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mercoledì 10 maggio 2017

Aspettando il ritorno del Signore (parte IV): mangiare il proprio pane lavorando tranquillamente

Chi lavora la sua terra avrà pane in abbondanza;
ma chi va dietro ai fannulloni avrà abbondanza di miseria.
Proverbi 28:19  

Come abbiamo visto negli studi precedenti, la Seconda Lettera di Paolo ai Tessalonicesi si colloca molto probabilmente nei primi anni 50, durante la stessa permanenza dell'apostolo a Corinto che fornì l'occasione di scrittura della Prima Lettera ai Tessalonicesi.1 La storia della fondazione di questa antica comunità cristiana viene descritta dagli Atti degli Apostoli al capitolo 17, versetti dall'1 al 9. A livello letterario, questa epistola è strutturata secondo il seguente schema:2
  1. Indirizzo (1:1-2)
  2. Primo esordio (1:3-12)
  3. Prima esortazione (2:1-12)
  4. Secondo esordio (2:13-15)
  5. Prima conclusione (2:16-3:5)
  6. Seconda esortazione (3:6-15)
  7. Seconda conclusione (3:16-18)
Dopo aver dedicato il primo studio al commento dell'indirizzo e del primo esordio, il secondo studio al commento della prima esortazione e del secondo esordio, e il terzo studio alla comprensione della prima conclusione della lettera, questo quarto ed ultimo studio si concentrerà sui versetti finali della lettera che costituiscono la seconda esortazione e la seconda conclusione. Nel testo precedente, Paolo ha incoraggiato i credenti di Tessalonica a resistere alle difficoltà, rassicurandoli del vicino giudizio di Dio; chiarendo però che il giorno del Signore non era ancora arrivato, come invece alcuni affermavano. Successivamente egli ha descritto gli eventi che dovranno avvenire prima del ritorno del Signore, ringraziando Dio per la loro evidente elezione e per la loro fedeltà. Dopo tutto questo, troviamo il brano al centro del nostro attuale interesse:

Fratelli, vi ordiniamo nel nome del nostro Signore Gesù Cristo che vi ritiriate da ogni fratello che si comporta disordinatamente e non secondo l'insegnamento che avete ricevuto da noi. Infatti voi stessi sapete come ci dovete imitare: perché non ci siamo comportati disordinatamente tra di voi; né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di nessuno, ma con fatica e con pena abbiamo lavorato notte e giorno per non essere di peso a nessuno di voi. Non che non ne avessimo il diritto, ma abbiamo voluto darvi noi stessi come esempio, perché ci imitaste. Infatti, quando eravamo con voi, vi comandavamo questo: che se qualcuno non vuole lavorare, neppure deve mangiare. Difatti sentiamo che alcuni tra di voi si comportano disordinatamente, non lavorando affatto, ma affaccendandosi in cose futili. Ordiniamo a quei tali e li esortiamo, nel Signore Gesù Cristo, a mangiare il proprio pane, lavorando tranquillamente. Quanto a voi, fratelli, non vi stancate di fare il bene. E se qualcuno non ubbidisce a ciò che diciamo in questa lettera, notatelo, e non abbiate relazione con lui, affinché si vergogni. Però non consideratelo un nemico, ma ammonitelo come un fratello. 
2Tessalonicesi 3:6-15 

Se la prima esortazione epistolare riguardava il fatto che "il giorno del Signore non è già presente", e che devono avvenire determinati eventi prima che esso possa arrivare, questa seconda esortazione risulta invece più semplice e concentrata su un unico tema: ognuno deve lavorare per le proprie necessità e non deve essere di peso agli altri fratelli. Di fatto questa indicazione era presente anche nella precedente lettera (1 Ts. 4:11), ma viene ora ripresa con maggiore risolutezza, addirittura con un ordine. Evidentemente alcuni credenti erano di peso alla chiesa, avevano smesso di lavorare e iniziato a mangiare gratuitamente nei pasti comunitari o a casa di altri membri di chiesa. I possibili motivi sono svariati: la convinzione dell'imminente ritorno del Signore, il disprezzo del lavoro manuale secondo la cultura greca, o la priorità data a generiche "cose futili".3 Per rinforzare l'esortazione a mangiare il proprio pane, lavorando tranquillamente, l'apostolo Paolo ricorda l'esempio dato quando era con loro: durante il soggiorno a Tessalonica infatti Paolo e i suoi collaboratori non hanno usufruito del loro diritto di essere sostenuti dai fratelli per non essere di peso e per dare l'esempio all'intera comunità appena formata. Questo suo comportamento era solito nelle situazioni delicate, in quanto non voleva che l'esercizio di un proprio diritto (comunque esistente) potesse portare disordini, malumori o altre difficoltà nell'opera del Signore. Lo stesso tema sarà ripreso in modo più esteso nella successiva Prima Lettera ai Corinzi, dove possiamo leggere:

Chi mai fa il soldato a proprie spese? Chi pianta una vigna e non ne mangia il frutto? O chi pascola un gregge e non si ciba del latte del gregge? Dico forse queste cose da un punto di vista umano? Non le dice anche la legge? Difatti, nella legge di Mosè è scritto: «Non mettere la museruola al bue che trebbia il grano». Forse che Dio si dà pensiero dei buoi? O non dice così proprio per noi? Certo, per noi fu scritto così; perché chi ara deve arare con speranza e chi trebbia il grano deve trebbiarlo con la speranza di averne la sua parte. Se abbiamo seminato per voi i beni spirituali, è forse gran cosa se mietiamo i vostri beni materiali? Se altri hanno questo diritto su di voi, non lo abbiamo noi molto di più? Ma non abbiamo fatto uso di questo diritto; anzi sopportiamo ogni cosa, per non creare alcun ostacolo al vangelo di Cristo. 
1Corinzi 9:7-12

In questo testo, tre esempi vengono accomunati da un unico principio: tanto il soldato quanto il contadino (cfr. Dt. 25:6) e il pastore hanno diritto di vivere del loro rispettivo lavoro. Questo diritto naturale però trova conferma anche nella legge di Dio, in quanto l'indicazione di Deuteronomio 25:4 viene interpretata da Paolo secondo il modello dell'esegesi rabbinica4, e applicata anch'essa al caso del lavoro missionario. Oltre a questa argomentazione però, ne viene sviluppata anche una seconda, evidenziando la sproporzione che esiste fra le due qualità di beni definiti rispettivamente pneumatika e sarkika, ossia spirituale e carnale/materiale.5 Infatti, avendo Paolo ben svolto un lavoro spirituale, di estremo valore, può a buon titolo chiedere un sostegno materiale, di valore inferiore. Infine, egli riconosce che anche altri credenti avevano questo diritto sulla comunità di Corinto (probabilmente gli anziani, o altri missionari) e che a maggior ragione lui e i suoi collaboratori, in quanto fondatori della comunità, potevano goderne. Il diritto quindi viene rafforzato in modo triplice, e proprio a causa di questo rafforzamento suona eclatante la rinuncia che l'apostolo ha fatto anche nei confronti della chiesa di Corinto: non abbiamo fatto uso di questo diritto; anzi sopportiamo ogni cosa, per non creare alcun ostacolo al vangelo di Cristo. Questa decisione e questo esempio realizzato tanto con i tessalonicesi quanto con i corinzi non annulla il diritto di coloro che svolgono con fatica un lavoro spirituale. In altre lettere infatti leggiamo: 

Chi viene istruito nella parola faccia parte di tutti i suoi beni a chi lo istruisce.

Galati 6:6

Gli anziani che tengono bene la presidenza siano reputati degni di doppio onore, specialmente quelli che si affaticano nella predicazione e nell'insegnamento; infatti la Scrittura dice: «Non mettere la museruola al bue che trebbia»; e: «L'operaio è degno del suo salario».

