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sabato 29 giugno 2013

La distruzione di Gerusalemme del 70 d.C.

Marco 13:1 Mentre egli usciva dal tempio, uno dei suoi discepoli gli disse: «Maestro, guarda che pietre e che edifici!»
Marco 13:2 Gesù gli disse: «Vedi questi grandi edifici? Non sarà lasciata pietra su pietra che non sia diroccata».

Matteo 24:1 Mentre Gesù usciva dal tempio e se ne andava, i suoi discepoli gli si avvicinarono per fargli osservare gli edifici del tempio.
Matteo 24:2 Ma egli rispose loro: «Vedete tutte queste cose? Io vi dico in verità: Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non sia diroccata».

Luca 21:5 Alcuni gli fecero notare come il tempio fosse adorno di belle pietre e di doni votivi, ed egli disse:
Luca 21:6 «Verranno giorni in cui di tutte queste cose che voi ammirate non sarà lasciata pietra su pietra che non sia diroccata».

Introduzione

Ad oggi non esistono certezze sulla datazione del Vangeli. Nell'ultimo secolo si sono moltiplicati gli studi che hanno cercato di fare luce sugli avvenimenti e le circostanze che hanno portato alla loro redazione. In ambito accademico si parla di una tradizione orale dei logia, ossia dei detti di Gesù che i suoi discepoli hanno memorizzato, in un secondo momento scritto ed infine portato al nucleo fondamentale condiviso dai Vangeli sinottici e addirittura da altri apocrifi. Si suppone addirittura che per un certo tempo questo materiale sia coesistito sia in forma scritta che in forma orale, prima del consolidamento dei Vangeli così come li conosciamo oggi. Sicuramente la storia della loro redazione dev'essere stata molto più ampia e intricata rispetto alla linearità che spesso abbiamo in mente.
Da una parte quindi abbiamo la tradizione cristiana che promuove delle date molto vicine alla resurrezione del Signore per la redazione di queste importanti testimonianza nel canone biblico. Si parla di un periodo intorno al 50 d.C. per il Vangelo di Marco, di una periodo tra il 50 e il 70 per quello di Matteo e del 60 d.C. per il Vangelo di Luca.
La maggior parte degli studiosi aderenti alla critica biblica invece, datano il vangelo di Marco e quello di Matteo poco dopo il 70 d.C., e il Vangelo di Luca tra il 70 e il 100.

La "priorità marciana"

Durante i primi secoli, si è pensato che il Vangelo di Marco fosse una sorta di riassunto del Vangelo di Matteo, opinione condivisa anche da Agostino d'Ippona. 
Il problema della relazione tra i Vangeli sinottici dunque veniva affrontato dando una priorità cronologica a Matteo o a Luca.
Nel XVIII secolo tuttavia, la critica testuale ha evidenziato come il Vangelo di Marco fosse stato scritto in un greco popolare (koinè) con un uso del registro stilistico basso, sicuramente più basso del greco degli altri Vangeli sinottici, più raffinato. Se il V. di Marco fosse un riassunto di quello di Matteo, perché scriverlo in una forma linguistica più rozza? Le tradizioni di molti secoli iniziavano a vacillare. Ulteriori studi hanno confermato una datazione precedente al Vangelo di Marco, e alla formulazione della "Teoria delle due fonti" come migliore soluzione al problema sinottico; cioè alla relazione di interdipendenza esistente fra i Vangeli sinottici.
Da allora, si è consolidata l'ipotesi della "priorità marciana" che è diventata una chiave di lettura e di studio dei Vangeli sinottici.

La distruzione di Gerusalemme come termine di datazione

In questo contesto, il brano sopra riportato concernente la distruzione del secondo Tempio a Gerusalemme, diventa di enorme importanza. Assume infatti il ruolo di termine di datazione, mostrando che il redattore del Vangelo di Marco (reputato il più antico, come abbiamo visto) doveva essere al corrente - in quanto contemporaneo - di questa repressione romana e della distruzione dell'intera città di Gerusalemme.

La distruzione di Gerusalemme nelle Scritture

I versetti riportati all'inizio di questo articolo sono incastonati in una pericope chiamata "discorso escatologico" perché riguarda la fine dei tempi, "discorso olivetano" in quanto riguarda un discorso espresso di Gesù sul Monte degli Ulivi, oppure "Piccola apocalisse" per il legame di immagini e contenuti con l'Apocalisse di Giovanni. Tre nomi utilizzati per identificare uno stesso brano, presente in forma molto simile in Matteo 24, Marco 13 e Luca 21:5-23.
Da un punto di vista personale, trovo molto interessante il legame di tale brano proprio con l'Apocalisse di Giovanni e il libro di Daniele. 

Matteo 24:15 Quando dunque vedrete l'abominazione della desolazione, della quale ha parlato il profeta Daniele, posta in luogo santo (chi legge faccia attenzione!),
Matteo 24:16 allora quelli che saranno nella Giudea, fuggano ai monti;
Matteo 24:17 chi sarà sulla terrazza non scenda per prendere quello che è in casa sua;
Matteo 24:18 e chi sarà nel campo non torni indietro a prendere la sua veste.

Daniele 11:31 Per suo ordine, delle truppe si presenteranno e profaneranno il santuario, la fortezza, sopprimeranno il sacrificio quotidiano e vi collocheranno l'abominazione della desolazione.

La profezia di Daniele, pur riguardando la fine dei tempi e le azioni dell'Anticristo durante la tribolazione, ha trovato un'anticipazione nell'invasione di Antioco IV Epifane. Questo sovrano di dinastia seleucide volle ellenizzare a forza i Giudei ed arrivò a profanare il secondo Tempio bandendo la circoncisione e i sacrifici quotidiani e cospargendo l'altare di grasso di scrofa (1 Maccabei 1:44-54). Ecco quindi che Antioco divenne un "tipo" dell'Anticristo.
Gesù prende questi avvenimenti nel discorso della piccola apocalisse, profetizzando sulla distruzione di Gerusalemme e allungando lo sguardo verso il tempo della fine, congiungendosi con le profezie di Daniele. 
Ecco quindi come differenti episodi storici possono inanellarsi e proiettarsi verso un ultimo avvenimento futuro. Abbiamo infatti la profanazione del secondo Tempio, la distruzione di quest'ultimo e la profanazione di un futuro (e a tutt'oggi inesistente) Terzo tempio, evento culmine di tutte le profezie escatologiche, dopo la quale si metteranno in moto gli eventi che porteranno a un diretto intervento di Dio.

