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domenica 17 gennaio 2021

La proto-missione di Gesù ai gentili



















INTRODUZIONE

Nella prima metà del Vangelo secondo Marco troviamo un termine e tema ricorrente: quello del pane.  Abbiamo, infatti, la prima moltiplicazione dei pani (6:30-44), la camminata di Gesù sulle acque quando i discepoli non riconoscono Gesù a causa del loro indurimento di cuore e del fatto di non aver capito la moltiplicazione dei pani (6:45:52). Successivamente troviamo l'accusa degli scribi e farisei a Gesù sempre riguardo i pani e il mangiare (7:1-22) alla cui fine l'autore commenta l'episodio dicendo letteralmente "Così dicendo, dichiarava puri tutti i pani".

Anche il racconto successivo comprende un dialogo sui pani in un contesto però decisamente particolare. Dal lago di Galilea, infatti, dopo questi avvenimenti Gesù esce dal territorio di Israele per andare nel territorio di Tiro e Sidone. La tradizione biblica considera queste due città come rappresentanti dei popoli pagani, malvisti dai Giudei. Ricordiamo infatti gli oracoli di Isaia al c.23: 

Oracolo contro Tiro.
Urlate, o navi di Tarsis!
Essa infatti è distrutta; non più case! Non c'è più nessuno che entri in essa!
Dalla terra di Chittim è giunta loro la notizia.
Siate pieni di stupore, o abitanti della costa,
che i mercanti di Sidone, solcando il mare, affollavano!

 Ma anche quelli di Zaccaria al c.9:

Tiro si è costruita una fortezza,
ha ammassato argento come polvere
e oro come fango di strada.
Ecco, il SIGNORE s'impadronirà di essa,
getterà la sua potenza nel mare,
ed essa sarà consumata dal fuoco.

L'intenzione di Gesù è quella di avviare la missione ai pagani soltanto dopo la Pasqua, perché dunque dirigersi in queste città? Sì, Gesù era già stato fuori da Israele (c. 5), ma non ha voluto trasformare il primo sconfinamento in un itinerario missionario. Questa volta sarà diversa? Per rispondere a queste domande non ci resta che addentrarci nella lettura del settimo capitolo di Marco. 

1. LA FEDE DELLA DONNA SIROFENICIA


Poi Gesù partì di là e se ne andò verso la regione di Tiro. Entrò in una casa e non voleva farlo sapere a nessuno; ma non poté restare nascosto, anzi subito, una donna la cui bambina aveva uno spirito immondo, avendo udito parlare di lui, venne e gli si gettò ai piedi. Quella donna era pagana, sirofenicia di nascita; e lo pregava di scacciare il demonio da sua figlia. Gesù le disse: «Lascia che prima siano saziati i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli per buttarlo ai cagnolini». «Sì, Signore», ella rispose, «ma i cagnolini, sotto la tavola, mangiano le briciole dei figli». E Gesù le disse: «Per questa parola, va', il demonio è uscito da tua figlia». La donna, tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto: il demonio era uscito da lei.
 Vangelo secondo Marco 7:24-30

In modo apparentemente contraddittorio Gesù attraversa la regione di Tiro, entrando addirittura in una casa, ma senza volerlo far sapere a nessuno. La "casa" nel Vangelo secondo Marco è il luogo della riunione della comunità credente, è il luogo per eccellenza della comunità cristiana. Pur con reticenza, quindi, questa casa diventerà il luogo da cui Gesù avvierà una missione salvifica non più relegata a Israele ma aperta a tutti. O, perlomeno, un'anticipazione di questa missione. Pur vigendo in questa narrazione il segreto messianico, infatti, (ossia la volontà gesuana di mantenere segreta la sua identità per non rivelarsi prima del tempo) egli si trova in prima linea in quella che potremmo definire una proto-missione ai gentili. La presenza di Gesù non può restare nascosta e subito accorre a lui una donna che aveva una figlia tormentata dal demonio. 

La donna era pagana, proveniente cioè dall'ambiente culturale greco, molto probabilmente una cittadina libera di estrazione culturale alta. La sua etnia invece era sirofenicia. Avendo sentito parlare di Gesù si reca da lui manifestando da subito un sentimento di devozione e, certa della sua autorità spirituale, continua con insistenza (lo pregava..) a chiedere un intervento in favore di sua figlia. 

Gesù risponde prendendo nuovamente in causa il tema del "pane". Per la prima volta in presenza di una richiesta simile Gesù si rifiuta di intervenire, agendo così in modo imprevisto. Il motivo deriva dalla priorità dei "figli", ossia il popolo di Israele, a ricevere la salvezza rispetto ai "cagnolini", ossia i popoli pagani ai quali non spetterebbero i beni messianici. Nella tradizione biblica, infatti, i "cani" sono gli avversari persecutori, i peccatori, i popoli pagani, i falsi missionari. La salvezza dunque è riservata prioritariamente al popolo di Israele. 
A questo punto, però, la donna riconosce Gesù come Signore, dimostrando così un'adesione di fede eccezionale. Solo al termine del Vangelo verrà utilizzato questo titolo dal narratore (16:19-20), e solo nel capitolo seguente i discepoli riconosceranno Gesù come Messia (8:27-30). Questa donna, quindi, riconosce Gesù  nella sua identità messianica dimostrando così di avere una consapevolezza ancora più precoce e profonda di quella dei discepoli. La sua replica manifesta questa conoscenza e questa fede e davanti ad esse Gesù non può che esaudire la sua richiesta. Nell'episodio precedente Gesù aveva appena fatto crollare il muro che separava i cibi puri da quelli impuri e in questo egli, sulla perspicace e illuminata richiesta di una pagana, arriva a far crollare anche il muro di separazione tra i Giudei e i Gentili come anticipazione di quello che avverrà pienamente solo dopo la Pasqua.

2. LA GUARIGIONE DI UN SORDOMUTO


Gesù partì di nuovo dalla regione di Tiro e, passando per Sidone, tornò verso il mare di Galilea attraversando il territorio della Decapoli. Condussero da lui un sordo che parlava a stento; e lo pregarono che gli imponesse le mani. Egli lo condusse fuori dalla folla, in disparte, gli mise le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; poi, alzando gli occhi al cielo, sospirò e gli disse: «Effatà!» che vuol dire: «Apriti!» E gli si aprirono gli orecchi; e subito gli si sciolse la lingua e parlava bene. Gesù ordinò loro di non parlarne a nessuno; ma più lo vietava loro e più lo divulgavano; ed erano pieni di stupore e dicevano: «Egli ha fatto ogni cosa bene; i sordi li fa udire, e i muti li fa parlare».
Vangelo secondo Marco 7:31-37

In seguito all'incontro con la donna sirofenicia Gesù torna verso il lago di Galilea attraversando il territorio della Decapoli dove si era già recato in precedenza guarendo l'indemoniato di Gerasa. Ancora in un territorio pagano, dunque, conducono a lui un uomo che viene presentato solo per la sua malattia: la sordità e grande difficoltà a parlare. Dopo il riconoscimento della donna nella regione di Tiro Gesù non può più tirarsi indietro, tuttavia decide di accordare la richiesta di guarigione allontanando l'uomo dalla folla e intervenendo in privato. In seguito a precise azioni da terapeuta, l'uomo recupera l'udito e la libertà di linguaggio. La priorità di Gesù rimane per Israele e per l'attesa del tempo opportuno, per questo ordina di non divulgare questo miracolo, ma la folla pagana disobbedisce ripetutamente esternando il loro stupore e riconoscendo in lui l'azione di Dio nella creazione oltre che testimoniando questi evidenti segni messianici (cfr. Is. 29:18).

CONCLUSIONE


In seguito alla prima moltiplicazione dei pani, alla camminata sulle acque per raggiungere i discepoli, alla diatriba con gli scribi e i farisei, Gesù si reca all'estero dove, suo malgrado, verrà sorpreso dalla fede e dalla consapevolezza di una donna pagana che per questi motivi riceverà la liberazione a distanza della figlia indemoniata.

Dopo il crollo del muro di separazione tra cibi puri e impuri Gesù anticipa e inaugura così anche il crollo del muro di separazione tra Gentili e Giudei. Lo fa cercando di mantenere un certo segreto perché non è ancora il tempo della missione agli stranieri, ma non si tira indietro davanti allo stupore della pienezza di fede che essi possono avere, talvolta in modo ancora maggiore rispetto ai discepoli stessi. 

Dopo un primo incontro, dunque, Gesù abbandona ogni reticenza e nel territorio di Sidone guarisce dalla sordità un altro uomo, richiedendo riserbo e ottenendo un sempre maggiore stupore e séguito. 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE


  • Rafael Aguirre Monasterio, Antonio Rodriguez Carmona, Vangeli Sinottici e Atti degli Apostoli, Paideia Editrice, Brescia, 1995.
  • Santi Grasso - nuova versione, introduzione e commento, Vangelo di Marco, Figlie di San Paolo, Milano, 2003.

domenica 3 gennaio 2021

La parola di Dio e la tradizione degli uomini


Achille Mazzotti, "Gesù tra gli scribi e i farisei" (1844). Roma, Accademia Nazionale di San Luca.

