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domenica 25 settembre 2022

L'ora di Gesù


INTRODUZIONE

Il Vangelo secondo Giovanni, l'ultimo tra i canonici ad essere stato redatto e l'unico a discostarsi dalla struttura dei precedenti vangeli, è costituito da due grandi metà letterarie. La prima, detta "il vangelo dei segni", che ho già approfondito ed esposto in sette diversi approfondimenti che restano a disposizione qui. E la seconda detta "il libro dell'ora" perché scandisce vari momenti che tendono all'unisono verso l'ora della morte e della glorificazione di Gesù, che in Giovanni coincidono. Tra queste due metà troviamo il capitolo 12, un capitolo di transizione che custodisce però dei racconti essenziali per introdurre quello che verrà. 

Finiti i segni miracolosi, dunque, i discepoli - e noi lettori assieme a loro - hanno maturato la loro fede da una dipendenza al segno alla fiducia nella parola del Signore. Ma proprio adesso, appena raggiunta una maggiore maturità, sta per arrivare la prova più difficile, anticipata simbolicamente dall'ultimo segno. 

Il dodicesimo capitolo racconta della cena di Gesù da Marta e Maria (già trattata proprio in merito all'approfondimento sul settimo segno) e dell'ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme. E poi introduce un discorso cruciale del Signore. 

1. VITA DOPO LA MORTE

Gesù rispose loro, dicendo: «L'ora è venuta, che il Figlio dell'uomo dev'essere glorificato. In verità, in verità vi dico che se il granello di frumento caduto in terra non muore, rimane solo; ma se muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita, la perde, e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà in vita eterna. Se uno mi serve, mi segua; e là dove sono io, sarà anche il mio servitore; se uno mi serve, il Padre l'onorerà. Ora, l'animo mio è turbato; e che dirò? Padre, salvami da quest'ora? Ma è per questo che sono venuto incontro a quest'ora. Padre, glorifica il tuo nome!»

Allora venne una voce dal cielo: «L'ho glorificato, e lo glorificherò di nuovo!»

Perciò la folla che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Gli ha parlato un angelo».

Gesù disse: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora avviene il giudizio di questo mondo; ora sarà cacciato fuori il principe di questo mondo; e io, quando sarò innalzato dalla terra, attirerò tutti a me». Così diceva per indicare di qual morte doveva morire. La folla quindi gli rispose: «Noi abbiamo udito dalla legge che il Cristo dimora in eterno; come mai dunque tu dici che il Figlio dell'uomo dev'essere innalzato? Chi è questo Figlio dell'uomo?» Gesù dunque disse loro: «La luce è ancora per poco tempo tra di voi. Camminate mentre avete la luce, affinché non vi sorprendano le tenebre; chi cammina nelle tenebre, non sa dove va. Mentre avete la luce, credete nella luce, affinché diventiate figli di luce».

Gesù disse queste cose, poi se ne andò e si nascose da loro. 

Vangelo secondo Giovanni 12:23-36

Dopo la conclusione dei “sette segni” esposti in precedenza, l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme inaugura la settimana della Passione e della morte del Signore. Alcuni Greci chiedono di Gesù, anticipando e prefigurando l’apertura della sua salvezza ai Gentili. La sottile tensione sommersa nella prima parte del Vangelo secondo Giovanni in questo dodicesimo capitolo, che funge da interludio prima dell’inizio della seconda metà, emerge con importanza. L’ora è ormai giunta ed è Gesù stesso a dirlo. La sua glorificazione in questo vangelo coincide con la sua morte, e per spiegarlo meglio viene introdotta una metafora. 

I discepoli si aspettano ancora una maggiore dimostrazione di potenza, un riconoscimento della messianicità di Gesù ancora più grande del loro ingresso in città. Stanno arrivando folle di persone per il pellegrinaggio della Pasqua ormai imminente e la speranza di molti volge a Gesù proprio in quanto liberatore e restauratore delle promesse di Dio per Israele. Ma queste aspettative stanno per essere deluse. Proprio per la grande affluenza del periodo l’autorità romana è allertata e pronta a soffocare sul nascere qualsiasi rivolta politica. Anche il sinedrio è attento e pronto a intervenire nei confronti delle situazioni che vanno contro i propri interessi. 

Per molti è inconcepibile un epilogo diverso da quello immaginato e, forse proprio per questo, l’immagine proposta da Gesù invita a riflettere sul fatto che quello che sta per accadere non è un paradosso impossibile ma una dinamica già presente in natura: il chicco di frumento, infatti, solo quando viene seppellito e muore ha la possibilità di germogliare e crescere fino a produrre una spiga ricca di nuovi chicchi. L’esperienza di tutte le generazioni umane ha sempre insegnato che il seguito della morte è la decomposizione ma Gesù invita a guardare oltre e anticipa che in seguito alla morte, quella che sta arrivando, è invece una nuova e abbondante vita. Anche molti che vivono intensamente la propria vita finiscono per lasciarsi sfuggire il suo senso, al contrario di chi vive aiutando il prossimo ne incarna il significato. 

Vi è una immedesimazione tra Gesù e i suoi discepoli: tra la sua sofferenza e la loro, così come tra la sua esaltazione e la loro. Tutto però passa da qui, da quest’ora, un’ora che sta per arrivare e che, pur sapendo tutto questo, porta con sé una grande angoscia. Gesù stesso dice di essere turbato, non nega o nasconde questo sentimento così intenso. Lo riconosce, lo accoglie. Ma va anche oltre. E dopo questo passo nella sua forza di volontà troviamo la risposta e la conferma del Padre attraverso una voce dal cielo. Una voce che non è riconosciuta da tutti perché non tutti hanno la stessa adesione alla fede. 

La morte di Gesù sta per cambiare tutto. Quella che sembra essere la sua sconfitta è in realtà la sconfitta imminente di Satana. Le persone ancora non capiscono questi discorsi, non capiscono questa logica e questo paradosso, e questo è anche l’espressione di un giudizio divino. Chi riconosce in Gesù la luce del mondo, sarà illuminato, ma che non lo farà rimarrà nelle tenebre senza avere alcuna visibilità al piano di Dio e alla vita che verrà. Come il prologo di questo vangelo annuncia che la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno sopraffatta (1:5) così questo brano che corrisponde all’inizio del suo svolgimento finale propone un appello a riconoscere questa luce, per divenire figli della luce. 

Questo è l’ultimo discorso di Gesù, che subito dopo si nasconde da loro. La scena si chiude. 

2. GIUDIZIO SUL RIFIUTO DELLA VITA E DELLA LUCE 

Sebbene avesse fatto tanti segni miracolosi in loro presenza, non credevano in lui; affinché si adempisse la parola detta dal profeta Isaia:

«Signore, chi ha creduto alla nostra predicazione?

A chi è stato rivelato il braccio del Signore?»

Perciò non potevano credere, per la ragione detta ancora da Isaia:

«Egli ha accecato i loro occhi e ha indurito i loro cuori,

affinché non vedano con gli occhi,

e non comprendano con il cuore,

e non si convertano, e io non li guarisca». 

Queste cose disse Isaia, perché vide la gloria di lui e di lui parlò. Ciò nonostante, molti, anche tra i capi, credettero in lui; ma a causa dei farisei non lo confessavano, per non essere espulsi dalla sinagoga; perché preferirono la gloria degli uomini alla gloria di Dio. Ma Gesù ad alta voce esclamò: «Chi crede in me, crede non in me, ma in colui che mi ha mandato; e chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Io sono venuto come luce nel mondo, affinché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. Se uno ode le mie parole e non le osserva, io non lo giudico; perché io non sono venuto a giudicare il mondo, ma a salvare il mondo. Chi mi respinge e non riceve le mie parole, ha chi lo giudica; la parola che ho annunciata è quella che lo giudicherà nell'ultimo giorno. Perché io non ho parlato di mio; ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha comandato lui quello che devo dire e di cui devo parlare; e so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre me le ha dette».

