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domenica 4 ottobre 2020

Tutta la pienezza in lui

INTRODUZIONE

Se c'è un principio cardine nel Cristianesimo questo può essere identificato nella centralità della persona vivente di Gesù Cristo: la centralità nella sua relazione con Dio, nel riscatto del cosmo e della miseria umana attraverso il suo sacrificio e  secondo il proposito eterno del Padre. Questa centralità accomuna tutto il Nuovo Testamento ma viene espressa in modo particolarmente evidente in una serie di brani. Uno di questi lo troviamo nella Lettera ai Colossesi.

Questa lettera è stata scritta per rafforzare la fede della comunità destinataria ma soprattutto per correggere alcuni gravi errori nei quali questi credenti erano caduti. Nella lettera possiamo trovare alcuni indizi su questi errori dottrinali: una credenza a riguardo degli angeli e degli elementi dell'universo (2:8), l'osservanza di una disciplina alimentare, di feste, noviluni, sabati in una forma di esaltazione delle pratiche ascetiche. I promotori di questi insegnamenti devono essere sorti all'interno della fede cristiana ma vennero tacciati dall'autore dell'epistola di non essersi mantenuti stretti al capo, ossia, a Cristo. Ecco che abbiamo trovato quindi il tema principale di questa lettera e di questa mia esposizione.

1. TUTTA LA PIENEZZA

Colossesi 1:19 Poiché al Padre piacque di far abitare in lui tutta la pienezza.


Tutto ha origine in una decisione del Padre, che la teologia cristiana chiama decreto di Dio. I decreti di Dio riguardano i progetti che Dio ha stabilito dall'eternità e che in seguito egli ha puntualmente mandato ad effetto nel mondo e nella storia. Il più importante riguarda proprio il ruolo del Figlio ed è testimoniato da alcune Scritture dell'Antico Testamento che ben presto sono state interpretate dalle comunità cristiane in questo modo. Tra le più importanti troviamo il Salmo 2 e il Salmo 110:


Io annuncerò il decreto:

Il SIGNORE mi ha detto: «Tu sei mio figlio,

oggi io t'ho generato.

Chiedimi, io ti darò in eredità le nazioni

e in possesso le estremità della terra.

Salmo 2:7-8

Questo Salmo messianico descrive originariamente l'intronizzazione di un re di Israele ma il suo significato messianico trascende un singolo evento storico per descrivere profeticamente il momento, nell'eternità fuori dal tempo, in cui Dio Padre ha formulato il decreto di autorità del Figlio e la sua eredità nelle nazioni e proprietà in tutta la terra. Appare chiaro già qui che il potere del Figlio deriva da quello del Padre e che il suo esercizio manifesta un perfetto accordo tra loro, tale che nelle azioni del Figlio si possa ravvedere con esattezza la volontà del Padre. Possiamo considerare però ora anche un secondo esempio.

Il SIGNORE ha detto al mio Signore:

«Siedi alla mia destra

finché io abbia fatto dei tuoi nemici lo sgabello dei tuoi piedi».

Salmo 110:1 

E' significativo per questo caso leggere come Gesù ha citato questo versetto:

Gesù, mentre insegnava nel tempio, disse: «Come mai gli scribi dicono che il Cristo è Figlio di Davide? Davide stesso disse per lo Spirito Santo:

"Il SIGNORE ha detto al mio Signore:

'Siedi alla mia destra,

finché io abbia messo i tuoi nemici sotto i tuoi piedi'".

Davide stesso lo chiama Signore; dunque come può essere suo figlio?» E una gran folla lo ascoltava con piacere.

Marco 12:35-37

Il paradosso che Gesù evidenzia agli scribi riguarda la natura del Messia. In quanto discendente di Davide, infatti, doveva essere inferiore a lui ma Davide stesso in quanto autore del Salmo lo definisce suo Signore: come mai? Evidentemente, pur essendo suo discendente, la natura dell'autorità di Cristo non doveva essere solamente derivante dalla sua stirpe regale umana ma da un ordine di natura superiore: l'autorità di Dio. Questa conclusione fa emergere dalle nebbie del mistero l'identità e la vera autorità di Gesù Cristo in quanto Figlio di Dio non secondo le concezioni antiche di questo titolo in Israele (al pari di qualsiasi re del popolo eletto) ma con un rapporto filiale rispetto al Padre che l'evangelista Giovanni definirà con il termine "unigenito". Gesù è Figlio di Dio in un modo unico, speciale e diverso rispetto ai re del passato e a tutti i credenti che possono dirsi figli di Dio. In cosa consiste però questa unicità? Nell'avere in sé tutta la pienezza a differenza di chiunque altro in cielo e sulla terra. Nello gnosticismo, e molto probabilmente nella dottrina erronea di Colossi, il pleroma - ossia la pienezza - rappresentava l'intero sistema di potenze celesti e di spirituali emanazioni che procedevano da Dio. Ecco quindi che questa idea viene spazzata via dalla completezza di Gesù Cristo e dalla mancanza di necessità di altri intermediari. Come leggiamo anche nella Prima Lettera a Timoteo, c'è infatti un solo Dio e un solo mediatore tra lui e gli uomini: Cristo Gesù uomo. 

2. TUTTA LA RICONCILIAZIONE

Colossesi 1:20a ...e di riconciliare con sé tutte le cose per mezzo di lui...

La mediazione di Cristo ha alcune caratteristiche uniche oltre a quella della sua esclusività: il fatto di avere uno scopo preciso e un'efficacia totale. 

