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martedì 6 gennaio 2015

Il bacio di Giuda



1.L'ARRESTO DI GESU'

In quell'istante, mentre Gesù parlava ancora, arrivò Giuda, uno dei dodici, e 
insieme a lui una folla con spade e bastoni, inviata da parte dei capi dei sacerdoti, degli scribi e degli anziani. Colui che lo tradiva aveva dato loro un segnale, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; pigliatelo e portatelo via sicuramente». Appena giunse, subito si accostò a lui e disse: «Rabbì!» e lo baciò. Allora quelli gli misero le mani addosso e lo arrestarono. Ma uno di quelli che erano lì presenti, tratta la spada, percosse il servo del sommo sacerdote e gli recise l'orecchio. Gesù, rivolto a loro, disse: «Siete usciti con spade e bastoni come per prendere un brigante. Ogni giorno ero in mezzo a voi insegnando nel tempio e voi non mi avete preso; ma questo è avvenuto affinché le Scritture fossero adempiute». Allora tutti, lasciatolo, se ne fuggirono. Un giovane lo seguiva, coperto soltanto con un lenzuolo; e lo afferrarono; ma egli, lasciando andare il lenzuolo, se ne fuggì nudo.
Marco 14:43-52 

La maggior parte degli studiosi e dei teologi (tra cui Joachim Jeremias), riconosce in questo brano l'inizio di un testo preesistente al vangelo di Marco, un racconto breve particolarmente antico. La pericope della passione di Gesù rappresenta infatti la porzione più arcaica dei vangeli, l'elemento attraverso il quale comprendere gli stessi insegnamenti e le stesse parole del Signore, tramandate grazie ai suoi discepoli. Il brano inizia descrivendo Giuda come "uno dei dodici", specificando un dato che per ogni lettore del vangelo così come lo conosciamo è assodato fin dall'inizio. Già nel secondo capitolo infatti - che come abbiamo visto è di probabile composizione successiva - leggiamo l'elenco dei dodici apostoli con alcune specifiche particolari:

Costituì dunque i dodici, cioè: Simone, al quale mise nome Pietro; Giacomo, figlio di Zebedeo e Giovanni, fratello di Giacomo, ai quali pose nome Boanerges, che vuol dire figli del tuono; Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo, figlio di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda Iscariot, quello che poi lo tradì.
Marco 3:16-19 

Giuda Iscariota viene presentato per ultimo, specificando immediatamente che proprio lui sarà il traditore del Signore. Gli altri vangeli aggiungono informazioni sul suo tradimento, riportando che Satana entrò in lui (Lc 22:3; Gv 13:27) prima della Pasqua. Tornando al brano iniziale, possiamo leggere la corretta chiave di interpretazione di questo avvenimento per bocca di Gesù: tutto questo è avvenuto affinché le Scritture fossero adempiute. L'indicazione qui è abbastanza vaga, ma nella seconda metà del presente studio si approfondiranno proprio le profezie bibliche che la Scrittura stessa identifica altrove come correlate al tradimento e all'arresto del Signore. 

Già nei vangeli comunque troviamo molti avvisi sulla morte e la risurrezione di Cristo tramite le sue stesse parole, in più di un'occasione. Le narrazioni infatti, dopo la prima metà è come se fossero scandite da questi avvisi del Signore che si avvicinano man mano all'inevitabile epilogo. La tradizione di Giovanni forse è quella che elabora maggiormente l'avviso della passione, presentando nel quarto "io sono" un avvertimento ben sistematizzato, dal valore quasi catechetico:

Io sono il buon pastore, e conosco le mie, e le mie conoscono me, come il Padre mi conosce e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. Ho anche altre pecore, che non sono di quest'ovile; anche quelle devo raccogliere ed esse ascolteranno la mia voce, e vi sarà un solo gregge, un solo pastore. Per questo mi ama il Padre; perché io depongo la mia vita per riprenderla poi. Nessuno me la toglie, ma io la depongo da me. Ho il potere di deporla e ho il potere di riprenderla. Quest'ordine ho ricevuto dal Padre mio».
Giovanni 10:14-18

Il sacrificio di Cristo assume in questo vangelo un valore di protezione e salvezza "pastorale" già da prima del suo racconto, specificando la natura volontaria del sacrificio. Non solo Gesù conosceva fin dall'inizio la necessità di un traditore, ma ha anche fatto in modo che esso compisse presto questa sua opera, arrivando addirittura a dirgli esplicitamente - dopo che Satana entrò in Giuda - "quel che fai, fallo presto" (Gv 13:27). La conoscenza del tradimento, non ha di certo attutito la sofferenza emotiva di Gesù, che mostra qui di desiderare che tutto il dolore potesse passare il più velocemente possibile. La volontà di Dio per Gesù, per Satana e per Giuda si sono incrociate proprio in questo momento di grande tensione e di grande importanza per il destino dell'umanità. Come abbiamo letto in Marco, tutto questo è avvenuto affinché le Scritture fossero adempiute; e, come leggiamo in questo contesto, per ordine di Dio Padre. Queste due espressioni in realtà coincidono, in quanto le profezie dell'Antico Testamento possono essere considerate proprio come espressione diretta della volontà di Dio. Tanto i canti del servo del Signore in Isaia, quanto i Salmi messianici, descrivono nell'ottica cristiana l'incarnazione, la sofferenza, la morte e la resurrezione di Cristo; proprio come volontà specifica di YHWH. Il Figlio di Dio si è incarnato con una missione, ricevuta dal Padre. A questa missione è stato ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce, ricevendo successivamente un sovrano innalzamento e un nome al di sopra di ogni altro nome (Fil 2:8,9). In questa missione ed in questa ubbidienza è l'amore del Padre. Niente è a caso, in quanto il SIGNORE ha fatto ogni cosa per uno scopo; anche l'empio, per il giorno della sventura (Prov. 16:4), e lo scopo di Giuda era esattamente quello che è andato a raggiungere.

2.IL DISCORSO DI PIETRO


La tradizione di Luca ha il vantaggio di continuare a raccontare gli eventi accaduti dopo la resurrezione del Signore, e lo fa nel suo secondo libro, che tutti noi conosciamo con il nome di Atti degli Apostoli. Subito dopo l'ascensione di Gesù al cielo, i dodici dovettero affrontare la questione del vuoto lasciato da Giuda a causa del suo tradimento e della sua morte. 

In quei giorni, Pietro, alzatosi in mezzo ai fratelli (il numero delle persone riunite era di circa centoventi), disse: «Fratelli, era necessario che si adempisse la profezia della Scrittura pronunciata dallo Spirito Santo per bocca di Davide riguardo a Giuda, che fece da guida a quelli che arrestarono Gesù. Perché egli era uno di noi e aveva ricevuto la sua parte di questo ministero. Egli dunque acquistò un campo con il salario della sua iniquità; poi, essendosi precipitato, gli si squarciò il ventre, e tutte le sue interiora si sparsero. Questo è divenuto così noto a tutti gli abitanti di Gerusalemme, che quel campo è stato chiamato nella loro lingua "Acheldama", cioè "campo di sangue". Infatti sta scritto nel libro dei Salmi:
"La sua dimora diventi deserta
e più nessuno abiti in essa"; e:
"Il suo incarico lo prenda un altro".
Atti 1:15-20

Laddove nei vangeli era riportato un adempimento generico delle Scritture, qui si specificano almeno due profezie veterotestamentarie, individuate nel libro dei Salmi, in particolare nel Salmo 69 e nel Salmo 109. Questa è la prima citazione:

Riversa su di loro il tuo furore,
li raggiunga l'ardore della tua ira.
Sia desolata la loro dimora, nessuno abiti le loro tende,
poiché perseguitano colui che hai percosso,
e godono a raccontarsi i dolori di chi hai ferito.
Salmo 69:24-26

