Archivio blog

Cerca nel blog

Visualizzazione post con etichetta Ecclesiologia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ecclesiologia. Mostra tutti i post

domenica 4 febbraio 2018

Amare il prossimo: il secondo comandamento

Nota: questi sono gli appunti di un sermone predicato nella Missione Oikos di Como il 25 giugno 2017.

I farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si radunarono; e uno di loro, dottore della legge, gli domandò, per metterlo alla prova: «Maestro, qual è, nella legge, il gran comandamento?» Gesù gli disse: «"Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente". Questo è il grande e il primo comandamento. 
Il secondo, simile a questo, è: "Ama il tuo prossimo come te stesso". Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti».
Matteo 22:34-40


Settimana scorsa abbiamo visto leggendo questo brano che ai comandamenti di amare Dio e il prossimo sono "appesi" tutta la legge e i profeti, ossia è “appesa” tutta la Bibbia. Se non amiamo Dio e/o se non amiamo il prossimo, tutta la Bibbia cade, perché non applicata. Per questo motivo dobbiamo essere sempre vigili e attenti a vivere personalmente entrambe queste realtà. 

Se però settimana scorsa ci siamo concentrati sul comandamento di amare Dio, quest'oggi ci concentreremo invece sul secondo comandamento, che è appunto "Ama il tuo prossimo come te stesso". La prima domanda che ci possiamo fare è: chi è il nostro prossimo? Il nostro prossimo è chi ci è più vicino. Dio non ci comanda di amare genericamente tutta l'umanità, ma di amare chi ci è più vicino allo stesso modo di come amiamo noi stessi. Quindi i nostri genitori, i nostri fidanzati, le nostre fidanzate, mariti, mogli in primo luogo. Fratelli e sorelle della chiesa, amici, colleghi di lavoro in secondo luogo. E poi, tutte le altre persone che il Signore mette quotidianamente sulla nostra strada. Ognuna di queste persone infatti deve essere oggetto del nostro amore. Sulla base di questo comandamento cristiano, è possibile partire per innumerevoli riflessioni diverse. In questa occasione però vorrei vedere le implicazioni di questo insegnamento nel contesto della comunità cristiana, in modo biblico e pratico.

Sappiamo che l'apostolo Paolo ha scritto ai corinzi: Se avessi il dono di profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi tutta la fede in modo da spostare i monti, ma non avessi amore, non sarei nulla. Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire i poveri, se dessi il mio corpo a essere arso, e non avessi amore, non mi gioverebbe a niente (1 Cor. 13:2-3). Fermiamoci a riflettere: tutto questo non può che stupire! Paolo sta dicendo che se io avessi il dono profetico più alto del mondo ma non avessi amore (interesse, sensibilità) per chi mi è vicino, non sarei nulla. Se avessi fede tale da spostare i monti ma non avessi amore (cura, premura), non sarei nulla. Se vendessi tutti i miei beni e andassi per le vie della mia città ad aiutare i senzatetto ma dimenticando di essere presente e di aiuto per chi mi è più vicino....non sarei nulla. Questa considerazione è tremenda. E' la peggiore notizia che potessimo ricevere. Perché non c'è scampo: ogni aspetto della nostra vita personale agli occhi di Dio è promossa o bocciata non tanto per l'esercizio dei nostri talenti/doni personali o della nostra condotta pubblica, ma per un unico fattore: l'amore per chi ci è vicino. Al contrario, paradossalmente possiamo non avere un riconosciuto ministero ecclesiastico, possiamo non avere doni dello Spirito ma amando il nostro vicino possiamo essere approvati da Dio anche se siamo sconosciuti nella società. Dato questo fatto, diviene imperativo comprendere come possiamo identificare questo amore. Questa parola copre un'infinità di significati come sappiamo, ma oggi vorrei concentrarmi su poche chiare e pratiche linee guida che possono aiutarci a vivere nel migliore dei modi la nostra realtà di chiesa locale.

1) Dobbiamo prendere coscienza del fatto che siamo diversi. Abbiamo caratteri, lavori, formazioni scolastiche, hobby, gusti alimentari, età completamente diverse gli uni per gli altri. In ogni chiesa i membri sono eterogenei, e questo è normale. Se non avessimo lo stesso amore per Dio (primo requisito) forse non ci saremmo mai neanche incontrati, figuriamoci aver stretto amicizie! Pensiamoci bene: è così. Quello che abbiamo in comune non sono gusti, ma è la stessa fede e lo stesso vibrante amore per Dio. Quando siamo focalizzati su di lui, soprattutto in preghiera, ogni cosa si dissolve e pur essendo molti in realtà siamo UNO. Quando però consideriamo le scelte personali degli altri, i comportamenti degli altri, le idee degli altri....non solo torniamo ad essere numerosi ma facciamo anche scintille ad ogni dialogo! E anche questo è normale:  
 
Il ferro forbisce il ferro; 
così un uomo ne forbisce un altro. 
Proverbi 27:17  

Le asperità dei caratteri si smussano vicendevolmente. Ma dobbiamo imparare a sottomettere i nostri caratteri al carattere di Cristo che è già in noi, e che con fatica sta cercando di venire fuori. Se tutti ci impegniamo in questo, litigheremo e discuteremo, ma ci chiariremo sempre, e ci sosterremo realmente come fratelli e come sorelle, come una famiglia. 