La distruzione di Gerusalemme nella storia

Come abbiamo visto la distruzione di Gerusalemme riveste un ruolo molto importante nella redazione dei Vangeli, secondo gli studi filologici. Dobbiamo essere consapevoli che i primi credenti aspettavano il ritorno del Signore da un momento all'altro (2 Tessalonicesi 2:2) e non vi era la stretta necessità di mettere per iscritto tutto quello che Gesù aveva detto e fatto. Nel Nuovo Testamento infatti i libri più antichi sono le lettere che gli Apostoli hanno spedito a varie comunità o persone per risolvere problemi dottrinali, comportamentali, oppure per informare semplicemente di certe cose. Questa era infatti la necessità principale, in quanto i testimoni oculare del Signore erano in gran parte ancora vivi e discepolavano in prima persona i credenti man mano che si convertivano. Il 70 invece segna un cambiamento spirituale e storico con la distruzione del Tempio, la diaspora giudaica e una serie di altre conseguenze che stiamo per vedere. Erano passati intorno ai quarant'anni dalla resurrezione di Cristo, la Giudea era stata completamente conquistata e brutalmente sottomessa; e la maggior parte degli Apostoli erano morti da martiri lasciando il "testimone" alla seconda generazione di credenti. Una nuova esigenza stava nascendo velocemente: preservare la testimonianza dei discepoli di Gesù di Nazareth per poterla diffondere integralmente alle generazioni successive, adeguandosi a quello che alcuni interpretavano come un ritardo nella venuta del Signore (2 Pietro 3:9). Molto probabilmente fu questo il contesto attorno al quale gli evangelisti redassero i Vangeli, attingendo a fonti preesistenti di diverso tipo (Luca 1:1-4).

Da un punto di vista storico, la ricostruzione di questo evento dipende dal "Bellum Iudaicum" di Flavio Giuseppe, un fariseo di nobile origine sacerdotale che riuscì ad aggraziarsi l'imperatore Tito ottenendo la cittadinanza romana e una certa libertà che sfruttò scrivendo diverse opere storiche, fra cui appunto la Guerra giudaica e Antichità giudaiche. Egli fu un testimone oculare della distruzione di Gerusalemme da parte dell'esercito romano.
I fatti che portarono a questo tragico epilogo si possono far risalire all'autunno del 66, quando i rivoltosi giudei (che non sopportavano l'occupazione romana in corso da svariati decenni) riuscirono a sbaragliare i soldati della XII Legione Fulminata al comando del legato romano Cestio Gallo. L'entusiasmo del partito antiromano salì vorticosamente credendo in una vittoria sull'oppressore straniero. I giudei pacifisti e i cristiani invece presagivano la ritorsione romana ed abbandonarono la città. Nerone infatti - l'imperatore di quel periodo - nominò il generale Vespasiano per una nuova operazione di guerra in Palestina durante la quale i romani avanzarono in tutta la Galilea contrastando facilmente i giudei, uccidendo 11.600 samaritani e arrivando fino alla regione della Perea. Il 9 giugno del 68 morì Nerone, e furono sospese le operazioni belliche per un anno. Vespasiano fu acclamato come nuovo imperatore e riprese la campagna con ravvivato vigore. Gerusalemme fu cinta d'assedio con una muraglia di sette chilometri e mezzo ed espugnata in modo particolarmente violento. L'esercito romano prese come schiavi 97.000 prigionieri giudei, di cui alcuni furono condotti a Roma per celebrare la processione trionfale i cui particolari si possono trovare ancora oggi rappresentati nei rilievi dell'arco di Tito nel foro romano. La Giudea divenne un possedimento di Vespasiano che ostentò questa vittoria come fondamento per la nuova dinastia che rappresentò al potere.

Le conseguenze della distruzione di Gerusalemme

Le conseguenze furono numerose e durevoli, riassumibili in questi aspetti: il tramonto del genere letterario apocalittico, l'emergenza del rabbinismo e la separazione tra cristiani e giudei. 

Il genere apocalittico nasceva su un pessimismo presente ma sulla fede di un'imminente intervento divino volto a portare giustizia e a preservare il popolo di Dio. In un clima di totale sconfitta mancarono i presupposti per un'ottica di questo genere.

Senza avere più un tempio come cuore della religione ebraica, emerse la necessità di tornare allo studio e all'osservanza della Torah in altri modi e contesti, per ritornare all'ubbidienza di Dio. La catastrofe appena avvenuta era vista inevitabilmente come conseguenza dell'infedeltà di Israele al patto che aveva stipulato con Dio millenni prima. Le sinagoghe assunsero un'importanza sempre maggiore.

I cristiani non presero parte alla rivolta e furono definitivamente allontanati dalle assemblee giudaiche. D'altro canto, gli stessi cristiani vedevano nella sciagura subita da Israele un giusto castigo inferto da Dio a coloro che avevano rifiutato di credere in Gesù, e si fece sempre più forte l'idea che la Chiesa avesse preso il posto di Israele nei piani di Dio.

Considerazioni finali

Abbiamo osservato come la distruzione di Gerusalemme sia stato un evento dalle profonde conseguenze storiche, teologiche e bibliche. Profezia e storia si legano in questo dramma formando un nodo cruciale per il popolo di Dio (Israele e la Chiesa), lanciando uno sguardo ad un futuro escatologico di sofferenza, prima del ritorno del Signore.
Ignorare questi elementi rende pericolosamente miopi nei confronti del passato, del presente e del futuro del cristianesimo e del piano di Dio per l'umanità.



Bibliografia:

- Cristianesimi nell'antichità, Giancarlo Rinaldi. Ed. GBU
- Vangeli sinottici e Atti degli Apostoli, Rafael Aguirre Monasterio e Antonio Rodrìguez Carmona. Ed. Paideia
- La Sacra Bibbia con note e commenti di John MacArthur. Ed. Società biblica di Ginevra

Sitografia:

- http://it.wikipedia.org/wiki/Discorso_escatologico
- http://www.fuocovivo.org/CATECHESI/VANGELO%20DI%20MARCO.htm
- http://it.wikipedia.org/wiki/Vangelo_secondo_Matteo
- http://it.wikipedia.org/wiki/Vangelo_secondo_Luca
- http://it.wikipedia.org/wiki/Vangelo_secondo_Marco

domenica 3 marzo 2013

Introduzione al Nuovo Testamento


1 a. Contesto storico: la cultura Greca

Alessandro Magno (356-323 a.C.), conquistando in dodici anni l'impero persiano (dalla Grecia all'India settentrionale), fu il protagonista della diffusione della cultura greca nel mondo antico.
Dalla sua morte fiorì infatti l'ellenismo, che continuò fino al 31 a.C. quando, alla battaglia di Azio, Roma vinse il predominio sull'Egitto.

Il koinè, la lingua greca antica che troviamo nel Nuovo Testamento, divenne la lingua franca della politica, economia e cultura dell'area del Mediterraneo.
Nel 323 d.C., dopo la morte di Alessandro, il regno fu diviso tra i suoi generali. Tolomeo I prese il governo dell'Egitto fondando la dinastia tolemaica. Sotto questa dinastia, gli Ebrei prosperarono per 126 anni. L'Antico Testamento fu tradotto in greco ( la Septuaginta ), rendendo in breve tempo questa traduzione ampiamente usata e riconosciuta sia a livello devozionale privato che nelle sinagoghe.

Dal 200 a.C. Israele passò sotto il dominio della Siria. 
Antioco III fu favorevole agli Ebrei, ma Antioco IV (175-164 a.C.) mise in moto un'ellenizzazione forzata.
Profanò il tempio di Gerusalemme, provocando la rivolta dei Maccabei e il trattato di alleanza con Roma.

