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martedì 18 luglio 2017

La mia gioia più grande

"L'uomo buono lascia un'eredità ai figli dei suoi figli,
ma la ricchezza del peccatore è riservata al giusto." 
Proverbi 13:22 

 DEDICA


























Questo articolo è speciale 
perché dedicato a mia figlia,
Gioia Galliani,
nata oggi. 



 L'ANZIANO, AL CARISSIMO GAIO...

La Terza Lettera di Giovanni è lo scritto più breve del Nuovo Testamento: 220 parole1 e 15 versetti in tutto. A differenza della prima lettera, e in parte della seconda, il suo tema non è di carattere dottrinale, ma risponde a una questione sull'ospitalità: il responsabile di una chiesa locale (Diotrefe) infatti non era stato ospitale nei confronti dei collaboratori dell'autore (v. 9). Questo viene denunciato proprio nella nostra epistola, indirizzata ad un altro credente: il carissimo Gaio. Non si può escludere che Gaio e Diotrefe fossero capi famiglia di diverse comunità poste nella stessa città.2 L'ospitalità nei confronti dei missionari cristiani era fondamentale per la diffusione della verità (v. 8), che trovava ostacolo proprio nella grande distanza tra i diversi gruppi di credenti localizzati probabilmente nei principali centri urbani.3 Da questo fatto quindi, deriva l'occasione di scrittura della lettera. La sua data ed il luogo di redazione invece vengono comunemente circoscritti tra la fine del I e l'inizio del II secolo, probabilmente vicino a Efeso, nella regione dell'Asia minore.4 

È alla fine del I secolo, dunque, che Giovanni scrive a Gaio, iniziando la sua lettera con le seguenti parole:

L'anziano al carissimo Gaio, che io amo nella verità. Carissimo, io prego che in ogni cosa tu prosperi e goda buona salute, come prospera l'anima tua. Mi sono rallegrato molto quando sono venuti alcuni fratelli che hanno reso testimonianza della verità che è in te, del modo in cui tu cammini nella verità. Non ho gioia più grande di questa: sapere che i miei figli camminano nella verità.
3Giovanni 1-4

Nella presentazione come "anziano", la tradizione cristiana vede un riferimento dell'apostolo Giovanni alla sua autorità di testimone oculare del Signore dovuta all'età avanzata5, mentre altri si interrogano sulla possibilità di un altro credente che, avendo lo stesso nome, avrebbe svolto il ministero di anziano/presbitero nella chiesa di Efeso alla fine del I secolo.6 Egli scrive in modo estremamente confidenziale, mostrando sin da subito il grande affetto e la grande stima per il destinatario Gaio. Afferma infatti immediatamente di amarlo nella verità, e di pregare per la sua prosperità e salute. Troviamo come indicazione il fatto che alcuni fratelli avevano fatto visita a Giovanni testimoniando della verità che era in Gaio, e tutto questo viene riportato come la fonte della sua gioia più grande. Evidentemente Gaio era un figlio spirituale di Giovanni (come Timoteo e Tito lo erano per Paolo: cfr. 1 Tim. 1:2 e Tito 1:4) e la notizia della sua irreprensibilità viene colta da un moto di gioia: non ho gioia più grande di questa: sapere che i miei figli camminano nella verità. Questo tipo di gioia e questo tipo di profondo legame nella fede è caratteristico dell'attività cristiana missionaria descritta nel Nuovo Testamento. Solo per citare due esempi, troviamo infatti la gioia dell'apostolo Paolo quando apprende che i credenti di Tessalonica evangelizzati da poco tempo erano restati fermi nella fede nonostante le persecuzioni:7

Perciò anch'io, non potendo più resistere, mandai a informarmi della vostra fede, temendo che il tentatore vi avesse tentati, e la nostra fatica fosse risultata vana. Ma ora Timoteo è ritornato e ci ha recato buone notizie della vostra fede e del vostro amore, e ci ha detto che conservate sempre un buon ricordo di noi e desiderate vederci, come anche noi desideriamo vedere voi. Per questa ragione, fratelli, siamo stati consolati a vostro riguardo, a motivo della vostra fede, pur fra tutte le nostre angustie e afflizioni; perché ora, se state saldi nel Signore, ci sentiamo rivivere. Come potremmo, infatti, esprimere a Dio la nostra gratitudine a vostro riguardo, per la gioia che ci date davanti al nostro Dio, mentre notte e giorno preghiamo intensamente di poter vedere il vostro volto e di colmare le lacune della vostra fede?
1Tessalonicesi 3:5-10

La notizia della fermezza nella fede di questi credenti fa sentire Paolo - angustiato e afflitto per mille problemi e difficoltà - addirittura come rivivere. Lo fa sentire gioioso davanti a Dio! Ma questo non avviene solo nei loro riguardi. Infatti nella lettera scritta ai credenti di Filippi leggiamo:

Perciò, fratelli miei cari e desideratissimi, allegrezza e corona mia, state in questa maniera saldi nel Signore, o diletti!
Filippesi 4:1