2) Si, ma oltre che andare in preghiera davanti al Signore nei momenti di conflitti, cosa possiamo fare di pratico per venirci incontro? Tre cose: dialogare, ascoltare attivamente, comprendere l'altro.

A) Il dialogo. Sapete, il dialogo è l'arte più difficile di questo mondo. Noi siamo abituati a parlare tanto senza dire niente. Ci sentiamo a disagio ad esprimere quali sono i nostri reali punti deboli o le nostre battaglie personali, perché dicendole a qualcuno ci rendiamo vulnerabili. Non è possibile di punto in bianco confidare tutti i segreti del nostro cuore a chi è seduto al nostro fianco, ma possiamo senza dubbio impegnarci a conquistare la confidenza dell'altro con la nostra fedeltà, e a esporci, per permettere agli altri di capire la nostra situazione (Salmo 15:2, dire la verità all'altro, come la si ha nel cuore).

B) L'ascolto attivo.  Vi è mai successo di parlare con qualcuno che palesemente aspetta solo che voi finiate per iniziare a dire lui quello che ha in mente? E' spiacevole. Ma a livelli diversi è un'attitudine dentro ciascuno di noi, perché ciascuno di noi vuole essere protagonista. Hanno costruito  Internet 2.0 proprio su questo concetto! Tutti vogliono esprimere il proprio pensiero, anche sopra quello degli altri. Ma Dio ci chiama a dare agli altri attenzione. Ad ascoltare attivamente quello che il prossimo ci sta dicendo, rinunciando a parlare con chi ci è più gradito in quel momento, rinunciando al cellulare, rinunciando ad andare a casa subito dopo la celebrazione domenicale. E' un sacrificio. Ma essere sacrifici viventi, santi e graditi a Dio significa anche questo. Ascoltiamo con interesse e scopriremo i tesori nei cuori dell'altro (Giacomo 1:19 lenti a parlare, lenti all'ira ma sempre pronti all'ascolto).

C) La comprensione. Se impariamo a dialogare e ad ascoltare meglio, impareremo anche a comprendere meglio l'altro. Comprenderlo non vuol dire giustificare i suoi errori o peccati, ma capire le sue difficoltà e spesso anche le circostanze che hanno portato a determinati errori o offese. Imparare a metterci “nei panni degli altri” è una risorsa utile e preziosa per ogni cristiano, perché riduce il giudizio, i sentimenti di superiorità e promuove invece la solidarietà di Cristo. Dopo aver compreso l'altro si può aiutarlo. Anche solo ad esprimere la nostra vicinanza a parole, o con piccoli gesti. E questo fa la differenza.
 
3) Avere aspettative sobrie sulle altre persone. Spesso abbiamo determinate aspettative sulle altre persone senza neanche informarle dei nostri pensieri e senza capire il loro punto di vista. E quando queste vengono disattese, ne siamo frustrati. Ebbene, non possiamo demandare tutto al fatto che l'altra persona “ci deve arrivare da sola”, perché sulla base di questo motto sono finite le migliori relazioni. 
 
La speranza insoddisfatta fa languire il cuore,
ma il desiderio realizzato è un albero di vita.
Proverbi 13:12  
 
E' necessario esporci, condividere cosa ci aspettiamo dagli altri in modo che lo sappiano, e capire qual è la situazione dell'altra persona e se può o meno realizzare la nostra aspettativa. Ci accorgeremo che non è sempre così, e in questo caso non dobbiamo cadere nel tranello dell'accusa. Se l'altra persona non può darci quello che ci aspettiamo, prendiamone atto senza recriminare. E' così e basta, senza cattiveria. Non possiamo mettere in croce l'altro per lacune e mancanze, per un semplice fatto: Cristo è già stato messo in croce proprio per quelle lacune e mancanze. Così come per le mie. Quindi prendiamone atto, senza giudicare o accusare: siamo tutti “work in progress” per il Signore.

4) Perdoniamoci a vicenda, perché questo è l'unico modo in cui poter vivere in famiglia. E ogni chiesa locale è una famiglia.

Sopportatevi gli uni gli altri e perdonatevi a vicenda, se uno ha di che dolersi di un altro. Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi.
Colossesi 3:13 

Non giudicate, e non sarete giudicati; non condannate, e non sarete condannati; perdonate, e vi sarà perdonato.
Luca 6:37 

Ma se voi non perdonate agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.
Matteo 6:15 

Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate; affinché il Padre vostro, che è nei cieli, vi perdoni le vostre colpe.
Marco 11:25  

Queste condizioni sono il nostro essere chiesa. Non possiamo partire che da qui, e non possiamo tornare che qui. La famiglia spirituale nella quale siamo è la casa del Signore e noi dobbiamo preservarla al meglio delle nostra possibilità. Essa è la famiglia che il Signore onora con la sua presenza, è la casa nella quale voglio e vogliamo abitare.
 