INTRODUZIONE

Nell'ottica di una lectio continua, dopo aver esposto e commentato l'episodio evangelico marciano della camminata sulle acque di Gesù, vorrei in questo approfondimento avanzare nel testo di riferimento per approfondire ora i primi versetti del settimo capitolo.

Riprendendo poche righe introduttive al Vangelo secondo Marco posso senz'altro ribadire la sua prima peculiarità letteraria, ossia il fatto di presentare nella sua primissima frase la sua tesi di fondo e l'impegno nello svolgimento del libro di dimostrarne la veridicità: che Gesù è il Cristo - ovvero il Messia - (1:1-8:30) e il Figlio di Dio (8:31-16:8).

La nostra attenzione anche in questo caso rimane nella prima metà del libro contraddistinta da temi messianici e sul regno di Dio. Gesù in questa parte di narrazione ha già insegnato nei villaggi, ha già inviato i discepoli dando loro potere sugli spiriti immondi, ha già moltiplicato miracolosamente i pani e i pesci e attraversato il mare camminando sulle sue acque. All'approdo sull'altra riva Gesù ha guarito tutti gli infermi che sono stati portati e lui ed è proprio lì, nei dintorni di Gennesaret, che arrivano infine dei visitatori.

1. L'ACCUSA DEI FARISEI


Allora si radunarono vicino a lui i farisei e alcuni scribi venuti da Gerusalemme. Essi videro che alcuni dei suoi discepoli prendevano i pasti con mani impure, cioè non lavate.  (Poiché i farisei e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavate le mani con grande cura, seguendo la tradizione degli antichi; e quando tornano dalla piazza non mangiano senza essersi lavati. Vi sono molte altre cose che osservano per tradizione: abluzioni di calici, di boccali e di vasi di bronzo e di letti). I farisei e gli scribi gli domandarono: «Perché i tuoi discepoli non seguono la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?» 
Marco 7:1-5

L'accorrere di molte persone vicino a Gesù alla fine del c.6 dimostra che si stava diffondendo la sua fama di Messia e i gruppi giudaici dei farisei e degli scribi della capitale Gerusalemme, comunque già molto scettici al suo riguardo, si sentono in dovere di raggiungerlo per esaminarlo. Naturalmente partono dall'osservare i suoi comportamenti e notano una cosa: alcuni suoi discepoli non si lavavano le mani prima di mangiare. Sappiamo che due terzi delle pericopi legali di Shammai e Hillel, rabbini contemporanei a Gesù, riguardano proprio il comportamento a tavola con una serie di norme ispirate al libro del Levitico. La regola farisaica in proposito prevedeva di lavaggio le mani fino al gomito prima di mangiare, ma anche delle abluzioni al ritorno del mercato, il lavaggio dei bicchieri, delle stoviglie e degli oggetti di rame. Ancor più di essere indicazioni igieniche erano comportamenti derivati da una teologia che divideva il mondo in oggetti e persone sacre e pure, oppure impure e profane. I lavaggi e le purificazioni dunque avevano il significato di rendere possibile l'avvicinarsi a Dio. Al contrario, disattendere questi precetti (che, sottolineo, erano patrimonio della tradizione degli antichi ossia la Torah orale e non degli Scritti sacri veterotestamentari che rappresentavano solo il punto di partenza della prescrizione poi interpretata e attualizzata) significava rendersi lontani da Dio. Questa prospettiva teologica era propria dei farisei ma rispettata da tutti i giudei: ecco quindi che possiamo comprendere quanto poteva essere scandaloso il comportamento dei discepoli di Gesù. Se egli era davvero il Messia, come potevano i suoi discepoli vivere in un situazione di impurità? La logica conclusione era solo una ossia il fatto che, seppur predicando il regno di Dio accompagnato da miracoli, Gesù non poteva essere il Cristo tanto atteso. Dunque, le cose stavano e stanno davvero così?

2. LA DUPLICE RISPOSTA DI GESÙ


E Gesù disse loro: «Ben profetizzò Isaia di voi, ipocriti, com'è scritto:
"Questo popolo mi onora con le labbra,
ma il loro cuore è lontano da me.
Invano mi rendono il loro culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini".
Avendo tralasciato il comandamento di Dio vi attenete alla tradizione degli uomini». Diceva loro ancora: «Come sapete bene annullare il comandamento di Dio per osservare la tradizione vostra! Mosè infatti ha detto: "Onora tuo padre e tua madre"; e: "Chi maledice padre o madre sia condannato a morte". Voi, invece, se uno dice a suo padre o a sua madre: "Quello con cui potrei assisterti è Corbàn" (vale a dire, un'offerta a Dio), non gli lasciate più far niente per suo padre o sua madre, annullando così la parola di Dio con la tradizione che voi vi siete tramandata. Di cose simili ne fate molte».
Marco 7:6-13

Alla domanda - e accusa implicita - degli scribi e dei farisei Gesù risponde in due fasi con altrettante citazioni bibliche. Nella prima fase inizia con un tono da invettiva coinvolgendo un oracolo del profeta Isaia, che troviamo in 29, 13:

Il Signore ha detto: «Poiché questo popolo si avvicina a me
con la bocca e mi onora con le labbra,
mentre il suo cuore è lontano da me
e il timore che ha di me
non è altro che un comandamento imparato dagli uomini.

Nel confronto con il riferimento in Marco è facile constatare la diversità testuale di questo versetto sia rispetto alla versione ebraica Masoretica sia alla traduzione greca dei LXX sebbene il senso sia naturalmente il medesimo. La denuncia isaiana di un mero formalismo religioso svuotato da ogni partecipazione interiore devozionale viene rielaborata e attualizzata da Gesù applicandola al caso dei suoi accusatori. Egli poi continua la sua argomentazione distinguendo tra il comandamento di Dio e la tradizione che la prima volta viene associata "agli uomini", in antitesi appunto a quella di Dio, per poi indicarla direttamente ai farisei come "loro"(la tradizione vostra!). Attraverso quest'ultima espressione Gesù preannuncia il suo distacco dall'interpretazione giudaica della Scrittura, un distacco che non solo riconosce a riguardo della propria interpretazione ma anche a riguardo dell'originale progetto di Dio presente nella tradizione biblica. Proprio per evidenziare questa divergenza egli continua a parlare aprendo una seconda fase della sua risposta, prendendo in causa l'esempio del korbàn, ossia del sacrificio. Tra le dieci parole - i Dieci Comandamenti - che possiamo leggere in Esodo 20, infatti, troviamo il precetto di onorare il padre e la madre. Precetto che tuttavia la prassi giudaica del tempo reputava non vincolante nel caso in cui ciò che sarebbe servito al sostentamento dei genitori veniva destinato a diventare un'offerta sacra. L'intervento di Gesù evidenzia questa incoerenza presentando però anche un valore più alto da affidare alla volontà di Dio espressa nella Scrittura piuttosto che nella tradizione religiosa orale.

Queste risposte di Gesù in effetti divagano dalla stretta questione dei lavaggi e delle abluzioni di purificazione ma lo fanno senza dubbio in modo voluto, affrontando il problema in maniera più ampia circa la tradizione degli antichi e la parola di Dio. 

3. L'INSEGNAMENTO ALLA FOLLA E AI DISCEPOLI


Poi, chiamata la folla a sé, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e intendete: non c'è nulla fuori dell'uomo che entrando in lui possa contaminarlo; sono le cose che escono dall'uomo quelle che contaminano l'uomo. [Se uno ha orecchi per udire oda.]» Quando lasciò la folla ed entrò in casa, i suoi discepoli gli chiesero di spiegare quella parabola. Egli disse loro: «Neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che dal di fuori entra nell'uomo non lo può contaminare, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e se ne va nella latrina?» Così dicendo, dichiarava puri tutti i cibi. Diceva inoltre: «È quello che esce dall'uomo che contamina l'uomo; perché è dal di dentro, dal cuore degli uomini, che escono cattivi pensieri, fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, frode, lascivia, sguardo maligno, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive escono dal di dentro e contaminano l'uomo».
Marco 7:14-22

All'improvviso nella nostra narrazione scompaiono i farisei e gli scribi mentre Gesù chiama la folla che lo seguiva per insegnare loro in modo più approfondito sul tema appena affrontato. La sua sentenza è costruita in parallelismo antitetico tra "all'esterno" e "all'interno", negando la possibilità di contrarre impurità da una contaminazione esterna per affermare che essa, invece, proviene dall'interiorità dell'uomo. Come abbiamo già accennato prima le norme di santità del Levitico si basa sulla separazione tra il sacro-puro e l'impuro-profano. Gesù però oltrepassa questo concetto con il suo insegnamento mettendo a fuoco lo stile di vita e l'interiorità come fonte della contaminazione più che quello che si può trovare all'esterno. Ma un punto di vista così innovativo non viene compreso neanche dai suoi discepoli, ed è per questo che egli deve tornare con loro sull'argomento. Nel patto mosaico se il sacro incontrava il profano lo uccideva. Persone e oggetti dovevano passare determinati rituali per purificarsi e rendersi più accettabili a Dio. Gesù però sa che sta arrivando una nuova alleanza nella sua persona, che lui stesso avrebbe da lì a poco vissuto la morte e la distruzione dovuta al contatto sacro/profano e che avrebbe distrutto definitivamente questa separazione. Non a caso infatti al momento della sua morte la cortina che separava nel Tempio di Gerusalemme il luogo Santissimo dal luogo Santo si sarebbe squarciata da cima a fondo (Mc. 15, 38). Ecco, nella nuova alleanza il sacro non può più uccidere il profano perché questa morte è stata vissuta e immedesimata una volte e per tutte da Cristo. In questo modo il sacro se incontra il profano può santificarlo. Può cambiarlo da di dentro per poter cambiare le cose che vi escono. La contaminazione avviene all'interno ed è lì che Gesù promuove un cambiamento radicale guarendo alla radice e non, come facevano per tradizione i giudei, tagliando solo i rami più esterni. 