Questo periodo storico trovò due grandi correnti filosofiche in contrapposizione: lo Stoicismo, ad alto valore morale ma che nega l'esistenza di un Dio personale; e l'Epicureismo, che insegna la casualità di ogni avvenimento.

Nel bacino del Mediterraneo si trovavano principalmente quattro lingue abbondantemente diffuse: il greco, il latino, l'aramaico e l'ebraico (utilizzato solo dagli Ebrei intellettuali).

1 b. Contesto storico: la cultura Ebraica

In questo periodo storico si potevano trovare differenti classi sociali-religiose ebraiche:

- Farisei: teologi conservatori della religione. Attendevano la restaurazione del Messia.
- Sadducei: discendenti dell'aristocrazia sacerdotale (Sommo Sacerdote). Erano teologi liberali ellenizzanti, non accettavano la resurrezione dei morti, come testimoniano anche i Vangeli.

- Scribi: custodi ed interpreti della legge mosaica nelle sinagoghe. Erano di regola Farisei.
- Erodiani: erano Sadducei che sostenevano Erode e la dominazione Romana.
- Zeloti: movimento armato che lottava per la liberazione dai Romani, formato dal popolo oppresso.
- Samaritani: Ebrei della Samaria non deportati in Assiria. Avevano un loro santuario in quanto di ritorno dall'esilio babilonese i Giudei non permetterono loro di partecipare alla costruzione del secondo tempio. erano basati da quattro principi di fede: un unico Dio (YHWH), un unico profeta (Mosè), un unico libro sacro (il pentateuco), un unico monte sacro (il monte Gerizim)

Il sinedrio invece era la "corte suprema" degli Ebrei, composto da settanta Ebrei purosangue.

Intorno al 165-130 a.C. la setta ebraica degli Esseni costruì il complesso di Qumran, sulla riva occidentale del Mar Morto. Ingrandito intorno a 100 a.C., fu successivamente distrutto da un terremoto verso il 31 a.C, ricostruito prima del 1 a.C., e definitivamente distrutto da Tito nell’estate del 68 d.C. durante la prima guerra
Giudaica. Qumran diventò famosa in seguito alla scoperto dei cosiddetti Manoscritti del Mar Morto, avvenuto nel 1947, da due pastori palestinesi. 
Sono le più antiche fonti del testo ebraico della Bibbia, infatti, la loro scoperta ha fatto luce sulle
differenze tra le varie versioni dell’Antico Testamento. E’ da notare che la traduzione greca dei Settanta è identica ad alcuni manoscritti in lingua ebraica trovati a Qumran.

                                           1 c. Contesto storico: la cultura Romana

Nel I secolo a.C., l'Impero Romano era coinvolto in guerre dentro e fuori i propri confini a causa dei pesanti tributi che le città alleate non riuscivano a pagare. Roma fu quindi costretta a concedere a tutti questi alleati la cittadinanza romana.

I Romani erano politeisti. Alla fine della monarchia, le divinità greche furono assimilate a quelle romane. Per loro, la religione era una questione politica. A partire dai successori di Augusto Cesare, l'imperatore veniva considerato un dio, e quindi il culto imperiale divenne un fattore di unità nell'intero impero.
Generalmente i Romani erano tolleranti verso le altre religioni. L'eccezione della persecuzione dei cristiani sotto Nerone fu causata proprio da motivazione politiche più che religiose. Gli Ebrei avevano uno status speciale.

L'espansione del Cristianesimo fu sicuramente facilitata dall'organizzazione Romana almeno per quattro motivi:
-  Le eccellenti strade ramificate per tutto l'impero. Non solo numerose  ma anche sicure dagli attacchi dei ladri.
- La diffusione del greco e latino, che permise una rapida diffusione del messaggio del Vangelo.
- La Pax Romana (29 a.C. - 180 d.C.): un'epoca di relativa tranquillità contraddistinta dall'assenza di grandi guerre civili o grandi invasioni che permise al Cristianesimo di muoversi liberamente per i territori dell'Impero per proclamare il Vangelo (anche malgrado ai periodo di persecuzione)
- La degenerazione morale e religiosa nell'Impero, che spinse al desiderio di redenzione, una volta persa la fiducia nelle divinità antiche e nelle filosofie intellettuali. Si diffusero infatti nuove religioni "misteriche".

Parallelamente però, queste religioni misteriche furono anche la più grande minaccia del Cristianesimo per i primi quattro secoli.

Roma permise ad Israele durante la sua dominazione, che fosse governato da re locali. 
Fra questi, il più famoso fu Erode il Grande, che governò la Giudea, la Samaria e la Galilea.
Era odiato da molti Ebrei per la sua crudeltà e per essere solo per metà Ebreo. Cercò in ogni caso la simpatia del popolo ricostruendo il Tempio di Gerusalemme, che fu quasi terminato durante il tempo di Gesù.

In questi contesti nasce Gesù, intorno al 6-4 a.C.

Il canone del Nuovo Testamento

La formazione del Nuovo Testamento è nata sulla base di necessità contingenti all’interno della chiesa nascente. Nessuno degli autori biblici poteva sicuramente immaginare che il proprio scritto avrebbe acquisito un valore vincolante sia dal punto di vista ecclesiale che teologico.
L'ordine dei libri del Nuovo Testamento non è cronologico, e comprende 27 libri così suddivisi:
- 4 Vangeli,
- 21 lettere (di cui 13 di Paolo)
- Gli Atti degli Apostoli (libro di narrazione storiografica con un chiaro intento teologico)
- Apocalisse

A guidare i padri della Chiesa nella loro scelta furono principalmente questi criteri:
- L'origine apostolica
- Conformità del contenuto con la regola apostolica
- Uso liturgico
- Autorità dello scritto in sè

Ci sono due termini da ricordare nella formazione del canone:
HOMOLOGOUMENA, ossia gli scritti indiscussi e accettati: Vangeli ed Atti.

ANTILEGOMENA, ossia gli scritti criticati, divisi in quelli GENERALMENTE AMMESSI: Gc, Pt, 2 e 3 Gv; e negli SPURI: Didachè, Apocalisse di Pietro, Apocalisse di Giovanni, oltre a tutti gli apocrifi. 

I Vangeli fanno una scelta di notizie della vita e degli insegnamenti di Gesù.

Il problema sinottico

I Vangeli di Matteo, Marco e Luca hanno davvero molte cose in comune.
Queste somiglianze, oltre che le divergenze, permettono di osservarli in un unico quadro d'insieme. Per questo motivo vengono chiamati "sinottici", termine che significa etimologicamente "un solo colpo d'occhio".

Le somiglianze si possono spiegare attraverso l'uso di fonti comuni, le differenze invece possono essere causate dalla volontà di migliorare un testo o la necessità di mettere un accento differente su un determinato brano. L'intenzione di ogni autore non è rievocare il passato ma celebrare la gioia e la fede nel Risorto "oggi".