Lo scopo dell'incarico di mediazione del Figlio, infatti, è ben preciso ed è quello di realizzare una riconciliazione tra il Padre e tutte le cose create. Il termine tradotto con "riconciliare" viene reso al meglio dall'immagine della riconciliazione tra due sposi che hanno deciso di divorziare. Laddove c'era amore e una completa unione ora si trova ostilità e separazione, ma nonostante la grande difficoltà rimane la speranza di una riconciliazione. Probabilmente ora ci sono delle ferite nell'anima, dei tradimenti nella fiducia, ma per quanto arduo è sempre possibile intraprendere un percorso di restaurazione. Questo è il percorso che Cristo ha intrapreso per volontà del Padre verso di noi. Adamo e Eva hanno tradito la fiducia del Creatore, Israele ha tradito il rapporto con il suo Dio rivolgendosi frequentemente a divinità straniere (idoli) arrivando a uccidere i profeti che denunciavano queste trasgressioni. Per questo motivo il Figlio di Dio è intervenuto in prima persona per ricucire uno strappo avvenuto non solo con l'umanità ma, per estensione, con l'intera creazione sottoposta a vanità anche se non per sua stessa volontà. Questa riconciliazione però non è avvenuta gratuitamente né senza sacrificio.

3. TUTTO IL CREATO

Colossesi 1:20b avendo fatto la pace mediante il sangue della sua croce; per mezzo di lui, dico, tanto le cose che sono sulla terra, quanto quelle che sono nei cieli.

La pace che possiamo vivere, infatti, è stata ottenuta da Cristo attraverso il sangue della sua croce, ossia attraverso la sua morte. Una morte non accidentale ma accolta in modo sofferto e consapevole come unico modo per ripristinare l'armonia perduta. Ogni riconciliazione ha un prezzo e in questo caso è stato il più alto. L'iniziativa è stata di Dio, in accordo con il Figlio, in modo univoco. Di questo accordo ne beneficia ogni cosa sulla terra e nel cielo in quanto la direzione verso cui stiamo andando è il ritorno di Cristo e il compimento di una piena rigenerazione in lui di ogni cosa. Dicendo questo però non dobbiamo pensare a una generica e universale salvezza per l'umanità nella sua interezza in quanto è necessario che ogni individuo conosca e accolga consapevolmente il dono di Dio, e che decida di rinnovare la propria mente seguendo i pensieri e la volontà rivelata del Creatore per poter essere trovato allineato all'ordine del mondo che verrà. Sia che questa decisione derivi dal libero arbitrio umano sia che derivi dalla prescelta divina, anche se la pace conquistata è universale essa non si può sperimentare senza una consapevolezza personale. La buona notizia del Vangelo, tuttavia, è che questo dono esiste. Questo dono si può accogliere. Perché questa è la volontà di Dio.  

CONCLUSIONE

Una delle vette della cristologia del Nuovo Testamento compare nel primo capitolo della Lettera ai Colossesi. In questo testo apprendiamo che è stata la volontà del Padre far abitare tutta la pienezza della divinità solo e unicamente in Gesù Cristo e non in una moltitudine di esseri spirituali. Egli è l'immagine del Dio invisibile, è il Figlio Unigenito di Dio e l'unico in grado, con il proprio sacrificio di sangue, di riconciliare con sé gli uomini così come tutto il creato. 

Nonostante le difficoltà e sofferenze del tempo presente, dunque, c'è una speranza di trovare comprensione, perdono, riscatto e restaurazione presso Dio e questa speranza è presente esclusivamente in Gesù. Tanto le cose che sono sulla terra, quanto le cose che sono nei cieli, trovano la propria pace proprio in lui. 

domenica 16 febbraio 2020

Il diadema, l'olio e il mantello





INTRODUZIONE

L'Unto profetizzato dall'oracolo della terza parte del libro del profeta Isaia (Is. 61) si distingue per molteplici compiti che sono stati compresi fin da subito in chiave cristologica dalla Chiesa primitiva.

Gesù stesso all'inizio del suo ministero terreno ha annunciato pubblicamente di adempiere in sé proprio quelle qualifiche e quelle missioni (cfr. Lc. 4) e, poco alla volta, i suoi discepoli sono riusciti a comprenderlo in modo sempre più completo. L'annuncio di una buona notizia, della guarigione, liberazione e dell'imminente arrivo del giorno del Signore (foriero contemporaneamente di grazia e vendetta) sono i primi aspetti descritti nell'esercizio di questo ufficio, ma in seguito ne troviamo anche altri legati a doni che, nell'ottica ecclesiale del Nuovo Patto, risultano decisamente significativi. La Grazia di Dio è la fonte della Salvezza in Cristo, ma sappiamo che questa grazia è multiforme, svariata (1 Pt. 4:10) e si manifesta tanto nella varietà di persone e servizi nella Chiesa quanto nella varietà e crescita nelle esperienze spirituali legate alla conoscenza – scritturale e esperienziale – del Signore. Ecco quindi che i doni del Messia agli afflitti vengono descritti nel seguente modo:

[…] per mettere, per dare agli afflitti di Sion
un diadema invece di cenere,
olio di gioia invece di dolore,
il mantello di lode invece di uno spirito abbattuto,
affinché siano chiamati querce di giustizia,
la piantagione del SIGNORE per mostrare la sua gloria.
Isaia 61:3

Siamo arrivati al momento di poterli considerare insieme.

1. UN DIADEMA, INVECE DI CENERE

I Giudei in esilio pensavano alla propria speranza religiosa come qualcosa di completamente distrutto, andato in cenere. Ed è a loro per primi che Dio promette di dare al posto di questa cenere, ossia della distruzione e annientamento che avevano vissuto, un diadema: termine questo che traduce l'ebraico peh-ayr' indicante un accessorio che abbellisce ma che comporta anche un grado di gloria. In questo senso dunque la traduzione italiana è felice: infatti il diadema è un ornamento utilizzato soprattutto in ambito greco-romano dagli imperatori come simbolo di regalità. Il senso di questo dono quindi è quello del restaurare la dignità perduta, e non solo quella, ma anche una autorità di governo che nel momento presente appare come pura fantasia. Il profilo originario è escatologico ma presenta nuove e essenziali sfumature nel Nuovo Testamento. Proprio qui infatti leggiamo le parole che il Cristo risorto e glorificato rivolge alla sua chiesa:

«All'angelo della chiesa di Smirne scrivi:
Queste cose dice il primo e l'ultimo, che fu morto e tornò in vita:
"Io conosco la tua tribolazione, la tua povertà (tuttavia sei ricco) e le calunnie lanciate da quelli che dicono di essere Giudei e non lo sono, ma sono una sinagoga di Satana. Non temere quello che avrai da soffrire; ecco, il diavolo sta per cacciare alcuni di voi in prigione, per mettervi alla prova, e avrete una tribolazione per dieci giorni. Sii fedele fino alla morte e io ti darò la corona della vita.
Apocalisse 2:8-10

Come disse il martire e teologo luterano Dietrich Bonhoeffer, la grazia a buon mercato è il pericolo più insidioso e mortale che si può trovare in Chiesa: la grazia del Signore infatti è a caro prezzo. E' gratuita, ma per essere coerente, la sua accoglienza costa tutta la vita. Accettare la buona notizia della salvezza di Dio in Cristo porta a un perdono totale, un perfetto ripristino della relazione con il Padre, ma anche la responsabilità con il sostegno dello Spirito Santo di ripercorrere i passi di Gesù. Crescere nella sua santità, nella sua ubbidienza, nella sua fedeltà fino alla morte. Questa è la condizione per ricevere la corona della vita, il premio di chi ha superato difficoltà, vituperio e tribolazione con e per l'amore restaurante di Dio nel proprio cuore. Proprio dove c'è prigionia, dolore, persecuzione, morte, cenere.....il Cristo glorificato promette una corona di vita e gloria eterna.

2. OLIO DI GIOIA, INVECE DI DOLORE

Il diadema, la corona, non è però l'unico dono che il Messia vuole dare. Come rafforzativo per questo concetto infatti troviamo in secondo luogo l'olio di gioia invece del dolore. L'olio è nel testo biblico da sempre un elemento di regalità (con l'olio venivano unti i re) e proprio l'olio profumato veniva utilizzato per esaltare la bellezza e il potere dei regnanti. L'elemento dell'olio appare con un duplice aspetto in particolare nel Vangelo secondo Giovanni, nel settimo segno miracoloso di Gesù in questo vangelo. A cavallo tra la prima e la seconda metà di questo testo abbiamo un po' di confusione cronologica (tra il cap. 11 e 12) ma quel che è rilevante è l'episodio di Maria che, preso dell'olio costoso e profumato, ne cosparge i piedi di Gesù asciugandoli con i propri capelli. Gesù stesso interpreterà per gli altri questo gesto come un'anticipazione della propria sepoltura (12:7). Nel capitolo precedente (c.11) però, che tuttavia non può che avvenire in un tempo successivo, troviamo la stessa Maria (v.2: quella che unse il Signore di olio profumato e gli asciugò i piedi con i suoi capelli) molto preoccupata per la malattia di suo fratello Lazzaro. Sappiamo tutti come procede la narrazione: Gesù tarda ad arrivare, Lazzaro peggiora fino a morire ma alla fine Cristo arriva e risuscita Lazzaro davanti ai presenti esterrefatti. Gesù ha aspettato consapevolmente quel tempo per mostrare la gloria di Dio, e la gloria di Dio è esattamente questa: convertire l'olio della sepoltura in olio di risurrezione e gioia. Un'anticipazione della sua risurrezione che, a sua volta, sarebbe stata una anticipazione della nostra.

Dove c'è cenere, Dio promette un diadema. Dove c'è dolore egli promette olio di gioia. Sempre guardando ai tempi di restaurazione, l'oracolo del profeta Ezechiele conferma:

Allora la vergine si rallegrerà nella danza,
i giovani gioiranno insieme ai vecchi;
io muterò il loro lutto in gioia, li consolerò,
li rallegrerò liberandoli del loro dolore.
Geremia 31:13

Questa è la promessa di Dio, ancora una volta realizzata dal Signore Gesù e attesa dai credenti di ogni epoca.

3. UN MANTELLO DI LODE INVECE DI UNO SPIRITO ABBATTUTO

Il terzo aspetto che stiamo considerando riguarda il mantello di lode al posto di uno spirito abbattuto. Nella sofferenza, nel dolore, nella morte è normale avere uno spirito abbattuto. Uno spirito che è a terra e solo a terra guarda. Parte integrante della missione di Gesù è stata quella di alzare il nostro sguardo verso di lui e verso il Padre. Non a caso nel Nuovo Testamento leggiamo:

Aspirate alle cose di lassù, non a quelle che sono sulla terra; poiché voi moriste e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio.
Lettera ai Colossesi 3:2-3

La morte di Cristo ha cancellato il documento a noi ostile, il corpo del peccato, e nella libertà dei figli di Dio ha permesso che potessimo alzare lo sguardo verso lassù. Identificati attraverso il battesimo nella sua morte e risurrezione (Rom. 6:4) siamo stati nascosti con Cristo in Dio ed è a Dio che dobbiamo guardare, non a noi stessi o alla caducità del mondo presente. Questo sguardo però non è fine a sé stesso ma permette il nostro rinnovamento in una serie di comportamenti che l'autore di questa lettera specifica in seguito, tra i quali troviamo:

La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente, ammaestrandovi ed esortandovi gli uni gli altri con ogni sapienza, cantando di cuore a Dio, sotto l'impulso della grazia, salmi, inni e cantici spirituali.
v.6

Aspirare alle cose di lassù significa aderire alla sequela di Cristo, essere consapevoli della nostra posizione spirituale in lui e, di conseguenza (!), essere rivestiti di un mantello di amore e di lode. In qualsiasi situazione ogni figlio di Dio può ricordarsi che la propria vita è nel Signore e rallegrarsi per questo esprimendo la lode spontanea che sorge sotto l'impulso della grazia. Come accadde agli apostoli persino in prigione, anche noi possiamo e dobbiamo fissare lo sguardo su Gesù e vivere per questo motivo ogni problema quotidiano immersi nella lode a Dio, sapendo sempre più per esperienza di quanto la lode possa cambiare le circostanze intorno a noi oltre al cuore dentro di noi. Una vita in comunione con il Padre, che esprime adorazione e amore, è il più grande miracolo che a cui possiamo assistere in quanto espressione di una vera rigenerazione spirituale e unione con Cristo.

CONCLUSIONE

“Affinché siano chiamati querce di giustizia,
la piantagione del SIGNORE per mostrare la sua gloria.”