E se vi sembra sbagliato servire il SIGNORE, scegliete oggi chi volete servire: o gli dèi che i vostri padri servirono di là dal fiume o gli dèi degli Amorei, nel paese dei quali abitate; quanto a me e alla casa mia, serviremo il SIGNORE».
Giosuè 24:15  
 

martedì 22 novembre 2016

Vi è un corpo solo

Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete far nulla.
Giovanni 15:5
Nel Nuovo Testamento troviamo molti insegnamenti riguardanti la Chiesa, tanto nei Vangeli, quanto negli Atti degli Apostoli, nelle lettere di Paolo e in quelle Cattoliche, ed infine nell'Apocalisse di Giovanni. La Confessione di fede riformata di Westminster, nel suo venticinquesimo capitolo1, riassume con queste parole gli insegnamenti biblici a riguardo:
1. La chiesa cattolica o universale, la quale è invisibile, è composta dal numero completo degli eletti che sono stati, che sono, e che saranno raccolti insieme in unità, sotto Cristo, il Suo Capo. Essa è la sposa, il corpo, il compimento di Colui che porta a compimento ogni cosa in tutti.
2. La chiesa visibile, la quale sotto l'Evangelo è pure cattolica o universale cioè non confinata ad una nazione come sotto la legge, consiste di tutti coloro che, nel mondo intero professano la vera religione, insieme ai loro figlioli. E' il regno del Signore Gesù Cristo, la casa e la famiglia di Dio, al di fuori dalla quale non v'è nessuna ordinaria possibilità di salvezza.
3. A questa chiesa cattolica e visibile Cristo ha dato il ministero, gli oracoli, e le ordinanze di Dio, per il radunamento e la perfezione dei santi in questa vita fino alla fine del mondo; e per mezzo della propria presenza e del Suo Spirito, secondo la sua promessa, Egli li rende efficaci.
4. Questa chiesa cattolica è stata a volte più, a volte meno, visibile e le chiese particolari, membri di essa, sono più o meno pure a seconda della misura in cui la dottrina dell'Evangelo viene insegnato ed abbracciato, le ordinanze amministrate ed il culto pubblico celebrato con più o meno purezza
5. Le chiese più pure sotto il cielo sono soggette a contaminazione e ad errore; alcune sono degenerate al punto da non essere più chiese di Cristo, ma sinagoghe di Satana. Ciononostante vi sarà sempre sulla terra una chiesa per rendere culto a Dio secondo la sua volontà.
6. Non v'è altro capo della chiesa se non il Signore Gesù Cristo. Il Papa di Roma non può essere in alcun senso il capo della chiesa, ma è l'anticristo, quell'uomo di peccato e figliolo di perdizione, il quale si innalza nella chiesa contro Cristo, e contro tutto quello che è chiamato Dio.
Come affermato esplicitamente, la Chiesa è composta da tutti i credenti che sono raccolti in unità sotto Cristo. Essa è la sposa di Cristo. Essa è il corpo di Cristo, e Cristo ne è il suo naturale capo. Quest'ultima concezione è ben esposta in particolare nelle lettere dell'apostolo Paolo. La Lettera agli Efesini, tradizionalmente attribuita proprio a Paolo nel tempo della sua prigionia romana (62 d.C.), tratta a sua volta l'argomento da una importante prospettiva specifica, che è possibile cogliere volgendo lo sguardo per un momento allo schema d'insieme di questa epistola2:
  • Introduzione epistolare (1:1-23)
  • Le basi del cristianesimo: dalla morte alla vita (2:1-22)
  • Il ministero apostolico (3:1-21)
  • Esortazione generale: la risposta cristiana (4:1-5:20)
  • Esortazioni particolari: la famiglia cristiana (5:21-6:9)
  • Conclusione della lettera (6:10-24)    
Proprio nella sezione centrale dedicata alla risposta cristiana, troviamo un'esortazione generale di ampio respiro che definisce degli aspetti fondamentali della Chiesa. L'apertura del brano in questione è il seguente: 

Io dunque, il prigioniero del Signore, vi esorto a comportarvi in modo degno della vocazione che vi è stata rivolta, con ogni umiltà e mansuetudine, con pazienza, sopportandovi gli uni gli altri con amore, sforzandovi di conservare l'unità dello Spirito con il vincolo della pace.
Efesini 4:1-3
   