Guardiamo ora i temi dei quattro Vangeli:
- Matteo: Gesù, il re e maestro degli Ebrei
- Marco: Gesù, il figlio di Dio venuto per servire
- Luca: Gesù, il compimento delle promesse di Dio

- Giovanni: Gesù, la Parola incarnata.

Il Vangelo di Giovanni è differente dai sinottici al 90%, non presenta i "detti di Gesù" , sostituiti con lunghi discorsi teologici. Mancano anche i miracoli, sostituiti dai segni.
E' lecito domandarsi se non sia stato scritto apposta per contrastare determinate concezioni cristologiche gnostiche.

Al di fuori della Bibbia, troviamo testimonianze su Gesù Cristo sia in ambito ebraico (Giuseppe Flavio), sia in ambito pagano (Tacito).

Come studiare e capire la Scrittura: alcuni metodi differenti

- La scuola letterale-storica-grammaticale
- La scuola simbolica
- La scuola critica

Le espressioni del metodo critico includono i seguenti metodi:
a. La critica delle forme (si cerca il contesto in cui il testo è nato e si è evoluto)
b. La critica delle fonti (si cercano le diverse fonti da cui si suppone il testo sia composto)
c. La critica della redazione (si cerca la storia del testo biblico e della redazione)

Domande fondamentali da porsi dopo aver letto un libro biblico:
. Chi ha scritto il libro? Perchè?
. Cosa sappiamo dell'autore?
. Chi sono i destinatari? Cosa sappiamo della loro vita?
. Viene citato l'AT?

Lettere tradizionalmente attribuite a Paolo ma considerate pseudoepigrafiche

Lettera agli Efesini 
Lettera ai Colossesi
Seconda Lettera ai Tessalonicesi
Prima Lettera a Timoteo
Seconda Lettera a Timoteo
Lettera a Tito




giovedì 29 novembre 2012

La definizione del canone neotestamentario

La teologia cristiana è stata fin dagli albori strettamente legata alle Scritture. Inizialmente però, questo termine designava la Tanakh, l'Antico Testamento.
Con il passare del tempo, in modo progressivo, il periodo patristico fu testimone di un processo decisionale in cui furono fissati i limiti del Nuovo Testamento.

Giustino Martire fu tra i primi padri della chiesa a fare riferimento ad un "Nuovo Testamento", ben distinto dall'Antico Testamento e di pari dignità e autorità.
Fin dai tempi di Ireneo erano comunemente riconosciuti quattro Vangeli.
Nella parte finale del II secolo, i Vangeli, gli Atti degli Apostoli e le lettere furono riconosciute con la status di  Scritture ispirate.

Clemente Alessandrino riconosceva come canonici (termine derivante dal greco kanon, "regola") i quattro Vangeli, gli Atti degli Apostoli, le quattordici lettere paoline (la lettera agli Ebrei era considerata come tale) e l'Apocalisse.

Tertulliano dichiarava che accanto alla "legge e i profeti" c'erano gli scritti "evangelici e apostolici", e che si dovevano considerare entrambi di pari autorità.

Lentamente si raggiunse un accordo univoco sull'elenco e la disposizione dei libri neotestamentari, e nel 367 Atanasio facendo circolare la sua lettera paschale, iniziò a definire come canonici i ventisette libri del Nuovo Testamento, così come li conosciamo oggi.

Sicuramente però in questi secoli non mancarono i dibattici a riguardo. La chiesa occidentale aveva esitazioni riguardanti l'inclusione della lettera agli Ebrei (non attribuita esplicitamente ad alcun Apostolo), mentre la chiesa orientale nutriva dubbi riguardanti l'Apocalisse.
Quattro lettere minori (II Pt, II e III Gv, Giuda) venivano spesso omesse dai primi elenchi. Mentre altri scritti oggi extra-canonici erano ben visti in alcuni settori della chiesa. Basti pensare la Prima lettera di Clemente come esempio. Di sicuro tuttavia, nessuno di essi riuscì ad essere universalmente riconosciuto come libro canonico.

Anche la disposizione degli scritti subì alcuni rimaneggiamenti. Sebbene infatti i Vangeli ebbero fin da subito il posto d'onore all'interno del canone, seguiti dagli Atti; le chiese d'Oriente collocavano le sette lettere cattoliche prima delle quattordici lettere di Paolo (comprendendo anche Ebrei) mentre le chiese occidentali posizionavano queste ultime consecutivamente agli Atti. In entrambi i casi l'Apocalisse chiudeva il canone, nonostante il dibattito per la sua inclusione sorto per un tempo in Oriente.

Quali furono però i criteri secondo i quali furono inclusi i libri del Nuovo Testamento?
Il principio fondamentale sembra essere stato quello del riconoscimento, piuttosto che dell'imposizione. Era opinione comune infatti che gli scritti ispirati fossero già in possesso di un'autorità intrinseca.
Ireneo affermava che la chiesa non crea il canone, essa riconosce, conserva e riceve la Scrittura canonica sulla base dell'autorità che è già presente in essa.
La paternità apostolica degli scritti rivestiva probabilmente un'importanza decisiva, anche se non sono mancate alcune eccezioni. In ogni caso, all'inizio del V secolo la questione fu definitivamente chiusa in Occidente, senza essere più ripresa in mano fino ai tempi della Riforma.


Bibliografia:
Teologia Cristiana, Alister E. McGrath, Editrice Claudiana

sabato 12 maggio 2012

Il Talmud

Nella tradizione ebraica, i testi sacri sono rappresentati dalla Tanakh (Torah scritta) e dal Talmud (Torah orale). A loro volta poi, questi testi sono stati commentati nelle Midrash.
Secondo tale tradizione, la Torah scritta non può essere applicata senza la Torah orale.

Il Talmud, considerato come Torah orale, merita senz'altro di essere nominato per primo.
Il significato di questo nome ebraico è “insegnamento, studio, discussione”. E' considerato dalla religione ebraica un vero e proprio testo sacro, nella forma di trasmissione e discussione orale della Torah. Questo testo si articola in due livelli: la Mishnah (o ripetizione) e la Ghemarah (o insegnamento). Il primo livello raccoglie le discussioni dei maestri più antichi, mentre il secondo – di qualche secolo più recente – fornisce un commento analitico alla Mishnah stessa.

Nel 70 d.C. quando i Romani distrussero il Secondo Tempio di Gerusalemme portando gli Ebrei a temere che le basi religiose di Israele potessero sparire, due importanti Rabbini iniziarono a raccogliere e a classificare gli appunti dei loro allievi. Nel III secolo il Rabbino Yehudah Hanassì li ordinò in 60 trattati, il cui insieme costituisce la Mishnah. Con il passare del tempo e l'inasprirsi delle tensioni verso gli Ebrei, divenne evidente che questa parte iniziale era troppa concisa e sorse la necessità di redazione del Talmud nella struttura che conosciamo oggi.
La sua esistenza orale però (perlomeno quella della Mishnah) si perde nei secoli precedenti, trovando nella distruzione del Tempio di Salomone (nel 586 a.C.) e nella deportazione a Babilonia, un momento di crisi nazionale molto simile a quello appena descritto. Una triste situazione analoga nella quale fu senz'altro necessario precisare in che modo mantenere una vita ebraica in terra d'esilio e in mancanza del santuario di Gerusalemme. Esistono due redazioni del Talmud, diverse per contenuto, metodo e lingua: il Talmud di Gerusalemme, e il Talmud Babilonese.
Sebbene nei due scritti la Mishnah risulti molto simile, differiscono però per il contenuto della Ghemarah.

