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domenica 2 gennaio 2022

Il quarto segno




INTRODUZIONE 


Una delle caratteristiche peculiari del Vangelo secondo Giovanni è quella di raccogliere un piccolo numero di miracoli di Gesù definendoli in modo specifico come suoi segni (semeia). Nei Vangeli sinottici, il significato del termine segno è prevalentemente negativo, in quanto viene usato dagli oppositori di Cristo per chiedergli di convincere i dubbiosi sulla sua identità, ricevendo come risposta quasi sempre un rimprovero. Negli Atti degli Apostoli apprendiamo che Gesù compì opere potenti, prodigi e segni (2:22), incontrando per la prima volta questo termine in senso positivo, anche se generico. Nel quarto Vangelo invece, il significato di questa parola assume una dimensione molto più profonda, costituendo di fatto nelle sue ricorrenze una sorta di percorso che conduce il lettore da una superficiale apertura alla fede ad una piena consapevolezza dell'identità di Gesù Cristo, che non necessita più di miracoli per essere sostenuta. Possiamo dunque schematizzare tale percorso nel seguente modo: 



Questi segni raccolgono l'eredità teologica dei segni che Dio ha compiuto per il suo popolo nell'esodo verso la libertà, proiettandoli nella persona di Gesù e nella pienezza della rivelazione salvifica del Padre in lui. Essi testimoniano quindi dell'identità e dello scopo di Cristo, non per far ristagnare i credenti nel deserto della continua necessità di miracoli (come accadde a Israele per la sua incredulità), ma per portarli subito nella maturità di una fede capace di vivere ancorata a lui e portare molto frutto (Gv. 15:5). Una fede capace di entrare subito nella terra promessa per conquistarla. Una terra che questa volta è estesa a tutto il mondo, per una conquista che questa volta è spirituale: mediante la proclamazione del Vangelo e la preghiera, continuando attraverso lo Spirito Santo (con l'autorità di Cristo risorto) l'opera iniziata da Gesù durante il suo ministero terreno (Gv. 17:18).  


Osservando il Vangelo secondo Giovanni nella sua interezza, è possibile ora definire con precisione quali siano i segni specifici presentati dall'opera, e la loro esatta successione. Abbiamo dunque questi sette principali segni, più uno conclusivo: 

  1. trasformazione dell'acqua in vino (2:1-11);

  2. guarigione del figlio dell'ufficiale reale (4:46-54);

  3. guarigione dell'uomo paralizzato da trentotto anni (5:1-9);

  4. moltiplicazione dei pani (6:1-14);

  5. Gesù cammina sul mare (6:15-25);

  6. guarigione del cieco nato (9:1-8);

  7. risurrezione di Lazzaro (11:1-46) 

  •  + la pesca miracolosa (21:1-14)5.

Ognuno di questi segni ha un preciso significato circa l'identità di Gesù, e la pienezza della rivelazione relativa alla salvezza di Dio. 


Dopo aver approfondito il primo, secondo e terzo segno, passiamo adesso al quarto. Dopo la rivelazione su Gesù come Sommo Sacerdote e Sposo, oltre che come Colui che guarisce e che elargisce la Grazia di Dio attraverso la Nuova Alleanza, andiamo a vedere questa nuova rivelazione cristologica. 


LA MOLTIPLICAZIONE DEI PANI


Gv 6:1 Dopo queste cose Gesù se ne andò all'altra riva del mare di Galilea, cioè il mare di Tiberiade. 2 Una gran folla lo seguiva, perché vedeva i segni miracolosi che egli faceva sugli infermi. 3 Ma Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli.

4 Or la Pasqua, la festa dei Giudei, era vicina.

5 Gesù dunque, alzati gli occhi e vedendo che una gran folla veniva verso di lui, disse a Filippo: «Dove compreremo del pane perché questa gente abbia da mangiare?» 6 Diceva così per metterlo alla prova; perché sapeva bene quello che stava per fare. 7 Filippo gli rispose: «Duecento denari di pani non bastano perché ciascuno ne riceva un pezzetto». 8 Uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro, gli disse: 9 «C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cosa sono per tanta gente?» 10 Gesù disse: «Fateli sedere». C'era molta erba in quel luogo. La gente dunque si sedette, ed erano circa cinquemila uomini. 11 Gesù, quindi, prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì alla gente seduta; lo stesso fece dei pesci, quanti ne vollero. 12 Quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché niente si perda». 13 Essi quindi li raccolsero e riempirono dodici ceste di pezzi che di quei cinque pani d'orzo erano avanzati a quelli che avevano mangiato.

14 La gente dunque, avendo visto il segno miracoloso che Gesù aveva fatto, disse: «Questi è certo il profeta che deve venire nel mondo». 


