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mercoledì 4 febbraio 2015

"Iustitia aliena": la dottrina della giustificazione nella Riforma

Infatti non mi vergogno del vangelo; perché esso è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede; del Giudeo prima e poi del Greco; poiché in esso la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede, com'è scritto:
«Il giusto per fede vivrà».

|Lettera ai Romani 1:16,17|
Il Medioevo ha visto sorgere diversi pensieri teologici, arrivando ad avere nel XVI secolo almeno nove scuole di pensiero ben identificabili. Le più importanti erano sicuramente quelle ricondotte a Tommaso d'Aquino e Giovanni Duns Scoto, che differivano parecchio nelle loro idee anche su dottrine fondamentali come quella della giustificazione. La nascita dell'umanesimo nel frattempo risvegliava le coscienze individuali, promuovendo domande come: "personalmente, cosa devo fare per essere giustificato?". Proprio questo pluralismo dottrinale contribuiva ad alimentare confusione e frustrazione, rendendo incredibilmente difficile rispondere a domande simili, questioni apparentemente semplici ma sottendenti in realtà una serie di presupposti dottrinali tutt'altro che scontati in tale periodo storico. Il papato del resto non desiderava dare definizioni precise, risultando incapace di imporre una linea valida per tutti, rendendo quindi tutte le varie opinioni personali potenzialmente valide e veritiere. La stessa Chiesa cattolica romana stava vivendo una preoccupante crisi d'autorità, divisa tra coloro che vedevano come massima autorità dottrinale un Concilio generale, e coloro invece che l'identificavano nella persona del papa1. 

Tra il 1513 e il 1515, Martin Lutero tenne lezioni sui Salmi nell'Università di Wittemberg, parlando spesso della dottrina della giustificazione nei termini della via moderna (chiamata anche "nominalismo"): insegnando cioè l'esistenza di un patto presentato unilateralmente da Dio e ratificato con il suo popolo; un patto che consentiva all'uomo di ricevere la grazia nel caso in cui egli "facesse del suo meglio" per respingere il male e sforzarsi di fare il bene. Comportandosi in questo modo dunque, ogni uomo avrebbe posto Dio nella condizione di "essere obbligato" a concedere la propria grazia e la giustificazione. Nel 1515 però, Lutero iniziò un nuovo ciclo di insegnamento basato questa volta sulla Lettera ai Romani. Queste lezioni testimoniano un cambiamento nel suo pensiero a riguardo, che si stava avvicinando al concetto della giustizia come un attributo divino di imparzialità. Senza indulgenza o favoritismi quindi, Dio giudicherebbe ogni essere umano esclusivamente in base al suo merito. Ma cosa accade se il peccatore è così intrappolato dal peccato da non riuscire a raggiungere questi requisiti? Pelagio sosteneva che la natura umana fosse capace di soddisfare queste esigenze senza particolare difficoltà, ma il pensiero di Lutero stava maturando in modo affine a quello di Agostino, riconoscendo come la natura umana fosse talmente corrotta da non poter abbandonare in alcun modo il proprio peccato se non attraverso un intervento divino. La sua esperienza personale portò questi ragionamenti teologici verso una consapevolezza sempre più personale e quotidiana. Lutero riconosceva infatti che, nonostante tutti i suoi sforzi, la ricompensa che Dio poteva dargli non era in nessun caso quella della salvezza ma piuttosto quella della condanna eterna. La promessa risultava valida, ma le condizioni per beneficiarne erano irraggiungibili. Alla fine del 1514, Martin Lutero era angosciato da questo problema per il quale non trovava soluzione2. Nel 1545, scrivendo una prefazione al primo volume dei suoi scritti latini, egli ricorderà così questi anni:
"Nonostante l'irreprensibilità della mia vita di monaco, mi sentivo peccatore davanti a Dio; la mia coscienza era estremamente inquieta, e non avevo alcuna certezza che Dio fosse placato dalle mie opere soddisfatorie. Perciò non amavo quel Dio giusto e vendicatore, anzi, lo odiavo [...]. Ero fuori di me, tanto era sconvolta la mia coscienza, muginavo senza tregua quel passo di Paolo, desiderando ardentemente sapere quello che Paolo aveva voluto dire. Finalmente, Dio ebbe compassione di me. Mentre meditavo giorno e notte ed esaminavo la connessione di queste parole: "La giustizia di Dio è rivelata nell'Evangelo come è scritto: il giusto vivrà per fede", incominciai a comprendere che la giustizia di Dio significa qui la giustizia che Dio dona, e per mezzo del quale il giusto vive, se ha fede. Il senso della frase è dunque questo: l'Evangelo ci rivela la giustizia di Dio, ma la giustizia passiva, per mezzo della quale Dio, nella sua misericordia, ci giustifica mediante la fede, come è scritto: il giusto vivrà per fede. Subito mi sentii rinascere, e mi parve si spalancassero per me le porte del paradiso. Da allora la Scrittura intera prese per me un significato nuovo. [...]. Quanto avevo odiato il termine "giustizia di Dio", altrettanto amavo ora, esaltavo quel dolcissimo vocabolo. Così quel passo di Paolo divenne per me la porta del paradiso."3
In modo inaspettato, Martin Lutero riceve un'illuminazione e comprende un significato nuovo del termine "giustizia di Dio". Se prima egli la considerava unicamente come giustizia punitiva, ora la realizza invece come una giustizia donata al peccatore. L'angoscia di dover soddisfare certi requisiti dunque lascia il posto alla gioia e alla gratitudine per aver ricevuto per fede la giustizia necessaria alla salvezza, una giustizia donata da Dio. Ecco dunque il significato del Vangelo come buona notizia: "la condizione necessaria alla giustificazione è stata adempiuta per noi da qualcun altro". Una giustizia ricevuta per fede. Una fede che Lutero rappresenta come un "anello nuziale" che indica l'unione e l'impegno reciproco tra Cristo e il credente.