La Mishnah significa letteralmente “ripetizione”, suggerendo già dal nome ciò che è “imparato a memoria per ripetizione”. Fu redatta verso il 200 d.C. da Rabbi Yehudah Hanassì che riunì gli insegnamenti di numerosi maestri. Come abbiamo già visto, possiamo considerare l'avvenimento dell'Esilio Babilonese come fondamentale per aver causato l'esigenza di una precisa tradizione orale per la sopravvivenza della religione e dello stile di vita ebraico.

Le Midrash invece, sono meditazioni rabbiniche basate sull'interpretazione della Scrittura (tanto della Tanakh quanto del Talmud) che, andando al di là del senso letterale, scruta il testo in profondità secondo regole ben precise. Tutto questo con lo scopo di attualizzarlo e adattarlo ai bisogni delle comunità ebraiche. Questi commentari sono stati compilati tra il IV e il XII secolo d.C.

Bibliografia: LA TUA PAROLA E' VERITA' – Michel Renevier, EUN.

Sitografia:
http://it.wikipedia.org/wiki/Talmud
http://it.wikipedia.org/wiki/Mishnah
http://it.wikipedia.org/wiki/Midrash
http://www.mamash.it/pop_talmud.htm
http://www.lager.it/talmud.html

giovedì 10 maggio 2012

Codex: i più antichi manoscritti biblici

I codici (codex) sono antichi manoscritti dalla forma degli attuali libri. L'origine del nome deriva dal latino caudex, ossia “tronco d'albero” riferito all'uso antico di scrivere su tavolette di legno ricoperte di cera. Il codice si presenta formato da uno o più fascicoli, composti a loro volta da uno o più fogli, piegati e inseriti l'uno nell'altro. Il ritrovamento di molti codici antichi, hanno dato prova dell'integrità della Bibbia così come la conosciamo oggi.
Codice di Efrem

A questo riguardo, è opportuno segnalare il Codice di Efrem, manoscritto su pergamena del V secolo contenente originariamente tutta la Bibbia. Nel XII secolo ha subito una incompleta cancellazione da parte di
alcuni monaci che vi hanno sovrascritto l'opera di un dottore della Chiesa chiamato Ephrem. Intorno al 1840 però, il Dr. Tischendorf riuscì a recuperare e pubblicare parte del testo originale.

Codice Alessandrino
Il Codice Alessandrino invece, pur risalendo allo stesso periodo, ha il pregio di essere quasi completamente integro nel suo contenuto. Risultano mancanti infatti solo pochi passaggi a causa dell'usura e del danneggiamento. Prende il suo nome dalla città di Alessandria d'Egitto, dove rimase per lungo tempo prima di essere trasferito a Londra. Contiene l'Antico Testamento nella traduzione greca dei Settanta e il Nuovo Testamento con l'aggiunta della Prima e Seconda Lettera di Clemente, testi cristiani che non entrarono a far parte del canone biblico. Attualmente è composto da 773 fogli di pergamena, si stima che in origine dovesse averne 822.


Codice Vaticano
Un altro documento fondamentale è il Codice Vaticano. Esso infatti è uno tra i più antichi manoscritti della Bibbia, risalendo al IV secolo d.C. Come indica il suo nome, viene conservato in Vaticano, a Roma. Per secoli è stato l'unico testo usato per la traduzione della Bibbia. Mancano però alcune parti del Nuovo Testamento: le due lettere a Timoteo, quelle a Tito e a Filemone, parte dell'epistola agli Ebrei e l'Apocalisse di Giovanni. Anche in questo caso, la traduzione era quella in greco della Septuaginta. Da segnalare è la mancanza del finale “lungo” del Vangelo di Marco, ma anche di alcuni episodi neotestamentari come l'agonia di Gesù al Getsemani, i primi undici versetti dell'ottavo capitolo del Vangelo di Giovanni e il terzo versetto del sedicesimo capitolo del Vangelo di Marco.

Il Codice Sinaitico, fu trovato nel 1859 da Konstantin von Tischendorf presso il Monastero di Santa Caterina sul monte Sinai, in Egitto. Tale manoscritto viene datato tra il 330 e il 350 d.C. E' stato determinante per stabilire il Nuovo Testamento greco, contenendolo per intero. Si ipotizza essere stato scritto in Egitto; qualcuno lo ha associato alle 50 copie della Bibbia commissionate dall'imperatore romano Costantino dopo la sua conversione al cristianesimo. Per diversi decenni è stato conservato presso la Biblioteca Nazionale Russa di san Pietroburgo (Tischendorf fu aiutato nelle sue spedizioni dallo Zar Alessandro II di Russia dal quale dipendevano allora tutti i monasteri greco-ortodossi), ma nel 1933 l'Unione Sovietica lo vendette alla British Library di Londra. Attualmente è diviso in quattro porzioni: 347 fogli sono ancora presso la British Library, 12 fogli sono presso il monastero di Santa Caterina, 43 fogli sono nella biblioteca dell'Università di Lipsia e frammenti di 3 fogli sono nella Biblioteca Nazionale Russa di San Pietroburgo. Non contenente alcun libro apocrifo (ad esclusione della “Lettera di Barnaba” e dello scritto “Pastore di Erma”), il Codice Sinaitico permette di affermare che la Chiesa fino al V secolo in realtà considerava molto poco la gran quantità di scritti apocrifi che fiorivano in quel periodo.

Codice Sinaitico
Oltre a questi codici di fondamentale importanza, attualmente sono presenti almeno quattromila manoscritti che contengono la Bibbia intera o parti di essa. Alcuni in buono stato, altri frammentati. La comparazione di tutti questi testi risulta la garanzia definitiva della corretta trasmissione delle Sacre Scritture attraverso i secoli.

Bibliografia : LA TUA PAROLA E' VERITA' – Michel Renevier, EUN.

Sitografia :
http://it.wikipedia.org/wiki/Codice_Sinaitico
http://it.wikipedia.org/wiki/Codice_Vaticano
http://it.wikipedia.org/wiki/Codice_alessandrino
http://it.wikipedia.org/wiki/Codex_Ephraemi
http://www.veritadellabibbia.net/categoria/bibbia/codici-antichi

giovedì 3 febbraio 2011

Il canone Ebraico e la Septuaginta

I testi sacri dell'Ebraismo sono rappresentati dall'acronimo “Tanàkh “ (תנך, TNKh).
Le tre lettere (T, N, K) sono infatti le iniziali dell'espressione “Torah, Nevi'im, Ketuvim “ che identifica la Torah, i Profeti e gli Scritti o Agiografi. Queste tre categorie sono le tre parti delle Sacre Scritture Ebraiche. I tre volumi in cui è diviso il canone biblico, sono suddivisi a loro volta in altri libri, per un totale di ventiquattro.