 
La preoccupazione dell'apostolo era la condotta dei membri di questa chiesa locale, nei loro rapporti interpersonali. Sopra ogni credente c'era una chiamata da parte del Signore ed è proprio in riferimento a questa chiamata che Paolo inizia il suo appello. L'esortazione iniziale infatti è quella di comportarsi in modo degno della vocazione che è stata rivolta da Dio a ciascuno di loro. La Chiesa infatti inizia e continua la sua vita comunitaria con la chiamata sovrana di Dio rivolta a singole persone. Persone che vivono l'esperienza della nuova nascita (o, più correttamente, della nascita dall'alto). Questa è la prima e fondamentale esperienza che accomuna tutti i credenti, tanto nella chiesa locale quanto in quella universale. Lo Spirito Santo convince di peccato, manifesta la presenza di Dio e, grazie al sacrificio di Cristo, porta alla riconciliazione le singole persone con il Padre celeste. E in virtù di questa divina elezione e salvezza, ogni credente entra in questa famiglia spirituale venendo esortato a comportarsi in modo degno, ossia in modo umile, mansueto e paziente. Ogni cristiano è chiamato ad avere il sentimento di Cristo (Fili. 2:5), indicando con questo non un sentimentalismo particolare ma un'attitudine: l'attitudine di Gesù Cristo, il quale pur essendo in forma di Dio spogliò sé stesso facendosi ubbidiente fino alla morte. Ogni cristiano deve contribuire con il proprio sforzo volto a conservare l'unità dello Spirito con il vincolo della pace. Lo Spirito Santo crea e promuove l'unità dei credenti, ma essi devono collaborare nel perseguimento di questo santo obiettivo, assicurandosi che sia sempre vincolato con la pace. D'altra parte, l'unità dello Spirito decade spontaneamente nei confronti di chi si comporta in modo ostinatamente ribelle allo Spirito stesso (1 Cor. 5:11, 1 Gv. 2:19). L'esortazione che troviamo nella lettera poi continua, presentando altre importanti motivazioni che stanno alla base di questa unità. Di seguito la prima, oggetto di questo approfondimento:

Vi è un corpo solo [...]
Efesini 4:4

C'è un solo sōma, un solo corpo. Per quanto esistano diverse comunità locali in diverse città, per quanto esistano diverse denominazioni cristiane con diverse sfumature dottrinali (ma un'unica fede fondamentale), la Chiesa è una sola: è un unico corpo, il corpo di Cristo. Spiritualmente non esistono diversi corpi, esiste un corpo solo, ben collegato e ben unito al capo. Pertanto l'unica possibilità che esiste è quella di essere parte o non essere parte di questo corpo. Per Paolo questa è molto più di un'immagine: è una vera e propria realtà spirituale.3 

Importante a questo riguardo è anche l'insegnamento di Gesù nel Vangelo secondo Giovanni al c.15, dove egli si paragona assieme ai discepoli ad una vite con i suoi tralci. La vite come popolo di Dio è una concezione che risale all'Antico Testamento (cfr. Is. 5), ma è nel Salmo 80 che troviamo per la prima volta una associazione tra la vite e il Figlio dell'uomo:

O Dio degli eserciti, ritorna;
guarda dal cielo, e vedi, e visita questa vigna;
proteggi quel che la tua destra ha piantato,
e il germoglio che hai fatto crescere forte per te.

Essa è arsa dal fuoco, è recisa;
il popolo perisce alla minaccia del tuo volto.

Sia la tua mano sull'uomo della tua destra,
sul figlio dell'uomo che hai reso forte per te,

e noi non ci allontaneremo da te.
Facci rivivere, e noi invocheremo il tuo nome. 

Salmi 80:14-18


Il Figlio dell'uomo è forte perché inviato dal Padre, con lo scopo di riavvicinare Dio al suo popolo. Il ministero di Cristo ha permesso questo riavvicinamento, anche se nel tempo presente un indurimento si è prodotto in una parte di Israele, e si manterrà finché non sia salvata la totalità delle persone (elette) di origine non ebraica (Rom. 11:25). Il corpo di Cristo in quanto popolo di Dio, infatti, è tale grazie allo Spirito Santo, ma in virtù del fondamento costituito dall'unico evento storico della croce.4 E' solo attraverso la fede in questo evento e nella persona di Gesù che avviene l'ammissione nella famiglia di Dio (cfr. Ef. 2). L'unità è sotto un solo capo. La corretta comprensione di questa unità è determinante per il giusto comportamento di ogni cristiano nella propria comunità e per il comportamento di ogni comunità locale nei confronti delle altre. Le divisioni e le sètte sono opere della carne (Gal. 5:20), sono opere che sorgono in modo naturale a causa della natura decaduta dell'uomo, ma devono essere sottomesse nella volontà dei credenti attraverso lo Spirito Santo e il rinnovamento della propria mente (Rom. 12:2). Alla fine del I secolo, la comunità di Roma scrisse una lettera a quella di Corinto a causa delle sue divisioni, constatando la seguente situazione:

Ogni onore e abbondanza vi erano stati concessi e si era compiuto ciò che fu scritto: "Il diletto mangiò e bevve, si fece largo e si ingrassò e recalcitrò". Di qui gelosia e invidia, contesa e sedizione, persecuzione e disordine, guerra e prigionia. Così si ribellarono i disonorati contro gli stimati, gli oscuri contro gli illustri, i dissennati contro i saggi, i giovani contro i vecchi. Per questo si sono allontanate la giustizia e la pace, in quanto ognuno ha abbandonato il timore di Dio ed ha oscurato la sua fede; non cammina secondo i comandamenti divini, non si comporta come conviene a Cristo, ma procede secondo le passioni del suo cuore malvagio, in preda alla gelosia ingiusta ed empia attraverso la quale anche "la morte venne nel mondo".
Prima Lettera di Clemente ai Corinzi, c.3