Il Salmo 69 viene attribuito al re Davide, e oltre a questi versetti, presenta altri punti di contatto con il tradimento e la sofferenza di Cristo. Leggiamo infatti al v.6 la supplica: "Non siano confusi, per causa mia, quelli che sperano in te, o Dio, SIGNORE degli eserciti!". Una richiesta e un sentimento che si inserisce proprio nel momento dell'arresto di Gesù. Un momento che i vangeli preannunciano, prevedendo che le pecore del gregge saranno disperse (Mt 26:31). Come abbiamo letto nel brano iniziale di questo studio, tutti i discepoli se ne fuggirono; le pecore si sono tutte disperse, ma la preghiera di Gesù deve essere stata proprio quella di preservarle, chiedendo al Padre di accorciare e limitare questa confusione e di togliere la vergogna di tutti coloro che Lo stavano cercando sinceramente. Il Salmo continua con sentimenti ben precisi e sovrapponibili a questa situazione, descrivendo la forza necessaria per sopportare gli insulti per l'amore di Dio, insulti ricevuti proprio a causa dello zelo per la casa di YHWH (Sal 69:9) in un versetto già identificato dal vangelo di Giovanni in 2:17. La profezia più specifica del Salmo però, è sicuramente quella del v.21 relativa al fiele e all'aceto, adempiuta sulla croce da Gesù nei racconti di Mt 27:48, Mc 15:36, Lc 23:36 e Gv 19:29. La citazione precisa del v.25 riportato negli Atti tuttavia riguarda proprio il tradimento di Giuda e la maledizione della sua casa. Sempre su quest'ultimo argomento è anche il secondo riferimento utilizzato, presente nel Salmo 109:
In cambio della mia amicizia,
mi accusano,
e io non faccio che pregare.
Essi mi hanno reso male per bene,
e odio in cambio di amore.
Suscita un empio contro di lui,
e un accusatore stia alla sua destra.
Quando sarà giudicato, esca condannato,
e la sua preghiera gli sia imputata come peccato.
Siano pochi i suoi giorni:
un altro prenda il suo posto.
Salmo 109:4-8


Il Salmo procede successivamente con la descrizione della maledizione di questo nemico, e della sua famiglia: una discendenza distrutta, che nella seconda generazione vede svanire il proprio nome. Per questo empio - Giuda Iscariota - viene invocato un accusatore alla sua destra; che nella versione originale ebraica è riportato come il śâṭân. Nel prologo del libro di Giobbe, il Satana (l'accusatore) chiede udienza a Dio suggerendo di mettere alla prova il giusto Giobbe; in questo Salmo invece accade il contrario: è l'uomo giusto che chiede a Dio di suscitare il Satana contro il suo oppositore. Addirittura la stessa preghiera di questo avversario gli deve essere imputata non come virtù ma come peccato, escludendo ogni possibilità di ravvedimento. E questo è esattamente quello che è accaduto a Giuda Iscariota. Un altro doveva prendere il suo posto, e proprio questo oracolo è stato riconosciuto da Pietro negli Atti per promuovere la scelta di un altro discepolo da accogliere come dodicesimo apostolo in sua sostituzione. Due brevi frasi sono state citate da Pietro, ma i relativi Salmi nella loro interezza mostrano con ancor maggior completezza i sentimenti, le preghiere, e il contesto che secoli dopo andrà a delinearsi in questa travagliata pagina della vita terrena del nostro Signore.

3.CONCLUSIONE

Il tradimento di Giuda è diventato così famoso da essere ormai un'espressione iconica anche al di fuori dai contesti cristiani. Il suo bacio in particolare, usato per identificare Gesù nel buio, ha rappresentato da sempre l'elemento più tragico, la manifestazione più eclatante della viltà del dodicesimo apostolo. E' impossibile per chiunque legga anche solo per la prima volta uno dei vangeli, evitare di chiedersi come Gesù lo abbia potuto includere tra i suoi discepoli più intimi sapendo quello che avrebbe fatto, sempre che davvero lo avesse saputo. Ebbene, tutti gli elementi sono concordi nel mostrare non solo la consapevolezza di Gesù, ma anche la sua sottomissione ed ubbidienza al disegno del Padre, il cui piano concepito da tempo è sempre stato fedele e stabile fino alla realizzazione di ogni sua minima parte. I Salmi 69 e 109 mostrano l'angoscia e il dolore emotivo e fisico che deve aver provato Gesù come uomo subendo questo tradimento, ma la grandezza di Dio sta nell'aver trasformato tutto questo in un peso eterno di gloria tanto per il Padre, quanto per il Figlio e per lo Spirito Santo. La fede di ogni cristiano non può che identificarsi nella fede che Gesù Cristo ha avuto nei momento più difficili della sua vita terrena, nei momenti in cui ha dovuto imparare l'ubbidienza dalla sofferenza peggiore che può esistere: il tradimento a morte da parte di un proprio caro amico. Tanto Satana quanto Giuda sono stati strumenti di Dio nella realizzazione del piano di salvezza per l'umanità, esattamente come il faraone lo è stato per la salvezza di Israele e la sua costituzione come nazione. Certo, riflettere sulla sovranità di Dio può suscitare parecchi interrogativi e perplessità: se Giuda è stato destinato al tradimento e alla morte, in che misura ha potuto godere del libero arbitrio? In che misura le sue azioni possono essere imputate a lui? Sono domande difficili, che ogni persona deve affrontare per poter crescere nella fede in modo saldo e non in modo superficiale. Le risposte della Scrittura in questo caso possono non piacere, ma restano comunque le parole più autorevoli che potremo mai leggere e ascoltare su questo tema:

Che c'è da contestare se Dio, volendo manifestare la sua ira e far conoscere la sua potenza, ha sopportato con grande pazienza dei vasi d'ira preparati per la perdizione, e ciò per far conoscere la ricchezza della sua gloria verso dei vasi di misericordia che aveva già prima preparati per la gloria, cioè verso di noi, che egli ha chiamato non soltanto fra i Giudei ma anche fra gli stranieri?
Romani 9:22-24

Questa domanda retorica dell'apostolo Paolo può avere solo una risposta: niente. Non c'è niente da contestare nell'operato di Dio, anche quando non lo comprendiamo. La certezza su cui possiamo riposare però, è che tutte le cose cooperano al bene di coloro che amano Dio e che sono chiamati secondo il suo disegno (Ro 8:28). Tanto le gioie e i successi, quanto i dolori e le sconfitte cooperano al bene dei credenti, in un modo a noi sconosciuto ma altrettanto sicuro quanto sono stabili le fondamenta della terra.  

Bibliografia:

- Raymond E. Brown, Joseph A. Fitzmyer, Roland E. Murphy, Grande commentario biblico, ed. Queriniana. 
- Monasterio Rafael Aguirre, Carmona Antonio Rodriguez, Vangeli sinottici e Atti degli Apostoli, ed. Paideia. 

domenica 16 marzo 2014

Il consiglio segreto di Dio

Giobbe 15:8a Hai forse sentito quanto si è detto nel Consiglio (sôd) di Dio?

Nel quindicesimo capitolo del libro di Giobbe, prende la parola Elifaz di Teman. Giobbe, colpito da disgrazie e malattie, difende davanti ai suoi amici la sua giustizia ed integrità, evidenziando la miseria del genere umano. Elifaz però interviene, rispondendogli che nessun uomo è puro e giusto davanti a Dio. In questo contesto, Elifaz chiede a Giobbe retoricamente: "Hai forse sentito quello che si è detto nel Consiglio di Dio?"; questo proprio per sottolineare l'impossibilità umana di conoscere i propositi segreti di Dio.


Letteralmente in ebraico l'espressione "Consiglio di Dio" è resa con "segreto di Dio", in quanto  presente il termine sôd, il cui significato nelle ricorrenze scritturali è appunto "segreto, consiglio, concilio, assemblea, conversazione familiare e intima". Molto probabilmente in questo contesto l'allusione indica il Consiglio celeste che troviamo come prologo all'inizio del libro di Giobbe, ma è anche possibile che questo rimando coinvolga un "concilio celeste" avvenuto addirittura prima della fondazione del mondo. 


Termine ebraico "sôd"

Percorrendo lo stesso libro, ritroviamo il termine "sôd" soltanto altre due volte, in due contesti differenti. 

Giobbe 19:19 Tutti gli amici più stretti (sôd) mi hanno in orrore,
quelli che amavo si sono rivoltati contro di me.

In questo primo caso abbiamo un discorso di Giobbe, che si lamenta del fatto che i suoi amici "del segreto", gli amici più intimi e stretti, ora si sono rivoltati contro di lui. E' il dramma di chi sta perdendo tutto. Forse in questo contesto Giobbe si sta riferendo anche alla moglie, che all'inizio del libro gli dice:

Giobbe 2: 8b,9
 «Ancora stai saldo nella tua integrità? Ma lascia stare Dio, e muori!» 



Andrej Rublëv, Icona della Trinità, 1410 circa
Giobbe nel giorno della prova è abbandonato dalla moglie e dagli amici più intimi, quando i suoi figli sono morti e lui stesso è in punto di morte. 
Penso non sia casuale il fatto che anche in questo brano si utilizzi la parola "sôd", questa volta in relazione alla sua famiglia e alla sua cerchia più interna di amicizie. In modo speculare a questo "concilio di Dio", troviamo un "concilio degli uomini fedeli" che ciascuno di noi può avere. Ogni persona ha degli amici, degli intimi confidenti a cui chiedere consiglio e a cui confidare i propri segreti, i propri desideri, i propri progetti, pensieri e sogni. Questo elemento può avvicinarci alla comprensione di cosa sia il Consiglio di Dio. Il libro di Giobbe però presenta la parola "sôd" un'ultima volta, e questa volta torna a coinvolgere il Signore stesso. 