CONCLUSIONE


Sentendo parlare dei miracoli di Gesù alcuni esponenti dei gruppi giudaici degli scribi e dei farisei lo raggiungono per metterlo alla prova. Il loro scetticismo coglie l'occasione dell'inosservanza del lavaggio delle mani di alcuni suoi discepoli per accusarlo chiedendogliene conto. La risposta di Gesù non si fa attendere e alza la prospettiva sull' erroneità di gran parte del paradigma interpretativo farisaico, poggiante su tradizioni umane spesso in contrapposizione con la parola di Dio e i progetti divini così come esposti nella Torah scritta. L'innovazione di Gesù è incompresa dai suoi stessi discepoli, anche perché egli non aveva ancora compiuto fino in fondo la sua missione e vissuto il suo sacrificio vicario. Gesù però era ben consapevole anche del fatto che il sistema sacrificale levitico era prossimo a tramontare in quanto lui stesso era il sacrificio ultimo e definitivo che avrebbe abbattuto il muro di inimicizia tra il Padre e l'uomo. 

Noi credenti del XXI secolo però lo sappiamo e non abbiamo scuse nell'evitare di rispondere positivamente all'appello del Vangelo con consapevolezza e nella piena libertà della Grazia. Senza rimetterci sotto il giogo di tradizioni e interpretazioni che snaturano la genuina freschezza della parola di Dio contenuta nella Bibbia, sappiamo che la trasformazione della conversione quotidiana deve avvenire al nostro interno - nel nostro cuore - attraverso lo Spirito Santo grazie al sacrificio di Cristo voluto dal Padre. Ed è proprio a lui che rimettiamo noi stessi con piena fiducia, sapendo che colui che ha iniziato un'opera buona in noi la porterà anche a compimento. 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE 


  • Rafael Aguirre Monasterio, Antonio Rodriguez Carmona, Vangeli Sinottici e Atti degli Apostoli, Paideia Editrice, Brescia, 1995.
  • Santi Grasso - nuova versione, introduzione e commento, Vangelo di Marco, Figlie di San Paolo, Milano, 2003.

domenica 8 novembre 2020

Sceso nella pienezza del tempo











INTRODUZIONE

Il libro della Genesi si conclude con una straordinaria espressione della provvidenza divina: la famiglia di Giacobbe che stava soffrendo nella carestia viene tratta in salvo dall'ultimogenito Giuseppe che, dopo essere stato venduto dai propri fratelli, aveva attraversato nel frattempo diverse vicissitudini tali da poter acquisire un ruolo di prestigio in Egitto e richiamare a sé la sua famiglia. La lungimirante strategia di approvvigionamento messa in atto in Egitto ha quindi a questo punto potuto offrire prosperità a questa famiglia speciale in tempi di distretta. 

Il lieto fine però non è stato né breve né definitivo. 

All'inizio del libro dell'Esodo, infatti, apprendiamo che nel corso di qualche generazione questo nucleo familiare crebbe fino a diventare un popolo e, una volta morto il faraone che aveva a cuore Giuseppe, arrivò un nuovo faraone che vedeva negli israeliti una minaccia per il Paese. Per questo motivo iniziarono persecuzioni, schiavitù e lavori forzati. Il luogo della salvezza divenne dopo un certo tempo luogo di oppressione e sofferenza. Ma Dio non smise di intervenire per portare salvezza.

Durante quel tempo, che fu lungo, il re d'Egitto morì. I figli d'Israele gemevano a causa della schiavitù e alzavano delle grida; e le grida che la schiavitù strappava loro salirono a Dio. Dio udì i loro gemiti. Dio si ricordò del suo patto con Abraamo, con Isacco e con Giacobbe. Dio vide i figli d'Israele e ne ebbe compassione.
Esodo 2:23-25 

1. SCESO PER LIBERARE

Il ricordo del patto che Dio aveva stabilito con Abraamo e le grida che la schiavitù stava strappando agli israeliti portarono Dio a intervenire in modo ancora più diretto rispetto al passato. Se in precedenza, infatti, egli si era limitato ad agire velatamente tramite alcune situazioni, ora invece decide di rivelarsi apertamente a una nuova persona, Mosè, incaricandola di eseguire la sua volontà.

Il SIGNORE disse: «Ho visto, ho visto l'afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti conosco i suoi affanni. Sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese nel quale scorre il latte e il miele, nel luogo dove sono i Cananei, gli Ittiti, gli Amorei, i Ferezei, gli Ivvei e i Gebusei.
Esodo 3:7-8

Questa seconda e più grave situazione di difficoltà ha permesso a Dio di rivelare un disegno ancora più grande di quello realizzato nel passato. La sua volontà infatti non si è limitata ad alleviare la sofferenza dei discendenti di Giacobbe oppure a garantire loro ospitalità presso una nazione più accondiscendente ma, piuttosto, a condurli in un nuovo paese buono e spazioso dove scorreva il latte e il miele. Una situazione di maggiore distretta ha permesso che venisse espressa una nuova manifestazione di Dio, della sua liberazione e dell'esecuzione dei suoi piani perfetti. Tutto questo né troppo presto né troppo tardi: ma esattamente nel momento opportuno.

2. SCESO PER SALVARE 

Questo evento raccontato nel libro dell'Esodo ben evidenzia l'attitudine di Dio che non si isola dalla sua creazione ma al contrario decide di intervenire più volte entrando nella storia per fare la differenza. E in effetti questo non è il suo unico intervento ma ne leggiamo molti altri all'interno delle narrazioni bibliche. Sicuramente, però, l'intervento più importante e dalle conseguenze epocali è stato quello relativo all'incarnazione del Figlio Unigenito e del suo sacrificio eterno per la salvezza dell'uomo. Nel Nuovo Testamento infatti leggiamo:

Ma quando giunse la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare quelli che erano sotto la legge, affinché noi ricevessimo l'adozione.
Galati 4:4-5 

Similmente alla situazione di crisi vissuta dagli israeliti in Egitto, anche nel I secolo i Giudei stavano soffrendo. Erano secoli ormai che dovevano vivere in dipendenza a sovranità straniere e la loro stessa spiritualità era stata minacciata più volte da attacchi interni e esterni portando alla frammentazione  del popolo in diverse sette religiose. Alcuni recepirono l'unicità di quel tempo, l'inadeguatezza del Tempio e del sistema sacrificale e iniziarono a predicare qualcosa di diverso. Tra questi spicca senza dubbio la figura di Giovanni Battista. Questa infatti è stata la pienezza del tempo e in questa generazione specifica Dio mandò suo figlio, nato da donna, per mandare a effetto il suo decreto affinché noi ricevessimo l'adozione.

Dio non ha lasciata sola la famiglia di Giacobbe, Dio non ha lasciata sola l'umanità, Dio non ci ha lasciato da soli. Al contrario, al momento opportuno ha mandato suo Figlio affinché attraverso il suo sacrificio potessimo ricevere perdono, accoglienza, adozione. 

3. SCESO SVUOTANDO SE STESSO

Se però l'intervento di Dio nell'Esodo è avvenuto attraverso la vocazione di Mosè e l'espressione della sua potenza nelle piaghe, l'intervento in Cristo è avvenuto in modo diverso: non solo in modo diretto ma in modo anche personale. 

Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l'essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma svuotò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce.
Filippesi 2:5-8 

Il Signore Gesù è intervenuto in tempo, nel tempo esatto in cui doveva intervenire, ma non lo ha fatto incaricando qualcuno di eseguire la volontà del Padre ma, al contrario, eseguendo egli stesso questa volontà. Gesù era in forma di Dio e pur sapendo cosa avrebbe comportato la sua missione ha scelto comunque di seguire la volontà del Padre svuotando sé stesso, prendendo forma di servo, divenendo personalmente simile agli uomini e umiliando sé stesso facendosi ubbidiente fino alla morte di croce, la morte più terribile riservata ai criminali dell'epoca. Gesù non ha evitato tutto questo ma, pur soffrendo, lo ha accolto sapendo che avrebbe causato la salvezza di innumerevoli persone. Egli dunque non solo è intervenuto in tempo ma è anche intervenuto pagando un prezzo altissimo. Avendo pagato questo prezzo e conquistato per noi il perdono e la riconciliazione nel passato, a maggior ragione ora possiamo accostarci a lui con piena fiducia per ottenere salvezza.