Vangelo secondo Giovanni 12:37-50

Se la direzione è quella della sofferenza e la morte, tuttavia, la predicazione di Gesù sembrerebbe proprio fallimentare. Perché nonostante i sette segni miracolosi, la maggior parte delle persone - e soprattutto i Giudei di Gerusalemme - non ha seguito Gesù? L’evangelista inserisce qui una spiegazione tratta al libro del profeta Isaia:

Ed egli disse: «Va', e di' a questo popolo:
"Ascoltate, sì, ma senza capire;
guardate, sì, ma senza discernere!"
Rendi insensibile il cuore di questo popolo,
rendigli duri gli orecchi, e chiudigli gli occhi,
in modo che non veda con i suoi occhi, non oda con i suoi orecchi,
non intenda con il cuore,
non si converta e non sia guarito!» 
Isaia 6:9-10

Così come il profeta Isaia è stato chiamato da Dio all’ufficio profetico sapendo che la sua predicazione non sarebbe stata accolta dalla maggior parte del popolo di Israele, allo stesso modo sta avvenendo anche nel ministero di Gesù. La sua predicazione e i segni realizzati sono costituiscono dunque un elemento divisivo nei confronti del quale le persone sono chiamate a fare una scelta. La scelta è personale e le sue conseguenze sono una propria personalità, ma contemporaneamente esiste un piano superiore di Dio che stende un velo sopra gli occhi di molti. 

Dopo questa spiegazione del fallimento, dal punto di vista del popolo, della missione di Gesù, egli riprende a parlare una seconda volta. Ancora adesso riprende il tema della luce e delle tenebre, esplicitando però che la propria autorità non viene da sé stesso ma dal Padre. Gesù è il rivelatore. Non in virtù di alcune rivelazioni o visioni carismatiche ed estatiche, come per il profeta Isaia, ma perché egli è stato unito al Padre con una tale intimità da conoscere i suoi pensieri e la sua volontà. Ed è questo il motivo per cui può eseguirla alla perfezione. E, sempre per lo stesso motivo, rifiutare la predicazione di Gesù e la sua persona significa rifiutare il Padre stesso. Non sta a Gesù giudicare: lui è venuto per salvare. Ma il giudizio del Padre sarà una conseguenza del suo rifiuto. L’ora è venuta. I segni sono stati realizzati per nutrire la fede dei discepoli di Gesù e delle persone che, passo dopo passo, hanno imparato a credere nella sua parola. Ora però che è arrivata la sua ora, la fede viene vagliata e messa alla prova: è necessario più che mai restare aggrappati alla fiducia e alla speranza in tutto quello che ha detto e fatto sinora. Siamo in un tempo cruciale, siamo al crocevia della storia. 

CONCLUSIONE

Il capitolo 12 del Vangelo secondo Giovanni, giunzione letteraria tra la prima parte (il libro dei segni) e la seconda parte (il libro dell’ora), è centrale ed essenziale per collegare i miracoli di Gesù e il seguito che aveva con l’inizio di una fine inaspettata e sconvolgente. 

Nessuno si aspetta una fine tragica come quella della croce per Gesù ma è proprio questa che egli accoglie e si avvia a vivere. Già da questo momento, però, nella sua piena consapevolezza Gesù invita a guardare oltre la morte per vedere lo sbocciare di una nuova vita di risurrezione. 

Come è per il maestro, anche per noi discepoli si prospettano tempi di crisi e difficoltà, fino ad arrivare alla nostra morte. Ma nella peggiore della crisi viene seminato il seme della fede che deve per l’appunto attraversare la lacerazone, il buio, l’angoscia prima di germogliare a vita nuova. 

Questa è la traiettoria del Cristo, e questa è la traiettoria di ogni suo discepolo. 




domenica 8 maggio 2022

Il sesto segno




INTRODUZIONE 

Una delle caratteristiche peculiari del Vangelo secondo Giovanni è quella di raccogliere un piccolo numero di miracoli di Gesù definendoli in modo specifico come suoi segni (semeia). Nei Vangeli sinottici, il significato del termine segno è prevalentemente negativo, in quanto viene usato dagli oppositori di Cristo per chiedergli di convincere i dubbiosi sulla sua identità, ricevendo come risposta quasi sempre un rimprovero. Negli Atti degli Apostoli apprendiamo che Gesù compì opere potenti, prodigi e segni (2:22), incontrando per la prima volta questo termine in senso positivo, anche se generico. Nel quarto Vangelo invece, il significato di questa parola assume una dimensione molto più profonda, costituendo di fatto nelle sue ricorrenze una sorta di percorso che conduce il lettore da una superficiale apertura alla fede ad una piena consapevolezza dell'identità di Gesù Cristo, che non necessita più di miracoli per essere sostenuta. Possiamo dunque schematizzare tale percorso nel seguente modo: 




Questi segni raccolgono l'eredità teologica dei segni che Dio ha compiuto per il suo popolo nell'esodo verso la libertà, proiettandoli nella persona di Gesù e nella pienezza della rivelazione salvifica del Padre in lui. Essi testimoniano quindi dell'identità e dello scopo di Cristo, non per far ristagnare i credenti nel deserto della continua necessità di miracoli (come accadde a Israele per la sua incredulità), ma per portarli subito nella maturità di una fede capace di vivere ancorata a lui e portare molto frutto (Gv. 15:5). Una fede capace di entrare subito nella terra promessa per conquistarla. Una terra che questa volta è estesa a tutto il mondo, per una conquista che questa volta è spirituale: mediante la proclamazione del Vangelo e la preghiera, continuando attraverso lo Spirito Santo (con l'autorità di Cristo risorto) l'opera iniziata da Gesù durante il suo ministero terreno (Gv. 17:18). 

Osservando il Vangelo secondo Giovanni nella sua interezza, è possibile ora definire con precisione quali siano i segni specifici presentati dall'opera, e la loro esatta successione. Abbiamo dunque questi sette principali segni, più uno conclusivo: 

1. trasformazione dell'acqua in vino (2:1-11);
2. guarigione del figlio dell'ufficiale reale (4:46-54);
3. guarigione dell'uomo paralizzato da trentotto anni (5:1-9);
4. moltiplicazione dei pani (6:1-14);
5. Gesù cammina sul mare (6:15-25);
6. guarigione del cieco nato (9:1-8);
7. risurrezione di Lazzaro (11:1-46)
+ la pesca miracolosa (21:1-14).

Ognuno di questi segni ha un preciso significato circa l'identità di Gesù, e la pienezza della rivelazione relativa alla salvezza di Dio. 

LA LETTURA DEL SESTO SEGNO

Passando vide un uomo, che era cieco fin dalla nascita. I suoi discepoli lo interrogarono, dicendo: «Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» Gesù rispose: «Né lui ha peccato, né i suoi genitori; ma è così, affinché le opere di Dio siano manifestate in lui. Bisogna che io compia le opere di colui che mi ha mandato mentre è giorno; la notte viene in cui nessuno può operare. Mentre sono nel mondo, io sono la luce del mondo».

Detto questo, sputò in terra, fece del fango con la saliva e ne spalmò gli occhi del cieco, e gli disse: «Va', làvati nella vasca di Siloe» (che significa «mandato»). Egli dunque andò, si lavò, e tornò che ci vedeva.

Perciò i vicini e quelli che l'avevano visto prima, perché era mendicante, dicevano: «Non è questo colui che stava seduto a chieder l'elemosina?» Alcuni dicevano: «È lui». Altri dicevano: «No, ma gli somiglia». Egli diceva: «Sono io». Allora essi gli domandarono: «Com'è che ti sono stati aperti gli occhi?» Egli rispose: «Quell'uomo che si chiama Gesù fece del fango, me ne spalmò gli occhi e mi disse: "Va' a Siloe e làvati". Io quindi sono andato, mi sono lavato e ho ricuperato la vista». Ed essi gli dissero: «Dov'è costui?» Egli rispose: «Non so».

Condussero dai farisei colui che era stato cieco. Or era in giorno di sabato che Gesù aveva fatto il fango e gli aveva aperto gli occhi. I farisei dunque gli domandarono di nuovo come egli avesse ricuperato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Perciò alcuni dei farisei dicevano: «Quest'uomo non è da Dio perché non osserva il sabato». Ma altri dicevano: «Come può un peccatore fare tali segni miracolosi?» E vi era disaccordo tra di loro. Essi dunque dissero di nuovo al cieco: «Tu, che dici di lui, poiché ti ha aperto gli occhi?» Egli rispose: «È un profeta».