Anche in questo caso, la fermezza della fede dei credenti raggiunti dal Vangelo grazie all'apostolo, è da lui direttamente collegata alla propria allegria e gioia, anzi: addirittura alla propria corona, il premio celeste!8 Questi due esempi, uniti al testo della Terza Lettera di Giovanni, delineano con grande chiarezza l'intenso sentimento e l'enorme partecipazione che legavano gli apostoli - i ministri della Parola, cfr. Atti 6:4 - nella loro attività missionaria con le persone che ricevevano il messaggio del Vangelo e, convertendosi, aderivano alla sequela di Cristo. Era la gioia più grande vedere che la salvezza di Dio in Cristo Gesù toccava così tante persone, e in modo così radicale e permanente. E tale deve essere anche al giorno d'oggi. Il legame che si instaura viene frequentemente paragonato a quello tra un padre e i propri figli (cfr. 1 Cor. 4:14) piuttosto che a quello di un maestro con i propri discepoli. Paolo arriva a dire ai corinzi di averli generati in Cristo Gesù mediante il Vangelo (1 Cor. 4:15), implicando quindi di conseguenza di essere loro genitore spirituale. Naturalmente, a maggiore ragione l'educazione cristiana e la conversione dei propri figli naturali è fonte di doppia benedizione e gioia. Sin dall'Antico Testamento apprendiamo che un figlio saggio rallegra suo padre (Pr. 10:1), i padri sono la gloria dei loro figli (Pr. 17:6) e i figli del giusto che camminano in modo integro sono beati (Pr. 20:7). Per non parlare della realtà familiare, contesto fondamentale nel quale Dio si rivela ad Abramo e promette a lui proprio un figlio come inizio di una innumerevole discendenza. Nel Nuovo Testamento troviamo ancora Timoteo, che era stato educato sinceramente nella fede da sua madre Eunice e sua nonna Loide (2 Tim. 1:5). Ma vediamo anche che il rispetto dei figli nella famiglia rende adatto (rispondendo anche alle altre caratteristiche elencate) un padre di famiglia all'incarico di vescovo (1 Tim. 3:2). Nel nuovo patto scopriamo che i credenti, essendo stati adottati dal Padre celeste attraverso il Signore Gesù, diventano parte della famiglia di Dio (Ef. 2:19), e quindi a maggior ragione coloro che sono parte di una famiglia naturale che aderisce insieme al Vangelo possono vivere nella pienezza della gioia e nella genuinità quotidiana della loro fede. Per questo motivo, il pastore riformato Jon D. Payne nel suo libro relativo alla rivalutazione della liturgia riformata presenta l'adorazione domestica come "una delle più belle espressioni del Vangelo nella vita familiare".9 E per lo stesso motivo il riformatore Martin Lutero presentando il suo Piccolo Catechismo ai pii pastori e predicatori, sottolinea la responsabilità dei genitori nel governo cristiano della famiglia.10 Sono le famiglie le unità fondamentali di ogni comunità, e di conseguenza la corretta devozione personale e familiare non può che stare alla base della salute spirituale di qualsiasi chiesa locale. Nel cuore dei padri volto verso i figli e nel cuore dei figli volto verso i padri, si passerà indenni nel giorno del Signore (cfr. Mal. 4), e in questa stessa comunione familiare e spirituale viene stabilita la gioia nello Spirito Santo. Questa è la gioia che viene allargata anche alla chiesa, questo è il tipo di gioia che viene vissuta nell'evangelizzazione e nel discepolato personale. Penso che sia molto importante evidenziare proprio questa realtà per poter vivere serenamente in contesti che altrimenti possono portare anche alla frustrazione. La logica del Regno di Dio non è una logica di crescita aziendale, ma di crescita spirituale, la sua gioia non è radicata nell'accumulo ma nel dono di sé e nel ricevimento di questo dono da parte degli altri. Donando amore e fede nella propria famiglia, presto o tardi si vedrà il loro sviluppo naturale fiorendo e portando frutto nel cuore degli altri membri. Donandoli nella propria comunità, o nelle persone che ancora non conoscono il Signore, allo stesso modo si raggiungerà il momento in cui riconoscere il frutto di questa semina, e raggiungere la gioia più grande. Certo, con pazienza. Al contrario, non ricevere a casa propria (v. 9), non ricevere nel proprio cuore, porterà divisione. Una divisione dalla quale ne escono tutti sconfitti. Alla fine, questo è il tema centrale della Terza Lettera di Giovanni: imitare il bene, non il male. Accogliere il prossimo, e non respingerlo. Diffondere la verità, e non nasconderla. E in questo modo, raggiungere la gioia più grande: la perfetta armonia tra più generazioni, naturali e spirituali.

CONCLUSIONE

























La Terza Lettera di Giovanni, pur essendo il più breve testo del Nuovo Testamento, e pur non trattando argomenti dottrinali, apre un'illuminante finestra sulla corretta attitudine cristiana e sulla grande gioia che essa può procurare. Nel cuore del suo contesto, ci insegna molto sulla vita missionaria e sulla benedizione di un discepolato che segua le orme di Cristo, ci mette in guardia dalla sete di potere nella chiesa e dal rifiuto della comunione e dell'ospitalità, ed infine ci incoraggia esplicitamente ad imitare il bene e non il male (v. 11). 

Ad un secondo livello più generale, questa lettera evidenzia la grandissima gioia che lega i ministri della Parola ed i credenti più maturi (genitori spirituali) con i discepoli più giovani nella fede (figli spirituali); e specularmente come questa stessa gioia può essere trasportata anche nella famiglia vera e propria quando le sue relazioni di sangue vengono suggellate dalla comune fede nel Signore. 

Ringraziamo il Signore per le nostre relazioni: nella famiglia, nella fede e nella società. In esse infatti possiamo avere le più grandi sfide della nostra vita, ma è proprio lì che il Signore ha deciso di offrirci le più grandi possibilità di gioia e benedizione. Accogliamo il prossimo, doniamo con gioia, preghiamo ferventemente e, affidandoci completamente al Signore, potremo dire assieme a Giovanni:
non ho gioia più grande di questa: sapere che i miei figli camminano nella verità.

Ecco, i figli sono un dono che viene dal SIGNORE;
il frutto del grembo materno è un premio.
Come frecce nelle mani di un prode,
così sono i figli della giovinezza.
Beati coloro che ne hanno piena la faretra!
Non saranno confusi
quando discuteranno con i loro nemici alla porta.