Da questi presupposti, Martin Lutero sviluppa l'idea della cosiddetta "giustificazione forense". Una volta assodato il fatto che Dio conceda per grazia una giustizia che giustifichi, dove si colloca tale giustizia? Laddove Agostino pensava che fosse situata nel credente, una volta ricevuta da Dio, Lutero invece la colloca per sempre fuori dal peccatore: è una "giustizia altrui" (iustitia aliena), la giustizia di Cristo che viene imputata (non impartita) al credente. Il Padre quindi, guardando ad ogni vero cristiano, al posto dei peccati vedrebbe la giustizia del Figlio imputata ad esso, nonostante questa giustizia non gli appartenga per suo merito. 

Or non per lui soltanto [Abraamo] sta scritto che questo gli fu messo in conto come giustizia, ma anche per noi, ai quali sarà pure messo in conto; per noi che crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù, nostro Signore, il quale è stato dato a causa delle nostre offese ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione.
Romani 4:23-25 

Peccato e giustizia coesistono: pur essendo sempre peccatori, agli occhi di Dio in realtà siamo giusti. Questa condizione per Lutero non necessariamente deve essere permanente: la vita cristiana infatti è dinamica e il credente cresce progressivamente nella giustizia, partendo però da uno "stato di giustizia" che lo mette in grado di raggiungerne la realtà. Filippo Melantone, amico e discepolo di Lutero, seguendo questo ragionamento evidenziò la distanza dalle conclusioni di Agostino. Quest'ultimo infatti pensava che il peccatore fosse reso giusto, mentre Melantone distinse due differenti momenti: il momento in cui il peccatore è dichiarato giusto dalla giustizia di Cristo e il momento in cui viene effettivamente reso giusto nel processo chiamato "santificazione". Agostino vedeva in questi aspetti due facce della stessa medaglia, mentre i Riformatori separavano le fasi nel tempo segnando in questo modo un netto distacco con l'insegnamento che la Chiesa aveva dato fino a quel momento. il Concilio di Trento, avrebbe ribadito la teoria di Agostino mentre tutti i Riformatori avrebbero adottato questo pensiero di Melantone consolidando in questo modo una delle differenze tipiche tra protestantesimo e cattolicesimo romano4. 

La dottrina della giustificazione divenne il centro della teologia di Lutero e del suo programma di riforme. D'altra parte, nella Svizzera orientale c'era però parecchia attenzione da parte di Zwingli per le conseguenze morali dell'evangelo, che comunque non avallavano affatto una dottrina della giustificazione per opere ma piuttosto miravano ad una riforma della comunità intesa tanto come chiesa quanto come società, e in alcun caso soltanto appartenente all'individuo. Dopo il 1520 le idee di Zwingli sulla giustificazione cominciarono ad avvicinarsi a quelle di Lutero, rimanendo comunque anche per gli anni successivi due posizioni differenti per le quali non sarebbero mancati tentativi di mediazione5.  










Con questi nuovi concetti riguardanti la dottrina della giustificazione, rimanevano ancora due problemi da risolvere: da una parte la funzione di Cristo nella giustificazione e dall'altra parte il ruolo dell'obbedienza degli esseri umani alla volontà divina. Con qualche esagerazione occasionale, Lutero aveva dato l'impressione che il peccatore una volta giustificato non avesse più bisogno di compiere opere morali, e sebbene non fosse questo in realtà il suo pensiero, alcuni lo intendettero in questo modo. Martin Bucero a Strasburgo tentò di appianare questa distanza sviluppando la dottrina della doppia giustificazione: quella che chiamava giustificazione dell'empio riguardava il perdono di Dio del peccato umano, e quella che chiamava giustificazione della persona pia, riguardava la risposta umana nell'adesione alle esigenze morali dell'evangelo. La giustificazione dell'empio produceva la giustificazione del pio, manifestando una strettissima relazione tra di loro che non lasciava alcuna possibilità di esistenza dell'una senza l'altra e viceversa. Questo pensiero non convinse tutti i riformatori, lasciando ancora dei dubbi sulla presenza reale e personale di Cristo nei credenti. Nella seconda metà del XVI secolo però, il modello della giustificazione presentato da Giovanni Calvino arrivò a risolvere ogni problema ed affermarsi sempre di più. Calvino descrisse un'unione mistica con Cristo realizzata attraverso la fede del credente, ed avente un duplice effetto: quello di condurre immediatamente alla giustificazione (per mezzo di Cristo il credente è dichiarato giusto davanti a Dio), e quello di produrre una rigenerazione che lo porterà ad essere simile a Cristo stesso. Quest'ultima grazia però non risiede nella giustificazione ma piuttosto proprio nell'unione con Cristo appena descritta6. Questa unione quindi è la sorgente dalla quale scaturiscono tanto la giustificazione quanto la rigenerazione. Nel corso del tempo, le idee di Melantone si cristallizzarono nelle comunità luterane e quelle di Calvino in quelle riformate, portando alla sedimentazione di una gran quantità di vedute differenti della salvezza per grazia mediante la fede; una gloriosa riscoperta della genuina testimonianza della Scrittura: "il giusto per fede vivrà". 