I Giudei però non credettero che lui fosse stato cieco e avesse ricuperato la vista, finché non ebbero chiamato i genitori di colui che aveva ricuperato la vista, e li ebbero interrogati così: «È questo vostro figlio che dite esser nato cieco? Com'è dunque che ora ci vede?» I suoi genitori risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda, non sappiamo, né sappiamo chi gli abbia aperto gli occhi; domandatelo a lui; egli è adulto, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che se uno riconoscesse Gesù come Cristo, fosse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Egli è adulto, domandatelo a lui».

Essi dunque chiamarono per la seconda volta l'uomo che era stato cieco, e gli dissero: «Da' gloria a Dio! Noi sappiamo che quest'uomo è un peccatore». Egli rispose: «Se egli sia un peccatore, non so; una cosa so, che ero cieco e ora ci vedo». Essi allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti aprì gli occhi?» Egli rispose loro: «Ve l'ho già detto e voi non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare suoi discepoli anche voi?» Essi lo insultarono e dissero: «Sei tu discepolo di costui! Noi siamo discepoli di Mosè. Noi sappiamo che a Mosè Dio ha parlato; ma in quanto a costui, non sappiamo di dove sia». L'uomo rispose loro: «Questo poi è strano: che voi non sappiate di dove sia; eppure mi ha aperto gli occhi! Si sa che Dio non esaudisce i peccatori; ma se uno è pio e fa la volontà di Dio, egli lo esaudisce. Da che mondo è mondo non si è mai udito che uno abbia aperto gli occhi a uno nato cieco. Se quest'uomo non fosse da Dio, non potrebbe fare nulla». Essi gli risposero: «Tu sei tutto quanto nato nel peccato e insegni a noi?» E lo cacciarono fuori.

Gesù udì che lo avevano cacciato fuori; e, trovatolo, gli disse: «Credi nel Figlio dell'uomo?» Quegli rispose: «Chi è, Signore, perché io creda in lui?» Gesù gli disse: «Tu l'hai già visto; è colui che parla con te, è lui». Egli disse: «Signore, io credo». E l'adorò.

Gesù disse: «Io sono venuto in questo mondo per fare un giudizio, affinché quelli che non vedono vedano, e quelli che vedono diventino ciechi». Alcuni farisei, che erano con lui, udirono queste cose e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?» Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: "Noi vediamo", il vostro peccato rimane.
Giovanni 9:1-41

IL COMMENTO

Non abbiamo indicazioni temporali rispetto ai due capitoli precedenti, questo episodio potrebbe essere accaduto comunque vicino alla festa dei Tabernacoli (7:2). Il racconto vero e proprio di questo segno è molto breve in quanto l’evangelista vuole tracciare il tema della luce e dell’oscurità con una parabola che comprenda i dialoghi e i confronti con i farisei. 

I discepoli chiedono a Gesù se il cieco visto per la strada fosse tale per un peccato suo o dei genitori. Nonostante il libro di Giobbe, evidentemente al tempo era ancora radicato l’arcaico principio teologico della retribuzione, ossia il pensiero che i peccati fossero puniti da Dio nella misura di distrette, sofferenze o malattie nella vita attuale. Ne troviamo traccia anche nel Vangelo secondo Luca, dove Gesù si pronuncia in merito:

Lc 13:1 In quello stesso tempo vennero alcuni a riferirgli il fatto dei Galilei il cui sangue Pilato aveva mescolato con i loro sacrifici. 2 Gesù rispose loro: «Pensate che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, perché hanno sofferto quelle cose? 3 No, vi dico; ma se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo. 4 O quei diciotto sui quali cadde la torre in Siloe e li uccise, pensate che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? 5 No, vi dico; ma se non vi ravvedete, perirete tutti come loro».

Egli nega questo tipo di rapporto causa-effetto ma rinforza invece la necessità di una risposta all’appello del Vangelo. Anche nella nostra narrazione egli nega che la cecità sia stata causata da peccati suoi o dei suoi genitori affermando invece la casualità di un bene superiore: affinché le opere di Dio siano manifestate in lui. Questo dettaglio ha conseguenze anche nella fede comunitaria e nelle relazioni cristiane di oggi, laddove si imputano malattie e disgrazie alla colpa dei credenti per mancanza di fede o atteggiamenti peccaminosi. È Gesù stesso a smentire questa lettura della realtà.

Fin da subito viene introdotto il tema del giorno e della notte, della luce e delle tenebre. Il giorno, la luce, è la presenza di Gesù e la notte, il buio, è la sua assenza. Abbiamo qui l’eco di un canto del servo sofferente di YHWH in Isaia:

Is 49:6 Egli dice: «È troppo poco che tu sia mio servo
per rialzare le tribù di Giacobbe
e per ricondurre gli scampati d'Israele;
voglio fare di te la luce delle nazioni,

lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra».

L’immagine sottesa è quella di un’oscurità, un impedimento alla vista che copre gli occhi delle nazioni

Is 25:7 Distruggerà su quel monte il velo che copre la faccia di tutti i popoli
e la coperta stesa su tutte le nazioni.


Indicando proprio questa immagine, presentandosi proprio come la luce del mondo Gesù formando un po’ di fango (con una possibile allusione alla creazione dell’uomo avvenuta usando il terriccio) e applicandolo sugli occhi del cieco lo guarisce restituendogli la vita. Se in altri segni miracolosi il tema era proprio la guarigione in sé, qui invece appare come il potere di essere e portare luce. 

L’ordine di andare a lavarsi nella piscina costituisce probabilmente un eco di 2 Re 5:10-13, dove Eliseo non guarisce Naaman sul posto ma lo manda a lavarsi nel Giordano:

Ed Eliseo gli inviò un messaggero a dirgli: «Va', làvati sette volte nel Giordano; la tua carne tornerà sana, e tu sarai puro»

La piscina di Siloe, in modo interessante, era utilizzata nelle processioni dell’acqua alla festa dei Tabernacoli, cornice temporale del c.7.

Dall’avvenuta guarigione e dalla rivelazione di Gesù come “luce del mondo”, colui che avrebbe rotto il velo di impedimento che copre la faccia di tutti i popoli, inizia adesso la tensione con i farisei che a più riprese interrogano il cieco guarito. Il loro problema era il giorno in cui è avvenuta questa guarigione, ossia il sabato, giorno nel quale vigeva il divieto mosaico di compiere qualsiasi lavoro. Nei Sinottici troviamo altri indizi su questa diatriba farisaica e sulla risposta e soluzione offerta da Gesù: il sabato è stato creato per l’uomo (per il suo riposo e la sua salute) e non l’uomo per il sabato (per osservare una prescrizione vuota e senza significato), come troviamo in Marco 2:27.. 

Abbiamo quindi il climax di questa tensione: da una parte il cieco ora vedente, dopo aver acquisito fisicamente la vista prende sempre più una posizione di fede nei confronti di Gesù. Prima lo chiama profeta, poi sottolinea il frutto miracoloso e divino delle sue azioni e infine esclama la sua piena confessione di fede: «Signore, io credo» seguita da una sincera adorazione. Dall’altra parte, e in direzione opposta, i farisei all’inizio dubitano dell’autorità di Gesù in quanto espressa in giorno di sabato, poi vogliono delle prove e vanno a interrogare i genitori del cieco. Infine, pur avendo certificato la genuinità della guarigione, chiamano di nuovo il miracolato istigandolo a ripudiare Gesù come peccatore. Anche in questo caso non troveranno però una risposta ma solo l’evidenza del miracolo e la coerenza dell’uomo che, ricevendolo, non può che riconoscerlo e riconoscerne la fonte. In seguito a questo lo cacciano. 

Abbiamo quindi il cieco nato che:

- È nelle tenebre
- Riceve miracolosamente la vista
- Riconosce Gesù come profeta
- Riconosce Gesù come uomo pio e inviato di Dio
- Riconosce Gesù come figlio dell’uomo e come Signore

Dal buio fisico e spirituale egli progressivamente raggiunge la vista fisica e spirituale. 
Abbiamo poi invece i farisei che: 

- Affermano di vedere meglio di altri, di essere luce per il popolo
- Contestano il miracolo avvenuto in giorno di sabato, ma discutono tra di loro in quanto alcuni pensavano ci potesse essere un’origine divina
- Dubitano che il miracolo sia genuino, avvenuto davvero
- Screditano Gesù con i protagonisti
- Cacciano il cieco guarito perché non vuole associarsi al loro pensiero

Chi non cerca un segno, lo riceve: vede!