Le passioni le cuore malvagio devono essere fatte morire, così come tutto ciò che è terreno: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e cupidigia, che è idolatria (Col. 3:5). La gelosia deve essere fatta morire, e tutto questo è possibile unicamente mediante lo Spirito (Rm. 8:13), lo stesso Spirito che unisce la Chiesa in sé stessa e con il suo capo. Questo è il tipo di unità del corpo, un'unità non di idee o di intenti ma, come afferma Paolo stesso, un'unità che è dello Spirito.
CONSIDERAZIONI FINALI

L'apostolo Paolo nella Lettera agli Efesini5 esorta questa comunità nella seconda metà del I secolo a mantenere l'unità dello Spirito con il vincolo della pace. Successivamente, egli descrive le caratteristiche fondanti di questa unità, tra i quali la prima è quella dell'unicità del corpo. Vi è infatti un corpo solo: un unico corpo di Cristo che è formato da tutti i veri credenti che sono in comunione con il Signore glorificato. Non ci sono altre possibilità, pertanto è d'obbligo mantenere una buona comunione oltre con il Signore anche con gli altri fratelli e le altre sorelle poiché, volenti o no, l'unione spirituale con loro c'è, e resta. Coloro che si palesano nella loro apostasia e/o nel loro ostinato peccato contro lo Spirito Santo sono esclusi da questa unione, a causa della loro stessa condotta e volontà. Il settarismo e la divisione sono opere della carne e quindi vanno sottomessi allo Spirito in modo da crescere nella santificazione e nella volontà del Signore. In questo modo la Chiesa può edificarsi continuamente pregando mediante lo Spirito, conservandosi nell'amore di Dio e attendendo la misericordia del Signore Gesù Cristo che si manifesterà definitivamente con il suo ritorno, con la risurrezione dei morti e con la vita eterna (Gd. 20,21). Per la gloria di Dio.



Note:

[1] Fonte
[2] Jordi Sanchez Bosh, Scritti Paolini, Paideia, pp. 330-331.
[3] Horst Balz, Gerhard Schneider, Dizionario esegetico del Nuovo Testamento, Paideia, II 1541. 
[4] Id. Ibid. II 1543. 
[5] ...O un suo discepolo, secondo la moderna critica biblica. Anche prendendo in considerazione la pseudoepigrafia della lettera, non cambia nessuno dei ragionamenti teologici affrontati in questo approfondimento. Da un punto di vista cristiano, infatti, il testo è in ogni caso ispirato dallo Spirito Santo e pienamente Parola di Dio. Da un punto di vista letterario, invece, nel caso fosse stata scritta da un discepolo di Paolo lo stile teologico sarebbe ampiamente ricondotto al pensiero dell'apostolo e in accordo con quanto presente nelle lettere considerate come certamente autentiche. Per approfondimenti: Jordi Sanchez Bosh, Scritti Paolini, Paideia, pp. 341-355.    

lunedì 20 giugno 2016

L'ultimo viaggio a Gerusalemme

Badate a voi stessi! Vi consegneranno ai tribunali, sarete battuti nelle sinagoghe, sarete fatti comparire davanti a governatori e re, per causa mia, affinché ciò serva loro di testimonianza. E prima bisogna che il vangelo sia predicato fra tutte le genti.
Marco 13:9,10 

INTRODUZIONE

Il Vangelo secondo Luca e il libro degli Atti degli Apostoli sono considerati dalla maggior parte degli esegeti come opere che formano una vera e propria unità1. Entrambi i testi hanno un carattere narrativo, presentando l'azione di Gesù e di alcune comunità della prima generazione cristiana come capitoli di un'unica storia, per cui la seconda parte inizia col riassumere quanto detto nella prima come base per la continuazione del racconto2. ll Vangelo inizia a descrivere l'annuncio della nascita di Gesù in Galilea, continua nella sua narrazione in Giudea per arrivare al fulcro del racconto della passione di Cristo avvenuta a Gerusalemme. Il libro degli Atti prosegue invertendo la direzione: i discepoli si riuniscono per Pentecoste a Gerusalemme, iniziano qui la testimonianza ma presto raggiungono il resto della Giudea, i popoli limitrofi ed infine "l'estremità della terra", rappresentata da Roma. Il cuore di entrambi risiede nella morte e risurrezione di Gesù Cristo a Gerusalemme: tutto il Vangelo conduce a questo momento e l'intero libro degli Atti racconta gli avvenimenti che hanno avuto luogo grazie a questo evento. 