1Timoteo 5:17,18


L'operaio è degno del suo salario, e l'anziano o il missionario/apostolo è degno di uno stipendio ministeriale. Ma l'eccellenza dell'esempio di Paolo sta proprio nella rinuncia di questo diritto nelle situazioni in cui - come abbiamo già detto - esso avrebbe portato in qualche modo un ostacolo al vangelo di Cristo. Servire il Signore infatti è un'attività che risponde ad una chiamata spirituale, non ad un desiderio professionale. Lo scopo è quello del perfezionamento dei santi e dell'edificazione del Corpo di Cristo (Ef. 4:12), uno scopo eterno. Il sostentamento materiale perciò deve essere utilizzato quando questo non arreca danno alla chiesa perché altrimenti sarebbe controproducente per il medesimo obiettivo finale. Inoltre ogni ministro cristiano deve essere attento a non avere amore per il denaro (cfr. 1 Tim. 6:10, Ebrei 13:5), ma al contrario ad affidarsi fiduciosamente alla provvidenza di Dio. Queste indicazioni bibliche sono molto preziose ed importanti anche per i nostri giorni, garantendo il giusto equilibrio necessario per l'espansione del Regno di Dio e la crescita delle chiese. I  ministri cristiani possono seguire lo stesso esempio dell'apostolo Paolo, istruendo a loro volta le proprie comunità così come egli ha fatto in questa lettera con la chiesa di Tessalonica. La pigrizia e l'indolenza sono deleterie e inconciliabili con la vita cristiana, che per sua natura è una vita spesa attivamente al servizio di Dio e del prossimo. Ogni credente dunque è chiamato a lavorare tranquillamente, per poter mangiare il proprio pane e contribuire economicamente ai reali bisogni della comunità.

A questo punto, possiamo tornare al nostro brano. Dopo la seconda esortazione che abbiamo potuto leggere e  commentare, l'epistola trova adesso il suo termine con una seconda e definitiva conclusione:

Il Signore della pace vi dia egli stesso la pace sempre e in ogni maniera. Il Signore sia con tutti voi. Il saluto è di mia propria mano, di me, Paolo; questo serve di segno in ogni mia lettera; è così che scrivo. La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con tutti voi.
2Tessalonicesi 3:16


Nella forma abituale, troviamo due importanti benedizioni/intercessioni: "il Signore vi dia la pace", e "La grazia del Signore sia con voi". Al centro invece, un saluto manoscritto per autenticare l'originalità della lettera, il cui corpo doveva essere stato dettato invece ad un segretario.6 Con queste ultime parole si conclude la Seconda Lettera di Paolo ai Tessalonicesi, il secondo scritto più antico di tutto il Nuovo Testamento. 

CONCLUSIONE










Come abbiamo potuto evidenziare, la Seconda Lettera ai Tessalonicesi è estremamente importante per una corretta comprensione di svariati aspetti della vita cristiana. È fondamentale per comprendere i sentimenti e il servizio dell'apostolo Paolo riguardo la fondazione di questa comunità, e di conseguenza per allinearsi ad essi anche ai giorni nostri nella pratica della vita missionaria. È importante per riconoscere le forme di preghiera proprie in questa Scrittura, e di conseguenza per applicarle nella nostra vita per una sana ed equilibrata devozione personale e comunitaria. È essenziale per riconoscere che il giorno del Signore non è già presente e che, per quanto il nostro sguardo e il nostro spirito sia sempre rivolto verso il momento del suo ritorno (maràn tha!), dobbiamo vivere ancora in questa società per qualche tempo, e dobbiamo farlo nel modo più opportuno. È vitale per capire che ogni discepolo del Signore Gesù deve provvedere alle sue necessità, mangiare il proprio pane lavorando tranquillamente per evitare di essere di peso agli altri fratelli. La chiesa deve aiutare tutti coloro che sono nel bisogno, ma nessuno se ne deve approfittare per evitare di togliere l'aiuto disponibile a chi è nella reale indigenza (Gc. 1:27). In particolare, la Scrittura afferma che i ministri cristiani sono degni di una retribuzione, ma insegna anche che la priorità è sempre quella dell'edificazione dei credenti e che quando questo salario crea problemi sarebbe meglio farne a meno e riuscire a mantenersi con altri lavori secolari, proprio come faceva l'apostolo Paolo.

Di fronte a tanta ricchezza spirituale, non si può quindi far altro che ringraziare il Signore per questa Scrittura da lui ispirata, e per il suo continuo sostegno nella vita della Chiesa nel complesso e di ogni singolo credente a livello personale e quotidiano. La Chiesa fondata sulla signoria di Cristo, infatti, non può essere vinta neanche dalla morte (Mt. 16:18), e non può fare altro che portare a Dio ogni onore e gloria.   



Note:

[1] Cfr. Jordi Sànchez Bosh, Scritti Paolini (2001), Paideia, p. 146.
[2] Id. Ibid. p. 148. 
[3] Francesco Mosetto, Lettere ai Tessalonicesi (2007), Edizioni Messaggero Padova, p. 94.
[4] Rinaldo Fabris, Prima lettera ai Corinzi (1999), Paoline, p. 125.
[5] Id. Ibid.  
[6] F. Mosetto, Lettere ai Tessalonicesi (2007), Edizioni Messaggero Padova, p. 96. 

martedì 1 settembre 2015

La completa armatura di Dio (parte I): la verità per cintura

Figlio mio, non dimenticare il mio insegnamento,
e il tuo cuore custodisca i miei comandamenti, 

perché ti procureranno lunghi giorni,
anni di vita e di prosperità.

Bontà e verità non ti abbandonino;
legatele al collo, scrivile sulla tavola del tuo cuore;
troverai così grazia e buon senso
agli occhi di Dio e degli uomini.

Proverbi 3:1-4 

1. LA LETTERA AGLI EFESINI 

Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, ai santi che sono in Efeso e ai fedeli in Cristo Gesù. Grazia a voi e pace da Dio, nostro Padre, e dal Signore Gesù Cristo.
Efesini 1:1-2

Il libro degli Atti degli Apostoli (c.19) riporta che l'apostolo Paolo, durante il suo terzo viaggio missionario, raggiunse la città di Efeso. Qui egli trovò dei discepoli battezzati con il battesimo di Giovanni, ai quali predicò Cristo e impose le mani affinché potessero ricevere lo Spirito Santo. Paolo si fermò ad Efeso due anni e tre mesi intorno a metà degli anni 50 del I secolo.

Secondo la tradizione cristiana, la lettera agli Efesini fu scritta qualche anno più tardi, durante la prigionia di Paolo a Roma nel 60-62 d.C.:

E Paolo rimase due anni interi in una casa da lui presa in affitto, e riceveva tutti quelli che venivano a trovarlo, proclamando il regno di Dio e insegnando le cose relative al Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento.
Atti 28:30-31 

In due diversi momenti della lettera infatti (3:1 e 4:1), Paolo si definisce "prigioniero di Cristo" o "del Signore". Non essendoci particolari crisi o motivi per cui scrivere questa missiva, essa sembrerebbe redatta con l'intento di riprendere quanto già detto nella lettera ai Colossesi, ampliando però alcuni aspetti, come per esempio l'ecclesiologia1. Alla fine della lettera (6:21), apprendiamo che il collaboratore Tichico era stato destinato a far recapitare il documento alla comunità di Efeso, in accordo con quanto leggiamo anche nella seconda lettera a Timoteo:

2Timoteo 4:12 Tichico l'ho mandato a Efeso. 

La paternità paolina della lettera agli Efesini (assieme a quella ai Colossesi) non è mai stata messa in discussione fino a metà del XVIII secolo, quando iniziarono a sorgere una serie di obiezioni circa la sua autenticità2. Attualmente la questione rimane ancora aperta, dividendo di fatto i moderni esegeti tra coloro che sostengono la pseudoepigrafia della lettera e coloro che sostengono sia più probabile la sua autenticità3. Il presente studio si svilupperà allineandosi con quest'ultima posizione.  