Giobbe riprese il suo discorso e disse:
«Oh, potessi tornare come ai mesi d'una volta,
come nei giorni in cui Dio mi proteggeva,
quando la sua lampada mi risplendeva sul capo
e alla sua luce io camminavo nelle tenebre!
Oh, fossi com'ero ai giorni della mia maturità,
quando (il sôd di) Dio vegliava amico sulla mia tenda [...]
Giobbe 29:1-4 


Giobbe soffre nel ricordo dei giorni in cui Dio lo proteggeva. La traduzione della Nuova Riveduta presenta il v.4 con "quando Dio vegliava amico sulla mia tenda", ma la traduzione della Nuova Diodati in questo caso è più corretta e letterale, rendendo infatti la frase in questo modo: "quando il consiglio segreto di Dio vegliava sulla mia tenda". In ebraico sarebbe "quando il sôd di 'ĕlôahh era sopra il mio tabernacolo/tenda". C'era un tempo in cui il Consiglio segreto di Dio era sopra il tabernacolo di Giobbe. Nel capitolo 15, Telifaz provoca Giobbe, deridendolo del fatto che - benché si reputasse giusto - in realtà era un peccatore infinitamente distante da Dio. Questa però non era l'esperienza della vita di Giobbe, abituato invece a stare vicino al consiglio segreto di Dio. Nel prologo del libro, il Signore parla di Giobbe in questi termini:  «Hai notato il mio servo Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Dio e fugga il male» (1:8). Giobbe era agli occhi di Dio l'uomo migliore della sua generazione! E Giobbe testimonia che nella sua vita il consiglio segreto di Dio dimorava sulla sua tenda. L'ironia di Elifaz dunque era in realtà fuori luogo. Sicuramente Dio è infinitamente giusto e santo, ma nella Sua giustizia e santità - come vedremo più avanti - Egli decide di coinvolgere alcuni uomini per rivelare il Suo cuore, i Suoi progetti, e parte del Suo stesso consiglio segreto. La domanda di Elifaz, mascherata da timor di Dio, celava in realtà un'ignoranza e una mancanza di conoscenza dello stesso Signore che voleva tanto difendere.

Il sôd come livello di interpretazione ebraica della Scrittura1


L'albero della Torah
Penso sia utile aprire una piccola digressione con lo scopo di avere una comprensione più completa su questo tema. Nell'ambito dell'interpretazione ebraica delle Scritture infatti, esistono quattro differenti metodi esegetici che rappresentano quattro diversi approcci ai testi sacri in ordine di complessità. Questi metodi sono indicati dalle consonanti della parola Pardès (che significa giardino, paradiso), come indicato di seguito. 

Peshat (semplice): l'interpretazione letterale.
Remez (allusione): l'interpretazione allegorica.
Darash (esposizione): commento omiletico.
Sod (mistero): l'insegnamento mistico.


Nell'alfabeto ebraico le consonanti hanno un valore numerico, oltre che letterale. Sommando il valore delle singole lettere quindi si ha il numero che rappresenta quella parola. Il quarto metodo esegetico si propone a questo riguardo di confrontare le parole nelle Scritture che hanno lo stesso valore numerico per trarne delle conclusioni ai fini della comprensione più profonda del testo. Questa interpretazione è detta per l'appunto "Sod", ed utilizza un sistema di indagine chiamato gematria. Non reputo affatto che questo metodo esegetico possa consentire di entrare nel consiglio segreto di Dio, ma piuttosto che in alcuni casi possa mostrare la perfezione - letterale e numerica - della Parola di Dio, portando alla luce elementi che altrimenti non sarebbero visibili.


L'espressione del sôd di Dio: i decreti eterni
- (I) La creazione -



Il consiglio segreto di Dio non è accennato unicamente nel libro di Giobbe. E' un tema presente in tutte le Scritture, a volte in modo implicito e a volte in modo esplicito. Riguarda le "riunioni" stabilite all'interno della trinità per approvare quello che la Bibbia descrive come i "decreti eterni di Dio". Ogni aspetto del creato, visibile ed invisibile, ogni aspetto della storia del mondo e dell'uomo infatti è stato deciso dal Signore. Il catechismo abbreviato di Westminster (1648) descrive in questo modo i decreti di Dio:
"I decreti di Dio sono il Suo eterno proposito, secondo il consiglio della Sua volontà, per cui Egli, per la Sua propria gloria, ha preordinato tutto ciò che avviene."
Tutto ciò che avviene è riconducibile al decreto che Dio ha pronunciato in seguito al consiglio della Sua volontà. La Bibbia inizia con l'atto creativo di Dio, ed è impossibile pensare che questo evento così importante non sia stato ponderato dal consiglio della Sua volontà. A questo riguardo troviamo un elemento di grande interesse nel v.26 del primo capitolo della Genesi. 

Genesi 1:26 Poi Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza, e abbiano dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».

Il racconto della creazione dell'uomo è il primo contesto in cui troviamo Dio che parla di sé stesso al plurale, e teologicamente questo plurale è di grande importanza. Dio Padre, Dio Figlio e Dio Spirito Santo si è consultato con sé stesso, essendo un unico Dio ma in tre Persone, e la decisione del consesso è stata la seguente: "Facciamo l'uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza". La creazione dell'uomo è stata una conseguenza del pensiero che Dio ha avuto dell'uomo e della decisione maturata in sé stesso di crearlo. La proclamazione del decreto è praticamente coincisa con il suo adempimento, ossia con la creazione vera e propria. Nel primo capitolo della Genesi, il Signore con la Sua parola crea ogni cosa. La Parola porta all'esistenza quello che prima era solo nel pensiero di Dio. Egli non dialoga con nessuno, parla solamente per comandare la creazione. Dopo aver creato l'uomo però, al v.28 troviamo un altro indizio di enorme importanza: "Dio li benedisse; e Dio disse loro". Dopo un lungo elenco di "Dio disse", troviamo in questo contesto per la prima volta "Dio disse loro". Dopo aver creato l'uomo, per la prima volta il Signore instaura un dialogo vero, per la prima volta parla con qualcuno! Questa è la prima volta in cui una decisione del consiglio segreto di Dio viene condivisa con una creatura umana. Quello che Dio aveva precedentemente consigliato a Sé stesso, in questo momento viene comunicato ad Adamo ed Eva. L'uomo non è stato creato per un'esistenza fine a sé stessa, è stato creato per relazionarsi con il Suo creatore. Appena è stato portato all'esistenza, Dio gli ha parlato spiegando il Suo desiderio per l'umanità: «Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, rendetevela soggetta, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove sulla terra». Ancora al giorno d'oggi molte persone sono alla ricerca del senso della vita, di un "libretto di istruzioni" che spieghi il significato di ogni essere umano. Ebbene, questo "libretto" esiste: è la Bibbia! Nelle Scritture troviamo i messaggi di Dio per l'uomo nella forma più completa, qui troviamo quello che la teologia riformata descrive come la "volontà rivelata di Dio". 

Avanzando nella Genesi però, presto troviamo un altro brano che sembra quasi essere un racconto opposto di quello appena visto:

Genesi 6:13 Allora Dio disse a Noè: «Nei miei decreti, la fine di ogni essere vivente è giunta poiché la terra, a causa degli uomini, è piena di violenza; ecco, io li distruggerò, insieme con la terra.

Sebbene questo versetto possa essere considerato come uno dei più drammatici della Bibbia, penso che la parola chiave sia rappresentata dall'espressione "disse a Noè". Il consiglio segreto di Dio aveva decretato la fine di ogni essere vivente, ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore (Ge 6:8), che decise di condividere con lui i Suoi progetti di distruzione per garantire una speranza al genere umano. Anche nell'ora più buia, alla vigilia della completa distruzione, il Signore ha deciso di condividere la Sua decisione con un uomo. Il consiglio segreto di Dio dunque, quello che per Telifaz di Teman era irraggiungibile per qualsiasi essere umano, in realtà è stato avvicinato più volte agli uomini grazie alla misericordia del Signore ed alla Sua volontà di instaurare una corretta relazione con le Sue creature. 

I decreti di Dio quindi hanno riguardato la creazione e la distruzione del creato. Ma il decreto più importante rimane quello che riguarda "l'incarico" del Figlio di Dio. 