Note:
[1] Cfr. Alister E. McGrath, Il pensiero della Riforma, Ed. Claudiana, pp. 43-47. 
[2] Id, Ibid, pp. 119-123.
[3] Id, Ibid, p. 124.
[4] Id, Ibid, p. 138.
[5] Id, Ibid, p. 140.
[6] Id, Ibid, p. 141-142.

venerdì 16 maggio 2014

Chiesa invisibile

1.IL DONATISMO

Alla fine del III secolo d.C., il cristianesimo si era ben radicato nell'Impero romano: alcune analisi suggeriscono che il 10% della sua popolazione appartenesse a questa religione. Il cristianesimo si era sviluppato a tutti gli effetti come uno Stato nello Stato, mantenendo una stretta unione grazie alle celebrazioni ed alle autorità dei vescovi. La transizione dall'episcopato collegiale a quello monarchico infatti aveva favorito un certo equilibrio ed una certa coesione, anche se non mancarono occasioni di scontro tra la Chiesa d'Asia e quella d'Occidente. Ormai il gran numero di cristiani avevano prodotto anche una certa ricchezza e un'influenza nella società che infastidivano parecchio gli altri cittadini romani, soprattutto nella politica e nel governo.

Principalmente per queste ragioni, nel 303 d.C. l'imperatore Diocleziano (assieme a Massimiano, Galerio e Costanzo Cloro) emise una serie di editti volti a revocare i diritti legali dei cristiani, dando inizio all'ultima grande persecuzione. I cristiani erano tenuti a consegnare i propri testi sacri per destinarli al rogo, vedendosi confiscati tutti i beni delle chiese. I funzionari statali vennero arrestati e furono vietate cariche e privilegi ai credenti di alto rango. Molti morirono come martiri, mentre altri - definiti lapsi - per evitare i lavori forzati o la morte consegnarono le proprie copie delle Scritture e rinnegarono la propria fede con atti di adorazione agli dei pagani. 

La persecuzione si protrasse fino al 313, quando il successivo imperatore Costantino (assieme all'imperatore d'Oriente Licinio), promulgò l'editto di Milano che prevedeva per ogni cittadino la libertà di onorare le proprie divinità. 

Come era già accaduto nel 251 alla fine della persecuzione di Decio, anche in questa occasione si presentò il problema di come trattare i traditores, ossia coloro che appunto avevano fatto apostasia. Molti di essi infatti terminate le persecuzioni si ripresentarono nelle comunità chiedendo di essere riammessi. Alcuni di loro erano anche vescovi, e questo fatto non poté che complicare ulteriormente la problematica. Nelle chiese si svilupparono presto due correnti opposte: coloro che in modo intransigente non volevano riammettere nelle assemblee queste persone e coloro invece che erano più tolleranti e li accettavano previa penitenza, linea quest'ultima maggiormente abbracciata a livello generale. Questa diatriba si strinse ulteriormente attorno al seguente quesito: le ordinanze celebrate da un vescovo che era stato un traditor, avevano valore? In altre parole, i sacramenti avevano efficacia di per sé a causa della Grazia divina, oppure assieme a questo fattore era indispensabile anche la dignità di chi li amministrava? 

In questo contesto, a Cartagine nel 312 venne eletto come vescovo Ceciliano, consacrato da un ministro traditor. I vescovi della Numidia però non furono d'accordo, deposero Ceciliano, promossero Maiorino e poco dopo - nel 313 - a causa della morte di Maiorino nominarono al suo posto Donato di Case Nere. Vedendo minata la pace religiosa d'Africa, l'imperatore Costantino provvedette ad un tribunale composto da vescovi incaricati di risolvere il conflitto, che promulgarono un verdetto a favore di Ceciliano, condannando invece i seguaci di Donato. Questi ultimi si mantennero nelle loro posizioni, continuando ad alimentare quello che la storia tramanda come lo scisma donatista.

Il donatismo fu il primo vero problema ecclesiologico, presto affiancato da quello ben più grave dell'arianesimo. 

Nel 395, Agostino divenne vescovo di Ippona, consacrato dal Primate di Numidia. Egli si interessò anche al problema donatista, dissociandosi dal movimento con alcune considerazioni. La prima riguardava la natura della Chiesa, che le parabole di Cristo nei vangeli (in particolare, il grano e la zizzania, e la rete che cattura molti pesci nel tredicesimo capitolo di Matteo) rappresentano come composta sia da santi che da peccatori, quindi come un "corpo misto" che non deve essere prematuramente separato. La seconda considerazione riguardava la santità della Chiesa, che per Agostino non è derivata dalla santità dei suoi membri ma piuttosto quella di Cristo. La terza invece, di carattere pratico, nasceva dall'osservazione che i donatisti non avevano uno stile di vita all'altezza dei loro stessi princìpi morali. L'ultima considerazione sosteneva che tra la momentanea caduta dalla fede e lo scisma, il peccato più grave fosse senza dubbio lo scisma. 

I donatisti quindi concepivano la Chiesa come la società dei puri, completamente separata dal "mondo", rifiutando quindi anche quella relazione tra Impero e Chiesa che con Costantino stava cementandosi. Agostino invece, come appena visto, vedeva la Chiesa come un "corpo misto" composto sia da santi che da peccatori. Quest'ultima visione ha riscosso molto successo, ed è probabilmente alla base del concetto teologico di Chiesa invisibile. 

2.LA TEOLOGIA PROTESTANTE

Nel XVI secolo, Martin Lutero iniziò il grande movimento che viene comunemente conosciuto sotto il nome di "riforma protestante". Lutero considerava il credente, in quanto giustificato, dipendente dal potere della parola divina ed estraneo all'autorità ecclesiastica romana. In questa visione diventava presto chiara la distinzione tra la vera Chiesa, composta da tutti i santi rigenerati e per questo invisibile e conosciuta solo da Dio, e la Chiesa mista di giusti ed ingiusti. Tuttavia è Zwingli ad introdurre per primo il termine "Chiesa invisibile", associando ad esso la totalità dei veri credenti di ogni epoca, mentre egli identificava nella Chiesa visibile tutti coloro che si dichiarano apertamente cristiani, senza conoscere la loro effettiva rigenerazione spirituale. 