Tanto più dunque, essendo ora giustificati per il suo sangue, saremo per mezzo di lui salvati dall'ira. Se infatti, mentre eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio mediante la morte del Figlio suo, tanto più ora, che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita.
Romani 5:9-10
 
Siamo salvati mediante la sua vita, in modo definitivo, e niente potrà cambiare questa situazione.

CONCLUSIONE

Oggi è il tempo della salvezza grazie a quello che Cristo ha fatto per noi. Oggi è il tempo in cui poter godere dell'intervento di Dio attraverso il suo Figlio Unigenito. Non siamo mai stati abbandonati a noi stessi ma Dio ha sempre governato in modo sovrano la storia anche quando non sembrava per poter intervenire al tempo opportuno. Per questo motivo possiamo avere piena fiducia in lui, per lo stesso motivo possiamo ricevere da lui la forza di vivere anche noi nell'umiltà ricercando e conservando lo stesso sentimento che è stato in Cristo Gesù. Il nostro valore non dipende dall'approvazione degli altri ma dal valore del sacrificio del Signore per noi e in questo valore possiamo specchiarci per scoprire la nostra identità in lui e crescere a sua immagine e nella sua salvezza. 










  


domenica 4 ottobre 2020

Tutta la pienezza in lui

INTRODUZIONE

Se c'è un principio cardine nel Cristianesimo questo può essere identificato nella centralità della persona vivente di Gesù Cristo: la centralità nella sua relazione con Dio, nel riscatto del cosmo e della miseria umana attraverso il suo sacrificio e  secondo il proposito eterno del Padre. Questa centralità accomuna tutto il Nuovo Testamento ma viene espressa in modo particolarmente evidente in una serie di brani. Uno di questi lo troviamo nella Lettera ai Colossesi.

Questa lettera è stata scritta per rafforzare la fede della comunità destinataria ma soprattutto per correggere alcuni gravi errori nei quali questi credenti erano caduti. Nella lettera possiamo trovare alcuni indizi su questi errori dottrinali: una credenza a riguardo degli angeli e degli elementi dell'universo (2:8), l'osservanza di una disciplina alimentare, di feste, noviluni, sabati in una forma di esaltazione delle pratiche ascetiche. I promotori di questi insegnamenti devono essere sorti all'interno della fede cristiana ma vennero tacciati dall'autore dell'epistola di non essersi mantenuti stretti al capo, ossia, a Cristo. Ecco che abbiamo trovato quindi il tema principale di questa lettera e di questa mia esposizione.

1. TUTTA LA PIENEZZA

Colossesi 1:19 Poiché al Padre piacque di far abitare in lui tutta la pienezza.


Tutto ha origine in una decisione del Padre, che la teologia cristiana chiama decreto di Dio. I decreti di Dio riguardano i progetti che Dio ha stabilito dall'eternità e che in seguito egli ha puntualmente mandato ad effetto nel mondo e nella storia. Il più importante riguarda proprio il ruolo del Figlio ed è testimoniato da alcune Scritture dell'Antico Testamento che ben presto sono state interpretate dalle comunità cristiane in questo modo. Tra le più importanti troviamo il Salmo 2 e il Salmo 110:


Io annuncerò il decreto:

Il SIGNORE mi ha detto: «Tu sei mio figlio,

oggi io t'ho generato.

Chiedimi, io ti darò in eredità le nazioni

e in possesso le estremità della terra.

Salmo 2:7-8

Questo Salmo messianico descrive originariamente l'intronizzazione di un re di Israele ma il suo significato messianico trascende un singolo evento storico per descrivere profeticamente il momento, nell'eternità fuori dal tempo, in cui Dio Padre ha formulato il decreto di autorità del Figlio e la sua eredità nelle nazioni e proprietà in tutta la terra. Appare chiaro già qui che il potere del Figlio deriva da quello del Padre e che il suo esercizio manifesta un perfetto accordo tra loro, tale che nelle azioni del Figlio si possa ravvedere con esattezza la volontà del Padre. Possiamo considerare però ora anche un secondo esempio.

Il SIGNORE ha detto al mio Signore:

«Siedi alla mia destra

finché io abbia fatto dei tuoi nemici lo sgabello dei tuoi piedi».

Salmo 110:1 

E' significativo per questo caso leggere come Gesù ha citato questo versetto:

Gesù, mentre insegnava nel tempio, disse: «Come mai gli scribi dicono che il Cristo è Figlio di Davide? Davide stesso disse per lo Spirito Santo:

"Il SIGNORE ha detto al mio Signore:

'Siedi alla mia destra,

finché io abbia messo i tuoi nemici sotto i tuoi piedi'".

Davide stesso lo chiama Signore; dunque come può essere suo figlio?» E una gran folla lo ascoltava con piacere.

Marco 12:35-37

Il paradosso che Gesù evidenzia agli scribi riguarda la natura del Messia. In quanto discendente di Davide, infatti, doveva essere inferiore a lui ma Davide stesso in quanto autore del Salmo lo definisce suo Signore: come mai? Evidentemente, pur essendo suo discendente, la natura dell'autorità di Cristo non doveva essere solamente derivante dalla sua stirpe regale umana ma da un ordine di natura superiore: l'autorità di Dio. Questa conclusione fa emergere dalle nebbie del mistero l'identità e la vera autorità di Gesù Cristo in quanto Figlio di Dio non secondo le concezioni antiche di questo titolo in Israele (al pari di qualsiasi re del popolo eletto) ma con un rapporto filiale rispetto al Padre che l'evangelista Giovanni definirà con il termine "unigenito". Gesù è Figlio di Dio in un modo unico, speciale e diverso rispetto ai re del passato e a tutti i credenti che possono dirsi figli di Dio. In cosa consiste però questa unicità? Nell'avere in sé tutta la pienezza a differenza di chiunque altro in cielo e sulla terra. Nello gnosticismo, e molto probabilmente nella dottrina erronea di Colossi, il pleroma - ossia la pienezza - rappresentava l'intero sistema di potenze celesti e di spirituali emanazioni che procedevano da Dio. Ecco quindi che questa idea viene spazzata via dalla completezza di Gesù Cristo e dalla mancanza di necessità di altri intermediari. Come leggiamo anche nella Prima Lettera a Timoteo, c'è infatti un solo Dio e un solo mediatore tra lui e gli uomini: Cristo Gesù uomo. 

2. TUTTA LA RICONCILIAZIONE

Colossesi 1:20a ...e di riconciliare con sé tutte le cose per mezzo di lui...

La mediazione di Cristo ha alcune caratteristiche uniche oltre a quella della sua esclusività: il fatto di avere uno scopo preciso e un'efficacia totale. 

Lo scopo dell'incarico di mediazione del Figlio, infatti, è ben preciso ed è quello di realizzare una riconciliazione tra il Padre e tutte le cose create. Il termine tradotto con "riconciliare" viene reso al meglio dall'immagine della riconciliazione tra due sposi che hanno deciso di divorziare. Laddove c'era amore e una completa unione ora si trova ostilità e separazione, ma nonostante la grande difficoltà rimane la speranza di una riconciliazione. Probabilmente ora ci sono delle ferite nell'anima, dei tradimenti nella fiducia, ma per quanto arduo è sempre possibile intraprendere un percorso di restaurazione. Questo è il percorso che Cristo ha intrapreso per volontà del Padre verso di noi. Adamo e Eva hanno tradito la fiducia del Creatore, Israele ha tradito il rapporto con il suo Dio rivolgendosi frequentemente a divinità straniere (idoli) arrivando a uccidere i profeti che denunciavano queste trasgressioni. Per questo motivo il Figlio di Dio è intervenuto in prima persona per ricucire uno strappo avvenuto non solo con l'umanità ma, per estensione, con l'intera creazione sottoposta a vanità anche se non per sua stessa volontà. Questa riconciliazione però non è avvenuta gratuitamente né senza sacrificio.

3. TUTTO IL CREATO

Colossesi 1:20b avendo fatto la pace mediante il sangue della sua croce; per mezzo di lui, dico, tanto le cose che sono sulla terra, quanto quelle che sono nei cieli.