Nella narrazione del Vangelo di Giovanni che stiamo seguendo, Gesù è già tornato due volte (cfr. 2:13) nella capitale per le festività religiose. I giudei erano obbligati ad andare a Gerusalemme nelle tre feste principali, ossia Pasqua, Pentecoste e Tabernacoli. Gesù ci era stato a Pasqua, era ritornato in Galilea attraverso la Samaria in maggio (cfr. 4:35, i campi maturi) e possibilmente è stato pochissimo tempo nella sua regione prima di dover tornare a Gerusalemme forse proprio per la festa di Pentecoste che ricorre sette settimane (50 giorni) dopo la Pasqua, intorno al nostro mese di giugno, quando ha guarito l’uomo paralitico alla piscina di Betesda, la piscina della “grazia”.


Con il racconto di oggi termina il primo anno di attività ministeriale di Gesù e sta iniziando il secondo, in prossimità con la nuova Pasqua ma lontano geograficamente dal percorso di pellegrinaggio a Gerusalemme. La successione delle festività religiose in concomitanza degli eventi principali raccontati non è sicuramente casuale ma voluto dall’evangelista nella costruzione del suo scritto. 


La folla vede i segni miracolosi che Gesù compie e questo, all’interno del Vangelo, ne costituisce il quarto. Gesù sale sul monte in Galilea, associato nei Sinottici a importanti eventi teologici (Discorso della Montagna Mt 5, chiamata dei Dodici Mc 3:13, apparizione dopo la risurrezione Mt 28:16). La montagna, come viene chiamata, rappresenta quindi una sorta di Sinai cristiano. Gv 6 contiene lo stesso tema del Discorso della Montagna di Matteo e cioè una contrapposizione tra Gesù e Mosè. 


La moltiplicazione dei pani è l’unico segno giovanneo che sia raccontato da tutti e quattro i Vangeli, e in modo molto simile, anche se Giovanni offre una sua peculiare chiave interpretativa dell’evento data da Numeri 11.


La domanda di Gesù a Filippo, infatti, riecheggia nella domanda di Mosè: 


Nu 11:13 Dove prenderei della carne da dare a tutto questo popolo? 


I paralleli tuttavia non finiscono qui, tanto che possiamo identificare un vero e proprio schema condiviso: 


  • Il popolo si lamenta (Nu 11:1 - Gv 6:41.43)

  • Descrizione della manna (Nu 11:7-9 - Gv 6:31)

  • Da mangiare carne (Nu 11:13 - Gv 6:51)

  • Raduneranno per loro tutto il pesce del mare in modo che ne abbiano abbastanza? (Nu 11:22 - Gv 6:9 e v.12)


Filippo risponde che non basterebbero duecento denari per comprare il cibo necessario. Considerando che in Mt 20:2 un denaro è la paga di un giorno, capiamo che è una cifra enorme. 


Andrea però dice che C'è un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci.


E questo dettaglio rappresenta l’anti-tipo di un episodio del profeta Eliseo:


2 Re 4:42 Giunse poi un uomo da Baal-Salisa, che portò all'uomo di Dio del pane delle primizie: venti pani d'orzo, e del grano nuovo nella sua bisaccia. Eliseo disse al suo servo: «Danne alla gente perché mangi». 43 Quegli rispose: «Come faccio a mettere questo davanti a cento persone?» Ma Eliseo disse: «Danne alla gente perché mangi; infatti così dice il SIGNORE: Mangeranno, e ne avanzerà». 44 Così egli mise quelle provviste davanti alla gente, che mangiò e ne lasciò d'avanzo, secondo la parola del SIGNORE.


Infine il pesce secco, in greco ichthys, è un termine altamente teologico in quanto le prime comunità cristiane costruirono attorno a questa parola un acronimo per “Cristo”. 


Gesù dunque è l’erede messianico di Elia ed Eliseo che rivela Dio Padre e sfama le folle riunite attorno a lui. Egli è la manna del cielo e la carne che offre per nutrire il popolo. Non a caso questo racconto presenta anche un forte motivo eucaristico in quanto segno messianico che adempie le promesse dell’Antico Testamento rispetto all’imminenza della cura di Dio per il suo popolo.


È Gesù stesso a dividere i pani, e questi miracolosamente saziano tutti i presenti che, vedendo il segno miracoloso, riconoscono Gesù come il profeta degli ultimi tempi, successore di Mosè, che sarebbe dovuto venire negli ultimi tempi. 


CONCLUSIONE


Il quarto segno miracoloso di Gesù nel Vangelo secondo Giovanni è la moltiplicazione dei pani per sfamare la folla che lo aveva seguito sul monte. 


Questo racconto è denso di significati teologici: “il” monte ricorre così spesso nei Vangeli da rappresentare un monte Sinai cristiano. Come sul Sinai il popolo di Israele ricevette la Legge così su questo monte la folla che seguiva Gesù ascoltava le sue parole. 


La domanda di Filippo, invece, inaugura una seconda tipologia tra questo racconto e quello di Numeri 11 relativo alla manna e alle quaglie. Gesù si rivela come la manna del cielo e la carne che sfama, introducendo un tema eucaristico che tuttavia non troverà piena espressione in questo vangelo (l’ultima cena viene sostituita dal racconto della lavanda dei piedi).