L'espressione del sôd di Dio: i decreti eterni
- (II) il Figlio -


a. Il Servo del Signore

«Ecco il mio servo, io lo sosterrò;
il mio eletto di cui mi compiaccio;
io ho messo il mio spirito su di lui,
egli manifesterà la giustizia alle nazioni. Egli non griderà, non alzerà la voce, non la farà udire per le strade. Non frantumerà la canna rotta
e non spegnerà il lucignolo fumante;
manifesterà la giustizia secondo verità.
Isaia 42:1-3 

Nel libro di Isaia ci sono quattro "canti del Servo", brani che profetizzano la nascita del Servo del Signore, destinato a portare a compimento in modo perfetto la volontà di Dio. Queste profezie riguardano Gesù Cristo, e descrivono in modo preciso il Suo ministero terreno centinaia di anni prima della Sua incarnazione. 

I farisei, usciti, tennero consiglio contro di lui, per farlo morire. Ma Gesù, saputolo, si allontanò di là; molti lo seguirono ed egli li guarì tutti; e ordinò loro di non divulgarlo, affinché si adempisse quanto era stato detto per bocca del profeta Isaia: «Ecco il mio servitore che ho scelto; il mio diletto, in cui l'anima mia si è compiaciuta. Io metterò lo Spirito mio sopra di lui, ed egli annuncerà la giustizia alle genti. Non contenderà, né griderà e nessuno udrà la sua voce sulle piazze. Egli non triterà la canna rotta e non spegnerà il lucignolo fumante, finché non abbia fatto trionfare la giustizia. E nel nome di lui le genti spereranno».
Matteo 12:14-21

I farisei tennero un consiglio per farlo morire, ma Dio al di fuori del tempo tenne un consiglio con sé stesso per incaricare il Figlio di salvare l'umanità, per annunciare la giustizia alle genti. Il Suo scopo non era abbattere i deboli, ma al contrario sostenerli e riaccendere il lucignolo fumante, la fiamma che si stava spegnendo.   

Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni,
stroncato a causa delle nostre iniquità;
il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui
e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti.
Noi tutti eravamo smarriti come pecore,
ognuno di noi seguiva la propria via;
ma il SIGNORE ha fatto ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti.
Isaia 53:5, 6 

Secoli prima che queste profezie si avverassero, l'autore biblico parlava di questi eventi futuri al passato, mostrando i pensieri eterni di Dio, mostrando che questo decreto è stato pronunciato al di fuori del tempo. Poco prima che queste parole si adempissero nella crocifissione di Cristo, Egli pregò il Padre con queste parole: 

Io ti ho glorificato sulla terra, avendo compiuto l'opera che tu mi hai data da fare. Ora, o Padre, glorificami tu presso di te della gloria che avevo presso di te prima che il mondo esistesse.
Giovanni 17:4,5 

Nella "preghiera sacerdotale", Gesù rivela di aver compiuto tutta l'opera che il Padre gli ha affidato. Nel consiglio segreto di Dio dunque c'è stato un dialogo in merito a queste opere e in questo contesto è stato deciso di affidarle al Figlio. Gesù ha la consapevolezza di aver compiuto totalmente la volontà del Padre e per questo è pronto in questo momento così travagliato a pensare di tornare alla gloria che aveva prima che il mondo stesso esistesse, quando non esisteva altro che Dio e il Suo consiglio segreto. Il decreto della salvezza dell'uomo è stato deciso dal Dio Trino, annunciato nelle profezie dell'Antico Testamento e realizzato a tempo debito da Gesù Cristo, il Figlio di Dio.
L'opera di Cristo però non comprendeva soltanto la manifestazione della giustizia, né unicamente l'espiazione vicaria. La Sua opera completa comprende questi aspetti ma abbraccia anche la glorificazione che abbiamo appena letto, una glorificazione che è stata anch'essa preannunciata da tempo all'interno delle Sacre Scritture. 

b. Il Figlio glorificato

Io annuncerò il decreto:
Il SIGNORE mi ha detto: «Tu sei mio figlio,
oggi io t'ho generato.
Chiedimi, io ti darò in eredità le nazioni
e in possesso le estremità della terra.
Tu le spezzerai con una verga di ferro;
tu le frantumerai come un vaso d'argilla».
Salmo 2:7, 9 

Dio Padre al momento opportuno annuncerà questo fondamentale decreto deciso nel consiglio segreto di Dio. E Dio Figlio riferirà di aver sentito in questo consiglio segreto: «Tu sei mio figlio, oggi io t'ho generato. Chiedimi, io ti darò in eredità le nazioni e in possesso le estremità della terra. Tu le spezzerai con una verga di ferro; tu le frantumerai come un vaso d'argilla». Anche questo "oggi" è un'indicazione eterna, fuori dal tempo. Se lo scopo di Cristo nell'incarnazione era quello di salvare l'umanità per portare Grazia al posto che Giudizio, al Suo ritorno sarà necessario invece portare il giusto Giudizio al fine di estirpare la zizzania che è nata e cresciuta nel tempo presente (cfr. Mt 13:24-30). I vangeli testimoniano che Gesù non è venuto a tritare la canna rotta, ma al Suo ritorno Egli spezzerà le nazioni ribelli con una verga di ferro, frantumandole come un vaso d'argilla. 
Questa è la seconda parte del decreto di Dio in relazione al Figlio, una parte necessaria per poter vivere con i credenti per l'eternità. L'ingiustizia del mondo deve essere giudicata. 

Nel frattempo però, in attesa di quel giorno, Cristo Gesù è alla destra del Padre con il compito di intercedere per i credenti:

Chi li condannerà [gli eletti di Dio]? Cristo Gesù è colui che è morto e, ancor più, è risuscitato, è alla destra di Dio e anche intercede per noi. 
Romani 8:34

Il SIGNORE ha detto al mio Signore:
«Siedi alla mia destra
finché [cioè, fino a quando arriverà il tempo in cui] io abbia fatto dei tuoi nemici lo sgabello dei tuoi piedi».
Sal 110:1

Esso ora salva anche voi, mediante la risurrezione di Gesù Cristo, che, asceso al cielo, sta alla destra di Dio, dove angeli, principati e potenze gli sono sottoposti.
1 Pietro 3:21b, 22



Gesù Cristo è alla destra di Dio Padre ed intercede per credenti fino a quando non arriverà il tempo in cui il Signore sconfiggerà tutti i Suoi nemici.

[...] poi verrà la fine, quando consegnerà il regno nelle mani di Dio Padre, dopo che avrà ridotto al nulla ogni principato, ogni potestà e ogni potenza. Poiché bisogna ch'egli regni finché abbia messo tutti i suoi nemici sotto i suoi piedi. L'ultimo nemico che sarà distrutto sarà la morte. Difatti, Dio ha posto ogni cosa sotto i suoi piedi; ma quando dice che ogni cosa gli è sottoposta, è chiaro che colui che gli ha sottoposto ogni cosa, ne è eccettuato. Quando ogni cosa gli sarà stata sottoposta, allora anche il Figlio stesso sarà sottoposto a colui che gli ha sottoposto ogni cosa, affinché Dio sia tutto in tutti.

1 Corinzi 15:24-28

Alla fine, dopo aver vinto tutti i nemici, il decreto di Dio prevede che il Figlio consegni il regno nelle mani di Dio Padre affinché Dio sia tutto in tutti. 
Questa è la decisione del consiglio segreto di Dio, probabilmente la decisione ed il decreto più importante, poiché decide le opere di Dio Figlio e il destino dell'intera umanità.  


I collaboratori dei decreti di Dio2



Nell'anno della morte del re Uzzia, vidi il Signore seduto sopra un trono alto, molto elevato, e i lembi del suo mantello riempivano il tempio.  Sopra di lui stavano dei serafini, ognuno dei quali aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi, e con due volava. L'uno gridava all'altro e diceva: «Santo, santo, santo è il SIGNORE degli eserciti! Tutta la terra è piena della sua gloria!» Le porte furono scosse fin dalle loro fondamenta dalla voce di loro che gridavano, e la casa fu piena di fumo. Allora io dissi: «Guai a me, sono perduto! Perché io sono un uomo dalle labbra impure e abito in mezzo a un popolo dalle labbra impure; e i miei occhi hanno visto il Re, il SIGNORE degli eserciti!» Ma uno dei serafini volò verso di me, tenendo in mano un carbone ardente, tolto con le molle dall'altare. Mi toccò con esso la bocca, e disse: «Ecco, questo ti ha toccato le labbra, la tua iniquità è tolta e il tuo peccato è espiato». 
Poi udii la voce del Signore che diceva:
«Chi manderò? E chi andrà per noi?»
Allora io risposi: «Eccomi, manda me!»
Ed egli disse: «Va', e di' a questo popolo:
"Ascoltate, sì, ma senza capire;
guardate, sì, ma senza discernere!"
Rendi insensibile il cuore di questo popolo,
rendigli duri gli orecchi, e chiudigli gli occhi,
in modo che non veda con i suoi occhi, non oda con i suoi orecchi,
non intenda con il cuore,
non si converta e non sia guarito!»
Isaia 6:1-10 

Sebbene questo brano possa apparentemente rientrare nel genere delle vocazioni, comparandolo con i testi delle vocazioni di Mosè, Gedeone, Geremia e Maria, appare chiaro che in realtà descrive un'esperienza diversa, ancora più profonda. In tutti i racconti delle vocazioni, ci sono degli elementi costanti che vengono puntualmente ripresi ogni volta. La manifestazione di Dio, il compito affidato al protagonista, l'obiezione ed il rifiuto a causa della debolezza umana e successivamente la rassegnazione e il coinvolgimento nella missione. Nel nostro testo però, l'obiezione - componente chiave delle vocazioni - manca completamente. Certo, esiste la consapevolezza di Isaia di essere "un uomo dalle labbra impure", ma questa consapevolezza è qualcosa di differente. Non si trova neanche la promessa rituale del Signore di assistenza ("Io sono/sarò con te"..), e l'immediata auto-offerta dell'uomo non può far altro che insospettire, a riprova della difficoltà nel far rientrare il testo nel genere letterario delle vocazioni. Se non è una vocazione, dunque, che cosa può mai essere? 

