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domenica 25 ottobre 2020

Linee guida per insegnanti biblici

RIUNIONE INSEGNANTI - A.S. 2020/2021. LINEE GUIDA DI DAVIDE GALLIANI


I TRE GRADINI MINISTERIALI

1 Timoteo 4:13 Àpplicati, finché io venga, alla lettura, all'esortazione, all'insegnamento.


In questa lettera tra le pastorali, l’Apostolo Paolo suggella tutte le indicazioni date a Timoteo, suo figlio spirituale, con l’esortazione di applicarsi alle seguenti cose:


  • La lettura

  • l’esortazione

  • l’insegnamento.


Da questo caso particolare possiamo comprendere l’importanza generale per ogni predicatore e insegnante biblico di leggere frequentemente la Bibbia non solo per conoscerla ma anche per essere immerso/a nella sua spiritualità. Ma leggere anche con continuità nuovi libri che possano aggiornare e accrescere la propria competenza. Un insegnante infatti non può vivere a lungo di rendita: è necessità del suo ministero formarsi continuamente per comprendere lo stato attuale della ricerca (biblica, esegetica, teologica, archeologica etc.) ed essere preparato tanto per ogni domanda a lezione quanto per rispondere a qualsiasi attacco ideologico fatto dalla società a danno della chiesa. La lettura, poi, ha anche un risvolto liturgico quando viene fatta in chiesa leggendo pubblicamente la Parola di Dio.


Il secondo punto indicato da Paolo riguarda, invece, l’esortazione. Questo aspetto è proprio della predicazione e ciascuno di noi lo può espletare un questo contesto. Lo scopo ultimo di ogni predica, infatti, è quello di esortare il credente a vivere in modo conforme agli insegnamenti del Signore e della tradizione apostolica così come presentati dalle Scritture.


Come terzo punto troviamo infine l’insegnamento. Risulta evidente che sia un’attività diversa da quella dell’esortazione: in questo caso la declinazione non riguarda l’applicazione pratica nella vita del credente ma quello che la causa e determina a monte, ossia il messaggio biblico nella sua interezza e corretta comprensione. Questo è il compito più specifico degli insegnanti biblici: insegnare quello che il testo biblico davvero dice. Questa è la nostra sfida, che tratterò più nello specifico da adesso in poi.


CARATTERISTICHE DEL PERCORSO FORMATIVO


Il percorso formativo all’interno del nostro istituto è principalmente costituito dal corso di Discepolato e dal corso Biblico. Questo viaggio accompagna i credenti verso una crescita spirituale e intellettuale (rinnovamento della mente) e si sviluppa proprio secondo le varie tappe della crescita. 


Nella fase che ci concerne, abbiamo prima un tempo di “fanciullezza spirituale”: nel corso di Discepolato vengono insegnati i principi spirituali già enucleati dai testi biblici e pronti per essere vissuti.


Una volta assimilati questi princìpi si entra in una nuova fase di maturità: nel corso Biblico infatti si iniziano ad apprendere gli strumenti intellettuali necessari per approfondire in autonomia i testi sacri e ricavare da sé il significato dei libri biblici, anche quelli meno evidenti grazie a una graduale acquisizione di comprensione dei vari messaggi e delle competenze letterarie di base.


In quest’ultimo caso mi sento di evidenziare che insegnare non è riempire un vaso ma accendere un fuoco (Plutarco). Quando sono già state messe le basi del discepolo, ancor più di tante nozioni è importante infatti stimolare la passione e la curiositas: non una curiosità oziosa ma, come la intendevano i latini, il desiderio di approfondire autonomamente il senso dell’esistenza o, come nel nostro caso, i testi biblici. Scopo degli insegnanti dunque, a mio avviso, è più di ogni altra cosa ispirare gli alunni a riguardo della bellezza, grandezza e nobiltà degli scritti biblici. Qualunque libro specialistico può dare molte più nozioni e molto più accurate di noi. Ma solo noi possiamo trasmettere la nostra passione e fare sì che questa cambi delle vite. Con questo non voglio dire che non sia necessario insegnare informazioni, ma che queste devono essere al servizio del sacro fuoco della passione e non viceversa. 


Il mio metodo, per esempio, è quello di procedere presentando anzitutto uno sguardo d’insieme, una panoramica generale ma accurata del libro biblico o tema in questione, spendendo del tempo per trattare gli strumenti esegetici che consentono poi agli studenti di procedere in autonomia. È spesso utile in questo caso interpellare la classe per condurla da un ragionamento iniziale istintivo a uno consapevole nel corso di una o più lezioni. Si può quindi far partire il percorso didattico dalla struttura letteraria o tematica generale per poi presentare le varie sezioni e le peculiarità letterarie (chiasmi, figure retoriche, sviluppo storico di un soggetto) e teologiche. Procedere con un commento minuzioso versetto-per-versetto rischia di inondare i presenti con una mole di informazioni che comunque non possono essere ritenute, versando nei “vasi” una quantità di acqua che finisce senza dubbio per fuoriuscire e andare sprecata. Dalla mia esperienza ho appreso che è meglio che una lezione sia concisa, interattiva e chiara nell’esporre gli snodi principali per poi magari poter dedicare informazioni più dettagliate nelle dispense. Per questo scopo, la parola d’ordine per me è struttura. Affinché una lezione possa lasciare il segno deve poter essere compresa e assimilata, e a questo fine è essenziale che vi sia una struttura di insegnamento e non una esposizione che segue un filo del discorso vago presente spesso solo nella testa dell’insegnante. Ci deve essere un’introduzione, una esposizione, uno o due excursus (tendenzialmente meglio non di più) e una conclusione che riprenda tutti i fili dipanati nella lezione per dare una degna conclusione. Attenzione: per conclusione non intendo risoluzione. Parlando di esegesi e teologia difficilmente possiamo infatti risolvere completamente un problema (le scienze religiose non sono scienze esatte!), ma già solo presentarne i termini e le varie possibili soluzioni può significare raggiungere una conclusione che vada ad accrescere una consapevolezza più profonda e matura.

CONCLUSIONE

Riepilogando, dunque, quello che per me è importante lo possiamo schematizzare nelle seguenti tre parole: 
  • Passione
  • Strumenti
  • Struttura
Quello che gli iscritti si meritano è di ricevere tutta la nostra passione per le Scritture, gli strumenti intellettuali per poter comprendere il loro messaggio e una lezione che sia ben strutturata per questo fine.

lunedì 9 settembre 2013

A causa della vostra poca fede...

Quando tornarono tra la folla, un uomo gli si avvicinò, gettandosi in ginocchio davanti a lui, e gli disse: «Signore, abbi pietà di mio figlio, perché è lunatico e soffre molto; spesso, infatti, cade nel fuoco e spesso nell'acqua. L'ho condotto dai tuoi discepoli ma non l'hanno potuto guarire». Gesù rispose: «O generazione incredula e perversa! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando vi sopporterò? Portatelo qui da me». Gesù sgridò il demonio e quello uscì dal ragazzo, che da quel momento fu guarito.

Allora i discepoli, accostatisi a Gesù in disparte, gli chiesero: «Perché non l'abbiamo potuto cacciare noi?» Gesù rispose loro: «A causa della vostra poca fede; perché in verità io vi dico: se avete fede quanto un granello di senape, potrete dire a questo monte: "Passa da qui a là", e passerà; e niente vi sarà impossibile. Matteo 17:14-21


Questo famoso brano del vangelo di Matteo è sicuramente stato letto, meditato e predicato un numero incalcolabile di volte. E' così celebre che probabilmente il detto finale di Gesù risulta essere conosciuto anche al di fuori dell'ambiente cristiano, essendo entrato nel linguaggio comune:

"Se avete fede quanto un granello di senape, potrete dire a questo monte: "spostati", ed esso si sposterà."

Stranamente, il parallelo negli altri due vangeli sinottici (Mr 9:14-29; Lc 9:37-43) non riprende questa famosa frase. E' presente piuttosto un'altra frase importante, assicurata in tutte e tre le versioni:

Matteo 17:17 Gesù rispose: «O generazione incredula e perversa! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando vi sopporterò? Portatelo qui da me».

Marco 9:19 Gesù disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando vi sopporterò? Portatelo qui da me».

Luca 9:41 Gesù rispose: «O generazione incredula e perversa, fino a quando sarò con voi e vi sopporterò? Porta qui tuo figlio».


Osservando i vangeli in modo sinottico infatti, ossia con uno sguardo d'insieme, si evidenzia come questa frase sia l'unica mantenuta in una forma quasi identica da tutti e tre gli evangelisti. 
Tutti e tre, narrando questo racconto si sono premurati di conservare questo "detto di Gesù" quasi come se fosse il nucleo, il centro del brano in questione. Analizzando la situazione in un quadro più ampio, questa pericope è stata inclusa in un punto dei vangeli in cui il tema dominante risulta essere il conflitto di Gesù con il mondo che lo respinge ma anche la tensione con i suoi discepoli che non comprendono la croce e la rifiutano (Mt 16:22).