Salmo 127:3-5




Note:

[1] Josep-Oriol Tuni, Xavier Alegre, Scritti giovannei e lettere cattoliche (1997), Paideia, p. 158. 
[2] Id. Ibid., 159.
[3] Id. Ibid. 
[4] Id. Ibid., 160.
[5] La Sacra Bibbia con note e commenti di John MacArthur (2007), Società biblica di Ginevra, p. 1991.
[6] Cfr: 
- J.-O. Tuni, X. Alegre, Scritti giovannei e lettere cattoliche (1997), Paideia, p. 159.  
- Papia presso Eusebio, Hist. Eccl. 3,39,3,4 
- Decretum Gelasianum 
[7] Per approfondire il contesto di questo brano:
http://www.davidegalliani.com/2016/01/il-frutto-dellapostolato-parte-ii-una.html

[8] Cfr. 1 Cor. 9:25.
[9] Jon D. Payne, Nello spendore della santità, BE edizioni, p. 45.  
[10] Martin Lutero, Il Piccolo Catechismo - a cura di Fulvio Ferrario, Claudiana (2015), p. 25. 

venerdì 10 giugno 2016

Il frutto dell'apostolato (parte IV): destinati ad ottenere salvezza

Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno; gli uni per la vita eterna, gli altri per la vergogna e per una eterna infamia. I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento e quelli che avranno insegnato a molti la giustizia risplenderanno come le stelle in eterno. 
Daniele 12:2-3

INTRODUZIONE

Questa serie di studi nominati con il titolo "il frutto dell'apostolato" sono dedicati all'esegesi della Prima Lettera di Paolo ai Tessalonicesi. Nel primo studio ho approfondito il contesto storico relativo alla fondazione di questa comunità da parte dell'apostolo Paolo - così come descritto nel libro degli Atti degli Apostoli - e analizzato la prima metà della sezione narrativa della lettera. Nel secondo studio, continuando l'analisi da dove si era interrotta, ho commentato anche la seconda parte della prima metà della missiva, raggiungendo la sua prima conclusione alla fine del terzo capitolo. Nel terzo studio mi sono addentrato nella seconda metà dell'opera, dedicata all'istruzione ed esortazione, concentrandomi sul quarto capitolo. Lo scopo di questo quarto ed ultimo studio, è invece quello di terminare l'analisi della lettera affrontando il brano rimanente, diviso a livello letterario nella terza istruzione (5:1-10), seconda esortazione (5:12-22) e seconda conclusione (5:23-28). Di seguito lo schema generale utilizzato1:

PRIMA PARTE - NARRATIVA
1) Indirizzo (1:1)
2) Primo esordio (1:2-10)
3) Prima narrazione (2:1-12)

4) Secondo esordio (2:13-16)
5) Seconda narrazione (2:17-3:10)
6) Prima conclusione della lettera (3:11-13)

SECONDA PARTE - ISTRUZIONE ED ESORTAZIONE 
7) Prima esortazione (4:1-8)
8) Prima istruzione (4:9-12)
9) Seconda istruzione (4:13-18)

10) Terza istruzione (5:1-10)
11) Seconda esortazione (5:12-22)
12) Seconda conclusione della lettera (5:23-28)


La lettera in sé ha un sentimento fortemente pastorale, essendo costituita per circa metà della sua lunghezza dal ricordo dei momenti in cui l'apostolo ha potuto curare questi credenti, come una nutrice che cura teneramente i suoi bambini, e dalla descrizione degli eventi che seguirono la sua partenza da Tessalonica. Nella seconda metà invece troviamo degli insegnamenti teologici e delle esortazioni che nascono però sempre da necessità molto pratiche e contingenti. Dopo l'istruzione ad essere di buona testimonianza, e quella relativa al tema della risurrezione, arriviamo dunque allo sviluppo di quest'ultimo argomento in quella che è stata identificata come la terza istruzione della lettera. 
 
1. SOBRI E SVEGLI

Quanto poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; perché voi stessi sapete molto bene che il giorno del Signore verrà come viene un ladro nella notte. Quando diranno: «Pace e sicurezza», allora una rovina improvvisa verrà loro addosso, come le doglie alla donna incinta; e non scamperanno. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno abbia a sorprendervi come un ladro; perché voi tutti siete figli di luce e figli del giorno; noi non siamo della notte né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vegliamo e siamo sobri; poiché quelli che dormono, dormono di notte, e quelli che si ubriacano, lo fanno di notte. Ma noi, che siamo del giorno, siamo sobri, avendo rivestito la corazza della fede e dell'amore e preso per elmo la speranza della salvezza. Dio infatti non ci ha destinati a ira, ma ad ottenere salvezza per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo, il quale è morto per noi affinché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui.
1Tessalonicesi 5:1-10

