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domenica 14 marzo 2021

La trasfigurazione di Gesù

INTRODUZIONE

Dopo aver commentato l'inizio del Vangelo secondo Marco, il seguente episodio della camminata sul mare di Gesù, la diatriba sulla purità, la sua proto-missione ai gentili e il dialogo con i discepoli sulla sua identità - che rappresenta lo snodo tra la prima e la seconda parte letteraria di questo vangelo - vorrei adesso soffermare l'attenzione sul più importante avvenimento che troviamo nel brano immediatamente successivo a quest'ultimo: la trasfigurazione di Gesù.

SEI GIORNI DOPO 


Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo, Giovanni e li condusse soli, in disparte, sopra un alto monte. E fu trasfigurato in loro presenza; le sue vesti divennero sfolgoranti, candidissime, di un tal candore che nessun lavandaio sulla terra può dare. E apparve loro Elia con Mosè, i quali stavano conversando con Gesù. Pietro, rivoltosi a Gesù, disse: «Rabbì, è bello stare qua; facciamo tre tende: una per te, una per Mosè e una per Elia». Infatti non sapeva che cosa dire, perché erano stati presi da spavento. Poi venne una nuvola che li coprì con la sua ombra; e dalla nuvola una voce: «Questo è il mio diletto Figlio; ascoltatelo». E a un tratto, guardatisi attorno, non videro più nessuno con loro, se non Gesù solo.

Poi, mentre scendevano dal monte, egli ordinò loro di non raccontare a nessuno le cose che avevano viste, se non quando il Figlio dell'uomo fosse risuscitato dai morti. Essi tennero per sé la cosa, domandandosi tra di loro che significasse quel risuscitare dai morti.

Poi gli chiesero: «Perché gli scribi dicono che prima deve venire Elia?» Egli disse loro: «Elia deve venire prima e ristabilire ogni cosa; e come mai sta scritto del Figlio dell'uomo che egli deve patire molte cose ed esser disprezzato? Ma io vi dico che Elia è già venuto e, come è scritto di lui, gli hanno anche fatto quello che hanno voluto».

Vangelo secondo Marco 9,2-13  

Questo episodio avviene "sei giorni dopo", ovvero sei giorni dopo il riconoscimento di Pietro del Cristo e il primo annuncio della Passione. Come già notato nell'approfondimento dedicato, questo riconoscimento poteva generare una certa incomprensione dovuta dal fatto che le attese messianiche del giudaismo di quel tempo si discostavano da quella che sarebbe stata la missione di Gesù, che per lo stesso motivo egli stesso ribadì in quella circostanza annunciando per la prima volta la sofferenza e la croce alla quale stava andando incontro. Questo avvenimento è il principale cardine letterario e teologico del Vangelo di Marco, che termina così la sua prima parte dedicata alla dimostrazione che Gesù è il Cristo (ma non nel senso comune nel termine in quell'epoca) e apre la sua seconda parte dedicata alla dimostrazione che Gesù è anche il Figlio di Dio. Ecco, dopo sei giorni da quel giorno Gesù porta i suoi tre discepoli più intimi su un alto monte, luogo che per eccellenza identifica la manifestazione e rivelazione divina nell'Antico Testamento. 

Nel luogo della teofania, dunque, Gesù fu "trasfigurato". Il termine originale utilizzato, metamorphoomai, significa "mutare in un'altra figura, trasformare, trasfigurare" mentre l'utilizzo di questo verbo al passivo potrebbe alludere all'azione di Dio. Dio dunque cambiò la figura, l'aspetto di Gesù: le sue vesti divennero sfolgoranti come quelle degli esseri sovrumani descritti nei testi apocalittici (Dan. 7, 9). E apparvero loro Elia e Mosè. I due protagonisti dell'Antico Testamento rappresentano il profetismo e la custodia della Legge divina. Leggiamo di una conversazione avvenuta tra Elia, Mosè e Gesù anche se purtroppo non troviamo alcun accenno al suo contenuto. 

Invece, troviamo le parole di Pietro che interrompe il dialogo per suggerire di montare tre tende sul monte. Il testo indica che queste parole scaturivano dal suo spavento. Ma spavento di cosa? Di questa apparizione? Con maggiore probabilità Pietro era ancòra spaventato dall'annuncio della sofferenza e della croce. Egli voleva dimorare e far dimorare Gesù nella glorificazione senza passare dalla sofferenza e dalla morte. Ma, prima di qualsiasi altra reazione, una nuvola - simbolo della gloria e del mistero divini - li adombra e da questa nuvola sentono una voce che dice: «Questo è il mio diletto Figlio; ascoltatelo». Dio stesso interviene con la sua voce per riconoscere Gesù come suo Figlio, confermando la sua identità di Servo sofferente prima (cronologicamente) di quella di re glorificato. L'anticipazione dura poco tempo e poi svanisce come un vapore che si dissolve al vento, d'un tratto i discepoli e Gesù si ritrovano da soli in una ristabilita normalità. 

Scendendo dal monte Gesù chiede loro di non dire nulla fino al momento della risurrezione del Figlio dell'uomo ma essi non capiscono di quale risurrezione sta parlando, e pensano alla risurrezione dei morti che avverrà nel giorno del Signore. Per questo motivo chiedono del ritorno di Elia come profeta escatologico. Ma egli chiarisce che l'Elia che molti aspettavano era già venuto nell'ufficio di Giovanni Battista. 

CONSIDERAZIONI FINALI 


Il brano che abbiamo approfondito è cruciale nella dinamica di svolgimento del Vangelo secondo Marco, seguendo immediatamente il centro costituito dal riconoscimento di Gesù come Cristo. La tensione crescente è sempre quella dell'aspettativa dei discepoli e della missione di Gesù. I discepoli desiderano un Messia vittorioso ma Gesù ribadisce di essere un Servo sofferente generando in questo modo un'incomprensione che si trascina nel tempo.

La manifestazione di Dio sul monte serve così a legittimare la divinità della missione di Gesù, la sua figliolanza divina e la sua appartenenza a quel mondo. 