In Mt 17:20 diventa interessante a questo riguardo anche il termine "poca fede", che Gesù attribuisce ai discepoli. Sebbene molti manoscritti originali (come riportato da Strong's NASB) riportino il greco oligopistia tradotta correttamente in questo caso, altri manoscritti (come riportato da Strong's KJV) presentano invece il termine apistia  traducibile però con "assenza di fede". Entrambe le parole ricorrono in più punti nel Nuovo Testamento, in contesti che credo sia importante approfondire.




APISTIA: L'INCREDULITA' NELLA PERSONA DI CRISTO

Romani 3:1-3 Qual è dunque il vantaggio del Giudeo? Qual è l'utilità della circoncisione? Grande in ogni senso. Prima di tutto, perché a loro furono affidate le rivelazioni di Dio. Che vuol dire infatti se alcuni sono stati increduli? La loro incredulità annullerà la fedeltà di Dio?

L'apostolo Paolo, scrivendo alla comunità di Roma, utilizza la parola apistia per descrivere l'incredulità dei Giudei nei riguardi dell'identità di Gesù Cristo.
Essi sono stati increduli, ma questo non ha annullato la fedeltà di Dio, poiché in futuro "tutto Israele sarà salvato". Il significato in questo contesto riguarda quindi l'assenza di fede (non pochezza, ma assenza) nella persona e nell'identità di Cristo.

Si può trovare lo stesso significato nel vangelo stesso di Matteo, qualche capitolo prima:

Matteo 13:57-58 E si scandalizzavano a causa di lui.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molte opere potenti.

Le persone che conoscevano Gesù anche prima del suo ministero, e che probabilmente lo videro crescere, non riuscivano a credere nel suo messaggio e nella sua identità. Erano incredule nei suoi confronti, non credevano in lui. E per questo motivo Gesù addirittura "non fece molte opere potenti" in quel luogo. Non credo che la loro incredulità fosse un serio problema per il Signore, ma probabilmente il loro mormorio risultava negativo per tutti coloro che invece lo seguivano. Continuando a ministrare in quella regione, le persone sarebbero state confuse dall'incredulità di alcuni. Da lì la decisione di passare altrove. 


APISTIA: L'INCREDULITA' NELLE PROMESSE DI DIO

Nella lettera ai Romani è presente un'altra volta questa parola, ma in questo caso con un significato leggermente diverso:

Romani 4:20-21 davanti alla promessa di Dio non vacillò per incredulità, ma fu fortificato nella sua fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli ha promesso, è anche in grado di compierlo.

Abramo infatti non fu incredulo nelle promesse di Dio ma fortificato nella fede. Quello che Dio ha promesso infatti è anche in grado di compierlo. In questa accezione, il fulcro del termine apistia non è più sulla identità ma sulla fedeltà di Dio. Quindi sulla fiducia che Dio manterrà la sua promessa, una fiducia basata su un'aspetto del carattere di Dio.

APISTIA: L'INCREDULITA' DOVUTA ALL'IGNORANZA

1Timoteo 1:12-14 Io ringrazio colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù, nostro Signore, per avermi stimato degno della sua fiducia, ponendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento; ma misericordia mi è stata usata, perché agivo per ignoranza nella mia incredulità; e la grazia del Signore nostro è sovrabbondata con la fede e con l'amore che è in Cristo Gesù.

La terza sfumatura differente di questo termine la troviamo nella prima epistola a Timoteo. L'apostolo Paolo, parlando del suo passato, riconosce di essere stato un violento in quanto agiva nell'incredulità dovuta all'ignoranza. 



Passiamo ora ai contesti in cui viene usato il termine oligopistia/oligopistos per comprendere il significato di questa parola vicina alla precedente ma con sfumature sicuramente differenti. Prenderemo in esame i brani in cui la parola compare all'interno del vangelo di Matteo.


OLIGOPISTOS: LA MANCANZA DI FEDE NELLA PROVVIDENZA

Matteo 6:30 Ora se Dio veste in questa maniera l'erba dei campi che oggi è, e domani è gettata nel forno, non farà molto di più per voi, o gente di poca fede?

In questo caso non siamo di fronte a una vera e propria incredulità ma ad una "poca fede" nella provvidenza di Dio. Una fragilità nel credere che il Signore provveda ai suoi figli, in modo concreto e continuativo. 
Un conto è credere in Dio, ed un altro è credere nel suo aiuto quotidiano.
Credere che ogni giorno, in ogni momento, Egli conosca la nostra necessità e abbia a cuore la nostra sussistenza.

OLIGOPISTOS: LA MANCANZA DI FEDE NEL GOVERNO DI DIO SULLA NATURA

Matteo 8:24-26 Ed ecco si sollevò in mare una così gran burrasca, che la barca era coperta dalle onde; ma Gesù dormiva. E i suoi discepoli, avvicinatisi, lo svegliarono dicendo: «Signore, salvaci, siamo perduti!» Ed egli disse loro: «Perché avete paura, o gente di poca fede?» Allora, alzatosi, sgridò i venti e il mare, e si fece gran bonaccia.

Nel vangelo di Matteo osserviamo un crescendo di rimproveri del Signore. Prima Gesù rimprovera la mancanza di fede dei suoi discepoli sulla provvidenza di Dio ed ora sul suo potere sulla natura. E' come se ci fosse una progressiva rivelazione dell'identità di Cristo, ottenuta raggiungendo ripetutamente il limite massimo dei suoi discepoli per poi andare oltre. Possiamo vedere infatti questa situazione come se fosse un vero e proprio percorso a tappe. La tappa della fede nella provvidenza e la tappa della fede del governo di Dio sulla natura. 


OLIGOPISTOS: LA FEDE SOFFOCATA DALLA PAURA

Matteo 14:29-31 Egli disse: «Vieni!» E Pietro, sceso dalla barca, camminò sull'acqua e andò verso Gesù. Ma, vedendo il vento, ebbe paura e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!» Subito Gesù, stesa la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?»

In questo passo arriviamo invece alla tappa della fede che supera la paura. Ogni tappa è contraddistinta da una frustrazione iniziale ma che porta ad un avanzamento verso una situazione successiva. Mentre l'apistis, la mancanza di fede, indica una serie di situazioni statiche e a sé stanti, l'oligopistos invece presenta un percorso di crescita della fede. Una fede che c'è, che esiste, ma che è debole. E, partendo da questa debolezza, viene rinforzata di volta in volta. 


OLIGOPISTOS: LA MENTE DI CRISTO


Matteo 16:8 Ma Gesù se ne accorse e disse: «Gente di poca fede, perché discutete tra di voi del fatto di non aver pane?
Matteo 16:11 Come mai non capite che non è di pani che io vi parlavo? Ma guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei».

L'ultima tappa del "percorso della mancanza di fede" (prima del brano di apertura dell'articolo), riguarda questo fraintendimento che i discepoli hanno avuto con Gesù. Nel momento in cui Gesù parlò di lievito, essi iniziarono a pensare al cibo e a come procurarselo senza ricordarsi dei miracoli che il Signore aveva già fatto nella moltiplicazione del pane. Questa pochezza di fede sembrerebbe coinvolgere i miracoli che Gesù poteva fare. Il soggetto del brano però riguarda il fraintendimento su ciò che Cristo stava dicendo, ossia la pochezza di fede che ostacola l'ottenimento della mente di Cristo (cfr. 1Co2:16, Ef 4:23), e il pensiero rivolto alle cose spirituali. "Spirituali" non è sinonimo di "sovrannaturali" e questo caso ne è un esempio lampante. Il pensiero spirituale di Gesù infatti riguardava il peccato e l'ipocrisia dei farisei e sadducei, un aspetto molto concreto e visibile. 


CONCLUSIONI

Abbiamo visto che i due termini che sono riportati in differenti manoscritti nel versetto di Mt 17:20 hanno caratteristiche e significati diversi, seppur con delle somiglianze. Leggendo il brano con la parola apistia,e confrontandolo con gli altri contesti in cui questa parola è presente nel Nuovo Testamento, le parole di Gesù evidenziano una vera e propria mancanza di fede che potremmo definire in modo quasi statico. Una mancanza di fede nella sua identità, sebbene poco prima (Mt 16:16) Pietro avesse avuto la rivelazione di Gesù come il Cristo Figlio del Dio vivente. Sembrerebbe quindi un episodio in cui l'evangelista scelse di riprendere questo tema per rinforzarlo in modo vivace con una riprensione importante di Gesù seguita - sempre nel vangelo di Matteo - da una dichiarazione molto forte: "se avete fede quanto un granello di senape (ovvero se avete la fede: se ne avete un quantitativo microscopico ma pur sempre esistente, al contrario di ora) potrete dire a questo monte: "Passa da qui a là", e passerà; e niente vi sarà impossibile. Una fede però basata su Cristo stesso e non sui propri doni spirituali (Mt 10:1), enfatizzata con un modo letterario che potremmo quasi affiancare a quello iperbolico usato nella retorica. 

