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domenica 24 ottobre 2021

Il battesimo di Gesù



INTRODUZIONE

Il Vangelo secondo Marco inizia dichiarando sin da subito il proprio intento: testimoniare la buona notizia di Gesù che è il Cristo e il Figlio di Dio. Sappiamo che la sua suddivisione letteraria passa proprio da questi due titoli, riconosciuti in due cruciali professioni di fede che troviamo in 8:27-30 e 15:39.

La scena iniziale si apre con Giovanni il battezzatore, che anticipa l’arrivo di qualcuno di maggiore a lui che avrebbe battezzato con lo Spirito Santo. Proprio Giovanni battezza Gesù, proveniente da Nazaret di Galilea, nel fiume Giordano. Questo battesimo è il primo vero avvenimento di questo vangelo e, come ogni inizio che si rispetti, non può non avere in sé numerosi significati che andremo a ricercare in questo approfondimento. 

“E FU BATTEZZATO”: IL RACCONTO DEL BATTESIMO DI GESÙ SECONDO L’EVANGELISTA MARCO

In quei giorni Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato da Giovanni nel Giordano. A un tratto, come egli usciva dall'acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito scendere su di lui come una colomba. Una voce venne dai cieli: «Tu sei il mio diletto Figlio; in te mi sono compiaciuto».
Vangelo secondo Marco 1:9-11

Nonostante la sua grande importanza, possiamo rilevare che questo racconto è incredibilmente sintetico nel nostro Vangelo che, ricordiamo, secondo gli studiosi è il più antico tra i canonici. Confrontandolo con gli altri sinottici possiamo vedere infatti come gli evangelisti successivi aggiunsero altri dettagli all’episodio per elaborare quello che qui è solo accennato. Notiamo a titolo di esempio come Luca aggiunge che lo Spirito scese su Gesù “in forma corporea” come una colomba (3:22) mentre Matteo inserisce un dialogo tra Gesù e Giovanni con il riserbo di quest’ultimo a battezzarlo considerandosi inferiore a lui (3:14-15). In effetti se Giovanni predicava un battesimo di ravvedimento dai peccati, e Gesù fu addirittura concepito senza peccato, come mai volle farsi battezzare dal Battista? Questa è una domanda spinosa alla quale i primi cristiani dovettero trovare una risposta teologica. 

Nonostante la sua brevità, nel testo marciano ci sono degli indizi su diversi temi di teologia biblica che dall’Antico Testamento approdano qui per trovare uno sviluppo che potrà sbocciare appieno con la completezza degli altri scritti neotestamentari. L'introduzione di Marco nei versetti immediatamente precedenti ai nostri introduce la cornice dell'ambientazione che viene presentata come un nuovo esodo e la funzione di Giovanni come nuovo Elia che chiama Israele al pentimento. Dopodiché la narrazione si sposta, e incontriamo il nostro episodio che ha Gesù come protagonista. 

Il battesimo presentato da Giovanni ha conosciuto diverse interpretazioni in quanto pratica innovativa per questo tempo e ben diversa dalle comuni abluzioni e lavaggi rituali che, contrariamente al battesimo, venivano praticate frequentemente. Questo battesimo potrebbe alludere al battesimo dei proseliti ma non vi è certezza che un tale significato fosse conosciuto in epoca così antica. Più probabilmente si tratta di una ripresa dell’attraversamento del mare durante l’esodo, in accordo alla seguente tradizione profetica biblica: 

Allora il suo popolo si ricordò dei giorni antichi di Mosè:
Dov'è colui che li fece uscire dal mare
con il pastore del suo gregge?
Dov'è colui che mise in mezzo a loro lo Spirito suo santo,
che fece andare il suo braccio glorioso alla destra di Mosè,
che divise le acque davanti a loro,
per acquistarsi una rinomanza eterna,
che li condusse attraverso gli abissi,
come un cavallo nel deserto,
senza che inciampassero?
Come il bestiame che scende nella valle,
lo Spirito del SIGNORE li condusse al riposo.
Così tu guidasti il tuo popolo,
per acquistarti una rinomanza gloriosa.
Guarda dal cielo, e osserva,
dalla tua abitazione santa e gloriosa.
Dove sono il tuo zelo, i tuoi atti potenti?
Il fremito delle tue viscere e le tue compassioni
non si fanno più sentire verso di me.
Tuttavia, tu sei nostro padre;
poiché Abraamo non sa chi siamo
e Israele non ci riconosce.
Tu, SIGNORE, sei nostro padre,
il tuo nome, in ogni tempo, è Redentore nostro.
SIGNORE, perché ci fai peregrinare lontano dalle tue vie
e rendi duro il nostro cuore perché non ti tema?
Ritorna, per amor dei tuoi servi,
delle tribù della tua eredità!
Per poco tempo il tuo popolo santo ha posseduto il paese;
i nostri nemici hanno calpestato il tuo santuario.
Noi siamo diventati come quelli che tu non hai mai governati,
come quelli che non portano il tuo nome!
Oh, squarciassi tu i cieli, e scendessi!
Davanti a te sarebbero scossi i monti.
Isaia 63:11-64:1

Questo testo descrive alla perfezione il sentimento religioso che doveva esserci nell’ambiente che stiamo considerando, promosso da Giovanni. In entrambi i casi considerati è da rilevare che il presupposto comune, compreso quello appena indicato, assume l’apostasia di Israele e la necessità del suo pentimento. La carica sacerdotale da tempo non osservava più le dinastie indicate dalla Torah, le nazioni pagane da secoli occupavano i territori di Israele e molti giudei sentivano il bisogno di un ritorno alla fede genuina dei loro padri e di un nuovo intervento diretto di YHWH. 

Gesù dunque si fa battezzare da Giovanni nel fiume Giordano, lo stesso fiume che il popolo di Israele attraversò per conquistare con Giosuè la terra promessa, ricapitolando così la storia di Israele e identificandosi egli stesso con l’Israele fedele a Dio. L’immersione e l’emersione riecheggiano tanto l’attraversamento del Mar Rosso durante l’esodo quanto l’attraversamento del fiume Gerico, come appena accennato. 

