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domenica 25 settembre 2022

L'ora di Gesù


INTRODUZIONE

Il Vangelo secondo Giovanni, l'ultimo tra i canonici ad essere stato redatto e l'unico a discostarsi dalla struttura dei precedenti vangeli, è costituito da due grandi metà letterarie. La prima, detta "il vangelo dei segni", che ho già approfondito ed esposto in sette diversi approfondimenti che restano a disposizione qui. E la seconda detta "il libro dell'ora" perché scandisce vari momenti che tendono all'unisono verso l'ora della morte e della glorificazione di Gesù, che in Giovanni coincidono. Tra queste due metà troviamo il capitolo 12, un capitolo di transizione che custodisce però dei racconti essenziali per introdurre quello che verrà. 

Finiti i segni miracolosi, dunque, i discepoli - e noi lettori assieme a loro - hanno maturato la loro fede da una dipendenza al segno alla fiducia nella parola del Signore. Ma proprio adesso, appena raggiunta una maggiore maturità, sta per arrivare la prova più difficile, anticipata simbolicamente dall'ultimo segno. 

Il dodicesimo capitolo racconta della cena di Gesù da Marta e Maria (già trattata proprio in merito all'approfondimento sul settimo segno) e dell'ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme. E poi introduce un discorso cruciale del Signore. 

1. VITA DOPO LA MORTE

Gesù rispose loro, dicendo: «L'ora è venuta, che il Figlio dell'uomo dev'essere glorificato. In verità, in verità vi dico che se il granello di frumento caduto in terra non muore, rimane solo; ma se muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita, la perde, e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà in vita eterna. Se uno mi serve, mi segua; e là dove sono io, sarà anche il mio servitore; se uno mi serve, il Padre l'onorerà. Ora, l'animo mio è turbato; e che dirò? Padre, salvami da quest'ora? Ma è per questo che sono venuto incontro a quest'ora. Padre, glorifica il tuo nome!»

Allora venne una voce dal cielo: «L'ho glorificato, e lo glorificherò di nuovo!»

Perciò la folla che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Gli ha parlato un angelo».

Gesù disse: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora avviene il giudizio di questo mondo; ora sarà cacciato fuori il principe di questo mondo; e io, quando sarò innalzato dalla terra, attirerò tutti a me». Così diceva per indicare di qual morte doveva morire. La folla quindi gli rispose: «Noi abbiamo udito dalla legge che il Cristo dimora in eterno; come mai dunque tu dici che il Figlio dell'uomo dev'essere innalzato? Chi è questo Figlio dell'uomo?» Gesù dunque disse loro: «La luce è ancora per poco tempo tra di voi. Camminate mentre avete la luce, affinché non vi sorprendano le tenebre; chi cammina nelle tenebre, non sa dove va. Mentre avete la luce, credete nella luce, affinché diventiate figli di luce».

Gesù disse queste cose, poi se ne andò e si nascose da loro. 

Vangelo secondo Giovanni 12:23-36

Dopo la conclusione dei “sette segni” esposti in precedenza, l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme inaugura la settimana della Passione e della morte del Signore. Alcuni Greci chiedono di Gesù, anticipando e prefigurando l’apertura della sua salvezza ai Gentili. La sottile tensione sommersa nella prima parte del Vangelo secondo Giovanni in questo dodicesimo capitolo, che funge da interludio prima dell’inizio della seconda metà, emerge con importanza. L’ora è ormai giunta ed è Gesù stesso a dirlo. La sua glorificazione in questo vangelo coincide con la sua morte, e per spiegarlo meglio viene introdotta una metafora. 

I discepoli si aspettano ancora una maggiore dimostrazione di potenza, un riconoscimento della messianicità di Gesù ancora più grande del loro ingresso in città. Stanno arrivando folle di persone per il pellegrinaggio della Pasqua ormai imminente e la speranza di molti volge a Gesù proprio in quanto liberatore e restauratore delle promesse di Dio per Israele. Ma queste aspettative stanno per essere deluse. Proprio per la grande affluenza del periodo l’autorità romana è allertata e pronta a soffocare sul nascere qualsiasi rivolta politica. Anche il sinedrio è attento e pronto a intervenire nei confronti delle situazioni che vanno contro i propri interessi. 

Per molti è inconcepibile un epilogo diverso da quello immaginato e, forse proprio per questo, l’immagine proposta da Gesù invita a riflettere sul fatto che quello che sta per accadere non è un paradosso impossibile ma una dinamica già presente in natura: il chicco di frumento, infatti, solo quando viene seppellito e muore ha la possibilità di germogliare e crescere fino a produrre una spiga ricca di nuovi chicchi. L’esperienza di tutte le generazioni umane ha sempre insegnato che il seguito della morte è la decomposizione ma Gesù invita a guardare oltre e anticipa che in seguito alla morte, quella che sta arrivando, è invece una nuova e abbondante vita. Anche molti che vivono intensamente la propria vita finiscono per lasciarsi sfuggire il suo senso, al contrario di chi vive aiutando il prossimo ne incarna il significato. 

Vi è una immedesimazione tra Gesù e i suoi discepoli: tra la sua sofferenza e la loro, così come tra la sua esaltazione e la loro. Tutto però passa da qui, da quest’ora, un’ora che sta per arrivare e che, pur sapendo tutto questo, porta con sé una grande angoscia. Gesù stesso dice di essere turbato, non nega o nasconde questo sentimento così intenso. Lo riconosce, lo accoglie. Ma va anche oltre. E dopo questo passo nella sua forza di volontà troviamo la risposta e la conferma del Padre attraverso una voce dal cielo. Una voce che non è riconosciuta da tutti perché non tutti hanno la stessa adesione alla fede. 

La morte di Gesù sta per cambiare tutto. Quella che sembra essere la sua sconfitta è in realtà la sconfitta imminente di Satana. Le persone ancora non capiscono questi discorsi, non capiscono questa logica e questo paradosso, e questo è anche l’espressione di un giudizio divino. Chi riconosce in Gesù la luce del mondo, sarà illuminato, ma che non lo farà rimarrà nelle tenebre senza avere alcuna visibilità al piano di Dio e alla vita che verrà. Come il prologo di questo vangelo annuncia che la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno sopraffatta (1:5) così questo brano che corrisponde all’inizio del suo svolgimento finale propone un appello a riconoscere questa luce, per divenire figli della luce. 

Questo è l’ultimo discorso di Gesù, che subito dopo si nasconde da loro. La scena si chiude. 

2. GIUDIZIO SUL RIFIUTO DELLA VITA E DELLA LUCE 

Sebbene avesse fatto tanti segni miracolosi in loro presenza, non credevano in lui; affinché si adempisse la parola detta dal profeta Isaia:

«Signore, chi ha creduto alla nostra predicazione?

A chi è stato rivelato il braccio del Signore?»

Perciò non potevano credere, per la ragione detta ancora da Isaia:

«Egli ha accecato i loro occhi e ha indurito i loro cuori,

affinché non vedano con gli occhi,

e non comprendano con il cuore,

e non si convertano, e io non li guarisca». 