Paolo continua il suo discorso sul giorno del Signore per scrupolo personale, esplicitando che non ce ne sarebbe neanche il bisogno. Probabilmente questi credenti erano già al corrente delle parole di Cristo tramandate dagli apostoli: le stesse parole che sarebbero state successivamente inserite nel Vangelo secondo Marco (13:32) e secondo Matteo (24:32)2. Ma per rinforzare la consolazione che sarebbe derivata dalla precedente istruzione, egli continua a parlare di questo argomento, riprendendo queste indicazioni così importanti per la fede di ogni credente. Il giorno del Signore, è un giorno conosciuto solo dal Padre. Rappresenta il giorno nel quale, improvvisamente, il Figlio tornerà nella gloria per mettere fine all'età presente. Tutto avverrà in modo improvviso, repentino, come l'arrivo furtivo di un ladro nella notte, o come l'arrivo del diluvio ai tempi di Noè.  A quel tempo gli uomini vivevano tranquillamente come al solito: mangiavano, bevevano, si sposavano e si divertivano. E, d'un tratto, inaspettatamente è arrivato il diluvio. Inaspettatamente per tutti, ma non per Noè, che ubbidendo alla voce di Dio nel frattempo aveva costruito l'arca per mettersi al riparo assieme alla sua famiglia, e alle coppie animali. Ecco, proprio come Noè, anche i tessalonicesi, e più in generale i credenti di ogni tempo e luogo, non vivono in tenebre tali da ignorare quello che sta succedendo. Essi non possono e non devono dormire, ma devono restare sobri e svegli secondo la libertà e la vita ricevuta da Cristo Gesù. Sebbene infatti il giorno e l'ora siano sconosciuti, coloro che sono figli di Dio sanno che questi sono gli ultimi tempi, e che il giorno del Signore non è in ritardo: egli infatti semplicemente sta attendendo che tutti gli eletti arrivino al ravvedimento e alla salvezza (2 Pt. 3:9). Il compito dei cristiani dunque, consapevoli di quanto sia avanzata la notte e di quanto sia vicino il giorno, è quello di vegliare, gettare via le opere delle tenebre e indossare le armi della luce (Rom. 13:12). Ciò che Paolo chiama armi della luce nella Lettera ai Romani e armatura di Dio nella Lettera agli Efesini, rappresenta un'insieme di realtà spirituali proprie del Signore che il credente deve vivere per poter essere saldo contro le insidie del diavolo, resistere nel giorno malvagio e riuscire a restare in piedi dopo aver compiuto tutto il proprio dovere (Ef. 6:11,13). Verità, giustizia, zelo, fede, salvezza e Spirito Santo sono infatti aspetti spirituali che i cristiani conoscono in seguito alla loro nuova nascita (Gv. 3:3). Almeno due di questi però sono associati all'immagine di una armatura già nel Libro del profeta Isaia, nell'Antico Testamento:    

Il SIGNORE ha visto, e gli è dispiaciuto
che non vi sia più rettitudine;
ha visto che non c'era più un uomo
e si è stupito che nessuno intervenisse;
allora il suo braccio gli è venuto in aiuto,
la sua giustizia lo ha sorretto;
egli si è rivestito di giustizia come di una corazza,
si è messo in capo l'elmo della salvezza
,
ha indossato gli abiti della vendetta,
si è avvolto di gelosia come in un mantello.
Egli renderà a ciascuno secondo le sue opere;
il furore ai suoi avversari,
il contraccambio ai suoi nemici;
alle isole darà la loro retribuzione.
Isaia 59:15b-18

Il Signore viene qui descritto come un condottiero stufo della più completa mancanza di giustizia nell'umanità. La corazza della giustizia e l'elmo della salvezza sono suoi indumenti, scelti accuratamente per essere indossati nel giorno del giudizio. Ma questa non è l'unica sua scelta. L'intero Nuovo Testamento infatti testimonia dell'ulteriore scelta di offrire un'eterna salvezza prima del giudizio, e questo attraverso il sacrificio sostitutivo di Gesù Cristo, il Figlio di Dio. E tutti coloro che hanno accolto il Signore con questo dono, hanno di conseguenza ricevuto anche il diritto di diventare loro stessi figli di Dio (Gv. 1:12). E insieme al diritto di diventare  figli, hanno ricevuto il diritto di indossare la corazza della giustizia e l'elmo della salvezza. O, come presentato in questa lettera, la corazza della fede e dell'amore e l'elmo della speranza della salvezza. Dio infatti ha destinato ogni sincero credente ad ottenere salvezza per mezzo del Signore Gesù Cristo, affinché sia nella morte che nella vita possano vivere insieme a lui.

Nessuno di noi infatti vive per se stesso, e nessuno muore per se stesso; perché, se viviamo, viviamo per il Signore; e se moriamo, moriamo per il Signore. Sia dunque che viviamo o che moriamo, siamo del Signore.
Romani 14:7-8
2. CERCANDO IL BENE RECIPROCO

Fratelli, vi preghiamo di aver riguardo per coloro che faticano in mezzo a voi, che vi sono preposti nel Signore e vi istruiscono, e di tenerli in grande stima e di amarli a motivo della loro opera. Vivete in pace tra di voi. Vi esortiamo, fratelli, ad ammonire i disordinati, a confortare gli scoraggiati, a sostenere i deboli, a essere pazienti con tutti. Guardate che nessuno renda ad alcuno male per male; anzi cercate sempre il bene gli uni degli altri e quello di tutti. Siate sempre gioiosi; non cessate mai di pregare; in ogni cosa rendete grazie, perché questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito. Non disprezzate le profezie; ma esaminate ogni cosa e ritenete il bene; astenetevi da ogni specie di male.
1Tessalonicesi 5:12-22

Con questo testo, raggiungiamo l'ultima esortazione della lettera. Conclusa l'istruzione sul giorno del Signore, ora Paolo affronta con uno sguardo d'insieme le varie situazioni della chiesa. Per prima cosa chiede alla comunità di avere riguardo e stima per coloro sono incaricati di badare alla loro salute spirituale. Pur avendo dovuto lasciare in fretta Tessalonica, Paolo aveva dunque già designato le persone adatte a svolgere questo ministero. Il verbo  italiano "faticare" traduce l'originale greco kopiaō, usato da Paolo molto frequentemente per descrivere il lavoro nel ministero cristiano. Troviamo di seguito alcune ricorrenze di esempio:

Romani 16:6 Salutate Maria, che si è molto affaticata per voi.
 
Ora, fratelli, voi conoscete la famiglia di Stefana, sapete che è la primizia dell'Acaia, e che si è dedicata al servizio dei fratelli; vi esorto a sottomettervi anche voi a tali persone, e a chiunque lavora e fatica nell'opera comune.
1Corinzi 16:15-16 
 
Galati 4:11 Io temo di essermi affaticato invano per voi.