Tuttavia è chiaro che la glorificazione spettante a Gesù deve arrivare dopo la sua sofferenza e morte, e forse è proprio di questo che Gesù parlava a Elia e Mosè. Pietro però rigetta questa sofferenza e vorrebbe piuttosto restare subito a dimorare nella gloria. Ma così non può essere e presto la nuvola della manifestazione della gloria di Dio svanisce, lasciando ai presenti solo la realtà del momento. E' chiaro che Pietro rappresenta il discepolo "tipo" di Gesù e, in questo, ciascuno di noi. Nessuno vorrebbe dover passare dalla sofferenza e dalla morte ma il messaggio evangelico è che tutto questo non è evitabile. Arriverà il tempo della glorificazione, dell'immortalità, ma quel tempo non è qui e ora. Quel tempo arriverà ma prima è necessario, e non è evitabile, passare dalla sofferenza e dalla morte. Forse questo è il più grande mistero esistente e non dobbiamo biasimare Pietro nella sua incomprensione. Anche noi siamo come lui, anche noi vorremmo evitare questo dolore. Ma Gesù ci chiede di avere fede in Dio e in lui. Chi ha visto, anche solo per un battito di ciglia, il bagliore delle vesti sfolgoranti sa che quella realtà ci sta aspettando, e lo sa con la certezza della fede. 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE


  • Rafael Aguirre Monasterio, Antonio Rodriguez Carmona, Vangeli Sinottici e Atti degli Apostoli, Paideia Editrice, Brescia, 1995.
  • Santi Grasso - nuova versione, introduzione e commento, Vangelo di Marco, Figlie di San Paolo, Milano, 2003.

domenica 17 gennaio 2021

La proto-missione di Gesù ai gentili



















INTRODUZIONE

Nella prima metà del Vangelo secondo Marco troviamo un termine e tema ricorrente: quello del pane.  Abbiamo, infatti, la prima moltiplicazione dei pani (6:30-44), la camminata di Gesù sulle acque quando i discepoli non riconoscono Gesù a causa del loro indurimento di cuore e del fatto di non aver capito la moltiplicazione dei pani (6:45:52). Successivamente troviamo l'accusa degli scribi e farisei a Gesù sempre riguardo i pani e il mangiare (7:1-22) alla cui fine l'autore commenta l'episodio dicendo letteralmente "Così dicendo, dichiarava puri tutti i pani".

Anche il racconto successivo comprende un dialogo sui pani in un contesto però decisamente particolare. Dal lago di Galilea, infatti, dopo questi avvenimenti Gesù esce dal territorio di Israele per andare nel territorio di Tiro e Sidone. La tradizione biblica considera queste due città come rappresentanti dei popoli pagani, malvisti dai Giudei. Ricordiamo infatti gli oracoli di Isaia al c.23: 

Oracolo contro Tiro.
Urlate, o navi di Tarsis!
Essa infatti è distrutta; non più case! Non c'è più nessuno che entri in essa!
Dalla terra di Chittim è giunta loro la notizia.
Siate pieni di stupore, o abitanti della costa,
che i mercanti di Sidone, solcando il mare, affollavano!

 Ma anche quelli di Zaccaria al c.9:

Tiro si è costruita una fortezza,
ha ammassato argento come polvere
e oro come fango di strada.
Ecco, il SIGNORE s'impadronirà di essa,
getterà la sua potenza nel mare,
ed essa sarà consumata dal fuoco.

L'intenzione di Gesù è quella di avviare la missione ai pagani soltanto dopo la Pasqua, perché dunque dirigersi in queste città? Sì, Gesù era già stato fuori da Israele (c. 5), ma non ha voluto trasformare il primo sconfinamento in un itinerario missionario. Questa volta sarà diversa? Per rispondere a queste domande non ci resta che addentrarci nella lettura del settimo capitolo di Marco. 

1. LA FEDE DELLA DONNA SIROFENICIA


Poi Gesù partì di là e se ne andò verso la regione di Tiro. Entrò in una casa e non voleva farlo sapere a nessuno; ma non poté restare nascosto, anzi subito, una donna la cui bambina aveva uno spirito immondo, avendo udito parlare di lui, venne e gli si gettò ai piedi. Quella donna era pagana, sirofenicia di nascita; e lo pregava di scacciare il demonio da sua figlia. Gesù le disse: «Lascia che prima siano saziati i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli per buttarlo ai cagnolini». «Sì, Signore», ella rispose, «ma i cagnolini, sotto la tavola, mangiano le briciole dei figli». E Gesù le disse: «Per questa parola, va', il demonio è uscito da tua figlia». La donna, tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto: il demonio era uscito da lei.
 Vangelo secondo Marco 7:24-30

In modo apparentemente contraddittorio Gesù attraversa la regione di Tiro, entrando addirittura in una casa, ma senza volerlo far sapere a nessuno. La "casa" nel Vangelo secondo Marco è il luogo della riunione della comunità credente, è il luogo per eccellenza della comunità cristiana. Pur con reticenza, quindi, questa casa diventerà il luogo da cui Gesù avvierà una missione salvifica non più relegata a Israele ma aperta a tutti. O, perlomeno, un'anticipazione di questa missione. Pur vigendo in questa narrazione il segreto messianico, infatti, (ossia la volontà gesuana di mantenere segreta la sua identità per non rivelarsi prima del tempo) egli si trova in prima linea in quella che potremmo definire una proto-missione ai gentili. La presenza di Gesù non può restare nascosta e subito accorre a lui una donna che aveva una figlia tormentata dal demonio. 

La donna era pagana, proveniente cioè dall'ambiente culturale greco, molto probabilmente una cittadina libera di estrazione culturale alta. La sua etnia invece era sirofenicia. Avendo sentito parlare di Gesù si reca da lui manifestando da subito un sentimento di devozione e, certa della sua autorità spirituale, continua con insistenza (lo pregava..) a chiedere un intervento in favore di sua figlia. 

Gesù risponde prendendo nuovamente in causa il tema del "pane". Per la prima volta in presenza di una richiesta simile Gesù si rifiuta di intervenire, agendo così in modo imprevisto. Il motivo deriva dalla priorità dei "figli", ossia il popolo di Israele, a ricevere la salvezza rispetto ai "cagnolini", ossia i popoli pagani ai quali non spetterebbero i beni messianici. Nella tradizione biblica, infatti, i "cani" sono gli avversari persecutori, i peccatori, i popoli pagani, i falsi missionari. La salvezza dunque è riservata prioritariamente al popolo di Israele. 
A questo punto, però, la donna riconosce Gesù come Signore, dimostrando così un'adesione di fede eccezionale. Solo al termine del Vangelo verrà utilizzato questo titolo dal narratore (16:19-20), e solo nel capitolo seguente i discepoli riconosceranno Gesù come Messia (8:27-30). Questa donna, quindi, riconosce Gesù  nella sua identità messianica dimostrando così di avere una consapevolezza ancora più precoce e profonda di quella dei discepoli. La sua replica manifesta questa conoscenza e questa fede e davanti ad esse Gesù non può che esaudire la sua richiesta. Nell'episodio precedente Gesù aveva appena fatto crollare il muro che separava i cibi puri da quelli impuri e in questo egli, sulla perspicace e illuminata richiesta di una pagana, arriva a far crollare anche il muro di separazione tra i Giudei e i Gentili come anticipazione di quello che avverrà pienamente solo dopo la Pasqua.