Possiamo trovare un'importante indizio nell'unico altro contesto in cui appare un'auto-offerta simile a quella di Isaia:

Micaia replicò: «Perciò ascolta la parola del SIGNORE. Io ho visto il SIGNORE seduto sul suo trono, e tutto l'esercito del cielo che gli stava a destra e a sinistra. Il SIGNORE disse: "Chi ingannerà Acab affinché vada contro Ramot di Galaad e vi perisca?" Ci fu chi rispose in un modo e chi in un altro. Allora si fece avanti uno spirito, il quale si presentò davanti al SIGNORE, e disse: "Lo ingannerò io". Il SIGNORE gli disse: "E come?" Quello rispose: "Io uscirò e sarò spirito di menzogna in bocca a tutti i suoi profeti". Il SIGNORE gli disse: "Sì, riuscirai a ingannarlo; esci e fa' così".
1 Re 22:19-22 

Micaia descrive una corte celeste, nella quale il Signore chiede chi possa ingannare Acab e dopo un certo tempo prende la parola uno spirito che si offre volontario per questa missione. 

Ebbene, il testo di Isaia presenta molte similitudini con questa visione di Micaia. Anche nella visione di Isaia infatti c'è una corte celeste, composta questa volta non da spiriti indefiniti ma da serafini, capaci di purificare con il fuoco tutto ciò che è immondo. Il luogo non è la realtà celeste ma il tempio, anche se quest'ultimo veniva visto dalla tradizione ebraica come il luogo dove il cielo e la terra si incontrano. La preghiera fatta nel tempio saliva al trono di Dio come se fosse fatta nel cielo stesso, secondo l'invocazione del re Salomone (1 Re 8:29). Infine - e forse questo è l'elemento più importante - nella visione di Isaia torna questa auto proposta per compiere il progetto divino, anche se in questo contesto il profeta non lo conosceva ancora.

Questi indizi possono suggerire l'interpretazione che Isaia con la purificazione delle labbra, sia stato in realtà separato dal "popolo dalle labbra impure" ed accolto in una vera e propria iniziazione per diventare un associato al consiglio celeste e potersi quindi auto-proporre. In questo caso è probabile che l'iniziazione fosse la parte più drammatica della vocazione e per questo motivo redatta in modo incompleto (senza descrivere con la stessa minuzia di particolari sia la vocazione che l'iniziazione, sempre che in questo caso le due esperienze non coincidessero). Il profeta può quindi accettare la missione di Dio che si rivelerà amara e faticosa. La sua predicazione infatti non produrrà ascolto e conversione, ma rifiuto e indurimento. 

Questo prezioso racconto, descriverebbe quindi in un modo incredibilmente profondo e completo l'accettazione di un uomo nel consiglio celeste di Dio. Come abbiamo visto precedentemente, sia Adamo che Noè hanno ricevuto importanti rivelazioni dei decreti di Dio, ma in questo caso Isaia è stato reso parte in una certa misura del suo consiglio segreto, per renderlo adatto al difficile compito che gli spettava: rendere insensibile il cuore del popolo eletto, del suo popolo.  

La considerazione più incredibile a questo riguardo sembra quindi essere proprio il fatto che questo segreto per eccellenza, in realtà sia stato in molti casi condiviso con gli uomini, coinvolti in altrettanti progetti divini. Se immaginiamo la segretezza legata ad importanti decisioni militari, politiche ed economiche dei vari paesi del mondo, la nostra riflessione può soffermarsi sul consiglio segreto di Dio associandolo a decisioni e progetti di un'esclusività assoluta. Ma l'agire dell'uomo è ben diverso dall'agire di Dio. Sebbene il Signore mantenga la Sua totale sovranità, come abbiamo visto fino ad ora, Egli ha deciso numerose volte di rendere partecipi gli esseri umani dei Suoi progetti. Rimane veramente difficile da credere, ma la Bibbia è chiara nel rivelare la natura inclusiva e non esclusiva dei decreti di Dio. Certo, molti di questi sono stati per millenni veri e propri misteri, ma nel tempo presente sono infine stati rivelati (cfr. 1 Pt 1:12, Rm 11:25, 16:25, 1 Co 15:51, Ef 1:9, 3:5, 3:9, 5:32). Il consiglio segreto del Signore è stato conosciuto soltanto da Adamo, Noè, Giobbe ed Isaia? I seguenti versetti rispondono a questa domanda.

Il segreto (sôd) del SIGNORE è rivelato a quelli che lo temono,
egli fa loro conoscere il suo patto.
Salmo 25:14 

Poiché il SIGNORE ha in abominio l'uomo perverso,
ma la sua amicizia (sôd) è per gli uomini retti.
Proverbi 3:32 

Poiché il Signore, DIO, non fa nulla
senza rivelare il suo segreto (sôd) ai suoi servi, i profeti.
Amos 3:7 


Il consiglio segreto del Signore è rivelato a quelli che lo temono, è qualcosa che viene dedicato agli uomini retti, e ai profeti. Non è un coinvolgimento circoscritto a pochi personaggi biblici, ma a tutti coloro che lo temono, a tutti gli uomini retti e a tutti i profeti. Questo vuol dire forse che tutto il consiglio segreto di Dio venga condiviso? Non credo proprio. I misteri restano, la sovranità di Dio resta, lo scandalo del male resta, resta la fondamentale consapevolezza che conosciamo in parte, e in parte profetizziamo (1 Cor 13:9). Ma associata ad essa, vi deve essere però anche la consapevolezza che il Signore vuole parlare ai Suoi figli, per renderli partecipi dei Suoi pensieri e dei Suoi progetti.


Noi abbiamo la mente di Cristo

Ma com'è scritto: «Le cose che occhio non vide, e che orecchio non udì, e che mai salirono nel cuore dell'uomo, sono quelle che Dio ha preparate per coloro che lo amano». A noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito, perché lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Infatti, chi, tra gli uomini, conosce le cose dell'uomo se non lo spirito dell'uomo che è in lui? Così nessuno conosce le cose di Dio se non lo Spirito di Dio. Ora noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito che viene da Dio, per conoscere le cose che Dio ci ha donate; e noi ne parliamo non con parole insegnate dalla sapienza umana, ma insegnate dallo Spirito, adattando parole spirituali a cose spirituali. Ma l'uomo naturale non riceve le cose dello Spirito di Dio, perché esse sono pazzia per lui; e non le può conoscere, perché devono essere giudicate spiritualmente. L'uomo spirituale, invece, giudica ogni cosa ed egli stesso non è giudicato da nessuno. Infatti «chi ha conosciuto la mente del Signore da poterlo istruire?» Ora noi abbiamo la mente di Cristo.
1 Corinzi 2:9-16 

Come conoscere le cose segrete e sconosciute che Dio ha preparato per coloro che Lo amano? Unicamente attraverso lo Spirito Santo. Lo Spirito ha provveduto a condividere i misteri di Dio attraverso gli autori che scrissero le Scritture. Ma ancora oggi, Egli parla ad ogni credente, guidandolo verso la conoscenza, l'esperienza e la consapevolezza di tutta la verità (Gv 16:13). Lo Spirito Santo scruta le profondità di Dio, è presente ad ogni consiglio segreto di Dio, e fa conoscere tutte le cose che Dio ci ha donato. Grazie allo Spirito Santo, i credenti hanno un riscontro spirituale su tutto quello che gli serve sapere, ed è molto più di quanto possiamo pensare! Noi infatti abbiamo la mente di Cristo. Non siamo solo chiamati ad evangelizzare, ma condividiamo con il Signore l'urgenza spirituale del farlo. Non abbiamo solo l'incarico di discepolare tutti i popoli, ma abbiamo gli strumenti spirituali per adempiere questo mandato con eccellenza. Non siamo semplicemente obbligati a lodare e glorificare il Signore, ma percepiamo la gioia di farlo ricevendo immediatamente l'onore che spetta a chi vive questa meravigliosa proclamazione. Non si tratta soltanto di ubbidienza, ma anche e soprattutto di collaborazione. Solo nel momento in cui perdiamo il nostro "io" nel Signore, acquisiamo la nostra vera identità. Solo quando perdiamo la nostra volontà, acquisiamo la Sua volontà. Solo lasciando la nostra stessa vita, troveremo la vita di Dio! Questo è vivere nel consiglio segreto di Dio. Una conoscenza che oltrepassa il livello intellettuale e che abbraccia quello esperienziale, che vive delle esperienze sovrannaturali che l'uomo non potrebbe mai e poi mai vivere con le sue uniche forze! Una vita che non appartiene solo a pochi protagonisti dei racconti biblici ma che è destinata a tutti coloro che amano Dio.