Infine il ragazzo che aveva dei pani d’orzo costituisce un parallelo biblico con un episodio di Eliseo, costruendo un ponte tra Elia-Eliseo e il profeta escatologico che il popolo stava tanto aspettando.

domenica 7 febbraio 2021

L'identità di Gesù e la consapevolezza dei discepoli

INTRODUZIONE


Possiamo identificare un preciso brano all’interno del Vangelo secondo Marco che ricopre il ruolo di fulcro e “cerniera” tra la prima parte dell’opera e la seconda. È già stato infatti più volte ribadito come questo vangelo sia composto da una prima parte tesa a dimostrare che Gesù è il Cristo - ovvero il Messia - (1:1-8:30) e una seconda parte con l’obiettivo di presentare Gesù come il Figlio di Dio (8:31-16:8) secondo la tesi affermata nella sua primissima frase in 1:1.

Le pericopi che si trovano in 8:27-30 e 8:31-38, dunque, costituiscono l’ultima parte della prima sezione e la prima parte della seconda in rapporto di continuità letteraria e teologica ma in discontinuità rispetto ai temi generali trattati dalle rispettive parti. Questa unica “armonia in tensione” vuole essere quindi introdotta dal presente approfondimento.


1. LO SLANCIO DELLA FEDE


Poi Gesù se ne andò, con i suoi discepoli, verso i villaggi di Cesarea di Filippo; strada facendo, domandò ai suoi discepoli: «Chi dice la gente che io sia?» Essi risposero: «Alcuni, Giovanni il battista; altri, Elia, e altri, uno dei profeti». Egli domandò loro: «E voi, chi dite che io sia?» E Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». Ed egli ordinò loro di non parlare di lui a nessuno.

Marco 8:27-30


Il contesto narrativo di questo episodio è quello del cammino di Gesù, che anticipa diversi avvenimenti che da qui in avanti accadranno proprio per strada (9:33, 10:17.32.46.52). Strada facendo, dunque, Gesù domanda ai discepoli chi la gente pensava che fosse. Loro rispondono con tre stereotipi diffusi nel proprio contesto storico:


  • Giovanni il Battista. Il Vangelo secondo Marco presenta Giovanni come il precursore del Messia (1:2-8) ed egli stesso era ritenuto dalla gente un profeta (11:32). Al momento di questo dialogo era già morto (6:17-19) ucciso da Erode, ma negli ambienti di corte Gesù che compie miracoli viene confuso con Giovanni risuscitato dai morti (6:16).

  • Elia. Questo profeta veterotestamentario asceso al cielo (2Re 2:1-13) nella tradizione biblica ha il compito di precedere la venuta del Messia:


«Ricordatevi della legge di Mosè, mio servo,

al quale io diedi sull'Oreb, leggi e precetti,

per tutto Israele.

Ecco, io vi mando il profeta Elia,

prima che venga il giorno del SIGNORE,

giorno grande e terribile.

Egli volgerà il cuore dei padri verso i figli,

e il cuore dei figli verso i padri,

perché io non debba venire a colpire il paese di sterminio».

Malachia 4:4-6


Nel Vangelo leggiamo che, proprio per questa attesa, alcuni lo ravvisano in Gesù (6:15).


  • Uno dei profeti. Evidentemente alcuni pensavano che Gesù fosse uno dei profeti, in modo implicito indicando con questa espressione un profeta biblico tornato in vita per gli ultimi tempi. Direttamente o indirettamente era diffusa infatti l’attesa di un profeta come aveva anche preannunciato lo stesso Mosè:


Per te il SIGNORE, il tuo Dio, farà sorgere in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta come me; a lui darete ascolto! 

Deuteronomio 18:15 


Queste attribuzioni tuttavia Gesù le conosce già e costituiscono solo una tappa verso la una seconda domanda che egli rivolge questa volta direttamente ai discepoli: «E voi, chi dite che io sia?». I lettori sanno fin dall’inizio che Gesù è il Cristo ma i discepoli, anche se devono averlo pensato in precedenza, si espongono solo ora. In realtà si espone unicamente Pietro in loro rappresentanza. La risposta sancisce l’apice e la conclusione della prima parte di questo vangelo: una proclamazione di Gesù come Cristo, Messia. Questo titolo tuttavia non può rappresentare un definitivo punto di arrivo perché suscettibile di fraintendimenti. Il Messia che attendevano i Giudei era un guerriero che avrebbe combattuto contro gli oppressori romani per ripristinare la sovranità nazionale di Israele. Il Messia descritto nell’Antico Testamento era spesso un re che, in virtù del suo ruolo e della sua elezione e vicinanza con Dio, agiva in rappresentanza del popolo (sebbene originariamente la figura regale non avesse questa connotazione: la monarchia israelitica da Davide in poi si è adoperata per assumere anche ruoli sacerdotali che non gli spettava). Gesù però è un Messia che prende le distanze da entrambe queste aspettative. Che tipo di Cristo è dunque Gesù?