Queste cose disse Isaia, perché vide la gloria di lui e di lui parlò. Ciò nonostante, molti, anche tra i capi, credettero in lui; ma a causa dei farisei non lo confessavano, per non essere espulsi dalla sinagoga; perché preferirono la gloria degli uomini alla gloria di Dio. Ma Gesù ad alta voce esclamò: «Chi crede in me, crede non in me, ma in colui che mi ha mandato; e chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Io sono venuto come luce nel mondo, affinché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. Se uno ode le mie parole e non le osserva, io non lo giudico; perché io non sono venuto a giudicare il mondo, ma a salvare il mondo. Chi mi respinge e non riceve le mie parole, ha chi lo giudica; la parola che ho annunciata è quella che lo giudicherà nell'ultimo giorno. Perché io non ho parlato di mio; ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha comandato lui quello che devo dire e di cui devo parlare; e so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre me le ha dette».

Vangelo secondo Giovanni 12:37-50

Se la direzione è quella della sofferenza e la morte, tuttavia, la predicazione di Gesù sembrerebbe proprio fallimentare. Perché nonostante i sette segni miracolosi, la maggior parte delle persone - e soprattutto i Giudei di Gerusalemme - non ha seguito Gesù? L’evangelista inserisce qui una spiegazione tratta al libro del profeta Isaia:

Ed egli disse: «Va', e di' a questo popolo:
"Ascoltate, sì, ma senza capire;
guardate, sì, ma senza discernere!"
Rendi insensibile il cuore di questo popolo,
rendigli duri gli orecchi, e chiudigli gli occhi,
in modo che non veda con i suoi occhi, non oda con i suoi orecchi,
non intenda con il cuore,
non si converta e non sia guarito!» 
Isaia 6:9-10

Così come il profeta Isaia è stato chiamato da Dio all’ufficio profetico sapendo che la sua predicazione non sarebbe stata accolta dalla maggior parte del popolo di Israele, allo stesso modo sta avvenendo anche nel ministero di Gesù. La sua predicazione e i segni realizzati sono costituiscono dunque un elemento divisivo nei confronti del quale le persone sono chiamate a fare una scelta. La scelta è personale e le sue conseguenze sono una propria personalità, ma contemporaneamente esiste un piano superiore di Dio che stende un velo sopra gli occhi di molti. 

Dopo questa spiegazione del fallimento, dal punto di vista del popolo, della missione di Gesù, egli riprende a parlare una seconda volta. Ancora adesso riprende il tema della luce e delle tenebre, esplicitando però che la propria autorità non viene da sé stesso ma dal Padre. Gesù è il rivelatore. Non in virtù di alcune rivelazioni o visioni carismatiche ed estatiche, come per il profeta Isaia, ma perché egli è stato unito al Padre con una tale intimità da conoscere i suoi pensieri e la sua volontà. Ed è questo il motivo per cui può eseguirla alla perfezione. E, sempre per lo stesso motivo, rifiutare la predicazione di Gesù e la sua persona significa rifiutare il Padre stesso. Non sta a Gesù giudicare: lui è venuto per salvare. Ma il giudizio del Padre sarà una conseguenza del suo rifiuto. L’ora è venuta. I segni sono stati realizzati per nutrire la fede dei discepoli di Gesù e delle persone che, passo dopo passo, hanno imparato a credere nella sua parola. Ora però che è arrivata la sua ora, la fede viene vagliata e messa alla prova: è necessario più che mai restare aggrappati alla fiducia e alla speranza in tutto quello che ha detto e fatto sinora. Siamo in un tempo cruciale, siamo al crocevia della storia. 

CONCLUSIONE

Il capitolo 12 del Vangelo secondo Giovanni, giunzione letteraria tra la prima parte (il libro dei segni) e la seconda parte (il libro dell’ora), è centrale ed essenziale per collegare i miracoli di Gesù e il seguito che aveva con l’inizio di una fine inaspettata e sconvolgente. 

Nessuno si aspetta una fine tragica come quella della croce per Gesù ma è proprio questa che egli accoglie e si avvia a vivere. Già da questo momento, però, nella sua piena consapevolezza Gesù invita a guardare oltre la morte per vedere lo sbocciare di una nuova vita di risurrezione. 

Come è per il maestro, anche per noi discepoli si prospettano tempi di crisi e difficoltà, fino ad arrivare alla nostra morte. Ma nella peggiore della crisi viene seminato il seme della fede che deve per l’appunto attraversare la lacerazone, il buio, l’angoscia prima di germogliare a vita nuova. 

Questa è la traiettoria del Cristo, e questa è la traiettoria di ogni suo discepolo. 




domenica 8 maggio 2022

Il sesto segno




INTRODUZIONE 

Una delle caratteristiche peculiari del Vangelo secondo Giovanni è quella di raccogliere un piccolo numero di miracoli di Gesù definendoli in modo specifico come suoi segni (semeia). Nei Vangeli sinottici, il significato del termine segno è prevalentemente negativo, in quanto viene usato dagli oppositori di Cristo per chiedergli di convincere i dubbiosi sulla sua identità, ricevendo come risposta quasi sempre un rimprovero. Negli Atti degli Apostoli apprendiamo che Gesù compì opere potenti, prodigi e segni (2:22), incontrando per la prima volta questo termine in senso positivo, anche se generico. Nel quarto Vangelo invece, il significato di questa parola assume una dimensione molto più profonda, costituendo di fatto nelle sue ricorrenze una sorta di percorso che conduce il lettore da una superficiale apertura alla fede ad una piena consapevolezza dell'identità di Gesù Cristo, che non necessita più di miracoli per essere sostenuta. Possiamo dunque schematizzare tale percorso nel seguente modo: 




Questi segni raccolgono l'eredità teologica dei segni che Dio ha compiuto per il suo popolo nell'esodo verso la libertà, proiettandoli nella persona di Gesù e nella pienezza della rivelazione salvifica del Padre in lui. Essi testimoniano quindi dell'identità e dello scopo di Cristo, non per far ristagnare i credenti nel deserto della continua necessità di miracoli (come accadde a Israele per la sua incredulità), ma per portarli subito nella maturità di una fede capace di vivere ancorata a lui e portare molto frutto (Gv. 15:5). Una fede capace di entrare subito nella terra promessa per conquistarla. Una terra che questa volta è estesa a tutto il mondo, per una conquista che questa volta è spirituale: mediante la proclamazione del Vangelo e la preghiera, continuando attraverso lo Spirito Santo (con l'autorità di Cristo risorto) l'opera iniziata da Gesù durante il suo ministero terreno (Gv. 17:18). 

Osservando il Vangelo secondo Giovanni nella sua interezza, è possibile ora definire con precisione quali siano i segni specifici presentati dall'opera, e la loro esatta successione. Abbiamo dunque questi sette principali segni, più uno conclusivo: 

1. trasformazione dell'acqua in vino (2:1-11);
2. guarigione del figlio dell'ufficiale reale (4:46-54);
3. guarigione dell'uomo paralizzato da trentotto anni (5:1-9);
4. moltiplicazione dei pani (6:1-14);
5. Gesù cammina sul mare (6:15-25);
6. guarigione del cieco nato (9:1-8);
7. risurrezione di Lazzaro (11:1-46)
+ la pesca miracolosa (21:1-14).

Ognuno di questi segni ha un preciso significato circa l'identità di Gesù, e la pienezza della rivelazione relativa alla salvezza di Dio. 