2. LA GUARIGIONE DI UN SORDOMUTO


Gesù partì di nuovo dalla regione di Tiro e, passando per Sidone, tornò verso il mare di Galilea attraversando il territorio della Decapoli. Condussero da lui un sordo che parlava a stento; e lo pregarono che gli imponesse le mani. Egli lo condusse fuori dalla folla, in disparte, gli mise le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; poi, alzando gli occhi al cielo, sospirò e gli disse: «Effatà!» che vuol dire: «Apriti!» E gli si aprirono gli orecchi; e subito gli si sciolse la lingua e parlava bene. Gesù ordinò loro di non parlarne a nessuno; ma più lo vietava loro e più lo divulgavano; ed erano pieni di stupore e dicevano: «Egli ha fatto ogni cosa bene; i sordi li fa udire, e i muti li fa parlare».
Vangelo secondo Marco 7:31-37

In seguito all'incontro con la donna sirofenicia Gesù torna verso il lago di Galilea attraversando il territorio della Decapoli dove si era già recato in precedenza guarendo l'indemoniato di Gerasa. Ancora in un territorio pagano, dunque, conducono a lui un uomo che viene presentato solo per la sua malattia: la sordità e grande difficoltà a parlare. Dopo il riconoscimento della donna nella regione di Tiro Gesù non può più tirarsi indietro, tuttavia decide di accordare la richiesta di guarigione allontanando l'uomo dalla folla e intervenendo in privato. In seguito a precise azioni da terapeuta, l'uomo recupera l'udito e la libertà di linguaggio. La priorità di Gesù rimane per Israele e per l'attesa del tempo opportuno, per questo ordina di non divulgare questo miracolo, ma la folla pagana disobbedisce ripetutamente esternando il loro stupore e riconoscendo in lui l'azione di Dio nella creazione oltre che testimoniando questi evidenti segni messianici (cfr. Is. 29:18).

CONCLUSIONE


In seguito alla prima moltiplicazione dei pani, alla camminata sulle acque per raggiungere i discepoli, alla diatriba con gli scribi e i farisei, Gesù si reca all'estero dove, suo malgrado, verrà sorpreso dalla fede e dalla consapevolezza di una donna pagana che per questi motivi riceverà la liberazione a distanza della figlia indemoniata.

Dopo il crollo del muro di separazione tra cibi puri e impuri Gesù anticipa e inaugura così anche il crollo del muro di separazione tra Gentili e Giudei. Lo fa cercando di mantenere un certo segreto perché non è ancora il tempo della missione agli stranieri, ma non si tira indietro davanti allo stupore della pienezza di fede che essi possono avere, talvolta in modo ancora maggiore rispetto ai discepoli stessi. 

Dopo un primo incontro, dunque, Gesù abbandona ogni reticenza e nel territorio di Sidone guarisce dalla sordità un altro uomo, richiedendo riserbo e ottenendo un sempre maggiore stupore e séguito. 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE


  • Rafael Aguirre Monasterio, Antonio Rodriguez Carmona, Vangeli Sinottici e Atti degli Apostoli, Paideia Editrice, Brescia, 1995.
  • Santi Grasso - nuova versione, introduzione e commento, Vangelo di Marco, Figlie di San Paolo, Milano, 2003.

domenica 3 gennaio 2021

La parola di Dio e la tradizione degli uomini


Achille Mazzotti, "Gesù tra gli scribi e i farisei" (1844). Roma, Accademia Nazionale di San Luca.

INTRODUZIONE

Nell'ottica di una lectio continua, dopo aver esposto e commentato l'episodio evangelico marciano della camminata sulle acque di Gesù, vorrei in questo approfondimento avanzare nel testo di riferimento per approfondire ora i primi versetti del settimo capitolo.

Riprendendo poche righe introduttive al Vangelo secondo Marco posso senz'altro ribadire la sua prima peculiarità letteraria, ossia il fatto di presentare nella sua primissima frase la sua tesi di fondo e l'impegno nello svolgimento del libro di dimostrarne la veridicità: che Gesù è il Cristo - ovvero il Messia - (1:1-8:30) e il Figlio di Dio (8:31-16:8).

La nostra attenzione anche in questo caso rimane nella prima metà del libro contraddistinta da temi messianici e sul regno di Dio. Gesù in questa parte di narrazione ha già insegnato nei villaggi, ha già inviato i discepoli dando loro potere sugli spiriti immondi, ha già moltiplicato miracolosamente i pani e i pesci e attraversato il mare camminando sulle sue acque. All'approdo sull'altra riva Gesù ha guarito tutti gli infermi che sono stati portati e lui ed è proprio lì, nei dintorni di Gennesaret, che arrivano infine dei visitatori.

1. L'ACCUSA DEI FARISEI


Allora si radunarono vicino a lui i farisei e alcuni scribi venuti da Gerusalemme. Essi videro che alcuni dei suoi discepoli prendevano i pasti con mani impure, cioè non lavate.  (Poiché i farisei e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavate le mani con grande cura, seguendo la tradizione degli antichi; e quando tornano dalla piazza non mangiano senza essersi lavati. Vi sono molte altre cose che osservano per tradizione: abluzioni di calici, di boccali e di vasi di bronzo e di letti). I farisei e gli scribi gli domandarono: «Perché i tuoi discepoli non seguono la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?» 
Marco 7:1-5

L'accorrere di molte persone vicino a Gesù alla fine del c.6 dimostra che si stava diffondendo la sua fama di Messia e i gruppi giudaici dei farisei e degli scribi della capitale Gerusalemme, comunque già molto scettici al suo riguardo, si sentono in dovere di raggiungerlo per esaminarlo. Naturalmente partono dall'osservare i suoi comportamenti e notano una cosa: alcuni suoi discepoli non si lavavano le mani prima di mangiare. Sappiamo che due terzi delle pericopi legali di Shammai e Hillel, rabbini contemporanei a Gesù, riguardano proprio il comportamento a tavola con una serie di norme ispirate al libro del Levitico. La regola farisaica in proposito prevedeva di lavaggio le mani fino al gomito prima di mangiare, ma anche delle abluzioni al ritorno del mercato, il lavaggio dei bicchieri, delle stoviglie e degli oggetti di rame. Ancor più di essere indicazioni igieniche erano comportamenti derivati da una teologia che divideva il mondo in oggetti e persone sacre e pure, oppure impure e profane. I lavaggi e le purificazioni dunque avevano il significato di rendere possibile l'avvicinarsi a Dio. Al contrario, disattendere questi precetti (che, sottolineo, erano patrimonio della tradizione degli antichi ossia la Torah orale e non degli Scritti sacri veterotestamentari che rappresentavano solo il punto di partenza della prescrizione poi interpretata e attualizzata) significava rendersi lontani da Dio. Questa prospettiva teologica era propria dei farisei ma rispettata da tutti i giudei: ecco quindi che possiamo comprendere quanto poteva essere scandaloso il comportamento dei discepoli di Gesù. Se egli era davvero il Messia, come potevano i suoi discepoli vivere in un situazione di impurità? La logica conclusione era solo una ossia il fatto che, seppur predicando il regno di Dio accompagnato da miracoli, Gesù non poteva essere il Cristo tanto atteso. Dunque, le cose stavano e stanno davvero così?

