente fu dato nelle mani dei suoi assassini per un tradimento, ma sebbene l’azione di Giuda ne fu la causa prossima esisteva una causa remota e determinante da ricercare nel consiglio (scopo, volontà) e nella prescienza di Dio. Una volontà che non è maturata in reazione a qualche imprevisto ma che si è formata prima che il tempo stesso iniziasse a esistere. Rivestono una grande importanza a questo riguardo tutti i Salmi messianici. Per esigenza di tempo, tuttavia,  prenderò in causa adesso solo un estratto del Salmo più citato dalla Chiesa primitiva:


Io annuncerò il decreto:

Il SIGNORE mi ha detto: «Tu sei mio figlio,

oggi io t'ho generato.

Chiedimi, io ti darò in eredità le nazioni

e in possesso le estremità della terra.

Tu le spezzerai con una verga di ferro;

tu le frantumerai come un vaso d'argilla».

Salmo 2:7-9 


Questi versetti sono stati citati anche da Gesù, secondo i resoconti evangelici, proprio per dimostrare che l’autorità del Messia non doveva derivare unicamente dal proprio lignaggio reale davidico ma anzi che il re Davide stesso ne riconosceva profeticamente un’autorità più alta derivata da Dio stesso. In un “oggi” eterno il Padre ha decretato al Figlio la sua autorità e potenza, che il Cristo risorto ha manifestato proprio in seguito alla sua morte e risurrezione (cfr. Matteo 28). Osserviamo dunque come il disegno di Dio abbia plasmato la storia, con particolare riguardo per la storia della salvezza e la manifestazione dell’Unigenito Figlio di Dio: Gesù Cristo nostro Signore. 


2. LA SAGGEZZA DI DIO 


Se i decreti di Dio sono la causa del suo intervento nel tempo e in ultima istanza nel suo stesso svolgimento, la sua saggezza invece ne è la modalità. Il libro della Genesi inizia con le seguenti parole: 


Nel principio Dio creò i cieli e la terra.

Genesi 1:1


Prima della creazione dello spazio abbiamo l’inizio del tempo nel quale nulla esisteva se non Dio stesso. Ma, nonostante non esistesse ancora nulla, Dio non era solo come testimonia il nome plurale “Elohim” usato in questo versetto. Dunque chi era con Yahvè all’inizio del tempo, prima di ogni atto creativo? Sicuramente era con lui la Saggezza.


Il SIGNORE mi ebbe con sé al principio dei suoi atti,

prima di fare alcuna delle sue opere più antiche.

Fui stabilita fin dall'eternità,

dal principio, prima che la terra fosse.

Fui generata quando non c'erano ancora abissi,

quando ancora non c'erano sorgenti rigurgitanti d'acqua.

Fui generata prima che i monti fossero fondati,

prima che esistessero le colline,

quand'egli ancora non aveva fatto né la terra né i campi

né le prime zolle della terra coltivabile.

Proverbi 8:22-26


Prima di fare alcuna delle sue opere e creazioni più antiche, la Saggezza era assieme a Yahvè non solo come un suo attributo ma come personificazione generata. La Saggezza fu stabilita fin dall’eternità, ossia prima del tempo, nello stesso principio che anticipò la creazione del cielo e della terra. Quando non c’era ancora una terra informe e vuota la Saggezza era già. E proprio la Saggezza, in quanto Verbo di Dio, contribuì a creare ogni cosa:


Quand'egli disponeva i cieli io ero là;

quando tracciava un circolo sulla superficie dell'abisso,

quando condensava le nuvole in alto,

quando rafforzava le fonti dell'abisso,

quando assegnava al mare il suo limite

perché le acque non oltrepassassero il loro confine,

quando poneva le fondamenta della terra,

io ero presso di lui come un artefice;

ero sempre esuberante di gioia giorno dopo giorno,

mi rallegravo in ogni tempo in sua presenza;

mi rallegravo nella parte abitabile della sua terra,

trovavo la mia gioia tra i figli degli uomini.