LA LETTURA DEL SESTO SEGNO

Passando vide un uomo, che era cieco fin dalla nascita. I suoi discepoli lo interrogarono, dicendo: «Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» Gesù rispose: «Né lui ha peccato, né i suoi genitori; ma è così, affinché le opere di Dio siano manifestate in lui. Bisogna che io compia le opere di colui che mi ha mandato mentre è giorno; la notte viene in cui nessuno può operare. Mentre sono nel mondo, io sono la luce del mondo».

Detto questo, sputò in terra, fece del fango con la saliva e ne spalmò gli occhi del cieco, e gli disse: «Va', làvati nella vasca di Siloe» (che significa «mandato»). Egli dunque andò, si lavò, e tornò che ci vedeva.

Perciò i vicini e quelli che l'avevano visto prima, perché era mendicante, dicevano: «Non è questo colui che stava seduto a chieder l'elemosina?» Alcuni dicevano: «È lui». Altri dicevano: «No, ma gli somiglia». Egli diceva: «Sono io». Allora essi gli domandarono: «Com'è che ti sono stati aperti gli occhi?» Egli rispose: «Quell'uomo che si chiama Gesù fece del fango, me ne spalmò gli occhi e mi disse: "Va' a Siloe e làvati". Io quindi sono andato, mi sono lavato e ho ricuperato la vista». Ed essi gli dissero: «Dov'è costui?» Egli rispose: «Non so».

Condussero dai farisei colui che era stato cieco. Or era in giorno di sabato che Gesù aveva fatto il fango e gli aveva aperto gli occhi. I farisei dunque gli domandarono di nuovo come egli avesse ricuperato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Perciò alcuni dei farisei dicevano: «Quest'uomo non è da Dio perché non osserva il sabato». Ma altri dicevano: «Come può un peccatore fare tali segni miracolosi?» E vi era disaccordo tra di loro. Essi dunque dissero di nuovo al cieco: «Tu, che dici di lui, poiché ti ha aperto gli occhi?» Egli rispose: «È un profeta».

I Giudei però non credettero che lui fosse stato cieco e avesse ricuperato la vista, finché non ebbero chiamato i genitori di colui che aveva ricuperato la vista, e li ebbero interrogati così: «È questo vostro figlio che dite esser nato cieco? Com'è dunque che ora ci vede?» I suoi genitori risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda, non sappiamo, né sappiamo chi gli abbia aperto gli occhi; domandatelo a lui; egli è adulto, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che se uno riconoscesse Gesù come Cristo, fosse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Egli è adulto, domandatelo a lui».

Essi dunque chiamarono per la seconda volta l'uomo che era stato cieco, e gli dissero: «Da' gloria a Dio! Noi sappiamo che quest'uomo è un peccatore». Egli rispose: «Se egli sia un peccatore, non so; una cosa so, che ero cieco e ora ci vedo». Essi allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti aprì gli occhi?» Egli rispose loro: «Ve l'ho già detto e voi non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare suoi discepoli anche voi?» Essi lo insultarono e dissero: «Sei tu discepolo di costui! Noi siamo discepoli di Mosè. Noi sappiamo che a Mosè Dio ha parlato; ma in quanto a costui, non sappiamo di dove sia». L'uomo rispose loro: «Questo poi è strano: che voi non sappiate di dove sia; eppure mi ha aperto gli occhi! Si sa che Dio non esaudisce i peccatori; ma se uno è pio e fa la volontà di Dio, egli lo esaudisce. Da che mondo è mondo non si è mai udito che uno abbia aperto gli occhi a uno nato cieco. Se quest'uomo non fosse da Dio, non potrebbe fare nulla». Essi gli risposero: «Tu sei tutto quanto nato nel peccato e insegni a noi?» E lo cacciarono fuori.

Gesù udì che lo avevano cacciato fuori; e, trovatolo, gli disse: «Credi nel Figlio dell'uomo?» Quegli rispose: «Chi è, Signore, perché io creda in lui?» Gesù gli disse: «Tu l'hai già visto; è colui che parla con te, è lui». Egli disse: «Signore, io credo». E l'adorò.

Gesù disse: «Io sono venuto in questo mondo per fare un giudizio, affinché quelli che non vedono vedano, e quelli che vedono diventino ciechi». Alcuni farisei, che erano con lui, udirono queste cose e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?» Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: "Noi vediamo", il vostro peccato rimane.
Giovanni 9:1-41

IL COMMENTO

Non abbiamo indicazioni temporali rispetto ai due capitoli precedenti, questo episodio potrebbe essere accaduto comunque vicino alla festa dei Tabernacoli (7:2). Il racconto vero e proprio di questo segno è molto breve in quanto l’evangelista vuole tracciare il tema della luce e dell’oscurità con una parabola che comprenda i dialoghi e i confronti con i farisei. 

I discepoli chiedono a Gesù se il cieco visto per la strada fosse tale per un peccato suo o dei genitori. Nonostante il libro di Giobbe, evidentemente al tempo era ancora radicato l’arcaico principio teologico della retribuzione, ossia il pensiero che i peccati fossero puniti da Dio nella misura di distrette, sofferenze o malattie nella vita attuale. Ne troviamo traccia anche nel Vangelo secondo Luca, dove Gesù si pronuncia in merito:

Lc 13:1 In quello stesso tempo vennero alcuni a riferirgli il fatto dei Galilei il cui sangue Pilato aveva mescolato con i loro sacrifici. 2 Gesù rispose loro: «Pensate che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, perché hanno sofferto quelle cose? 3 No, vi dico; ma se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo. 4 O quei diciotto sui quali cadde la torre in Siloe e li uccise, pensate che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? 5 No, vi dico; ma se non vi ravvedete, perirete tutti come loro».

Egli nega questo tipo di rapporto causa-effetto ma rinforza invece la necessità di una risposta all’appello del Vangelo. Anche nella nostra narrazione egli nega che la cecità sia stata causata da peccati suoi o dei suoi genitori affermando invece la casualità di un bene superiore: affinché le opere di Dio siano manifestate in lui. Questo dettaglio ha conseguenze anche nella fede comunitaria e nelle relazioni cristiane di oggi, laddove si imputano malattie e disgrazie alla colpa dei credenti per mancanza di fede o atteggiamenti peccaminosi. È Gesù stesso a smentire questa lettura della realtà.

Fin da subito viene introdotto il tema del giorno e della notte, della luce e delle tenebre. Il giorno, la luce, è la presenza di Gesù e la notte, il buio, è la sua assenza. Abbiamo qui l’eco di un canto del servo sofferente di YHWH in Isaia:

Is 49:6 Egli dice: «È troppo poco che tu sia mio servo
per rialzare le tribù di Giacobbe
e per ricondurre gli scampati d'Israele;
voglio fare di te la luce delle nazioni,

lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra».

L’immagine sottesa è quella di un’oscurità, un impedimento alla vista che copre gli occhi delle nazioni

Is 25:7 Distruggerà su quel monte il velo che copre la faccia di tutti i popoli
e la coperta stesa su tutte le nazioni.


Indicando proprio questa immagine, presentandosi proprio come la luce del mondo Gesù formando un po’ di fango (con una possibile allusione alla creazione dell’uomo avvenuta usando il terriccio) e applicandolo sugli occhi del cieco lo guarisce restituendogli la vita. Se in altri segni miracolosi il tema era proprio la guarigione in sé, qui invece appare come il potere di essere e portare luce. 