Il segreto di Dio vegliava amico sulla tenda di Giobbe.
Lo scopo di Dio per l'umanità fu comunicato ad Adamo.
Il decreto di Dio in relazione al diluvio fu rivelato a Noè.
La missione del Figlio fu annunciata nelle Scritture.
La stessa corte celeste accolse con un'iniziazione il profeta Isaia. 
Tutti i credenti hanno la mente di Cristo. 

Aspiriamo dunque alle cose di lassù, non a quelle che sono sulla terra; perché noi morimmo e la nostra vita è nascosta CON Cristo IN Dio (Col 3:2). La nostra vita è nascosta in Dio. La posizione spirituale di ogni credente è nel Signore. Una posizione, una condizione di vita sovrannaturale che appartiene a tutti i figli di Dio. Ecco perché aspirare alle cose celesti. Non per guadagnare la fiducia del Signore, non per acquietare la nostra coscienza, e neanche per dimostrare qualcosa al mondo. La nostra vita, la nostra concentrazione, i nostri pensieri devono aspirare alle cose di lassù per vivere pienamente nel luogo in cui già siamo: in Dio. 

Nel nostro tempo è sempre più frequente vivere con la mente altrove, essere distratti da computer, smartphone, dispositivi tecnologici che attirano l'attenzione distogliendola dal luogo fisico in cui troviamo. E' possibile essere al parco ma parlare con i nostri amici distanti, andare ad un concerto e fissare lo schermo del dispositivo con cui lo registriamo, essere a cena con qualcuno e contemporaneamente scrivere a molte altre persone. Anche se siamo al parco, al concerto, o a cena, la nostra attenzione in realtà è altrove.
La condizione della vita spirituale può essere simile a questa realtà. Anche se siamo nascosti con Cristo in Dio, la nostra attenzione può essere sulle nostre paure, sui nostri insuccessi, sulle nostre debolezze, sulle nostre sovrastrutture teologiche, sulla nostra carne, sui nostri peccati. La nostra attenzione, la nostra mente però deve essere concentrata sul luogo in cui realmente ci troviamo: in Dio. Solo realizzando il significato della nostra posizione spirituale, potremo vivere pienamente nel consiglio di Dio. Solo in questo modo potremo realizzare appieno il proposito del Signore per noi. Solo così vedremo cose che occhio non ha mai visto, udremo cose che orecchio non ha mai udito e conosceremo ciò che non è mai salito in cuor d'uomo: esattamente quello che Dio ha preparato per coloro che lo amano. 


Note:
[1] Le indicazione sui livelli interpretativi ebraici sono tratti da:
http://www.abem.it/app/download/7390753786/Albero+della+Torah+-+SCHEDA.pdf?t=1410720211
[2] Le indicazioni sul brano della vocazione di Isaia sono tratte da:
Renato De Zan, Isaia (Capitoli 1-39), Edizioni Messaggero Padova, pp. 85-97.

venerdì 27 dicembre 2013

Da dove viene il male?

ATTENZIONE: consiglio di leggere anche questo articolo, per avere una conoscenza più completa su tale argomento.

Fin dall'alba dei tempi, l'uomo si è sempre interrogato sull'origine del male e della sofferenza, arrivando a conclusioni molto diverse tra di loro. Sin dalle prime testimonianze scritte, troviamo prove di questi pensieri e spesso anche dei ragionamenti e presupposti che hanno portato ad essi. Uno dei ragionamenti più significativi dell'antichità può essere ad esempio quello del filosofo greco Epicuro, che già nel 400 a.C. si interrogava sulla natura degli dèi che permettevano l'esistenza del male, giungendo alla conclusione che questi erano sì potenti da togliere il male sulla terra ma semplicemente non si curavano delle vicende umane, relegandosi nel loro mondo perfetto. 

Essendo un problema esistenziale, anche la Bibbia ne viene coinvolta con un ruolo sicuramente di prim'ordine. Pensiamo al libro di Giobbe, il cui tema principale è proprio questo, e alla celebre e sofferta frase del suo protagonista:

«Nudo sono uscito dal grembo di mia madre, e nudo tornerò in grembo alla terra; il SIGNORE ha dato, il SIGNORE ha tolto; sia benedetto il nome del SIGNORE». Giobbe 1:21 

Di fronte alla perdita di tutti i suoi beni e della sua famiglia, quest'uomo "integro e retto", riconosce che Colui che lo ha privato di tutto questo è anche Colui che in principio gliene ha fatto dono, benedicendo comunque il Suo nome. Ma anche dopo che la sua stessa salute viene a mancare, rimane fermo su questa posizione, replicando alla moglie che gli diceva di abbandonare Dio: 

«Tu parli da donna insensata! Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo di accettare il male?» 
Giobbe 2:10 

Giobbe non conosceva il consiglio celeste descritto all'inizio del libro. Non conosceva il dialogo tra Satana e Dio. Non sapeva che era stato oggetto delle attenzioni di Satana, sotto permesso del Signore. Ma sapeva invece che lo stesso Dio che lo aveva assistito in tutta la sua vita e al quale era fedele più di ogni altro uomo sulla terra, era un Dio onnipotente e governava sulla natura e sugli eventi che accadevano nel mondo, di conseguenza anche su quelli che portavano sofferenza. La parola "male" usata in quest'ultimo versetto, è resa con il termine ebraico ra‛, termine purtroppo molto vago che identifica a seconda dei contesti l'avversità, l'afflizione, il male, la calamità, il dispiacere, ma anche il dolore, la fatica ed ancora altri significati. 


Come è mai possibile che il male venga dallo stesso Signore che è conosciuto per il suo amore immenso? Questo aspetto della Scrittura non può far altro che complicare il problema presentando degli aspetti che portano ad un vero e proprio paradosso. Sicuramente non possiamo comprendere appieno Dio, né siamo a chiamati a farlo. La Scrittura infatti ci chiama piuttosto a conoscere Dio, attraverso la rivelazione che abbiamo di Lui nella Bibbia e ad una esperienza personale di ravvedimento e conversione. La stessa Scrittura però ci viene in soccorso, e lo fa in molti modi. I libri dei Salmi riprendono in abbondanza questo tema, e anche se non esplicano l'origine del male, sottolineano il fatto che:

La mia carne e il mio cuore possono venir meno,
ma Dio è la rocca del mio cuore e la mia parte di eredità, in eterno.
Salmo 73:26 

È stata un bene per me l'afflizione subita, perché imparassi i tuoi statuti.
Salmo 119:71 

Anche di fronte alla sofferenza e alle avversità, anche di fronte a ciò che non si conosce né si spiega, il Signore resta sempre e comunque l'unico punto fermo per ogni credente ed una vera e propria ricompensa tanto per questa vita quanto per quella futura. Il concetto sottinteso è il fondamento della fede nel Signore e del fatto che Egli sa quello che fa, e di certo vuole fare il bene di coloro che sono chiamati secondo il Suo disegno, anche se al momento non sembra così (cfr. Romani 8:28). La ragione umana dunque non può comprendere i disegni di Dio, che ha uno scopo per tutto quello che fa. 