Durante l’emersione però il nostro testo riporta che Gesù “vide aprirsi i cieli”, espressione utilizzata nei testi apocalittici per descrivere un evento escatologico divino. Possiamo trovare dei paralleli nei seguenti testi: 

Il trentesimo anno, il quinto giorno del quarto mese, mentre mi trovavo presso il fiume Chebar, fra i deportati, i cieli si aprirono, e io ebbi delle visioni divine.
Ezechiele 1:1

Allora si aprì il tempio di Dio che è in cielo e apparve nel tempio l'arca dell'alleanza. Vi furono lampi e voci e tuoni e un terremoto e una forte grandinata.
Apocalisse 11:19

I cieli aperti introducono l’azione divina che nel nostro contesto consiste di due elementi: la discesa dello Spirito come una colomba e la voce di Dio. 

La discesa dello Spirito ricorre nell’Antico Testamento tanto a riguardo del “germoglio che spunterà dal tronco di Iesse”, ossia il messia (Is. 11:1-2) quanto al Servo di YHWH con il compito di portare la rivelazione alle nazioni (Is. 42:1). La colomba invece appare nel racconto del diluvio, che nella tradizione cristiana assume significati battesimali (1 Pt. 3:20-21). Nel Cantico dei cantici viene presentata come simbolo della fidanzata (Ct. 2:14), mentre ancora in Isaia, oltre che in Osea, rappresenta il ritorno in patria di Israele dopo l’esilio:

Chi mai sono costoro che volano come una nuvola,
come colombi verso le loro colombaie?

Isaia 60:8

Accorreranno in fretta dall'Egitto come uccelli
e dal paese d'Assiria come colombe;
io li farò abitare nelle loro case», dice il SIGNORE.

Osea 11:11

Il tema biblico dell’uscita dall’Egitto e del rientro dall’esilio si intrecciano più volte, quindi, nel nostro racconto battesimale. Si intrecciano con il simbolo dell’acqua ma anche con lo Spirito e con la colomba. Tutte queste immagini si vanno a fondere con l’identità di Gesù e la missione che sta per intraprendere. 

A questo punto, però, come ulteriore elemento arriva la voce di Dio, che dice: «Tu sei il mio diletto Figlio; in te mi sono compiaciuto». Questa frase è una combinazione di espressioni bibliche riprese dal racconto del sacrificio di Isacco e dalla letteratura profetica. Di seguito i testi più significativi:

E Dio disse: «Prendi ora tuo figlio, il tuo unico, colui che ami, Isacco, e va' nel paese di Moria, e offrilo là in olocausto sopra uno dei monti che ti dirò».
[...]
E l'angelo: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli male! Ora so che tu temi Dio, poiché non mi hai rifiutato tuo figlio, l'unico tuo».
[...]
«Io giuro per me stesso, dice il SIGNORE, che, siccome tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, l'unico tuo
Genesi 22:2-12-16 

Trasformerò le vostre feste in lutto
e tutti i vostri canti in lamento;
coprirò di sacchi tutti i fianchi
e ogni testa sarà rasa.
Il paese piomberà nel lutto come quando muore un figlio unico,
la sua fine sarà come un giorno d'amarezza.

Amos 8:10

«Spanderò sulla casa di Davide e sugli abitanti di Gerusalemme
lo Spirito di grazia e di supplicazione;
essi guarderanno a me, a colui che essi hanno trafitto,
e ne faranno cordoglio come si fa cordoglio per un figlio unico,
e lo piangeranno amaramente come si piange amaramente un primogenito.

Zaccaria 12:10

Io annuncerò il decreto:
Il SIGNORE mi ha detto: «Tu sei mio figlio,
oggi io t'ho generato.

Salmo 2:7

Isacco diventa il “tipo” di cui Gesù è l’“anti-tipo”: il figlio amato che viene richiesto in sacrificio. Ma Gesù è ancor di più di questo, e nelle parole che si sentono provenire dall’alto ci sono allusioni anche al lutto nazionale per la morte di una persona amata dal popolo oltre che all’intronizzazione di un nuovo re di Israele. 

Questa semplice frase che viene dai cieli appare dunque, una volta comparata con l’Antico Testamento, come il programma di Dio per la persona che si sta facendo battezzare da Giovanni: come la missione e il destino di Gesù.

Lui, come Isacco, verrà chiamato da Dio al sacrificio supremo. Lui, causerà lutto per il popolo di Israele. Sempre lui, riceverà una dichiarazione di figliolanza divina, un'eredità composta da nazioni e dalla totalità delle terre con l’intronizzazione celeste preparata in seguito alla sua morte e manifestata con potenza attraverso la risurrezione.

Ecco quindi come un battesimo svolto per mostrare pentimento, acquisisce numerosi e profondi significati diversi in questo caso particolare. Gesù si fa battezzare da Giovanni, sì, ma non per pentirsi dai propri peccati quanto per ricapitolare in sé la storia di Israele, promuovere l’intervento di Dio in una fase cruciale della storia attraverso un progetto che lo vede protagonista. Questi sono i significati del battesimo di Gesù, che le prime comunità cristiane compresero solo dopo qualche tempo. Questo è l’inizio, che fin dal primo momento dichiara la fine. 

CONSIDERAZIONI FINALI

Il battesimo di Gesù, all’inizio del Vangelo secondo Marco, dà il via al suo ministero terreno e a tutti gli insegnamenti e i miracoli che che arriveranno. Questo battesimo non riguarda una necessità di pentimento da parte di Gesù, in quanto egli è senza peccato, ma una ricapitolazione della storia di Israele e una immedesimazione con l’Israele fedele. Di fronte a questo gesto simbolico e profetico i cieli si aprono e appaiono due manifestazioni divine: la discesa dello Spirito Santo che conferma questo ruolo e la voce di Dio Padre. Egli attesta che Gesù è il suo amato Figlio, nel quale si è compiaciuto. Figlio amato come lo fu Isacco, chiamato al sacrificio come Isacco. Figlio unico la cui morte avrebbe causato un grande lutto in Israele, ma anche Figlio erede della terra e di ogni potenza. Questa parabola di sofferenza, morte e gloria seppur paradossale è la sintesi del vangelo di Dio: la buona notizia per tutti coloro che accolgono la salvezza di Cristo Gesù.

domenica 10 febbraio 2019

Insieme per (ri)costruire






















Nota:  questi sono gli appunti del messaggio predicato al centro REHOBOTH Saronno il 10/02/2019