L’ordine di andare a lavarsi nella piscina costituisce probabilmente un eco di 2 Re 5:10-13, dove Eliseo non guarisce Naaman sul posto ma lo manda a lavarsi nel Giordano:

Ed Eliseo gli inviò un messaggero a dirgli: «Va', làvati sette volte nel Giordano; la tua carne tornerà sana, e tu sarai puro»

La piscina di Siloe, in modo interessante, era utilizzata nelle processioni dell’acqua alla festa dei Tabernacoli, cornice temporale del c.7.

Dall’avvenuta guarigione e dalla rivelazione di Gesù come “luce del mondo”, colui che avrebbe rotto il velo di impedimento che copre la faccia di tutti i popoli, inizia adesso la tensione con i farisei che a più riprese interrogano il cieco guarito. Il loro problema era il giorno in cui è avvenuta questa guarigione, ossia il sabato, giorno nel quale vigeva il divieto mosaico di compiere qualsiasi lavoro. Nei Sinottici troviamo altri indizi su questa diatriba farisaica e sulla risposta e soluzione offerta da Gesù: il sabato è stato creato per l’uomo (per il suo riposo e la sua salute) e non l’uomo per il sabato (per osservare una prescrizione vuota e senza significato), come troviamo in Marco 2:27.. 

Abbiamo quindi il climax di questa tensione: da una parte il cieco ora vedente, dopo aver acquisito fisicamente la vista prende sempre più una posizione di fede nei confronti di Gesù. Prima lo chiama profeta, poi sottolinea il frutto miracoloso e divino delle sue azioni e infine esclama la sua piena confessione di fede: «Signore, io credo» seguita da una sincera adorazione. Dall’altra parte, e in direzione opposta, i farisei all’inizio dubitano dell’autorità di Gesù in quanto espressa in giorno di sabato, poi vogliono delle prove e vanno a interrogare i genitori del cieco. Infine, pur avendo certificato la genuinità della guarigione, chiamano di nuovo il miracolato istigandolo a ripudiare Gesù come peccatore. Anche in questo caso non troveranno però una risposta ma solo l’evidenza del miracolo e la coerenza dell’uomo che, ricevendolo, non può che riconoscerlo e riconoscerne la fonte. In seguito a questo lo cacciano. 

Abbiamo quindi il cieco nato che:

- È nelle tenebre
- Riceve miracolosamente la vista
- Riconosce Gesù come profeta
- Riconosce Gesù come uomo pio e inviato di Dio
- Riconosce Gesù come figlio dell’uomo e come Signore

Dal buio fisico e spirituale egli progressivamente raggiunge la vista fisica e spirituale. 
Abbiamo poi invece i farisei che: 

- Affermano di vedere meglio di altri, di essere luce per il popolo
- Contestano il miracolo avvenuto in giorno di sabato, ma discutono tra di loro in quanto alcuni pensavano ci potesse essere un’origine divina
- Dubitano che il miracolo sia genuino, avvenuto davvero
- Screditano Gesù con i protagonisti
- Cacciano il cieco guarito perché non vuole associarsi al loro pensiero

Chi non cerca un segno, lo riceve: vede!

Chi cerca polemicamente un segno, lo ha davanti ai propri occhi ma questo viene rifiutato insieme al suo autore e al suo beneficiario: cade nella cecità spirituale!

Quest’ultima traettoria costituisce un vero e proprio giudizio come nell’Esodo, come per il faraone:

Esodo 7:3 Ma io indurirò il cuore del faraone e moltiplicherò i miei segni e i miei prodigi nel paese d'Egitto. 4 Il faraone non vi darà ascolto e io metterò la mia mano sull'Egitto; farò uscire dal paese d'Egitto le mie schiere, il mio popolo, i figli d'Israele, mediante grandi atti di giudizio.

CONCLUSIONE

Il percorso dei sette segni miracolosi di Gesù nel Vangelo secondo Giovanni trova qui la sua penultima tappa, e si avvicina alla conclusione. 

Gesù è il Sacerdote e lo Sposo, colui che guarisce, il ratificatore della Nuova Alleanza, il pane del cielo e la manifestazione di Dio. Ma, come abbiamo visto in questa lettura e in questo approfondimento, egli è anche la luce del mondo: il Figlio dell’uomo che è incaricato da Dio di squarciare il velo di ottusità che ostacola la vista delle nazioni tenendole nelle tenebre. 
Ecco quindi che una guarigione miracolosa e i retroscena sulla sua considerazione diventa simbolo di qualcos’altro: della luce portata da Cristo che è portatrice di vista e liberazione per alcuni, e di rifiuto, tenebre e giudizio per altri. 

L’appello del Regno di Dio sta diventando sempre più urgente e il cieco nato, i discepoli, i farisei e i lettori stessi sono portati a prendere una posizione e decidere a quale delle due categorie di persone voler appartenere.

domenica 3 aprile 2022

Il quinto segno


INTRODUZIONE 

Una delle caratteristiche peculiari del Vangelo secondo Giovanni è quella di raccogliere un piccolo numero di miracoli di Gesù definendoli in modo specifico come suoi segni (semeia). Nei Vangeli sinottici, il significato del termine segno è prevalentemente negativo, in quanto viene usato dagli oppositori di Cristo per chiedergli di convincere i dubbiosi sulla sua identità, ricevendo come risposta quasi sempre un rimprovero. Negli Atti degli Apostoli apprendiamo che Gesù compì opere potenti, prodigi e segni (2:22), incontrando per la prima volta questo termine in senso positivo, anche se generico. Nel quarto Vangelo invece, il significato di questa parola assume una dimensione molto più profonda, costituendo di fatto nelle sue ricorrenze una sorta di percorso che conduce il lettore da una superficiale apertura alla fede ad una piena consapevolezza dell'identità di Gesù Cristo, che non necessita più di miracoli per essere sostenuta. Possiamo dunque schematizzare tale percorso nel seguente modo: 


Questi segni raccolgono l'eredità teologica dei segni che Dio ha compiuto per il suo popolo nell'esodo verso la libertà, proiettandoli nella persona di Gesù e nella pienezza della rivelazione salvifica del Padre in lui. Essi testimoniano quindi dell'identità e dello scopo di Cristo, non per far ristagnare i credenti nel deserto della continua necessità di miracoli (come accadde a Israele per la sua incredulità), ma per portarli subito nella maturità di una fede capace di vivere ancorata a lui e portare molto frutto (Gv. 15:5). Una fede capace di entrare subito nella terra promessa per conquistarla. Una terra che questa volta è estesa a tutto il mondo, per una conquista che questa volta è spirituale: mediante la proclamazione del Vangelo e la preghiera, continuando attraverso lo Spirito Santo (con l'autorità di Cristo risorto) l'opera iniziata da Gesù durante il suo ministero terreno (Gv. 17:18). 