Leggendo il brano con la parola oligopistia/oligopistos invece, osserviamo come il vangelo di Matteo presenti un percorso di crescita della fede, scandito da alcune tappe che mostrano differenti "crisi" e culminano proprio con questo passo e la sua frase finale. La provvidenza, il governo di Dio sulla natura, la vittoria della fede sulla paura e la fede derivante dall'avere la mente di Cristo divengono passi verso una crescita spirituale della fede in Dio e in Gesù. 
Potremmo sintetizzare questo concetto con il desiderio stesso dei discepoli, quando rivolgendosi al Signore gli dissero:

Luca 17:5  «Aumentaci la fede!»

E non a caso, rispondendo a questa frase, Gesù rispose loro:

Luca 17:6 Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo sicomoro: "Sràdicati e trapiàntati nel mare", e vi ubbidirebbe.

Una frase da non assolutizzare ma da meditare nel suo giusto contesto e da vivere in prima persona attraverso una costante comunione con Cristo. Un percorso volto all'esercizio della fede e contraddistinto da una serie di rivelazioni e di insegnamenti del Signore. Non una situazione statica ma un percorso esperienziale contraddistinto da una crescita quotidiana, dinamica, fluida e vitale.

lunedì 13 maggio 2013

Questo è buono e gradito davanti a Dio

Esorto dunque, prima di ogni altra cosa, che si facciano suppliche, preghiere, intercessioni, ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che sono costituiti in autorità, affinché possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità. Questo è buono e gradito davanti a Dio, nostro Salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità. Infatti c'è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo, che ha dato se stesso come prezzo di riscatto per tutti; questa è la testimonianza resa a suo tempo, e della quale io fui costituito predicatore e apostolo (io dico il vero, non mento), per istruire gli stranieri nella fede e nella verità. (1Timoteo 2:1-7)

Introduzione

La prima lettera a Timoteo è stata scritta dall'apostolo Paolo in un periodo tra il 62 e il 64 d.C. per esortare Timoteo a rimanere ad Efeso ed ordinare ad alcuni di non insegnare dottrine diverse (1:3), oltre a dare altre indicazioni utili per lui in prima persona e per la comunità che doveva risanare. L'apostolo dopo essere stato rilasciato dal suo primo imprigionamento romano (Atti 28:30) visitò nuovamente diverse chiese che aveva fondato e in un secondo momento si recò in Macedonia, dove scrisse questa lettera.
Al secondo capitolo troviamo questo brano molto conosciuto ed utilizzato per insegnare dottrine sull'intercessione e sull'evangelismo. Preghiere per la conversione dei governanti e insegnamenti sulla volontà di Dio volta alla salvezza di tutti gli uomini.
Mettendo un attimo da parte preconcetti e insegnamenti dottrinali, vorrei approcciarmi a questa lettera con una mente libera, cercando di capire quello che in primo luogo Paolo voleva comunicare al "suo figlio legittimo nella fede": Timoteo.
Dopo i saluti iniziali l'apostolo mette subito in guardia dal pericolo concreto delle false dottrine che probabilmente alcuni insegnanti giudaizzanti della comunità di Efeso insegnavano. Da qui l'incarico di Timoteo, rivestito da autorità apostolica, di mettere ordine in questa chiesa locale affinché si torni in un sano ambiente spirituale. 
Successivamente troviamo un ringraziamento di Paolo verso il Signore che lo ha salvato usando misericordia.

L'oggetto delle suppliche, preghiere, intercessioni...

Arriviamo adesso al brano protagonista di questa riflessione, in cui leggiamo l'indicazione di pregare per il re e per coloro che sono in autorità. Ma a quale scopo? Perché si devono fare suppliche, preghiere, intercessioni e ringraziamenti portando davanti a Dio queste persone? La risposta arriva immediatamente dopo: "affinché possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità". Non leggo di pregare per la conversione dei governanti, sebbene sia senz'altro una nobile preghiera. Leggo invece di pregare per loro affinché "noi" possiamo condurre una vita tranquilla. A questo punto sorgono spontanee due domande principali: chi è il "noi" implicito in questa frase e che senso abbia per Paolo desiderare di vivere una vita tranquilla. 
Meditando sulla prima domanda, possiamo considerare il fatto che gli unici soggetti della lettera sono Paolo in quanto mittente e Timoteo in quanto destinatario. Entrambi però erano in una stessa squadra apostolica e collaboravano a stretto contatto.
Probabilmente quindi il "noi" è da intendere come "Paolo e Timoteo"; o in modo più ampio loro stessi e i credenti con i quali avevano contatto. 
Ebbene, a questo punto, come mai era così importante supplicare Dio di vivere una vita tranquilla? Sicuramente Paolo non viveva in tale modo:


2Corinzi 11:26 Spesso in viaggio, in pericolo sui fiumi, in pericolo per i briganti, in pericolo da parte dei miei connazionali, in pericolo da parte degli stranieri, in pericolo nelle città, in pericolo nei deserti, in pericolo sul mare, in pericolo tra falsi fratelli;
2Corinzi 11:27 in fatiche e in pene; spesse volte in veglie, nella fame e nella sete, spesse volte nei digiuni, nel freddo e nella nudità.

Sarebbe lecito pensare quindi che semplicemente volesse un po' più di tranquillità. Ma l'urgenza usata nelle sue parole e il riscontro delle sue azioni (precedenti e successive a questa lettera) mostra come questo ragionamento sia in realtà molto debole. 


Filippesi 1:23 Sono stretto da due lati: da una parte ho il desiderio di partire e di essere con Cristo, perché è molto meglio;
Filippesi 1:24 ma, dall'altra, il mio rimanere nel corpo è più necessario per voi.
[Frase scritta precedentemente rispetto alla lettera a Timoteo]

Il desiderio di Paolo non era vivere in modo tranquillo ma piuttosto addormentarsi ed andare con il Signore Gesù . Questo era ciò che desiderava più di ogni altra cosa, ma sapeva anche che la sua presenza era necessaria per continuare l'opera alla quale Dio lo aveva chiamato.
Non avrebbe senso quindi esortare così vigorosamente alla supplica per vivere tranquillamente, tant'è che voleva andare con il Signore. 
Cos'è quindi questa tranquillità a cui si riferisce? 
Addentrandoci in questo periodo storico, notiamo la nascita di un'opposizione al cristianesimo promossa da falsi fratelli, falsi insegnanti, falsi apostoli(2 Co 11:13), falsi profeti all'interno delle comunità ma anche dalla società pagana  che riconosceva nel Vangelo un'insidia per l'economia e la vecchia religione (Atti 19:28). Gli apostoli erano stati imprigionati per varie ragioni fino ad allora ma non c'era ancora stata una vera e propria persecuzione. 
Prima della prigionia romana, proprio Paolo diceva queste parole agli anziani della comunità di Efeso:


Atti 20:23 So soltanto che lo Spirito Santo in ogni città mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni.
Atti 20:24 Ma non faccio nessun conto della mia vita, come se mi fosse preziosa, pur di condurre a termine la mia corsa e il servizio affidatomi dal Signore Gesù, cioè di testimoniare del vangelo della grazia di Dio.

Egli sapeva dunque che sarebbero sopraggiunte tribolazioni, e del resto non era preoccupato della sua propria vita ma piuttosto di terminare il servizio affidato da Gesù.
E quindi perché supplicare e chiedere a Dio di vivere in tranquillità, pietà e dignità??
Questa condizione deve essere senz'altro legata alla sua prima priorità: "condurre a termine la sua corsa e il servizio affidatogli da Gesù". Paradossalmente gli arresti domiciliari non avevano intralciato questa causa (Fil 1:12), ma c'era qualcosa nell'aria che se concretizzato poteva minare a questo suo divino incarico: una persecuzione da parte dell'Impero Romano.
Di fatto dopo poco tempo iniziò una prima persecuzione promossa da Nerone (ma limitata alla sola città di Roma) durante la quale morì proprio l'apostolo Paolo insieme a Pietro, anticipando nuove ondate persecutorie ancora più violente ed estese.

L'apostolo Paolo era facilitato nel suo ministero dalle strade romane, dalla lingua franca dell'epoca, dalla sua cittadinanza romana ed i privilegi che essa comportava. Un'improvvisa persecuzione ufficiale però avrebbe bloccato completamente ogni possibilità di viaggio, di scambio, di comunicazione anche epistolare.

Paolo esortava Timoteo affinché si facessero suppliche, preghiere e intercessioni per i governanti per chiedere a Dio che essi non fossero ufficialmente ostili al cristianesimo, che non promuovessero ufficiali persecuzioni nei loro confronti!
In realtà, non menziona di pregare per la loro conversione ma solo perché lui e Timoteo potessero vivere in tranquillità, pietà e dignità per condurre a termine  il servizio affidato da Gesù: istruire gli stranieri nella fede e nella verità.