Il servizio per i fratelli, inteso come ministero cristiano svolto nelle comunità, sia nell'apostolato che nell'anzianato e nel diaconato, è un servizio di grande fatica, e tutti coloro che ne hanno preso parte sanno per esperienza quanto possa essere effettivamente così. C'è fatica nell'istruire, nel consolare, nell'edificare, nell'incoraggiare con costanza, nel riprendere, nell'organizzare e coordinare, nel sopportare. C'è una grande fatica nello svolgimento di tutte queste attività, proprie di chi è stato incaricato di curare una comunità e dei suoi collaboratori. E' una fatica che a volte, come è successo a Paolo con i credenti della Galazia, può sembrare vana, e che richiede una grande fede, pazienza e comunione con lo Spirito Santo per poter superare tutte le crisi con il miglior beneficio per la chiesa. Per questo motivo l'apostolo esorta i credenti ad avere un riguardo e una stima particolare nei confronti dei ministri di Dio. E' buona cosa infatti davanti al Signore che questa fatica venga compresa e alleviata dagli altri credenti, poiché insieme l'assemblea è il corpo di Cristo, collegato in ogni sua parte e non slegato gli uni dagli altri. Anche per questo motivo, Paolo esorta tutti a questo punto a vivere in pace, ad ammonire i disordinati, a confortare gli scoraggiati, a sostenere i deboli, a essere pazienti con tutti. Ad una veloce considerazione sembrerebbe che queste attenzioni siano proprie solo di un ministero pastorale, ma vengono invece richieste a tutti per un motivo specifico: l'unità della chiesa. Nonostante vi fossero fin da subito delle persone con responsabilità pastorali nelle comunità, infatti, le chiese del periodo apostolico non erano passive nella loro fede. Tutti i credenti erano consapevoli del proprio ruolo sacerdotale in questo Nuovo Patto e della propria responsabilità di vivere conformemente al Vangelo, amando il Signore ed il proprio prossimo.  Nella misura in cui ogni singolo membro contribuisce pienamente con tutto il proprio vigore, il corpo viene edificato nell'amore con successo ed in modo sano (Ef. 4:16). Edificare la chiesa infatti non può essere il lavoro di singoli ministri, ma della chiesa stessa nella sua interezza. 

Dopo la raccomandazione a stimare gli anziani e a curarsi vicendevolmente, Paolo continua ad esortare i credenti. Esorta a cercare il bene comune, ad essere gioiosi, a pregare continuamente, a ringraziare il Signore, a mantenere acceso lo Spirito, a non disprezzare la profezie e ad astenersi da ogni tipo di male. Queste indicazioni sono preziosissime per ogni cristiano, in quanto rappresentano dei chiari segnali indicanti i pericoli che insidiano la salute spirituale dei credenti di ogni tempo.  La natura carnale degli uomini tende in continuazione a rispondere alle proprie esigenze, ma l'uomo interiore deve fortificarsi camminando secondo lo Spirito Santo, in comunione con il Signore. Per questo motivo è necessaria una fervente vita di preghiera. Per questo motivo è di fondamentale importanza mantenere "acceso" lo Spirito in noi, e non disprezzare alcuna profezia. La pigrizia, la paura del mondo spirituale, l'abitudine può portare il credente a sedersi sulla sua religiosità conformando a poche regole la propria devozione personale. Ma non deve essere così. La vita spirituale è per sua definizione vitale, esuberante, in costante crescita, espressa con una pluralità di modi e forme. Ogni cosa è da esaminare, ma nessuna profezia è da disprezzare a priori. Esaminando ogni cosa, ci sarà sicuramente qualcosa da scartare e qualcosa da ritenere, ma la benedizione derivante da ciò che si può ritenere sarà sempre un motivo sufficiente per lo sforzo applicato nell'uscire dai propri schemi mentali mettendosi in discussione. 

Isaia 55:9 Come i cieli sono alti al di sopra della terra,
così sono le mie vie più alte delle vostre vie,
e i miei pensieri più alti dei vostri pensieri.

3. CONSERVANDOSI IRREPRENSIBILI


Or il Dio della pace vi santifichi egli stesso completamente; e l'intero essere vostro, lo spirito, l'anima e il corpo, sia conservato irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Fedele è colui che vi chiama, ed egli farà anche questo. Fratelli, pregate per noi. Salutate tutti i fratelli con un santo bacio. Io vi scongiuro per il Signore che si legga questa lettera a tutti i fratelli. La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con voi.
1Tessalonicesi 5:23-28

Infine, troviamo la definitiva conclusione della lettera. Dopo aver ricordato il periodo passato insieme, dopo aver gioito della fede dei tessalonicesi riportata da Timoteo, dopo aver istruito ed esortato questi credenti, Paolo ora può concludere la sua lettera. Ma la sua conclusione prosegue con i sentimenti e lo stile manifestati fino ad ora: fuori dalla formalità infatti egli scrive una preghiera, una promessa divina e tre richieste personali. L'apostolo prega il Dio della pace che santifichi completamente questi fratelli nella fede, e che l'intero essere loro, lo spirito l'anima e il corpo, possa essere conservato irreprensibile per il ritorno del Signore. L'accento di questa preghiera così particolare è sulla salute dei credenti nella loro totalità. Ogni essere umano è composto da uno spirito, un'anima e un corpo, fusi in modo inscindibile, ed ognuno di questi componenti deve essere conservato irreprensibile al pari degli altri. Lo spirito umano deve dimorare permanentemente nello Spirito Santo, fortificandosi in modo da poter guidare l'anima e  il corpo ad ubbidire alla voce dello Spirito del Signore (Atti 20:22). L'anima, intesa come sede dell'intelletto, delle emozioni e della volontà, deve essere rinnovata attraverso la preghiera, la meditazione e la lettura della Parola di Dio e di tutte le cose onorevoli (Fili. 4:8, Rom. 12:2), ed il corpo deve essere sottomesso, in modo che le sue priorità non portino a disonorare Dio (1 Cor. 9:27, Rom. 8:13). La preghiera è che il Dio della pace, intesa in modo ebraico come completezza, santifichi in prima persona i credenti. D'altra parte però, essi sono chiamati ad operarsi attivamente affinché l'intero il loro intero essere sia conservato irreprensibile. Questa attività è di per sé impossibile, sovrannaturale, ma la grazia di Dio la rende possibile attraverso l'opera dello Spirito Santo.  Il motivo di questa crescita nella completezza, nella completa maturità, sta nell'attesa del ritorno di Cristo, affinché, quand'egli apparirà, possiamo aver fiducia e alla sua venuta non siamo costretti a ritirarci da lui, coperti di vergogna (1 Gv. 2:28). Il Signore tuttavia è fedele. E tanto quanto è stato fedele nella sua chiamata dei tessalonicesi, e di ogni credente, lo sarà altrettanto nella santificazione promossa direttamente da lui, affinché sia completato il processo di salvezza nella vita dei suoi figli (Rom. 8:30). 