La struttura fondamentale degli Atti degli Apostoli è delineata in due blocchi principali: il primo costituito dai capp. 1-12, nei quali troviamo la formazione ed il consolidamento della chiesa di Gerusalemme sotto la guida di Pietro, Giovanni e Giacomo, ed il secondo blocco delimitato dai capitoli 13-28, dove viene raccontata l'attività di Paolo3. Questa seconda parte è, a sua volta, suddivisa a livello letterario in tre sezioni: 

- la prima con il primo viaggio missionario di Paolo e Barnaba (13:1-15:35),
- la seconda con la grande missione di Paolo in tutto l'Oriente, culminante ad Efeso (15:36-19:22),
- la terza (19:23-28:31) con Paolo incatenato prima "in Spirito" nel viaggio da Efeso fino a Gerusalemme, e poi materialmente nel viaggio verso Roma4.   

Il secondo ed il terzo viaggio missionario, quindi, sono descritti senza soluzione di continuità. All'inizio del secondo viaggio troviamo il desiderio di Paolo di andare ad Efeso, un desiderio impedito momentaneamente da parte dello Spirito Santo (16:6). Per questo motivo l'apostolo diresse altrove i suoi passi in ubbidienza a Dio, continuando a svolgere il suo ministero fondando le chiese di Filippi, Tessalonica e Corinto. Solo dopo questi successi egli potè raggiungere finalmente la capitale della provincia romana d'Asia, portando anche qui la testimonianza del Vangelo ed istruendo meglio i discepoli già presenti. Successivamente il testo esplicita il desiderio di Paolo di andare a Gerusalemme, passando per la Macedonia e per l'Acaia. «Dopo essere stato là», diceva, «bisogna che io veda anche Roma». Durante questo ultimo viaggio verso Gerusalemme, l'apostolo tornò a confortare i fratelli in Grecia e in Macedonia. Tuttavia, è proprio qui che possiamo intravedere i primi segni di preoccupazione, che da lì a poco sarebbero stati descritti come la consapevolezza che stavano per attenderlo catene e tribolazioni. Dalla Macedonia giunse in Grecia, e dalla Grecia giunse a Troas.

Il primo giorno della settimana, mentre eravamo riuniti per spezzare il pane, Paolo, dovendo partire il giorno seguente, parlava ai discepoli, e prolungò il discorso fino a mezzanotte. Nella sala di sopra, dov'eravamo riuniti, c'erano molte lampade; un giovane di nome Eutico, che stava seduto sul davanzale della finestra, fu colto da un sonno profondo, poiché Paolo tirava in lungo il suo dire; egli, sopraffatto dal sonno, precipitò giù dal terzo piano, e venne raccolto morto. Ma Paolo scese, si gettò su di lui e, abbracciatolo, disse: «Non vi turbate, perché la sua anima è in lui». Poi risalì, spezzò il pane e prese cibo; e dopo aver ragionato lungamente sino all'alba, partì. Il giovane fu ricondotto vivo, ed essi ne furono oltremodo consolati. 
Atti 20:7-12 

Dal testo capiamo che questa lunghezza di esposizione non era la normalità, e che l'apostolo si era prolungato più del solito. Interpretando questo dato alla luce del contesto precedente e successivo, non possiamo evitare di comprenderlo come un'urgente necessità di istruire questi discepoli nel modo più completo possibile, intuendo che probabilmente non avrebbe più avuto alcuna altra occasione per farlo. Persino la morte del giovane Eutico perde la sua drammaticità a causa della risurrezione avvenuta in modo miracoloso per mezzo di Paolo, in modo simile a quanto accaduto grazie al profeta Eliseo nell'Antico Testamento (2 Re 4:34). Dopo quest'opera potente, Paolo rimase con questi fratelli, ragionando lungamente sino all'alba. Non conosciamo l'argomento di questi ragionamenti, ma possiamo immaginarlo sulla base di un "ultimo discorso" che l'apostolo avrebbe fatto da lì a breve. All'alba, infatti, Paolo si diresse ad Asso, poi a Mitilene, a Samo e a Mileto. Per non perdere tempo ed arrivare in fretta a Gerusalemme, egli mandò a chiamare gli anziani della chiesa di Efeso (20:17), che arrivarono proprio a Mileto per ascoltare l'ultimo discorso dell'apostolo. Un discorso di congedo dai responsabili della chiesa di Efeso, che prende però il sapore di un congedo molto più generale, un ultimo discorso esteso a tutte le comunità che aveva portato alla luce in questi anni così intensi. 

L'ULTIMO DISCORSO


















Quando giunsero da lui, disse loro:
«Voi sapete in quale maniera, dal primo giorno che giunsi in Asia, mi sono sempre comportato con voi, servendo il Signore con ogni umiltà, e con lacrime, tra le prove venutemi dalle insidie dei Giudei; e come non vi ho nascosto nessuna delle cose che vi erano utili, e ve le ho annunciate e insegnate in pubblico e nelle vostre case, e ho avvertito solennemente Giudei e Greci di ravvedersi davanti a Dio e di credere nel Signore nostro Gesù Cristo.