2. LO SCANDALO DELLA SOFFERENZA


Poi cominciò a insegnare loro che era necessario che il Figlio dell'uomo soffrisse molte cose, fosse respinto dagli anziani, dai capi dei sacerdoti, dagli scribi, e fosse ucciso e dopo tre giorni risuscitasse. Diceva queste cose apertamente. Pietro lo prese da parte e cominciò a rimproverarlo. Ma Gesù si voltò e, guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro dicendo: «Vattene via da me, Satana! Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini».

Chiamata a sé la folla con i suoi discepoli, disse loro: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi perderà la sua vita per amor mio e del vangelo, la salverà. E che giova all'uomo se guadagna tutto il mondo e perde l'anima sua? Infatti, che darebbe l'uomo in cambio della sua anima? Perché se uno si sarà vergognato di me e delle mie parole in questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui quando verrà nella gloria del Padre suo con i santi angeli».
Marco 8:31-38


Per affrontare questo interrogativo Gesù continua a parlare con i suoi discepoli adottando un altro titolo similmente ambiguo: Figlio dell’uomo. Letteralmente identifica un essere umano, ma teologicamente identifica l’essere sovrumano che il profeta Daniele vide venire nel cielo sulle nuvole:


Io guardavo, nelle visioni notturne, ed ecco venire sulle nuvole del cielo uno simile a un figlio d'uomo; egli giunse fino al vegliardo e fu fatto avvicinare a lui;  gli furono dati dominio, gloria e regno, perché le genti di ogni popolo, nazione e lingua lo servissero. Il suo dominio è un dominio eterno che non passerà, e il suo regno è un regno che non sarà distrutto.

Daniele 7:13-14 


L’insegnamento scandaloso è che lo stesso Figlio dell’uomo che verrà nella gloria del Padre con i suoi angeli è chiamato, prima di questo, a soffrire, essere respinto e persino ucciso. Ma come: il Cristo vittorioso sugli oppressori, il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Yhwh deve essere ucciso? Ci accorgiamo di come questo rigetto, questa sofferenza, questa morte sia incompatibile con qualsiasi aspettativa del popolo ebraico, compresa quella dei discepoli stessi. E, sempre in loro rappresentanza, per questo motivo Pietro rimprovera Gesù: le sue parole potevano creare solo confusione, non avevano alcun senso. Ma Gesù è irreprensibile nella sua posizione e letteralmente risponde: “Vattene dietro di me”. Il tentativo diabolico è quello di sorpassare il Maestro, scansare il piano di Dio per affermare l’autonomia del progetto umano. Lo stesso discepolo che aveva riconosciuto pubblicamente Gesù come il Cristo voleva insegnargli come comportarsi e come raggiungere la vittoria. Ma questo è impossibile perché il piano di Dio per il suo Unto era stabilito dall’eternità e profetizzato persino centinaia di anni prima dal profeta Isaia:


Disprezzato e abbandonato dagli uomini,

uomo di dolore, familiare con la sofferenza,

pari a colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia,

era spregiato, e noi non ne facemmo stima alcuna.

Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava,

erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato;

ma noi lo ritenevamo colpito,

percosso da Dio e umiliato!

Isaia 53:3-4


Gesù aveva capito che i suoi discepoli avevano frainteso la sua missione in quanto Cristo e per questo motivo interviene così duramente, allargando poi l’insegnamento alla folla che lo stava ascoltando. Il progetto dell’Unto di Dio, del Figlio dell’uomo, era di perdere la sua vita per guadagnare quella di molti: vincere con una sconfitta. E i suoi discepoli, volenti o nolenti, se volevano essere tali dovevano percorrere questi suoi stessi passi. Chi si vergogna di abbracciare la sofferenza e il rigetto patite dal suo Signore sarà a sua volta oggetto di vergogna. Ma l’implicito è che chi invece sarà disposto a abbracciarle sarà riconosciuto nella gloria del Padre.


CONSIDERAZIONI FINALI


Dopo un'analisi esegetica si può approdare a qualche considerazione ermeneutica, applicativa. Come possiamo cogliere il messaggio di questo brano evangelico per noi, oggi? Di certo non viviamo nel fermento messianico della Giudea del I secolo ma la persona di Gesù riveste anche per noi un ruolo molto speciale. E anche noi possiamo avere delle aspettative su di lui plasmate dalla nostra immaginazione e dal nostro desiderio più ancora che da quanto rivelato nelle Scritture. Vorremmo un Gesù che tolga ogni sofferenza dal mondo, che scardini le ingiustizie con uno schiocco di dita, che annienti i regimi che opprimono, perseguitano e uccidono i suoi discepoli a migliaia anche nel nostro tempo. Ai nostri suggerimenti però, Gesù risponde come rispose a Pietro: Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini. Non è nella volontà di Dio intervenire in questo modo, ma attraverso la sofferenza del Figlio, una sofferenza che porta alla glorificazione. Dobbiamo dirci la verità: umanamente per noi non ha molto senso. Ma la fiducia che riponiamo in Cristo ci deve portare a oltrepassare questo baratro per approdare nella sponda che ci porta oltre noi stessi, oltre il nostro benessere, e raggiungere l’altro. Rinunciare a noi stessi, accogliere la sofferenza e seguire questo Cristo per essere accolto da lui nella gloria del Padre.