La pace che possiamo vivere, infatti, è stata ottenuta da Cristo attraverso il sangue della sua croce, ossia attraverso la sua morte. Una morte non accidentale ma accolta in modo sofferto e consapevole come unico modo per ripristinare l'armonia perduta. Ogni riconciliazione ha un prezzo e in questo caso è stato il più alto. L'iniziativa è stata di Dio, in accordo con il Figlio, in modo univoco. Di questo accordo ne beneficia ogni cosa sulla terra e nel cielo in quanto la direzione verso cui stiamo andando è il ritorno di Cristo e il compimento di una piena rigenerazione in lui di ogni cosa. Dicendo questo però non dobbiamo pensare a una generica e universale salvezza per l'umanità nella sua interezza in quanto è necessario che ogni individuo conosca e accolga consapevolmente il dono di Dio, e che decida di rinnovare la propria mente seguendo i pensieri e la volontà rivelata del Creatore per poter essere trovato allineato all'ordine del mondo che verrà. Sia che questa decisione derivi dal libero arbitrio umano sia che derivi dalla prescelta divina, anche se la pace conquistata è universale essa non si può sperimentare senza una consapevolezza personale. La buona notizia del Vangelo, tuttavia, è che questo dono esiste. Questo dono si può accogliere. Perché questa è la volontà di Dio.  

CONCLUSIONE

Una delle vette della cristologia del Nuovo Testamento compare nel primo capitolo della Lettera ai Colossesi. In questo testo apprendiamo che è stata la volontà del Padre far abitare tutta la pienezza della divinità solo e unicamente in Gesù Cristo e non in una moltitudine di esseri spirituali. Egli è l'immagine del Dio invisibile, è il Figlio Unigenito di Dio e l'unico in grado, con il proprio sacrificio di sangue, di riconciliare con sé gli uomini così come tutto il creato. 

Nonostante le difficoltà e sofferenze del tempo presente, dunque, c'è una speranza di trovare comprensione, perdono, riscatto e restaurazione presso Dio e questa speranza è presente esclusivamente in Gesù. Tanto le cose che sono sulla terra, quanto le cose che sono nei cieli, trovano la propria pace proprio in lui. 

domenica 24 marzo 2019

La parola di Cristo















INTRODUZIONE

Se consideriamo la totalità del messaggio biblico, approfondendone la teologia, una delle prime cose che noteremo è la continua comunicazione e interazione tra Dio e l'uomo. Dio crea (e lo fa parlando!), ordina, dà uno scopo a ogni aspetto del creato, parla intimamente con l'uomo e, nonostante la sua disobbedienza, non cessa mai di avere un'influenza su coloro che lo cercano personalmente e di intervenire nella storia per promuovere attivamente la sua volontà. Certo, ci sono momenti di silenzio e apparente assenza, ma anche in queste situazioni c'è sempre qualche protagonista biblico che vive in una feconda relazione con il proprio creatore e che, nel momento della necessità, interviene in favore della sua famiglia, tribù, popolo, nazione. Un comune denominatore teologico di queste migliaia di anni, decine di autori e svariate storie bibliche dunque, non può che essere la comunicazione di Dio. Dio ha comunicato con la creazione (il fatto che quel che è attorno a noi esiste, è già di per sé comunicazione!), ha comunicato con la Torah (stabilendo un patto e delle indicazioni di vita per il suo popolo Israele), ha comunicato attraverso i profeti veterotestamentari (quando l'interpretazione della Torah diventava vuota, slegata da un coinvolgimento personale e sociale attivo) ha comunicato in modo definitivo con la vita, la morte e risurrezione di suo Figlio Gesù (riportando la comunicazione a tutti i popoli e tutte le nazioni) e ha comunicato attraverso la Bibbia: una raccolta di testi ispirati dallo Spirito Santo e raccolti nell'Antico Patto, precedente a Cristo, e nel Nuovo Patto. La malattia e la sofferenza maggiore per l'uomo è, ed è sempre stata, la solitudine. Sapendolo molto bene, il nostro creatore si è quindi premurato da sempre di dire a noi, sue creature: non siete soli!

In questa cornice complessiva, oggi considereremo un'importante frase che l'Apostolo Paolo scrisse ai credenti di Roma in un momento particolare della sua vita e del suo ministero. Dobbiamo considerare infatti che la Lettera ai Romani costituisce l'opera massima dell'apostolo Paolo: una lettera scritta ad una comunità non fondata da lui, alla fine di una fase cruciale della sua opera missionaria (probabilmente nell'inverno tra il 57 e il 58), con il chiaro intento di esporre e difendere la propria matura comprensione dell'evangelo così come lo aveva proclamato fino a quel momento e come sperava di poterlo presentare fino alle estremità della terra, in Spagna. Questa lettera è la meno condizionata dal fluire del discorso e del colloquio di Paolo con le sue chiese, e per questo è considerata la più adatta per una comprensione completa del suo insegnamento slegato da incombenze e problemi comunitari specifici. Da questa lettera trarremo l'insegnamento da comprendere quest'oggi, per realizzare quanto Dio non solo comunichi ma quanto voglia comunicare con ciascuno di noi.

IL CUORE DEL MESSAGGIO

Dopo l'introduzione, la Lettera ai Romani procede affrontando una serie di argomenti che possiamo considerare come la sistematizzazione del messaggio evangelico e apostolico. Troviamo un primo discorso dottrinale sulla giustificazione (1:18-4:25), un secondo discorso sulla vita cristiana (5:1-8:39) e un terzo discorso sul rapporto tra i giudei e il vangelo (9:1-11:36). Sappiamo infatti che vi era una certa tensione tra coloro che avevano riconosciuto Gesù come Messia e coloro invece che, pur appartenendo al popolo ebraico, non lo avevano fatto. Nello specifico, l'editto di Claudio che espulse i giudei da Roma divise le chiese della capitale, vedendo esiliati i credenti di origine ebraica. Quando l'ordinanza cessò e i giudeocristiani tornarono le loro cariche erano state ricoperte da nuovi fratelli di origine gentile: come accoglierli e come trovare un nuovo equilibrio sociale ed ecclesiale in queste comunità? Paolo scrive anche per questo, ma lo fa considerando la tensione nel suo insieme, in modo globale e approfondito al tempo stesso.

Da questo spunto Paolo esprime il suo desiderio per tutti i connazionali, ossia che riconoscano il Cristo, e la sua preoccupazione per ogni situazione in cui questo non avviene. Egli riconosce che i giudei hanno zelo per Dio, ma senza conoscenza della necessità di una giustizia che non può essere la propria: ogni giustizia umana infatti è imperfetta e inadatta davanti a Dio. Per questo motivo Cristo è morto e risorto, per adempiere la giustizia divina e poter essere invocato per fede da tutti: tanto dai giudei quanto dai greci (tutti coloro che non sono di origine ebraica). Dopo questa considerazione, l'Apostolo sottolinea la necessità di predicare il messaggio di Dio in Cristo ma conferma anche che questo compito si stava adempiendo regolarmente. E in questa situazione, proprio come profetizzato da Isaia (cfr. 53:1), non tutti avevano ascoltato attivamente e ubbidito alla buona notizia.


“Così la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo.” 
Romani 10:17


Ecco quindi che la parola, la comunicazione di Dio, era stata data – così come è data anche al giorno d'oggi – e aveva raggiunto nel corso del tempo persone di ogni estrazione. Ma alcuni avevano udito senza ascoltare, avevano rinnegato la potenza del messaggio, erano stati incapaci di riconoscere la pienezza del suo contenuto.


Da tutto questo possiamo comprendere molto della dinamica comunicativa tra Dio e l'uomo (ciascuno di noi!) e scoprire come Dio sta parlando a noi, ma se non lo stiamo sentendo....è perché ascoltiamo altrove, con altre priorità e con scarsa concentrazione. Al fulcro di tutto questo, poi, troviamo la fede: l'asse attorno al quale ruota la nostra relazione personale con Dio.


Per prima cosa dobbiamo considerare la direzione dell'ascolto. I giudei sapevano quello che Gesù aveva detto e fatto e quello che gli apostoli proclamavano, ma molti non lo (ri)conoscevano. Avevano udito, ma senza ascoltare. C'è una grande differenza tra questi due verbi. Tutti noi siamo bombardati ogni giorno da migliaia di informazioni e migliaia di scelte – piccole e grandi – che dobbiamo fare. Naturalmente non possiamo prestare la giusta attenzione a ogni situazione, e in automatico il nostro cervello fa una selezione di quelle che inconsciamente ritiene essere degne della nostra attenzione consapevole. A volte però qualcosa ci sfugge, e lo trattiamo con superficialità. Ecco: la comunicazione di Dio è degna di tutta la nostra attenzione. Non dobbiamo solo udire: dobbiamo ascoltare. Ascoltare cosa? Ascoltare il Vangelo e la sua predicazione: il motivo per cui ci sentiamo soli e separati da Dio e il modo che egli ha trovato per ristabilire invece una nuova relazione, comunione e comunicazione nella croce di Cristo. Dobbiamo scegliere di ascoltare il messaggio di Dio e per farlo dobbiamo distogliere la nostra attenzione da altri messaggi.