"Tutti gli uomini"

"Questo è buono e gradito davanti a Dio, nostro Salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità. Infatti c'è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo"

Arriviamo adesso al secondo importante concetto del brano iniziale. 
Molte volte ho ascoltato questo versetto come fondamento per l'idea che Dio vuole che ogni uomo sia salvato. In realtà credo che non sia questo il nobile desiderio del Signore di cui l'apostolo ci informa, per il semplice fatto che la Scrittura attesta che non accadrà in questo modo (Ap 21:8); e i propositi di Dio non possono essere frustrati.

Isaia 43:13 Da che fu il giorno, io sono;
nessuno può liberare dalla mia mano;
io opererò; chi potrà impedire la mia opera?



Isaia 25:1 SIGNORE, tu sei il mio Dio;
io ti esalterò, loderò il tuo nome,
perché hai fatto cose meravigliose;
i tuoi disegni, concepiti da tempo, sono fedeli e stabili.

Diversamente, che senso avrebbe pregare un Dio che non è capace di governare il mondo? Nessuno.
Se Dio volesse che ogni singolo essere umano giungesse a salvezza, sarebbe intervenuto in modo diverso e non esisterebbero altre religioni ingannatrici. No, non è così.

Romani 9:18 Così dunque egli fa misericordia a chi vuole e indurisce chi vuole.

Ecco allora che questo "tutti" inizia ad assumere un diverso significato:


Romani 3:9 Che dire dunque? Noi siamo forse superiori? No affatto! Perché abbiamo già dimostrato che tutti, Giudei e Greci, sono sottoposti al peccato,
Romani 3:10 com'è scritto:
«Non c'è nessun giusto,
neppure uno.

In tutte le lettere di Paolo, il termine "tutti" nella maggior parte delle volte designa l'insieme dei Giudei e l'insieme del Gentili: le due classi in cui l'apostolo divide l'umanità. 
Il suo scopo, attestato nel brano di partenza è quello di istruire gli stranieri nella fede e nella verità proprio perché  è buono e gradito davanti a Dio, nostro Salvatore, che tutti gli uomini - Giudei e Greci - siano salvati e vengano alla conoscenza della verità. Quello che per noi sembra senza rilevanza tanto è scontato, nel primo secolo era un'eccitante novità, così come possiamo leggere negli Atti degli Apostoli. Dopo millenni in cui innumerevoli generazioni di Ebrei erano convinti di essere l'unico popolo scelto dal Signore per ereditare una salvezza escatologica, all'improvviso Dio rivela che il Suo piano di salvezza comprende anche i Gentili! E' una rivelazione di portata enorme!

Efesini 3:5 Nelle altre epoche non fu concesso ai figli degli uomini di conoscere questo mistero, così come ora, per mezzo dello Spirito, è stato rivelato ai santi apostoli e profeti di lui;
Efesini 3:6 vale a dire che gli stranieri sono eredi con noi, membra con noi di un medesimo corpo e con noi partecipi della promessa fatta in Cristo Gesù mediante il vangelo,
Efesini 3:7 di cui io sono diventato servitore secondo il dono della grazia di Dio a me concessa in virtù della sua potenza.

Questo era il mistero che fu svelato davanti agli occhi di Paolo, e questo era lo scopo della sua chiamata e del suo ministero: che gli stranieri (e non solo i Giudei) erano eredi con loro e che ora tutti - Giudei e Greci - sottoposti insieme al peccato potevano avere insieme accesso alla salvezza derivante dalla grazia di Dio accolta mediante la fede. 

Conclusioni

A questo punto, tutti i fili si riuniscono donando un nuovo significato ai versetti della prima lettera a Timoteo. Un significato che abbraccia il contesto storico/religioso dell'epoca, la psicologia dell'apostolo Paolo, lo scopo del suo ministero e il significato celato dietro a termini da lui utilizzati. Rileggiamo dunque questo passo avendo una chiave di lettura in più:

Esorto dunque, prima di ogni altra cosa, che si facciano suppliche, preghiere, intercessioni, ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che sono costituiti in autorità, affinché possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità - senza subire una persecuzione che ostacolerebbe il nostro ministero -. Infatti Questo è buono e gradito davanti a Dio, nostro Salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini - non solo i Giudei, ma anche i Gentili! -  siano salvati e vengano alla conoscenza della verità. Infatti c'è un solo Dio (che è tale sia per i Giudei che per gli altri popoli) e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo, che ha dato se stesso come prezzo di riscatto per tutti (non solo per gli Ebrei); questa è la testimonianza resa a suo tempo, e della quale io fui costituito predicatore e apostolo (io dico il vero, non mento), per istruire gli stranieri nella fede e nella verità. (1Timoteo 2:1-7 commentato)

domenica 14 aprile 2013

Gli apostoli nel Nuovo Testamento

I dodici apostoli

Luca 6:13 Quando fu giorno, [Gesù] chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli:
Luca 6:14 Simone, che chiamò anche Pietro, e suo fratello Andrea; Giacomo e Giovanni; Filippo e Bartolomeo;
Luca 6:15 Matteo e Tommaso; Giacomo, figlio d'Alfeo, e Simone, chiamato Zelota;
Luca 6:16 Giuda, figlio di Giacomo, e Giuda Iscariota, che divenne traditore.

Tutti noi conosciamo i dodici apostoli di Gesù. 
Anche chi non ha familiarità con le Scritture infatti, ha avuto sicuramente occasione di vedere qualche film, qualche quadro famoso, o ascoltato delle storie di tradizione cristiana.
Vengono presentati nei tre Vangeli sinottici, anche se con piccole differenze di ordine e di nome.

Una loro caratteristica molto importante è quella di essere stati testimoni oculari dell'incarnazione di Cristo.


1Giovanni 1:1 Quel che era dal principio, quel che abbiamo udito, quel che abbiamo visto con i nostri occhi, quel che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato della parola della vita
1Giovanni 1:2 (poiché la vita è stata manifestata e noi l'abbiamo vista e ne rendiamo testimonianza, e vi annunziamo la vita eterna che era presso il Padre e che ci fu manifestata),
1Giovanni 1:3 quel che abbiamo visto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché voi pure siate in comunione con noi; e la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo.

Dopo la Sua ascensione al cielo quindi, i dodici si ritrovano con il compito di testimoniare non solo del messaggio del Signore; ma anche di tutto il tempo in cui lo hanno seguito e tutti gli insegnamenti piccoli e grandi che hanno ricevuto da Lui. 

Termini ed etimologie

Il termine originale riportato nel Nuovo Testamento è apostolos, e letteralmente significa "delegato, messaggero, colui che è inviato". Richiama l'idea degli affidatari di un messaggio molto importante, ma con l'autorità delegata del mittente. Un concetto simile a quello di un ambasciatore che deve dare una comunicazione in un paese straniero. 
Sappiamo che a loro infatti è stata affidata la predicazione dell' Evangelo, cioè della buona notizia della morte e resurrezione di Cristo per la salvezza di ciascuno che crede, e un ruolo di guida nella Chiesa. Le Scritture attestano che venivano reputati come colonne (p.es Gal 2:9) nella chiesa primitiva.

Il vocabolo deriva probabilmente da apostellō, a sua volta costituito da "apò" , da, che indica separazione, allontanamento;  e "stèllo", colloco, ordino. Possiamo tradurre letteralmente con "ordino ad uno di recarsi dove che sia". Apostellō compare anch'esso nel Nuovo Testamento e viene generalmente tradotto con "inviato". E' presente per esempio in Atti 15:27, in relazione a Giuda e Sila, ma, in modo ancor più interessante, in 1 Pietro 1:12 dove è associato allo "Spirito Santo, inviato dal cielo".

(Altrove invece [p.es Lc 7:24], viene utilizzato il termine aggelos, sempre tradotto con "inviato", ma dal significato comune di "messaggero". Nonostante questa parola designi gli "angeli", nelle Scritture è utilizzata anche per inviati e messaggeri umani.)

Il tredicesimo apostolo

E' concezione diffusa ritenere che i dodici apostoli siano gli unici apostoli che la Chiesa cristiana ha conosciuto. Ma è davvero così? Iniziamo ad approfondire una prima eccezione: Paolo di Tarso, ritenuto di fatto il "tredicesimo apostolo".
Nel suo ministero infatti, egli in ogni occasione si è definito:

2Corinzi 1:1 Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio [...]

Apostolo messo a parte per il vangelo di Dio (Ro 1), apostolo degli stranieri (Ro 11), apostolo non da parte di uomini né per mezzo di un uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo (Gal 1), apostolo di Cristo Gesù per ordine di Dio (1 Tim 1). Raccontando la sua storia, scrive:


1Corinzi 15:8 e [Gesù risorto], ultimo di tutti, apparve anche a me, come all'aborto;
1Corinzi 15:9 perché io sono il minimo degli apostoli, e non sono degno di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la chiesa di Dio.
1Corinzi 15:10 Ma per la grazia di Dio io sono quello che sono; e la grazia sua verso di me non è stata vana; anzi, ho faticato più di tutti loro; non io però, ma la grazia di Dio che è con me.