Proverbi 8:27-31


La Saggezza di Dio è stata un’artefice della creazione, esuberante di gioia. La Saggezza di Dio, la Parola, era con Elohim nella creazione ed era Elohim.


Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l'hanno sopraffatta.

Giovanni 1:1-5


Per dirla in termini giovannei, le tenebre non hanno potuto sopraffare la Parola, la Saggezza, perché in lei era la vita e la vita era la luce degli uomini. Cristo è la nostra sapienza (1 Cor. 24.30), egli è la Parola e senza di lui neppure una delle cose fatte è stata fatta. Sin dall’eternità. 


3. IL MISTERO RIVELATO DI DIO 


Dopo aver esposto il tema biblico dei decreti di Dio in quanto causa degli eventi che avvengono nel corso del tempo, e della Saggezza di Dio in quanto Cristo preesistente, mediatore della creazione e degli interventi divini, possiamo parlare adesso del più importante crocevia della storia: il sacrificio del Cristo incarnato e la sua risurrezione per la nostra salvezza. Lo possiamo fare in particolare modo leggendo e analizzando l’inizio della Lettera di Paolo agli Efesini. 


Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che ci ha benedetti di ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo. In lui ci ha eletti prima della creazione del mondo perché fossimo santi e irreprensibili dinanzi a lui, avendoci predestinati nel suo amore a essere adottati per mezzo di Gesù Cristo come suoi figli, secondo il disegno benevolo della sua volontà, a lode della gloria della sua grazia, che ci ha concessa nel suo amato Figlio. In lui abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, il perdono dei peccati secondo le ricchezze della sua grazia, che egli ha riversata abbondantemente su di noi dandoci ogni sorta di sapienza e d'intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo il disegno benevolo che aveva prestabilito dentro di sé, per realizzarlo quando i tempi fossero compiuti. Esso consiste nel raccogliere sotto un solo capo, in Cristo, tutte le cose: tanto quelle che sono nel cielo, quanto quelle che sono sulla terra.

Efesini 1:3-10


Questo brano richiederebbe un grande impegno esegetico a causa della sua ricchezza e complessità, tuttavia in questa sede dovremo limitarci a osservare solo alcuni aspetti utili in particolare alla nostra trattazione. In primo luogo possiamo rilevare un altro tipo di decreto di Dio relativo alla scelta dei credenti prima della fondazione del mondo (supralapsariana). Quindi non è solo l’Unigenito Figlio di Dio a essere stato scelto nell’eternità per ricevere ogni potenza ma anche i credenti come figli adottivi sono stati scelti nell’eternità per essere santi e irreprensibili e per ricevere la redenzione mediante il sangue di Cristo e il perdono dei peccati. Anche questa scelta infatti è avvenuta nell’eternità ed è stata per secoli un mistero. Un mistero relativo a questo specifico disegno del Padre (cioè di offrire la salvezza agli uomini attraverso il sacrificio di suo Figlio) che è stato manifestato e realizzato nel momento specifico nel quale il tempo deciso da Dio si è compiuto. Il tema del tempo opportuno è ampiamente utilizzato nel Vangelo secondo Giovanni, dove Gesù ha modo di sottolinearlo in diversi momenti: 


Gv 7:6 Gesù quindi disse loro: «Il mio tempo non è ancora venuto; il vostro tempo, invece, è sempre pronto.


Gv 7:8 Salite voi alla festa; io non salgo a questa festa, perché il mio tempo non è ancora compiuto».