Raccontai loro come la benefica mano del mio Dio era stata su di me, e riferii le parole che il re mi aveva dette. Quelli dissero: "Sbrighiamoci e mettiamoci a costruire!" E si fecero coraggio con questo buon proposito.
Nehemia 2:18

INTRODUZIONE 

I libri di Esdra e Nehemia testimoniano di un miracolo. Un risveglio, una rinascita, anzi: una vera e propria risurrezione dai morti. Non di una singola persona ma, in modo ancora più incredibile, di un intero popolo e di una intera nazione. Ricordiamo la visione del profeta dell’esilio Ezechiele nella valle delle ossa secche (Ez. c. 37): il profeta viene trasportato in una valle piena di ossa secche e, alla parola del Signore che infonde lo Spirito, queste ossa si ricongiungono con muscoli, carne e pelle. La spiegazione di questa immagine è la seguente:

Egli mi disse: «Figlio d'uomo, queste ossa sono tutta la casa d'Israele. Ecco, essi dicono: "Le nostre ossa sono secche, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti!" Perciò, profetizza e di' loro: Così parla il Signore, DIO: "Ecco, io aprirò le vostre tombe, vi tirerò fuori dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi ricondurrò nel paese d'Israele. Voi conoscerete che io sono il SIGNORE, quando aprirò le vostre tombe e vi tirerò fuori dalle vostre tombe, o popolo mio! E metterò in voi il mio Spirito, e voi tornerete in vita; vi porrò sul vostro suolo, e conoscerete che io, il SIGNORE, ho parlato e ho messo la cosa in atto", dice il SIGNORE»
Ezechiele 37:11-14

I sacerdoti, i nobili, gli artigiani di Giuda erano deportati a Babilonia, la nazione settentrionale di Israele era stata deportata in Assiria più di un secolo prima, il tempio di Gerusalemme - luogo della presenza di Dio sulla terra - era stato distrutto. Le promesse di benedizione e prosperità per il popolo sembravano definitivamente sepolte in terra straniera e all’orizzonte non appariva più alcun futuro per il popolo nella sua identità e integrità. Ma da questa desolazione, da questa tragedia, l’oracolo profetico promuove una parola di speranza. La speranza di una vera e propria risurrezione nazionale. Qual è la prima cosa che il Signore chiede di fare? Crederci. E dalla tomba arriverà a sorgere una nuova vita. 

Ecco, il versetto che stiamo per considerare (Ne. 2:18) si inserisce nel tempo di realizzazione di questa promessa, nel tempo di realizzazione di questo miracolo. 

UNITI DAL PROPOSITO DI DIO

Zorobabele e Giosuè avevano già guidato il primo rimpatrio e ricostruito il tempio a Gerusalemme. Era stato un vero e proprio pellegrinaggio religioso, con l’obiettivo di ricostruire il luogo più santo del giudaismo (Ed. 1-6). Successivamente Esdra aveva capeggiato un secondo rimpatrio (458 a.C., Ed. 7-10). Una parte del popolo di Giuda era dunque già tornato nella sua terra, il tempio si stava ricostruendo, ma naturalmente mancava ancora molto per poter dire di essere al sicuro. In questo tempo infatti in Persia Nehemia apprende che "i superstiti della deportazione sono là, nella provincia, in gran miseria e nell'umiliazione; le mura di Gerusalemme restano in rovina e le sue porte sono consumate dal fuoco". Egli dunque si sente profondamente coinvolto da questa situazione, prega il Signore e con convinzione sottopone il problema al re Artaserse che lo lascia andare per offrire il proprio contributo. Nehemia fa un sopralluogo per vedere di persona l’entità della devastazione delle mura e delle porte delle città e poi, nel versetto che stiamo considerando, si rivela al popolo, ai sacerdoti e ai Giudei raccontando l’approvazione che aveva ricevuto da Artaserse e il piano di ricostruzione che Dio gli aveva messo in cuore. 

Questo libro biblico e questa vicenda resta di grande edificazione spirituale anche oggi, a migliaia di anni di distanza. Esattamente come nella parabola di Gesù sui lavoratori nella vigna (Mt. 20), Nehemia non è il primo uomo a iniziare un lavoro, ma si inserisce nel lavoro iniziato da altri (partendo appunto dal tempio, ossia dal cuore della fede giudaica) per promuovere l’indispensabile opera di costruzione delle mura a protezione della città, e contribuire in modo determinante. Ecco quindi che un racconto storico-teologico può trascendere il suo contesto più immediato per avere un impatto anche su noi oggi, credenti del XXI secolo, in una forma di attualizzazione ermeneutica. Riflettendoci infatti possiamo rilevare molti punti in comune con la nostra fede quotidiana e molti princìpi spirituali che possono essere di utilità anche per noi oggi. Vediamone alcuni. 

Il primo può riguardare l’esigenza di ripristinare il luogo di adorazione nella nostra vita e, in seguito a questo, proteggere la fiamma della fede che il Signore ci ha affidato. Il tempio infatti può rappresentare la nostra devozione personale per Dio, che in Cristo deve avere il primo posto nella nostra vita. Ma questo non basta: bisogna anche difendere e coltivare questa intimità con nuove abitudini quotidiane, e questa esigenza può venir paragonata all’urgenza di costruzione delle mura. Così come le mura non sono costruite da un solo uomo, tuttavia, allo stesso modo anche la nostra fede non può essere conservata e coltivata esclusivamente in solitudine davanti al Signore, ma è promossa e rafforzata nella frequentazione della nostra comunità: il luogo dove Dio si usa di altri fratelli e sorelle per farci crescere nel carattere, nella formazione e nella maturità. Proseguendo nella lettura del successivo capitolo di Nehemia infatti vediamo come tutto il popolo risponde volenteroso all’appello dell’uomo di Dio e ciascuno prende il proprio posto di lavoro per la ricostruzione complessiva delle mura. Il lavoro di tutti per l’edificazione comune. Proprio come accade nel corpo di Cristo, dove ogni membro è chiamato a intervenire in base al vigore della propria forza per trarre il proprio sviluppo complessivo (Ef. 4:16). Non importa dunque quale incarico possiamo avere in chiesa: tutti siamo tempio dello Spirito Santo, e tutti siamo chiamati a sostenere, incoraggiare, formare e difendere la nostra maturità spirituale individuale e comunitaria. Tutti noi abbiamo questa missione da compiere, ma sempre in modo personale e unico, secondo la nostra chiamata più specifica e il contributo particolare che il Signore ci chiede di dare.