2. LA DUPLICE RISPOSTA DI GESÙ


E Gesù disse loro: «Ben profetizzò Isaia di voi, ipocriti, com'è scritto:
"Questo popolo mi onora con le labbra,
ma il loro cuore è lontano da me.
Invano mi rendono il loro culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini".
Avendo tralasciato il comandamento di Dio vi attenete alla tradizione degli uomini». Diceva loro ancora: «Come sapete bene annullare il comandamento di Dio per osservare la tradizione vostra! Mosè infatti ha detto: "Onora tuo padre e tua madre"; e: "Chi maledice padre o madre sia condannato a morte". Voi, invece, se uno dice a suo padre o a sua madre: "Quello con cui potrei assisterti è Corbàn" (vale a dire, un'offerta a Dio), non gli lasciate più far niente per suo padre o sua madre, annullando così la parola di Dio con la tradizione che voi vi siete tramandata. Di cose simili ne fate molte».
Marco 7:6-13

Alla domanda - e accusa implicita - degli scribi e dei farisei Gesù risponde in due fasi con altrettante citazioni bibliche. Nella prima fase inizia con un tono da invettiva coinvolgendo un oracolo del profeta Isaia, che troviamo in 29, 13:

Il Signore ha detto: «Poiché questo popolo si avvicina a me
con la bocca e mi onora con le labbra,
mentre il suo cuore è lontano da me
e il timore che ha di me
non è altro che un comandamento imparato dagli uomini.

Nel confronto con il riferimento in Marco è facile constatare la diversità testuale di questo versetto sia rispetto alla versione ebraica Masoretica sia alla traduzione greca dei LXX sebbene il senso sia naturalmente il medesimo. La denuncia isaiana di un mero formalismo religioso svuotato da ogni partecipazione interiore devozionale viene rielaborata e attualizzata da Gesù applicandola al caso dei suoi accusatori. Egli poi continua la sua argomentazione distinguendo tra il comandamento di Dio e la tradizione che la prima volta viene associata "agli uomini", in antitesi appunto a quella di Dio, per poi indicarla direttamente ai farisei come "loro"(la tradizione vostra!). Attraverso quest'ultima espressione Gesù preannuncia il suo distacco dall'interpretazione giudaica della Scrittura, un distacco che non solo riconosce a riguardo della propria interpretazione ma anche a riguardo dell'originale progetto di Dio presente nella tradizione biblica. Proprio per evidenziare questa divergenza egli continua a parlare aprendo una seconda fase della sua risposta, prendendo in causa l'esempio del korbàn, ossia del sacrificio. Tra le dieci parole - i Dieci Comandamenti - che possiamo leggere in Esodo 20, infatti, troviamo il precetto di onorare il padre e la madre. Precetto che tuttavia la prassi giudaica del tempo reputava non vincolante nel caso in cui ciò che sarebbe servito al sostentamento dei genitori veniva destinato a diventare un'offerta sacra. L'intervento di Gesù evidenzia questa incoerenza presentando però anche un valore più alto da affidare alla volontà di Dio espressa nella Scrittura piuttosto che nella tradizione religiosa orale.

Queste risposte di Gesù in effetti divagano dalla stretta questione dei lavaggi e delle abluzioni di purificazione ma lo fanno senza dubbio in modo voluto, affrontando il problema in maniera più ampia circa la tradizione degli antichi e la parola di Dio. 

3. L'INSEGNAMENTO ALLA FOLLA E AI DISCEPOLI


Poi, chiamata la folla a sé, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e intendete: non c'è nulla fuori dell'uomo che entrando in lui possa contaminarlo; sono le cose che escono dall'uomo quelle che contaminano l'uomo. [Se uno ha orecchi per udire oda.]» Quando lasciò la folla ed entrò in casa, i suoi discepoli gli chiesero di spiegare quella parabola. Egli disse loro: «Neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che dal di fuori entra nell'uomo non lo può contaminare, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e se ne va nella latrina?» Così dicendo, dichiarava puri tutti i cibi. Diceva inoltre: «È quello che esce dall'uomo che contamina l'uomo; perché è dal di dentro, dal cuore degli uomini, che escono cattivi pensieri, fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, frode, lascivia, sguardo maligno, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive escono dal di dentro e contaminano l'uomo».
Marco 7:14-22

All'improvviso nella nostra narrazione scompaiono i farisei e gli scribi mentre Gesù chiama la folla che lo seguiva per insegnare loro in modo più approfondito sul tema appena affrontato. La sua sentenza è costruita in parallelismo antitetico tra "all'esterno" e "all'interno", negando la possibilità di contrarre impurità da una contaminazione esterna per affermare che essa, invece, proviene dall'interiorità dell'uomo. Come abbiamo già accennato prima le norme di santità del Levitico si basa sulla separazione tra il sacro-puro e l'impuro-profano. Gesù però oltrepassa questo concetto con il suo insegnamento mettendo a fuoco lo stile di vita e l'interiorità come fonte della contaminazione più che quello che si può trovare all'esterno. Ma un punto di vista così innovativo non viene compreso neanche dai suoi discepoli, ed è per questo che egli deve tornare con loro sull'argomento. Nel patto mosaico se il sacro incontrava il profano lo uccideva. Persone e oggetti dovevano passare determinati rituali per purificarsi e rendersi più accettabili a Dio. Gesù però sa che sta arrivando una nuova alleanza nella sua persona, che lui stesso avrebbe da lì a poco vissuto la morte e la distruzione dovuta al contatto sacro/profano e che avrebbe distrutto definitivamente questa separazione. Non a caso infatti al momento della sua morte la cortina che separava nel Tempio di Gerusalemme il luogo Santissimo dal luogo Santo si sarebbe squarciata da cima a fondo (Mc. 15, 38). Ecco, nella nuova alleanza il sacro non può più uccidere il profano perché questa morte è stata vissuta e immedesimata una volte e per tutte da Cristo. In questo modo il sacro se incontra il profano può santificarlo. Può cambiarlo da di dentro per poter cambiare le cose che vi escono. La contaminazione avviene all'interno ed è lì che Gesù promuove un cambiamento radicale guarendo alla radice e non, come facevano per tradizione i giudei, tagliando solo i rami più esterni. 