Osservando il Vangelo secondo Giovanni nella sua interezza, è possibile ora definire con precisione quali siano i segni specifici presentati dall'opera, e la loro esatta successione. Abbiamo dunque questi sette principali segni, più uno conclusivo:
  1. trasformazione dell'acqua in vino (2:1-11);

  2. guarigione del figlio dell'ufficiale reale (4:46-54);

  3. guarigione dell'uomo paralizzato da trentotto anni (5:1-9);

  4. moltiplicazione dei pani (6:1-14);

  5. Gesù cammina sul mare (6:15-25);

  6. guarigione del cieco nato (9:1-8);

  7. risurrezione di Lazzaro (11:1-46) 

  •  + la pesca miracolosa (21:1-14)5.

Ognuno di questi segni ha un preciso significato circa l'identità di Gesù, e la pienezza della rivelazione relativa alla salvezza di Dio. 

Dopo aver approfondito il primo, secondo, terzo e quarto segno, passiamo adesso al quinto. Dopo la rivelazione su Gesù come Sommo Sacerdote e Sposo, oltre che come Colui che guarisce e che elargisce la Grazia di Dio attraverso la Nuova Alleanza e che è la vera manna del cielo, andiamo a vedere questa nuova rivelazione cristologica.

GESÙ CAMMINA SUL MARE


Gv 6:16 Quando fu sera, i suoi discepoli scesero al mare 17 e, montati in una barca, si dirigevano all'altra riva, verso Capernaum. Era già buio e Gesù non era ancora venuto presso di loro. 18 Il mare era agitato, perché tirava un forte vento. 19 Com'ebbero remato per circa venticinque o trenta stadi, videro Gesù camminare sul mare e accostarsi alla barca; ed ebbero paura. 20 Ma egli disse loro: «Sono io, non temete». 21 Essi dunque lo vollero prendere nella barca, e subito la barca toccò terra là dove erano diretti.

Subito dopo il segno della moltiplicazione dei pani, venuta sera, leggiamo questo altro episodio condiviso anche dai Vangeli sinottici. Anche in Marco e Matteo troviamo questa successione nella quale di fatto il quinto segno rappresenta la conclusione del quarto. In seguito, troviamo il discorso di Gesù sull’essere pane di vita. Nel nostro racconto, la narrazione segue il punto di vista dei discepoli che montano sulla barca e iniziano a navigare senza Gesù. Nel racconto sinottico invece, il racconto segue il punto di vista di Gesù che è solo a terra e vede i discepoli in difficoltà. L’elemento prodigioso è più evidente nel racconto sinottico, specialmente in Matteo, dove Gesù cammina attraverso il mare fino a una barca che è a molti stadi distante da terra. In questa versione assume l’aspetto di un miracolo di natura in cui i discepoli sono salvati. In Giovanni, però, la sostanza del miracolo è significativamente diversa. La spiegazione più plausibile è che Giovanni tratti l’episodio come una epifania divina incentrata sull’espressione “sono io”, del v. 20. Nonostante sia presente anch’essa nei sinottici, infatti, in Giovanni rappresenta un leit-motiv come quella forma del nome divino che il Padre ha dato a Gesù e con la quale identifica sé stesso. Non è un caso il fatto che questa espressione ricorra sette volte nel quarto vangelo, di cui la prima piena ricorrenza si trova proprio nel discorso di Gesù che segue, identificandosi come pane di vita (vv. 28-35).

Il significato dunque nel nostro caso è quello di un’espressione alla maestà di Gesù, in modo molto simile a quello della Trasfigurazione. 

Che ruolo svolge questo segno in rapporto alla moltiplicazione e al resto del capitolo? In una certa misura, l’evangelista lo usa come correttivo della inadeguata reazione della folla alla moltiplicazione. Impressionati dal carattere prodigioso di quel segno essi volevano acclamarlo come messia politico:

Gv. 6:14 La gente dunque, avendo visto il segno miracoloso che Gesù aveva fatto, disse: «Questi è certo il profeta che deve venire nel mondo». 15 Gesù, quindi, sapendo che stavano per venire a rapirlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, tutto solo.

Ma egli è molto più di “profeta” e “re” e il camminare sull’acqua è un segno che gli permette di interpretare a se stesso, un segno che ciò che egli è può essere espresso pienamente solo col nome divino “Io sono”. 

C’è forse anche un simbolismo pasquale nel camminare sul mare, nel senso di un’allusione al passaggio del Mar Rosso al tempo dell’Esodo. Il racconto liturgico giudaico recitato nella cena di Pasqua, così come ci è stato conservato in un periodo di poco posteriore, associa strettamente il passaggio del mare e il dono della manna. Può essere che Giovanni voglia fare la stessa associazione. Nel seguito del c. 6 leggiamo: 

v. 31 I nostri padri mangiarono la manna nel deserto, come è scritto:
"Egli diede loro da mangiare del pane venuto dal cielo"».


in parallelismo con:

Salmo 78:24 fece piover su di essi la manna per nutrimento
e diede loro il frumento del cielo.


Sempre il Salmo 78 al v. 13 dice:
Divise il mare, li fece passare
e fermò le acque come in un mucchio.

Costituendo anche in questo caso un legame teologico. Ci sono dunque passi dell’Antico Testamento, specialmente tra quelli che parlano dell’Esodo, che contribuiscono a spiegare perché l’episodio di Gesù che cammina sul mare poteva rientrare nel generale motivo pasquale del c. 6 di Giovanni ed essere quindi strettamente associato alla moltiplicazione. 

CONCLUSIONE


Il quarto segno miracoloso di Gesù nel Vangelo secondo Giovanni rivela la sua identità come pane del cielo e come erede escatologico e definitivo del ministero profetico di Elia ed Eliseo. Tra questo segno e il discorso di Gesù nel quale esplicita per la prima volta il suo nome divino “Io sono”, troviamo quindi il racconto della sua camminata sul mare, il quinto segno. 

Diversamente dai sinottici, nel nostro racconto il significato non è meramente quello di un miracolo e del salvataggio dei discepoli quanto quello di una vera e propria manifestazione divina di Gesù, una teofania simile a quella della Trasfigurazione. 

Possiamo rintracciare, infine, una traccia biblica che interseca il tema pasquale dell’attraversamento del mare con quello della manna. Un parallelo presente tanto nella tradizione giudaica pasquale quanto nel Salmo 78 e nel nostro brano. 

domenica 2 gennaio 2022

Il quarto segno




INTRODUZIONE 


Una delle caratteristiche peculiari del Vangelo secondo Giovanni è quella di raccogliere un piccolo numero di miracoli di Gesù definendoli in modo specifico come suoi segni (semeia). Nei Vangeli sinottici, il significato del termine segno è prevalentemente negativo, in quanto viene usato dagli oppositori di Cristo per chiedergli di convincere i dubbiosi sulla sua identità, ricevendo come risposta quasi sempre un rimprovero. Negli Atti degli Apostoli apprendiamo che Gesù compì opere potenti, prodigi e segni (2:22), incontrando per la prima volta questo termine in senso positivo, anche se generico. Nel quarto Vangelo invece, il significato di questa parola assume una dimensione molto più profonda, costituendo di fatto nelle sue ricorrenze una sorta di percorso che conduce il lettore da una superficiale apertura alla fede ad una piena consapevolezza dell'identità di Gesù Cristo, che non necessita più di miracoli per essere sostenuta. Possiamo dunque schematizzare tale percorso nel seguente modo: 



Questi segni raccolgono l'eredità teologica dei segni che Dio ha compiuto per il suo popolo nell'esodo verso la libertà, proiettandoli nella persona di Gesù e nella pienezza della rivelazione salvifica del Padre in lui. Essi testimoniano quindi dell'identità e dello scopo di Cristo, non per far ristagnare i credenti nel deserto della continua necessità di miracoli (come accadde a Israele per la sua incredulità), ma per portarli subito nella maturità di una fede capace di vivere ancorata a lui e portare molto frutto (Gv. 15:5). Una fede capace di entrare subito nella terra promessa per conquistarla. Una terra che questa volta è estesa a tutto il mondo, per una conquista che questa volta è spirituale: mediante la proclamazione del Vangelo e la preghiera, continuando attraverso lo Spirito Santo (con l'autorità di Cristo risorto) l'opera iniziata da Gesù durante il suo ministero terreno (Gv. 17:18).  