Oltre alla missione di ciascuno, questo esempio biblico può istruirci sulla corretta attitudine da mantenere nel corso della nostra vita di fede. La costruzione delle mura non è avvenuta in un sol giorno, e in modo simile anche le nostre opere di fede non si limitano al giorno in cui abbiamo accettato la salvezza del Signore. No, la vita cristiana più che a una corsa ai cento metri assimiglia a una maratona a staffetta, e quello che il Signore ci richiede è costanza e integrità nel nostro servizio. Tutto questo per il nostro carattere, per la nostra crescita e per la nostra maturità. Più ancora delle mura ricostruite, questa opera ha prodotto una grande unità in un popolo scoraggiato e demotivato. E, in forma simile, più di qualsiasi opera che possiamo fare nella nostra vita, la fede che conserviamo viene raffinata nelle difficoltà ed è per Dio più preziosa dell’oro fino (1 Pt. 1:7). Il nostro amore, il nostro carattere e la fede che tempriamo nel fuoco sono le uniche cose che potremo portare nell’eternità, ed è in queste cose che il Signore ci chiede di investire. 

Un terzo esempio che possiamo trarre, infine, riguarda l’esempio. Nehemia non si è lasciato scoraggiare dal suo lavoro, dal mettere a repentaglio la propria vita, dalla demotivazione del popolo, dalla lentezza dei lavori o dall’enormità dei cantieri. Al contrario, è sempre stato focalizzato sull’obiettivo che sentiva in cuore da parte di Dio e sulla sua determinazione a realizzarlo, a qualsiasi costo. Questo ha fatto di lui un esempio positivo, che ha portato il popolo a reagire secondo il proposito stesso di Dio. La Scrittura ci esorta a fare lo stesso: non lasciarci scoraggiare dalle circostanze o dai nostri limiti ma agire in modo fermo nella fede per continuare a “combattere il buon combattimento”. Questo sarà utile per noi, ma aiuterà anche le persone che il Signore ci metterà vicino e potremo essere per loro degli esempi positivi. Dobbiamo considerare che, in ultima analisi, tutti noi siamo sempre e comunque degli esempi: influenziamo tutti le persone che abbiamo intorno, in un modo o nell’altro. Ma sta a noi decidere che esempi essere: esempi di scoraggiamento e dubbio o esempi di incoraggiamento e fede. Dimoriamo nella chiamata e nel proposito che Dio ha depositato nel nostro cuore e non potremo fallire. Proprio come Nehemia.

CONCLUSIONE

I libri biblici di Esdra e Nehemia sono testimoni di un grande miracolo: la risurrezione del popolo di Giuda che, deportato a Babilonia, ormai di dava per distrutto. In questo tempo, Dio ha suscitato singoli uomini per promuovere un prodigioso ritorno e una impegnativa ricostruzione. Prima è stato ricostruito il tempio e poi, con l’entrata in scena di Nehemia, le mura di Gerusalemme che fino a quel momento erano devastate, con le porte consumate dal fuoco. 

In quanto cristiani, da questa vicenda biblica possiamo trarre edificazione e direzione in almeno tre aspetti specifici della nostra fede: l’impegno nella nostra missione, nella crescita del nostro carattere e la nostra integrità nell’essere di esempio. Ogni credente infatti ha in sé il proposito di custodire la fede che Dio ha riposto nei nostri cuori, e alimentarla condividendola sia nei vari contesti quotidiani sia vivendo la realtà di una chiesa locale. Qui infatti ci può essere quella sinergia che il Signore desidera per la sua chiesa, il servizio reciproco che rafforza la fede di ciascuno. Sicuramente poi, ogni cristiano ha una chiamata specifica con doni e eventualmente ministeri che consentono l’offerta di un contributo che resta personale e unico nel suo genere. Ma l’impegno personale, proprio come quello di Nehemia deve essere quello della costanza e della fedeltà alla visione che Dio ha donato. Un secondo aspetto conseguente a questo riguarda quindi proprio l’impegno continuativo nel tempo per poter vedere realizzata l’opera di Dio e il sacrificio necessario a veder plasmato il proprio carattere secondo il carattere del Signore Gesù. Questo processo a volte può essere doloroso, ma è per il nostro bene, e ne vale sempre la pena. Infine, come ultimo punto, vivere questa realtà porta automaticamente a essere degli esempi e ispirare le persone che ci circondano nel seguire le nostre orme, sempre per il bene comune. Sempre per a ricostruzione delle mura di Gerusalemme: la città della presenza di Dio. 

martedì 23 maggio 2017

Il trono di Dio: commento al quarto capitolo dell'Apocalisse di Giovanni

Il SIGNORE è nel suo tempio santo;
il SIGNORE ha il suo trono nei cieli;
i suoi occhi vedono,
le sue pupille scrutano i figli degli uomini.
Salmo 11:4 