domenica 4 ottobre 2020

Tutta la pienezza in lui

INTRODUZIONE

Se c'è un principio cardine nel Cristianesimo questo può essere identificato nella centralità della persona vivente di Gesù Cristo: la centralità nella sua relazione con Dio, nel riscatto del cosmo e della miseria umana attraverso il suo sacrificio e  secondo il proposito eterno del Padre. Questa centralità accomuna tutto il Nuovo Testamento ma viene espressa in modo particolarmente evidente in una serie di brani. Uno di questi lo troviamo nella Lettera ai Colossesi.

Questa lettera è stata scritta per rafforzare la fede della comunità destinataria ma soprattutto per correggere alcuni gravi errori nei quali questi credenti erano caduti. Nella lettera possiamo trovare alcuni indizi su questi errori dottrinali: una credenza a riguardo degli angeli e degli elementi dell'universo (2:8), l'osservanza di una disciplina alimentare, di feste, noviluni, sabati in una forma di esaltazione delle pratiche ascetiche. I promotori di questi insegnamenti devono essere sorti all'interno della fede cristiana ma vennero tacciati dall'autore dell'epistola di non essersi mantenuti stretti al capo, ossia, a Cristo. Ecco che abbiamo trovato quindi il tema principale di questa lettera e di questa mia esposizione.

1. TUTTA LA PIENEZZA

Colossesi 1:19 Poiché al Padre piacque di far abitare in lui tutta la pienezza.


Tutto ha origine in una decisione del Padre, che la teologia cristiana chiama decreto di Dio. I decreti di Dio riguardano i progetti che Dio ha stabilito dall'eternità e che in seguito egli ha puntualmente mandato ad effetto nel mondo e nella storia. Il più importante riguarda proprio il ruolo del Figlio ed è testimoniato da alcune Scritture dell'Antico Testamento che ben presto sono state interpretate dalle comunità cristiane in questo modo. Tra le più importanti troviamo il Salmo 2 e il Salmo 110:


Io annuncerò il decreto:

Il SIGNORE mi ha detto: «Tu sei mio figlio,

oggi io t'ho generato.

Chiedimi, io ti darò in eredità le nazioni

e in possesso le estremità della terra.

Salmo 2:7-8

Questo Salmo messianico descrive originariamente l'intronizzazione di un re di Israele ma il suo significato messianico trascende un singolo evento storico per descrivere profeticamente il momento, nell'eternità fuori dal tempo, in cui Dio Padre ha formulato il decreto di autorità del Figlio e la sua eredità nelle nazioni e proprietà in tutta la terra. Appare chiaro già qui che il potere del Figlio deriva da quello del Padre e che il suo esercizio manifesta un perfetto accordo tra loro, tale che nelle azioni del Figlio si possa ravvedere con esattezza la volontà del Padre. Possiamo considerare però ora anche un secondo esempio.

Il SIGNORE ha detto al mio Signore:

«Siedi alla mia destra

finché io abbia fatto dei tuoi nemici lo sgabello dei tuoi piedi».

Salmo 110:1 

E' significativo per questo caso leggere come Gesù ha citato questo versetto:

Gesù, mentre insegnava nel tempio, disse: «Come mai gli scribi dicono che il Cristo è Figlio di Davide? Davide stesso disse per lo Spirito Santo:

"Il SIGNORE ha detto al mio Signore:

'Siedi alla mia destra,

finché io abbia messo i tuoi nemici sotto i tuoi piedi'".

Davide stesso lo chiama Signore; dunque come può essere suo figlio?» E una gran folla lo ascoltava con piacere.

Marco 12:35-37

Il paradosso che Gesù evidenzia agli scribi riguarda la natura del Messia. In quanto discendente di Davide, infatti, doveva essere inferiore a lui ma Davide stesso in quanto autore del Salmo lo definisce suo Signore: come mai? Evidentemente, pur essendo suo discendente, la natura dell'autorità di Cristo non doveva essere solamente derivante dalla sua stirpe regale umana ma da un ordine di natura superiore: l'autorità di Dio. Questa conclusione fa emergere dalle nebbie del mistero l'identità e la vera autorità di Gesù Cristo in quanto Figlio di Dio non secondo le concezioni antiche di questo titolo in Israele (al pari di qualsiasi re del popolo eletto) ma con un rapporto filiale rispetto al Padre che l'evangelista Giovanni definirà con il termine "unigenito". Gesù è Figlio di Dio in un modo unico, speciale e diverso rispetto ai re del passato e a tutti i credenti che possono dirsi figli di Dio. In cosa consiste però questa unicità? Nell'avere in sé tutta la pienezza a differenza di chiunque altro in cielo e sulla terra. Nello gnosticismo, e molto probabilmente nella dottrina erronea di Colossi, il pleroma - ossia la pienezza - rappresentava l'intero sistema di potenze celesti e di spirituali emanazioni che procedevano da Dio. Ecco quindi che questa idea viene spazzata via dalla completezza di Gesù Cristo e dalla mancanza di necessità di altri intermediari. Come leggiamo anche nella Prima Lettera a Timoteo, c'è infatti un solo Dio e un solo mediatore tra lui e gli uomini: Cristo Gesù uomo. 