CONCLUSIONE


Sentendo parlare dei miracoli di Gesù alcuni esponenti dei gruppi giudaici degli scribi e dei farisei lo raggiungono per metterlo alla prova. Il loro scetticismo coglie l'occasione dell'inosservanza del lavaggio delle mani di alcuni suoi discepoli per accusarlo chiedendogliene conto. La risposta di Gesù non si fa attendere e alza la prospettiva sull' erroneità di gran parte del paradigma interpretativo farisaico, poggiante su tradizioni umane spesso in contrapposizione con la parola di Dio e i progetti divini così come esposti nella Torah scritta. L'innovazione di Gesù è incompresa dai suoi stessi discepoli, anche perché egli non aveva ancora compiuto fino in fondo la sua missione e vissuto il suo sacrificio vicario. Gesù però era ben consapevole anche del fatto che il sistema sacrificale levitico era prossimo a tramontare in quanto lui stesso era il sacrificio ultimo e definitivo che avrebbe abbattuto il muro di inimicizia tra il Padre e l'uomo. 

Noi credenti del XXI secolo però lo sappiamo e non abbiamo scuse nell'evitare di rispondere positivamente all'appello del Vangelo con consapevolezza e nella piena libertà della Grazia. Senza rimetterci sotto il giogo di tradizioni e interpretazioni che snaturano la genuina freschezza della parola di Dio contenuta nella Bibbia, sappiamo che la trasformazione della conversione quotidiana deve avvenire al nostro interno - nel nostro cuore - attraverso lo Spirito Santo grazie al sacrificio di Cristo voluto dal Padre. Ed è proprio a lui che rimettiamo noi stessi con piena fiducia, sapendo che colui che ha iniziato un'opera buona in noi la porterà anche a compimento. 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE 


  • Rafael Aguirre Monasterio, Antonio Rodriguez Carmona, Vangeli Sinottici e Atti degli Apostoli, Paideia Editrice, Brescia, 1995.
  • Santi Grasso - nuova versione, introduzione e commento, Vangelo di Marco, Figlie di San Paolo, Milano, 2003.

domenica 13 dicembre 2020

Andò loro incontro, camminando sul mare











INTRODUZIONE LETTERARIA


Il Vangelo secondo Marco offre senza dubbio, nel quadro dei Sinottici, un punto di vista particolarmente interessante data la sua precedenza cronologica, il suo dono di sintesi e la sua peculiare teologia. 

La tesi di fondo viene espressa nella sua primissima frase e tutto lo svolgimento ha lo scopo ultimo di dimostrarne la veridicità: dimostrare quindi che Gesù è il Cristo - ovvero il Messia - (1:1-8:30) e il Figlio di Dio (8:31-16:8). All’interno della prima parte del libro, orientata verso i temi del messianismo e del Regno di Dio, troviamo la triplice ripetizione di una sequenza formata da un annuncio, una scena di discepolato, uno sviluppo e una reazione. Le reazioni riguardano i tre gruppi di interlocutori di Gesù: i dirigenti, il popolo e i discepoli. 

Nel sesto capitolo di questo Vangelo abbiamo di fatto la terza ripetizione di questa sequenza con un annuncio “Gesù andava attorno per i villaggi circostanti, insegnando” (v. 6b), un momento di discepolato “Poi chiamò a sé i dodici e cominciò a mandarli a due a due; e diede loro potere sugli spiriti immondi” (v. 7) e uno sviluppo che inizia al v. 14 ma che si dilunga parecchio. In questa sezione troviamo l’interesse di Erode e il racconto del martirio di Giovanni il Battista, l’insegnamento di Gesù alle folle e la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Incontriamo poi un episodio immediatamente successivo, proprio il brano che ho scelto di approfondire in questo contesto.

GESÙ CAMMINA SULLE ACQUE


Subito dopo Gesù obbligò i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull'altra riva, verso Betsaida, mentre egli avrebbe congedato la folla. Preso commiato, se ne andò sul monte a pregare.

Fattosi sera, la barca era in mezzo al mare ed egli era solo a terra. Vedendo i discepoli che si affannavano a remare perché il vento era loro contrario, verso la quarta vigilia della notte, andò incontro a loro, camminando sul mare; e voleva oltrepassarli, ma essi, vedendolo camminare sul mare, pensarono che fosse un fantasma e gridarono; perché tutti lo videro e ne furono sconvolti. Ma subito egli parlò loro e disse: «Coraggio, sono io; non abbiate paura!» Salì sulla barca con loro e il vento si calmò; ed essi più che mai rimasero sgomenti, perché non avevano capito il fatto dei pani, anzi il loro cuore era indurito.

Vangelo secondo Marco 6, 45-52


Immediatamente dopo il miracolo della moltiplicazione dei pesci e dei pani accade una cosa particolare: Gesù inverte la logica della sequela, secondo la quale egli precede i discepoli che lo seguono, obbligando quindi i discepoli - al contrario - ad anticiparlo nel viaggio e nella navigazione verso Betsaida. Non era la prima volta che i discepoli avanzavano da soli: poco tempo prima erano già stati inviati a predicare il ravvedimento accompagnati dal potere ricevuto da Gesù di scacciare gli spiriti immondi. In questo momento però l’attitudine dei loro cuori è diversa, e il Signore lo sa bene. 


I discepoli ubbidiscono e Gesù congeda la folla che era appena stata sfamata, salendo sul monte a pregare. La preghiera crea in questo modo lo sfondo dell’incontro che avverrà in seguito, nel quale egli si manifesterà attraverso la sua azione potente come Signore della creazione e liberatore dei discepoli. Il tempo passa, si fa sera, e nell’oscurità i discepoli si trovano “in mezzo al mare”. Nel greco originale non viene utilizzato il termine più generico che ci si poteva aspettare qui ma thalassa, ossia specificatamente “mare”, proprio per evocare il luogo nel quale si scatenano le forze caotiche del male. Ricordiamo solo alcuni esempi: 


Giobbe 7:12 Sono io forse il mare o un mostro marino

che tu ponga intorno a me una guardia?


Salmo 89:9 Tu domi l'orgoglio del mare;

quando le sue onde s'innalzano,

tu le plachi.


Apocalisse 13:1 Poi vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e sulle teste nomi blasfemi.


In mezzo al mare il vento soffia contrario, Gesù manca dalla barca e i discepoli si affannano, traducendo in questo modo un verbo che si potrebbe tradurre meglio con “tormentare, disturbare”. È notte fonda, tra le tre e le sei, quando Gesù decide di avvicinarsi ai suoi discepoli camminando sull’acqua del lago di Galilea. La doppia descrizione di questo miracolo non può che rievocare i grandi eventi salvifici di Dio nel passato. I discepoli però, presi dal loro tormento, non riconoscono Gesù ma, anzi, gridano e ne sono sconvolti pensando sia un fantasma. L’incomprensione contraddistingue questa manifestazione della divinità e del potere di Cristo, collegandosi a quella già manifestata nel discorso parabolico (4:13) e in tutti gli annunci della passione, morte e risurrezione. La ragione di questa incomprensione è trovata dal narratore nella loro durezza di cuore, ovvero nella loro mancanza di fede o fede immatura. In altre parole, nella mancata fiducia in Gesù. Nonostante loro avessero già visto e vissuto la potenza di scacciare gli spiriti impuri, e fossero appena stati partecipi della moltiplicazione dei pani e dei pesci non avevano ancora compreso il significato di tutto questo. Serve quindi, oltre alla presenza di Gesù, anche la sua parola che rassicura: «Coraggio, sono io; non abbiate paura!». Proprio alla sua parola e alla sua presenza il vento si calma - egli è il Cristo che sottomette il caos e il tumulto delle nazioni (cfr. Salmo 2) - lasciando comunque i discepoli ancora sgomenti prima di tornare tutti insieme sani e salvi a terraferma. 