INTRODUZIONE 

L'apostolo Giovanni a Patmos, litografia di G. Dorè
L'Apocalisse di Giovanni è senza dubbio il libro più criptico del Nuovo Testamento. Per sua stessa natura infatti, rispondendo al genere letterario apocalittico, esso cela il suo significato dietro a simboli, numeri e immagini comprensibili soltanto ai membri della propria comunità, ma impenetrabili alle spie ed ai censori dell'impero - in questo caso - romano.1 Per poter essere interpretata correttamente quindi, è importante collocarla nel suo contesto storico e letterario, ed ottenere da questa comprensione le "chiavi" necessarie ad accedere al suo messaggio originario.2 Sicuramente un ruolo di primo piano a questo riguardo è riservato all'Antico Testamento, le cui citazioni e allusioni (soprattutto riguardanti i libri dell'Esodo, di Ezechiele e Daniele) sono presenti in grande concentrazione. Sommariamente infatti, possiamo accomunare tanto questi libri veterotestamentari quanto l'Apocalisse di Giovanni con la descrizione (storica e profetica) di una liberazione del popolo di Dio operata dal suo diretto intervento. Che siano gli egiziani, i babilonesi, i seleucidi, i romani o un impero futuro, i dominatori di questo mondo devono comunque rispondere delle proprie azioni direttamente a Dio, e pagare il prezzo eterno della persecuzione operata contro Israele e/o contro la Chiesa. Negli ultimi anni ho avuto la possibilità di scrivere numerosi articoli su queste tematiche, ai quali rimando per una introduzione più esaustiva. Sulla successione dei grandi imperi mondiali dal punto di vista biblico, ho scritto "Il regime satanico". Sul commento dei primi tre capitoli dell'Apocalisse (1-3) ho scritto degli articoli dedicati alle "Sette lettere". Infine, come introduzione generale e come commento agli ultimi quattro capitoli (19-22), ho scritto "L'Apocalisse di Giovanni e il compimento del Regno di Dio". In ogni caso, questa introduzione sarà sufficiente per la lettura  e la comprensione del presente articolo, che si inserisce in questa costellazione di approfondimenti pur rimanendo leggibile ed usufruibile a sé, senza per forza obbligare il lettore ad impegnarsi in altre ricerche. L'argomento specifico che verrà qui affrontato infatti sarà quello del quarto capitolo dell'Apocalisse di Giovanni, ossia del rapimento in Spirito e della visione che consente all'autore di contemplare il trono celeste di Dio. Si tratta di soli undici versetti, ma senza dubbio densi di significati e insegnamenti, come abbiamo detto, di non immediata comprensione. Come al solito, il punto che scelgo come inizio di una nuova indagine è quello della struttura letteraria dell'opera, che offre la possibilità di ottenere un prezioso sguardo d'insieme sullo sviluppo dei discorsi, delle descrizioni e delle argomentazioni nell'opera. Così come si inizia a scalare una montagna partendo da valle (contemplandola nella sua totalità), così dovremmo avvicinarci ai vari libri biblici, con rispetto e devozione, guardandoli nella loro interezza: leggendoli integralmente e considerandoli nella loro globalità prima di approfondire determinate sezioni particolari. Nel nostro caso, in termini generali, lo schema generale dell'Apocalisse è costituito da un'introduzione e una conclusione, al cui centro stanno i seguenti cinque importanti settenari:
  1. Prologo e saluto epistolare (1:1-8)
  2. Primo settenario: le sette lettere (1:9-4:11)
  3. Secondo settenario: i sette sigilli (5:1-8:1)
  4. Terzo settenario: le sette trombe (8:2-14:5)
  5. Quarto settenario: le sette coppe (14:6-19:20)
  6. Quinto settenario: le sette visioni (19:2-22:5)
  7. Epilogo e saluto epistolare (22:6-21)
Dopo il prologo, come possiamo vedere, l'Apocalisse introduce sette lettere dettate dal Signore risorto e indirizzate a sette comunità cristiane dell'Asia minore: le chiese di Efeso, Smirne, Pergamo, Tiatiri, Sardi, Filadelfia, Laodicea. Queste lettere costituiscono la parte più semplice del libro a livello letterario. Questa prima porzione di testo, viene conclusa da un'ulteriore esperienza, raccontata appunto nel quarto capitolo che sarà adesso trattato. Un'esperienza che accredita se possibile ancor di più le missive alle chiese, e che prepara agli imminenti successivi avvenimenti celesti: i sette sigilli. 

VIDI UNA PORTA APERTA NEL CIELO 

Dopo queste cose vidi una porta aperta nel cielo, e la prima voce, che mi aveva già parlato come uno squillo di tromba, mi disse: «Sali quassù e ti mostrerò le cose che devono avvenire in seguito». Subito fui rapito dallo Spirito. Ed ecco, un trono era posto nel cielo e sul trono c'era uno seduto. Colui che stava seduto era simile nell'aspetto alla pietra di diaspro e di sardonico; e intorno al trono c'era un arcobaleno che, a vederlo, era simile allo smeraldo. Attorno al trono c'erano ventiquattro troni su cui stavano seduti ventiquattro anziani vestiti di vesti bianche e con corone d'oro sul capo. Dal trono uscivano lampi, voci e tuoni. Davanti al trono c'erano sette lampade accese, che sono i sette spiriti di Dio. Davanti al trono inoltre c'era come un mare di vetro, simile al cristallo; in mezzo al trono e intorno al trono, quattro creature viventi, piene di occhi davanti e di dietro. La prima creatura vivente era simile a un leone, la seconda simile a un vitello, la terza aveva la faccia come d'un uomo e la quarta era simile a un'aquila mentre vola. E le quattro creature viventi avevano ognuna sei ali, ed erano coperte di occhi tutt'intorno e di dentro, e non cessavano mai di ripetere giorno e notte: «Santo, santo, santo è il Signore, il Dio onnipotente, che era, che è, e che viene». Ogni volta che queste creature viventi rendono gloria, onore e grazie a colui che siede sul trono, e che vive nei secoli dei secoli, i ventiquattro anziani si prostrano davanti a colui che siede sul trono e adorano colui che vive nei secoli dei secoli e gettano le loro corone davanti al trono, dicendo: «Tu sei degno, o Signore e Dio nostro, di ricevere la gloria, l'onore e la potenza: perché tu hai creato tutte le cose, e per tua volontà furono create ed esistono».
Apocalisse 4:1-11  

Come apprendiamo leggendo i capitoli precedenti, Giovanni era nell'isola di Patmos a motivo della parola di Dio e della testimonianza di Gesù (1:9). Qui, nel giorno del Signore viene preso in spirito (1:10), esperienza che lo porta ad avere una visione di Gesù risorto e glorificato3 che gli detta le sette missive iniziali. Conclusa questa attività, Giovanni vede una porta nel cielo, sente una voce che lo invita ad entrare e, ancora una volta, viene ad essere letteralmente in spirito. La nostra prima riflessione si sofferma proprio su tale espressione, che può essere tradotta ed intesa in modi diversi. Per l'assenza di articolo nel testo originale infatti, è improbabile che la formula sia da intendere letteralmente con "nello Spirito Santo", come comunemente affermato.4 Di conseguenza si aprono diverse possibilità, ma una soluzione che tenga conto tanto del testo grammaticale quanto del contesto teologico può identificare il suo significato con lo "spirito profetico", quello che in 19:10 è chiamato "spirito della profezia" e in 22:6, al plurale, "spirito dei profeti".5 È grazie allo Spirito dei profeti (lo Spirito di Dio, dato ai profeti) che Giovanni può osservare ciò che è oltre la porta celeste, e tentare di descrivere quello che per sua stessa natura è ineffabile (cfr. 2 Cor. 12:4). La ripetizione in 1:10 e 4:2 può indicare diverse profondità dell'essere nello spirito profetico, due momenti successivi e progressivi della stessa esperienza spirituale.6 La porta è da immaginare grandiosa, monumentale, perché è la porta del mondo divino; e il suo essere aperta è al tempo stesso invito ad entrare (subito dopo confermato dalla voce) e promessa.7 La voce infine, è senza dubbio la stessa del primo capitolo, quella che introdusse Giovanni alla visione del Figlio dell'uomo in mezzo ai sette candelabri. In questo quadro generale, si entra ora nel vivo dell'esperienza celeste. 