La Torah (Legge) è composta dal pentateuco: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio.
Nevi'im (Profeti) è formato invece da: Giosuè, Giudici, Samuele (I e II), Re (I e II), Isaia, Geremia, Ezechiele che sono considerati Profeti Anteriori (Nevi'im Rishonim) e i dodici profeti minori, considerati come Profeti Posteriori (Neviìm Acharonim).
La raccolta del Ketuvìm (Scritti) comprende tredici libri sapienzali: Salmi, Proverbi, Giobbe, Cantico dei Cantici, Rut, Lamentazioni, Qoelet (Ecclesiaste), Ester, Daniele, Esdra e Neemia, Cronache (I e II).

Tutti i libri sono stati scritti in ebraico, con alcune piccole parti in aramaico.
Il canone ebraico accetta di fatto solo il testo masoretico: riproduzioni dei codici originali scritti tra il VII e il XI secolo d.C. da scribi ebrei chiamati per l'appunto “Masoreti”. Essi procedettero alla progressiva eliminazione di ciò che considerarono errori, deformazioni del testo e aggiunte inserite dai vari copisti nel corso dei secoli, riuscendo a fissare la qualità delle riproduzioni con quella dei migliori manoscritti allora in circolazione.
L'esattezza del testo tramandato fu assicurata in modo ancora superiore dai rabbini e scribi chiamati “Soferim” (letteralmente: contatori), il cui compito era quello di contare il numero di parole del testo biblico al fine di vigilare sulla autenticità e qualità delle riproduzioni.

Questi manoscritti sono distinguibili in base al materiale del supporto. Quest'ultimo può essere costituito da papiri (pianta dal fusto alto e stretto che veniva tagliata in strisce sottili, e che opportunamente lavorata andava a formare un foglio utile alla scrittura), oppure da pergamene (pelle di pecora conciata in modo da poter supportare la scrittura).
I testi così ottenuti venivano conservati in rotoli, oppure su singoli fogli puntati su un fianco come gli attuali libri: i codici.

Intorno al 200 a.C. ad Alessandria d'Egitto, alcuni ebrei autoctoni di lingua greca, procedettero alla traduzione della TNKh dall'ebraico al greco, per l'uso liturgico della nutrita comunità giudaica locale. Il testo tradotto verrà chiamato “Septuaginta” o “versione dei Settanta”, dalla leggenda che vuole associare la traduzione a settanta saggi ai quali fu affidato il delicato lavoro dal sovrano egizio Tolomeo II Filadelfo.
Nella versione dei Settanta, si trovano però anche dei libri non presenti nel canone ebraico definito nel I secolo d.C., e quindi assenti anche nel testo masoretico.
Questi libri non sono riconosciuti dagli Ebrei in quanto successivi ad Esdra e non scritti in ebraico. Sono chiamati “apocrifi” dai Cristiani Protestanti e “deuterocanonici” (ovvero del secondo canone) dai Cristiani Cattolici Romani.
Entrando nel dettaglio, questi sono i libri di Giuditta, Tobia, Maccabei (I e II), Sapienza di Salomone, Sapienza di Siracide, Baruc, la lettera di Geremia e il tredicesimo e quattordicesimo capitolo di Daniele. I libri seguenti invece sono presenti nella Septuaginta ma non sono entrati nel canone Cattolico Romano: Esdra I, Maccabei III e IV, Salmo 151, Preghiera di Manasse, Salmi di Salomone.
Oltre alla differenza “strutturale” tra il canone ebraico e quello greco, sono presenti numerose altre differenze fra il Testo Masoretico e quello della versione dei Settanta. Tanto che alcuni studiosi ipotizzano che le varianti di quest'ultima derivino da un testo ebraico pre-masoretico successivamente entrato in disuso. Altre posizioni invece giustificano le differenze associandole alla libera traduzione del testo originale costituito da sole consonanti, e che spesso permetteva la nascita di molteplici significati e interpretazioni.

mercoledì 2 febbraio 2011

La trasmissione dell'Antico Testamento

Al giorno d'oggi, possediamo circa 2200 manoscritti ebraici, scritti tra il IX e il XV secolo d.C. Sono a tutti gli effetti documenti che hanno portato alla diffusione l'Antico Testamento così come lo conosciamo noi oggi. I testi originali probabilmente erano in circolazione nel V secolo a.C.
Di fatto, abbiamo un vuoto di più di mille anni, che crea non pochi dubbi circa l'integrità del testo trasmesso. Questi testi ebraici sono consonantici: vocalizzati e accentati appunto tra il V e il X d.C da eruditi scribi ebrei chiamati “Masoreti” che hanno compiuto l'enorme lavoro di raccogliere tutti i testi dell'Antico Testamento presenti a quell'epoca, confrontarli, e copiare da quel momento in avanti un'unica versione – la più completa – in modo da preservarne la trasmissione nella modalità più fedele possibile. Le loro attenzioni nella copiatura erano addirittura maniacali, arrivando a numerare le singole lettere per poi effettuare il conteggio finale a stesura completata: i manoscritti che presentavano anomalie numeriche venivano immediatamente distrutti.
Quale garanzia abbiamo però che i testi masoretici abbiano tramandato fedelmente il testo biblico? In realtà ci sono numerosi riscontri che possono aiutarci in questa verifica.

In primo luogo, le citazioni in varie lingue che fanno autori giudei e cristiani tra il I e il IX secolo d.C. corrispondono perfettamente con i codici in questione. In secondo luogo, è possibile in realtà effettuare dei confronti con traduzioni integrali greche, siriache e latine datate dal I sec. a.C. in avanti. La traduzione più famosa è detta dei Settanta e rappresenta il testo di riferimento per le citazioni degli autori del Nuovo Testamento. In terzo luogo, si stanno creando possibilità di confronto anche con antichi manoscritti ebraici che si stanno via via scoprendo. Tra questi, il Pentateuco Samaritano, il papiro di Nash e i manoscritti di Qumràn. Anche questi codici hanno una datazione che parte dal I secolo in poi. Nel confronto fra il Testo Masoretico e il Pentateuco Samaritano, si osservano circa 6000 piccole variazioni di consonanti; le quali però non cambiano sostanzialmente il testo. Anzi, semplificano la comprensione finale.
Da queste informazioni ne deduciamo che la Bibbia che noi leggiamo oggi è una riproduzione di epoca medioevale ma significativamente vicina ai testi in uso nei primi secolo dopo Cristo.