Questo evento, nella sua cornice letteraria, fotografa la situazione specifica del momento conseguente a un nuovo annuncio e momento di discepolato. Nonostante queste attività, infatti, i discepoli erano ancòra intrappolati ancora dalla loro mancanza di fede. Nell’incomprensione causata dalla durezza di cuore il caos si è scatenato, essi non hanno superato questa prova, ma Gesù si è potuto manifestare pienamente come il Signore che salva, mostrandosi come Cristo e Figlio del Dio vivente.


CONCLUSIONE


Dopo le considerazioni introduttive sul contesto letterario e quelle esegetiche sul brano scelto possiamo trarre adesso le conclusioni di carattere ermeneutico, applicativo e pratiche. Questo testo evangelico evidenzia i limiti che possono avere i discepoli di Gesù, anche quelli che dopo determinate esperienze dovrebbero avere una fede matura. In quanto cristiani ci possiamo immedesimare quindi nei Dodici seduti nella barca in mezzo al mare. Il male è ben presente nel mondo e pur non essendo del mondo ne siamo molto ben circondati. A volte la confusione può oscurare il seme di fede nei nostri cuori e il ricordo delle esperienze salvifiche di Dio nella storia della nostra vita e della nostra famiglia. Il vento tira in direzione opposta alla nostra mèta e siamo terrorizzati. La svolta però è nel fatto che, pur con tutti i nostri limiti e durezza di cuore, Dio non ci ha abbandonati ma ci ha salvati in Cristo:


Romani 5:10 Se infatti, mentre eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio mediante la morte del Figlio suo, tanto più ora, che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita.


Anche le avversità possono essere utili: per svelare a noi stessi la nostra debolezza e per rivelarci l’immenso amore di Dio e la sconfinata potenza salvifica del nostro Signore Gesù Cristo. Nel momento più buio e drammatico della nostra vita, dunque, abbiamo un faro di speranza. Poche parole che le nostre orecchie possono sentire: «Coraggio, sono io; non abbiate paura!».


BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE


  • Rafael Aguirre Monasterio, Antonio Rodriguez Carmona, Vangeli Sinottici e Atti degli Apostoli, Paideia Editrice, Brescia, 1995.

  • Santi Grasso - nuova versione, introduzione e commento, Vangelo di Marco, Figlie di San Paolo, Milano, 2003.

domenica 8 settembre 2019

Se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli



INTRODUZIONE


Il Vangelo secondo Matteo viene riconosciuto come il “Vangelo ecclesiale” perché proprio la chiesa risulta essere uno dei principali argomenti trattati, e in modo unico rispetto agli altri Vangeli Sinottici, ossia Marco e Luca. Basti pensare che la parola “chiesa” ricorre qui 3 volte e negli altri vangeli nessuna. La parola “fratello” ricorre invece addirittura 39 volte contro le sole 20 di Marco e 24 di Luca. Gia questi due piccoli flash statistici sul lessico manifestano indizi importanti proprio in questo senso.

Da un punto di vista dottrinale, invece, questo vangelo possiede altre peculiarità da segnalare, tra le quali la più importante riguarda la suddivisione degli insegnamenti in cinque grandi e famosi discorsi di Gesù. Appare evidente che il redattore, pur essendo in polemica contro la sinagoga, è familiare con l'ebraismo del tempo e per questo motivo utilizza una divisione in cinque unità dal grande impatto simbolico (cinque sono i libri di Mosè, la Torah, e cinque sono i libri dei Salmi, i Tehillim), per consegnare ai discepoli di Cristo un nuovo e definitivo insegnamento che si inserisce in continuità con le precedenti Scritture, pur andando al di là di esse portandole a compimento. Ecco quindi che troviamo il discorso della montagna (5:1-7:29), il discorso di missione (9:35-10:42), il discorso in parabole (c.13), il discorso ecclesiale (18:3-34) e infine il discorso escatologico (23:1-25:46). Il versetto che stiamo considerando oggi si inserisce quindi chiaramente nel discorso ecclesiale, ed è in quest'ottica che dobbiamo considerarlo.

DIVENTARE COME BAMBINI


La prima considerazione che dobbiamo fare a riguardo di questo insegnamento è il fatto che sia rivolto ai discepoli (18:1). È direttamente a loro – e a noi – che Gesù si rivolge: non agli scribi o farisei, non alle moltitudini. Diverse frasi vengono qui raccolte con delle specifiche “parole di aggancio”: ossia “bambino “ (vv. 2.3.4.5.) e “piccoli” (vv. 6.10.14.), che risultano quindi parole chiave per la comprensione del brano e per ogni comunità che accoglie il regno dei cieli. Nel suo complesso, è possibile ravvisare in questo discorso la preoccupazione per le divisioni all'interno delle comunità, il peccato e la condizione dei fratelli deboli. Sempre qui troviamo una procedura per risolvere i conflitti (18:15-20), pur affidandosi tutti alla misericordia del Padre.

Iniziando la lettura del diciottesimo capitolo, troviamo che i discepoli chiedono al Signore chi sia il più grande del regno dei cieli – eufemismo nato per rendere “regno di Dio” senza nominarlo invano – una discussione probabilmente affrontata più volte, come riportano i vangeli (p. es. Lc. 22:24). Al che, Gesù prende un παιδίον – paidion – bambino/fanciullo, lo pone in mezzo ai discepoli e dice:

In verità vi dico: se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.