2. LA COMPLETA ARMATURA DI DIO 

Del resto, fortificatevi nel Signore e nella forza della sua potenza. Rivestitevi della completa armatura di Dio, affinché possiate star saldi contro le insidie del diavolo; il nostro combattimento infatti non è contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità, che sono nei luoghi celesti. Perciò prendete la completa armatura di Dio, affinché possiate resistere nel giorno malvagio, e restare in piedi dopo aver compiuto tutto il vostro dovere.
Efesini 6:10-13

L'esortazione finale della lettera si compone di una prima parte di stampo apocalittico e piuttosto nuova (6:10-17) e di una seconda parte che invita a pregare (6:18-20), fortemente affine a Col. 4:2-44. Questa prima parte riguarda quella che Paolo chiama "la completa armatura di Dio", associabile probabilmente alle "armi della luce" da lui accennate nella lettera ai Romani (13:12). La vita cristiana è una vita di combattimento spirituale, in quanto immersa in un mondo di tenebre influenzato dalle forze spirituali della malvagità, e per restare in piedi dopo aver compiuto il proprio dovere è necessario vestire questa armatura. Questa consapevolezza e linea d'azione, sono fondamentali per il successo della missione cristiana. Nei versetti successivi a questo brano, vengono elencati i componenti di questa armatura, che riprendono l'immagine delle armi dei soldati romani5. Come apprendiamo dagli Atti stessi, la prigionia di Paolo a Roma consisteva in una forma di detenzione domiciliare: egli infatti viveva in una casa presa in affitto (28:30), convivendo con un soldato di guardia (28:16). Possiamo immaginare, se questa circostanza tradizionale di redazione fosse confermata, che proprio dalla costante presenza del soldato, l'apostolo possa aver preso ispirazione per la sua descrizione. Una descrizione semplice ed efficace degli aspetti spirituali da conoscere e vivere per combattere la guerra contro i malvagi esponenti spirituali di questo mondo di tenebre. Mentre i romani conquistavano e governavano territori immensi, l'apostolo Paolo pensava alla Chiesa, e a come istruire i credenti che conobbe ad Efeso ad un combattimento differente, un combattimento destinato a tutti coloro che hanno una cittadinanza non romana, ma celeste (Fil 3:20). 

3. LA VERITA' PER CINTURA 

Efesini 6:14a State dunque saldi: prendete la verità per cintura dei vostri fianchi [...]

I componenti della completa armatura di Dio non rappresentano lo scopo ultimo della vita cristiana, ma piuttosto gli strumenti necessari per restare in piedi dopo aver compiuto tutto il proprio dovere. Ne consegue che è possibile cercare di compiere il proprio dovere senza vivere questi aspetti spirituali, ma non si sa se sia possibile restare in piedi dopo averlo compiuto. L'apostolo Paolo era un uomo molto disciplinato, che viveva rigidamente per evitare di essere squalificato dopo aver predicato a molti (1 Co 9:27), sapendo che ogni sua caduta sarebbe stata utilizzata da Satana per distruggere lui, bestemmiare Dio e scandalizzare la Chiesa. E tutto questo non era accettabile. Il suo apostolato, ricevuto non per mezzo di uomini ma per mezzo di Gesù Cristo e Dio Padre (Gal 1:1), necessitava di essere svolto in modo irreprensibile ed efficiente per amore degli eletti, affinché anch'essi potessero conseguire la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna (2 Tim 2:10). La risolutezza e il sacrificio necessari, erano paragonabili a quelli di un soldato, un atleta o un lavoratore (2 Tim 2:4-6), ma se in questi casi quello che faceva la differenza era la sola abnegazione dell'individuo, nel suo (e nel nostro) caso questo aspetto doveva (e deve ancora oggi) essere vissuto per mezzo della fede nella grazia di Dio, sostenuto dall'amore del Padre sparso nei cuori mediante lo Spirito Santo (Ro 5:1-5), al fine di faticare non tanto con forze umane ma con la grazia di Dio in sé (1 Co 15:10). 

Con questa attitudine, egli raccomanda agli efesini di restare saldi, prendendo prima di tutto per i loro fianchi la cintura della verità. Questo è il primo strumento spirituale, la prima arma della luce che Paolo descrive. Nell'armatura romana, il cinturone sorreggeva il fodero del pugnale ed era ricoperto con placche di bronzo o stagno6. Analogamente, per ogni cristiano la verità è proprio ciò che sostiene ogni altro aspetto spirituale, essendone il presupposto fondamentale. La verità è ciò che divide la realtà dall'apparenza, ed è arrivata in modo completo grazie a Gesù Cristo (Gv 1:17). Egli è il Veritiero (Ap 3:14, 19:11), e durante tutto il suo ministero terreno (descritto nei vangeli) ha presentato le verità più profonde circa l'uomo, Dio, il regno di Dio ed il futuro ultimo di ogni cosa. Per questo, prima di insegnare, Gesù iniziava ogni frase con l'espressione "in verità", traduzione del termine ebraico "amen". La fede cristiana si appoggia quindi su Cristo stesso, come "via, verità e vita" (Gv 14:6) , e di conseguenza sui suoi insegnamenti, oltre che sulla sua morte e resurrezione. Gesù è la verità, le sue parole sono verità, e tanto lui quanto i suoi insegnamenti sostengono ogni credente proprio come il cinturone romano sosteneva le armi e le protezioni dei soldati al tempo dell'apostolo Paolo. 

Sicuramente, la cintura della verità rappresenta anche l'attitudine di sincerità con cui deve vivere ogni cristiano. L'amore gioisce con la verità (1 Co 13:6), ed è impossibile camminare nell'amore di Dio e contemporaneamente essere bugiardi. La sincerità procura una coscienza pura, il primo requisito per il servizio cristiano, necessario per piacere a colui che scruta le reni e i cuori (Ap 2:23). Ma la sincerità non è solo un requisito importante per il Signore, infatti lo è anche per la Chiesa nel suo insieme, in quanto corpo di Cristo:

Perciò, bandita la menzogna, ognuno dica la verità al suo prossimo perché siamo membra gli uni degli altri.
Efesini 4:25 

Siamo membra gli uni degli altri, e mentire, sarebbe di danno reciproco. Siamo membra gli uni degli altri e per avanzare, per combattere questa guerra spirituale, è necessario essere uniti e compatti, proprio come le coorti romane. 


Note:

[1] Jordi Sanchez Bosh, Scritti paolini, Ed. Paideia, cit. p. 328
[2] Id., Ibid., cit. p. 341.
[3] Id., Ibid.
[4] Id., Ibid., cit. p. 340. 
[5] Brown Raymond E., Fitzmyer Joseph A., Murphy Roland E., Grande commentario biblico Queriniana, Ed. Queriniana, cit. p. 1282.
[6] http://avalonceltic.com/armatura_romana.htm

mercoledì 18 marzo 2015

Che ci manca ancora?