Osservando il Vangelo secondo Giovanni nella sua interezza, è possibile ora definire con precisione quali siano i segni specifici presentati dall'opera, e la loro esatta successione. Abbiamo dunque questi sette principali segni, più uno conclusivo: 

  1. trasformazione dell'acqua in vino (2:1-11);

  2. guarigione del figlio dell'ufficiale reale (4:46-54);

  3. guarigione dell'uomo paralizzato da trentotto anni (5:1-9);

  4. moltiplicazione dei pani (6:1-14);

  5. Gesù cammina sul mare (6:15-25);

  6. guarigione del cieco nato (9:1-8);

  7. risurrezione di Lazzaro (11:1-46) 

  •  + la pesca miracolosa (21:1-14)5.

Ognuno di questi segni ha un preciso significato circa l'identità di Gesù, e la pienezza della rivelazione relativa alla salvezza di Dio. 


Dopo aver approfondito il primo, secondo e terzo segno, passiamo adesso al quarto. Dopo la rivelazione su Gesù come Sommo Sacerdote e Sposo, oltre che come Colui che guarisce e che elargisce la Grazia di Dio attraverso la Nuova Alleanza, andiamo a vedere questa nuova rivelazione cristologica. 


LA MOLTIPLICAZIONE DEI PANI


Gv 6:1 Dopo queste cose Gesù se ne andò all'altra riva del mare di Galilea, cioè il mare di Tiberiade. 2 Una gran folla lo seguiva, perché vedeva i segni miracolosi che egli faceva sugli infermi. 3 Ma Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli.

4 Or la Pasqua, la festa dei Giudei, era vicina.

5 Gesù dunque, alzati gli occhi e vedendo che una gran folla veniva verso di lui, disse a Filippo: «Dove compreremo del pane perché questa gente abbia da mangiare?» 6 Diceva così per metterlo alla prova; perché sapeva bene quello che stava per fare. 7 Filippo gli rispose: «Duecento denari di pani non bastano perché ciascuno ne riceva un pezzetto». 8 Uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro, gli disse: 9 «C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cosa sono per tanta gente?» 10 Gesù disse: «Fateli sedere». C'era molta erba in quel luogo. La gente dunque si sedette, ed erano circa cinquemila uomini. 11 Gesù, quindi, prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì alla gente seduta; lo stesso fece dei pesci, quanti ne vollero. 12 Quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché niente si perda». 13 Essi quindi li raccolsero e riempirono dodici ceste di pezzi che di quei cinque pani d'orzo erano avanzati a quelli che avevano mangiato.

14 La gente dunque, avendo visto il segno miracoloso che Gesù aveva fatto, disse: «Questi è certo il profeta che deve venire nel mondo». 


Nella narrazione del Vangelo di Giovanni che stiamo seguendo, Gesù è già tornato due volte (cfr. 2:13) nella capitale per le festività religiose. I giudei erano obbligati ad andare a Gerusalemme nelle tre feste principali, ossia Pasqua, Pentecoste e Tabernacoli. Gesù ci era stato a Pasqua, era ritornato in Galilea attraverso la Samaria in maggio (cfr. 4:35, i campi maturi) e possibilmente è stato pochissimo tempo nella sua regione prima di dover tornare a Gerusalemme forse proprio per la festa di Pentecoste che ricorre sette settimane (50 giorni) dopo la Pasqua, intorno al nostro mese di giugno, quando ha guarito l’uomo paralitico alla piscina di Betesda, la piscina della “grazia”.


Con il racconto di oggi termina il primo anno di attività ministeriale di Gesù e sta iniziando il secondo, in prossimità con la nuova Pasqua ma lontano geograficamente dal percorso di pellegrinaggio a Gerusalemme. La successione delle festività religiose in concomitanza degli eventi principali raccontati non è sicuramente casuale ma voluto dall’evangelista nella costruzione del suo scritto. 


La folla vede i segni miracolosi che Gesù compie e questo, all’interno del Vangelo, ne costituisce il quarto. Gesù sale sul monte in Galilea, associato nei Sinottici a importanti eventi teologici (Discorso della Montagna Mt 5, chiamata dei Dodici Mc 3:13, apparizione dopo la risurrezione Mt 28:16). La montagna, come viene chiamata, rappresenta quindi una sorta di Sinai cristiano. Gv 6 contiene lo stesso tema del Discorso della Montagna di Matteo e cioè una contrapposizione tra Gesù e Mosè. 


La moltiplicazione dei pani è l’unico segno giovanneo che sia raccontato da tutti e quattro i Vangeli, e in modo molto simile, anche se Giovanni offre una sua peculiare chiave interpretativa dell’evento data da Numeri 11.


La domanda di Gesù a Filippo, infatti, riecheggia nella domanda di Mosè: 


Nu 11:13 Dove prenderei della carne da dare a tutto questo popolo? 


I paralleli tuttavia non finiscono qui, tanto che possiamo identificare un vero e proprio schema condiviso: 


  • Il popolo si lamenta (Nu 11:1 - Gv 6:41.43)

  • Descrizione della manna (Nu 11:7-9 - Gv 6:31)

  • Da mangiare carne (Nu 11:13 - Gv 6:51)

  • Raduneranno per loro tutto il pesce del mare in modo che ne abbiano abbastanza? (Nu 11:22 - Gv 6:9 e v.12)


Filippo risponde che non basterebbero duecento denari per comprare il cibo necessario. Considerando che in Mt 20:2 un denaro è la paga di un giorno, capiamo che è una cifra enorme. 


Andrea però dice che C'è un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci.


E questo dettaglio rappresenta l’anti-tipo di un episodio del profeta Eliseo:


2 Re 4:42 Giunse poi un uomo da Baal-Salisa, che portò all'uomo di Dio del pane delle primizie: venti pani d'orzo, e del grano nuovo nella sua bisaccia. Eliseo disse al suo servo: «Danne alla gente perché mangi». 43 Quegli rispose: «Come faccio a mettere questo davanti a cento persone?» Ma Eliseo disse: «Danne alla gente perché mangi; infatti così dice il SIGNORE: Mangeranno, e ne avanzerà». 44 Così egli mise quelle provviste davanti alla gente, che mangiò e ne lasciò d'avanzo, secondo la parola del SIGNORE.


Infine il pesce secco, in greco ichthys, è un termine altamente teologico in quanto le prime comunità cristiane costruirono attorno a questa parola un acronimo per “Cristo”. 