Gv 7:33 Perciò Gesù disse loro: «Io sono ancora con voi per poco tempo; poi me ne vado a colui che mi ha mandato


In questo Vangelo il tempo di Gesù coincide con la sua crocifissione, che per l’appunto non è vissuta come una coincidenza ma come un evento drammatico deciso dal Padre e riservato per un tempo e uno scopo ben preciso. In special modo nella seconda metà di questo Vangelo, chiamato dagli studiosi “il libro dell’ora di Gesù”, leggendo e seguendo il ritmo della narrazione è possibile riconoscere quasi un conto alla rovescia puntato verso questa “ora” così importante. Esiste uno scorrere del tempo ordinario ma ci sono anche dei “momenti nel tempo” dallo scopo straordinario che Dio ha prescelto per i suoi scopi e questo è senza dubbio uno di quelli. 


Il disegno di offrire la salvezza e il perdono dei peccati agli uomini attraverso il sacrificio degli uomini, tuttavia, non termina con questo scopo ma ne ha un’altro più alto e universale: raccogliere sotto un solo capo, in Cristo, tutte le cose: tanto quelle che sono nel cielo, quanto quelle che sono sulla terra. Il riscatto non solo dell’uomo ma anche della creazione (al momento presente sottoposta a vanità non per sua volontà) è il proposito finale di Dio e lo è coinvolgendo in tutto questo Gesù Cristo. Dopo il suo sacrificio infatti egli è stato sovranamente innalzato e ora finalmente ogni cosa nel cielo o sulla terra può essere raccolta e rappresentata da lui secondo il decreto eterno: “Chiedimi, io ti darò in eredità le nazioni e in possesso le estremità della terra.”


4. ALLA FINE DEL TEMPO


Il pieno compimento di questo proposito eterno però non può che realizzarsi al termine del tempo, e anche in questo caso ci è utile affacciarsi alla fine così come descritta dalle Scritture. 


Non ci sarà più nulla di maledetto. Nella città vi sarà il trono di Dio e dell'Agnello; i suoi servi lo serviranno, vedranno la sua faccia e porteranno il suo nome scritto sulla fronte. Non ci sarà più notte; non avranno bisogno di luce di lampada, né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli.

Apocalisse di Giovanni 22:3-5 


La Nuova Gerusalemme, i nuovi cieli e la nuova terra saranno il coronamento di tutti i disegni di Dio e porteranno alla condizione di non aver bisogno del sole né nella notte. Nel linguaggio simbolico dell’Apocalisse gli astri celesti raffigurano proprio lo scorrere del tempo (cfr. la sottomissione del tempo da parte della Chiesa e Israele in 12:1) e la descrizione di questa assenza vuole descrivere di conseguenza in modo comprensibile qualcosa che per noi è incomprensibile: l’eternità. Laddove ci sarà solo Dio non ci sarà bisogno dell’alternanza giorno/notte né nella luce per contrastare le tenebre. Dio riempirà tutto in tutti (1 Cor. 15:28) e farà raggiungere finalmente a questa ri-creazione una dimensione astorica e atemporale, una condizione non più temporanea ma finalmente perfetta e benedetta in eterno. I decreti espressi nell’eternità prima del tempo e realizzati progressivamente nel corso del tempo ciascuno nel momento opportuno saranno a questo punto interamente realizzati e portati all’esistenza in una eternità successiva all’esistenza tempo. 


CONSIDERAZIONI FINALI


Nel percorso che abbiamo seguito abbiamo potuto evidenziare l’importanza dei decreti eterni di Dio, la loro esecuzione nel tempo attraverso la Saggezza - ossia Gesù Cristo in particolar modo prima della sua incarnazione - durante la creazione e nei tempi successivi. Un decreto particolare del Padre riguarda la scelta del Figlio per l’opera della salvezza e per l’ottenimento dal Padre ogni potenza, mentre un altro riguarda la salvezza dell’uomo attraverso tutto questo. Se il tempo ha uno scorrimento a volte contorto e a volte quasi anonimo, gli interventi di Dio non sono mai casuali ma al contrario determinati secondo la sua prescienza e attuati in momenti specifici nei quali fare la differenza. Questo accade nella storia nel mondo ma anche nella storia di ogni persona e, in particolar modo, nella storia personale di ogni credente. Per questo motivo ogni figlio di Dio deve avere piena fiducia nel controllo di Dio, nella bontà dei suoi piani e nella certezza delle rispettive esecuzioni al momento opportuno. Possiamo attraversare distrette e difficoltà, lutti e sofferenze, ma allo stesso tempo credere con sicurezza che Dio convertirà tutto questo in bene e nel nostro bene così come lo ha fatto con i patriarchi, con Mosè e con il popolo di Israele. Anche se non abbiamo risposta a tutti i “perché?” che possiamo avere, sicuramente abbiamo tutto il perdono, l’amore e l’accoglienza da parte di Dio in Cristo, per sua eterna e inoppugnabile volontà. 


Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono; e io do loro la vita eterna e non periranno mai e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti; e nessuno può rapirle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo uno».

Vangelo secondo Giovanni 10:27-30

domenica 30 settembre 2018

La parabola del fattore infedele (ma astuto)

Le ricchezze non servono a nulla nel giorno dell'ira,
ma la giustizia salva dalla morte.

 Proverbi 11:4 

Nel sedicesimo capitolo del Vangelo secondo Luca troviamo due importanti e ampie parabole che hanno come tema le ricchezze. Come considerazione di carattere generale, Leland Ryken osserva che:
"La parabola è un racconto breve e semplice, solitamente allegorico, che serve principalmente a insegnare e in seconda istanza a intrattenere."1
Questo era uno dei principali metodi di Gesù di insegnare, e spesso il significato e l'insegnamento delle parabole lo troviamo esplicitato in un secondo momento dai vangeli affinché il significato potesse essere compreso dai lettori nel modo migliore. 

In questo contesto vorrei condividere alcune riflessioni sulla prima parabola di questo capitolo. Ben lontano da una esaustiva esegesi critica, il mio desiderio è qui quello di poter definire almeno il senso principale della parabola in esame e le sue conseguenze nella vita quotidiana di ogni cristiano. 

Veniamo dunque ora alla lettura del testo:
Gesù diceva ancora ai suoi discepoli: «Un uomo ricco aveva un fattore, il quale fu accusato davanti a lui di sperperare i suoi beni. Egli lo chiamò e gli disse: "Che cos'è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché tu non puoi più essere mio fattore". Il fattore disse fra sé: "Che farò, ora che il padrone mi toglie l'amministrazione? Di zappare non sono capace; di mendicare mi vergogno. So quello che farò, perché qualcuno mi riceva in casa sua quando dovrò lasciare l'amministrazione". Fece venire uno per uno i debitori del suo padrone, e disse al primo: "Quanto devi al mio padrone?" Quello rispose: "Cento bati d'olio". Egli disse: "Prendi la tua scritta, siedi, e scrivi presto: cinquanta". Poi disse a un altro: "E tu, quanto devi?" Quello rispose: "Cento cori di grano". Egli disse: "Prendi la tua scritta, e scrivi: ottanta". E il padrone lodò il fattore disonesto perché aveva agito con avvedutezza; poiché i figli di questo mondo, nelle relazioni con quelli della loro generazione, sono più avveduti dei figli della luce. 

E io vi dico: fatevi degli amici con le ricchezze ingiuste; perché quando esse verranno a mancare, quelli vi ricevano nelle dimore eterne. 

Chi è fedele nelle cose minime, è fedele anche nelle grandi; e chi è ingiusto nelle cose minime, è ingiusto anche nelle grandi. Se dunque non siete stati fedeli nelle ricchezze ingiuste, chi vi affiderà quelle vere? E, se non siete stati fedeli nei beni altrui, chi vi darà i vostri? 

Nessun domestico può servire due padroni; perché o odierà l'uno e amerà l'altro, o avrà riguardo per l'uno e disprezzo per l'altro. Voi non potete servire Dio e Mammona».
Luca 16:1-13.
Come possiamo notare dalla lettura del brano, quest'ultimo si divide in due parti: la prima è composta dalla parabola in sé e la seconda da tre diversi detti di Gesù riguardanti proprio il tema delle ricchezze. 