Ed ecco che ora, legato dallo Spirito, vado a Gerusalemme, senza sapere le cose che là mi accadranno. So soltanto che lo Spirito Santo in ogni città mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni. Ma non faccio nessun conto della mia vita, come se mi fosse preziosa, pur di condurre a termine la mia corsa e il servizio affidatomi dal Signore Gesù, cioè di testimoniare del vangelo della grazia di Dio. E ora, ecco, io so che voi tutti fra i quali sono passato predicando il regno, non vedrete più la mia faccia. Perciò io dichiaro quest'oggi di essere puro del sangue di tutti; perché non mi sono tirato indietro dall'annunciarvi tutto il consiglio di Dio. Badate a voi stessi e a tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti vescovi, per pascere la chiesa di Dio, che egli ha acquistata con il proprio sangue. Io so che dopo la mia partenza si introdurranno fra di voi lupi rapaci, i quali non risparmieranno il gregge; e anche tra voi stessi sorgeranno uomini che insegneranno cose perverse per trascinarsi dietro i discepoli. Perciò vegliate, ricordandovi che per tre anni, notte e giorno, non ho cessato di ammonire ciascuno con lacrime. E ora, vi affido a Dio e alla Parola della sua grazia, la quale può edificarvi e darvi l'eredità di tutti i santificati. Non ho desiderato né l'argento, né l'oro, né i vestiti di nessuno. Voi stessi sapete che queste mani hanno provveduto ai bisogni miei e di coloro che erano con me. In ogni cosa vi ho mostrato che bisogna venire in aiuto ai deboli lavorando così, e ricordarsi delle parole del Signore Gesù, il quale disse egli stesso: "Vi è più gioia nel dare che nel ricevere"».
Atti 20:18-35

Come abbiamo visto precedentemente, il desiderio dell'apostolo Paolo è stato sin dall'inizio della sua missione quello di arrivare in Asia. Dopo lunghi viaggi e qualche impedimento, egli ha potuto finalmente raggiungere questa regione, continuando il proprio ministero esattamente come aveva fatto negli altri luoghi raggiunti in precedenza. Paolo ha potuto servire il Signore in Asia con umiltà e con lacrime, in mezzo a problemi giunti tanto da parte dei Giudei quanto da parte dei Greci. Ma proprio in queste difficoltà, nel mezzo delle "spine", il seme della parola di Dio ha potuto crescere nel cuore di numerosi discepoli, arrivando a portare molto frutto (Mt. 13:23). Velocemente però, è sopraggiunto un tempo nuovo: il tempo di una nuova sfida. Egli sapeva di dover raggiungere Gerusalemme, e sapeva che il Signore lo voleva portare fino a Roma per rendere la sua testimonianza nel cuore dell'Impero romano, la città che poteva garantire il più forte eco del mondo intero. Per questo motivo quindi, nel mezzo di un veloce rientro verso il luogo da cui tutto era iniziato, egli ha dovuto salutare un ultima volta molte persone care al suo cuore. Molti discepoli di Gesù che aveva contribuito a evangelizzare, ad istruire, a curare teneramente e a sostenere in quello che era diventato il loro ministero. Questo discorso non è freddo e nozionistico: è un vero e proprio discorso pastorale. C'è un forte coinvolgimento emotivo, un forte sentimento di protezione, di amore paterno. Paolo aveva annunciato ed insegnato in pubblico e in privato, in tempo e fuori di tempo, probabilmente già con la consapevolezza che ogni giorno era prezioso in quanto presto sarebbe dovuto andare via. Ed il giorno dell'addio definitivo, era infine arrivato. Il fulcro di tutto il discorso, l'argomentazione che viene più volte ripetuta anche se con parole diverse, è proprio quella di aver istruito questi fratelli in modo completo. Paolo non si era risparmiato nel suo lavoro, e non aveva neanche tenuto per sé degli insegnamenti segreti, come sarebbe arrivato a dire il secolo successivo il maestro gnostico Valentino. No, Paolo sapeva che la responsabilità affidatagli da Dio era proprio quella di istruire in modo perfetto gli altri discepoli, in modo che potessero continuare a garantire che la chiesa rimanesse colonna e il sostegno della verità (1 Tim. 3:15). Tutta la concentrazione dell'apostolo era volta ad un unico scopo: condurre a termine la sua corsa e il servizio affidatogli dal Signore Gesù. E in questo servizio, reso con eccellenza, egli ha potuto ribadire il fatto di aver annunciato tutto il consiglio di Dio, non solo una parte, e di essere per questo motivo puro del sangue di tutti. Questo è un importante insegnamento per ogni cristiano, un'importante esortazione alla perseveranza nel proprio servizio senza risparmiarsi, ma al contrario donandosi completamente per il prossimo. Ci possono essere molti momenti difficili nei quali può serpenteggiare nelle nostre menti il pensiero di tirarci indietro. Ma lo Spirito di Dio in noi è uno Spirito di forza, amore e autocontrollo (2 Tim. 1:7), e viene in soccorso alla nostra debolezza rafforzando la nostra mano sull'aratro (Lc. 9:62). Paolo esorta gli anziani a badare a loro stessi. Questa infatti è la prima responsabilità di ogni cristiano. Prima di badare alla propria comunità, prima di badare alla propria famiglia, c'è la responsabilità di badare a sé stessi. Senza una disciplina nella propria vita di fede, nel proprio studio, nella propria devozione personale, sopraggiunge infatti una debolezza che non permette di essere d'aiuto per nessuno. No, il primo impegno, è senza dubbio quello di badare a noi stessi. Nessun uomo può essere più grande del tempo che spende in preghiera, né può avere più autorità di quella ricevuta nel tempo passato in comunione con il Signore. Solo quando la voce del Signore è chiara in noi, più forte della nostra stessa voce, possiamo infatti servire al meglio la nostra famiglia e la nostra chiesa. Dopo aver badato a sé stessi infatti, Paolo esorta questi anziani a badare al gregge che gli è stato affidato dallo Spirito Santo. Egli non afferma di averlo affidato loro in prima persona, ma che lo Spirito Santo lo aveva fatto. Nella chiesa ci deve essere un ordine costituito da Dio, ci sono persone alle quali viene affidata la conduzione di una comunità, ma più importante di ogni cerimonia, resta la volontà e la chiamata dello Spirito Santo. Forse se ci fosse più ascolto della voce del Signore si potrebbero risparmiare molte sofferenze alle chiese nel mondo. La responsabilità degli anziani è quella di pascere il gregge, ossia di prendersi cura dei credenti con la predicazione della parola di Dio, con la cura pastorale e il discepolato. Ma una delle loro responsabilità è anche quella di preservare i fratelli dalle false dottrine. Paolo sapeva che sarebbero arrivati falsi maestri che avrebbero fatto di tutto pur di prendere per sé dei discepoli nella chiesa. Ed è per questo che esorta ad una speciale vigilanza. Una vigilanza che tuttavia deve essere sempre garantita dai responsabili delle comunità, perchè purtroppo problemi di questo tipo non sono mai venuti a mancare dall'età apostolica in poi. Ogni ministro di Dio deve rendere conto di tutta la formazione che ha ricevuto per rendere onore al Signore con il proprio servizio. Per tre anni Paolo aveva ammonito gli efesini con lacrime, giorno e notte, ed è questo lavoro sofferente che gli anziani dovevano a questo punto onorare con una condotta irreprensibile. Alla fine del discorso, l'apostolo affida questi ministri alla grazia di Dio e alla sua Parola, sicuramente confidando nel fatto che colui che aveva iniziato un'opera buona in loro la avrebbe anche portata a compimento (Fil. 1:6). I sacrifici di Paolo, che non aveva neanche chiesto alcun sostegno economico per non essere di impedimento al Vangelo, da questo momento sarebbero stati rilasciati nelle vite di queste persone, moltiplicandosi attraverso i loro ministeri, secondo il proposito di Dio. Una nuova generazione di cristiani stava per iniziare a correre la propria corsa, combattere con impegno il proprio combattimento, con lo scopo di raggiungere alla fine il traguardo prefissato, conservando con gioia la propria fede.