E' comune l'idea che Paolo fosse un apostolo solitario, unico nel suo genere.
Di fatto non ha avuto molti contatti con i dodici, ed ha adempiuto al suo ministero quasi totalmente al di fuori di Gerusalemme e della Giudea. Dopo la sua conversione si è presentato a loro (Atti 9:27) ma l'inizio vero e proprio della sua attività missionaria ha origine altrove:

Atti 13:1 Nella chiesa che era ad Antiochia c'erano profeti e dottori: Barnaba, Simeone detto Niger, Lucio di Cirene, Manaem, amico d'infanzia di Erode il tetrarca, e Saulo.
Atti 13:2 Mentre celebravano il culto del Signore e digiunavano, lo Spirito Santo disse: «Mettetemi da parte Barnaba e Saulo per l'opera alla quale li ho chiamati».
Atti 13:3 Allora, dopo aver digiunato, pregato e imposto loro le mani, li lasciarono partire.

Ecco che a Saulo (Paolo), che fino ad allora era considerato un dottore (2 Tim 1:11) a causa della sua alta formazione teologica (Atti 22:3), viene affidato un incarico dallo Spirito Santo, viene messo a parte per un opera particolare. Dopo questo evento lui e Barnaba partirono per il primo viaggio missionario (Atti 13:4, 14:28); a cui lui ne aggiunse altri due (Atti 15:36, 18:22 e 18:23, 21:16) prima del suo viaggio verso Roma in cattività (27:1, 28:31). In questi tre viaggi missionari l'attività di Paolo portò alla conversione di innumerevoli persone e alla fondazione di chiese locali in un territorio che va dalla Cilicia all'Achea.


 [fonte]

E' proprio durante questa attività missionaria che Paolo inizia a definirsi apostolo, soprattutto scrivendo lettere alle chiese fondate da lui o alle comunità che vorrebbe visitare (come appunto quella di Roma).
Sebbene la sua attività evangelistica iniziasse in ogni città solitamente nella sinagoga del posto, la sua missione era quella di portare il Vangelo ai Gentili, ossia alle persone di origine non Ebraica. Per questo motivo egli è l'apostolo degli stranieri. 
Il titolo "apostolo" quindi, in questo caso coincide con una missione affidata da Dio e manifestata nella predicazione del Vangelo e nella fondazione di chiese locali. Una volta fondata una comunità, Paolo nominava degli anziani, dei pastori per la guida della chiesa e dopo un certo lasso di tempo ripartiva per la sua attività, restando in rapporto epistolare con loro e tornando a trovarli per rafforzarli nella fede ed istruirli in ogni cosa. Se vi erano problemi  interveniva personalmente, o, come ad Efeso, inviando a sua volta uno dei suoi collaboratori. Sì, perchè anche se si pensa a lui come ad un uomo solitario, egli in realtà si avvaleva di una squadra di collaboratori che vedremo più avanti.

Il ministero apostolico nel corpo di Cristo


Efesini 4:11 È lui che ha dato alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e dottori,
Efesini 4:12 per il perfezionamento dei santi in vista dell'opera del ministero e dell'edificazione del corpo di Cristo [...]

1Corinzi 12:28 E Dio ha posto nella chiesa in primo luogo degli apostoli, in secondo luogo dei profeti, in terzo luogo dei dottori [...]

Proprio l'apostolo Paolo, nelle lettere scritte alle comunità di Efeso e Corinto, insegna e rivela quale sia la natura stessa della Chiesa e il suo corretto funzionamento. Mostra cinque differenti ministeri che hanno lo scopo di lavorare in sinergia per il perfezionamento dei santi. Tra questi ministeri nomina per primo proprio quello dell'apostolo, con l'esatto termine apostolos. 
Il dono di Cristo che illustra agli Efesini è dato in questi cinque ministeri con un ruolo di prim'ordine.
Sicuramente non stiamo parlando dello stesso incarico che Gesù affidò ai dodici; non identico perlomeno.
Come abbiamo visto, loro sono testimoni oculari scelti da Gesù nel Suo ministero terreno e, in questo, sono unici. La Bibbia stessa li identifica con un ruolo di fondamento che sarà onorato nell'eternità (Ap 21:14).

Loro però, non sono gli unici a detenere questo titolo. Paolo in questo passaggio parla in un tempo verbale tradotto in italiano con il passato prossimo, e parla di apostoli e profeti. E' chiaro che non si sta riferendo ai dodici, ma ad un'organizzazione molto più ampia che raggruppa cinque gruppi di persone diverse fra di loro per dono e chiamata. Una nuova generazione di apostoli, con nuove chiamate specifiche e personali che portino all'edificazione del corpo di Cristo e al perfezionamento dei santi, esattamente con una nuova generazione di profeti, evangelisti, pastori e dottori che hanno uno stesso scopo comune ma competenze diverse.


Romani 16:7 Salutate Andronico e Giunia, miei parenti e compagni di prigionia, i quali si sono segnalati fra gli apostoli ed erano in Cristo già prima di me.

Il ruolo apostolico da questo momento oltrepassa il ministero dei dodici apostoli e si allarga a tutto il tempo della Grazia, perchè il corpo di Cristo ha necessità di essere edificato e perfezionato fino alla pienezza dei Gentili, e al ritorno di Gesù per le nozze dell'Agnello (Ap 19:7).

La squadra apostolica

Come abbiamo accennato prima, nonostante la fama di Paolo come ministro solitario, in realtà egli era in un ruolo di conduzione all'interno di una squadra - o team - apostolico.
Nella maggior parte dei casi non viaggiava da solo. Nel primo viaggio è stato accompagnato da Barnaba; nel secondo Sila e, successivamente Luca e Timoteo; solo nel terzo visitò da solo le chiese fondate in precedenza, rafforzandole. Nelle sue lettere troviamo altre informazioni di questa interessante formazione ministeriale:


1Tessalonicesi 1:1 Paolo, Silvano e Timoteo alla chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: grazia a voi e pace [...]
1Tessalonicesi 2:6 E non abbiamo cercato gloria dagli uomini, né da voi, né da altri, sebbene, come apostoli di Cristo, avessimo potuto far valere la nostra autorità;
1Tessalonicesi 2:7 invece, siamo stati mansueti in mezzo a voi, come una nutrice che cura teneramente i suoi bambini.

Nella prima lettera ai Tessalonicesi, Paolo parla di Silvano (o Sila) e Timoteo come apostoli, al pari del suo ministero e con la stessa autorità apostolica di fondazione.

2Corinzi 8:23 Quanto a Tito, egli è mio compagno e collaboratore in mezzo a voi; quanto ai nostri fratelli, essi sono gli inviati delle chiese, e gloria di Cristo.

Ai credenti di Corinto scrive che Tito è suo compagno e collaboratore e che i loro fratelli (coloro che i Corinzi avevano visto insieme a Paolo) sono gli apostolos delle chiese, a gloria di Cristo.
Nonostante la traduzione italiana renda "inviati", Paolo in greco usa proprio il termine "apostoli".

Tito 1:5 Per questa ragione ti ho lasciato a Creta: perché tu metta ordine nelle cose che rimangono da fare, e costituisca degli anziani in ogni città, secondo le mie istruzioni.

Per questo motivo dà a Tito un incarico apostolico, costituire degli anziani (una leadership) in ogni comunità locale...

1Timoteo 1:3 Ti ripeto l'esortazione che ti feci mentre andavo in Macedonia, di rimanere a Efeso per ordinare ad alcuni di non insegnare dottrine diverse [...]

...E a Timoteo l'importante compito di intervenire in una chiesa locale e difendere la sana dottrina che rischiava di essere compromessa a causa di persone all'interno della comunità, probabilmente con un ruolo di guida (cfr. 1:7)...

2Timoteo 2:2 e le cose che hai udite da me in presenza di molti testimoni, affidale a uomini fedeli, che siano capaci di insegnarle anche ad altri.

...Oltre a quello, infine, di discepolare altre persone e probabilmente costituire una nuova squadra apostolica nel momento in cui sapeva di dover morire martire.