Chi cerca polemicamente un segno, lo ha davanti ai propri occhi ma questo viene rifiutato insieme al suo autore e al suo beneficiario: cade nella cecità spirituale!

Quest’ultima traettoria costituisce un vero e proprio giudizio come nell’Esodo, come per il faraone:

Esodo 7:3 Ma io indurirò il cuore del faraone e moltiplicherò i miei segni e i miei prodigi nel paese d'Egitto. 4 Il faraone non vi darà ascolto e io metterò la mia mano sull'Egitto; farò uscire dal paese d'Egitto le mie schiere, il mio popolo, i figli d'Israele, mediante grandi atti di giudizio.

CONCLUSIONE

Il percorso dei sette segni miracolosi di Gesù nel Vangelo secondo Giovanni trova qui la sua penultima tappa, e si avvicina alla conclusione. 

Gesù è il Sacerdote e lo Sposo, colui che guarisce, il ratificatore della Nuova Alleanza, il pane del cielo e la manifestazione di Dio. Ma, come abbiamo visto in questa lettura e in questo approfondimento, egli è anche la luce del mondo: il Figlio dell’uomo che è incaricato da Dio di squarciare il velo di ottusità che ostacola la vista delle nazioni tenendole nelle tenebre. 
Ecco quindi che una guarigione miracolosa e i retroscena sulla sua considerazione diventa simbolo di qualcos’altro: della luce portata da Cristo che è portatrice di vista e liberazione per alcuni, e di rifiuto, tenebre e giudizio per altri. 

L’appello del Regno di Dio sta diventando sempre più urgente e il cieco nato, i discepoli, i farisei e i lettori stessi sono portati a prendere una posizione e decidere a quale delle due categorie di persone voler appartenere.

venerdì 15 aprile 2022

La crocifissione di Gesù nel Vangelo secondo Luca




INTRODUZIONE

Come ogni vangelo canonico, anche Luca propone alcuni aspetti teologici peculiari che arricchiscono il Nuovo Testamento e come per ogni vangelo anche la narrazione lucana trova il suo culmine nell'evento della Croce. La stessa struttura letteraria di Luca-Atti pone il racconto della passione e morte di Cristo al centro dell'interno racconto: dall'estero (Galilea) Gesù arriva a Gerusalemme per morire e, dopo la resurrezione, da Gerusalemme i suoi discepoli viaggiano verso l'estero (i confini della terra) per annunciare la buona notizia del significato di questa morte. Il Golgota dunque rappresenta teologicamente il fulcro della storia umana, sia da un punto di vista temporale che geografico e gli eventi qui avvenuti cambiano per sempre il destino dell'umanità. 

In occasione del venerdì santo dell'anno 2022, vorrei quindi approfondire il racconto lucano della passione e morte del Signore Gesù.

Da un punto di vista letterario è possibile delimitare l'ultimo grande blocco di questo libro con le coordinate 19:29-24:53. Questa unità letteraria è composta a sua volta da quattro sezioni: inizia con l'entrata di Gesù nella città, il tempio e l'insegnamento qui svolto (19:29-21:38), prosegue con il giorno degli azzimi e l'ultima cena (22:1-38), continua con la passione e morte di Gesù (22:39-23:56), per poi terminare con l'apparizione e l'ascensione del Risorto (c. 24).1 In questa occasione approfondiremo in particolare la parte terminale del racconto della morte di Gesù: la terza sezione dell'ultima parte. 

1. LA VIA DELLA CROCE

Mentre lo portavano via, presero un certo Simone, di Cirene, che veniva dalla campagna, e gli misero addosso la croce perché la portasse dietro a Gesù. Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che facevano cordoglio e lamento per lui. Ma Gesù, voltatosi verso di loro, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete per me, ma piangete per voi stesse e per i vostri figli. Perché, ecco, i giorni vengono nei quali si dirà: "Beate le sterili, i grembi che non hanno partorito e le mammelle che non hanno allattato". Allora cominceranno a dire ai monti: "Cadeteci addosso"; e ai colli: "Copriteci".  Perché se fanno questo al legno verde, che cosa sarà fatto al secco?»  Ora, altri due, malfattori, erano condotti per essere messi a morte insieme a lui.
Luca 23:26-32

Il nostro racconto inizia all'apice della drammatica cattura di Gesù e la sua sentenza di morte, nel suo percorso verso il luogo dell'esecuzione. Le stesse guardie che lo stavano scortando costringono un altro innocente a portare la sua croce, un certo Simone. Di solito il condannato portava solo il braccio orizzontale, che gli veniva buttato sulle sue spalle con le mani legate ad esso. 

Una gran folla del popolo e di donne faceva cordoglio e lamento per lui. Molto probabilmente non erano donne della Galilea (8:1-3, 23:49) ma abitanti di Gerusalemme, visto che poco dopo è Gesù stesso a qualificarle in questo modo. Questo dato è significativo perché la predicazione di Gesù è stata principalmente rurale e periferica. Abbiamo però la prova che anche nella capitale un gran numero di persone ha riconosciuto la sua straordinarietà. Questo cordoglio e lamento si sovrappone all'oracolo del profeta Zaccaria:

«Spanderò sulla casa di Davide e sugli abitanti di Gerusalemme
lo Spirito di grazia e di supplicazione;
essi guarderanno a me, a colui che essi hanno trafitto,
e ne faranno cordoglio come si fa cordoglio per un figlio unico,
e lo piangeranno amaramente come si piange amaramente un primogenito.

Zaccaria 12:10

Voltandosi verso la folla Gesù profetizza un tempo di giudizio per Gerusalemme, simile a quello vissuto con l'assedio babilonese e la relativa conquista, descritto tragicamente da Geremia con le parole: 

La lingua del lattante gli si attacca al palato,
per la sete;
i bambini chiedono pane,
e non c'è chi gliene dia.
Lamentazioni 4:4 

Riecheggiando anche le parole del profeta Osea di qualche secolo prima:

Gli alti luoghi di Aven, peccato d'Israele, saranno distrutti.
Le spine e i rovi cresceranno sui loro altari;
ed essi diranno ai monti: «Copriteci!»
e ai colli: «Cadeteci addosso!»
Osea 10:8

La frase finale probabilmente riprende invece un proverbio del tempo. Il senso è chiaro: se all'innocente è riservato un tale destino, cosa sarà riservato ai colpevoli? 

Il testo evangelico lascia questa domanda implicita nell'aria, senza darle una risposta. Come stiamo per leggere nel prossimo brano, a breve Gesù chiederà al Padre di perdonare i suoi carnefici e sappiamo che il significato della sua morte è proprio di espiazione nei confronti dell'umanità. Ma la domanda rimane: cosa sarà fatto al legno secco, alla Gerusalemme impenitente? È storia il fatto che sarà conquistata e distrutta dai romani durante la prima guerra giudaica nel 70 d.C. e proprio in modo simile a quando, nel racconto delle Lamentazioni, è stata conquistata dai babilonesi. Sembrerebbe che il Vangelo di Luca suggerisca una correlazione tra questa distruzione e l'uccisione di Cristo. Nel sermone profetico del Vangelo di Matteo, invece, Gesù profetizza la prima Guerra Giudaica2 :

Mentre Gesù usciva dal tempio e se ne andava, i suoi discepoli gli si avvicinarono per fargli osservare gli edifici del tempio. Ma egli rispose loro: «Vedete tutte queste cose? Io vi dico in verità: Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non sia diroccata».
[...]
Quando dunque vedrete l'abominazione della desolazione, della quale ha parlato il profeta Daniele, posta in luogo santo (chi legge faccia attenzione!), allora quelli che saranno nella Giudea, fuggano ai monti; chi sarà sulla terrazza non scenda per prendere quello che è in casa sua; e chi sarà nel campo non torni indietro a prendere la sua veste. Guai alle donne che saranno incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni!
Matteo 24:1-2, 15-19

Così come Antioco IV Epifane profanò il Tempio di Gerusalemme (l'abominazione della desolazione) durante la dominazione dei Seleucidi, allo stesso modo Gesù profetizza che avverrà nuovamente, e in effetti così accadrà proprio con la distruzione romana del 70 con gli arredi sacri depredati e i vessilli imperiali issati sul terreno santo.