CONSIDERAZIONI FINALI

La notte seguente, il Signore si presentò a Paolo e gli disse: «Fatti coraggio; perché come hai reso testimonianza di me a Gerusalemme, così bisogna che tu la renda anche a Roma».
Atti 23:11 
Dopo questo discorso, Paolo arriverà a Gerusalemme. Sarà catturato nel Tempio, con l'accusa di avervi introdotto un Greco (Atti 21:28).  Appellandosi a Cesare egli sarà condotto in catene a Roma, dove continuerà a proclamare il regno di Dio e insegnare le cose relative al Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento, anche se agli arresti domiciliari. Il suo discorso agli anziani di Efeso però, raccolto dall'autore degli Atti, entrerà in questo libro biblico, raggiungendo in tal modo tutti i cristiani delle generazioni successive. L'ultimo viaggio a Gerusalemme è stato senza dubbio un viaggio sofferto per Paolo, accompagnato dalla consapevolezza di una prigionia imminente ma senza alcuna certezza precisa a riguardo. Questa situazione può essere comune anche a tanti di noi, in momenti della vita che sembrano prigionieri nell'occhio di un ciclone, alla vigilia di una imminente prova o difficoltà. La condotta di Paolo però rimane di incoraggiamento anche in questa situazione. La cosa più importante è servire il Signore al meglio della nostra possibilità, senza risparmiarci. Conservandoci "puri dal sangue di ogni persona" per aver esposto con amore e completezza tutto il consiglio di Dio. E la grazia del Signore non potrà fare altro che sopraggiungere per la gloria del Signore e la nostra crescita: per la continua edificazione della sua Chiesa.


Note:

[1] Carmona Antonio Rodriguez, Monasterio Rafael Aguirre, Vangeli sinottici e Atti degli Apostoli, Ed. Paideia, cit. p. 239.
[2] Id. Ibid. cit. p. 244. 
[3] Id. Ibid. cit. p. 254. 
[4] Id. Ibid. cit. p. 255.  
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...