In secondo luogo è necessario comprendere la potenza della comunicazione di Dio (il Vangelo). Quel che riceviamo dalla parola di Dio infatti non è solo un messaggio di servizio, ma è il mezzo attraverso cui la sua potenza viene liberata. Attraverso la parola di Dio sono stati creati i mondi (cfr. Gn 1; Eb 11) e attraverso la stessa parola possiamo ricevere la sua potenza per la nostra salvezza. Per fede. La stessa potenza che ha creato ogni cosa attorno a noi è disponibile per risanare le nostre ferite, colmare le nostre debolezze e superare le nostre limitatezze. Ascoltarlo, comprenderlo e viverlo è però nostra responsabilità. Se non si prova a mettere in pratica una determinata azione non si può mai sapere quale può essere il suo risultato. Ecco, guardando attorno a noi possiamo vedere la potenza di Dio nella salvezza e pienezza di vita presente nella sua Chiesa, e unirci nel vivere questo stesso messaggio credendo ad esso con la nostra mente, con la nostra confessione e con la nostra adesione quotidiana.


Naturalmente, come accennato in precedenza, questi aspetti coinvolgono una concentrazione e un ascolto attivo. Questo non deve sembrare qualcosa di troppo difficile: non stiamo parlando di una lezione universitaria! Riguarda invece soprattutto un'attitudine del nostro cuore. Noi siamo naturalmente inclini a essere concentrati nei riguardi di ciò che riteniamo importante o di ciò che ci piace molto. Ecco, questa è la chiave di tutto. Basta considerare inizialmente quello che sono le parole di Gesù e il senso del suo sacrificio per esserne affascinati. Come si può non esserlo?! Lasciamoci affascinare da Gesù e, senza che neanche ce ne rendiamo conto, la nostra attenzione aumenterà nei suoi confronti (distogliendosi dalle altre voci), comprenderà il peso delle sue parole (crescendo la fede dentro di noi) e ci porterà con una naturalezza sovrannaturale a seguire le sue orme. Per la sua gloria.

CONCLUSIONE

La tesi di fondo della Lettera ai Romani è presentata sin dal suo inizio (1:16) e riguarda il fatto che il giusto per la sua fede vivrà. Ma questa fede ha un'origine e la sua origine è l'ascolto della parola di Cristo. Questo ascolto nasce a volte in modo inconsapevole, ma il fascino delle parole del Signore genera interesse, attenzione e potenza. Sì, possiamo rigettare tutto questo come fecero i giudei del I secolo che si distanziarono da Cristo, ma la volontà di Dio è invece che troviamo in lui una comunione che ci allontani dalla nostra solitudine. Una vita che ci allontani dalla nostra morte. Un messaggio che ci allontani dalla cacofonia che ci circonda e che in ultima analisi non è altro che un assordante silenzio. L'esortazione che Dio ci rivolge oggi, dunque, è di tornare a Cristo. Tornare al suo ascolto. Tornare alla sua vita. Tornare alla potenza della sua parola.

domenica 10 febbraio 2019

Insieme per (ri)costruire






















Nota:  questi sono gli appunti del messaggio predicato al centro REHOBOTH Saronno il 10/02/2019

Raccontai loro come la benefica mano del mio Dio era stata su di me, e riferii le parole che il re mi aveva dette. Quelli dissero: "Sbrighiamoci e mettiamoci a costruire!" E si fecero coraggio con questo buon proposito.
Nehemia 2:18

INTRODUZIONE 

I libri di Esdra e Nehemia testimoniano di un miracolo. Un risveglio, una rinascita, anzi: una vera e propria risurrezione dai morti. Non di una singola persona ma, in modo ancora più incredibile, di un intero popolo e di una intera nazione. Ricordiamo la visione del profeta dell’esilio Ezechiele nella valle delle ossa secche (Ez. c. 37): il profeta viene trasportato in una valle piena di ossa secche e, alla parola del Signore che infonde lo Spirito, queste ossa si ricongiungono con muscoli, carne e pelle. La spiegazione di questa immagine è la seguente:

Egli mi disse: «Figlio d'uomo, queste ossa sono tutta la casa d'Israele. Ecco, essi dicono: "Le nostre ossa sono secche, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti!" Perciò, profetizza e di' loro: Così parla il Signore, DIO: "Ecco, io aprirò le vostre tombe, vi tirerò fuori dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi ricondurrò nel paese d'Israele. Voi conoscerete che io sono il SIGNORE, quando aprirò le vostre tombe e vi tirerò fuori dalle vostre tombe, o popolo mio! E metterò in voi il mio Spirito, e voi tornerete in vita; vi porrò sul vostro suolo, e conoscerete che io, il SIGNORE, ho parlato e ho messo la cosa in atto", dice il SIGNORE»
Ezechiele 37:11-14

I sacerdoti, i nobili, gli artigiani di Giuda erano deportati a Babilonia, la nazione settentrionale di Israele era stata deportata in Assiria più di un secolo prima, il tempio di Gerusalemme - luogo della presenza di Dio sulla terra - era stato distrutto. Le promesse di benedizione e prosperità per il popolo sembravano definitivamente sepolte in terra straniera e all’orizzonte non appariva più alcun futuro per il popolo nella sua identità e integrità. Ma da questa desolazione, da questa tragedia, l’oracolo profetico promuove una parola di speranza. La speranza di una vera e propria risurrezione nazionale. Qual è la prima cosa che il Signore chiede di fare? Crederci. E dalla tomba arriverà a sorgere una nuova vita. 

Ecco, il versetto che stiamo per considerare (Ne. 2:18) si inserisce nel tempo di realizzazione di questa promessa, nel tempo di realizzazione di questo miracolo. 

UNITI DAL PROPOSITO DI DIO

Zorobabele e Giosuè avevano già guidato il primo rimpatrio e ricostruito il tempio a Gerusalemme. Era stato un vero e proprio pellegrinaggio religioso, con l’obiettivo di ricostruire il luogo più santo del giudaismo (Ed. 1-6). Successivamente Esdra aveva capeggiato un secondo rimpatrio (458 a.C., Ed. 7-10). Una parte del popolo di Giuda era dunque già tornato nella sua terra, il tempio si stava ricostruendo, ma naturalmente mancava ancora molto per poter dire di essere al sicuro. In questo tempo infatti in Persia Nehemia apprende che "i superstiti della deportazione sono là, nella provincia, in gran miseria e nell'umiliazione; le mura di Gerusalemme restano in rovina e le sue porte sono consumate dal fuoco". Egli dunque si sente profondamente coinvolto da questa situazione, prega il Signore e con convinzione sottopone il problema al re Artaserse che lo lascia andare per offrire il proprio contributo. Nehemia fa un sopralluogo per vedere di persona l’entità della devastazione delle mura e delle porte delle città e poi, nel versetto che stiamo considerando, si rivela al popolo, ai sacerdoti e ai Giudei raccontando l’approvazione che aveva ricevuto da Artaserse e il piano di ricostruzione che Dio gli aveva messo in cuore. 

Questo libro biblico e questa vicenda resta di grande edificazione spirituale anche oggi, a migliaia di anni di distanza. Esattamente come nella parabola di Gesù sui lavoratori nella vigna (Mt. 20), Nehemia non è il primo uomo a iniziare un lavoro, ma si inserisce nel lavoro iniziato da altri (partendo appunto dal tempio, ossia dal cuore della fede giudaica) per promuovere l’indispensabile opera di costruzione delle mura a protezione della città, e contribuire in modo determinante. Ecco quindi che un racconto storico-teologico può trascendere il suo contesto più immediato per avere un impatto anche su noi oggi, credenti del XXI secolo, in una forma di attualizzazione ermeneutica. Riflettendoci infatti possiamo rilevare molti punti in comune con la nostra fede quotidiana e molti princìpi spirituali che possono essere di utilità anche per noi oggi. Vediamone alcuni. 

Il primo può riguardare l’esigenza di ripristinare il luogo di adorazione nella nostra vita e, in seguito a questo, proteggere la fiamma della fede che il Signore ci ha affidato. Il tempio infatti può rappresentare la nostra devozione personale per Dio, che in Cristo deve avere il primo posto nella nostra vita. Ma questo non basta: bisogna anche difendere e coltivare questa intimità con nuove abitudini quotidiane, e questa esigenza può venir paragonata all’urgenza di costruzione delle mura. Così come le mura non sono costruite da un solo uomo, tuttavia, allo stesso modo anche la nostra fede non può essere conservata e coltivata esclusivamente in solitudine davanti al Signore, ma è promossa e rafforzata nella frequentazione della nostra comunità: il luogo dove Dio si usa di altri fratelli e sorelle per farci crescere nel carattere, nella formazione e nella maturità. Proseguendo nella lettura del successivo capitolo di Nehemia infatti vediamo come tutto il popolo risponde volenteroso all’appello dell’uomo di Dio e ciascuno prende il proprio posto di lavoro per la ricostruzione complessiva delle mura. Il lavoro di tutti per l’edificazione comune. Proprio come accade nel corpo di Cristo, dove ogni membro è chiamato a intervenire in base al vigore della propria forza per trarre il proprio sviluppo complessivo (Ef. 4:16). Non importa dunque quale incarico possiamo avere in chiesa: tutti siamo tempio dello Spirito Santo, e tutti siamo chiamati a sostenere, incoraggiare, formare e difendere la nostra maturità spirituale individuale e comunitaria. Tutti noi abbiamo questa missione da compiere, ma sempre in modo personale e unico, secondo la nostra chiamata più specifica e il contributo particolare che il Signore ci chiede di dare.