Come testimonianza extra biblica trovo inoltre interessante una cronaca di Giuseppe Flavio, testimoniata nel libro Guerre Giudaiche, di quanto accaduto circa trent'anni dopo la morte di Gesù:

«Ma ancora più tremendo fu quest'altro prodigio. Quattro anni prima che scoppiasse la guerra, quando la città era al culmine della pace e della prosperità, un tale Gesù figlio di Anania, un rozzo contadino, si recò alla festa in cui è uso che tutti costruiscano tabernacoli per il Dio e all'improvviso cominciò a gridare nel tempio: «Una voce da oriente, una voce da occidente, una voce dai quattro venti, una voce contro Gerusalemme e il tempio, una voce contro sposi e spose, una voce contro il popolo intero». Giorno e notte si aggirava per tutti i vicoli gridando queste parole, e alla fine alcuni dei capi della cittadinanza, tediati di quel malaugurio, lo fecero prendere e gli inflissero molte battiture. Ma quello, senza né aprir bocca in sua difesa né muovere una specifica accusa contro chi lo aveva flagellato, continuò a ripetere il suo ritornello. Allora i capi, ritenendo - com'era in realtà - che quell'uomo agisse per effetto di una forza sovrumana, lo trascinarono dinanzi al governatore romano. Quivi, sebbene fosse flagellato fino a mettere allo scoperto le ossa, non ebbe un'implorazione né un gemito, ma dando alla sua voce il tono più lugubre che poteva, a ogni battitura rispondeva: «Povera Gerusalemme!». Quando Albino, che era il governatore, gli fece domandare chi fosse, donde provenisse e perché lanciasse quella lamentazione, egli non rispose, ma continuò a compiangere il destino della città finché Albino sentenziò che si trattava di pazzia e lo lasciò andare.Fino allo scoppio della guerra egli non si avvicinò ad alcun cittadino né fu visto parlare con alcuno, ma ogni giorno, come uno che si esercitasse a pregare, ripeteva il suo lugubre ritornello: “Povera Gerusalemme!”. Né imprecava contro quelli che, un giorno l'uno un giorno l'altro, lo percuotevano, né benediceva chi gli dava qualcosa da mangiare; l'unica risposta per tutti era quel grido di malaugurio, che egli lanciava soprattutto nelle feste. Per sette anni e cinque mesi lo andò ripetendo senza che la sua voce si affievolisse e senza provar stanchezza, e smise solo all'inizio dell'assedio, quando ormai vedeva avverarsi il suo triste presagio. Infatti un giorno che andava in giro sulle mura gridando a piena gola: “Ancora una volta, povera la città, e povero il popolo, e povero il tempio!”, come alla fine aggiunse: “E poveretto anche me!”, una pietra scagliata da un lanciamissili lo colpì uccidendolo all'istante, ed egli spirò ripetendo ancora quelle parole.»
Guerra Giudaica, di Giuseppe Flavio, Libro VI 300-309

A quanto pare quando ancora Gerusalemme viveva nella pace, pochi anni prima dell'assedio e prima di ogni avvisaglia di guerra, circa dopo trent'anni dalla morte di Gesù arrivò a Gerusalemme un altro uomo con lo stesso nome. Anche lui predicò e profetizzò nel Tempio (in modo simile all'episodio evangelico della "purificazione del Tempio"), anche lui venne torturato sebbene innocente, anche lui non ritrattò nulla ma continuò a profetizzare contro Gerusalemme. E dopo sette anni (il numero biblico della perfezione e completezza) e cinque mesi (il numero della Legge) iniziò l'assedio romano e la conquista della città che coincise anche con la sua morte. 

2. GESÙ SULLA CROCE 

Quando furono giunti al luogo detto «il Teschio», vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l'altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno». Poi divisero le sue vesti, tirandole a sorte. Il popolo stava a guardare. E anche i magistrati si beffavano di lui, dicendo: «Ha salvato altri, salvi se stesso, se è il Cristo, l'Eletto di Dio!» Pure i soldati lo schernivano, accostandosi, presentandogli dell'aceto e dicendo: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso!» Vi era anche questa iscrizione sopra il suo capo: QUESTO È IL RE DEI GIUDEI. Uno dei malfattori appesi lo insultava, dicendo: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!» Ma l'altro lo rimproverava, dicendo: «Non hai nemmeno timor di Dio, tu che ti trovi nel medesimo supplizio? Per noi è giusto, perché riceviamo la pena che ci meritiamo per le nostre azioni; ma questi non ha fatto nulla di male». E diceva: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno!» Ed egli gli disse: «Io ti dico in verità, oggi tu sarai con me in paradiso».
Luca 23:33-43

La seconda parte del nostro testo continua presentando immediatamente la crocifissione di Gesù, insieme a due malfattori. Qui troviamo l'intercessione per i suoi carnefici, nel solco della caratteristica del servo sofferente di YHWH profetizzato nel libro di Isaia:

Perciò io gli darò in premio le moltitudini,
egli dividerà il bottino con i molti,
perché ha dato se stesso alla morte
ed è stato contato fra i malfattori;
perché egli ha portato i peccati di molti
e ha interceduto per i colpevoli.

Isaia 53:12 

In tutta l'opera lucana Gesù è dispensatore di perdono, e lo diviene anche nel momento della somma ingiustizia. Questo stesso approccio ricorrerà anche con Stefano, il primo martire cristiano:

E lapidarono Stefano che invocava Gesù e diceva: «Signore Gesù, accogli il mio spirito». Poi, messosi in ginocchio, gridò ad alta voce: «Signore, non imputare loro questo peccato». E detto questo si addormentò.
Atti 7:59-60

Così come è morto il maestro, perdonando e rendendo lo spirito a Dio, allo stesso modo arriva a morire il primo testimone.

La divisione delle vesti di Gesù si sovrappone alla sorte del servo sofferente del Salmo 22:

Spartiscono fra loro le mie vesti
e tirano a sorte la mia tunica.
Salmo 22:18 

Luca sottolinea che dalla sua prospettiva la crocifissione sancisce l'identità di Gesù come messia e re, non nel modo atteso dal popolo ma nel modo che attraverso la sofferenza compie la volontà divina.  

I magistrati, i soldati e uno dei malfattori crocifissi continuano a schernire Gesù, ma l'altra persona sulla croce riconosce la sua innocenza e chiede di ricordarsi di lui nel suo regno. La risposta di Gesù può essere intesa come una sentenza emessa in quanto giudice dei vivi e dei morti, che lo caratterizza come nuovo Adamo che inaugura un nuovo periodo di salvezza.

3. LA MORTE DI GESÙ

Era circa l'ora sesta, e si fecero tenebre su tutto il paese fino all'ora nona; il sole si oscurò. La cortina del tempio si squarciò nel mezzo. Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio». Detto questo, spirò. Il centurione, veduto ciò che era accaduto, glorificava Dio dicendo: «Veramente, quest'uomo era giusto». E tutta la folla che assisteva a questo spettacolo, vedute le cose che erano accadute, se ne tornava battendosi il petto. Ma tutti i suoi conoscenti e le donne che lo avevano accompagnato dalla Galilea stavano a guardare queste cose da lontano.
Luca 23:44-49

Da mezzogiorno alle tre si fecero tenebre su tutto il paese. Nella tradizione veterotestamentaria l'oscuramento del sole è sempre associato al "giorno del Signore", inteso come giorno del giudizio divino. Ricordiamo a titolo esemplificativo un paio di oracoli:

Ecco il giorno del SIGNORE giunge:
giorno crudele, d'indignazione e d'ira furente,
che farà della terra un deserto
e ne distruggerà i peccatori.
Poiché le stelle e le costellazioni del cielo
non faranno più brillare la loro luce;
il sole si oscurerà mentre sorge,
la luna non farà più risplendere il suo chiarore.
Isaia 13:9-10 