La prima cosa che salta all'occhio, e non c'è bisogno di studi particolari per notarlo, è il paradosso di questa affermazione che fa degli elementi sociali più ignorati addirittura un modello per poter entrare nel regno dei cieli. I discepoli discutono su chi sia più grande, e Gesù risponde prendendo il più piccolo tra i presenti. Come fa presente R.T. France, la caratteristica che viene presa in considerazione non è tanto di carattere personale dei bambini (innocenza, umiltà, sensibilità o fiducia) quanto la loro posizione sociale. Restando aderenti al libro in considerazione, è possibile riscontrare che il termine tradotto con “bambini” compare 15 volte nel Vangelo secondo Matteo e principalmente identificando Gesù stesso da piccolo (2:8-9; 2:11,13-14 e 20-21), coloro che erano tra i presenti alla moltiplicazione dei pani e dei pesci, i protagonisti del 18mo capitolo che stiamo considerando e, infine, i presenti in un'ultima considerazione simile che sarà ripetuta nel diciannovesimo capitolo. Trovo significativo quindi che questo termine ha in sé in questo libro biblico una connotazione marcatamente positiva: non è mai usato con accezione anche solo parzialmente negativa, come ad esempio da Paolo in 1 Corinzi 14:20. I bambini di cui parla Matteo sono coloro che per la loro giovane età vengono disprezzati dalla società. Sono tra gli ultimi. Sono poveri in spirito, semplici, senza alcuna proprietà. Sono proprio come Gesù, un ebreo della periferica Galilea che cresce senza alcun riconoscimento umano ma con una salda fede in Dio. E tale doveva essere anche per questi fanciulli che nel vangelo hanno sempre una cosa in comune: sono presenti alla predicazione di Gesù.

Ecco quindi che abbiamo tratteggiato un sommario – ma forse sufficiente – identikit di questi bambini a cui dobbiamo conformarci in quanto discepoli di Cristo. Persone che stanno davanti alla presenza di Gesù e lo ascoltano. Che non meditano su chi sia il più importante (come stavano facendo i discepoli) ma che vivono la propria fede nell'intimo, con una devozione personale che non è ostentata ma comunque profondamente radicata. Persone che non impongono la loro influenza e il loro potere politico e sociale ma che vivono in mansuetudine, senza sentirsi superiori a nessuno. Questa identificazione trova una sua conferma proprio in un'altra volta che Gesù dovette entrare sul tema e rispondere – questa volta in modo ancor più chiaro – ai discepoli che riflettevano sempre sulla medesima questione:

Fra di loro nacque anche una contesa: chi di essi fosse considerato il più grande. Ma egli disse loro: «I re delle nazioni le signoreggiano, e quelli che le sottomettono al loro dominio sono chiamati benefattori. Ma per voi non dev'essere così; anzi il più grande tra di voi sia come il più piccolo, e chi governa come colui che serve. Perché, chi è più grande, colui che è a tavola oppure colui che serve? Non è forse colui che è a tavola? Ma io sono in mezzo a voi come colui che serve. Or voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove; e io dispongo che vi sia dato un regno, come il Padre mio ha disposto che fosse dato a me, affinché mangiate e beviate alla mia tavola nel mio regno, e sediate su troni per giudicare le dodici tribù d'Israele.
Luca 22:24-30

Ecco la chiave di comprensione che possiamo ricavare dal confronto con questo ulteriore brano: chi governa deve essere come chi serve. Chi è grande tra i discepoli di Cristo deve essere come i più piccoli, ossia come i bambini. Risulta interessante a questo riguardo notare che l'immagine usata da Gesù per farsi capire meglio riguarda la tavola: tra chi è seduto a mangiare e chi serve. In continuità con questo insegnamento è impossibile non accorgersi che il primo (in senso cronologico) ministero istituzionale stabilito nella Chiesa di Gerusalemme è proprio quello del servizio alla mensa, ossia del diaconato (cfr. Atti c.6). Esiste una diaconìa di tutti i credenti (Ef. 4,12) ed è proprio quella del servizio amorevole, ma concreto, verso il prossimo in difficoltà. Chi serve in questo modo, è grande nel regno dei cieli, vive secondo l'esempio di Cristo per grazia di Dio, e un giorno potrà accostarsi alla tavola nel regno del nostro Signore.

CONCLUSIONE


Dai vangeli possiamo vedere che diverse volte i discepoli discutevano tra di loro pensando chi fosse il più grande nel regno di Dio, questa attitudine tuttavia non è solo loro ma ci appartiene: è parte della nostra carnalità. Quante volte abbiamo noi stessi formulato pensieri simili? Anche senza guardare alle statue o alla gerarchia Cattolica romana, ma rimanendo nel nostro contesto evangelico, quante volte abbiamo riflettuto sui pastori e predicatori più in vista pensando a chi sia il più grande? Quante “classifiche” abbiamo fatto o competizioni abbiamo corso nel ministero?

Proprio in questi ragionamenti si inserisce oggi la risposta di Gesù, che ci distoglie dall'attenzione verso tutto questo, alleggerendo di molto nello stesso tempo i pesi inutili che spesso portiamo. La logica del regno di Dio per molti aspetti e contraria a quella della nostra società, e diviene imperativo per noi prendere del tempo ogni volta che ne abbiamo bisogno per conformare meglio la nostra mente alla Parola di Dio e distaccarci dalla mentalità del presente secolo. In questo modo, grazie all'aiuto dello Spirito Santo, potremo avvicinarci sempre di più allo stile di vita di Gesù, che per primo è venuto a noi non per essere servito ma per servire.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

  • Rafael Aguirre Monasterio, Antonio Rodriguez Carmona, Vangeli sinottici e Atti degli Apostoli, Paideia Editrice, Brescia, 1995.
  • R. T. France, Il Vangelo secondo Matteo, Edizioni GBU, Chieti-Roma, 2004.

martedì 25 dicembre 2018

Gloria in altissimis Deo, et in terra pax in hominibus bonae voluntatis

Egli starà là e pascolerà il suo gregge con la forza del SIGNORE,
con la maestà del nome del SIGNORE, suo Dio.
E quelli abiteranno in pace,
perché allora egli sarà grande fino all'estremità della terra.
Michea 5:3

1. LA LETTURA
Mentre erano là, si compì per lei il tempo del parto; ed ella diede alla luce il suo figlio primogenito, lo fasciò, e lo coricò in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo.

In quella stessa regione c'erano dei pastori che stavano nei campi e di notte facevano la guardia al loro gregge. E un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore risplendé intorno a loro, e furono presi da gran timore. L'angelo disse loro: «Non temete, perché io vi porto la buona notizia di una grande gioia che tutto il popolo avrà: "Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore. E questo vi servirà di segno: troverete un bambino avvolto in fasce e coricato in una mangiatoia"».
E a un tratto vi fu con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva:

«Gloria a Dio nei luoghi altissimi, e pace in terra agli uomini ch'egli gradisce!»

Quando gli angeli se ne furono andati verso il cielo, i pastori dicevano tra di loro: «Andiamo fino a Betlemme e vediamo ciò che è avvenuto, e che il Signore ci ha fatto sapere». 
Vangelo secondo Luca 2:6-15
 2. INTRODUZIONE

Il Vangelo secondo Luca dipinge davanti ai nostri occhi l’immagine più accurata della nascita di Gesù tra i vangeli canonici. Tanti elementi entrati tradizionalmente nella nostra cultura (e nei nostri presepi) sono tratti infatti dal racconto in questione, il più completo. In questa occasione vorrei condividere alcune riflessioni basate proprio dall'eposodio della natività lucana, ma concernenti in modo più specifico il coro angelico riportato al v. 2:14 e sottolineato nell'estratto del testo che avete appena letto all'inizio di questo articolo. 