Come tu non conosci la via del vento, né come si formino le ossa in seno alla donna incinta, così non conosci l'opera di Dio, che fa tutto. 
Ecclesiaste 11:5 

Ma è proprio Dio, l'origine del male? La domanda resta coinvolta in questi ragionamenti e pesa come un pugno nello stomaco. Si può dare la colpa all'uomo e alle conseguenze delle sue azioni (e sicuramente, ad un primo livello è biblicamente vero: l'uomo raccoglie ciò che semina), si può dare la colpa a Satana e ai demoni (e sicuramente, ad un secondo livello è biblicamente vero: lo abbiamo appena visto nello stesso racconto di Giobbe), ma ogni credente sincero con sé stesso continuerà ad avere in un angolo della propria mente quello stridore che si crea accostando l'onnipotenza di Dio con l'esistenza del male. Se è vero - come è vero - che il Signore è onnipotente, sia le decisioni degli uomini (cfr. Proverbi 16:9), che le azioni dei demoni (cfr. Giobbe 1:12) gli sono sottoposte. Alcuni vedono una soluzione a questo problema limitando la potenza di Dio al libero arbitrio dell'uomo. Personalmente però, credo che alla luce delle Scritture sia più corretto limitare la potenza di Dio alla stessa volontà di Dio. Per approfondire questo concetto, consiglio di leggere l'articolo precedentemente scritto su questo tema, nel paragrafo che mostra come l'onnipotenza del Signore coincida in realtà con la Sua provvidenza. Prendendo in prestito le parole di Platone inserite nella teologia di Giovanni Calvino dunque, "il bene è tale perché voluto da Dio". 

Per chiarire meglio questo punto, credo sia utile vedere un paio di altri versetti biblici che hanno una cosa fondamentale in comune con il brano con cui abbiamo iniziato il ragionamento: la parola ra‛.

Io formo la luce, creo le tenebre,
do il benessere (= shâlôm= pace), creo l'avversità;
io, il SIGNORE, sono colui che fa tutte queste cose.
Isaia 45:7 

Nell'oracolo profetico di Isaia diretto a Ciro II di Persia, il Signore si presenta come Colui che crea la luce e le tenebre, il benessere e l'avversità. Quest'ultima traduzione però copre la parola originale, che anche in questo caso è ra‛, ossia il male in senso generico. Questo fatto ci fa tornare punto e a capo, ancora una volta al cuore del problema da affrontare direttamente. Lascio questo compito gravoso proprio a Giovanni Calvino e alle sue parole:


"I fanatici torturano questa parola "male", come se Dio fosse l'autore del male, cioè del peccato, ma è molto evidente come abusano di questo passo del profeta in modo addirittura ridicolo. Questo è sufficientemente spiegato dal contrasto presente nel versetto, le parti che devono essere d'accordo con l'altro, perché egli contrappone la "pace" con " il male ", cioè , con afflizioni, le guerre e altri eventi avversi. Se egli contrapponesse "giustizia" con " male", ci sarebbe una certa plausibilità nei loro ragionamenti , ma questo è un contrasto manifesto di cose che sono di fronte all'altro. Di conseguenza , non dobbiamo respingere la distinzione ordinaria, che Dio è l'autore del "male" della pena , ma non del "male" di colpa. I sofisti tuttavia sbagliano nella loro esposizione , perché, mentre essi riconoscono che la carestia , la sterilità , la guerra , pestilenza e altri flagelli , vengono da Dio , negano che Dio è l'autore di calamità , quando questa ci arriva tramite degli uomini. Questo è falso e del tutto in contrasto con l'attuale dottrina, perché il Signore suscita uomini malvagi per punire noi attraverso la loro mano , come è evidente da vari passi della Scrittura. ( 1 Re 11:14 , 23 .) Il Signore non li ispira effettivamente con cattiveria, ma li usa con lo scopo di castigare noi , ed esercita l'ufficio di giudice , nello stesso modo con cui ha fatto uso della malizia del faraone e di altri , al fine di punire il suo popolo " ( . Esodo 01:11 e 02:23 ) Dovremmo quindi tenere questa dottrina , che solo Dio è l'autore di tutti gli eventi , cioè , che l'avversità e la prosperità degli eventi vengono inviati da lui , anche quando lo fa attraverso degli uomini , o attraverso per qualsiasi altra causa." (Isaiah 45:7 Calvin's Commentaries - Chapter 45:7)

La risposta di Calvino dunque è che Dio è sì l'autore del male della pena, ma non del male della colpa. Potremmo comprendere meglio questa frase, approcciandoci al pensiero di Agostino d'Ippona. Egli infatti aveva riflettuto proprio sul termine "male" giungendo ad alcune distinzioni che sono state fondamentali nella storia della teologia cristiana, chiarendo un termine che come abbiamo visto non viene spiegato sufficientemente nel vocabolario ebraico dell'Antico Testamento. Agostino quindi distingueva tra:


→ Male morale – è il peccato, la trasgressione della legge di Dio
→ Male fisico – il dolore, il male come conseguenza di fenomeni naturali
→ Male ontologico/metafisico – derivato dalla nostra creaturalità.

Dio può essere causa del male fisico e del male ontologico o metafisico ma non può essere causa del male morale in quanto esso è per definizione la trasgressione a Sé stesso. I Suoi pensieri, la Sua attitudine è vincolata all'amore e al bene, in armonia con la rivelazione della Bibbia che ci testimonia che Dio è amore (cfr. 1 Giovanni 4:8). Egli è la personificazione e l'essenza dell'amore, l'identità dell'amore! Ma per perseguire i Suoi scopi e disegni utilizza anche il male fisico e metafisico, con lo scopo però di convertirlo infine al bene. Le vicissitudini della vita del patriarca Giuseppe spiegano al meglio questo modo di operare del Signore, e le sue parole nell'ultimo capitolo di Genesi chiariscono quello che a livello teorico può rimanere confuso:

Voi avevate pensato del male contro di me, ma Dio ha pensato di convertirlo in bene per compiere quello che oggi avviene: per conservare in vita un popolo numeroso. Genesi 50:20

I fratelli di Giuseppe lo hanno venduto dando sfogo al peccato e alla ribellione verso Dio, ripieni del male "morale". Ma il Signore ha governato in modo sovrano ogni situazione, senza toglierlo da ogni sofferenza, ma piuttosto usando ogni sofferenza e dolore per portarlo a crescere nel carattere, nell'autorità, nella misericordia, nell'umiltà ed infine ponendolo in una posizione di incredibile potere. Un trascorso ed una nuova posizione che gli ha permesso di perdonare i fratelli e aiutare la sua famiglia in una tremenda carestia provvedendo ad essa la sopravvivenza. Credo che questa rivelazione possa essere la giusta risposta ad una domanda così spinosa, e motivo di una fede ancora più profonda per ogni figlio di Dio. 

domenica 24 novembre 2013

I passi dell'uomo li dirige il Signore


Proverbi 20:24 I passi dell'uomo li dirige il SIGNORE;
come può quindi l'uomo capire la propria via?



Credo che ciascuno di noi si sia posto almeno una volta nella vita l'interrogativo sul senso di molte esperienze vissute, perlopiù dolorose. "Perché è successo?", ma anche "in che direzione sta andando la mia vita?". A volte infatti la risolutezza delle nostre decisioni porta a conseguenze ben precise che possiamo far risalire a noi stessi. E questo rassicura. Sapere che esiste una legge "causa-effetto" ci pone nella condizione di poter intervenire in qualsiasi situazione e causare quello che desideriamo. Molto spesso però le cose non accadono in questo modo, e attraversiamo circostanze che sono molto al di sopra della nostre possibilità, provocate da "cause di forza maggiore". Nel corso della storia, gli uomini hanno tentato di spiegare queste situazioni in molteplici modi. Alcuni pensano che gli avvenimenti sul mondo siano completamente casuali, la dottrina induista crede che invece siano guidati dal principio del karma (e che quindi, nel piccolo come nel grande, tutto dipenda dalle scelte morali della persona nella sua vita e nelle sue vite precedenti), altri pensano che tutto quello che è sofferenza è causato dagli uomini, in modo molto più pragmatico e meno spirituale. C'è chi crede in un destino impersonale, chi incolpa esclusivamente Satana del male del mondo e chi invece si affida con semplicità alla provvidenza di Dio. 

Ma la Bibbia, che cosa afferma a questo proposito?
Sicuramente l'escursus biblico su questo tema risulta essere molto lungo ed elaborato, attraversando migliaia di anni e decine di libri, autori e pensieri teologici diversi. Nell'articolo sulla storia della teodicea si può vedere l'ampiezza di pensiero - storico, oltre che biblico - su questo tema. In questo contesto invece, il mio scopo non è sicuramente esaurire l'argomento ma piuttosto offrire un piccolo spunto di riflessione.