Il gran giorno del SIGNORE è vicino;
è vicino e viene in gran fretta;
si sente venire il giorno del SIGNORE
e il più valoroso grida amaramente.
Quel giorno è un giorno d'ira,
un giorno di sventura e d'angoscia,
un giorno di rovina e di desolazione,
un giorno di tenebre e caligine,
un giorno di nuvole e di fitta oscurità,
un giorno di squilli di tromba e di allarme
contro le città fortificate e le alte torri.
Io metterò gli uomini nell'angoscia
ed essi brancoleranno come ciechi,
perché hanno peccato contro il SIGNORE;
il loro sangue sarà sparso come polvere
e la loro carne come escrementi.
Sofonia 1:14-17

Il contesto di ira e giudizio divino però non si scaglia contro i peccatori ma trova il suo culmine nella rottura della cortina del tempio e nella morte stessa di Gesù. Il culto mosaico è adesso definitivamente soppresso e inizia la Nuova Alleanza nella carne e nel sangue di Cristo, colui che ha la possibilità di accogliere tanto i giudei quanto i gentili a differenza del tempio precedente reso accessibile solo ai giudei. Gesù rimette il suo spirito citando il Salmo 31:5, aggiungendo solo "Padre" in modo coerente con questo appellativo intimo divino che egli ha anche insegnato ai suoi discepoli. L'intimità con il Padre e le tenebre scatenate smuovono la fede del centurione che, pur essendo pagano, riconosce la sua giustizia. La folla si batte il petto in segno di lutto e i discepoli con le donne osservano da lontano, forse pregando, travolti da questo epilogo tragico e per loro inaspettato, nonostante gli avvisi profetici che Gesù stesso aveva più volte espresso loro. 

CONCLUSIONE

Abbiamo letto le pagine più drammatiche del Nuovo Testamento, che ogni anno vengono rivissute dalle comunità cristiane di tutto il mondo i giorni prima della Pasqua. 

Come per ogni altro evento evangelico, anche il racconto della morte di Cristo è intriso della teologia dell'Antico Testamento, portandola però oltre, verso la Nuova Alleanza.

Profezie e Salmi si intrecciano in questo nuovo racconto acquisendo un nuovo significato. Quella che per alcuni era la morte di un banale agitatore politico, diventa occasione per un centurione romano di esclamare: «Veramente, quest'uomo era giusto». Una professione di fede e una nuova comprensione di Gesù da parte di chi non credeva in lui. L'inizio di quello che verrà...


Note: 
[1] cfr. Rafael Aguirre Monasterio, Antonio Rodriguez Carmona, Vangeli sinottici e Atti degli Apostoli, Paideia editrice, Brescia, 1995, p. 253. 
[2] cfr. R.T. France, Il Vangelo secondo Matteo, Edizioni GBU, Chieti-Roma, p. 482

domenica 24 ottobre 2021

Il battesimo di Gesù



INTRODUZIONE

Il Vangelo secondo Marco inizia dichiarando sin da subito il proprio intento: testimoniare la buona notizia di Gesù che è il Cristo e il Figlio di Dio. Sappiamo che la sua suddivisione letteraria passa proprio da questi due titoli, riconosciuti in due cruciali professioni di fede che troviamo in 8:27-30 e 15:39.

La scena iniziale si apre con Giovanni il battezzatore, che anticipa l’arrivo di qualcuno di maggiore a lui che avrebbe battezzato con lo Spirito Santo. Proprio Giovanni battezza Gesù, proveniente da Nazaret di Galilea, nel fiume Giordano. Questo battesimo è il primo vero avvenimento di questo vangelo e, come ogni inizio che si rispetti, non può non avere in sé numerosi significati che andremo a ricercare in questo approfondimento. 

“E FU BATTEZZATO”: IL RACCONTO DEL BATTESIMO DI GESÙ SECONDO L’EVANGELISTA MARCO

In quei giorni Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato da Giovanni nel Giordano. A un tratto, come egli usciva dall'acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito scendere su di lui come una colomba. Una voce venne dai cieli: «Tu sei il mio diletto Figlio; in te mi sono compiaciuto».
Vangelo secondo Marco 1:9-11

Nonostante la sua grande importanza, possiamo rilevare che questo racconto è incredibilmente sintetico nel nostro Vangelo che, ricordiamo, secondo gli studiosi è il più antico tra i canonici. Confrontandolo con gli altri sinottici possiamo vedere infatti come gli evangelisti successivi aggiunsero altri dettagli all’episodio per elaborare quello che qui è solo accennato. Notiamo a titolo di esempio come Luca aggiunge che lo Spirito scese su Gesù “in forma corporea” come una colomba (3:22) mentre Matteo inserisce un dialogo tra Gesù e Giovanni con il riserbo di quest’ultimo a battezzarlo considerandosi inferiore a lui (3:14-15). In effetti se Giovanni predicava un battesimo di ravvedimento dai peccati, e Gesù fu addirittura concepito senza peccato, come mai volle farsi battezzare dal Battista? Questa è una domanda spinosa alla quale i primi cristiani dovettero trovare una risposta teologica. 

Nonostante la sua brevità, nel testo marciano ci sono degli indizi su diversi temi di teologia biblica che dall’Antico Testamento approdano qui per trovare uno sviluppo che potrà sbocciare appieno con la completezza degli altri scritti neotestamentari. L'introduzione di Marco nei versetti immediatamente precedenti ai nostri introduce la cornice dell'ambientazione che viene presentata come un nuovo esodo e la funzione di Giovanni come nuovo Elia che chiama Israele al pentimento. Dopodiché la narrazione si sposta, e incontriamo il nostro episodio che ha Gesù come protagonista. 

Il battesimo presentato da Giovanni ha conosciuto diverse interpretazioni in quanto pratica innovativa per questo tempo e ben diversa dalle comuni abluzioni e lavaggi rituali che, contrariamente al battesimo, venivano praticate frequentemente. Questo battesimo potrebbe alludere al battesimo dei proseliti ma non vi è certezza che un tale significato fosse conosciuto in epoca così antica. Più probabilmente si tratta di una ripresa dell’attraversamento del mare durante l’esodo, in accordo alla seguente tradizione profetica biblica: 

Allora il suo popolo si ricordò dei giorni antichi di Mosè:
Dov'è colui che li fece uscire dal mare
con il pastore del suo gregge?
Dov'è colui che mise in mezzo a loro lo Spirito suo santo,
che fece andare il suo braccio glorioso alla destra di Mosè,
che divise le acque davanti a loro,
per acquistarsi una rinomanza eterna,
che li condusse attraverso gli abissi,
come un cavallo nel deserto,
senza che inciampassero?
Come il bestiame che scende nella valle,
lo Spirito del SIGNORE li condusse al riposo.
Così tu guidasti il tuo popolo,
per acquistarti una rinomanza gloriosa.
Guarda dal cielo, e osserva,
dalla tua abitazione santa e gloriosa.
Dove sono il tuo zelo, i tuoi atti potenti?
Il fremito delle tue viscere e le tue compassioni
non si fanno più sentire verso di me.
Tuttavia, tu sei nostro padre;
poiché Abraamo non sa chi siamo
e Israele non ci riconosce.
Tu, SIGNORE, sei nostro padre,
il tuo nome, in ogni tempo, è Redentore nostro.
SIGNORE, perché ci fai peregrinare lontano dalle tue vie
e rendi duro il nostro cuore perché non ti tema?
Ritorna, per amor dei tuoi servi,
delle tribù della tua eredità!
Per poco tempo il tuo popolo santo ha posseduto il paese;
i nostri nemici hanno calpestato il tuo santuario.
Noi siamo diventati come quelli che tu non hai mai governati,
come quelli che non portano il tuo nome!
Oh, squarciassi tu i cieli, e scendessi!
Davanti a te sarebbero scossi i monti.
Isaia 63:11-64:1

Questo testo descrive alla perfezione il sentimento religioso che doveva esserci nell’ambiente che stiamo considerando, promosso da Giovanni. In entrambi i casi considerati è da rilevare che il presupposto comune, compreso quello appena indicato, assume l’apostasia di Israele e la necessità del suo pentimento. La carica sacerdotale da tempo non osservava più le dinastie indicate dalla Torah, le nazioni pagane da secoli occupavano i territori di Israele e molti giudei sentivano il bisogno di un ritorno alla fede genuina dei loro padri e di un nuovo intervento diretto di YHWH. 