3. IL QUADRO NARRATIVO

La cornice narrativa la conosciamo tutti bene, sia che siamo familiari alla lettura del vangelo in questione o meno, tanto è famosa. Sappiamo che a causa di un decreto che ordinava un censimento, Giuseppe e Maria incinta sono stati obbligati a recarsi a Betlemme in quanto città originaria del re Davide, illustre avo di Giuseppe. Qui si compie il tempo del parto, la famiglia non trova alloggio in albergo ed ecco che Gesù nasce e viene coricato un una mangiatoia. La narrazione poi si sposta per includere in questa scena anche alcuni pastori. Con una sequenza parallela di promessa e adempimento, similmente a quanto avvenuto nell'annuncio della nascita di Gesù a Maria da parte dell'angelo Gabriele (Lc. 1:26-38)1, un angelo del Signore presenta loro la buona notizia di una grande gioia che il popolo avrà per la nascita di un Salvatore. Una concezione molto diffusa vede nella presenza stessa dei pastori l'indizio certo che non possiamo essere in un tempo invernale (come appunto il mese di Dicembre) ma in ultima analisi questo elemento non può essere conclusivo.2 In ogni caso, l'angelo porta la buona notizia ai pastori, corroborata da un segno di riconoscimento, e dopo queste parole in modo improvviso compare una moltitudine angelica che canta la sua lode a Dio. 

4. LA LODE ANGELICA
«Gloria a Dio nei luoghi altissimi, e pace in terra agli uomini ch'egli gradisce!»
Possiamo rilevare come questa frase sia costituita da due momenti distinti seppur interconnessi. Da una parte abbiamo infatti la Gloria (doxa) a Dio, espressa con un termine greco il cui senso di "divino splendore di potenza, gloria divina" è esclusivo della letteratura biblica ed estraneo al greco extrabiblico.3 Una parola peculiare dunque che viene associata a Dio nell'hypsistos, ossia nel luogo geografico e qualitativo al tempo stesso che per sua stessa definizione è il più alto. E proprio grazie alla Gloria di Dio nei luoghi altissimi (a causa della nascita di Cristo) deriva, sempre in virtù di questo evento, la pace in terra agli uomini che egli gradisce. Nel greco originale questo secondo elemento riporta letteralmente:4
ἐπί / epi (sulla)

γῆ / gē (terra)

εἰρήνη / eirēnē (pace)

εὐδοκία / eudokia (buono, scelta, buona volontà, delizia, piacere, soddisfazione)

ἐν / en (verso)

ἄνθρωπος / anthrōpos (uomini)
Nel IV secolo d.C., Girolamo tradurrà questa frase in latino nel seguente modo: et in terra pax in hominibus bonae voluntatis, espressione entrata proprio grazie alla traduzione Vulgata nel senso comune e che ha promosso la diffusione in italiano della traduzione cattolica "agli uomini di buona volontà".5 La traduzione più attinente però è proprio quella usata da Giovanni Diodati ("benivoglienza inverso gli uomini") aggiornata linguisticamente nella versione Nuova Diodati: pace in terra agli uomini, su cui si posa il suo favore. La pace infatti oltre alla bontà, scelta, buona volontà, delizia, piacere e la soddisfazione sono quelle di Dio verso gli uomini, e non viceversa. Come ulteriore prova possiamo considerare l'unica altra ricorrenza nel Vangelo di Luca del termine eudokia6, che troviamo in 10:21:
In quella stessa ora, Gesù, mosso dallo Spirito Santo, esultò e disse: «Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli! Sì, Padre, perché così ti è piaciuto! 
È dunque ai piccoli che è piaciuto al Padre rivelare la caduta di Satana (Lc 10:17-20), ed è agli uomini che egli rivolge la sua piacevolezza e la sua pace sulla terra attraverso Cristo Gesù.
La nascita del Signore Gesù è quindi espressione della Gloria di Dio nei luoghi altissimi e della sua pace e della sua scelta e delizia verso gli uomini. Questa è la buona notizia (l'evangelo) che viene prima di tutto annunciata dagli angeli e che trova proprio nei pastori i primi testimoni. Uomini che vedono la gloria del Signore (2:9), che ricevono l'annuncio evangelico (2:10-12), che assistono alla liturgia celeste (2:14) e che con l'ubbidienza della fede decidono di andare a Betlemme per vedere con i propri occhi quello che l'avvertimento angelico aveva annunciato. 

 5. CONCLUSIONE

Senza farne mistero, l'autore di questo vangelo esplicita fin da subito di essersi accuratamente informato sin dall'origine di ogni fatto riguardante Gesù dai testimoni oculari e dai suoi primi testimoni (1:1-3). Descrive quindi con numerosi dettagli l'evento della nascita del Signore e di come questo evento sia di una epocale rilevanza teologica. 

Sebbene la nascita di Gesù avvenga in sordina infatti, ossia nel silenzio e nell'isolamento, un angelo annuncia l'importanza del fatto ad alcuni pastori e questo annuncio viene confermato dall'apparizione di una moltitudine dell'esercito celeste che lodava Dio. La lode celeste di Dio viene dunque trasmessa sulla terra come innesco di una nuova epoca, che il contenuto di questa lode definisce nella pace e benevolenza rivolta agli uomini. Questo è il significato della Natività, questo è il senso del Natale. Un evento storico con significato teologico avvenuto più di duemila anni fa, ma che ha inondato il mondo della benedizione del Padre fino ai giorni nostri, attraverso il Signore Gesù Cristo. 



Note:

[1] A.A.V.V., Grande commentario biblico Queriniana, Ed. Queriniana, Brescia, 1974, cit. p. 982.
[2] vedi: https://ilcristianoinformato.altervista.org/le-pecore-allaperto-a-betlemme-il-mese-di-dicembre-hendriksen-dice-perche-no/?fbclid=IwAR0U2Ewkz02kDETSZZVkyHlzhXWtnB9QO5mO6Yi6JLyJv36gCXhWEBcMJcI&doing_wp_cron=1545556454.8211090564727783203125
[3] Horst Balz, Gerhard Schneider, Dizionario Esegetico Del Nuovo Testamento, Ed. Paideia, Brescia, 2004 (ed. in unico volume) cit. I 915.  
[4] Cfr. https://www.blueletterbible.org/kjv/luk/2/14/p0/t_conc_975014 
[5] Cfr. https://www.culturacattolica.it/attualit%C3%A0/in-rilievo/ultime-news/2013/12/22/gloria-a-dio-negli-altissimi
[6] https://www.blueletterbible.org/lang/lexicon/lexicon.cfm?Strongs=G2107&t=KJV&bn=42#lexResults
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