Gesù dunque è l’erede messianico di Elia ed Eliseo che rivela Dio Padre e sfama le folle riunite attorno a lui. Egli è la manna del cielo e la carne che offre per nutrire il popolo. Non a caso questo racconto presenta anche un forte motivo eucaristico in quanto segno messianico che adempie le promesse dell’Antico Testamento rispetto all’imminenza della cura di Dio per il suo popolo.


È Gesù stesso a dividere i pani, e questi miracolosamente saziano tutti i presenti che, vedendo il segno miracoloso, riconoscono Gesù come il profeta degli ultimi tempi, successore di Mosè, che sarebbe dovuto venire negli ultimi tempi. 


CONCLUSIONE


Il quarto segno miracoloso di Gesù nel Vangelo secondo Giovanni è la moltiplicazione dei pani per sfamare la folla che lo aveva seguito sul monte. 


Questo racconto è denso di significati teologici: “il” monte ricorre così spesso nei Vangeli da rappresentare un monte Sinai cristiano. Come sul Sinai il popolo di Israele ricevette la Legge così su questo monte la folla che seguiva Gesù ascoltava le sue parole. 


La domanda di Filippo, invece, inaugura una seconda tipologia tra questo racconto e quello di Numeri 11 relativo alla manna e alle quaglie. Gesù si rivela come la manna del cielo e la carne che sfama, introducendo un tema eucaristico che tuttavia non troverà piena espressione in questo vangelo (l’ultima cena viene sostituita dal racconto della lavanda dei piedi).


Infine il ragazzo che aveva dei pani d’orzo costituisce un parallelo biblico con un episodio di Eliseo, costruendo un ponte tra Elia-Eliseo e il profeta escatologico che il popolo stava tanto aspettando.

domenica 28 novembre 2021

Il terzo segno

Sito archeologico della piscina di Betesda

INTRODUZIONE 

Una delle caratteristiche peculiari del Vangelo secondo Giovanni è quella di raccogliere un piccolo numero di miracoli di Gesù definendoli in modo specifico come suoi segni (semeia). Nei Vangeli sinottici, il significato del termine segno è prevalentemente negativo, in quanto viene usato dagli oppositori di Cristo per chiedergli di convincere i dubbiosi sulla sua identità, ricevendo come risposta quasi sempre un rimprovero. Negli Atti degli Apostoli apprendiamo che Gesù compì opere potenti, prodigi e segni (2:22), incontrando per la prima volta questo termine in senso positivo, anche se generico. Nel quarto Vangelo invece, il significato di questa parola assume una dimensione molto più profonda, costituendo di fatto nelle sue ricorrenze una sorta di percorso che conduce il lettore da una superficiale apertura alla fede ad una piena consapevolezza dell'identità di Gesù Cristo, che non necessita più di miracoli per essere sostenuta.

Questi segni raccolgono l'eredità teologica dei segni che Dio ha compiuto per il suo popolo nell'esodo verso la libertà, proiettandoli nella persona di Gesù e nella pienezza della rivelazione salvifica del Padre in lui. Essi testimoniano quindi dell'identità e dello scopo di Cristo, non per far ristagnare i credenti nel deserto della continua necessità di miracoli (come accadde a Israele per la sua incredulità), ma per portarli subito nella maturità di una fede capace di vivere ancorata a lui e portare molto frutto (Gv. 15:5). Una fede capace di entrare subito nella terra promessa per conquistarla. Una terra che questa volta è estesa a tutto il mondo, per una conquista che questa volta è spirituale: mediante la proclamazione del Vangelo e la preghiera, continuando attraverso lo Spirito Santo (con l'autorità di Cristo risorto) l'opera iniziata da Gesù durante il suo ministero terreno (Gv. 17:18). 

Osservando il Vangelo secondo Giovanni nella sua interezza, è possibile ora definire con precisione quali siano i segni specifici presentati dall'opera, e la loro esatta successione. Abbiamo dunque questi sette principali segni, più uno conclusivo: 

  • trasformazione dell'acqua in vino (2:1-11);
  • guarigione del figlio dell'ufficiale reale (4:46-54);
  • guarigione dell'uomo paralizzato da trentotto anni (5:1-9);
  • moltiplicazione dei pani (6:1-14);
  • Gesù cammina sul mare (6:15-25);
  • guarigione del cieco nato (9:1-8);
  • risurrezione di Lazzaro (11:1-46) 
  • + la pesca miracolosa (21:1-14).

Ognuno di questi segni ha un preciso significato circa l'identità di Gesù, e la pienezza della rivelazione relativa alla salvezza di Dio.

Dopo aver approfondito il primo e secondo segno, passiamo adesso al terzo. Dopo la rivelazione su Gesù come Sommo Sacerdote e Sposo, oltre che come Colui che guarisce, andiamo a vedere questa nuova rivelazione cristologica. 

IL TERZO SEGNO

Dopo queste cose ci fu una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Or a Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, c'è una vasca, chiamata in ebraico Betesda, che ha cinque portici. Sotto questi portici giaceva un gran numero d'infermi, di ciechi, di zoppi, di paralitici, i quali aspettavano l'agitarsi dell'acqua; perché un angelo scendeva nella vasca e metteva l'acqua in movimento; e il primo che vi scendeva dopo che l'acqua era stata agitata era guarito di qualunque malattia fosse colpito. Là c'era un uomo che da trentotto anni era infermo. Gesù, vedutolo che giaceva e sapendo che già da lungo tempo stava così, gli disse: «Vuoi guarire?» L'infermo gli rispose: «Signore, io non ho nessuno che, quando l'acqua è mossa, mi metta nella vasca, e mentre ci vengo io, un altro vi scende prima di me». Gesù gli disse: «Àlzati, prendi il tuo lettuccio e cammina». In quell'istante quell'uomo fu guarito; e, preso il suo lettuccio, si mise a camminare.
Vangelo secondo Giovanni 5:1-9

Dopo i primi due segni miracolosi avvenuti a Cana di Galilea, ritroviamo Gesù che torna una seconda volta (cfr. 2:13) nella capitale. I giudei erano obbligati ad andare a Gerusalemme nelle tre feste principali, ossia Pasqua, Pentecoste e Tabernacoli. Gesù ci era stato a Pasqua, era ritornato in Galilea attraverso la Samaria in maggio (cfr. 4:35, i campi maturi) e possibilmente è stato pochissimo tempo nella sua regione prima di dover tornare a Gerusalemme forse proprio per la festa di Pentecoste che ricorre sette settimane (50 giorni) dopo la Pasqua, intorno al nostro mese di giugno. Il fatto che ci fossero delle persone inferme sotto i portici della vasca di Betesda conferma il fatto che doveva esserci una temperatura possibilmente mite. Durante la festa di Pentecoste si celebrava la consegna della Legge a Mosè sul Monte Sinai, e possiamo trovare un’altra conferma tematica nei successivi accenni a Mosè nel discorso di Gesù (cfr. 5:45-47).

La porta delle Pecore era a nord-est del Tempio, e veniva chiamata in questo modo perché da qui entravano le pecore che venivano introdotte in città per il sacrificio.