Oltre alla missione di ciascuno, questo esempio biblico può istruirci sulla corretta attitudine da mantenere nel corso della nostra vita di fede. La costruzione delle mura non è avvenuta in un sol giorno, e in modo simile anche le nostre opere di fede non si limitano al giorno in cui abbiamo accettato la salvezza del Signore. No, la vita cristiana più che a una corsa ai cento metri assimiglia a una maratona a staffetta, e quello che il Signore ci richiede è costanza e integrità nel nostro servizio. Tutto questo per il nostro carattere, per la nostra crescita e per la nostra maturità. Più ancora delle mura ricostruite, questa opera ha prodotto una grande unità in un popolo scoraggiato e demotivato. E, in forma simile, più di qualsiasi opera che possiamo fare nella nostra vita, la fede che conserviamo viene raffinata nelle difficoltà ed è per Dio più preziosa dell’oro fino (1 Pt. 1:7). Il nostro amore, il nostro carattere e la fede che tempriamo nel fuoco sono le uniche cose che potremo portare nell’eternità, ed è in queste cose che il Signore ci chiede di investire. 

Un terzo esempio che possiamo trarre, infine, riguarda l’esempio. Nehemia non si è lasciato scoraggiare dal suo lavoro, dal mettere a repentaglio la propria vita, dalla demotivazione del popolo, dalla lentezza dei lavori o dall’enormità dei cantieri. Al contrario, è sempre stato focalizzato sull’obiettivo che sentiva in cuore da parte di Dio e sulla sua determinazione a realizzarlo, a qualsiasi costo. Questo ha fatto di lui un esempio positivo, che ha portato il popolo a reagire secondo il proposito stesso di Dio. La Scrittura ci esorta a fare lo stesso: non lasciarci scoraggiare dalle circostanze o dai nostri limiti ma agire in modo fermo nella fede per continuare a “combattere il buon combattimento”. Questo sarà utile per noi, ma aiuterà anche le persone che il Signore ci metterà vicino e potremo essere per loro degli esempi positivi. Dobbiamo considerare che, in ultima analisi, tutti noi siamo sempre e comunque degli esempi: influenziamo tutti le persone che abbiamo intorno, in un modo o nell’altro. Ma sta a noi decidere che esempi essere: esempi di scoraggiamento e dubbio o esempi di incoraggiamento e fede. Dimoriamo nella chiamata e nel proposito che Dio ha depositato nel nostro cuore e non potremo fallire. Proprio come Nehemia.

CONCLUSIONE

I libri biblici di Esdra e Nehemia sono testimoni di un grande miracolo: la risurrezione del popolo di Giuda che, deportato a Babilonia, ormai di dava per distrutto. In questo tempo, Dio ha suscitato singoli uomini per promuovere un prodigioso ritorno e una impegnativa ricostruzione. Prima è stato ricostruito il tempio e poi, con l’entrata in scena di Nehemia, le mura di Gerusalemme che fino a quel momento erano devastate, con le porte consumate dal fuoco. 

In quanto cristiani, da questa vicenda biblica possiamo trarre edificazione e direzione in almeno tre aspetti specifici della nostra fede: l’impegno nella nostra missione, nella crescita del nostro carattere e la nostra integrità nell’essere di esempio. Ogni credente infatti ha in sé il proposito di custodire la fede che Dio ha riposto nei nostri cuori, e alimentarla condividendola sia nei vari contesti quotidiani sia vivendo la realtà di una chiesa locale. Qui infatti ci può essere quella sinergia che il Signore desidera per la sua chiesa, il servizio reciproco che rafforza la fede di ciascuno. Sicuramente poi, ogni cristiano ha una chiamata specifica con doni e eventualmente ministeri che consentono l’offerta di un contributo che resta personale e unico nel suo genere. Ma l’impegno personale, proprio come quello di Nehemia deve essere quello della costanza e della fedeltà alla visione che Dio ha donato. Un secondo aspetto conseguente a questo riguarda quindi proprio l’impegno continuativo nel tempo per poter vedere realizzata l’opera di Dio e il sacrificio necessario a veder plasmato il proprio carattere secondo il carattere del Signore Gesù. Questo processo a volte può essere doloroso, ma è per il nostro bene, e ne vale sempre la pena. Infine, come ultimo punto, vivere questa realtà porta automaticamente a essere degli esempi e ispirare le persone che ci circondano nel seguire le nostre orme, sempre per il bene comune. Sempre per a ricostruzione delle mura di Gerusalemme: la città della presenza di Dio. 

domenica 25 novembre 2018

La sottomissione del cristiano


Nota: questi sono gli appunti del sermone che ho predicato nei Centri Rehoboth di Rivera (CH) e Saronno (VA) il 25/11/2018.

   INTRODUZIONE

Domenica scorsa abbiamo visto l'importanza dell'ubbidienza per vivere al meglio la benedizione che Dio ha per noi. Abbiamo considerato sulla base del Primo libro di Samuele come il Signore preferisca l'ubbidienza al sacrificio rituale, e questa preferenza è davvero di grande importanza! In realtà in tutta la Bibbia Dio parla al suo popolo (celebre è il c. 1 di Isaia) – spesso cristallizzato in un mero formalismo – indicando a volte anche con parole dure come lui non desideri formalismo o religiosità ma per l'appunto ubbidienza e giustizia.  Ubbidienza a Dio significa appropriarci della nostra vera identità in Cristo portando sulla terra la stessa volontà di Dio che è fatta nei cieli.

Oggi pomeriggio però possiamo fare un passo indietro e valutare da cosa scaturisce questa ubbidienza: dal principio spirituale della sottomissione. Tutta la nostra vita di fede infatti nasce dal preciso momento in cui abbiamo riconosciuto in Gesù un'autorità giusta da seguire e ogni nostro progresso spirituale non può che essere passato da nuove occasioni in cui poter riconfermare questa nostra scelta. Pensiamo agli apostoli nei Vangeli: Gesù si reca al loro posto di lavoro, li comanda di seguirlo e loro, lasciando ogni cosa, ubbidiscono. Vedete come è tutto collegato? Dal riconoscimento della sua autorità scaturisce la nostra adesione alla sua volontà e quindi la nostra libera e gioiosa ubbidienza. 

Nel c. 13 della Lettera ai Romani vediamo che il tema della sottomissione ha per noi credenti tre diverse macro-coordinate: la sottomissione a Dio e alle autorità statali (vv. 1-7) e alle autorità ecclesiastiche oltre che a ogni fratello e sorella nella fede (8-10). Possiamo seguire quindi questa traccia per comprendere meglio il consiglio di Dio a riguardo.
   

1. LA SOTTOMISSIONE A DIO

L'inizio delle nostre considerazioni sulla sottomissione a Dio purtroppo passa attraverso un dramma: la ribellione di Adamo ed Eva. Sappiamo bene la storia di Genesi: essi vivevano nel giardino posto in Eden in una condizione meravigliosa, ma hanno scelto di disubbidire all'unica (!) regola che Dio aveva posto per la loro integrità e incolumità. La conseguenza è stata una frattura nel rapporto con Dio e l'allontanamento da Eden oltre alla loro morte spirituale. Dobbiamo comprendere che questo tragico inizio è purtroppo scritto nel nostro DNA spirituale. Ogni uomo e donna che nasce infatti porta con sé quella natura di peccato e quel senso di abbandono...quella frattura che porta automaticamente all'egoismo e alla sfiducia nei confronti delle autorità. Ma non è Dio ad aver sbagliato, è l'uomo. Nonostante questo, il primo, secondo, terzo e quarto passo per ristabilire la relazione e la dignità umana è stato preso proprio dal Padre attraverso la morte vicaria di Cristo. E' a questo punto che noi possiamo essere ristabiliti, ma dobbiamo rispondere alla chiamata di Gesù: “Sì, lo voglio!”. Dobbiamo riconoscere l'autorità di Gesù e solo a questo punto potremo essere guariti e ripristinati. Certo, possiamo avere il miraggio che senza sottomissione noi possiamo essere gli unici padroni della nostra vita, ma....pensiamoci per qualche secondo in più: lo possiamo davvero essere? Quante volte abbiamo fatto “di testa nostra” e – raggiungendo i nostri obiettivi – abbiamo ferito chi ci stava vicino, rimanendo soli o quasi? Quante volte la nostra illusione di controllo si è frantumata di fronte a un imprevisto della vita o ai nostri stessi limiti? La verità è che non possiamo essere veramente liberi in noi e se non siamo sottomessi a Dio siamo schiavi del nostro “io” che ci acceca privandoci della capacità di vedere cosa realmente sta succedendo attorno a noi.

Vi faccio un esempio: i dodici passi degli alcolisti anonimi. Moltissimi alcolisti (persone schiave del vizio autodistruttivo dell'abuso di alcool) seguendo questi dodici passi sono arrivati a una liberazione da questa forma di auto-distruzione. Ebbene, da dove sono passati? Da questi primi tre punti:

1) Abbiamo ammesso di essere impotenti di fronte all’alcol e che le nostre vite erano divenute incontrollabili.
2) Siamo giunti a credere che un Potere più grande di noi potrebbe ricondurci alla ragione.
3) Abbiamo preso la decisione di affidare le nostre volontà e le nostre vite alla cura di Dio, come noi potemmo concepirLo.