Dopo questo percorso nella consapevolezza biblica di alcuni doni di Cristo per noi, in quanto espressioni della grazia divina, possiamo giungere ora allo scopo ultimo di ogni cosa. Non possiamo esimerci infatti dal comprendere a fondo che ogni aspetto della creazione e della storia umana ha un destino solo: arrivare a mostrare la gloria di Dio. I grandi compositori di musica classica come Mozart o Hendel erano soliti concludere la scrittura degli spartiti con le loro creazioni appuntando le lettere S.D.G.: Soli Deo Gloria. E questa immagine, in fondo, è affine al capolavoro di restaurazione che il Padre sta compiendo in noi. Egli ha raccolto ognuno di noi in una posizione indegna, imperfetta, mortale e ha donato la vita del Figlio per poterci rivestire della sua Grazia, perfezione, immortalità. Non è una trasformazione “magica” ma un percorso spirituale che porta a comprendere l'ubbidienza dalla sofferenza: tuttavia in questa sofferenza non si sofferma, trasformandola infine in nobiltà, gioia, lode e riconoscenza. Il tutto, per diventare querce di giustizia. Il tutto, per la gloria di Dio.

domenica 13 maggio 2018

Da schiavo a fratello

Paolo, prigioniero di Cristo Gesù, e il fratello Timoteo, al caro Filemone, nostro collaboratore.
Filemone 1 



















INTRODUZIONE

La lettera a Filemone è la più breve lettera scritta dall'apostolo Paolo e la terza più breve di tutto il Nuovo Testamento in quanto composta da soli venticinque versetti. Paolo scrive a Filemone che considera "suo collaboratore" (v. 1), come dimostra il fatto che una chiesa si riunisce a casa sua (v. 2). Egli viene definito inoltre suo debitore (v. 19) indicando in questo modo con ogni probabilità che l'apostolo dei gentili lo aveva convertito personalmente.1 Di Filemone apprendiamo che possedeva uno schiavo di nome Onesimo (v. 10), il quale in passato si era rivelato inutile (v. 11), gli doveva del denaro e gli aveva recato qualche danno (v. 18). Dai saluti finali della Lettera ai Colossesi apprendiamo poi che Filemone e Onesimo erano di Colossi e che quest'ultimo deve essere tornato a casa dopo la redazione di entrambe queste lettere:

Tutto ciò che mi riguarda ve lo farà sapere Tichico, il caro fratello e fedele servitore, mio compagno di servizio nel Signore. Ve l'ho mandato appunto perché conosciate la nostra situazione ed egli consoli i vostri cuori; e con lui ho mandato il fedele e caro fratello Onesimo, che è dei vostri. Essi vi faranno sapere tutto ciò che accade qui.
Colossesi 4:7-9

Scrivendo questa missiva privata destinata a Filemone, Paolo afferma più volte di essere prigioniero. Si tratta di una prigionia sperimentata in condizioni che rendevano possibile leggere e scrivere, quindi con uno stato di semilibertà che l'apostolo aveva sperimentato a Cesarea (Atti 24:23) e a Roma (Atti 28:30). La tradizione cristiana ha collocato la redazione di questa lettera assieme alle altre della prigionia (Filippesi, Efesini, Colossesi e 2 Timoteo) nel contesto della prigionia romana, intorno al 62 d.C.2 Quanto all'occasione di scrittura della lettera, lasciamo che sia essa stessa a parlarne.   


NON PIù COME SCHIAVO MA COME UN FRATELLO CARO

Da un punto di vista letterario il corpo della lettera si sviluppa nei versetti 8-20 ed è costituito da due parti: la prima relativa a una esposizione dei fatti e la seconda relativa alla loro soluzione.3

ESPOSIZIONE
Perciò, pur avendo molta libertà in Cristo di comandarti quello che conviene fare, preferisco fare appello al tuo amore, semplicemente come Paolo, vecchio, e ora anche prigioniero di Cristo Gesù; ti prego per mio figlio che ho generato mentre ero in catene, per Onesimo, un tempo inutile a te, ma che ora è utile a te e a me. Te lo rimando, lui, che amo come il mio cuore. Avrei voluto tenerlo con me, perché in vece tua mi servisse nelle catene che porto a motivo del vangelo; ma non ho voluto fare nulla senza il tuo consenso, perché la tua buona azione non fosse forzata, ma volontaria.

SOLUZIONE Forse proprio per questo egli è stato lontano da te per un po' di tempo, perché tu lo riavessi per sempre; non più come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello caro specialmente a me, ma ora molto più a te, sia sul piano umano sia nel Signore! Se dunque tu mi consideri in comunione con te, accoglilo come me stesso. Se ti ha fatto qualche torto o ti deve qualcosa, addebitalo a me. Io, Paolo, lo scrivo di mia propria mano: pagherò io; per non dirti che tu mi sei debitore perfino di te stesso. Sì, fratello, io vorrei che tu mi fossi utile nel Signore; rasserena il mio cuore in Cristo. Ti scrivo fiducioso nella tua ubbidienza, sapendo che farai anche più di quel che ti chiedo.
Filemone 8-20

Onesimo era scappato dal suo padrone e in circostanze sconosciute era arrivato a incontrare Paolo, nel frattempo agli "arresti domiciliari". Da questo incontro è nato qualcosa di inaspettato: Onesimo si è convertito a Cristo. Passando del tempo insieme in seguito a questo evento, egli è diventato grandemente amato da Paolo, e di sicuro l'affetto veniva ricambiato visto che Onesimo nel frattempo era diventato molto utile all'apostolo, limitato dalla sua prigionia. In questa situazione però, sebbene Paolo avesse una autorità spirituale sopra Filemone egli non volle usufruirne, decidendo di rimandare Onesimo da Filemone raccomandandosi con quest'ultimo di accoglierlo come sé stesso, addebitandogli ogni danno economico che poteva aver ricevuto.