Un tale si avvicinò a Gesù e gli disse: «Maestro, che devo fare di buono per avere la vita eterna?» Gesù gli rispose: «Perché m'interroghi intorno a ciò che è buono? Uno solo è il buono. Ma se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». «Quali?» gli chiese. E Gesù rispose: «Questi: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso. Onora tuo padre e tua madre, e ama il tuo prossimo come te stesso». E il giovane a lui: «Tutte queste cose le ho osservate; che mi manca ancora?» Gesù gli disse: «Se vuoi essere perfetto, va', vendi ciò che hai e dàllo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi, vieni e seguimi». Ma il giovane, udita questa parola, se ne andò rattristato, perché aveva molti beni. Matteo 19:16-22 

Questo famoso brano evangelico, ad una distratta lettura sembra suggerire a tutti i cristiani la necessità del voto di povertà, soprattutto a causa dei versetti successivi, in cui Gesù esprime l'enorme difficoltà per i ricchi di entrare nel regno di Dio (v.24). Leggendo l'intero vangelo tuttavia, possiamo comprendere meglio la predicazione di Gesù, una predicazione che non è vincolata a regole da osservare, ma piuttosto ad un ravvedimento/decisione di vita che aderisca all'appello del regno di Dio con la totalità della propria persona. Non sono i poveri ad essere beati, ma i poveri in spirito (Mt 5:1), accentuando l'importanza di una certa attitudine piuttosto che quella dell'osservanza esteriore ad un codice comportamentale. In questo, Gesù riprende le indicazioni dei profeti veterotestamentari (cfr. p.es. Is 1) evidenziando però l'urgenza escatologica di un nuovo tempo spirituale (Mt 10:7). In questa cornice, il brano del "giovane ricco" risulta particolarmente esplicativo. La narrazione si apre con "un tizio" che si avvicina a Gesù chiedendogli cosa fare per avere la vita eterna. Non si tratta di una domanda oziosa come quelle dei farisei, ma di una domanda sincera, una domanda che senza dubbio risuonava da tempo nel cuore di questa persona. La prima risposta di Cristo contempla i comandamenti, fondamento della religione ebraica e proprio per questo motivo già osservati dal giovane. Questi però non riuscivano a soddisfarlo appieno. Egli infatti non è appagato da questa risposta e replica con la frase: "che mi manca ancora?". Questo ragazzo sentiva che gli mancava qualcosa.

Ciascuno di noi, probabilmente si trova nella stessa situazione. Chi ha già incontrato il Signore Gesù ed è credente da tempo, sa che la vita eterna è un dono di Dio offerto per grazia mediante la fede (Ef 2:8). Ma oltre a questa salvezza, vi è probabilmente una santa insoddisfazione, la consapevolezza di non essere maturi. Chi invece non ha ancora vissuto l'esperienza della conversione può a maggior ragione custodire dentro di sé questa domanda, cercando Dio come a tastoni (Atti 17:27). Ebbene, questo senso di mancanza è qualcosa di incredibilmente buono. E' lo strumento che il Signore utilizza per portare la vera libertà e la crescita verso la maturità spirituale e la comunione con noi. Questa domanda del giovane, ha offerto a Gesù la possibilità di raggiungere il centro del problema, dicendo: «Se vuoi essere perfetto, va', vendi ciò che hai e dàllo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi, vieni e seguimi». Il termine "perfetto" è reso in greco con teleios, una parola che significa anche completo, adulto, maturo. Una parola che rappresenta il nostro obiettivo, lo scopo della nostra vita. L'infanzia è un periodo di tempo fondamentale, che deve però portare al periodo successivo - quello dell'adolescenza - ed infine all'età adulta. Essere bambini per un tempo maggiore è innaturale e patologico. Tutti noi viviamo in modo naturale per raggiungere l'età adulta ed esercitare il discernimento, l'autocontrollo, la responsabilità, il contributo alla società che ci sta attorno. Di questa maturità però, fa parte anche la componente spirituale, e il nostro coinvolgimento del regno di Dio in quanto cristiani. Possiamo aderire nel nostro cuore all'appello del Signore, frequentare le celebrazioni domenicali ma sentire comunque che ci manca qualcosa. In realtà, a tutti noi manca qualcosa! Anche se siamo in una responsabilità nella chiesa locale, anche se serviamo Dio tutti i giorni molto probabilmente "sentiamo" ugualmente che ci manca qualcosa. Ma che cosa?

Per il giovane ricco era la libertà dall'amore per il proprio patrimonio economico, ma per noi può essere qualcosa di diverso. La libertà dal legame sbagliato con una persona, la libertà da un peccato in particolare.....in definitiva la totale e completa libertà di seguire e servire il Signore con la completezza della nostra vita e non solo con una percentuale. C'è qualcosa che "teniamo per noi", che non vogliamo dare a Dio? Ebbene, chiediamo al Signore la forza di donargli proprio questa cosa a cui teniamo tanto. Per quanto possiamo proteggere ciò che ci è caro infatti, ogni nostra iniziativa è soltanto un illusione di controllo: ogni cosa che abbiamo ci è stata donata dal Signore e non abbiamo alcun potere di preservarla realmente. La regola però non è neanche quella della povertà assoluta: non dobbiamo per forza vivere in miseria, non dobbiamo vivere senza affetti, non dobbiamo vivere senza desiderio di realizzazione! Quello che il Signore richiede è invece di lasciare il nostro orgoglio ed egocentrismo insieme a tutte queste altre cose ai suoi piedi, ed amarlo più di tutti questi legami (Mt 10:37, 16:24). Alcune cose sbagliate le dovremo abbandonare per poter trovare la pace e la libertà di seguire Gesù, ma altre le potremo tenere, osservandole però da una nuova prospettiva. Vivere per Cristo non significa isolarsi dal mondo, ma isolarsi dalle passioni della nostra vecchia natura (cfr. Gal 5:24, Ef 4:22, Col 3:5, 1 Pt 4:2), lasciare cadere ogni resistenza per arrendersi alla volontà di Dio. Questa arresa è la sfida più difficile per ogni cristiano, impossibile per nostra stessa natura, ma resa possibile dall'azione dello Spirito Santo. Non si tratta di una singola decisione, ma di una decisione applicata ogni giorno della nostra vita, ogni giorno con forze nuove. Solo svuotandoci di noi stessi e di tutto ciò che ci toglie lucidità potremo essere ricolmi di Spirito (Ef 5:18) e scegliere di seguire Gesù in totale libertà. Solo prendendo consapevolezza di quello che ci manca, potremo invocare il Signore per lasciargli la nostra oppressione e prendere il suo giogo leggero (Mt 11:28-30).

Il giovane ricco se ne andò rattristato, così come ciascuno di noi viene rattristato dall'idea di abbandonare quello a cui teniamo davvero. Ma il conflitto interiore della coscienza si può risolvere solo in un modo: abbandonando ogni peso. Non sappiamo come è andata a finire la storia del giovane ricco e quale decisione abbia maturato riflettendo successivamente sulle parole di Gesù. Ma quello che possiamo sapere, è come reagiremo noi a queste stesse parole. Quale decisione prenderemo per la nostra stessa vita. E, infine, quanto prontamente risponderemo all'imperativo che oggi ci rivolge il nostro Signore, una voce autoritaria ma gentile che dice: "seguimi". 

lunedì 26 gennaio 2015

La conoscenza gonfia, ma l'amore edifica

Quanto alle carni sacrificate agli idoli, sappiamo che tutti abbiamo conoscenza. La conoscenza gonfia, ma l'amore edifica. Se qualcuno pensa di conoscere qualcosa, non sa ancora come si deve conoscere; ma se qualcuno ama Dio, è conosciuto da lui. Quanto dunque al mangiare carni sacrificate agli idoli, sappiamo che l'idolo non è nulla nel mondo, e che non c'è che un Dio solo. Poiché, sebbene vi siano cosiddetti dèi, sia in cielo sia in terra, come infatti ci sono molti dèi e signori, tuttavia per noi c'è un solo Dio, il Padre, dal quale sono tutte le cose, e noi viviamo per lui, e un solo Signore, Gesù Cristo, mediante il quale sono tutte le cose, e mediante il quale anche noi siamo. Ma non in tutti è la conoscenza; anzi, alcuni, abituati finora all'idolo, mangiano di quella carne come se fosse una cosa sacrificata a un idolo; e la loro coscienza, essendo debole, ne è contaminata. Ora non è un cibo che ci farà graditi a Dio; se non mangiamo, non abbiamo nulla di meno; e se mangiamo non abbiamo nulla di più. Ma badate che questo vostro diritto non diventi un inciampo per i deboli. Perché se qualcuno vede te, che hai conoscenza, seduto a tavola in un tempio dedicato agli idoli, la sua coscienza, se egli è debole, non sarà tentata di mangiare carni sacrificate agli idoli? Così, per la tua conoscenza, è danneggiato il debole, il fratello per il quale Cristo è morto. Ora, peccando in tal modo contro i fratelli, ferendo la loro coscienza che è debole, voi peccate contro Cristo. Perciò, se un cibo scandalizza mio fratello, non mangerò mai più carne, per non scandalizzare mio fratello.
1Corinzi 8:1-13 