Sardonico
Diaspro rosso
La descrizione dell'indescrivibile si sofferma prima di tutto su un trono nel cielo, e sul suo occupante. Non viene rivelato da subito il suo nome, ma viene assomigliato alla pietra di diaspro e sardonico. Intorno al trono invece, Giovanni vede un arcobaleno simile allo smeraldo. Come il trono è simbolo di dominio sulla storia umana, così la somiglianza con le pietre preziose rimanda alla muta e misteriosa bellezza della natura.8 Nel mondo antico il cosmo superiore era spesso rappresentato con pietre preziose9: nel dialogo platonico del Fedone (IV sec. a.C.) troviamo infatti - per esempio - un confronto tra le parti superiori del cosmo con quelle inferiori, e l'affermazione che in quelle superiori si trovano allo stato puro proprio il diaspro, il sardio e lo smeraldo.10 Nell'Antico Testamento, se da un lato si polemizza contro il culto delle stele di pietra, dall'altro si esige che l'altare venga eretto con pietre non squadrate da mano umana, e che si innalzino pietre dove Dio si è manifestato.11 Le pietre quindi - specialmente quelle preziose - sono di conseguenza per Giovanni la scelta più naturale per alludere all'aspetto di Dio. Attorno al trono, vengono ora presentati altri ventiquattro troni su cui stavano seduti ventiquattro anziani vestiti di vesti bianche e con corone d'oro sul capo. Per cercare di comprendere meglio questa corte divina abbiamo i seguenti indizi: il numero ventiquattro, il termine "presbyteros", e l'atto di stare assisi su un trono vestiti di vesti bianche e indossando delle corone d'oro. Prima di tutto, il numero ventiquattro si presta a diversi significati: le ventiquattro classi sacerdotali dei cantori del Tempio (1 Cr. 24:4-19), il numero dei profeti di Israele (cfr. il libro apocrifo dell'Apocalisse di Esdra) ma, soprattutto, i dodici patriarchi dell'Antico Testamento sommati ai dodici apostoli di Gesù. Rilevando il successivo utilizzo di patriarchi e apostoli in 21:12-14 infatti, la soluzione più verosimile sembra proprio quest'ultima, simboleggiante in tal modo la storia intera intorno al trono di Dio, Signore della storia.12 Il termine anziani, di conseguenza riguardarderebbe questi due importantissimi gruppi di uomini di Dio, che qui svolgono il ruolo di dignitari che fanno da decoro a un sovrano, presenziando e prendendo parte agli encomi cantati e alle prostrazioni del rutuale di corte.13 Anche se una traduzione corretta potrebbe essere anziani/presbiteri, il significato è comunque diverso dal titolo dei responsabili delle comunità cristiane che troviamo altrove nel Nuovo Testamento.14 Come stiamo per vedere, le loro azioni sono anzitutto liturgiche: si prostrano davanti al sovrano che siede sul trono, gettano le loro corone ai suoi piedi per omaggiarlo, e nel capitolo seguente suonano l'arpa e offrono profumi intonando cantici. Oltre a questo però, alcuni di loro svolgono anche l'incarico di interpretare gli eventi rivelandone il significato, come in 5:5 e in 7:13-17. Infine, l'essere assisi su un trono nonostante si trovino in presenza di Dio e le corone che portano in capo non possono che mostrare la loro piena partecipazione al regno di Dio, di cui parlerà la pagina finale del libro (22:5, regneranno nei secoli dei secoli). 

Successivamente, la descrizione torna al trono di Dio, dal quale escono lampi, voci e tuoni. Essi compaiono anche in 8:5 (con l'aggiunta di un terremoto), in 11:19 e in 16:18-21 (con terremoto e grandine). Essendo messi in relazione con il trono divino, questi sono elementi associati alla manifestazione di Dio, sono il segno della presenza e della parola di Dio.15 Possiamo vedere a titolo di esempio altre ricorrenze veterotestamentarie legate alla teofania:

Esodo 19:16 Il terzo giorno, come fu mattino, ci furono tuoni, lampi, una fitta nuvola sul monte e si udì un fortissimo suono di tromba. Tutto il popolo che era nell'accampamento tremò.

Esodo 20:18 Or tutto il popolo udiva i tuoni, il suono della tromba e vedeva i lampi e il monte fumante. A tal vista, tremava e stava lontano.


O SIGNORE, quando uscisti dal Seir,
quando venisti dai campi di Edom,
la terra tremò, e anche i cieli si sciolsero,
anche le nubi si sciolsero in acqua.
I monti furono scossi per la presenza del SIGNORE,
anche il Sinai, là, fu scosso davanti al SIGNORE, al Dio d'Israele!
 

Giudici 5:4-5 

Salmo 77:18 Il fragore dei tuoni era nel turbine;
i lampi illuminarono il mondo;
la terra fu scossa e tremò. 
 
 
 

 
Si ha quindi certamente a che fare con la manifestazione della presenza di Dio, che nel nostro caso presenta davanti a sé sette lampade accese, che il testo interpreta subito dopo come i sette spiriti di Dio. Essi venivano descritti già in 1:4 e verrà svelato in 5:6 che sono anche i sette occhi dell'Agnello. Il fuoco delle fiaccole parla dell'azione divina, gli occhi parlano dell'onniscienza, entrambi legati al numero sette, il numero biblico per eccellenza perfetto, completo e definitivo.16 A questo riguardo, un precedente biblico possiamo trovarlo nel libro del profeta Isaia a riguardo del messia di Dio:

Lo Spirito del SIGNORE riposerà su di lui:
Spirito di saggezza e d'intelligenza,
Spirito di consiglio e di forza,
Spirito di conoscenza e di timore del SIGNORE.