Partendo dalla parabola possiamo rilevare già da una veloce lettura preliminare come ci siano due particolari eventi di specifico rilievo nel suo racconto: il primo è iniziale e riguarda l'infedeltà nella gestione amministrativa del fattore, mentre il secondo - e questo è il vero e proprio punto di svolta - riguarda la sua astuzia per evitare il peggio in seguito a un suo probabile licenziamento. Al termine della storia questo fattore viene lodato dal padrone non certo per la sua infedeltà ma piuttosto per la sua avvedutezza. È quest'ultima dunque il perno attorno al quale ruota tutta la storia e la chiave attraverso la quale poterne comprendere il senso. Il termine tradotto in questo modo è reso nell'originale greco con l'avverbio phronimōs, il cui significato è appunto: prudentemente, con saggezza.2 I discepoli di Gesù sono esortati quindi ad essere scaltri e agili nel volgere l'attuale situazione a proprio vantaggio proprio come questo fattore e, come chiarisce il primo detto successivo alla parabola, a farsi degli amici con le ricchezze ingiuste. A questo riguardo un primo significato può essere quello di investire dei soldi in modo saggio facendo delle elemosine a favore di coloro che, essendo nella distretta, sono amici di Dio; in modo che quando arriverà il Regno essi possano dare accoglienza nelle tende (come riporta l'originale termine skēnē) eterne. 

La parola skēnē evoca gli avvenimenti dell'esodo e del tabernacolo di Mosè, la cui associazione testuale del resto è evidente proprio nel secondo libro di Luca, nel contesto del discorso di Stefano. Leggiamo infatti:
I nostri padri avevano nel deserto la tenda della testimonianza, come aveva ordinato colui che aveva detto a Mosè di farla secondo il modello da lui veduto.
Atti 7:44
Ecco perciò che queste tende eterne della parabola possono essere comprese come il luogo della presenza di Dio, al pari del tabernacolo di Mosè. È da questo luogo che gli amici possono accogliere coloro che ascoltano Gesù e ubbidiscono a questo suo insegnamento. È in questo luogo che i poveri (in spirito) e i mansueti hanno la loro ricompensa (cfr. Mt. 5).

Il secondo detto di Gesù invece riprende il tema della fedeltà, e mette in guardia - al contrario - dal praticare una amministrazione infedele anche se in piccole cose. Una applicazione concreta poteva essere al tempo di Luca relativa ai credenti che nelle comunità avevano lo scopo di amministrarne i beni economici. Vediamo che l'assistenza alle vedove e ai bisognosi è un tema molto caro agli scritti lucani (cfr. Lc. 20:47, Atti 6:1) come al Nuovo Testamento nel suo insieme e non è inverosimile ipotizzare un accento particolare 1) sul dovere delle chiese di venire incontro bisogni degli indigenti e 2) al fatto che i soldi accumulati non venissero sperperati in opere inutili o fossero appropriati in modo indebito ma appunto utilizzati per questo scopo.

L'ultimo detto, infine, riguarda il fatto che così come non si possono avere due padroni, allo stesso modo non si può amare il denaro e servire Dio perché sono due realtà inconciliabili. L'amore per il denaro porta all'egoismo, all'ingiustizia sociale, alla perdita di qualsiasi scrupolo pur di accumulare nuovi patrimoni. Dio invece conduce alla considerazione dei bisogni del prossimo, alla giustizia e alla privazione di qualche bene personale pur di aiutare chi è in maggior difficoltà. Va da sé che questi due tipi di attitudini e comportamenti sono contrari l'uno all'altra e non possono in nessun modo coesistere. A noi dunque la scelta.

CONSIDERAZIONI FINALI

La parabola del fattore infedele o come sarebbe più opportuno chiamarla, del fattore astuto, ha come tema principale la gestione delle ricchezze.