La prima lettera ai corinzi viene unanimemente attribuita all'apostolo Paolo, tanto dalla tradizione cristiana quanto dagli studiosi moderni. La lettera è scandita nei vari argomenti dall'espressione "quanto a...". Rispondendo alle esigenze della chiesa infatti, Paolo si esprime quanto alle cose di cui i corinzi gli hanno scritto prima (il matrimonio), quanto alle vergini, alle carni sacrificate agli idoli, ai doni spirituali ed alla colletta per i santi. In questo panorama, l'ottavo capitolo si concentra proprio sul problema della carne sacrificata agli idoli, un problema molto sentito per i credenti di questa grande città. A Corinto infatti la maggior parte della carne che si trovava al mercato derivava da una precedente dedicazione agli idoli da parte dei sacerdoti pagani, che tenevano come sacrificio solo una minima parte dell'animale in questione. La facilità con la quale ci si poteva imbattere in questo tipo di alimento era enorme, e la componente della chiesa di Corinto convertita da poco tempo poteva avere problemi di coscienza in relazione ad una pratica ora riconosciuta come sbagliata. D'altro canto, anche i cristiani di origine giudaica avevano una loro debolezza proprio nell'osservanza delle pratiche ebraiche anche dopo essersi convertiti a Cristo. Questo era sicuramente uno dei motivi di tensione all'interno della comunità. Ma la lettera 
offre anche numerosi indizi sulle cause delle divisioni che sicuramente erano presenti: la ricerca di una sapienza "per pochi", la tendenza al settarismo e al mettere gli apostoli in competizione, l'enfasi sui carismi spirituali a discapito dell'amore fraterno. Dopo circa sei anni dalla sua fondazione da parte dell'apostolo Paolo, questa comunità era caduta in una grave crisi sociale e spirituale, alla quale l'apostolo cerca di rimediare intervenendo punto per punto su tutte le criticità che erano emerse. Una chiesa sana si era trasformata in una chiesa con molte malattie, le cui cure sono tutte presenti proprio nelle due preziose lettere di Paolo a loro rivolte e incluse nel canone neotestamentario. Le indicazioni per il problema della carne sacrificata agli idoli, diventa però in questo contesto una possibilità per trattare del più ampio ed importante tema relativo alla libertà del cristiano. Il pastore protestante Martin Luther King scrisse: "la mia libertà finisce dove inizia la vostra"; e proprio questa frase secondo me potrebbe rappresentare al meglio l'argomento di questo intero capitolo della lettera. Il problema vero infatti non sono gli idoli in sé, né mangiare la carne ad essi sacrificata. L'idolo infatti è nulla nel mondo, in quanto esiste un solo ed unico vero Dio. I termini del problema perciò vengono traslati dall'oggettività di una pratica alla sua soggettività, ossia alla coscienza di coloro che la compiono. Nella lettera a Tito, leggiamo sempre in merito alle prescrizioni giudaiche che "tutto è puro per quelli che sono puri, ma nulla è puro per i contaminati e gli increduli": un'espressione differente che presenta la medesima realtà spirituale. Ci sono pratiche che per i giudei sono impure, ma che per i cristiani maturi sono in realtà neutre, infatti nulla è impuro in sé stesso alla luce del Vangelo di Cristo. In questo momento però arriva un "ma" che a mio avviso rappresenta il cuore dell'intero brano e dell'insegnamento tanto prezioso per i corinzi e per i cristiani di ogni tempo: "ma non in tutti è la conoscenza". Nella comunità ci sono infatti cristiani deboli. La loro osservanza a questa regola alimentare è un modo per onorare Dio, non sapendo che in realtà non avrebbero questo limite. Non è solo una questione di conoscenza o meno di una regola, ma di sensibilità della propria coscienza e misura della propria fede. La soluzione infatti non è semplicemente spiegare a questi fratelli che possono mangiarne senza aver per questo motivo trasgredito alcuna legge, ma piuttosto rispettare la loro coscienza ed evitare di mangiare queste carni per amore fraterno! 

Quante volte abbiamo ascoltato la famosa frase: "la conoscenza gonfia ma l'amore edifica"? Quante volte l'abbiamo ascoltata in relazione alla pericolosità della teologia a favore di una semplicità di vita e di servizio amorevole al prossimo, oppure una concezione di fede più semplice "senza cavilli dottrinali"? Ebbene, in realtà non è questo l'argomento che l'apostolo Paolo sta trattando, non è questo che sta dicendo. Egli sta affermando che se qualcuno ha una misura di fede maggiore e una conoscenza maggiore, non deve assolutamente ostentarla di fronte a chi è più debole, perché il fratello più debole potrebbe scandalizzarsi. Se c'è qualcuno che reputa un giorno più importante di un altro per il Signore, io, sapendo che in realtà tutti i giorni sono uguali, non ho alcun mandato di convincere a forza il fratello che tutti i giorni in realtà sono uguali ma anzi, sono tenuto ad osservare la santità di quel giorno in presenza del fratello per non scandalizzarlo. Questo ovviamente non legittima il tradizionalismo o il legalismo in quanto è vincolato alla sincera devozione personale e spirituale per il Signore, e ad un percorso di crescita e santificazione. Il problema non è studiare le Scritture, ma piuttosto non rendersi conto delle diverse sensibilità dei propri fratelli e calpestarle con la propria conoscenza. 

Smettiamo dunque di giudicarci gli uni gli altri; decidetevi piuttosto a non porre inciampo sulla via del fratello, né a essere per lui un'occasione di caduta. Io so e sono persuaso nel Signore Gesù che nulla è impuro in se stesso; però se uno pensa che una cosa è impura, per lui è impura. Ora, se a motivo di un cibo tuo fratello è turbato, tu non cammini più secondo amore. Non perdere, con il tuo cibo, colui per il quale Cristo è morto! Ciò che è bene per voi non sia dunque oggetto di biasimo; perché il regno di Dio non consiste in vivanda né in bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo. Poiché chi serve Cristo in questo, è gradito a Dio e approvato dagli uomini. Cerchiamo dunque di conseguire le cose che contribuiscono alla pace e alla reciproca edificazione. Non distruggere, per un cibo, l'opera di Dio. Certo, tutte le cose sono pure; ma è male quando uno mangia dando occasione di peccato. È bene non mangiare carne, né bere vino, né fare cosa alcuna che porti il tuo fratello a inciampare. Tu, la fede che hai, serbala per te stesso, davanti a Dio. Beato colui che non condanna se stesso in quello che approva. Ma chi ha dei dubbi riguardo a ciò che mangia è condannato, perché la sua condotta non è dettata dalla fede; e tutto quello che non viene da fede è peccato.
Romani 14:13-23