Paolo dunque era in un team apostolico e questa è l'unica formazione di cui abbiamo esempio nel Nuovo Testamento in relazione al ministero apostolico successivo ai dodici apostoli di Gesù. Anche quando saluta altri apostoli di questo tipo, ne parla al plurale (Ro 16:7) lasciando intendere che lavoravano insieme ad altre persone e non da soli. E' lecito dunque pensare che anche al giorno d'oggi l'indicazione del Signore sia sempre quella di collaborare nel ministero insieme agli altri fratelli come un corpo, in sinergia. Ogni ministro deve rendere conto agli altri e ogni ministero deve discepolare altri credenti con questa chiamata, perchè nel regno di Dio non esiste l'individualismo. Il Signore ha creato la Chiesa come un corpo, non come una serie di individui a sé stanti. Ne consegue che gli apostoli non debbano adempiere al loro ministero in solitudine ma collaborando con gli altri ministeri e discepolando altri apostoli che a loro volta potranno tramandare l'opera di Dio alle successive generazioni, fino al ritorno del Signore.

martedì 9 aprile 2013

La "teologia della confessione positiva" al vaglio della Scrittura

In ambito protestante pentecostale, esiste una "teologia della confessione positiva". Secondo questa teologia, what I confess, I possess, "quello che 'confesso' possiedo": proclamando con una fede sufficiente la propria fiducia di ottenere la prosperità e la salute il cristiano ha la certezza di ottenerle. Il Faith Movement cita Romani 10, 8-10 secondo cui "con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza" e "se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore [...] sarai salvo". "Salvo", nell'interpretazione del Faith Movement, non si riferisce soltanto alla salvezza eterna, ma anche al benessere e alla salute materiale.


In questa sede, vorrei condividere delle riflessioni bibliche basate sul dubbio della legittimità dottrinale del Movimento della Fede. Ciascuno ha la possibilità di trarre le proprie conclusioni dopo il percorso Scritturale che faremo assieme.


Povertà, abbondanza...


Ho avuto una grande gioia nel Signore, perché finalmente avete rinnovato le vostre cure per me; ci pensavate sì, ma vi mancava l'opportunità. 
Non lo dico perché mi trovi nel bisogno, poiché io ho imparato ad accontentarmi dello stato in cui mi trovo. So vivere nella povertà e anche nell'abbondanza; in tutto e per tutto ho imparato a essere saziato e ad aver fame; a essere nell'abbondanza e nell'indigenza. Io posso ogni cosa in colui che mi fortifica. Tuttavia avete fatto bene a prender parte alla mia afflizione.
Filippesi 4:10-14 

L'Apostolo Paolo si trovava agli arresti domiciliari a Roma nel momento in cui scriveva questa lettera ai credenti di Filippi, che amava teneramente.

Questi fratelli avevano provveduto a inviargli dei doni per venire incontro alle sue necessità e,  per ringraziarli, Paolo scrive queste parole. 
Dice loro di aver imparato ad accontentarsi dello stato in cui si trovava. Dice di saper vivere nella povertà come nell'abbondanza, ad essere saziato e ad avere fame. A essere nell'abbondanza e nell'indigenza. Poteva sostenere tutte queste situazioni, perché Cristo lo fortificava. Spesso il versetto 13 viene strumentalizzato per enfatizzare una fantomatica potenza del credente che può fare ogni cosa in senso assoluto. Il contesto però è ben diverso. Cristo fortifica e rende capaci di sopportare la povertà, la fame e l'indigenza. Questo è l'insegnamento dell'Apostolo. Certo, poteva insegnare molte cose differenti. Poteva testimoniare di aver confessato la sua liberazione dalla prigionia ed averla ottenuta. Ma così non è stato, perché in realtà la sua prigionia era il modo voluto da Dio per la diffusione del Vangelo in quel preciso contesto (Fil 1:12-13). Dio ha voluto diffondere il vangelo a Roma attraverso la sofferenza e la prigionia di Paolo. Egli era afflitto. Ma il piano di Dio era realizzato.
Meditando su questa considerazione, approcciamoci ora all'Antico Testamento.

Io ti ho chiesto due cose;

non me le rifiutare, prima che io muoia;
allontana da me vanità e parola bugiarda;
non darmi né povertà né ricchezze,
cibami del pane che mi è necessario,
perché io, una volta sazio, non ti rinneghi
e dica: «Chi è il SIGNORE?»
oppure, diventato povero, non rubi,
e profani il nome del mio Dio.
Proverbi 30:7-9 

Nel libro dei proverbi troviamo i detti di Agur, un ignoto saggio, probabilmente contemporaneo di Salomone. Questi proverbi denotano umiltà e un acuto spirito teologico. 

Il versetto 30:1 apre questa collezione sapienziale con l'introduzione "Parole di Agur", traducibile anche con "oracolo" o "fardello", entrambe espressioni comuni alla letteratura biblica profetica.
"Non darmi né povertà né ricchezze, cibami del pane che mi è necessario". 
Questo è il consiglio che il saggio vuole dare ai suoi allievi.
Egli chiede al Signore protezione dall'abbondanza e dalla distretta per evitare di trovarsi in situazioni che lo porterebbero a peccare. Chi mai farebbe una preghiera simile? Chi mai pregherebbe Dio di non renderlo ricco? Un uomo molto saggio, ispirato da Dio, i cui detti sono entrati nella Parola di Dio scritta, che noi tutti conosciamo molto bene.

Restando su questo tema però, torna opportuno leggere nuovamente dei versetti tratti da un'altra lettera dell'Apostolo Paolo, scritta intorno a una decina di anni prima della Lettera ai Filippesi, e indirizzata a un'altra chiesa fondata da lui dopo una lunga attività evangelistica sul luogo. In queste circostanze, dei nuovi apostoli giudeo-cristiani erano arrivati con delle lettere credenziali (3:1) di alcune chiese che avevano lo scopo di raccomandarli presso la comunità di Corinto. Si definivano "servitori di Cristo" (1:23), mostravano vanto in sé stessi (5:12) e probabilmente si facevano mantenere dalle comunità stesse (argomento su cui Paolo insiste al cap.11). La loro immagine era quella di persone particolarmente ricche di talenti che passavano di successo in successo nell'apostolato, tanto da mietere continui "trionfi" nella vigna del Signore. Paolo avrebbe dovuto congratularsi davanti a tanto successo e tanta "fede" manifestata da carismi e doni spirituali? Leggiamo direttamente le sue parole:


Infatti, se uno vi riduce in schiavitù, se uno vi divora, se uno vi prende il vostro, se uno s'innalza sopra di voi, se uno vi percuote in faccia, voi lo sopportate. 
Lo dico a nostra vergogna, come se noi fossimo stati deboli; eppure, qualunque cosa uno osi pretendere (parlo da pazzo), oso pretenderla anch'io. Sono Ebrei? Lo sono anch'io. Sono Israeliti? Lo sono anch'io. Sono discendenza d'Abraamo? Lo sono anch'io. Sono servitori di Cristo? Io (parlo come uno fuori di sé) lo sono più di loro; più di loro per le fatiche, più di loro per le prigionie, assai più di loro per le percosse subite. Spesso sono stato in pericolo di morte. Dai Giudei cinque volte ho ricevuto quaranta colpi meno uno; tre volte sono stato battuto con le verghe; una volta sono stato lapidato; tre volte ho fatto naufragio; ho passato un giorno e una notte negli abissi marini. Spesso in viaggio, in pericolo sui fiumi, in pericolo per i briganti, in pericolo da parte dei miei connazionali, in pericolo da parte degli stranieri, in pericolo nelle città, in pericolo nei deserti, in pericolo sul mare, in pericolo tra falsi fratelli; in fatiche e in pene; spesse volte in veglie, nella fame e nella sete, spesse volte nei digiuni, nel freddo e nella nudità. Oltre a tutto il resto, sono assillato ogni giorno dalle preoccupazioni che mi vengono da tutte le chiese. Chi è debole senza che io mi senta debole con lui? Chi è scandalizzato senza che io frema per lui? Se bisogna vantarsi, mi vanterò della mia debolezza. 
2Corinzi 11:20-30 

...ed eccellenza spirituale.



Bisogna vantarsi? Non è una cosa buona; tuttavia verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore. Conosco un uomo in Cristo che quattordici anni fa (se fu con il corpo non so, se fu senza il corpo non so, Dio lo sa), fu rapito fino al terzo cielo. So che quell'uomo (se fu con il corpo o senza il corpo non so, Dio lo sa) fu rapito in paradiso, e udì parole ineffabili che non è lecito all'uomo di pronunciare. Di quel tale mi vanterò; ma di me stesso non mi vanterò se non delle mie debolezze. Pur se volessi vantarmi, non sarei un pazzo, perché direi la verità; ma me ne astengo, perché nessuno mi stimi oltre quello che mi vede essere, o sente da me. E perché io non avessi a insuperbire per l'eccellenza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un angelo di Satana, per schiaffeggiarmi affinché io non insuperbisca. Tre volte ho pregato il Signore perché l'allontanasse da me; ed egli mi ha detto: «La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella DEBOLEZZA». Perciò molto volentieri mi vanterò piuttosto delle mie debolezze, affinché la potenza di Cristo riposi su di me. Per questo mi compiaccio in debolezze, in ingiurie, in necessità, in persecuzioni, in angustie per amor di Cristo; perché, quando sono debole, allora sono forte.
2Corinzi 12:1-10 

Di fronte al successo e alla prosperità di questi apostoli "raccomandati", Paolo snocciola tutte le persecuzioni subite, tutte le disavventure, le fatiche, le pene, la fame, la sete, il freddo e la nudità patiti nel suo ministero. Di fronte ai doni spirituali di questi operai fraudolenti, lui racconta in terza persona di essere stato rapito in paradiso, precisando che non si vanterà di questo ma piuttosto delle sue debolezze.