Con questa parabola Gesù ci esorta principalmente a:


1) Essere saggi nell'amministrazione economica personale e, quando è il caso, in quella della comunità senza approfittarsi di nessuno per il proprio tornaconto ma al contrario aiutando economicamente coloro che sono in difficoltà. Questo comportamente viene lodato dal padrone della parabola anche se motivato da intenti egoistici. Questa è una "astuzia" positiva perché risulta un investimento in quello che nel Regno di Dio ha una durata eterna.

2) Evitare di amministrare le proprie risorse in modo infedele. Infatti la ricchezza di quaggiù è ben poca cosa rispetto a quella "vera" ossia a quella spirituale, che viene e verrà affidata da Dio solo a coloro che si dimostrano fedeli nelle piccole cose. 

3) Nella teoria così come nella pratica è impossibile essere affettivamente e avidamente coinvolti nella propria ricchezza e al contempo essere servi di Dio perché si può essere sottomessi solo all'uno o all'altro, in modo esclusivo.


Note:

[1] Leland Ryken, Le forme letterarie nella Bibbia, Edizioni GBU, Chieti, 2004, cit. p. 111.
[2] https://www.blueletterbible.org/lang/lexicon/lexicon.cfm?Strongs=G5430&t=KJV

domenica 4 febbraio 2018

Amare il prossimo: il secondo comandamento

Nota: questi sono gli appunti di un sermone predicato nella Missione Oikos di Como il 25 giugno 2017.

I farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si radunarono; e uno di loro, dottore della legge, gli domandò, per metterlo alla prova: «Maestro, qual è, nella legge, il gran comandamento?» Gesù gli disse: «"Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente". Questo è il grande e il primo comandamento. 
Il secondo, simile a questo, è: "Ama il tuo prossimo come te stesso". Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti».
Matteo 22:34-40


Settimana scorsa abbiamo visto leggendo questo brano che ai comandamenti di amare Dio e il prossimo sono "appesi" tutta la legge e i profeti, ossia è “appesa” tutta la Bibbia. Se non amiamo Dio e/o se non amiamo il prossimo, tutta la Bibbia cade, perché non applicata. Per questo motivo dobbiamo essere sempre vigili e attenti a vivere personalmente entrambe queste realtà. 

Se però settimana scorsa ci siamo concentrati sul comandamento di amare Dio, quest'oggi ci concentreremo invece sul secondo comandamento, che è appunto "Ama il tuo prossimo come te stesso". La prima domanda che ci possiamo fare è: chi è il nostro prossimo? Il nostro prossimo è chi ci è più vicino. Dio non ci comanda di amare genericamente tutta l'umanità, ma di amare chi ci è più vicino allo stesso modo di come amiamo noi stessi. Quindi i nostri genitori, i nostri fidanzati, le nostre fidanzate, mariti, mogli in primo luogo. Fratelli e sorelle della chiesa, amici, colleghi di lavoro in secondo luogo. E poi, tutte le altre persone che il Signore mette quotidianamente sulla nostra strada. Ognuna di queste persone infatti deve essere oggetto del nostro amore. Sulla base di questo comandamento cristiano, è possibile partire per innumerevoli riflessioni diverse. In questa occasione però vorrei vedere le implicazioni di questo insegnamento nel contesto della comunità cristiana, in modo biblico e pratico.