Nelle sue lettere, Paolo non rivoluziona mai l'istituzione sociale della schiavitù perché era ben consapevole che il vero cambiamento poteva avvenire solo dall'interno: solo dal cuore di ogni singolo padrone e di ogni singolo schiavo credente. Alla chiesa di Colossi dirà:


Servi, ubbidite in ogni cosa ai vostri padroni secondo la carne; non servendoli soltanto quando vi vedono, come per piacere agli uomini, ma con semplicità di cuore, temendo il Signore.

Padroni, date ai vostri servi ciò che è giusto ed equo, sapendo che anche voi avete un padrone nel cielo.
Colossesi 3:22 e 4:1

E in modo simile troviamo nella Lettera agli Efesini: 

Servi, ubbidite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, nella semplicità del vostro cuore, come a Cristo, non servendo per essere visti, come per piacere agli uomini, ma come servi di Cristo. Fate la volontà di Dio di buon animo, servendo con benevolenza, come se serviste il Signore e non gli uomini; sapendo che ognuno, quando abbia fatto qualche bene, ne riceverà la ricompensa dal Signore, servo o libero che sia. Voi, padroni, agite allo stesso modo verso di loro astenendovi dalle minacce, sapendo che il Signore vostro e loro è nel cielo e che presso di lui non c'è favoritismo.
Efesini 6:5-9

 
Di fronte al Signore non vi sono favoritismi, ma c'è invece la libertà per tutti di servirlo. Non nella ribellione, ma nell'amore per Dio e per il prossimo. L'amore supera ogni distinzione sociale senza annullarla nella relativa istituzione ma trasformandola nella sostanza. Questa è la trasformazione che viene esemplificata, evidenziata e testimoniata proprio dalla vicenda di Onesimo.
 
NON PIù SCHIAVO DEL PECCATO MA SERVO DELLA GIUSTIZIA

Alzando lo sguardo da questa situazione specifica per guardare il cuore del messaggio dell'apostolo Paolo nelle sue lettere, non può passare inosservato il fatto che egli in molti brani egli utilizzi proprio la situazione di schiavitù (ben radicata nella società dei suoi lettori immediati) come esempio per descrivere una realtà spirituale ancora più ampia. La schiavitù e la liberazione da quest'ultima diviene infatti occasione per parlare del significato della grazia e di cosa significhi vivere in essa.

Che faremo dunque? Peccheremo forse perché non siamo sotto la legge ma sotto la grazia? No di certo! Non sapete voi che se vi offrite a qualcuno come schiavi per ubbidirgli, siete schiavi di colui a cui ubbidite: o del peccato che conduce alla morte o dell'ubbidienza che conduce alla giustizia? Ma sia ringraziato Dio perché eravate schiavi del peccato ma avete ubbidito di cuore a quella forma d'insegnamento che vi è stata trasmessa; e, liberati dal peccato, siete diventati servi della giustizia. Parlo alla maniera degli uomini, a causa della debolezza della vostra carne; poiché, come già prestaste le vostre membra a servizio dell'impurità e dell'iniquità per commettere l'iniquità, così prestate ora le vostre membra a servizio della giustizia per la santificazione. Perché quando eravate schiavi del peccato, eravate liberi riguardo alla giustizia. Quale frutto dunque avevate allora? Di queste cose ora vi vergognate, poiché la loro fine è la morte. Ma ora, liberati dal peccato e fatti servi di Dio, avete per frutto la vostra santificazione e per fine la vita eterna; perché il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore.
Romani 6:15-23

Prima di conoscere Cristo, ogni persona era schiava del peccato. Ma dopo questo incontro è avvenuta una liberazione da questo vincolo (resa possibile dalla morte sostitutiva del Signore) con lo scopo di creare un nuovo vincolo non più con il peccato ma questa volta con l'ubbidienza (a Dio) che porta alla giustizia. Anche volendo, prima non vi era alcuna possibilità legale per poter scegliere un altro padrone: il legame con il peccato era sancito e inviolabile. La grandezza dell'opera di Cristo sta quindi proprio in questo: nell'aver distrutto questo legame e ripristinato una nuova libertà che ha per frutto la santificazione e per fine la vita eterna. 

Ecco quindi che come uno schiavo cristiano aveva la possibilità di servire il proprio padrone e la famiglia che serviva con fedeltà proprio in quanto servo di Cristo, in modo simile ogni credente socialmente libero ha la stessa libertà di non peccare ma ubbidire al Signore in ogni cosa, perseguendo la giustizia in sottomissione alle autorità stabilite da Dio. Il tratto comune è proprio la libertà di ubbidire a servizio della giustizia. Questo è ciò che caratterizza ogni credente, il modo in cui può fare la differenza nel mondo. 

CONCLUSIONE

L'apostolo Paolo proprio mentre era nello stato di maggiore necessità e indigenza ha incontrato uno schiavo ribelle e, predicando il Vangelo, ha reso possibile la sua conversione stringendo un forte legame di amicizia reso possibile dalla nuova condizione di fratellanza nel Signore. Per essere un esempio fino all'ultimo, nonostante la sua autorità apostolica, ha scelto di far tornare Onesimo dal suo padrone accompagnato da alcune lettere, nonostante ne avesse un gran bisogno.

Questa vicenda testimoniata dalla Lettera a Filemone è inserita nella cornice della schiavitù nell'antichità e di come questa poteva essere tollerata all'interno delle comunità cristiane del I secolo. 


Ma a sua volta anche questa cornice è usata altrove proprio dall'apostolo Paolo per descrivere lo stato di libertà del cristiano di fronte al peccato e alla morte: liberato del peccato il credente rigenerato dallo Spirito Santo infatti ha la libertà di vivere perseguendo la santificazione per servire non più il peccato ma ora la giustizia. Schiavi e liberi, genitori e figli, uomini e donne, tutti coloro che abbracciano Cristo diventano in lui fratelli e sorelle; sono accomunati da una stessa condizione per un medesimo fine: la vita eterna.