Successivamente, Paolo richiede preghiera, in modo implicito per poter continuare il suo ministero apostolico senza impedimento. Chiede di salutare tutti i fratelli con un santo bacio e scongiura che la lettera sia letta a tutti i fratelli. Come durante la sua prima visita l'apostolo ha esortato, confortato e scongiurato ciascuno di loro in modo personale a comportarsi in modo degno di Dio (2:12), allo stesso modo ora egli insiste che queste sue istruzioni ed esortazioni raggiungano tutti i credenti, e non solo alcuni. Il saluto finale, proprio di Paolo, costituisce una variante del saluto ebraico comprendente la pace. Egli infatti in questa sua prima lettera saluta definitivamente questi suoi figli spirituali con la grazia del Signore Gesù Cristo.  La stessa grazia che ha operato efficacemente in loro, salvandoli da questo mondo di tenebre. La stessa grazia che  ha preservato la loro fede attraverso la persecuzione (Atti 17:6). La grazia che avrebbe permesso la loro piena santificazione e la loro glorificazione nel mondo a venire.

 CONCLUSIONE






















La Prima lettera ai Tessalonicesi riveste un'importanza speciale nel canone neotestamentario per più di un motivo. In primo luogo, è probabilmente il più antico testo cristiano pervenutoci3, e in quanto tale è anche il più antico testimone della teologia e dell'insegnamento cristiano del periodo apostolico, sicuramente per quanto riguarda il ministero dell'apostolo Paolo. Nel suo contenuto, la lettera riepiloga molti avvenimenti legati alla fondazione della chiesa e al rapporto esistente tra Paolo e questi credenti mostrando con chiarezza le modalità di operato dell'apostolo, il tipo di risposta ottenuto dai tessalonicesi, le criticità nella loro vita di fede e il modo in cui le hanno superate. Tutte informazioni "di prima mano" che definiscono senza intermediari questa antichissima opera missionaria. Oltre a questo, troviamo anche il più antico insegnamento sulla dottrina del ritorno del Signore, con la più antica citazione di un detto di Gesù (4:15 e ss.). In secondo luogo, ogni credente leggendo questa lettera può crescere non solo grazie agli insegnamenti presenti ma anche attraverso i sentimenti che traspaiono tra le sue righe. L'ecclesiologia per esempio, prima di essere un'insieme di nozioni neotestamentarie riguardanti la Chiesa e il suo governo, dovrebbe essere un'attività di paziente ascolto dei testi biblici per cogliere non solo la struttura ma anche e soprattutto le sfumature, le motivazioni, le modalità in cui vivere l'essere comunità. L'amore deve essere il collante di ogni aspetto della vita cristiana (1 Cor. 13), ma deve coinvolgere non soltanto una comprensione intellettuale quanto piuttosto anche l'urgenza e il desiderio avvertiti dallo Spirito Santo, l'emozione che possiamo provare nel vedere la sofferenza e il bisogno del nostro prossimo ed infine l'azione che possiamo promuovere attraverso il nostro corpo. Tutto il nostro essere deve essere conservato irreprensibile. Tutto il nostro essere deve essere unito nella pace di Dio. Solo in questo modo c'è una reale crescita, senza compromessi, e una reale comprensione della grazia di Dio per noi.


Note:

[1] Bosh Jordi Sanchez, Scritti paolini, Ed Paideia, cit. p. 100.
[2] Id. Ibid. cit. p. 103 
[3] Rinaldi Giancarlo, Cristianesimi nell'antichità, Ed. GBU, cit. p. 255.

martedì 9 febbraio 2016

Il frutto dell'apostolato (parte III): la santificazione, in attesa del Signore

Dopo essere passati per Amfipoli e per Apollonia, giunsero a Tessalonica.
 Atti 17:1 

1. INTRODUZIONE
















Nei precedenti approfondimenti abbiamo considerato le circostanze che hanno portato alla fondazione della prima comunità cristiana di Tessalonica grazie al ministero dell'apostolo Paolo e dei suoi collaboratori, così come sono raccontate nel libro degli Atti al diciasettesimo capitolo. In questo capitolo, abbiamo inoltre appreso che gli apostoli dovettero abbandonare in fretta la città per evitare di essere catturati in seguito ad un tumulto popolare, fatto questo che ha lasciato Paolo con il cruccio sulla situazione di questi giovani credenti in balìa della persecuzione. Alla prima occasione però, egli mandò il collaboratore Timoteo per verificare la loro salute, e successivamente - circa nel 50-52 d.C. - scrisse questa lettera (conosciuta come Prima Lettera di Paolo ai Tessalonicesi) per rispondere ad alcune questioni sorte nel frattempo e sostenere ed incoraggiare quindi l'intera comunità. 