Nel 1562 il teologo e riformatore svizzero Heinrich Bullinger completò la redazione della seconda confessione elvetica, confessione di fede richiesta da Federico III del Palatinato che voleva motivare il proprio passaggio alla dottrina riformata. Tale confessione fu presto adottata da tutte le chiese riformate della svizzera tedesca. Anch'essa affronta la questione della Chiesa invisibile, affermando:
D’altra parte, tutti coloro che sono annoverati nella Chiesa non per questo sono vivi e veri membri della stessa. Vi sono infatti molti ipocriti che ascoltano la Parola di Dio esteriormente e ricevono pubblicamente i sacramenti e sembrano invocare Dio unicamente attraverso Gesù Cristo e confessare che Gesù Cristo è la sola loro giustizia, così come sembrano servire Dio, esercitare le opere di carità e, per un certo tempo sopportare pazientemente le calamità e le afflizioni, e tuttavia, dentro [interiormente], sono privi della vera illuminazione dello Spirito e della fede e sincerità di cuore e non perseverano fino alla fine; e così, alla fine, essi vengono scoperti e conosciuti per quello che sono. E’ dunque di essi che ha parlato l’Apostolo Giovanni dicendo: “Sono usciti di mezzo a noi, ma non erano dei nostri; perché se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi; ma ciò è avvenuto perché fosse manifesto che non tutti sono dei nostri” (1 Gv. 2:19). Ciononostante, per il tempo in cui fingono di temere e di amare Dio, vengono contati nella Chiesa, benché non siano affatto della Chiesa, esattamente come in una repubblica i traditori vengono contati nel numero dei cittadini prima che il loro tradimento sia scoperto e come il loglio e la paglia è mescolato con il grano, e come gli ascessi e le gobbe si trovino in un corpo sano, benché, in verità, si tratti piuttosto di malattie [tumori] e di deformità del corpo che non di vere membra dello stesso. La Chiesa di Dio viene perciò a ragione paragonata ad una rete che contiene ogni sorta di pesci e ad un campo in cui si trovino erbacce in mezzo al buon grano (Mt. 13:47ss; 13:24ss). Ma in tutto questo dobbiamo fare attenzione a non giudicare a non giudicare prima del tempo, per non correre il rischio di escludere e rigettare o togliere coloro che il Signore non vuole che siano tolti o coloro che non possiamo separare dalla Chiesa senza arrecarle un danno. D’altro canto bisogna vegliare per impedire che, se i fedeli si addormentano, i malvagi si facciano avanti e rechino danno alla Chiesa. [1]
Tra il 1643 e il 1646 invece si riunirono a Westminster teologi e delegati inglesi e scozzesi, incaricati di redigere un credo adatto per entrambi, sotto la convocazione di Carlo I d'Inghilterra, preoccupato per la guerra civile scoppiata per motivi religiosi. Questo scritto è conosciuto come la "confessione di fede di Westminster", e venne adottato in Inghilterra e in Scozia come documento ufficiale normativo della Chiesa. Su questo tema, la confessione dichiara:

Questa chiesa universale è stata a volte più, a volte meno, visibi­le e le chiese particolari, membri di essa, sono più o meno pure a seconda della misura in cui la dottrina dell'Evangelo viene insegnato ed abbracciato, le ordinanze amministrate ed il culto pubblico celebrato con più o meno purezza. [2]

La teologia protestante quindi abbraccia e sviluppa questo pensiero di Agostino, trasportandolo nel XVI secolo ed adattandolo alla nuova situazione religiosa e sociale. La separazione dalla Chiesa cattolica romana offre un grande incentivo per ripensare e consolidare questo concetto teologico acquisito ormai in modo definitivo.  

3.LE SACRE SCRITTURE

Come abbiamo visto precedentemente, la dottrina della Chiesa invisibile affonda le sue radici nella Sacra Scrittura. Sono numerosi i passi biblici che sostengono questo insegnamento, offrendo spesso sfumature differenti e complementari. Diventa opportuno dunque analizzare qualcuno di questi brani, per acquisire una maggiore consapevolezza sul tema. 

Principalmente possiamo riconoscere da una parte le esortazioni apostoliche nelle epistole a porre attenzione ai falsi fratelli/apostoli/profeti/dottori, e dall'altra gli insegnamenti di Gesù nei vangeli in relazione al Regno di Dio (Mt 13, Mc 4, Lc 8) e al giudizio (Mt 7).

Però ci furono anche falsi profeti tra il popolo, come ci saranno anche tra di voi falsi dottori che introdurranno occultamente eresie di perdizione, e, rinnegando il Signore che li ha riscattati, si attireranno addosso una rovina immediata. Molti li seguiranno nella loro dissolutezza; e a causa loro la via della verità sarà diffamata. Nella loro cupidigia vi sfrutteranno con parole false; ma la loro condanna già da tempo è all'opera e la loro rovina non si farà aspettare. 
2 Pietro 2:1-3 

Sono usciti di mezzo a noi, ma non erano dei nostri; perché se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi; ma ciò è avvenuto perché fosse manifesto che non tutti sono dei nostri. 
1 Giovanni 2:19 

Le lettere degli Apostoli sono effettivamente chiare nel fatto che all'interno delle chiese ci siano anche persone che pur sembrando parte spirituale delle stesse in realtà non lo sono affatto, manifestandosi a tempo debito. 
Cristo stesso inoltre mette in guardia dai falsi profeti, esortando a riconoscere la genuinità della fede di ciascuno dai propri frutti:

«Guardatevi dai falsi profeti i quali vengono verso di voi in vesti da pecore, ma dentro sono lupi rapaci. Li riconoscerete dai loro frutti. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così, ogni albero buono fa frutti buoni, ma l'albero cattivo fa frutti cattivi. Un albero buono non può fare frutti cattivi, né un albero cattivo fare frutti buoni. Ogni albero che non fa buon frutto è tagliato e gettato nel fuoco. Li riconoscerete dunque dai loro frutti. «Non chiunque mi dice: Signore, Signore! entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: "Signore, Signore, non abbiamo noi profetizzato in nome tuo e in nome tuo cacciato demòni e fatto in nome tuo molte opere potenti?" Allora dichiarerò loro: "Io non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, malfattori!"  
Matteo 7:15-23 



La liberazione dai demoni e le opere potenti pur essendo eclatanti manifestazioni spirituali non garantiscono in modo certo da parte di chi li compie l'appartenenza a Cristo. In questo brano risulta curiosamente chiaro il fatto che queste espressioni di potenza non sono considerate come i "frutti buoni" appena illustrati dal Signore. I frutti buoni sono altri, e nascono prima di tutto dall'essere conosciuti da Gesù, e dal dimorare in Lui. 

Giovanni 15:6 Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano. 

I veri cristiani sono conosciuti da Cristo e dimorano in Lui. I falsi cristiani non sono conosciuti da Cristo ma sono similmente vicini a Lui, come un tralcio che non porta frutto perché, anche se vicino alla vite, in realtà non ne riceve la linfa. 

Infine vi sono i brani che ispirarono originariamente Agostino, ossia le parabole sul Regno, in particolar modo la parabola del grano e della zizzania e la parabola della rete che cattura molti pesci, che possiamo leggere di seguito:

«Il regno dei cieli è anche simile a una rete che, gettata in mare, ha raccolto ogni genere di pesci; quando è piena, i pescatori la traggono a riva, poi si mettono a sedere e raccolgono il buono in vasi, e buttano via quello che non vale nulla. Così avverrà alla fine dell'età presente. Verranno gli angeli, e separeranno i malvagi dai giusti e li getteranno nella fornace ardente. Lì sarà il pianto e lo stridor dei denti.
Matteo 13:47 

La rete e la separazione dei pesci raccolti non vengono paragonati al mondo o alle nazioni (che potrebbero invece essere il mare), ma al Regno dei cieli. Cristo pertanto sta parlando della chiesa e del giudizio che alla fine dell'età presente separerà i malvagi dai giusti, che fino a quel momento sembravano essere parte dello stesso Regno spirituale. 
Nella parabola della zizzania invece:

«Colui che semina il buon seme è il Figlio dell'uomo; il campo è il mondo; il buon seme sono i figli del regno; le zizzanie sono i figli del maligno; il nemico che le ha seminate, è il diavolo; la mietitura è la fine dell'età presente; i mietitori sono angeli. Come dunque si raccolgono le zizzanie e si bruciano con il fuoco, così avverrà alla fine dell'età presente. Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli che raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono l'iniquità, e li getteranno nella fornace ardente. Lì sarà il pianto e lo stridor dei denti. Allora i giusti risplenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi oda.
Matteo 13:37-43 

Tutti questi inequivocabili elementi conducono a riconoscere nella Chiesa una natura mista, che verrà purificata solamente alla fine dell'età presente, quando il Signore giudicherà ogni cosa secondo un giusto giudizio. Gli stessi elementi quindi, fungono da fondamento per la dottrina della Chiesa invisibile. 

4.CONCLUSIONI

Il concetto teologico della Chiesa invisibile prevede l'esistenza di una Chiesa visibile, nella quale siano presenti tanto gli effettivi eletti di Dio (la Chiesa invisibile), quanto degli impostori che lo sono soltanto apparentemente. 

Questo insegnamento è presente in modo molto chiaro nella Bibbia, ed è stato oggetto di particolare riflessione per Agostino d'Ippona e per i Riformatori che dovettero cercare un riscontro dottrinale per l'esistenza stessa di una Chiesa cattolica corrotta in un modo così grave. Il loro contributo quindi è stato essenziale per lo sviluppo di tale dottrina, che è entrata a pieno titolo nella teologia protestante, grazie anche alla formulazione di precise descrizioni nelle fondamentali confessioni di fede utilizzate soprattutto in Inghilterra, Scozia e Svizzera tedesca. 

Alcuni teologi moderni hanno esteso questo concetto secondo la teoria del "cristianesimo anonimo", portandola anche oltre i limiti fino ad ora condivisi della religione cristiana. 

Personalmente ritengo che la dottrina della Chiesa invisibile sia correttamente applicabile all'intera Chiesa cristiana, comprensiva di ogni sua denominazione. Penso infatti che in ogni comunità locale e in ogni denominazione cristiana vi siano veri credenti e falsi credenti. Questo non deve scoraggiare ma al contrario esortare all'esercizio della misericordia verso tutti, al discernimento, alla difesa della sana dottrina ed alla fiducia nella giustizia di Dio. 

Note:

Bibliografia:
Giancarlo Rinaldi, Cristianesimi nell'antichità, Ed. GBU.
Alister E. McGrath, Teologia cristiana, Ed. Claudiana. 

domenica 8 dicembre 2013

La Controriforma

La situazione nell'Europa del XVI - XVII secolo.
La nascita e la diffusione della riforma protestante non hanno di certo lasciato indifferente la Chiesa cattolica romana, che fin da subito ha riconosciuto in essa un grave pericolo per la propria autorità. Già dal 1519 infatti teologi, prelati, universitari e umanisti iniziano ad osteggiare il movimento allora nascente. La facoltà di teologia di Lovanio è la prima a condannare l'insegnamento di Lutero, ma viene presto seguita anche dalla prestigiosa facoltà di Parigi. Jean Eck, Jean Cochlaeus e John Fisher sono solo alcuni degli oppositori di Lutero, ma l'umanista Erasmo da Rotterdam resta sicuramente l'avversario più eminente e riconosciuto. Anche se inizialmente sensibile ai motivi ispiratori della riforma, Erasmo non condivide le idee sviluppate dal riformatore e nel 1524 attacca il nucleo centrale della sua dottrina pubblicando l'opera filosofica De libero arbitrio, che riceverà una risposta di Lutero l'anno successivo, nel trattato De servo arbitrio.  