 

Note:

[1] Jordi Sanchez Bosh, Scritti Paolini, Paideia editrice, Brescia, 2001, p. 303.
[2] Su questo tema tuttavia è ancora in corso un dibattito, essendoci anche altre possibilità ugualmente se non maggiormente probabili. Per approfondire il tema consiglio di consultare: J. S. Bosh, Scritti Paolini, Paideia editrice, Brescia, 2001, pp. 314-317. 
[3] Id. Ibid. p. 309.

domenica 4 febbraio 2018

Amare il prossimo: il secondo comandamento

Nota: questi sono gli appunti di un sermone predicato nella Missione Oikos di Como il 25 giugno 2017.

I farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si radunarono; e uno di loro, dottore della legge, gli domandò, per metterlo alla prova: «Maestro, qual è, nella legge, il gran comandamento?» Gesù gli disse: «"Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente". Questo è il grande e il primo comandamento. 
Il secondo, simile a questo, è: "Ama il tuo prossimo come te stesso". Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti».
Matteo 22:34-40


Settimana scorsa abbiamo visto leggendo questo brano che ai comandamenti di amare Dio e il prossimo sono "appesi" tutta la legge e i profeti, ossia è “appesa” tutta la Bibbia. Se non amiamo Dio e/o se non amiamo il prossimo, tutta la Bibbia cade, perché non applicata. Per questo motivo dobbiamo essere sempre vigili e attenti a vivere personalmente entrambe queste realtà. 

Se però settimana scorsa ci siamo concentrati sul comandamento di amare Dio, quest'oggi ci concentreremo invece sul secondo comandamento, che è appunto "Ama il tuo prossimo come te stesso". La prima domanda che ci possiamo fare è: chi è il nostro prossimo? Il nostro prossimo è chi ci è più vicino. Dio non ci comanda di amare genericamente tutta l'umanità, ma di amare chi ci è più vicino allo stesso modo di come amiamo noi stessi. Quindi i nostri genitori, i nostri fidanzati, le nostre fidanzate, mariti, mogli in primo luogo. Fratelli e sorelle della chiesa, amici, colleghi di lavoro in secondo luogo. E poi, tutte le altre persone che il Signore mette quotidianamente sulla nostra strada. Ognuna di queste persone infatti deve essere oggetto del nostro amore. Sulla base di questo comandamento cristiano, è possibile partire per innumerevoli riflessioni diverse. In questa occasione però vorrei vedere le implicazioni di questo insegnamento nel contesto della comunità cristiana, in modo biblico e pratico.

Sappiamo che l'apostolo Paolo ha scritto ai corinzi: Se avessi il dono di profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi tutta la fede in modo da spostare i monti, ma non avessi amore, non sarei nulla. Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire i poveri, se dessi il mio corpo a essere arso, e non avessi amore, non mi gioverebbe a niente (1 Cor. 13:2-3). Fermiamoci a riflettere: tutto questo non può che stupire! Paolo sta dicendo che se io avessi il dono profetico più alto del mondo ma non avessi amore (interesse, sensibilità) per chi mi è vicino, non sarei nulla. Se avessi fede tale da spostare i monti ma non avessi amore (cura, premura), non sarei nulla. Se vendessi tutti i miei beni e andassi per le vie della mia città ad aiutare i senzatetto ma dimenticando di essere presente e di aiuto per chi mi è più vicino....non sarei nulla. Questa considerazione è tremenda. E' la peggiore notizia che potessimo ricevere. Perché non c'è scampo: ogni aspetto della nostra vita personale agli occhi di Dio è promossa o bocciata non tanto per l'esercizio dei nostri talenti/doni personali o della nostra condotta pubblica, ma per un unico fattore: l'amore per chi ci è vicino. Al contrario, paradossalmente possiamo non avere un riconosciuto ministero ecclesiastico, possiamo non avere doni dello Spirito ma amando il nostro vicino possiamo essere approvati da Dio anche se siamo sconosciuti nella società. Dato questo fatto, diviene imperativo comprendere come possiamo identificare questo amore. Questa parola copre un'infinità di significati come sappiamo, ma oggi vorrei concentrarmi su poche chiare e pratiche linee guida che possono aiutarci a vivere nel migliore dei modi la nostra realtà di chiesa locale.

1) Dobbiamo prendere coscienza del fatto che siamo diversi. Abbiamo caratteri, lavori, formazioni scolastiche, hobby, gusti alimentari, età completamente diverse gli uni per gli altri. In ogni chiesa i membri sono eterogenei, e questo è normale. Se non avessimo lo stesso amore per Dio (primo requisito) forse non ci saremmo mai neanche incontrati, figuriamoci aver stretto amicizie! Pensiamoci bene: è così. Quello che abbiamo in comune non sono gusti, ma è la stessa fede e lo stesso vibrante amore per Dio. Quando siamo focalizzati su di lui, soprattutto in preghiera, ogni cosa si dissolve e pur essendo molti in realtà siamo UNO. Quando però consideriamo le scelte personali degli altri, i comportamenti degli altri, le idee degli altri....non solo torniamo ad essere numerosi ma facciamo anche scintille ad ogni dialogo! E anche questo è normale:  
 
Il ferro forbisce il ferro; 
così un uomo ne forbisce un altro. 
Proverbi 27:17  

Le asperità dei caratteri si smussano vicendevolmente. Ma dobbiamo imparare a sottomettere i nostri caratteri al carattere di Cristo che è già in noi, e che con fatica sta cercando di venire fuori. Se tutti ci impegniamo in questo, litigheremo e discuteremo, ma ci chiariremo sempre, e ci sosterremo realmente come fratelli e come sorelle, come una famiglia. 

2) Si, ma oltre che andare in preghiera davanti al Signore nei momenti di conflitti, cosa possiamo fare di pratico per venirci incontro? Tre cose: dialogare, ascoltare attivamente, comprendere l'altro.

A) Il dialogo. Sapete, il dialogo è l'arte più difficile di questo mondo. Noi siamo abituati a parlare tanto senza dire niente. Ci sentiamo a disagio ad esprimere quali sono i nostri reali punti deboli o le nostre battaglie personali, perché dicendole a qualcuno ci rendiamo vulnerabili. Non è possibile di punto in bianco confidare tutti i segreti del nostro cuore a chi è seduto al nostro fianco, ma possiamo senza dubbio impegnarci a conquistare la confidenza dell'altro con la nostra fedeltà, e a esporci, per permettere agli altri di capire la nostra situazione (Salmo 15:2, dire la verità all'altro, come la si ha nel cuore).