La vita spirituale non consiste in vivanda, né in bevanda. Non consiste in carne o pesce, acqua o vino; sabato o domenica. La vita spirituale consiste in pace e gioia nello Spirito Santo. Quando la nostra consapevolezza spirituale porta turbamento nell'assemblea, minando alla pace e alla gioia nello Spirito Santo, è necessario fermarsi e cambiare attitudine per venire incontro ai nostri fratelli e alle nostre sorelle. Quello che è più importante infatti non è avere ragione, ma edificare. Trasmettere fede e non dare, invece, occasione di peccato. Nel cristianesimo del primo secolo, questo problema si è sviluppato inizialmente nelle occasioni di pasto comunitario, ma il principio spirituale della libertà nell'amore è valido per ogni altro argomento. Il grosso problema successivo sarebbe stato quello della circoncisione dei credenti non ebrei, e sebbene Paolo si sia giustamente battuto con fervore per non tradire la completezza e l'integrità del Vangelo nella Chiesa, farà in ogni caso circoncidere il suo collaboratore Timoteo (Atti 16:3) per poter continuare ad evangelizzare senza impedimento i giudei non ancora convertiti. Così come Cristo spogliò sé stesso per raggiungere gli uomini, allo stesso modo ogni cristiano è chiamato a lasciare i propri diritti per raggiungere coloro che non conoscono il Signore o che sono ancora deboli nella fede. Tutto questo però senza svilire o annacquare la pienezza del Vangelo; ma al contrario per l'edificazione della Chiesa, alla gloria di Dio. 

sabato 1 novembre 2014

L'etica del Nuovo Testamento












1.INTRODUZIONE
Con il termine etica si intende, in senso ampio, quel ramo della filosofia che si occupa di qualsiasi forma di comportamento (gr.ἦθος) umano, politico, giuridico o morale («Etica» in Enciclopedia Treccani). In senso più prettamente filosofico esso si riferisce specificamente ad una riflessione riguardante la sfera delle azioni umane che va alla ricerca di un ideale universale di vita buona. L’etica è, in questo senso, una disciplina che affonda le sue radici nel pensiero greco, e che trova in Socrate il suo padre fondatore. È a questo filosofo ateniese che si fa risalire, infatti, il primo tentativo di definire la natura della virtù e della vita buona. La filosofia socratica, magistralmente ripresa e sviluppata dall'allievo Platone, va alla ricerca della chiarificazione di idee come il bene, la giustizia, il piacere, la felicità, a partire dalla convinzione che sia possibile per questi concetti etici trovare una definizione universale al di là delle opinioni personali.

La riflessione etica come teoria generale della vita buona è presente in modo limitato negli scritti del Nuovo Testamento. In ambito cristiano essa si è sviluppata a partire dall’idea, predicata da Gesù di Nazaret, di un’uguaglianza tra gli uomini chiamati ad essere figli di Dio. Da questo presupposto nasce la regola di condotta evangelica che si traduce nel sommo comandamento d’amore per gli altri. L’etica cristiana è un operoso donare sé stessi, senza nulla chiedere in cambio, la vita buona è condotta in vista dell’attuazione del Regno che è sì dono di Dio, ma insieme meta cui l’uomo deve tendere. Essa riscopre il grande ideale di perfezione morale nell'unico modello di vita: il Figlio di Dio fatto uomo che, incarnandosi e morendo in croce, riscattò gli uomini offrendo loro il «dono di diventare figli di Dio» (Giov. 1, 12).


2.UN'ETICA ESCATOLOGICA 












Leggendo l'Antico Testamento, è possibile accorgersi molto presto di quale sia stato l'evento trasformante per tutto il popolo ebraico: la liberazione dall'oppressione egiziana, e la promulgazione della Legge di Dio trasmessa per mezzo di Mosè. Questi avvenimenti sono raccontati nel pentateuco, ossia nei primi cinque libri della Bibbia. Tali eventi si sono solidificati nell'identità etnica e nazionale del popolo, centralizzando la fede comune per poi condurla oltre con la promessa davidica (renderò stabile il tuo trono per sempre..), l'edificazione del tempio, e l'attesa del Messia. Nel caso del cristianesimo, è possibile trovare un'importante analogia all'interno del Nuovo Testamento: un nuovo evento specifico che ha permesso l'edificazione della Chiesa e la trasmissione della fede nei millenni. Questa vera e propria chiave di volta è particolarmente evidenziata nelle tradizioni dei vangeli sinottici e corrisponde alla pasqua, ossia alla resurrezione del Signore. Studiando i vangeli si è soliti adoperare questo evento come spartiacque, e fare quindi una distinzione fra il gruppo prepasquale (ossia i discepoli che seguirono Gesù durante il suo ministero terreno, raccogliendo i suoi detti), e la comunità postpasquale (ossia le comunità che vivevano nella fede del Cristo risorto, fortificate da questo evento sovrannaturale attraverso il quale rivedere la precedente tradizione per una comprensione più completa del piano di Dio). 

Nelle nostre considerazioni sull'etica cristiana, il corretto punto da cui iniziare è costituito proprio dal gruppo prepasquale e dalle rispettive tradizioni che sono successivamente confluite all'interno dei vangeli sinottici. In questi testi, possiamo sottolineare subito una caratteristica importante della predicazione di Gesù: ossia che il suo messaggio etico si identifica con quello escatologico, con l'annuncio del regno di Dio che sta per venire. E' infatti a causa dell'imminente arrivo del regno che si può enunciare l'imperativo "convertitevi!" che troviamo per esempio in Mc 1:15 o Mt 3:2, 4:17. Non vi è perciò una parziale esortazione relativa a qualche aspetto del culto, ma piuttosto il comandamento a un cambiamento radicale, un'accettazione incondizionata, un'obbedienza completa alla volontà del Padre rivelata per mezzo del Figlio. 

Gesù rispose loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, bensì i malati. Io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori a ravvedimento».
Luca 5:31,32 

L'appello di Gesù non è rivolto solo alle persone religiose del popolo, ma è rivolto a tutti, e soprattutto a coloro che sono peccatori, bisognosi e indigenti. Esso non consiste in una particolare regola di condotta ma piuttosto nella totale sottomissione alla sovranità di Dio. Ogni legame familiare, nazionale ed economico deve essere sciolto per entrare nella libertà del regno di Dio, distaccandosi anche da sé stessi e dal proprio egocentrismo. 

La predicazione di Gesù non si contrappone alla legge di Mosè, ma in alcuni casi mostra una volontà divina superiore, come nel caso della santificazione del sabato (Mc 3), o del digiuno (Mc 2). Evidenzia inoltre una cattiva comprensione della stessa, un travisamento del significato fondamentale:

Marco 7:13 [...] annullando così la parola di Dio con la tradizione che voi vi siete tramandata. Di cose simili ne fate molte». 

Queste osservazioni diventano di vitale importanza proprio a causa del subentro di una situazione nuova (Mc 2:22), un nuovo tempo della salvezza che cambia la posizione nei confronti della legge, nell'antica divisione tra sacro e profano; radicalizzando invece altri precetti che vengono allargati fino alle intenzioni del cuore. Tutta la legge infatti trova il suo pieno adempimento nell'amore di Dio e del prossimo (Mt 22:37), laddove il prossimo non è più solo il proprio connazionale (Lev 19:18) ma addirittura il proprio nemico e persecutore (Mt 5:44). L'amore di cui parla Gesù, non è un amore umano ma è l'amore di Dio, che avvolge per primo tutti i suoi figli rendendoli capaci di ricambiare questo stesso amore verso di lui e verso il prossimo. 

Esiste una certa difficoltà nell'inquadrare la predicazione e la richiesta di Gesù sotto le normali classificazioni sociali e religiose. Egli infatti non è un riformatore morale, né un rivoluzionario sociale e neppure un asceta nemico del mondo, nonostante la sua scelta di non sposarsi e non avere alcun possedimento. Le sue guarigioni non vogliono portare a una riforma dell'igiene e della medicina, né si rende portavoce della richiesta di abolizione della schiavitù. Il suo appello infatti trascende ogni singolo aspetto per contenerli tutti: la richiesta è quella di fare vere rinunce, non in senso ascetico ma per vivere nella libertà di decisione per il regno di Dio. In questo modo ogni legame (familiare, sociale, economico etc.) viene relativizzato perdendo quindi il carattere di potenza assoluta. Ogni cosa impallidisce di fronte alla realtà del regno di Dio, che a partire da questo momento storico rappresenta tanto il mezzo quanto il fine dell'intera vita umana secondo le intenzioni del Creatore. Questa etica escatologica vige fino al compimento del regno di Dio, quando male, matrimonio e stato non esisteranno più, e vi sarà una totale ed eterna adesione alla realtà spirituale tanto predicata e tanto attesa.