La lettera in sé risulta essere composta da dua sezioni, la prima principalmente narrativa (1:1-3:13) e la seconda di istruzione ed esortazione (4:1-5:28). La prima parte narrativa è stata esaminata in un primo studio (arrivato a 2:12) e in un secondo studio (arrivato a 3:13), mentre la seconda parte istruttiva ed esortativa inizierà ad essere esaminata nel presente approfondimento per poi trovare la sua conclusione nel prossimo.

2. LA PRIMA ESORTAZIONE: PROGREDIRE NEL SIGNORE

Del resto, fratelli, avete imparato da noi il modo in cui dovete comportarvi e piacere a Dio ed è già così che vi comportate. Vi preghiamo e vi esortiamo nel Signore Gesù a progredire sempre di più. Infatti sapete quali istruzioni vi abbiamo date nel nome del Signore Gesù. Perché questa è la volontà di Dio: che vi santifichiate, che vi asteniate dalla fornicazione, che ciascuno di voi sappia possedere il proprio corpo in santità e onore, senza abbandonarsi a passioni disordinate come fanno gli stranieri che non conoscono Dio; che nessuno opprima il fratello né lo sfrutti negli affari; perché il Signore è un vendicatore in tutte queste cose, come già vi abbiamo detto e dichiarato prima. Infatti Dio ci ha chiamati non a impurità, ma a santificazione. Chi dunque disprezza questi precetti, non disprezza un uomo, ma quel Dio che vi fa anche dono del suo Santo Spirito.
1Tessalonicesi 4:1-8

La prima vera e propria esortazione apostolica della lettera riguarda il tenere un sano e santo comportamento, simile a quello che i credenti di Tessalonica avevano potuto vedere in Paolo e nei suoi collaboratori. La progressione nella vita spirituale infatti coincide con la progressione nella santificazione, descritta praticamente con due esempi: l'astensione dalla fornicazione e l'assenza di inganni nei rapporti sociali. Per quanto riguarda la fornicazione, quando Paolo troverà qualche anno dopo un grave caso nella comunità di Corinto, entrerà maggiormente nel dettaglio scrivendo:

Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Prenderò dunque le membra di Cristo per farne membra di una prostituta? No di certo! Non sapete che chi si unisce alla prostituta è un corpo solo con lei? «Poiché», Dio dice, «i due diventeranno una sola carne». Ma chi si unisce al Signore è uno spirito solo con lui. Fuggite la fornicazione. Ogni altro peccato che l'uomo commetta, è fuori del corpo; ma il fornicatore pecca contro il proprio corpo.
1Corinzi 6:15-18 

L'unione sessuale comporta una vera e propria unione che deve svolgersi all'interno del legame matrimoniale per rimanere nel sano proposito di Dio. Avvenendo al di fuori di esso, comporta una corruzione dalla quale i cristiani devono tenersi lontano, in quanto già uniti con il Signore. Il credente fornicatore infatti pecca contro il proprio corpo, contro il tempo dello Spirito Santo, disonorando lo stesso Signore che lo ha salvato. Chi disprezza questa indicazione, disprezza automaticamente il Signore stesso, che ha fatto dono a tutti i cristiani del suo Santo Spirito. Oltre a questo però, ogni credente deve allontanarsi anche dalla menzogna e dall'inganno nei confronti di tutti, e in particolare nei confronti degli altri fratelli della fede in quanto parte della stessa famiglia spirituale e dello stesso corpo di Cristo. Ai credenti di Efeso Paolo scriverà a proposito:

Perciò, bandita la menzogna, ognuno dica la verità al suo prossimo perché siamo membra gli uni degli altri.
Efesini 4:25

Siamo membra gli uni degli altri, perciò ingannare e sfruttare il nostro prossimo significa riceverne danno in prima persona; comportarci con il nostro prossimo come desideriamo che egli si comporti con noi, invece, significa riceverne beneficio personale oltre che collettivo (Lc. 6:31). Una comunità senza fiducia e assistenza gli uni per gli altri è una comunità divisa, destinata a disgregarsi. Al contrario invece, una comunità dove ogni individuo porta i pesi degli altri, è una comunità forte, in grado di sopportare qualsiasi difficoltà e destinata ad allargarsi includendo sempre più persone.   
 
3. LA PRIMA ISTRUZIONE: ESSERE DI BUONA TESTIMONIANZA

Quanto all'amore fraterno non avete bisogno che io ve ne scriva, giacché voi stessi avete imparato da Dio ad amarvi gli uni gli altri, e veramente lo fate verso tutti i fratelli che sono nell'intera Macedonia. Ma vi esortiamo, fratelli, ad abbondare in questo sempre di più, e a cercare di vivere in pace, di fare i fatti vostri e di lavorare con le vostre mani, come vi abbiamo ordinato di fare, affinché camminiate dignitosamente verso quelli di fuori e non abbiate bisogno di nessuno.
1Tessalonicesi 4:9-12

Dal secondo esempio di santificazione legato al non sfruttare né opprimere nessuno, deriva la prima istruzione ad abbondare sempre di più nell'amore. I tessalonicesi avevano imparato direttamente da Dio ad amarsi gli uni gli altri, ma vengono ugualmente invitati a crescere ancora in questo, ed a lavorare con le proprie mani. Forse proprio la loro misericordia aveva favorito l'oziosità di alcuni, e per questo Paolo specifica la necessità per tutti di lavorare con le proprie mani, per essere di buona testimonianza verso i non credenti e per non avere bisogno di aiuti esterni. Fin da subito uno degli aspetti più delicati nelle comunità è stato proprio quello della gestione finanziaria, ma la condotta suggerita da Paolo consente di mantenere le chiese in una condizione di autosostentamento, preservando da scandali riguardanti il mantenimento di persone indolenti. I ministri del Vangelo devono vivere di esso, e quindi è corretto che possano vivere del loro servizio (1 Cor. 9:14), ma questa possibilità non deve essere allargata senza criterio proprio per evitare di fare danno alla chiesa e, dando una cattiva testimonianza,  rovinare così un'opera spirituale. Questa prima istruzione segue la prima esortazione, ed anticipa la successiva importantissima seconda istruzione.