B) L'ascolto attivo.  Vi è mai successo di parlare con qualcuno che palesemente aspetta solo che voi finiate per iniziare a dire lui quello che ha in mente? E' spiacevole. Ma a livelli diversi è un'attitudine dentro ciascuno di noi, perché ciascuno di noi vuole essere protagonista. Hanno costruito  Internet 2.0 proprio su questo concetto! Tutti vogliono esprimere il proprio pensiero, anche sopra quello degli altri. Ma Dio ci chiama a dare agli altri attenzione. Ad ascoltare attivamente quello che il prossimo ci sta dicendo, rinunciando a parlare con chi ci è più gradito in quel momento, rinunciando al cellulare, rinunciando ad andare a casa subito dopo la celebrazione domenicale. E' un sacrificio. Ma essere sacrifici viventi, santi e graditi a Dio significa anche questo. Ascoltiamo con interesse e scopriremo i tesori nei cuori dell'altro (Giacomo 1:19 lenti a parlare, lenti all'ira ma sempre pronti all'ascolto).

C) La comprensione. Se impariamo a dialogare e ad ascoltare meglio, impareremo anche a comprendere meglio l'altro. Comprenderlo non vuol dire giustificare i suoi errori o peccati, ma capire le sue difficoltà e spesso anche le circostanze che hanno portato a determinati errori o offese. Imparare a metterci “nei panni degli altri” è una risorsa utile e preziosa per ogni cristiano, perché riduce il giudizio, i sentimenti di superiorità e promuove invece la solidarietà di Cristo. Dopo aver compreso l'altro si può aiutarlo. Anche solo ad esprimere la nostra vicinanza a parole, o con piccoli gesti. E questo fa la differenza.
 
3) Avere aspettative sobrie sulle altre persone. Spesso abbiamo determinate aspettative sulle altre persone senza neanche informarle dei nostri pensieri e senza capire il loro punto di vista. E quando queste vengono disattese, ne siamo frustrati. Ebbene, non possiamo demandare tutto al fatto che l'altra persona “ci deve arrivare da sola”, perché sulla base di questo motto sono finite le migliori relazioni. 
 
La speranza insoddisfatta fa languire il cuore,
ma il desiderio realizzato è un albero di vita.
Proverbi 13:12  
 
E' necessario esporci, condividere cosa ci aspettiamo dagli altri in modo che lo sappiano, e capire qual è la situazione dell'altra persona e se può o meno realizzare la nostra aspettativa. Ci accorgeremo che non è sempre così, e in questo caso non dobbiamo cadere nel tranello dell'accusa. Se l'altra persona non può darci quello che ci aspettiamo, prendiamone atto senza recriminare. E' così e basta, senza cattiveria. Non possiamo mettere in croce l'altro per lacune e mancanze, per un semplice fatto: Cristo è già stato messo in croce proprio per quelle lacune e mancanze. Così come per le mie. Quindi prendiamone atto, senza giudicare o accusare: siamo tutti “work in progress” per il Signore.

4) Perdoniamoci a vicenda, perché questo è l'unico modo in cui poter vivere in famiglia. E ogni chiesa locale è una famiglia.

Sopportatevi gli uni gli altri e perdonatevi a vicenda, se uno ha di che dolersi di un altro. Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi.
Colossesi 3:13 

Non giudicate, e non sarete giudicati; non condannate, e non sarete condannati; perdonate, e vi sarà perdonato.
Luca 6:37 

Ma se voi non perdonate agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.
Matteo 6:15 

Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate; affinché il Padre vostro, che è nei cieli, vi perdoni le vostre colpe.
Marco 11:25  

Queste condizioni sono il nostro essere chiesa. Non possiamo partire che da qui, e non possiamo tornare che qui. La famiglia spirituale nella quale siamo è la casa del Signore e noi dobbiamo preservarla al meglio delle nostra possibilità. Essa è la famiglia che il Signore onora con la sua presenza, è la casa nella quale voglio e vogliamo abitare.
 
E se vi sembra sbagliato servire il SIGNORE, scegliete oggi chi volete servire: o gli dèi che i vostri padri servirono di là dal fiume o gli dèi degli Amorei, nel paese dei quali abitate; quanto a me e alla casa mia, serviremo il SIGNORE».
Giosuè 24:15  
 

martedì 15 novembre 2016

La visione profetica di Gesù

Come mai sei caduto dal cielo,
astro mattutino, figlio dell'aurora?
Come mai sei atterrato,
tu che calpestavi le nazioni?

Isaia 14:12























La disposizione generale del Vangelo secondo Luca è ordinata in tre grandi sezioni principali che seguono i brani introduttivi, secondo uno schema che l'autore presenta in 23:5 con moto centripeto e con fulcro a Gerusalemme. Questa direzione viene invece rovesciata negli Atti degli Apostoli, che seguono un moto opposto (centrifugo) dichiarato in Atti 1:8. Le tre sezioni in questione del vangelo si possono schematizzare nel seguente modo:
  • Attività di Gesù in Galilea (4:14-9:50)
  • Viaggio di Gesù a Gerusalemme (9:51-19:28)
  • Attività di Gesù a Gerusalemme (19:29-24:53)1
Come possiamo vedere, l'elemento centrale è quello più ampio, e a sua volta consta di una introduzione e sei tappe principali. Nella prima tappa (9:57-10:37) avviene qualcosa di molto importante, attestato anche nel parallelo in Mt. 10, ossia l'incarico dato da Gesù ai suoi discepoli di andare davanti a sé in ogni città e luogo dov'egli stesso stava per andare per guarire i malati e dire: "Il regno di Dio si è avvicinato a voi". In questo contesto, egli conferisce a tutti gli effetti le caratteristiche del suo ministero ai suoi discepoli, rendendoli partecipi tanto dell'evangelizzazione (con il messaggio prepasquale sulla vicinanza del regno di Dio) quanto del potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire qualunque malattia e qualunque infermità. Dopo queste cose, il testo continua e riporta la gioia dei discepoli al loro rientro e la relativa reazione di Gesù:

Or i settanta tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni ci sono sottoposti nel tuo nome». Ed egli disse loro: «Io vedevo Satana cadere dal cielo come folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e su tutta la potenza del nemico; nulla potrà farvi del male. Tuttavia, non vi rallegrate perché gli spiriti vi sono sottoposti, ma rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».
Luca 10:17-20

Alla gioia del successo di questa missione, Gesù risponde descrivendo quella che è a tutti gli effetti la sua unica visione con caratteristiche profetiche riportata dai vangeli.2 In un modo del tutto peculiare, questa visione non è narrata in terza persona, come le storie di visioni e voci connesse con il battesimo di Gesù o con la trasfigurazione.3 In modo altrettanto singolare, inoltre, non troviamo alcun tentativo di interpretazione né da parte di Gesù né da parte di Luca. La visione di Satana che cade dal cielo come folgore, in ogni caso, non può che indicare la sconfitta definitiva di Satana da parte di Dio, presupponendo un precedente conflitto avvenuto in cielo. La letteratura apocalittica protogiudaica conosceva la tradizione di una primordiale espulsione di Satana dal cielo (cfr. 2 Hen. 29:4-5; Vit. Ad. 12-17), un tema tratto da Is. 14:12-20, che descrive la caduta del re di Babilonia usando immagini e concetti dell'antica mitologia cananea.4 Questa visione si accorda bene con gli altri detti di Gesù che pongono l'accento sulla presenza del regno di Dio già nelle sue parole ed azioni, secondo la stretta connessione tra le visioni e le proclamazioni dei profeti ampiamente presente tanto nell'Antico Testamento quanto nel primo giudaismo più in generale.5 In questa dinamica, le visioni profetiche legittimano la natura divina della proclamazione, ed è molto probabile che l'importanza della visione in oggetto sia proprio quella di confermare il messaggio di Gesù e dei suoi discepoli in modo supplementare rispetto alla conferma già attestata dalle guarigioni miracolose e dal potere sui demoni appena manifestato.  

Venendo alla descrizione della visione in sé, essa non trova grandi somiglianze con le visioni del profeti dell'Antico Testamento ma è molto vicina ad una visione particolare che troviamo nell'Apocalisse di Giovanni: 

E ci fu una battaglia nel cielo: Michele e i suoi angeli combatterono contro il dragone. Il dragone e i suoi angeli combatterono, ma non vinsero, e per loro non ci fu più posto nel cielo. Il gran dragone, il serpente antico, che è chiamato diavolo e Satana, il seduttore di tutto il mondo, fu gettato giù; fu gettato sulla terra, e con lui furono gettati anche i suoi angeli.
Apocalisse 12:7-9


Nell'ipotesi che questo brano debba essere considerato slegato dalla pericope immediatamente precedente, la caduta di Satana qui descritta potrebbe essere associata a un momento precedente alla creazione, come in altri testi apocalittici, ma i brani in questione sembrerebbero invece connessi tra di loro, nonostante presentino qualche problematicità.6 L'approccio interpretativo preterista quindi posiziona questa caduta al tempo del ministero di Cristo, culminato con la sua passione e glorificazione.7 L'interpretazione futurista invece considera questi avvenimenti come futuri e li inquadra nel tempo della tribolazione finale.8 Le due possibilità riguardano perciò una realizzazione di di questa visione dell'Apocalisse di Giovanni iniziata con la prima venuta di Cristo e descrivente una situazione tutt'ora in corso, oppure riservata al futuro immediatamente precedente al suo ritorno in gloria. In entrambi i casi comunque la vittoria di Cristo è certa, così come sicura è la salvezza della Chiesa e l'efficacia della proclamazione del vangelo eterno verso ogni nazione, tribù, lingua e popolo.

CONSIDERAZIONI FINALI

Come abbiamo visto, l'unica visione profetica di Gesù attestata nei vangeli riguarda la sconfitta di Satana, e questo è senza dubbio di enorme rilievo tanto per la teologia lucana quanto per quella dell'intero Nuovo Testamento, confermando il significato della missione di Cristo e l'eccellenza della vittoria che egli ha riportato sulle potenze spirituali della malvagità. Nella Lettera ai Colossesi, tra le altre cose leggiamo:

Voi, che eravate morti nei peccati e nella incirconcisione della vostra carne, voi, dico, Dio ha vivificati con lui, perdonandoci tutti i nostri peccati; egli ha cancellato il documento a noi ostile, i cui comandamenti ci condannavano, e l'ha tolto di mezzo, inchiodandolo sulla croce; ha spogliato i principati e le potenze, ne ha fatto un pubblico spettacolo, trionfando su di loro per mezzo della croce.
Colossesi 2:13-15


Il trionfo sui principati e sulle potenze spirituali per mezzo della croce ha promosso la vivificazione di tutti i santi e fedeli fratelli in Cristo, offrendo la salvezza a tutti i popoli e la piena comunione con Dio. Questa è la nuova alleanza, che la Chiesa è incaricata di vivere, onorare e proclamare in ogni momento, fino al ritorno del Signore e alla piena e definitiva manifestazione del regno di Dio.



Note:

[1] Per maggiori informazioni sulla struttura del Vangelo di Luca, vedi: Vangeli sinottici e Atti degli Apostoli, Rafael Aguirre Monasterio, Antonio Rodriguez Carmona, Paideia, p. 256.
[2] La profezia nel primo cristianesimo e il mondo mediterraneo antico, David E. Aune, Paideia, p. 303. 
[3] Id. Ibid.  
[4] Id. Ibid. 
[5] Id. Ibid. p. 304.
[6] Per approfondire: Grande commentario biblico queriniana (1974), p. 1458. 
[7] Id. Ibid.  
[8] Vedi: 
- David Pawson, Le chiavi della Bibbia, EUN, p. 864.
- La Sacra Bibbia con note e commenti di John MacArthur, Società biblica di Ginevra, p. 2020.  
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