I progressi della della stampa amplificano questa guerra ideologica che si sviluppa in tutta Europa attraverso vere e proprie battaglie intellettuali: opuscoli, trattati e dissertazioni abbondano su tutti i temi principali di confronto. I cattolici accusano i protestanti di seguire un'ispirazione diabolica, colpendo in particolare il matrimonio dei sacerdoti. Questi ultimi invece attaccano gli abusi del clero e le superstizioni promosse dalla Chiesa di Roma, arrivando a descrivere la messa come un'"idolatria pubblica", in quanto svuotata completamente del genuino messaggio del Vangelo. 

Ignazio di Loyola
In questo clima generale, trova particolare importanza il momento in cui l'ufficiale spagnolo Ignazio di Loyola a seguito di una ferita procurata in battaglia si ferma in una lunga convalescenza nella quale ha modo di consacrare la propria vita a Dio. Una volta guarito compie un pellegrinaggio a Gerusalemme e, tornando in patria, perfeziona la sua formazione nelle università spagnole. Nel 1534 a causa di un voto, Ignazio fonda un ordine religioso i cui membri sono chiamati a prestare una particolare ubbidienza al papa. Nel 1540 Paolo III approva lo statuto della Compagnia di Gesù. Reclutati con attenzione ed educati con cura, i gesuiti manifestano un grande zelo missionario diffondendo la fede nei paesi extraeuropei e successivamente combattendo senza tregua gli eretici in Europa. 

Nel 1556, alla morte di Loyola, la Compagnia conta almeno mille membri e numerosi collegi. 

Il Concilio di Trento
Contemporaneamente, Papa Paolo III dedica tutte le sue energie alla battaglia contro il protestantesimo, nomina nuovi cardinali, procede a rinnovare la Chiesa stessa costituendo una commissione di inchiesta sugli abusi e riformando il tribunale dell'Inquisizione. Nel 1535 convoca un concilio atteso da tempo, che inizierà a tutti gli effetti dieci anni più tardi, a Trento. Il concilio compie un enorme lavoro teologico e disciplinare, condanna le tesi protestanti, riafferma la tradizione apostolica e ribadisce il ruolo della Chiesa come unico interprete della Sacra Scrittura. Mantiene i sette sacramenti, specificando che devono essere somministrati solo da un sacerdote o da un vescovo. Sul tema dell'eucarestia il concilio condanna tanto le idee di Lutero quanto quelle di Zwingli, cementando la dottrina della transustanziazione, ossia della reale presenza del corpo e del sangue di Cristo che si sostituisce agli elementi del pane e del vino. Ogni decisione viene precisata in una serie di pubblicazioni: l'Indice dei libri proibiti, un Catechismo, un Breviario e un Messale. Il Concilio di Trento rappresenta a questo punto una vera e propria "Riforma cattolica", che viene tuttavia accettata con freddezza da alcune regioni cattoliche dell'Impero. Il nuovo assetto della Chiesa cattolica romana presenta una notevole espansione missionaria e un'intensa vita mistica e spirituale.  

Nel 1547 l'imperatore Carlo V impone militarmente il rito cattolico in tutta la Germania. Quasi quattrocento pastori sono costretti all'esilio, ma nel 1552 i prìncipi protestanti formano una nuova alleanza militare ottenendo l'appoggio del nuovo re di Francia: Enrico II. Grazie a questo sviluppo essi ottengono una nuova vittoria sancita nel 1555, quando il successore di Carlo V deve firmare la pace Augusta, in cui riconosce l'esistenza legale di due confessioni religiose nell'Impero: la Chiesa cattolica e la Chiesa luterana. In Francia tuttavia inizia un tragico periodo di persecuzione dei protestanti. In Italia la Controriforma incontra una scarsa opposizione, in quanto le idee luterane e calviniste erano rimaste confinate in ristretti circoli intellettuali. Questo però non evita una riorganizzazione dell'Inquisizione romana particolarmente attiva in Italia e Spagna, tanto da far affermare a un cattolico nel 1557:
"Se Gesù Cristo tornasse sulla terra verrebbe condannato al rogo".

Bibliografia

La Riforma
Lutero, Calvino e i protestanti. Olivier Christin. Ed. Universale Electa/Gallimard

Teologia Cristiana. Alister E. McGrath. Ed. Claudiana 

lunedì 2 dicembre 2013

Giovanni Calvino: il dottore della Riforma

Giovanni Calvino nasce a Noyon, in Francia, nel 1509, vent'anni dopo Lutero. A dodici anni riceve un premio beneficiario ecclesiastico che gli permette di continuare gli studi umanistici di filosofia e diritto. Conseguito il diploma in arti liberali, intorno al 1528 si trasferisce a Orléans per studiare nell'Università cittadina. Nel 1532 pubblica il suo primo scritto su argomenti non religiosi. Nello stesso anno consegue la laurea in diritto civile. 

Non si conosce con esattezza il preciso momento in cui Calvino aderisce alla Riforma, ma uno dei momenti più importanti a questo riguardo rimane sicuramente quando, nel novembre del 1533, il nuovo rettore dell'Università di Parigi riprende alcune idee luterane in un suo discorso preparato assieme a lui. Le conseguenze furono tanto immediate da costringerlo ad abbandonare la capitale di tutta fretta. Nel maggio del 1534 Calvino rompe definitivamente con la Chiesa di Roma rinunciando ai suoi benefici.