Gesù dunque si fa battezzare da Giovanni nel fiume Giordano, lo stesso fiume che il popolo di Israele attraversò per conquistare con Giosuè la terra promessa, ricapitolando così la storia di Israele e identificandosi egli stesso con l’Israele fedele a Dio. L’immersione e l’emersione riecheggiano tanto l’attraversamento del Mar Rosso durante l’esodo quanto l’attraversamento del fiume Gerico, come appena accennato. 

Durante l’emersione però il nostro testo riporta che Gesù “vide aprirsi i cieli”, espressione utilizzata nei testi apocalittici per descrivere un evento escatologico divino. Possiamo trovare dei paralleli nei seguenti testi: 

Il trentesimo anno, il quinto giorno del quarto mese, mentre mi trovavo presso il fiume Chebar, fra i deportati, i cieli si aprirono, e io ebbi delle visioni divine.
Ezechiele 1:1

Allora si aprì il tempio di Dio che è in cielo e apparve nel tempio l'arca dell'alleanza. Vi furono lampi e voci e tuoni e un terremoto e una forte grandinata.
Apocalisse 11:19

I cieli aperti introducono l’azione divina che nel nostro contesto consiste di due elementi: la discesa dello Spirito come una colomba e la voce di Dio. 

La discesa dello Spirito ricorre nell’Antico Testamento tanto a riguardo del “germoglio che spunterà dal tronco di Iesse”, ossia il messia (Is. 11:1-2) quanto al Servo di YHWH con il compito di portare la rivelazione alle nazioni (Is. 42:1). La colomba invece appare nel racconto del diluvio, che nella tradizione cristiana assume significati battesimali (1 Pt. 3:20-21). Nel Cantico dei cantici viene presentata come simbolo della fidanzata (Ct. 2:14), mentre ancora in Isaia, oltre che in Osea, rappresenta il ritorno in patria di Israele dopo l’esilio:

Chi mai sono costoro che volano come una nuvola,
come colombi verso le loro colombaie?

Isaia 60:8

Accorreranno in fretta dall'Egitto come uccelli
e dal paese d'Assiria come colombe;
io li farò abitare nelle loro case», dice il SIGNORE.

Osea 11:11

Il tema biblico dell’uscita dall’Egitto e del rientro dall’esilio si intrecciano più volte, quindi, nel nostro racconto battesimale. Si intrecciano con il simbolo dell’acqua ma anche con lo Spirito e con la colomba. Tutte queste immagini si vanno a fondere con l’identità di Gesù e la missione che sta per intraprendere. 

A questo punto, però, come ulteriore elemento arriva la voce di Dio, che dice: «Tu sei il mio diletto Figlio; in te mi sono compiaciuto». Questa frase è una combinazione di espressioni bibliche riprese dal racconto del sacrificio di Isacco e dalla letteratura profetica. Di seguito i testi più significativi:

E Dio disse: «Prendi ora tuo figlio, il tuo unico, colui che ami, Isacco, e va' nel paese di Moria, e offrilo là in olocausto sopra uno dei monti che ti dirò».
[...]
E l'angelo: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli male! Ora so che tu temi Dio, poiché non mi hai rifiutato tuo figlio, l'unico tuo».
[...]
«Io giuro per me stesso, dice il SIGNORE, che, siccome tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, l'unico tuo
Genesi 22:2-12-16 

Trasformerò le vostre feste in lutto
e tutti i vostri canti in lamento;
coprirò di sacchi tutti i fianchi
e ogni testa sarà rasa.
Il paese piomberà nel lutto come quando muore un figlio unico,
la sua fine sarà come un giorno d'amarezza.

Amos 8:10

«Spanderò sulla casa di Davide e sugli abitanti di Gerusalemme
lo Spirito di grazia e di supplicazione;
essi guarderanno a me, a colui che essi hanno trafitto,
e ne faranno cordoglio come si fa cordoglio per un figlio unico,
e lo piangeranno amaramente come si piange amaramente un primogenito.

Zaccaria 12:10

Io annuncerò il decreto:
Il SIGNORE mi ha detto: «Tu sei mio figlio,
oggi io t'ho generato.

Salmo 2:7

Isacco diventa il “tipo” di cui Gesù è l’“anti-tipo”: il figlio amato che viene richiesto in sacrificio. Ma Gesù è ancor di più di questo, e nelle parole che si sentono provenire dall’alto ci sono allusioni anche al lutto nazionale per la morte di una persona amata dal popolo oltre che all’intronizzazione di un nuovo re di Israele. 

Questa semplice frase che viene dai cieli appare dunque, una volta comparata con l’Antico Testamento, come il programma di Dio per la persona che si sta facendo battezzare da Giovanni: come la missione e il destino di Gesù.

Lui, come Isacco, verrà chiamato da Dio al sacrificio supremo. Lui, causerà lutto per il popolo di Israele. Sempre lui, riceverà una dichiarazione di figliolanza divina, un'eredità composta da nazioni e dalla totalità delle terre con l’intronizzazione celeste preparata in seguito alla sua morte e manifestata con potenza attraverso la risurrezione.

Ecco quindi come un battesimo svolto per mostrare pentimento, acquisisce numerosi e profondi significati diversi in questo caso particolare. Gesù si fa battezzare da Giovanni, sì, ma non per pentirsi dai propri peccati quanto per ricapitolare in sé la storia di Israele, promuovere l’intervento di Dio in una fase cruciale della storia attraverso un progetto che lo vede protagonista. Questi sono i significati del battesimo di Gesù, che le prime comunità cristiane compresero solo dopo qualche tempo. Questo è l’inizio, che fin dal primo momento dichiara la fine. 

CONSIDERAZIONI FINALI

Il battesimo di Gesù, all’inizio del Vangelo secondo Marco, dà il via al suo ministero terreno e a tutti gli insegnamenti e i miracoli che che arriveranno. Questo battesimo non riguarda una necessità di pentimento da parte di Gesù, in quanto egli è senza peccato, ma una ricapitolazione della storia di Israele e una immedesimazione con l’Israele fedele. Di fronte a questo gesto simbolico e profetico i cieli si aprono e appaiono due manifestazioni divine: la discesa dello Spirito Santo che conferma questo ruolo e la voce di Dio Padre. Egli attesta che Gesù è il suo amato Figlio, nel quale si è compiaciuto. Figlio amato come lo fu Isacco, chiamato al sacrificio come Isacco. Figlio unico la cui morte avrebbe causato un grande lutto in Israele, ma anche Figlio erede della terra e di ogni potenza. Questa parabola di sofferenza, morte e gloria seppur paradossale è la sintesi del vangelo di Dio: la buona notizia per tutti coloro che accolgono la salvezza di Cristo Gesù.

domenica 7 febbraio 2021

L'identità di Gesù e la consapevolezza dei discepoli

INTRODUZIONE


Possiamo identificare un preciso brano all’interno del Vangelo secondo Marco che ricopre il ruolo di fulcro e “cerniera” tra la prima parte dell’opera e la seconda. È già stato infatti più volte ribadito come questo vangelo sia composto da una prima parte tesa a dimostrare che Gesù è il Cristo - ovvero il Messia - (1:1-8:30) e una seconda parte con l’obiettivo di presentare Gesù come il Figlio di Dio (8:31-16:8) secondo la tesi affermata nella sua primissima frase in 1:1.

Le pericopi che si trovano in 8:27-30 e 8:31-38, dunque, costituiscono l’ultima parte della prima sezione e la prima parte della seconda in rapporto di continuità letteraria e teologica ma in discontinuità rispetto ai temi generali trattati dalle rispettive parti. Questa unica “armonia in tensione” vuole essere quindi introdotta dal presente approfondimento.


1. LO SLANCIO DELLA FEDE


Poi Gesù se ne andò, con i suoi discepoli, verso i villaggi di Cesarea di Filippo; strada facendo, domandò ai suoi discepoli: «Chi dice la gente che io sia?» Essi risposero: «Alcuni, Giovanni il battista; altri, Elia, e altri, uno dei profeti». Egli domandò loro: «E voi, chi dite che io sia?» E Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». Ed egli ordinò loro di non parlare di lui a nessuno.