Entrando nel dettaglio, osservando i testi ebraici più antichi non vocalizzati (come il Pentateuco Samaritano e i manoscritti del Qumràn), emerge l'esistenza di due segni che, in parole identiche, a volte vengono scritti (scriptio plena) e a volte no (scriptio defectiva): essi sono la “vaw” e la “iod”.
Si pensa perciò che in passato l'utilizzo di tali forme grammaticali fosse libera, e che servisse per facilitare la lettura del testo. Si è visto inoltre che questi inserimenti sono presenti solo alla fine delle parole nei testi più antichi, e in mezzo alle stesse in quelli più recenti.
Questo fa pensare che in origine esistesse un testo puramente consonantico. Queste aggiunte sarebbero state necessarie inoltre per evitare nella lettura confusioni tra l'ebraico (lingua sacra) e l'aramaico (lingua parlata successiva all'esilio).
Analizzando tutti questi fattori, si riconosce che l'originale testo composto da sole consonanti nel V secolo a.C. deve aver attraversato tre stadi: aggiunta grammaticale ai tempi di Esdra, vocalizzazione nel III d.C. e aggiunta di accenti da parte dei Masoreti in tempi medioevali.

A fronte di tutte queste considerazioni, i testi attuali si possono considerare come attendibili rispetto agli originali?
Ebbene, quanto ai concetti e ai significati abbiamo una buona sicurezza che il testo sia stato trasmesso integro. Esattezza che invece non possiamo avere parlando delle singole parole, a causa delle numerose aggiunte accumulate nei secoli. E' da notare in ogni caso che ogni aggiunta è stata effettuata per dare significati sempre più chiari e comprensibili laddove esistevano troppe possibilità di lettura e interpretazione.

lunedì 31 gennaio 2011

Il pentateuco e la critica biblica

La moderna esegesi biblica nacque da alcune domande che si posero filosofi e teologi del XVII secolo. Di per sé, tutto questo è più che buono.
Ogni progresso – tanto quello scientifico quanto quello spirituale – nasce nel momento in cui si crea nel cuore dell'uomo una domanda. Non si tratta di semplice curiosità, è un desiderio di conoscere e sperimentare qualcosa di nuovo. Spostare il limite della conoscenza e disegnare una nuova geografia. Acquisire una nuova consapevolezza della nostra identità, di Dio e del mondo che ci circonda. Tutto questo nasce da una piccola domanda. Per questo, a volte, è addirittura più importante della risposta stessa.
Molto spesso i credenti dimostrano di credere (in base alle loro azioni) che l'essere chiamati “pecore” da Gesù significhi credere “per fede” a tutto quello che gli viene insegnato, seguendo passivamente la pecora davanti. Ma questa è vera fede?
C'è una grande differenza tra essere credenti o creduloni. I primi credono in base ad un'esperienza personale, i secondi invece credono a qualcosa che gli viene riportato.
Le pecore di Gesù conoscono e riconoscono la Sua voce e seguono il buon Pastore, non le altre pecore. Questa è la differenza.
Ma tutto questo cosa c'entra con la teoria delle quattro fonti del pentateuco?
C'entra in più di un modo.

Da una parte, gran parte della chiesa evangelica è scandalizzata dal criticismo, additandolo come irriverente nei confronti di Dio e della fede cristiana. Ma una domanda sincera non potrà mai essere male accetta davanti al Signore. Il banco di prova della propria fede è l'atteggiamento che si manifesta proprio quando non si sa rispondere a una provocazione. E' comodo e facile alzare muri di barricata, isolandosi dalla ragione per mantenere la quiete nella propria coscienza, allontanando la persona che osa mettere in dubbio i fondamenti così cari alla propria fede. Chiudere gli occhi e fare finta di niente. Questo è fondamentalismo.
Un altro discorso invece è ammettere di non saper rispondere, e dire chiaramente che è necessario approfondire la questione e domandare una risposta al Signore.
La maggior parte delle dottrine cristiane si credono perchè insegnate da qualcuno. Ma c'è differenza tra credere l'insegnamento di altre persone e approfondire personalmente la Parola di Dio, investigando il suo Spirito per arrivare ad avere una conoscenza esperienziale personale.

Dall'altra parte infatti, tutto questo prima o poi viene inevitabilmente manifestato.
E' possibile chiudere gli occhi per molto tempo, ma prima o poi ogni credente attraversa delle crisi che fanno tremare la propria fede. E a questo punto si può vedere chiaramente dove è stata costruita la propria casa. Sulla sabbia dell'insegnamento umano oppure sulla roccia della rivelazione di Cristo? Questo non deve sminuire l'importanza del ministero dell'insegnante, ma deve essere un monito per ogni discepolo. Il discepolo di Cristo infatti non si accontenta di una lezione, lui vuole acquistare la saggezza. Non gli basta una dottrina, lui vuole il Dio che viene rappresentato da questa dottrina. Solo in questo modo un cristiano può crescere sano e dare un efficace motivo della propria fede.

Dopo questi importanti concetti preliminari, credo sia utile affacciarsi all'insegnamento dell'Apostolo Paolo nei primi due capitoli della seconda lettera ai Corinzi.

Nel dettaglio:

1Corinzi 1:21 Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione.

Il mondo non ha conosciuto Dio nella propria sapienza. E' un dato di fatto, presente nell'intero panorama biblico e nella realtà quotidiana. Non deve quindi esserci alcuna aspettativa nei confronti dei sapienti di questo secolo. Ciò che porta alla comprensione spirituale non è l'intelligenza umana ma la rivelazione divina. In questa importante verità abbiamo uno strumento che ci rende capaci di giudicare come sia meglio gestire le domande sincere.
“Chi ha scritto il pentateuco? “ è un'ottima domanda. E' la domanda che si posero Hobbes, Spinoza, Simon e duecento anni più tardi anche Wellhausen. Ma ancora di più è la domanda che si deve fare ogni credente, ogni figlio di Dio.
Come gestirono la ricerca della risposta a questa domanda i formulatori della ipotesi documentale? Essi si applicarono attraverso l'ecdotica (l'analisi del testo per identificare la sua provenienza o per ricostruire la sua storia), la critica delle fonti, la critica formale, redazionale e canonica. Tutto questo al fine di analizzare nei minimi dettagli il testo biblico e tutto quello che ne concerne, per poter capire finalmente quale fosse la sua origine.
Personalmente penso che sia stata un'attività utile, che ha portato nuove informazioni e un nuovo modo di ragionare a tutti coloro che sono interessati alla Bibbia.
Il risultato di tutti questi studi è stato il riconoscimento di quattro fonti originali, che asserirono non essere di Mosè, ma risalenti a diversi periodi della storia di Israele.
A favore di queste conclusioni, c'è da dire che un qualunque lettore della Bibbia può accorgersi – soprattutto nella Genesi – di trovare differenti stili narrativi. Due racconti della creazione. Diversi nomi per Dio. Diverse concezioni teologiche.
Di fatto “El” è il nome di una divinità del pantheon dell'area semitica e mesopotamica, comparso
per la prima volta nel 2600 a.C. nella moderna Siria; ha quindi poco a che fare con la rivelazione ebraica e molto con la contaminazione culturale.
Ci sono però delle fondamentali considerazioni da fare.