Il versetto di apertura annuncia una verità biblica. Una verità semplice ma spesso sottaciuta. In una società che idolatra il libero arbitrio, il pensiero che i passi dell'uomo possano essere diretti dal Signore è osteggiato persino da molti credenti. Ma, in fondo, quello che la Bibbia afferma è esattamente questo. In un celebre discorso ai neolaureati dell'Università di Stanford, Steve Jobs ripercorre dei "punti", delle esperienze della sua vita, offrendo chiavi di lettura che ha potuto scoprire soltanto dopo parecchi anni. Una di queste chiavi di lettura del discorso riguarda "l'unire i puntini". Paragona la sua vita al gioco in cui bisogna unire i puntini sul foglio in sequenza raggiungendo infine un disegno che prima era nascosto. Racconta eventi della sua vita che non hanno avuto alcun senso fino a quando, d'improvviso, sono serviti. E dell'influenza che questi eventi inizialmente insignificanti hanno avuto sulla sua vita, sulla sua azienda, e a cascata su tutti gli utenti dei suoi prodotti. Steve Jobs fu educato alla fede cristiana luterana ma nella sua vita ha mostrato un avvicinamento alle filosofie buddiste, e nel discorso è visibile un certo sincretismo. Chi pone la sua fede nelle Scritture tuttavia, non può far altro che giungere alla conclusione che è Dio stesso a condurre le vite delle persone, non una divinità vaga e sconosciuta ma al contrario un Dio personale e ben conosciuto. Troppo spesso viene negata la sovranità di Dio. 
Troppo spesso, come la persona nella foto all'inizio dell'articolo, si cammina a piedi nudi sul ciglio di una strada senza riconoscere che lì, a pochi passi, c'è una strada! Una strada costruita dal Signore per la nostra vita, una strada che comprende delle opere precedentemente preparate per noi (Efesini 2:10), una strada che comprende una chiamata, una giustificazione, e una glorificazione pianificate da Dio (Romani 8:30).
Questa strada è frequentemente invisibile ai nostri occhi, ed è pienamente conosciuta solo dal Signore, ma la cosa importante è che esiste. E che è per noi. Il versetto iniziale pone un'interrogativo vecchio come il mondo ma quanto mai attuale: "come può l'uomo capire la propria via?" La risposta implicita è: "non può". L'uomo non può capire la propria via, non può conoscere fino in fondo la propria strada ma può essere consapevole di essere diretto dal Signore e trarre da questa consapevolezza la fede per poter camminare a passo spedito, accelerare sempre di più ed infine correre per conseguire il premio (1 Cor 9:24). 

E Paolo, stando in piedi in mezzo all'Areòpago, disse:
«Ateniesi, vedo che sotto ogni aspetto siete estremamente religiosi. Poiché, passando, e osservando gli oggetti del vostro culto, ho trovato anche un altare sul quale era scritto: Al dio sconosciuto. Orbene, ciò che voi adorate senza conoscerlo, io ve lo annuncio. Il Dio che ha fatto il mondo e tutte le cose che sono in esso, essendo Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d'uomo; e non è servito dalle mani dell'uomo, come se avesse bisogno di qualcosa; lui, che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa. Egli ha tratto da uno solo tutte le nazioni degli uomini perché abitino su tutta la faccia della terra, avendo determinato le epoche loro assegnate, e i confini della loro abitazione, affinché cerchino Dio, se mai giungano a trovarlo, come a tastoni, benché egli non sia lontano da ciascuno di noi. Difatti, in lui viviamo, ci moviamo, e siamo, come anche alcuni vostri poeti hanno detto: "Poiché siamo anche sua discendenza". Essendo dunque discendenza di Dio, non dobbiamo credere che la divinità sia simile a oro, ad argento, o a pietra scolpita dall'arte e dall'immaginazione umana. Dio dunque, passando sopra i tempi dell'ignoranza, ora comanda agli uomini che tutti, in ogni luogo, si ravvedano, perché ha fissato un giorno, nel quale giudicherà il mondo con giustizia per mezzo dell'uomo ch'egli ha stabilito, e ne ha dato sicura prova a tutti, risuscitandolo dai morti». 
Atti 17:22-31 

Il Signore ha dato a tutti la vita, il respiro ed ogni cosa. Egli ha tratto da uno solo tutte le nazioni degli uomini determinando epoche e confini a tutte le nazioni affinché cerchino Dio come a tastoni. Chi non conosce Dio è come se fosse bendato, cercandolo come a tastoni, benché egli non sia lontano da ciascuno di noi. Chi lo conosce però è chiamato a camminare con Lui. E' chiamato a prendere consapevolezza della propria strada e a percorrerla con risolutezza. E quel che accade senza alcun motivo apparente? E le circostanze avverse che si presentano nella vita dei credenti? Il dolore, il lutto, la sofferenza? Molte cose restano un mistero, molte cose restano sconosciute anche a chi conosce e segue il Signore. Ma chi lo conosce davvero sa una cosa: che da tutto il male esistente Egli può -e vuole - trarne del bene. Questo non deve far rallentare il nostro passo, perché la certezza della nostra fede non si basa neanche sulla nostra stessa vita ma sulla vita di Dio per noi.
La Bibbia è piena di testimonianze di persone che hanno affrontato disagi, sventure, umiliazioni e malattie ma che infine hanno capito come Dio ha potuto trasformare tutto questo in qualcosa di buono. I pensieri corrono subito a Giobbe, ma anche a molti altri personaggi biblici. Quasi tutti infatti hanno vissuto momenti davvero difficoltosi: Mosè, Sansone, Davide, Elia, Cristo stesso, l'Apostolo Pietro, Paolo, e molti, molti altri. L'esempio che più mi sta a cuore tuttavia è quello del patriarca Giuseppe. Venduto dai suoi fratelli come schiavo, vissuto nelle prigioni, umiliato, perseguitato per gran parte della sua vita, alla fine si trova ad essere il secondo uomo più potente d'Egitto (la nazione più importante del mondo antico). La sua famiglia, lontana, si trova a Canaan durante una grave carestia ed è destinata a morire. I suoi fratelli salgono in Egitto con la speranza di poter sopravvivere e Giuseppe capisce, dopo lunghi anni, il perché di molte cose. Riconosce che la strada che ha percorso non è stata casuale, non è stata maledetta ma è stata creata da Dio stesso per un fine superiore. Il brano biblico però è così stupendo che la cosa migliore da fare rimane quella di tornare ad esso, e assaporare nelle parole di Giuseppe la gioia, la speranza e la fede a cui ciascuno di noi è destinato - in questa vita o direttamente dinanzi al Signore - per volontà stessa di Dio. 

Allora Giuseppe non potè più contenersi davanti a tutto il suo seguito e gridò: «Fate uscire tutti dalla mia presenza!» Nessuno rimase con Giuseppe quando egli si fece riconoscere dai suoi fratelli. Alzò la voce piangendo; gli Egiziani lo udirono e l'udì la casa del faraone. Giuseppe disse ai suoi fratelli: «Io sono Giuseppe; mio padre vive ancora?» Ma i suoi fratelli non gli potevano rispondere, perché erano atterriti dalla sua presenza. Giuseppe disse ai suoi fratelli: «Vi prego, avvicinatevi a me!» Quelli s'avvicinarono ed egli disse: «Io sono Giuseppe, vostro fratello, che voi vendeste perché fosse portato in Egitto. Ma ora non vi rattristate, né vi dispiaccia di avermi venduto perché io fossi portato qui; poiché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita. Infatti, sono due anni che la carestia è nel paese e ce ne saranno altri cinque, durante i quali non ci sarà raccolto né mietitura. Ma Dio mi ha mandato qui prima di voi, perché sia conservato di voi un residuo sulla terra e per salvare la vita a molti scampati. Non siete dunque voi che mi avete mandato qui, ma è Dio. Egli mi ha stabilito come padre del faraone, signore di tutta la sua casa e governatore di tutto il paese d'Egitto. Affrettatevi a risalire da mio padre e ditegli: "Così dice tuo figlio Giuseppe: Dio mi ha stabilito signore di tutto l'Egitto; scendi da me, non tardare; tu abiterai nel paese di Goscen e sarai vicino a me: tu e i tuoi figli, i figli dei tuoi figli, le tue greggi, i tuoi armenti e tutto quello che possiedi. Qui io ti sostenterò (perché ci saranno ancora cinque anni di carestia), affinché tu non sia ridotto in miseria: tu, la tua famiglia e tutto quello che possiedi". Ecco, voi vedete con i vostri occhi, e mio fratello Beniamino vede con i suoi occhi, che è proprio la mia bocca quella che vi parla. Raccontate dunque a mio padre tutta la mia gloria in Egitto e tutto quello che avete visto; e fate che mio padre scenda presto qua». 
Genesi 45:1-13 

Voi avevate pensato del male contro di me, ma Dio ha pensato di convertirlo in bene per compiere quello che oggi avviene: per conservare in vita un popolo numeroso. Ora dunque non temete. Io provvederò al sostentamento per voi e i vostri figli». Così li confortò e parlò al loro cuore.
Genesi 50:20-21 
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