3.LA COMUNITA' POST PASQUALE













La pasqua di resurrezione è l'origine della comunità cristiana, l'evento trasformante che ha reso necessario non solo il ricordo e la trasmissione degli insegnamenti di Gesù, ma anche la loro rielaborazione, interpretazione e attualizzazione. In poco tempo sono sorte nuove comunità che ben presto hanno sviluppato delle esigenze storiche nuove, i cui problemi non trovavano soluzione nei detti conosciuti di Gesù. Ecco quindi la necessità di prendere decisioni personali, conciliando il dono dello Spirito Santo con le esigenze dell'etica, con il comandamento dell'amore. Assistiamo quindi ad un vero e proprio sviluppo dell'etica cristiana, che assume la sapienza giudaica ed ellenistica, le leggi morali della società ed in genere tutto quello che poteva servire per coprire il più possibile la casistica di problemi all'interno delle chiese locali. Non vi era alcuna forma di esclusivismo cristiano proprio perché tutto ciò che è santo, giusto, buono, tutto ciò in cui vi è qualche virtù (Fil 4:8) poteva essere considerato cristiano in modo puro o indipendente. La coesistenza di diversi tipi di etica (di Paolo, Giovanni, Giacomo etc.) dimostra che esisteva un ampio campo di libertà e possibilità, secondo la molteplicità di doni dello Spirito Santo. In questo nuovo contesto emergono necessariamente nuove autorità etiche: la chiesa in quanto comunità (cfr. 1 Cor 5), l'apostolo come padre spirituale delle comunità da lui fondate (cfr. 1 Cor 4:14-17) e successivamente i direttori di comunità nominati dagli apostoli stessi. Questa impostazione si è consolidata secondo un passaggio a più livelli. Inizialmente infatti vi era soltanto la parola di Gesù convalidata mediante la pasqua, in un secondo momento questa stessa parola si è potuta attualizzare in base alle situazioni storiche delle comunità, arrivando infine ad uno sviluppo ulteriore dell'etica cristiana mediante concetti nuovi come l'etica dello Spirito in Paolo, la fondazione cristologica dell'etica, la parenesi battesimale e la lotta contro le potenze di questo mondo. 

Anche la comunità postpasquale vive un'etica di tipo escatologico, evitando di formulare trattati sulla filosofia della società, per intervenire solo nel momento in cui la situazione specifica degli ascoltatori e dei lettori rende necessaria una direttiva concreta. Ecco quindi che la cessione e comunione dei beni descritta negli Atti, non ha un intento assolutistico ma funge da esempio (probabilmente con un certo grado di idealizzazione) di libertà nell'accoglienza della causa del regno di Dio. Il problema anche in questo caso non è la proprietà in quanto tale, ma piuttosto il rapporto tra la proprietà e l'uomo. Il possesso della proprietà infatti esercita un potere sul cuore dell'uomo, che ne risulta legato. Per questo motivo vi sono così tante esortazioni a non accumulare tesori terreni (p.es. Mt 6:19), ma anche denunce relative all'impossibilità di servire contemporaneamente Dio e la ricchezza (cfr. Mt 6:24). In tutto questo quindi non troviamo nulla di simile ad una concezione comunista, ma piuttosto delle linee guida su come superare certi ostacoli pratici che allontanano da una vita piena di amore per il Signore e per il suo regno. Dalla parte opposta infatti, la stessa povertà non viene glorificata ma considerata secondo la stessa luce critica dell'escatologia. Il regno dei cieli infatti non appartiene ai poveri in quanto tali, ma ai poveri in spirito (Mt 5:3). 

Più avanti con il tempo, troviamo un'ulteriore sviluppo del pensiero etico cristiano nella formazione delle prime comunità ellenistiche, come quella di Antiochia di Siria. Queste chiese locali sono il frutto della missione fra i gentili, e manifestano notevoli differenze rispetto alle comunità giudeo-cristiane. In questi nuovi contesti viene accettata la combinazione della legge di Mosè con la tradizione di Gesù, sviluppando però anche il presupposto storico che porterà alla teologia ed etica paolina. Il solo e semplice passaggio verso la cultura ed il linguaggio ellenistico rese necessaria la formazione di termini nuovi: euaggélion, khàris, agape, per esempio; ma anche termini spiccatamente etici come areté (virtù) e synéidesis (coscienza), riscontrabili in Fil 4:8 e Rom 2:15. Le comunità presenti nei territori greco-romani erano soggette a pressioni pagane molto potenti, e per questo motivo si dovette rispondere con delle regole di vita cristiana molto chiare, espresse per esempio con la parenesi battesimale illustrata da Paolo in Romani 6. In questo contesto troviamo anche i cataloghi di vizi e virtù (cfr. 1 Cor 6:9 e seguenti, Gal 5:19 e seguenti) adottati sicuramente da un ambiente ellenistico ma rivisti nell'ottica cristiana. Non bisogna dimenticare il fatto che la predicazione missionaria rimaneva e rimarrà sempre un annunzio del giudizio, che non esaspera tuttavia uno stile di vita legalistico proprio grazie al kerygma, all'annuncio di Cristo Salvatore. 

4.L'ETICA CRISTOCENTRICA DI PAOLO













L'apostolo Paolo ha senz'altro dato un contributo fondamentale allo sviluppo dell'etica cristiana, attingendo prevalentemente a tre tipi di importanti tradizioni:

1) Il kerygma dell'unico vero Dio in contrasto con il politeismo pagano.
2) La predicazione escatologica del giudizio, in accordo con la tradizione sinottica (vista nel capitolo 2.UN'ETICA ESCATOLOGICA).
3) Le prime forme di parenesi etica di tipo battesimale. 

La sua battaglia avveniva su due fronti: quello giudaico (con la concezione che la legge porta alla salvezza), e quello gnostico (soprattutto a Corinto e Colossi, con la ricerca di una conoscenza nascosta necessaria a possedere già il regno di Dio). Per questi motivi la sua difesa era volta a rimarcare la gratuità della salvezza in Cristo (Rom 3:24) e camminare nello Spirito (Galati 5:25) da una parte, e dall'altra a sostenere l'energica predicazione del "non ancora" escatologico. Il regno di Dio infatti non si è ancora pienamente manifestato, ed è proprio lo Spirito Santo che insegna ad attendere e sospirare la redenzione non ancora avvenuta (Rom 8). Per l'apostolo quindi il senso dell'etica cristiana si posiziona tra la resurrezione di Cristo e l'apparizione finale del Signore; essa è perciò necessaria unicamente in questo periodo intermedio della chiesa. Le sue indicazioni sono peraltro squisitamente "comunitarie", in quando provengono dalla comunità e valgono per essa; al contrario, per esempio, dell'etica degli stoici rivolta a tutti gli uomini. 

Purificatevi del vecchio lievito, per essere una nuova pasta, come già siete senza lievito. Poiché anche la nostra Pasqua, cioè Cristo, è stata immolata. Celebriamo dunque la festa, non con vecchio lievito, né con lievito di malizia e di malvagità, ma con gli azzimi della sincerità e della verità.
1 Corinzi 5:7,8

In queste poche frasi inviate ai Corinti possiamo renderci conto della motivazione cristologica dell'etica paolina. La necessità di purificazione infatti nasce proprio dalla morte sacrificale di Cristo. Parafrasando, possiamo trovare il seguente significato: "divenite quello che siete già realmente mediante Cristo, cioè vivete la nuova esistenza partendo da Cristo". Non è un'etica del dovere, o dell'ubbidienza ad uno status, ma un nuovo concetto etico della persona che agisce in Cristo e per Cristo.