Marco 8:27-30


Il contesto narrativo di questo episodio è quello del cammino di Gesù, che anticipa diversi avvenimenti che da qui in avanti accadranno proprio per strada (9:33, 10:17.32.46.52). Strada facendo, dunque, Gesù domanda ai discepoli chi la gente pensava che fosse. Loro rispondono con tre stereotipi diffusi nel proprio contesto storico:


  • Giovanni il Battista. Il Vangelo secondo Marco presenta Giovanni come il precursore del Messia (1:2-8) ed egli stesso era ritenuto dalla gente un profeta (11:32). Al momento di questo dialogo era già morto (6:17-19) ucciso da Erode, ma negli ambienti di corte Gesù che compie miracoli viene confuso con Giovanni risuscitato dai morti (6:16).

  • Elia. Questo profeta veterotestamentario asceso al cielo (2Re 2:1-13) nella tradizione biblica ha il compito di precedere la venuta del Messia:


«Ricordatevi della legge di Mosè, mio servo,

al quale io diedi sull'Oreb, leggi e precetti,

per tutto Israele.

Ecco, io vi mando il profeta Elia,

prima che venga il giorno del SIGNORE,

giorno grande e terribile.

Egli volgerà il cuore dei padri verso i figli,

e il cuore dei figli verso i padri,

perché io non debba venire a colpire il paese di sterminio».

Malachia 4:4-6


Nel Vangelo leggiamo che, proprio per questa attesa, alcuni lo ravvisano in Gesù (6:15).


  • Uno dei profeti. Evidentemente alcuni pensavano che Gesù fosse uno dei profeti, in modo implicito indicando con questa espressione un profeta biblico tornato in vita per gli ultimi tempi. Direttamente o indirettamente era diffusa infatti l’attesa di un profeta come aveva anche preannunciato lo stesso Mosè:


Per te il SIGNORE, il tuo Dio, farà sorgere in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta come me; a lui darete ascolto! 

Deuteronomio 18:15 


Queste attribuzioni tuttavia Gesù le conosce già e costituiscono solo una tappa verso la una seconda domanda che egli rivolge questa volta direttamente ai discepoli: «E voi, chi dite che io sia?». I lettori sanno fin dall’inizio che Gesù è il Cristo ma i discepoli, anche se devono averlo pensato in precedenza, si espongono solo ora. In realtà si espone unicamente Pietro in loro rappresentanza. La risposta sancisce l’apice e la conclusione della prima parte di questo vangelo: una proclamazione di Gesù come Cristo, Messia. Questo titolo tuttavia non può rappresentare un definitivo punto di arrivo perché suscettibile di fraintendimenti. Il Messia che attendevano i Giudei era un guerriero che avrebbe combattuto contro gli oppressori romani per ripristinare la sovranità nazionale di Israele. Il Messia descritto nell’Antico Testamento era spesso un re che, in virtù del suo ruolo e della sua elezione e vicinanza con Dio, agiva in rappresentanza del popolo (sebbene originariamente la figura regale non avesse questa connotazione: la monarchia israelitica da Davide in poi si è adoperata per assumere anche ruoli sacerdotali che non gli spettava). Gesù però è un Messia che prende le distanze da entrambe queste aspettative. Che tipo di Cristo è dunque Gesù?


2. LO SCANDALO DELLA SOFFERENZA


Poi cominciò a insegnare loro che era necessario che il Figlio dell'uomo soffrisse molte cose, fosse respinto dagli anziani, dai capi dei sacerdoti, dagli scribi, e fosse ucciso e dopo tre giorni risuscitasse. Diceva queste cose apertamente. Pietro lo prese da parte e cominciò a rimproverarlo. Ma Gesù si voltò e, guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro dicendo: «Vattene via da me, Satana! Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini».

Chiamata a sé la folla con i suoi discepoli, disse loro: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi perderà la sua vita per amor mio e del vangelo, la salverà. E che giova all'uomo se guadagna tutto il mondo e perde l'anima sua? Infatti, che darebbe l'uomo in cambio della sua anima? Perché se uno si sarà vergognato di me e delle mie parole in questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui quando verrà nella gloria del Padre suo con i santi angeli».
Marco 8:31-38


Per affrontare questo interrogativo Gesù continua a parlare con i suoi discepoli adottando un altro titolo similmente ambiguo: Figlio dell’uomo. Letteralmente identifica un essere umano, ma teologicamente identifica l’essere sovrumano che il profeta Daniele vide venire nel cielo sulle nuvole:


Io guardavo, nelle visioni notturne, ed ecco venire sulle nuvole del cielo uno simile a un figlio d'uomo; egli giunse fino al vegliardo e fu fatto avvicinare a lui;  gli furono dati dominio, gloria e regno, perché le genti di ogni popolo, nazione e lingua lo servissero. Il suo dominio è un dominio eterno che non passerà, e il suo regno è un regno che non sarà distrutto.

Daniele 7:13-14 


L’insegnamento scandaloso è che lo stesso Figlio dell’uomo che verrà nella gloria del Padre con i suoi angeli è chiamato, prima di questo, a soffrire, essere respinto e persino ucciso. Ma come: il Cristo vittorioso sugli oppressori, il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Yhwh deve essere ucciso? Ci accorgiamo di come questo rigetto, questa sofferenza, questa morte sia incompatibile con qualsiasi aspettativa del popolo ebraico, compresa quella dei discepoli stessi. E, sempre in loro rappresentanza, per questo motivo Pietro rimprovera Gesù: le sue parole potevano creare solo confusione, non avevano alcun senso. Ma Gesù è irreprensibile nella sua posizione e letteralmente risponde: “Vattene dietro di me”. Il tentativo diabolico è quello di sorpassare il Maestro, scansare il piano di Dio per affermare l’autonomia del progetto umano. Lo stesso discepolo che aveva riconosciuto pubblicamente Gesù come il Cristo voleva insegnargli come comportarsi e come raggiungere la vittoria. Ma questo è impossibile perché il piano di Dio per il suo Unto era stabilito dall’eternità e profetizzato persino centinaia di anni prima dal profeta Isaia:


Disprezzato e abbandonato dagli uomini,

uomo di dolore, familiare con la sofferenza,

pari a colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia,

era spregiato, e noi non ne facemmo stima alcuna.

Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava,

erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato;

ma noi lo ritenevamo colpito,

percosso da Dio e umiliato!

Isaia 53:3-4


Gesù aveva capito che i suoi discepoli avevano frainteso la sua missione in quanto Cristo e per questo motivo interviene così duramente, allargando poi l’insegnamento alla folla che lo stava ascoltando. Il progetto dell’Unto di Dio, del Figlio dell’uomo, era di perdere la sua vita per guadagnare quella di molti: vincere con una sconfitta. E i suoi discepoli, volenti o nolenti, se volevano essere tali dovevano percorrere questi suoi stessi passi. Chi si vergogna di abbracciare la sofferenza e il rigetto patite dal suo Signore sarà a sua volta oggetto di vergogna. Ma l’implicito è che chi invece sarà disposto a abbracciarle sarà riconosciuto nella gloria del Padre.


CONSIDERAZIONI FINALI


Dopo un'analisi esegetica si può approdare a qualche considerazione ermeneutica, applicativa. Come possiamo cogliere il messaggio di questo brano evangelico per noi, oggi? Di certo non viviamo nel fermento messianico della Giudea del I secolo ma la persona di Gesù riveste anche per noi un ruolo molto speciale. E anche noi possiamo avere delle aspettative su di lui plasmate dalla nostra immaginazione e dal nostro desiderio più ancora che da quanto rivelato nelle Scritture. Vorremmo un Gesù che tolga ogni sofferenza dal mondo, che scardini le ingiustizie con uno schiocco di dita, che annienti i regimi che opprimono, perseguitano e uccidono i suoi discepoli a migliaia anche nel nostro tempo. Ai nostri suggerimenti però, Gesù risponde come rispose a Pietro: Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini. Non è nella volontà di Dio intervenire in questo modo, ma attraverso la sofferenza del Figlio, una sofferenza che porta alla glorificazione. Dobbiamo dirci la verità: umanamente per noi non ha molto senso. Ma la fiducia che riponiamo in Cristo ci deve portare a oltrepassare questo baratro per approdare nella sponda che ci porta oltre noi stessi, oltre il nostro benessere, e raggiungere l’altro. Rinunciare a noi stessi, accogliere la sofferenza e seguire questo Cristo per essere accolto da lui nella gloria del Padre.
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