Dopo alcuni mesi, a causa della repressione contro i protestanti, Calvino lascia la Francia e si reca a Strasburgo e successivamente a Basilea. Qui, nel 1536, pubblica l'Istituzione della religione cristiana. Tradotto in francese dallo stesso Calvino nel 1541, il libro riveste il doppio ruolo di trattato dottrinale e manuale per il cristiano. Il libro viene sviluppato ulteriormente negli anni successivi, accogliendo gran parte delle idee di Lutero e Zwingli, ma rielaborate in una sintesi vigorosa e chiara, piena di accenti molto personali. Questo testo riprende tutti i temi essenziali della Riforma: l'autorità assoluta delle Scritture, la caduta totale dell'uomo schiavo del peccato ed incapace di desiderare la propria salvezza, la giustificazione gratuita grazie a Cristo unico mediatore. Nelle edizioni successive tuttavia, emergono delle prese di posizione inedite rispetto ai pensieri degli altri riformatori. Calvino infatti inizia a rifiutare il pensiero che la cena del Signore sia unicamente simbolica - come professava Zwingli - ma rifiuta anche la credenza che nel pane e nel vino ci siano la presenza fisica del corpo e del sangue di Cristo - come affermava la posizione luterana -. Sviluppa inoltre notevolmente il tema della predestinazione, che verrà definito nel suo Trattato sulla predestinazione del 1552, in cui afferma che Dio ha stabilito all'atto della creazione e per l'eternità gli eletti e i dannati. I temi ecclesiologici invece per essere approfonditi rispetto all'Istituzione dovranno aspettare che il riformatore si trasferisca a Ginevra. 



Nel 1536 infatti, Guillam Farel convince Calvino a fermarsi a Ginevra, pronta ad adottare la Riforma sotto la protezione militare di Berna. Dopo un periodo di forti opposizioni da parte del ceto dirigente, nel 1541 un mutamento politico riconduce al potere i partigiani di Farel. Calvino dopo aver posto alcune condizioni, accetta di trasferirsi qui definitivamente. Nello stesso anno egli redige gli Ordinamenti ecclesiastici dove definisce la struttura della nuova Chiesa e i suoi rapporti con il potere politico. Calvino distingue quattro ministeri: pastori, dottori, anziani e diaconi. Al vertice pone il Concistoro, composto da anziani e pastori incaricati di vegliare sui fedeli ed ammonire i dissidenti. Il Concistoro interviene contro le superstizioni, i libri papisti, i libertini, blasfemi, ubriaconi, le prostitute, bandisce il lusso e il teatro profano. Ottiene in un secondo tempo anche il diritto di scomunica, portando questa nuova struttura ad essere contemporaneamente comunitaria e indipendente. C'è da sottolineare il fatto che la Chiesa nascente viene concepita come Chiesa di popolo (e quindi composta da tutti i cittadini) e non come Chiesa professante (quindi composta solo da credenti professanti). L'opera di Calvino per questo motivo viene a volte ritenuta come vero e proprio fondamento di una civilità.

Nel 1553 il medico umanista spagnolo Michele Serveto, negando il mistero della Trinità viene perseguitato dell'Inquisizione. Fugge dalla Spagna e dalla Francia ma commette l'errore di rifugiarsi a Ginevra. Nell'ottobre di questo stesso anno viene arrestato, processato e condannato al rogo per eresia.


Nel 1559 Giovanni Calvino fonda un'accademia per la formazione dei pastori, mirando ad una diffusione della sua dottrina in tutta Europa. Negli anni successivi questa diventerà un'importante centro missionario influenzando diverse nazioni tra cui Olanda (grazie a Pierre Brully e Guy de Brès), Scozia (grazie a John Knox, ex sacerdote convertito al calvinismo), Inghilterra (iniziando dalle decisioni di re Enrico VIII) e Francia (grazie ai diretti missionari di Ginevra). Velocemente, un primo sinodo nazionale delle chiese riformate di Francia convalida la decisione di adottare il modello dottrinale calvinista, che prende progressivamente piede nell'intera nazione.


Giovanni Calvino predica per l'ultima volta il 6 febbraio del 1564, gravemente debilitato dalla gotta. Il 28 aprile dello stesso anno saluta i pastori con un discorso nel quale ripercorre i travagli della sua vita. Muore il 27 maggio 1564, e viene sepolto in una tomba anonima secondo il suo stesso desiderio, affinché le sue spoglie non potessero essere oggetto di un culto che aveva sempre deprecato. 

Bibliografia

La Riforma
Lutero, Calvino e i protestanti. Olivier Christin. Ed. Universale Electa/Gallimard