Perchè non avesse ad insuperbirsi di queste eccezionali esperienze spirituali, racconta di come un angelo di Satana gli ha messo una spina nella carne. E in questa circostanza cosa fa? Confessa in fede una liberazione? Pretende una guarigione da parte di Dio?
No, umilmente chiede al Signore queste cose e la risposta che riceve da Lui è un profondo principio spirituale:  «La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza». La potenza di Dio non si dimostra perfetta nella fede, ma nella debolezza!


La salute fisica...


La paternità paolina della prima lettera a Timoteo è stata oggetto di discussione in ambito accademico, ma è sempre stata attribuita all'Apostolo secondo la tradizione cristiana.
Compare nel Codex Sinaiticus, uno dei più antichi manoscritti biblici risalente al 330 d.C. e nel canone muratoriano, la più antica lista dei libri del Nuovo Testamento, tradotta in greco da un testo datato circa al 170 d.C. 
Seguendo l'ipotesi tradizionalista, la lettera sarebbe stata scritta da Paolo dopo la sua prima prigionia e poco prima del martirio nel 67 d.C.
La lettera appare scritta principalmente per esortare Timoteo a restare ad Efeso per difendere la sana dottrina (1:3,4). Quasi al termine dello scritto, troviamo una curiosa indicazione:

1Timoteo 5:23 Non continuare a bere acqua soltanto, ma prendi un po' di vino a causa del tuo stomaco e delle tue frequenti indisposizioni.

Timoteo, collaboratore nella squadra apostolica di Paolo, a quanto pare soffriva di frequenti indisposizioni di stomaco. Spesso aveva disturbi fisici che non lo facevano stare bene.

Di per sè questo elemento non avrebbe nulla di strano.
Proviamo però a riflettere un attimo. Lui era considerato da Paolo come legittimo figlio nella fede (1:2), aveva un rapporto incredibilmente stretto di figliolanza spirituale con l'Apostolo dei gentili, l'uomo che ha portato il Vangelo nel mondo extra giudaico, sulle cui rivelazioni è stata costruita la dottrina di tutto il cristianesimo. 
Paolo, protagonista di molti miracoli (Atti 14:9) ed eccezionale autorità spirituale (Atti 16:18), non poteva dire al suo più stretto collaboratore di dichiarare con fede la sua guarigione?
Così come scriverà più tardi della necessità di ravvivare il suo carisma mediante l'imposizione delle sue mani (2 Tim 1:6), non poteva forse scrivere di pazientare di aspettarlo per ricevere una guarigione miracolosa con la stessa imposizione? Perchè Paolo non compie un miracolo guarendo fisicamente Timoteo? Perchè evidentemente la realtà spirituale non è in questi termini. Paolo operava nella potenza dell'ubbidienza a Dio. Ogni suo grande successo era dovuto dall'allineamento con le indicazioni del Signore (Atti 16:7-10). Ecco quindi che a questo problema fisico viene data una soluzione quasi ridicola rispetto alla dottrina della confessione positiva. Al posto di esortare Timoteo a confessare una guarigione, Paolo gli raccomanda di prendere un po' di vino. E' come se andassimo dal più grande uomo di Dio della nostra generazione, protagonista di innumerevoli miracoli, e raccontando dei nostri disturbi di emicrania, sentissimo raccomandarci  di mangiare in modo sano e prendere pastiglie per il mal di testa.
Evidentemente non tutte le malattie hanno origini spirituali.
Evidentemente la guarigione non si ottiene sempre con una semplice confessione.
Evidentemente la fede di per sè e vuota, se non è ancorata a ciò che Dio vuole fare.

Però ho ritenuto necessario mandarvi Epafròdito, mio fratello, mio compagno di lavoro e di lotta, inviatomi da voi per provvedere alle mie necessità; egli aveva un gran desiderio di vedervi tutti ed era preoccupato perché avevate saputo della sua malattia. È stato ammalato, infatti, e ben vicino alla morte; ma Dio ha avuto pietà di lui; e non soltanto di lui, ma anche di me, perché io non avessi dolore su dolore.
Filippesi 2:25-27 

Per rimarcare questo concetto, confrontiamoci con altre Scritture.

Torniamo alla lettera ai Filippesi, scoprendo questa volta le dinamiche con cui la comunità di Filippi aveva provveduto a recapitare il sostegno economico a Paolo. Essi avevano infatti mandato il fratello Epafròdito, e scopriamo con queste parole che una volta arrivato a Roma si è ammalato arrivando vicino alla morte. Anche in questo caso però, Paolo non ha confessato la sua guarigione. Riporta infatti molto più semplicemente che Dio ha avuto pietà di lui e di Paolo stesso. Frase che evidenzia l'umiltà di chi sa quale sia il suo posto e il posto di Dio.
Il fratello è stato guarito con suppliche, per la misericordia del Signore, non con confessioni positive.

Vediamo ora un ultimo passo biblico nel tema della salute fisica.

3Giovanni 2 Carissimo, io prego che in ogni cosa tu prosperi e goda buona salute, come prospera l'anima tua.


L'Apostolo Giovanni scrive al caro fratello Gaio, che ama (1:1) profondamente. 

Rivela subito di come prega che lui possa prosperare e godere di buona salute. Il discepolo che Gesù amava (Gv 21:7), l'uomo che avuto la maggiore intimità possibile con il Cristo incarnato, prega il Signore per la salute e prosperità di un suo fratello.
Prega. Chiede in preghiera.
Anche in questo caso, non leggiamo nulla a riguardo di confessioni di prosperità in fede.
Tutto è sottomesso alla volontà di Dio tramite la preghiera.

...e la fede.


Apocalisse 13:10 Se uno deve andare in prigionia, andrà in prigionia; se uno dev'essere ucciso con la spada, bisogna che sia ucciso con la spada. Qui sta la costanza e la fede dei santi.


La Scrittura attesta che la fede dei santi negli ultimi tempi sta nell'accettare il martirio, non nell'essere prosperi.


Siate sobri, vegliate; il vostro avversario, il diavolo, va attorno come un leone ruggente cercando chi possa divorare. 
Resistetegli stando fermi nella fede, sapendo che le medesime sofferenze affliggono i vostri fratelli sparsi per il mondo. 1Pietro 5:8-9 

La Scrittura attesta che la fede dei santi sta nel resistere al diavolo sapendo che le medesime sofferenze - non le medesime ricchezze materiali - affliggono tutti i loro fratelli sparsi nel mondo. 

Ebrei 11:39 Tutti costoro, pur avendo avuto buona testimonianza per la loro fede, non ottennero ciò che era stato promesso.


La Scrittura attesta che tutti gli "eroi della fede" non ottennero per fede ciò che era stato promesso per adempiere a una superiore volontà di Dio.

Se esistesse un principio spirituale secondo cui con la semplice confessione in fede si ottiene ciò che si desidera, questi uomini di Dio dovrebbero essere la prima testimonianza dell'esistenza di questo principio spirituale.

Frequenti interpretazioni sbagliate.


a)


Quando Gesù fu entrato in Capernaum, un centurione venne da lui, pregandolo e dicendo: 
«Signore, il mio servo giace in casa paralitico e soffre moltissimo». Gesù gli disse: «Io verrò e lo guarirò». Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di' soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Perché anche io sono uomo sottoposto ad altri e ho sotto di me dei soldati; e dico a uno: "Va'", ed egli va; e a un altro: "Vieni", ed egli viene; e al mio servo: "Fa' questo", ed egli lo fa». Gesù, udito questo, ne restò meravigliato, e disse a quelli che lo seguivano: «Io vi dico in verità che in nessuno, in Israele, ho trovato una fede così grande! E io vi dico che molti verranno da Oriente e da Occidente e si metteranno a tavola con Abraamo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, ma i figli del regno saranno gettati nelle tenebre di fuori. Là ci sarà pianto e stridor di denti». Gesù disse al centurione: «Va' e ti sia fatto come hai creduto». E il servitore fu guarito in quella stessa ora. Matteo 8:5-13 

In questo brano del Vangelo di Matteo, Gesù si meraviglia della fede di questo centurione. Dice addirittura che in tutto Israele non ha trovato una fede così grande.