Sappiamo che l'apostolo Paolo ha scritto ai corinzi: Se avessi il dono di profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi tutta la fede in modo da spostare i monti, ma non avessi amore, non sarei nulla. Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire i poveri, se dessi il mio corpo a essere arso, e non avessi amore, non mi gioverebbe a niente (1 Cor. 13:2-3). Fermiamoci a riflettere: tutto questo non può che stupire! Paolo sta dicendo che se io avessi il dono profetico più alto del mondo ma non avessi amore (interesse, sensibilità) per chi mi è vicino, non sarei nulla. Se avessi fede tale da spostare i monti ma non avessi amore (cura, premura), non sarei nulla. Se vendessi tutti i miei beni e andassi per le vie della mia città ad aiutare i senzatetto ma dimenticando di essere presente e di aiuto per chi mi è più vicino....non sarei nulla. Questa considerazione è tremenda. E' la peggiore notizia che potessimo ricevere. Perché non c'è scampo: ogni aspetto della nostra vita personale agli occhi di Dio è promossa o bocciata non tanto per l'esercizio dei nostri talenti/doni personali o della nostra condotta pubblica, ma per un unico fattore: l'amore per chi ci è vicino. Al contrario, paradossalmente possiamo non avere un riconosciuto ministero ecclesiastico, possiamo non avere doni dello Spirito ma amando il nostro vicino possiamo essere approvati da Dio anche se siamo sconosciuti nella società. Dato questo fatto, diviene imperativo comprendere come possiamo identificare questo amore. Questa parola copre un'infinità di significati come sappiamo, ma oggi vorrei concentrarmi su poche chiare e pratiche linee guida che possono aiutarci a vivere nel migliore dei modi la nostra realtà di chiesa locale.

1) Dobbiamo prendere coscienza del fatto che siamo diversi. Abbiamo caratteri, lavori, formazioni scolastiche, hobby, gusti alimentari, età completamente diverse gli uni per gli altri. In ogni chiesa i membri sono eterogenei, e questo è normale. Se non avessimo lo stesso amore per Dio (primo requisito) forse non ci saremmo mai neanche incontrati, figuriamoci aver stretto amicizie! Pensiamoci bene: è così. Quello che abbiamo in comune non sono gusti, ma è la stessa fede e lo stesso vibrante amore per Dio. Quando siamo focalizzati su di lui, soprattutto in preghiera, ogni cosa si dissolve e pur essendo molti in realtà siamo UNO. Quando però consideriamo le scelte personali degli altri, i comportamenti degli altri, le idee degli altri....non solo torniamo ad essere numerosi ma facciamo anche scintille ad ogni dialogo! E anche questo è normale:  
 
Il ferro forbisce il ferro; 
così un uomo ne forbisce un altro. 
Proverbi 27:17  

Le asperità dei caratteri si smussano vicendevolmente. Ma dobbiamo imparare a sottomettere i nostri caratteri al carattere di Cristo che è già in noi, e che con fatica sta cercando di venire fuori. Se tutti ci impegniamo in questo, litigheremo e discuteremo, ma ci chiariremo sempre, e ci sosterremo realmente come fratelli e come sorelle, come una famiglia. 

2) Si, ma oltre che andare in preghiera davanti al Signore nei momenti di conflitti, cosa possiamo fare di pratico per venirci incontro? Tre cose: dialogare, ascoltare attivamente, comprendere l'altro.

A) Il dialogo. Sapete, il dialogo è l'arte più difficile di questo mondo. Noi siamo abituati a parlare tanto senza dire niente. Ci sentiamo a disagio ad esprimere quali sono i nostri reali punti deboli o le nostre battaglie personali, perché dicendole a qualcuno ci rendiamo vulnerabili. Non è possibile di punto in bianco confidare tutti i segreti del nostro cuore a chi è seduto al nostro fianco, ma possiamo senza dubbio impegnarci a conquistare la confidenza dell'altro con la nostra fedeltà, e a esporci, per permettere agli altri di capire la nostra situazione (Salmo 15:2, dire la verità all'altro, come la si ha nel cuore).