La piscina di Betesda è stata scoperta solo nel secolo scorso, presso l’attuale Chiesa di Sant’Anna a Gerusalemme. Il ritrovamento archeologico ha permesso di scoprirne le dimensioni: di forma trapezoidale larga da 50 a 67 metri per una lunghezza di 96 metri, con una separazione centrale e dei colonnati sui quattro lati. L’acqua proveniva da un drenaggio sotterraneo e, forse, da sorgenti intermittenti. 

Sotto i portici vi erano numerosi infermi che aspettavano un segno miracoloso per poter essere guariti, e tra questi un uomo infermo da ben 38 anni, e questo conferma l’atto realmente miracoloso che sta per verificarsi. Diverse volte nei vangeli, anche sinottici, si utilizza la descrizione di Gesù che vede qualcuno (e implicitamente o esplicitamente ne prova pietà) come mezzo per introdurre un miracolo. Alla domanda di Gesù sul desiderio di essere guarito quest’uomo risponde in modo immaturo e rassegnato, incolpando gli altri del fatto di non essere mai riuscito a entrare nella piscina per ricevere guarigione. Gesù non fa caso a nulla di tutto questo e gli comanda semplicemente di alzarsi, cosa che riesce a fare in modo miracoloso. In seguito quest’uomo parlerà ai Giudei del fatto di essere stato guarito e il tema che li scandalizzerà sarà il fatto che questa guarigione sia avvenuta in giorno di sabato. 

Fin dai Padri della Chiesa come Tertulliano e Crisostomo si è pensato a un motivo battesimale per questo racconto. Nella Chiesa primitiva, questo racconto insieme alla storia di Nicodemo al c.3 e a quella del cieco nato del c.9, veniva utilizzato nella preparazione dei catecumeni al battesimo. Lo studioso Blight pensa che la piscina, agitata da un angelo, sia un simbolo della Legge data da un angelo. Questo significato costituirebbe un rafforzamento della festa di Pentecoste. In più, altri studiosi vedono nei “cinque portici” un ulteriore simbolo del Pentateuco, della Torah. La parola Betesda, per ultimo, significa in ebraico “casa di grazia”.

Tutti questi elementi messi insieme portano alla naturale comprensione simbolica di questo evento: quello che la Legge divina non è riuscita a fare (e neanche i sacrifici ovini nel Tempio) è stato compiuto da Gesù, Figlio di Dio, manifestando in sé la potenza della grazia del Padre. Uno dei significati del battesimo cristiano sarebbe in effetti mostrare visibilmente questa stessa realtà spirituale.

Nel nostro racconto, dopo la descrizione del miracolo, come anticipato prima incontriamo l’ostilità dei giudei al sapere che è avvenuto di sabato, giorno nel quale è vietato dalla Legge di Mosè compiere qualsiasi tipo di lavoro. Questa discussione però permette a Gesù di introdurre un suo nuovo discorso. 

GESU’ FIGLIO DI DIO

Per questo i Giudei perseguitavano Gesù e cercavano di ucciderlo; perché faceva quelle cose di sabato. Gesù rispose loro: «Il Padre mio opera fino ad ora, e anch'io opero». Per questo i Giudei più che mai cercavano d'ucciderlo; perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio. Gesù quindi rispose e disse loro: «In verità, in verità vi dico che il Figlio non può da se stesso fare cosa alcuna, se non la vede fare dal Padre; perché le cose che il Padre fa, anche il Figlio le fa ugualmente. Perché il Padre ama il Figlio, e gli mostra tutto quello che egli fa; e gli mostrerà opere maggiori di queste, affinché ne restiate meravigliati. Infatti, come il Padre risuscita i morti e li vivifica, così anche il Figlio vivifica chi vuole. Inoltre, il Padre non giudica nessuno, ma ha affidato tutto il giudizio al Figlio, affinché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio non onora il Padre che lo ha mandato. In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha vita eterna; e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita.
Vangelo di Giovanni 5:16-24

I giudei di Gerusalemme, come abbiamo visto anche nei segni precedenti, sono stati sin da subito critici nei confronti di Gesù. Con questo segno, però, troviamo esplicitamente che essi perseguitavano Gesù e cercavano addirittura di ucciderlo. Perché? Per i due motivi che troviamo da introduzione a questo suo suo discorso: egli violava il sabato guarendo (e quindi compiendo un lavoro) in questo giorno sacro e, chiamando Dio suo Padre, si faceva uguale a lui.

La risposta di Gesù non nega questi due elementi ma rivela un aspetto importantissimo: la relazione che egli ha, per l’appunto, con Dio Padre. È il momento di sottolineare queste affermazioni. 

Nel simbolismo di questo segno abbiamo visto che Gesù manifesta colui che oltrepassa la Legge di Mosè offrendo un nuovo e definitivo dono divino: la Grazia. Ma come può farlo? Dalle sue parole comprendiamo che non può farlo da sé stesso ma può farlo perché lo ha visto dal Padre. In questo senso quindi, la cristologia giovannea presenta Gesù in modo specifico come rivelatore del Padre. Egli non rivela però perché riceve degli oracoli profetici ma perché è stato unito in modo intimo con lui, tale da avere visto e sentito quello che egli ha voluto fare e dire. Quello che fa il Padre, quindi, lo fa in modo speculare anche il figlio con questo tipo unico di relazione. 

  • Il Padre ama il Figlio, e per questo gli mostra tutto quello che fa
  • Il Figlio ama l’umanità e gli rivela l’amore del Padre
  • Il Padre vuole mostrare opere maggiori della guarigione dello zoppo
  • Il Figlio mostrerà queste opere per fare meravigliare l’umanità
  • Il Padre risuscita i morti e li vivifica
  • Il Figlio vivifica chi vuole
  • Il Padre affida il giudizio al Figlio
  • Il Figlio riceve onore esattamente come il Padre
  • Chi crede al Padre che ha mandato il Figlio ascolta le parole del Figlio
  • Chi ascolta le parole del Figlio passa dal giudizio della morte alla grazia della vita

Questo discorso, nella dinamica della progressione dei segni miracolosi di Gesù nel Vangelo secondo Giovanni, è fondamentale perché costruisce sulle fondamenta della cristologia abbozzata in precedenza per definirla in modo molto più preciso. 

Gesù si è sovrapposto alle immagini di sacerdote, sposo, guaritore, ma ora possiamo sapere perché lo ha potuto fare. Egli non è solo un profeta o un uomo di Dio ma è il Figlio unigenito di Dio. In virtù di questo rapporto filiale e di questa intimità egli può operare e mostrare ciò che ha precedentemente visto e udito da lui, senza intervenire in modo autonomo ma camminando costantemente in ubbidienza a Dio Padre. 

CONCLUSIONE

La narrazione di una guarigione miracolosa, simile a altre raccontate dai Vangeli sinottici, si trasfigura nel nostro contesto prefigurando Gesù come promotore e garante di una nuova alleanza fondata non più sulla Legge ma sulla Grazia del Padre attraverso di lui. 

Il segno introduce poi un discorso grazie al quale possiamo comprendere come tutto questo può succedere: il rapporto unico di figliolanza tra Gesù e Dio Padre. I credenti sono figli adottati da Dio ma Gesù è il Figlio unigenito di Dio. L’intimità e la vicinanza con il Padre sono l’origine della sua autorità e la fonte delle sue opere e dei suoi insegnamenti. Una consapevolezza fondamentale per la vita cristiana e per la vita di Chiesa. 
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