2. TUTTA LA RICONCILIAZIONE

Colossesi 1:20a ...e di riconciliare con sé tutte le cose per mezzo di lui...

La mediazione di Cristo ha alcune caratteristiche uniche oltre a quella della sua esclusività: il fatto di avere uno scopo preciso e un'efficacia totale. 

Lo scopo dell'incarico di mediazione del Figlio, infatti, è ben preciso ed è quello di realizzare una riconciliazione tra il Padre e tutte le cose create. Il termine tradotto con "riconciliare" viene reso al meglio dall'immagine della riconciliazione tra due sposi che hanno deciso di divorziare. Laddove c'era amore e una completa unione ora si trova ostilità e separazione, ma nonostante la grande difficoltà rimane la speranza di una riconciliazione. Probabilmente ora ci sono delle ferite nell'anima, dei tradimenti nella fiducia, ma per quanto arduo è sempre possibile intraprendere un percorso di restaurazione. Questo è il percorso che Cristo ha intrapreso per volontà del Padre verso di noi. Adamo e Eva hanno tradito la fiducia del Creatore, Israele ha tradito il rapporto con il suo Dio rivolgendosi frequentemente a divinità straniere (idoli) arrivando a uccidere i profeti che denunciavano queste trasgressioni. Per questo motivo il Figlio di Dio è intervenuto in prima persona per ricucire uno strappo avvenuto non solo con l'umanità ma, per estensione, con l'intera creazione sottoposta a vanità anche se non per sua stessa volontà. Questa riconciliazione però non è avvenuta gratuitamente né senza sacrificio.

3. TUTTO IL CREATO

Colossesi 1:20b avendo fatto la pace mediante il sangue della sua croce; per mezzo di lui, dico, tanto le cose che sono sulla terra, quanto quelle che sono nei cieli.

La pace che possiamo vivere, infatti, è stata ottenuta da Cristo attraverso il sangue della sua croce, ossia attraverso la sua morte. Una morte non accidentale ma accolta in modo sofferto e consapevole come unico modo per ripristinare l'armonia perduta. Ogni riconciliazione ha un prezzo e in questo caso è stato il più alto. L'iniziativa è stata di Dio, in accordo con il Figlio, in modo univoco. Di questo accordo ne beneficia ogni cosa sulla terra e nel cielo in quanto la direzione verso cui stiamo andando è il ritorno di Cristo e il compimento di una piena rigenerazione in lui di ogni cosa. Dicendo questo però non dobbiamo pensare a una generica e universale salvezza per l'umanità nella sua interezza in quanto è necessario che ogni individuo conosca e accolga consapevolmente il dono di Dio, e che decida di rinnovare la propria mente seguendo i pensieri e la volontà rivelata del Creatore per poter essere trovato allineato all'ordine del mondo che verrà. Sia che questa decisione derivi dal libero arbitrio umano sia che derivi dalla prescelta divina, anche se la pace conquistata è universale essa non si può sperimentare senza una consapevolezza personale. La buona notizia del Vangelo, tuttavia, è che questo dono esiste. Questo dono si può accogliere. Perché questa è la volontà di Dio.  

CONCLUSIONE

Una delle vette della cristologia del Nuovo Testamento compare nel primo capitolo della Lettera ai Colossesi. In questo testo apprendiamo che è stata la volontà del Padre far abitare tutta la pienezza della divinità solo e unicamente in Gesù Cristo e non in una moltitudine di esseri spirituali. Egli è l'immagine del Dio invisibile, è il Figlio Unigenito di Dio e l'unico in grado, con il proprio sacrificio di sangue, di riconciliare con sé gli uomini così come tutto il creato. 

Nonostante le difficoltà e sofferenze del tempo presente, dunque, c'è una speranza di trovare comprensione, perdono, riscatto e restaurazione presso Dio e questa speranza è presente esclusivamente in Gesù. Tanto le cose che sono sulla terra, quanto le cose che sono nei cieli, trovano la propria pace proprio in lui. 

domenica 3 febbraio 2019

Il regno del Figlio

Rendete omaggio al figlio,
affinché il SIGNORE non si adiri
e voi non periate nella vostra via,
perché improvvisa l'ira sua potrebbe divampare.
Beati tutti quelli che confidano in lui!
Salmo 2:12

INTRODUZIONE

Una parte importante dell'eredità cristiana riguarda la consapevolezza di Cristo in quanto Pantocratore, ossia Onnipotente. Pur essendo un aspetto tipico della teologia e dell'arte bizantina (che in un frangente è arrivata all'estremismo eterodosso del monofisismo), essa affonda le proprie radici nel Nuovo Testamento, e proprio per questo risulta essere patrimonio della cristianità tutta. Tra i diversi contributi neotestamentari interessanti a questo riguardo, vorrei approfondire in questa sede solo un breve brano che troviamo nel fondamentale quindicesimo capitolo della Prima lettera ai Corinzi, limitandoci perlopiù alla comprensione di quanto affermato in questo testo. 