Isaia 11:2


Davanti al trono poi, c'è anche un mare, di vetro simile al cristallo perché purificato dalla vicinanza del trono di Dio. In genere esso rappresenta la moltitudine dei popoli (cfr. 13:1), ma la sua vetrificazione simboleggia appunto la vittoria di Dio sulla ribellione e sulla forza del male (cfr. 15:2). Alla fine del libro, con la nuova creazione viene tuttavia detto esplicitamente che il mare non ci sarà più (cfr. 21:1b). In questo contesto non può che mostrare il dominio di Dio non solo sulla storia della salvezza, ma anche sulla storia dei popoli e dei ribelli. In mezzo e intorno al trono, quindi più vicini ad esso degli anziani precedentemente descritti, Giovanni vede invece quattro Viventi, pieni di occhi davanti e dietro. Queste creature sono simili a un leone, un vitello, un uomo e un'aquila, ciascuno con sei ali e pieni di occhi. Su questo tema, ci sono due brani dell'Antico Testamento molto importanti che dobbiamo considerare, ossia quelli delle vocazioni dei profeti Isaia ed Ezechiele:

Io guardai, ed ecco venire dal settentrione un vento tempestoso, una grossa nuvola con un fuoco folgorante e uno splendore intorno a essa; nel centro vi era come un bagliore di metallo in mezzo al fuoco. Nel centro appariva la forma di quattro esseri viventi; e questo era l'aspetto loro: avevano aspetto umano. Ognuno di essi aveva quattro facce e quattro ali. I loro piedi erano diritti, e la pianta dei loro piedi era come la pianta del piede di un vitello; e brillavano come il bagliore del bronzo lucente. Avevano mani d'uomo sotto le ali, ai loro quattro lati; tutti e quattro avevano le loro facce e le loro ali. Le loro ali si univano l'una all'altra; camminando, non si voltavano; ognuno camminava diritto davanti a sé. Quanto all'aspetto delle loro facce, essi avevano tutti una faccia d'uomo, tutti e quattro una faccia di leone a destra, tutti e quattro una faccia di bue a sinistra, e tutti e quattro una faccia d'aquila. Le loro facce e le loro ali erano separate nella parte superiore; ognuno aveva due ali che s'univano a quelle dell'altro, e due che coprivano loro il corpo.  
Ezechiele 1:4-11

In questo primo capitolo, il profeta Ezechiele descrive le circostanze della sua chiamata al ministero profetico. Egli era in esilio presso il fiume Chebar, e ad un certo punto inizia ad avere una visione divina. La prima cosa che vede è proprio una nuvola con un fuoco folgorante al cui centro vi è la forma di quattro esseri viventi successivamente descritti, e che in un secondo momento il profeta identificherà come cherubini (cfr. c.10). Come possiamo vedere, ci sono numerose somiglianze con il testo dell'Apocalisse, ma anche alcune differenze. In modo simile, essi sono chiamati Viventi, sono in numero di quattro, sono pieni di occhi (cfr. Ez. 1:18), hanno le stesse fattezze (uomo, leone, bue/vitello, aquila) e hanno delle ali. Differentemente però varia il numero di ali e la collocazione degli occhi, le quattro fattezze non sono contemporaneamente in ciascuno dei quattro Viventi ma ognuno ne ha una sola, ed infine in Ap. essi non hanno il compito di muovere i carro divino (come in Ez.) ma quello di essere assistenti al trono di Dio e di cantare a lui incessantemente. Esaminiamo ora invece alcuni versetti relativi alla chiamata profetica di Isaia:

Nell'anno della morte del re Uzzia, vidi il Signore seduto sopra un trono alto, molto elevato, e i lembi del suo mantello riempivano il tempio. Sopra di lui stavano dei serafini, ognuno dei quali aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi, e con due volava. L'uno gridava all'altro e diceva: «Santo, santo, santo è il SIGNORE degli eserciti! Tutta la terra è piena della sua gloria!» Le porte furono scosse fin dalle loro fondamenta dalla voce di loro che gridavano, e la casa fu piena di fumo.
Isaia 6:1-4

Anche in questo caso troviamo importanti punti di contatto e qualche divergenza. Da un lato, infatti, gli esseri angelici sono ugualmente collegati con il trono di Dio, hanno lo stesso numero di ali di quelli visti da Giovanni (sei), e cantano tre volte la sua santità in sua presenza. Dall'altra però in Ap. non si parla di serafini ma di "esseri viventi", non si descrive la funzione delle ali e il loro canto non si completa con la proclamazione della gloria universale di Dio. Rielaborando queste caratteristiche, possiamo adesso tentare di dare loro un significato più chiaro. Gli occhi dei viventi servono probabilmente per conoscere in ogni direzione e le ali per essere agili nei movimenti. Il leone è universalmente ritenuto il più forte degli animali, e quindi rappresenta la forza nel mondo della natura. Il vitello/bue invece è il più forte tra gli animali domestici, con lui è la forza per il lavoro. L'uomo è l'essere più nobile e intelligente, come apprendiamo sin dalla Genesi ed è immagine di queste caratteristiche. Infine l'aquila è l'uccello più veloce e forte, e dalla vista più acuta. Insieme, le fattezze di questi viventi rivelano la loro supremazia in ogni sfera naturale: dalla foresta selvatica (leone), all'ambiente domestico (vitello, uomo) al cielo (aquila).17 L'essere umano non è al vertice ma al centro, perché al vertice ci sia il cielo, l'abitazione di Dio.18 Senza azzardare la definizione di una categoria angelica quindi (il testo la omette), possiamo comprendere che questi esseri viventi possiedono la più grande comprensione, forza, e velocità nel regno celeste e possono così rappresentare l'intero cosmo. Davanti al trono di Dio perciò, tanto l'intera storia del suo popolo (Israele e la Chiesa) quanto l'intero creato (dalla foresta al cielo), nelle persone rispettivamente dei ventiquattro anziani e dei quattro esseri viventi, rendono omaggio alla sua sovranità in eterno. In questa liturgia celeste, i viventi continuano a ripetere, giorno e notte: «Santo, santo, santo è il Signore, il Dio onnipotente, che era, che è, e che viene». La triplice proclamazione della santità di Dio è espressione del mistero divino, la sintesi ineffabile di integrità, perfezione, splendore, incorruttibilità e potenza.19 Come abbiamo visto, ha un parallelo proprio con le parole dei serafini, che Isaia vede in modo simile sopra il trono di Dio. All'estremità opposta, c'è la dichiarazione della presenza e dell'azione di Dio al passato, presente e futuro. Al centro invece, tra la proclamazione della santità e quella della presenza efficace ed eterna, è detto chi sia il santo e potente: è detto con tre titoli (il Signore, Iddio, il Pantokrator) o, più probabilmente con due titoli (il Signore Iddio, il Pantokrator).20 Dio è tre volte santo, è kyrios universale, è colui che tutto detiene e tutto può (pantokrator) ed è infine colui che tutto è e tutto opera, in ogni coordinata del tempo e nell'eternità.21 Nel Nuovo Testamento, il termine pantokrator (onnipotente) è utilizzato quasi esclusivamente nell'Apocalisse di Giovanni (9 volte), con l'unica eccezione di una ricorrenza nella Seconda Lettera ai Corinzi:

E che armonia c'è fra il tempio di Dio e gli idoli? Noi siamo infatti il tempio del Dio vivente, come disse Dio:
«Abiterò e camminerò in mezzo a loro, sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo.
Perciò, uscite di mezzo a loro
e separatevene, dice il Signore,
e non toccate nulla d'impuro;
e io vi accoglierò.
E sarò per voi come un padre
e voi sarete come figli e figlie»,
dice il Signore onnipotente. 

2Corinzi 6:16-18

Anche qui, l'onnipotenza di Dio è strettamente legata al titolo di Signore e alla sua santità (non toccate nulla d'impuro, e io vi accoglierò): tre aspetti fortemente connessi tra di loro. Dio è Signore, è Onnipotente, ed è Santo, tre attributi inscindibili che mostrano degli aspetti della natura stessa di Dio. Torniamo però ora al nostro testo, per considerare le sue battute finali. Ogni volta che i viventi compiono la loro proclamazione, i ventiquattro anziani si prostrano in adorazione, gettano le loro corone davanti al trono e si uniscono nella lode con un'altra esclamazione: «Tu sei degno, o Signore e Dio nostro, di ricevere la gloria, l'onore e la potenza: perché tu hai creato tutte le cose, e per tua volontà furono create ed esistono». Lo studioso Biguzzi nota le difficoltà testuali di questa frase, e motiva la possibilità di intenderla come affermazione dell'esistenza dall'eternità delle creature già nella volontà divina, esistenza che precede l'atto stesso della creazione.22 La volontà di Dio di esprimersi nella creazione, e successivamente la sua azione nel portarla all'esistenza, è quindi pieno motivo di gloria, onore e potenza, e non può di certo essere diversamente da così.  

CONCLUSIONE 

Il quarto capitolo dell'Apocalisse termina interrompendo apparentemente una liturgia che in realtà continuerà in chiave cristologica in 5:8, per poi spegnersi in 5:13-14, in cui Dio e l'Agnello ricevono congiuntamente l'omaggio e la lode di tutte le creature.23 Grazie a questo capitolo, possiamo crescere nella comprensione non solo delle indicazioni del Signore (presenti nei capitoli precedenti), ma anche nei suoi attributi, in alcuni aspetti della sua natura e nella sua sovranità sulla creazione e sull'umanità. Da questo punto in poi inizia la descrizione di quello che deve avvenire in seguito, un inestimabile incoraggiamento per la Chiesa, che alimenta la fede dei credenti come solo la Parola di Dio può fare. Questo testo inoltre testimonia incontrovertibilmente dell'unità dell'Antico Testamento con il Nuovo e di come i vari libri biblici descrivono diverse tappe per la salvezza dell'uomo predisposte e promosse dallo stesso eterno Dio - come si vedrà nel quinto capitolo - e dall'Agnello che siede sul trono. Nel corso della storia del cristianesimo, l'Apocalisse ha incontrato numerose difficoltà di comprensione, ma lo sforzo del credente deve essere quello di impegnarsi per poter ricevere l'intero consiglio di Dio e non solo una parte determinata dai propri libri biblici preferiti. Se l'indicazione del libro di Daniele è di sigillare il libro (Dn. 12:4), quella dell'Apocalisse di Giovanni è diametralmente opposta:

Poi mi disse: «Non sigillare le parole della profezia di questo libro, perché il tempo è vicino. Chi è ingiusto continui a praticare l'ingiustizia; chi è impuro continui a essere impuro; e chi è giusto continui a praticare la giustizia, e chi è santo si santifichi ancora».
Apocalisse 22:10-11

Il tempo è vicino, il Signore della storia sta per tornare: chi è giusto deve continuare a praticare la giustizia e chi è santo deve santificarsi ancora, per la sola gloria di Dio.



Note:

[1] Cfr. Josep-Oriol Tunì, Xavier Alegre, Scritti giovannei e lettere cattoliche (1997), Paideia, p. 178.
[2] Id. Ibid. p. 179.
[3] Cfr. Giancarlo Biguzzi, Apocalisse (2005), Paoline, p. 84. 
[4] Id. Ibid. p. 81.
[5] Id. Ibid.  
[6] Cfr. Daniele Tripaldi, Apocalisse di Giovanni (2012), Carocci editore, p. 133.
[7] Cfr. G. Biguzzi, Apocalisse (2005), Paoline, p. 138.
[8] Id. Ibid.
[9] Cfr. Daniele Tripaldi, Apocalisse di Giovanni (2012), Carocci editore, p. 133.
[10] Cfr. G. Biguzzi, Apocalisse (2005), Paoline, p. 139.
[11] Id. Ibid. 
[12] Id. Ibid. p. 141.
[13] Id. Ibid. p. 140.
[14] Id. Ibid. 
[15] Id. Ibid. p. 142.
[16] Id. Ibid.
[17] Id. Ibid. p. 144.
[18] Id. Ibid.
[19] Id. Ibid.
[20] Id. Ibid. p. 145. 
[21] Id. Ibid. 
[22] Id. Ibid.
[23] Id. Ibid. p. 146.  
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