Con le opportune differenze, anche noi abbiamo fatto o dobbiamo fare questo percorso, pur senza essere alcolisti. Il nostro vizio infatti può non essere l'alcool ma sicuramente è il peccato, per nostra stessa natura. Dobbiamo quindi renderci conto di questo (1), riconoscere il potere e l'autorità dell'amore del Dio della Bibbia per noi (2) e sottometterci a lui ubbidendo alla sua Parola (3).


   2. LA SOTTOMISSIONE ALLE AUTORITA' ESTERNE ALLA CHIESA
 
La Scrittura dice però che dobbiamo essere anche sottomessi alle autorità statali. Gesù ha detto di dare a Cesare quel che è di Cesare, e quindi versare regolarmente le imposte. Paolo in Romani dice che “non vi è autorità se non da Dio”, proprio perché Dio governa ogni cosa. Come figli di Dio, il nostro comportamento deve ricalcare le orme del Figlio di Dio: senza alcuna ribellione ma con l'ubbidienza che passa anche per la sofferenza. In 1 Pietro leggiamo:

1 Pietro 2:11 Carissimi, io vi esorto, come stranieri e pellegrini, ad astenervi dalle carnali concupiscenze che danno l'assalto contro l'anima, 12 avendo una buona condotta fra i pagani, affinché laddove sparlano di voi, chiamandovi malfattori, osservino le vostre opere buone e diano gloria a Dio nel giorno in cui li visiterà.
13 Siate sottomessi, per amor del Signore, a ogni umana istituzione: al re, come al sovrano; 14 ai governatori, come mandati da lui per punire i malfattori e per dare lode a quelli che fanno il bene. 15 Perché questa è la volontà di Dio: che, facendo il bene, turiate la bocca all'ignoranza degli uomini stolti. 16 Fate questo come uomini liberi, che non si servono della libertà come di un velo per coprire la malizia, ma come servi di Dio. 17 Onorate tutti. Amate i fratelli. Temete Dio. Onorate il re.


Essendo sottomessi al Signore, ci fidiamo di Lui, e ci fidiamo del fatto che il meglio per noi è essere sottomessi anche a ogni umana istituzione facendo il bene. Naturalmente non dobbiamo essere sottomessi a umane istituzioni facendo il male!

Il principio spirituale è ben stato descritto da Martin Lutero quando ha detto:
“Il fatto che egli non dica: << ogni uomo >>, ma << ogni anima >>, nasconde forse un mistero? Forse si esprime così a motivo della sottomissione sincera che deve essere praticata col cuore. In secondo luogo dice così perchè l'anima è il termine medio tra il corpo e lo spirito. Egli vuole dunque mostrare che il fedele, al tempo stesso ed una volta per sempre, è elevato al di sopra di tutto ed è tuttavia sottomesso a tutto; così, avendo in sé due forme, è << geminato >>[Gemellus, insomma è un essere duplice], com'è anche Cristo. Infatti, secondo lo spirito, egli è al di sopra di tutto, poiché tutto << concorre al bene dei santi >>. E in I Corinzi, al capitolo 3, si dice: << Tutto è vostro, sia il mondo, sia la vita, sia la morte >>. Infatti, mediante la fede, il credente assoggetta a sé tutte queste cose, senza subirne l'influsso e senza confidare in esse; al contrario, egli le costringe a servire a se stesso, alla sua gloria ed alla sua salvezza. Questo appunto significa servire Dio e pertanto regnare. Questo è il regno spirituale di cui si parla nell'Apocalisse, al capitolo 5: << Hai fatto di noi un regno per il nostro Dio e regneremo sulla terra >>. Infatti il mondo non può essere vinto e sottomesso in modo migliore che col disprezzo...
M. Lutero commento alla Lettera ai Romani c. XIII
3. LA SOTTOMISSIONE NELLA CHIESA

Sempre Paolo a riguardo della sottomissione nella Chiesa, dice invece:

Rom. 13:8 Non abbiate altro debito con nessuno, se non di amarvi gli uni gli altri; perché chi ama il prossimo ha adempiuto la legge. 9 Infatti il «non commettere adulterio», «non uccidere», «non rubare», «non concupire» e qualsiasi altro comandamento si riassumono in questa parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso». 10 L'amore non fa nessun male al prossimo; l'amore quindi è l'adempimento della legge.

Tra di noi dunque non deve regnare una legge di accusa ma deve regnare l'amore reciproco. Questa è la misura della maturità cristiana. La ricerca del bene comune sopra quello del nostro corrisponde alla strada che tutti noi stiamo percorrendo. Altrimenti non saremmo qui. In questa misura noi dobbiamo essere sottomessi gli uni agli altri: 

Ef. 5:18 Non ubriacatevi! Il vino porta alla dissolutezza. Ma siate ricolmi di Spirito, 19 parlandovi con salmi, inni e cantici spirituali, cantando e salmeggiando con il vostro cuore al Signore; 20 ringraziando continuamente per ogni cosa Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo; 21 sottomettendovi gli uni agli altri nel timore di Cristo.

Dal nostro cuore ricolmo di Spirito Santo nascono in noi salmi, inni e cantici spirituali. Dal nostro cuore ricolmo di Spirito Santo nasce il nostro culto comunitario! Dal nostro cuore ricolmo di Spirito Santo nasce la possibilità di superare il nostro orgoglio e per amore sottometterci gli uni agli altri nel timore di Cristo. Sottometterci a vicenda è l'opposto di ergerci sopra gli altri. Significa riconoscere le chiamate specifiche dei fratelli e sorelle, incoraggiarli nel loro cammino, non essere invidiosi né maldicenti ma considerare chi ci sta a destra e sinistra figli preziosi di Dio così come lo siamo noi. Certo, per vivere in questa dimensione serve essere ricolmi di Spirito, non di vino. Ma anche se non lo siamo, c'è una bella notizia: possiamo accostarci con libertà al trono di Dio in qualsiasi momento per ricevere grazia al momento opportuno (Eb. 4:16) e la sua presenza mediante il suo Spirito.

E che dire della sottomissione alle autorità stabilite nella Chiesa? Se siamo chiamati a sottometterci a Dio, alle autorità statali e a chiunque nella chiesa, naturalmente a maggior ragione dobbiamo essere sottomessi a chi Dio ha preposto per la nostra crescita spirituale. Ma anche questo non è un obbligo forzato: è la conseguenza dello Spirito di Dio in  noi e l'immagine del carattere di Cristo che non può che specchiarsi sempre di più nel nostro.

Eb 13:17 Ubbidite ai vostri conduttori e sottomettetevi a loro, perché essi vegliano per le vostre anime come chi deve renderne conto, affinché facciano questo con gioia e non sospirando; perché ciò non vi sarebbe di alcuna utilità.

Abbiamo tutti pari dignità, ma sappiamo di avere doni diversi nel corpo di Cristo. Doni che siamo chiamati a mettere a disposizione degli altri per il bene comune. Doni e ministeri che siamo chiamati a riconoscere nelle persone che hanno un incarico specifico nella Chiesa. Questo infatti è quello che Dio ha previsto per la crescita senza limiti della Chiesa: un ordine che, rispecchiando l'ordine fisiologico del nostro corpo, è in sé meraviglioso. Una meraviglia che rispecchia la gloria di Dio.   

   CONCLUSIONE

In questo breve escursus abbiamo visto qual è il consiglio di Dio per il nostro bene: la via della sottomissione. Di per sé questa parola ci è antipatica perché presuppone la negazione della nostra volontà favorendo quella di qualcun altro, ma è solo in questo modo che possiamo veramente essere liberi del nostro accecante e auto-distruggente egoismo. La nostra piena esistenza passa infatti dall'etimologia di questo termine, passa da ex (fuori da..) e sìstere (stare). Abraamo è stato chiamato fuori dal suo parentado e noi siamo chiamati fuori da noi stessi per abbracciare Cristo riconoscendo la sua autorità e sottomettendoci a lui. Solo così “esistiamo” nel senso più pieno ed eterno di questo termine.

La conseguenza a questo passo è quella di sottometterci anche alle autorità statali. La mansuetudine infatti è una importante caratteristica del carattere di Cristo che si deve formare in noi. Questa sottomissione deve comunque essere per fare il bene e se c'è una evidente contrapposizione tra la volontà di Dio e quella delle autorità noi siamo chiamati da coscienza a ubbidire prima di tutto a Dio e a quello che egli rivela nella sua parola.

Infine, seguendo la legge dell'amore, abbiamo la possibilità di vivere nella benedizione dell'amore reciproco nelle nostre comunità. Riconoscendo le autorità spirituali costituite per il nostro ammaestramento e per la nostra crescita. In modo che tutta la chiesa possa edificarsi secondo il proposito glorioso di Dio. 
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