4. LA SECONDA ISTRUZIONE: IL DESTINO DI QUELLI CHE DORMONO

Fratelli, non vogliamo che siate nell'ignoranza riguardo a quelli che dormono, affinché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Infatti, se crediamo che Gesù morì e risuscitò, crediamo pure che Dio, per mezzo di Gesù, ricondurrà con lui quelli che si sono addormentati. Poiché questo vi diciamo mediante la parola del Signore: che noi viventi, i quali saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo quelli che si sono addormentati; perché il Signore stesso, con un ordine, con voce d'arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo, e prima risusciteranno i morti in Cristo; poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo rapiti insieme con loro, sulle nuvole, a incontrare il Signore nell'aria; e così saremo sempre con il Signore. Consolatevi dunque gli uni gli altri con queste parole.
1Tessalonicesi 4:13-18

La prima istruzione viene scritta dall'apostolo affinché i tessalonicesi abbondino nell'amore e lavorino per non essere di peso a nessuno ed essere quindi di buona testimonianza. Questa seconda istruzione invece viene scritta affinché i tessalonicesi non restino nell'ignoranza a riguardo dei defunti cristiani. Forse proprio a causa della persecuzione da parte dei concittadini, alcuni fratelli nella fede erano già morti dopo poco tempo e la comunità era fortemente turbata e rattristata da questo. Alcuni avevano conoscenza delle Scritture dell'Antico Testamento, ma quanto di quello letto nel libro di Giobbe o Daniele si poteva applicare anche a loro? Ed in che modo? Cosa aveva detto Cristo a riguardo della morte? In un tempo privo del Nuovo Testamento scritto, le comunità potevano restare con questi dubbi per mesi, o addirittura anche per anni. In questa situazione dunque, Paolo scrive loro su questo tema. Come appare ora chiaro, non si tratta di uno scritto esclusivamente dottrinale, ma di un'istruzione che ha il chiaro scopo di consolare i fratelli in un momento molto difficile. Questo insegnamento non viene dato in una specie di discepolato o scuola biblica, ma in un momento di tristezza, come soluzione al problema di una realtà attuale. Qualche anno dopo, nella comunità di Corinto qualcuno inizierà a negare la risurrezione, e l'apostolo dovrà tornare con loro su questo tema entrando ancor di più nello specifico. 

Ai tessalonicesi invece Paolo scrive poche frasi, poche ma fondamentali per la loro vita di fede. Gesù è morto ed è risuscitato: questo è il vero e proprio fondamento. Grazie alla sua risurrezione, egli condurrà con sé coloro che sono morti amandolo: questa è la conseguenza della sua morte e risurrezione. Poi arriva una descrizione più completa della parola del Signore: egli scenderà dal cielo, ed al suo ordine e con il suono la tromba di Dio risusciteranno tutti i morti credenti, e successivamente i viventi saranno trasformati per incontrare insieme il Signore nell'aria e stare sempre con lui. Dunque la speranza della fede in Cristo non è per questa vita soltanto (saremmo i più miseri fra gli uomini se fosse così!), e di conseguenza è possibile vedere e vivere la morte stessa con serenità, come un momento di sofferenza che sarà comunque trasformato in gioia dal Signore proprio attraverso il suo ritorno e la risurrezione che egli comanderà in prima persona. Questa istruzione è consolatoria e veritiera, ed ha il potere di  rafforzare la fede in Dio più di qualsiasi altra. Nessuno può separarci dall'amore del Signore, neanche la morte stessa.

Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Com'è scritto:
«Per amor di te siamo messi a morte tutto il giorno;
siamo stati considerati come pecore da macello».
Ma, in tutte queste cose, noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati. Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun'altra creatura potranno separarci dall'amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore.
Romani 8:35-39 
5. CONCLUSIONE 


















In questo terzo approfondimento dedicato alla Prima Lettera di Paolo ai Tessalonicesi, abbiamo iniziato ad esaminare la seconda parte della lettera, ossia la parte composta da esortazioni ed istruzioni e non più da narrazioni. I racconti del trascorso comune all'apostolo Paolo e ai tessalonicesi lasciano quindi il posto a delle esortazioni e istruzioni specifiche per il tipo di problemi che la comunità stava passando. Progredire nel Signore astenendosi dalla fornicazione (comune per tutti i loro concittadini) e dagli inganni sociali, dunque, ma anche crescere nell'amore mantenendosi ciascuno con il proprio lavoro, ed infine conservare la speranza per coloro che sono morti, sapendo che un giorno risusciteranno e anche loro saranno sempre con il Signore. Precise indicazioni pratiche con alle spalle profonde motivazioni teologiche. 

Naturalmente queste indicazioni sono un vero e proprio tesoro non solo per la prima chiesa di Tessalonica di metà I secolo, ma anche per tutti i cristiani di ogni tempo e luogo, che possono confrontarsi con queste direttive apostoliche preservate da ogni errore grazie all'ispirazione dello Spirito Santo. Ecco quindi perché tutti noi possiamo e dobbiamo - assieme ai tessalonicesi - ricevere l'esortazione a ricercare la progressione nella nostra santificazione personale, lasciando ogni impurità sessuale e relazionale. Ecco perché dobbiamo crescere nell'amore senza approfittare della generosità del nostro prossimo, e consolarci gli uni gli altri attraverso la promessa del Signore di condurre a sé tutti coloro che lo hanno amato, anche dopo la loro morte. Ubbidendo alla volontà del Signore, ogni comunità cristiana può crescere in modo sano e portare un frutto duraturo, rendendo onore a Colui che ha fatto loro dono del suo prezioso Santo Spirito.
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