La prima, riguarda la natura della Bibbia.
Nel Nuovo Testamento comprendiamo come la natura di Gesù fosse completamente divina e completamente umana, per quanto questo possa essere impossibile da capire.
Analogamente, la Bibbia è completamente Parola di Dio ma “incarnata” in un linguaggio, in una cultura e in una geografia prettamente umane.
Analizzare sistematicamente e criticamente solo gli aspetti umani della Bibbia non possono portare a una comprensione spirituale superiore. E' impossibile.
Sono aspetti che è giusto capire per poter avere un quadro dell'insieme più ampio, ma deve esserci un livello superiore, altrimenti resta un esercizio sterile. E' importante il motivo e l'attitudine che si hanno nel cercare le risposte alle proprie domande. Questi due aspetti infatti possono viziare la ricerca e portare a delle conclusioni completamente sbagliate, perchè basate sulla sapienza di questo mondo e non sulla sapienza di Dio. La comprensione storica e culturale può dare informazioni importantissime per comprendere il significato di un brano biblico, ma deve essere uno strumento per raggiungere la forma più pura del messaggio. Non – come è stato in questo caso – il fine ultimo della ricerca.

La seconda considerazione invece riguarda la vera e propria teoria delle quattro fonti.
Molte persone non afferrano il concetto di cosa sia una teoria. Una teoria è un'idea nata in base ad una qualche ipotesi, congettura, speculazione o supposizione.
Di fatto non vi è alcuna certezza. Semplicemente, date le informazioni in possesso, si teorizza una conclusione piuttosto che un'altra. E' un ragionamento che normalmente rimane accettato finchè non si trovano nuovi elementi che portano a formulare una nuova teoria.
Riassumendo, non vi è nulla di certo; si pensa soltanto che sia andata in questo modo.
A fronte di tutta questa insicurezza, gli elementi che associano la tradizione Jahvista al periodo monarchico sono tutt'altro che assoluti.
Le deduzioni che collegano la fonte Elohista al Regno del Nord dopo la divisione dello Stato di Israele, sono opinabili e vaghe.
Gli stessi studiosi Hermann Gunkell e Martin North ammorbidirono e modificarono le teorie di Wellhausen, sviluppando l'ipotesi che i testi biblici siano stati redatti effettivamente in un epoca successiva a quella di Mosè, ma basandosi su tradizioni orali precedenti contenenti memorie accurate degli eventi descritti.

In effetti a questo punto è lecito sviluppare la domanda originaria in una forma successiva: il pentateuco è stato composto e redatto dalla stessa persona?
Anche in questo caso non si possono avere certezze assolute, però si apre uno scenario particolarmente interessante.

A parte la Genesi, la Bibbia afferma esplicitamente la paternità di Mosè nei riguardi dei libri del pentateuco.

Esodo 24:4 Mosè scrisse tutte le parole del SIGNORE.

Levitico 27:34 Questi sono i comandamenti che il SIGNORE diede a Mosè sul monte Sinai per i figli d'Israele.
(Esdra 6:18 Stabilirono i sacerdoti secondo le loro classi e i Leviti secondo le loro divisioni, per il servizio di Dio a Gerusalemme, come sta scritto nel libro di Mosè.)

Numeri 33:2 Mosè mise per iscritto le loro marce, tappa per tappa, per ordine del SIGNORE; e queste sono le tappe che fecero nel loro cammino.
Numeri 36:13 Tali sono i comandamenti e le leggi che il SIGNORE diede ai figli d'Israele per mezzo di Mosè, nelle pianure di Moab, presso il Giordano, di fronte a Gerico.

Deuteronomio 1:1 Queste sono le parole che Mosè rivolse a Israele di là dal Giordano, nel deserto, nella pianura di fronte a Suf, tra Paran, Tofel, Laban, Aserot e Di-Zaab.

In realtà per quanto riguarda il libro della Genesi ci sono comunque molti accenni impliciti, che non lasciano adito ad altre possibilità. Per esempio:

Luca 16:29 Abraamo disse: "Hanno Mosè e i profeti; ascoltino quelli".

Dove con il nome di Mosè si intende l'intero pentateuco e con il termine profeti si rimanda ai profeti anteriori (Giosuè, Giudici, Samuele, Re, Isaia, Geremia, Ezechele) e posteriori (tutti gli altri libri profetici).
Come è possibile quindi coniugare questa correlazione con le evidenti differenze testuali che abbiamo visto precedentemente?

Personalmente credo che la possibilità più completa si possa sviluppare dal pensiero iniziale di Gunkell e North. La Bibbia è un testo su cui si basa la fede di ogni credente, non ha alcun senso “non credere” a quanto afferma a riguardo della paternità mosaica, né ci sono certezze che mettono il problema su un piano così profondo. Dio non può mentire, e neanche attraverso le parole umane i suoi concetti possono rivelarsi menzogneri.
Tuttavia restano probabili la seguente possibilità:

Mosè ha effettivamente scritto il pentateuco ma questo è stato trasmesso in realtà per via orale, essendo difficoltosa, dispendiosa e poco pratica nei tempi antichi la trasmissione scritta. Il manoscritto originale è andato distrutto, ma in un secondo momento queste parole sono state messe nuovamente per iscritto, continuando la trasmissione in modo accurato e fedele.
La Genesi invece, nel dettaglio, è stata redatta inizialmente da Mosè basandosi su tradizioni orali ancora più antiche. La sua cultura sicuramente comprendeva questa grande conoscenza, e lo Spirito Santo ha preservato la redazione da ogni errore. Il Signore ha voluto rivelarsi quindi inizialmente con un nome impersonale ma familiare al popolo ebraico del tempo, riservandosi una graduale rivelazione della Sua Persona.

Personalmente credo che questa possa essere l'ipotesi più verosimile storicamente e più accreditata spiritualmente.

Oltre ad approfondire il criticismo biblico, Spinoza insegnò anche una suddivisione differente dei primi libri della Bibbia, includendo anche il libro di Giosuè e considerando la raccolta così formata come l'esateuco. Di fatto questa suddivisione comprende il canone biblico samaritano. Questa popolazione inizialmente Israelita però, si fuse nel corso dei secoli con una parte delle popolazioni pagane a loro volta deportate in Israele, annacquando la forte identità originaria e discostandosi dalle tradizioni ebraiche più pure.
Martin Noth invece esclude dal pentateuco il Deuteronomio perchè non ci sono testi “deuteronomici” nei primi quattro libri della Bibbia. Per lui quindi bisogna parlare di un tetrateuco.
Dal mio punto di vista non vedo nessun motivo nel creare una nuova raccolta dei primi libri della Bibbia, a maggior ragione del fatto che l'entrata di Israele nella terra promessa è il più naturale spartiacque tra le origini del popolo ebraico e la sua storia successiva. Credo che Giosuè possa rimanere escluso senza alcun dubbio all'originale pentateuco che nella trama della stessa Bibbia è strutturato come l'originario insieme di libri di Mosè, e che non sia lecito né utile apportare alcuna modifica a questa struttura rimasta fedele nella tradizione biblica ebraica per interi millenni.
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