B) L'ascolto attivo.  Vi è mai successo di parlare con qualcuno che palesemente aspetta solo che voi finiate per iniziare a dire lui quello che ha in mente? E' spiacevole. Ma a livelli diversi è un'attitudine dentro ciascuno di noi, perché ciascuno di noi vuole essere protagonista. Hanno costruito  Internet 2.0 proprio su questo concetto! Tutti vogliono esprimere il proprio pensiero, anche sopra quello degli altri. Ma Dio ci chiama a dare agli altri attenzione. Ad ascoltare attivamente quello che il prossimo ci sta dicendo, rinunciando a parlare con chi ci è più gradito in quel momento, rinunciando al cellulare, rinunciando ad andare a casa subito dopo la celebrazione domenicale. E' un sacrificio. Ma essere sacrifici viventi, santi e graditi a Dio significa anche questo. Ascoltiamo con interesse e scopriremo i tesori nei cuori dell'altro (Giacomo 1:19 lenti a parlare, lenti all'ira ma sempre pronti all'ascolto).

C) La comprensione. Se impariamo a dialogare e ad ascoltare meglio, impareremo anche a comprendere meglio l'altro. Comprenderlo non vuol dire giustificare i suoi errori o peccati, ma capire le sue difficoltà e spesso anche le circostanze che hanno portato a determinati errori o offese. Imparare a metterci “nei panni degli altri” è una risorsa utile e preziosa per ogni cristiano, perché riduce il giudizio, i sentimenti di superiorità e promuove invece la solidarietà di Cristo. Dopo aver compreso l'altro si può aiutarlo. Anche solo ad esprimere la nostra vicinanza a parole, o con piccoli gesti. E questo fa la differenza.
 
3) Avere aspettative sobrie sulle altre persone. Spesso abbiamo determinate aspettative sulle altre persone senza neanche informarle dei nostri pensieri e senza capire il loro punto di vista. E quando queste vengono disattese, ne siamo frustrati. Ebbene, non possiamo demandare tutto al fatto che l'altra persona “ci deve arrivare da sola”, perché sulla base di questo motto sono finite le migliori relazioni. 
 
La speranza insoddisfatta fa languire il cuore,
ma il desiderio realizzato è un albero di vita.
Proverbi 13:12  
 
E' necessario esporci, condividere cosa ci aspettiamo dagli altri in modo che lo sappiano, e capire qual è la situazione dell'altra persona e se può o meno realizzare la nostra aspettativa. Ci accorgeremo che non è sempre così, e in questo caso non dobbiamo cadere nel tranello dell'accusa. Se l'altra persona non può darci quello che ci aspettiamo, prendiamone atto senza recriminare. E' così e basta, senza cattiveria. Non possiamo mettere in croce l'altro per lacune e mancanze, per un semplice fatto: Cristo è già stato messo in croce proprio per quelle lacune e mancanze. Così come per le mie. Quindi prendiamone atto, senza giudicare o accusare: siamo tutti “work in progress” per il Signore.

4) Perdoniamoci a vicenda, perché questo è l'unico modo in cui poter vivere in famiglia. E ogni chiesa locale è una famiglia.

Sopportatevi gli uni gli altri e perdonatevi a vicenda, se uno ha di che dolersi di un altro. Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi.
Colossesi 3:13 

Non giudicate, e non sarete giudicati; non condannate, e non sarete condannati; perdonate, e vi sarà perdonato.
Luca 6:37 

Ma se voi non perdonate agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.
Matteo 6:15 

Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate; affinché il Padre vostro, che è nei cieli, vi perdoni le vostre colpe.
Marco 11:25  

Queste condizioni sono il nostro essere chiesa. Non possiamo partire che da qui, e non possiamo tornare che qui. La famiglia spirituale nella quale siamo è la casa del Signore e noi dobbiamo preservarla al meglio delle nostra possibilità. Essa è la famiglia che il Signore onora con la sua presenza, è la casa nella quale voglio e vogliamo abitare.
 
E se vi sembra sbagliato servire il SIGNORE, scegliete oggi chi volete servire: o gli dèi che i vostri padri servirono di là dal fiume o gli dèi degli Amorei, nel paese dei quali abitate; quanto a me e alla casa mia, serviremo il SIGNORE».
Giosuè 24:15  
 
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