Ci sono però altre due motivazioni in questo tipo di etica. La prima è quella sacramentale, e si vede per esempio nell'insegnamento del battesimo quale unione con la morte e resurrezione di Cristo (Rom 6) in vista della libertà dalla tirannia del peccato. La seconda invece è quella pneumatologica, ed è mostrata dalla necessità della presenza e comunione con lo Spirito per adempiere la volontà di Dio e produrre i frutti desiderati (cfr. Rom 8, Galati 5). Lo Spirito Santo dunque compie la legge di Dio, attraverso l'azione degli stessi cristiani. Il tutto però deve essere vincolato dall'amore per essere confermato tanto dalla chiesa quanto dal Signore stesso.

Ora, fratelli, vi esorto, per il Signore nostro Gesù Cristo e per l'amore dello Spirito, a combattere con me nelle preghiere che rivolgete a Dio in mio favore [...] 
Romani 15:30 

Or la speranza non delude, perché l'amore di Dio è stato sparso nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo che ci è stato dato.
Romani 5:5 

L'amore è il legame che sussiste tra Dio e l'uomo, e che si concretizza nelle opere dei cristiani. Esso è divino ed umano contemporaneamente, e si origina proprio dalla croce di Cristo. Un amore che si sacrifica, si dedica e serve, che non pensa al proprio interesse ma piuttosto a quello del prossimo (Fil 2). Questa concezione dell'amore è agli antipodi di tutta l'antichità, e si allontana dalla virtù aristocratica dei sapienti, dalla ragione dell'uomo, dalla virtù del cittadino della polis, o dalla maturazione in un processo pedagogico. Questo amore è dono di Dio in Cristo, una realizzazione della salvezza. 

Esso trova una sua manifestazione anche nel rapporto tra la comunità e il mondo, e in molti altri aspetti di vita pratica e sociale. 

Ma questo dichiaro, fratelli: che il tempo è ormai abbreviato; da ora in poi, anche quelli che hanno moglie, siano come se non l'avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che si rallegrano, come se non si rallegrassero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano di questo mondo, come se non ne usassero, perché la figura di questo mondo passa.
1 Corinzi 7:29,31 

Il tempo rimanente prima della fine è molto breve, i credenti in Cristo sono nuove creature che, entrando in questa nuova creazione (ossia nella Chiesa), sono invitati a vivere in modo degno della loro chiamata. Non abbiamo un disprezzo del mondo come quello dei cinici, degli scettici o degli gnostici, ma una santificazione derivata da un fatto molto positivo: la presenza della salvezza. 

Nonostante l'attesa escatologica, il comportamento da tenere deve essere sempre rappresentativo della rinnovata realtà interiore. Un primo esempio importante di questa attitudine può essere trovato nella seconda lettera ai Tessalonicesi, al terzo capitolo. Questo brano presenta quello che viene chiamato "il comandamento del lavoro", che manifesta la necessità di continuare a lavorare per non essere di peso a nessuno ed agire in modo ordinato. E' evidente la ricerca di un delicato equilibrio tra la consapevolezza di non appartenere a questo mondo e quella di esserci in mezzo. Come abbiamo visto precedentemente la soluzione non è quella di estraniarsi, ma di continuare a usare di questo mondo, facendolo però come se non lo si facesse. Un'attitudine di cuore volta alla libertà da ogni legame, e alla testimonianza dell'opera di Cristo.
Vi può essere qualche difficoltà a mettere a fuoco questo pensiero proprio perché esso non è sistematizzato in un vero e proprio concetto etico, ma viene presentato sempre e comunque in risposta a situazioni concrete delle comunità, rendendo l'apostolo Paolo un "etico della situazione". Un secondo esempio dell'equilibrio e della necessità di dare una buona testimonianza, è presente nella lettera ai Romani, al tredicesimo capitolo. I primi versetti riguardano la posizione dei cristiani di Roma verso i funzionari e le autorità dell'impero. In questo contesto Paolo non si pone neanche il problema della legittimità del potere romano, arrivando subito dritto al punto: questa autorità politica esiste perché è stata voluta da Dio, e quindi bisogna necessariamente sottomettervisi. Qui non troviamo alcuna motivazione cristologica dello stato, anche se si tratta comunque di una conseguenza significativa dell'amore e dell'umiltà. Prima delle sanzioni, deve essere la stessa coscienza dei cristiani a vincolarli verso lo stato, riconoscendo in esso un ordinamento divino. 
Un terzo esempio può essere quello della prima lettera ai Corinti al settimo capitolo. Questo brano risponde ad alcune domande specifiche relative al matrimonio. Paolo respinge tanto la tendenza libertina quanto quella dell'ascetismo radicale, restringendo la libertà al cristiano che di fatto non deve cedere alla carne e ai suoi desideri, ma neanche perseguire una forma di ascesi assoluta. C'è il consiglio di non sposarsi a causa dell'attesa del regno di Dio e per non essere occupati da altro che piacere e servire Lui, ma c'è anche la consapevolezza che il matrimonio è un ordinamento sacro voluto dal Signore, e che di conseguenza è "cosa buona". La chiamata di Dio non strappa l'uomo dalla sua posizione storico-sociale, pertanto non esiste una "rivoluzione sociale" ma l'esortazione che "ciascuno continui a vivere secondo lo stato che gli fu assegnato dal Signore". 

5.CONCLUSIONE














Il Nuovo Testamento evita di formulare un pensiero etico completo, principalmente perché questo non è il suo scopo. Il messaggio del regno di Dio e il significato del sacrificio di Cristo, infatti, rappresentano qualcosa di molto più grande, che trascende i singoli aspetti della vita umana pur comprendendoli tutti. L'urgenza verte sulla libertà di risposta ed adesione alla chiamata di Dio, a cui deve seguire un'adeguata condotta di vita. Per questo motivo possiamo descrivere l'etica neotestamentaria come escatologica in primo luogo, e parenetica in secondo. Escatologica perché vive nell'attesa dell'instaurazione del regno di Dio, e parenetica in quanto manifesta unicamente delle risposte alle singole esigenze storico-sociali delle comunità o dei cristiani a cui erano rivolti gli scritti biblici. 


Nel tempo attuale, è logico pensare che i cristiani contemporanei debbano fare altrettanto: ubbidire alle indicazioni delle Scritture, ma anche a quelle delle nuove autorità etiche sorte nel frattempo: l'assemblea ecclesiastica nel suo insieme, gli apostoli fondatori delle comunità e i responsabili da loro nominati nelle rispettive chiese locali. Queste autorità sono chiamate in causa soprattutto quando la risposta a un determinato problema non è contemplato dalle parole di Gesù nei vangeli o dal resto dei libri biblici, ma è consigliabile che essi possano seguire un ragionamento simile a quello dell'apostolo Paolo: evitare cioè qualsiasi "rivoluzione sociale" per valorizzare ogni persona alla luce del regno di Dio, in sottomissione al più importante tra tutti i comandamenti:

Uno degli scribi che li aveva uditi discutere, visto che egli aveva risposto bene, si avvicinò e gli domandò: «Qual è il più importante di tutti i comandamenti?» Gesù rispose: «Il primo è: "Ascolta, Israele: Il Signore, nostro Dio, è l'unico Signore. Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua, con tutta la mente tua, e con tutta la forza tua". Il secondo è questo: "Ama il tuo prossimo come te stesso". Non c'è nessun altro comandamento maggiore di questi». 
Marco 12:28-31 


Bibliografia:

- Wendland Heinz-Dietrich, Etica del Nuovo Testamento, Paideia Editrice Brescia.

Sitografia:
- http://www.treccani.it/enciclopedia/etica/
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