Ma qual è la caratteristica di questa meravigliosa fede? 
Molti pensano che sia la certezza di ottenere la guarigione del proprio servo. Sembrerebbe quindi che la fede in questa certezza di guarigione abbia portato effettivamente a tale risultato.
Nel contesto, le parole del centurione però mostrano decisamente qualcos'altro.
"...anche io sono uomo sottoposto ad altri e ho sotto di me dei soldati; e dico a uno: "Va'", ed egli va; e a un altro: "Vieni", ed egli viene; e al mio servo: "Fa' questo", ed egli lo fa".
Il centurione era uno dei gradi della catena di comando nell'Esercito Romano. Comandava un gruppo di uomini che andava tra le 80 e le 300 unità. Il suo compito era coordinare la sua centuria secondo gli ordini a sua volta ricevuti. Era un ruolo militare, che quotidianamente ubbidiva ed impartiva ordini militari. Ordini ai quali non si poteva evitare l'ubbidienza, pena la morte. Ecco quindi che questo centurione associa il suo retaggio militare alla persona di Cristo. Perchè? Perchè era convinto che questo Messia era il Figlio di Dio. 
Solo Colui che ha creato il mondo e ogni essere umano può avere l'autorità di guarire una malattia solo con un pensiero. Il centurione aveva riconosciuto questa autorità in Gesù.
Più tardi, lo stesso Vangelo testimonierà della confusione che c'era attorno all'identità di Gesù:

Poi Gesù, giunto nei dintorni di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «Chi dice la gente che sia il Figlio dell'uomo?»
 Essi risposero: «Alcuni dicono Giovanni il battista; altri, Elia; altri, Geremia o uno dei profeti».
Matteo 16:13-14 

Gli Ebrei, il popolo creato e scelto da Dio, non avevano riconosciuto Gesù come Suo Figlio.

Un militare pagano invece sì.
Ecco perchè Gesù si meraviglia! Una meraviglia che non era causata dalla fede in sé stessa di quest'uomo, ma sull'oggetto di questa sua fede: l'identità di Cristo! Vediamolo in un altro brano spesso frainteso:


Ed ecco una donna, malata di un flusso di sangue da dodici anni, avvicinatasi da dietro, gli toccò il lembo della veste, perché diceva fra sé: «Se riesco a toccare almeno la sua veste, sarò guarita». Gesù si voltò, la vide, e disse: «Coraggio, figliola; la tua fede ti ha guarita». Da quell'ora la donna fu guarita.
Matteo 9:20-22 

La sua fede ha guarito dalla malattia questa donna. Molti assolutizzano questa frase senza comprenderne il vero significato. Non è la persuasione interiore fine a sé stessa che ha operato la guarigione, ma la certezza che bastava toccare un lembo della veste del Messia! Altrimenti per essere guariti basterebbe avere fede di ottenere la guarigione toccando i vestiti di qualsiasi persona.
Da questa considerazione però dobbiamo fare un ulteriore passo per schivare un errore dottrinale simile. Qualcuno infatti potrebbe pensare: "allora basta credere che Gesù è Dio e chiedergli in fede qualsiasi cosa per ottenerlo". Abbiamo già visto nei passi precedenti che non è così, e non è stato così nemmeno per Gesù stesso!
Luca 22:42 «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Però non la mia volontà, ma la tua sia fatta».

Giovanni 5:30 Io non posso far nulla da me stesso; come odo, giudico; e il mio giudizio è giusto, perché cerco non la mia propria volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.

Esiste infatti una volontà di Dio, un disegno del Signore superiore a qualsiasi volontà e richiesta umana. Gesù stesso si è sottomesso alla volontà del Padre. Tanto più i credenti devono essere sempre in ascolto della voce di Dio, per adempiere alla Sua volontà. E' un principio presente in tutta la Bibbia, dall'inizio alla fine. Vediamo solo alcuni esempi per non dilungarci troppo.

Romani 1:10 chiedendo sempre nelle mie preghiere che in qualche modo finalmente, per volontà di Dio, io riesca a venire da voi.

Paolo, ancora una volta, prega che per volontà di Dio possa conoscere i credenti di Roma; nonostante avendo un grande desiderio di raggiungerli si sottomette alla volontà del Signore. Non sgrida fantomatici spiriti demoniaci territoriali, e non dà per scontato che andare a Roma per motivi ministeriali è nella volontà di Dio. Chiediamo a Dio in modo analogo prima di intraprendere un'attività ministeriale o diamo per scontato che sia la volontà di Dio? In effetti, dovremmo pregare.

Romani 12:2 Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà.


Più tardi ribadisce ancora l'esigenza di conoscere la volontà di Dio rinnovando la propria mente, non proclamando la propria, di volontà. 


b)


Quando tornarono tra la folla, un uomo gli si avvicinò, gettandosi in ginocchio davanti a lui, 
e gli disse: «Signore, abbi pietà di mio figlio, perché è lunatico e soffre molto; spesso, infatti, cade nel fuoco e spesso nell'acqua. L'ho condotto dai tuoi discepoli ma non l'hanno potuto guarire». Gesù rispose: «O generazione incredula e perversa! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando vi sopporterò? Portatelo qui da me». Gesù sgridò il demonio e quello uscì dal ragazzo, che da quel momento fu guarito. Allora i discepoli, accostatisi a Gesù in disparte, gli chiesero: «Perché non l'abbiamo potuto cacciare noi?» Gesù rispose loro: «A causa della vostra poca fede; perché in verità io vi dico: se avete fede quanto un granello di senape, potrete dire a questo monte: "Passa da qui a là", e passerà; e niente vi sarà impossibile. Questa specie di demòni non esce se non per mezzo della preghiera e del digiuno».
Matteo 17:14-21 

Sulle parole del versetto 20 si sono costruite intere dottrine sulla fede, prendendo queste parole di Gesù come fulcro di tutta la vita cristiana. Ma è davvero così?

Analizziamo con calma il contesto.
Quando Cristo inviò i Suoi discepoli in missione (Mt 10:6-8), diede loro esplicitamente l'incarico di compiere questo genere di miracoli. Dopo parecchi mesi passati adempiendo questo compito, fallirono dove precedentemente erano sempre riusciti. Gesù imputa a questo fallimento la loro fede insufficiente, ma in questo caso la mancanza di fede non riguardava la possibilità che questo miracolo avvenisse; al contrario erano SORPRESI del fatto che non potevano scacciare questo demone. Il problema allora probabilmente era da ricercare nel fatto che avevano riposto la loro fiducia nei doni piuttosto che in Dio!
Il digiuno infatti serve proprio a mortificare la propria carnalità per mettere in condizione il proprio spirito di ascoltare meglio la voce di Dio ed essere in sintonia con il Suo Spirito. 

1Giovanni 5:14 Questa è la fiducia che abbiamo in lui: che se domandiamo qualche cosa secondo la sua volontà, egli ci esaudisce.


La vera fede implica sempre la sottomissione alla volontà di Dio.


c)

Filippo gli disse: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». 
Gesù gli disse: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre; come mai tu dici: "Mostraci il Padre"? Non credi tu che io sono nel Padre e che il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico di mio; ma il Padre che dimora in me, fa le opere sue. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se no, credete a causa di quelle opere stesse. In verità, in verità vi dico che chi crede in me farà anch'egli le opere che faccio io; e ne farà di maggiori, perché io me ne vado al Padre; e quello che chiederete nel mio nome, lo farò; affinché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.
Giovanni 14:8-14 

Come ultimo esempio vediamo questo brano del Vangelo di Giovanni.

Ancora una volta è facile trovare citazioni fuori luogo che incitano a chiedere qualsiasi cosa "nel nome di Gesù" con la promessa di un certo esaudimento.
E ancora una volta la Sacra Scrittura ci chiama a leggere il contesto per capire quello che il Vangelo dice e non quello che l'animo umano vuole sentirsi dire. 
In questi versetti, il Signore rivela la Sua unità con il Padre, ma anche la sua morte, resurrezione e ascensione (vedi tutto il capitolo 14). Dice ai discepoli di chiedere qualcosa nel Suo nome e che Egli lo farà. Ma questo invito a cosa è correlato?


Se voi mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre, ed Egli vi darà un altro consolatore, perché stia con voi per sempre.
Giovanni 14:15-16 

E' un invito che riguarda la comunione con il Consolatore, lo Spirito Santo.
Solo ascoltando e seguendo lo Spirito Santo riceviamo insegnamento in ogni cosa (14:26), e di conseguenza, solo sottomettendoci alla Sua guida possiamo domandare al Padre nel nome del Figlio e ricevere quello che domandiamo, perché in accordo con la stessa volontà di Dio!
Come mai il Figlio ne risulta glorificato? Forse ne sarebbe glorificato esaudendo la volontà degli uomini? Oppure la Sua gloria risulterebbe dall'esaudire una richiesta che rientra nella volontà del Padre, mostrando a tutto il creato che Lui e il Padre sono Uno! Proprio ciò che stava dicendo ai discepoli! Ecco il vero significato di queste parole. 

Ancora una volta la volontà di Dio viene innalzata e quella dell'uomo abbassata.

Conclusioni:


Come anticipato nell'introduzione, non credo di dover aggiungere nulla all'insegnamento biblico che abbiamo appena visto. 

Ciascuno ha la libertà di giungere alla propria conclusione, sapendo che ognuno è responsabile di sé stesso davanti a Dio; responsabilità di cui, un giorno, si dovrà rendere conto. Possa il Signore illuminarci e guidarci verso tutta la Verità (Gv 16:13).
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