Con maggiore probabilità questa lettera è stata scritta dall'Apostolo Paolo durante il soggiorno a Efeso nel suo terzo viaggio missionario, intorno al 55 d.C. Sulla base delle lettere e delle richieste pervenute da parte della comunità, Paolo risponde trattando svariati argomenti che troviamo qui raccolti. Uno dei pericoli dottrinali che la chiesa stava affrontando era promosso da alcuni che negavano la risurrezione dei morti, ed è per questo che l'Apostolo dei gentili scrive anche un accorato discorso sulla sua realtà e sulla sua fondamentale importanza per la fede cristiana, un discorso che troviamo appunto nel quindicesimo capitolo. 

Dopo aver approfondito in un precedente articolo il tema specifico della risurrezione dei morti, e quello della cristologia di Adamo, mi sembra doveroso dedicare ora un'esposizione all'insegnamento che possiamo intitolare "Il regno del Figlio". Andiamo dunque direttamente alla proclamazione cristologica apostolica presa in esame. 

BISOGNA CHE EGLI REGNI

Ma ora Cristo è stato risuscitato dai morti, primizia di quelli che sono morti. Infatti, poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione dei morti. Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così anche in Cristo saranno tutti vivificati; ma ciascuno al suo turno: Cristo, la primizia; poi quelli che sono di Cristo, alla sua venuta; poi verrà la fine, quando consegnerà il regno nelle mani di Dio Padre, dopo che avrà ridotto al nulla ogni principato, ogni potestà e ogni potenza. Poiché bisogna ch'egli regni finché abbia messo tutti i suoi nemici sotto i suoi piedi. L'ultimo nemico che sarà distrutto sarà la morte. Difatti, Dio ha posto ogni cosa sotto i suoi piedi; ma quando dice che ogni cosa gli è sottoposta, è chiaro che colui che gli ha sottoposto ogni cosa, ne è eccettuato. Quando ogni cosa gli sarà stata sottoposta, allora anche il Figlio stesso sarà sottoposto a colui che gli ha sottoposto ogni cosa, affinché Dio sia tutto in tutti.  
1Corinzi 15:20-28

In questo ordine degli eventi escatologici, la risurrezione di Cristo rappresenta solo l'inizio di una nuova epoca. Questa epoca è contraddistinta dall'esordio appena considerato, da una serie di avvenimenti che accadranno in questo tempo e poi da una fine (to telos) che consoliderà un nuovo equilibrio. Il termine originale utilizzato per "fine" si potrebbe tradurre meglio con "il compimento" della storia della salvezza1. La risurrezione del Signore dunque avvia, accelera i processi del piano di Dio riguardante la storia della salvezza, che a un certo punto arriverà al suo compimento definitivo. Quello che in una difesa della risurrezione può esser considerato come tesi, qui invece possiamo considerarlo come assunto preliminare, per poter procedere in questo percorso teologico.   

Le frasi in questione sono abbastanza articolate, ma con una lettura attenta possiamo farvi ordine. In seguito alla risurrezione troviamo dunque che:
  • Bisogna che Cristo regni,
  • che sconfigga ogni nemico,
  • tra i quali anche l'ultimo: la morte.
  • E questo mediante il potere ricevuto del Padre, adempiendo la parola profetica delle Scritture (Sl. 110:1),
  • per poi vedere la risurrezione dei morti e la fine.
  • In seguito alla fine, Cristo consegnerà il suo regno a Dio che è il Padre. 
L'aspetto principale di questa sequenza è quello che mi ha spinto a intitolare in tal modo questo articolo, ossia la descrizione del regno del Figlio. Per attuare il piano del Padre, è necessario infatti che il Figlio regni, e che lo faccia finché abbia messo tutti i suoi nemici sotto i suoi piedi. I vocaboli coinvolti nella specifica di questi nemici (principato, ogni potestà e ogni potenza) li portano a essere identificati con le forze celesti o cosmiche che sono considerate concorrenti con la signoria di Dio e di Cristo2. Vediamo dunque che in seguito alla risurrezione del Signore c'è il suo regno. Nel suo regno egli deve esercitare il potere ricevuto dal Padre per sottomettere ogni nemico, e quando questo sarà realizzato (e sarà sconfitta anche la morte) potranno risorgere quelli che sono suoi, in seguito alla sua venuta (il suo ritorno).  

Che caratteristiche ha però il regno di Cristo? Rileviamo che in questi versetti non ci sono ulteriori dettagli a proposito ma possiamo riflettere sul fatto, affermato all'inizio della lettera (1:24), che la predicazione di Cristo crocifisso è potenza e sapienza di Dio. Questa potenza è associata anche alle dimostrazioni di Spirito (2:4) e suggellano la genuinità del messaggio del vangelo e il suo successo decretato non dall'abilità umana di convincimento ma, per l'appunto, dalla potenza di Dio. La potenza di Dio e la dimostrazione dello Spirito sono nella predicazione di Cristo crocifisso e questo, allargando il nostro sguardo ad altri libri neotestamentari, perché è in seguito alla risurrezione che egli ha ricevuto "ogni potere in cielo e sulla terra" (Mt. 28:18). È in seguito alla croce che Cristo ha spogliato i principati e le potenze, ne ha fatto un pubblico spettacolo, trionfando su di loro (Col. 2:15). Gesù dunque dopo la sua morte e risurrezione ha trionfato sui principati e le potenze, e ha ricevuto dal Padre ogni potere in cielo e sulla terra proprio come affermato nel Salmo 110: "Il SIGNORE ha detto al mio Signore: «Siedi alla mia destra finché io abbia fatto dei tuoi nemici lo sgabello dei tuoi piedi»." In questo versetto citato altrove anche da Gesù stesso, comprendiamo come il Padre ha condiviso con il Figlio la pienezza di potere e governo, e questo proprio nel tempo presente. In effetti è sulla base di questa onnipotenza di Cristo che è stata fondata la Chiesa e che essa può adempiere al suo compito di discepolato e battesimo delle nazioni nel mondo sulla base delle indicazioni di Gesù stesso (Mt. 28:18-20).

Ecco, aggiungendo questi altri indizi possiamo tracciare ora un quadro più completo sul regno del Figlio. Un regno iniziato con la sua morte e risurrezione, in seguito alla quale egli ha ricevuto ogni potenza dal Padre per sconfiggere le potenze spirituali della malvagità e per edificare la sua Chiesa, con il proposito di discepolare e battezzare persone di ogni popolo. Un tempo dunque nel quale portare a compimento un trionfo già raggiunto, e questo sempre nello scopo della salvezza dell'uomo, attraverso la predicazione di Cristo crocifisso: sapienza e potenza di Dio, luogo di dimostrazione di Spirito e potenza. Questo regno però non finisce qui. Cristo infatti dovrà sconfiggere anche altri nemici, tra i quali la morte stessa, e questo intervenendo in prima persona come ulteriore manifestazione del suo regno. È in questo contesto e in seguito a questi eventi che troviamo nell'Apocalisse di Giovanni la descrizione del famoso regno messianico millenario (o milleniale, su derivazione anglosassone), anch'esso già approfondito in un altro contesto. E dopo la sconfitta della morte, e la risurrezione dei suoi, egli sottometterà infine il suo regno a Dio Padre. Lo scopo finale di tutto il processo infatti è quello della gloria di Dio: ossia l'attuazione della sua assoluta sovranità per essere tutto in tutti. Il contesto immediato suggerisce di interpretare la frase panta en pasin, nel senso che Dio sarà presente e operante sovranamente in "tutta la realtà" creata3, in una nuova ed eterna armonia.


CONCLUSIONE 

La risurrezione del Signore inaugura quella che in teologia si chiama "escatologia anticipata", ossia l'anticipazione di una condizione che sarà compiuta solo negli "ultimi giorni". Nella croce Cristo ha vinto sui principati e le potenze spirituali, con la risurrezione egli ha ricevuto dal Padre ogni potere in cielo e sulla terra. Risulta necessario dunque che regni per portare a compimento la sua vittoria sui nemici, e questo sia attraverso la predicazione del vangelo e l'espansione della Chiesa nella storia sia attraverso il suo ritorno e la sconfitta definitiva di tutti gli ultimi nemici e della morte alla fine della storia. In questo quadro generale è di consolazione e incoraggiamento sapere che il potere della Chiesa non si appoggia sulle proprie virtù ma sull'aderenza al messaggio del vangelo, dove per volontà di Dio dimora la sua potenza e la manifestazione dello Spirito Santo. In seguito alla sconfitta della morte, tutti noi credenti risorgeremo e per ultima cosa l'intero regno sarà restituito nelle mani del Padre affinché la sua signoria e la sua gloria possa essere completa e possa coinvolgere tutti i santi in quanto parte attiva del suo proposito.

In questo contesto dunque possiamo dire di conoscere la grazia del regno del Figlio nel tempo presente, anche se assisteremo al suo intervento diretto solo nel momento del suo ritorno. Come aspetto ancora più importante, infine, la sua stessa risurrezione risulta essere una anticipazione della speranza che coinvolge ogni credente: la speranza fondata che vede nella morte non un capolinea ma solo una penultima fermata, prima di tornare alla vita e contemplare per l'eternità la benedizione della luce e del volto di Dio.



Note:

[1] Cfr. Rinaldo Fabris, Prima Lettera ai Corinzi, Milano, Paoline, 1999, p. 204.  

[2] Id. Ibid.  
[3] Id. Ibid. p. 205.
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