Teologia Cristiana. Alister E. McGrath. Ed. Claudiana

martedì 26 novembre 2013

Martin Lutero e la nascita della Riforma

Ora però, indipendentemente dalla legge, è stata manifestata la giustizia di Dio, della quale danno testimonianza la legge e i profeti: vale a dire la giustizia di Dio mediante la fede in Gesù Cristo, per tutti coloro che credono - infatti non c'è distinzione:  tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio - ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù. Romani 3:21-24 
Martin Lutero nasce nel 1483 in una regione della Germania orientale. Inizia a studiare filosofia e diritto, ma un evento accaduto nel 1505 cambia drasticamente la sua vita. Mentre era in viaggio infatti, viene sorpreso da una violenta bufera; temendo per la sua vita, Martin fa un voto: promette di farsi monaco se sopravviverà a quel pericoloso momento. 
Superando la tempesta, decide di entrare nell'ordine dei monaci agostiani, ricevendo l'ordinazione come sacerdote nel 1507.
L'abate e teologo von Staupitz nota da subito il suo potenziale, suggerendolo come docente al principe elettore Federico III di Sassonia, che aveva appena fondato l'Università di Wittemberg. Già dall'anno successivo iniziò qui a insegnare e approfondire i suoi studi di teologia. Lutero è ossessionato dal problema della salvezza dell'anima. Come può l'uomo sapere se, compiendo buone opere, sta uniformandosi alla volontà di Dio? Questa domanda vortica nella sua mente tormentandolo per parecchi anni attraverso un lungo percorso di ricerca spirituale. Nel 1513, mentre meditava giorno e notte su questo tema, d'improvviso colse il nesso su due importanti passi della Lettera ai Romani, iniziando a intendere la giustizia di Dio come la giustizia per la quale il giusto vive in virtù del dono di Dio ricevuto per fede. Questa scoperta conduce Lutero verso l'elaborazione di una nuova teologia. In un contesto religioso permeato dalla simonia, egli mette a fuoco l'insegnamento biblico relativo al perdono gratuito di Dio per l'uomo peccatore irrimediabilmente corrotto dal peccato, offerto come dono grazie al sacrificio di Cristo. Approfondendo lo studio della Bibbia, si consolida questo pensiero, arrivando alla prima formulazione della dottrina della giustificazione per fede. All'inizio del 1514, Alberto del Brandeburgo si candida ad arcivescovo di Magonza, per il quale insediamento gli viene richiesto di versare un'elevatissima tassa. Alberto si rivolge a dei banchieri per avere un prestito, e proprio per estinguere questo debito, il papa concede che in quel territorio venga proclamata un'indulgenza il cui ricavato andrà per l'appunto per metà ad Alberto e per l'altra metà nel fondo per la costruzione della basilica di San Pietro. A coloro che versano un'offerta viene promessa la libera scelta del confessore, la liberazione delle anime dei loro cari dal purgatorio, e la remissione completa di tutti i peccati. Profondamente indignato da questo mercanteggiare, Lutero il 31 Ottobre del 1517 affigge sul portone della chiesa del nuovo arcivescovo di Magonza 95 tesi nelle quali sfida la Chiesa cattolica romana sulla natura delle penitenze, l'autorità del papa e l'utilità delle indulgenze. Come conseguenza, viene emanata la bolla pontificia Exsurge Domine, che condanna 41 tesi e concede a Martin Lutero due mesi per fare atto di sottomissione, pena la scomunica. La sua risposta pubblica avviene il 10 Dicembre 1520, quando a Wittemberg egli brucia pubblicamente la bolla e i volumi del diritto canonico.  



Nella primavera del 1521, Lutero viene convocato davanti alla Dieta di Worms dal nuovo imperatore Carlo V di Asburgo, dove ancora una volta rifiuta di trattare:
«A meno che non venga convinto da testimonianze delle scritture o
da ragioni evidenti — poiché non confido né nel Papa, né nel solo Concilio, poiché è certo che essi hanno spesso errato e contraddetto loro stessi — sono tenuto saldo dalle scritture da me addotte, e la mia coscienza è prigioniera dalla parola di Dio, ed io non posso né voglio revocare alcunché, vedendo che non è sicuro o giusto agire contro la coscienza. Dio mi aiuti. Amen.»
 Lutero viene messo al bando dall'Impero, ma durante il viaggio di ritorno alcuni soldati di Federico di Sassonia fingono un rapimento e lo conducono nel castello di Wartburg, dove rimane nascosto per quasi un anno. Qui, continua a scrivere numerosi trattati accomunati dalla critica complessiva e radicale della Chiesa di Roma, della liturgia cattolica e del clero. All'istituzione umana della chiesa visibile, egli contrappone la Chiesa invisibile, l'insieme di credenti sinceri che accettano la Parola di Dio. Il 3 Gennaio 1521 con la bolla Decet Romanum Pontificem, papa Leone X scomunica Lutero con l'accusa di eresia. Nel 1522 Lutero pubblica la traduzione del Nuovo Testamento in tedesco. I suoi scritti riscuotono immediatamente un grande successo, diffondendosi velocemente in tutta la Germania. Fattori religiosi, sociali, politici ed economici si intrecciano a suo favore aumentando velocemente il numero dei suoi seguaci e di nuovi convertiti alla sobria verità del Vangelo. Le sue idee però si allargano anche all'intera Europa grazie alla propaganda dei suoi discepoli diffusa tramite appassionate prediche, oltre che attraverso la stampa dei trattati e libri di Lutero. Anche la musica e le arti figurative però rivestono un ruolo di primo piano, facendo breccia soprattutto nei credenti più semplici e analfabeti. Progressivamente sempre più città si rifiutano di applicare l'Editto di Worms, che condanna Lutero, abbracciando questo nuovo movimento.

Tra il 1524 e il 1525, all'apice dei contrasti, si consuma la rottura tra Riforma luterana e Umanesimo: Lutero ed Erasmo da Rotterdam si confrontano
principalmente sul tema del libero arbitrio. Erasmo sostiene la tesi che l'uomo sia dotato di libero arbitrio e che questo lo renda nella condizione di contribuire alla propria salvezza. La risposta del riformatore fu pubblicata nel libro "De servo arbitrio", dove prepara la sua confutazione affrontando l'argomento attraverso le Scritture, la riflessione sul potere umano, e il concetto di predestinazione. Leggiamo un estratto:
Che può l’uomo? Per essere corretta, la domanda deve essere espressa così, in termini assoluti, non relativi (che può, grazie a Dio, l’uomo?). Si parla infatti di forza di libero arbitrio, non di forza della grazia. Conseguentemente, soprattutto tre motivi dimostrano che l’uomo non può fare niente: solo Dio possiede il libero arbitrio, perché solo lui “può e fa” ed è dunque solo attraverso Lui che l’uomo può fare qualcosa; se noi, poi, attribuiamo all’uomo una qualche capacità d’azione nell’opera della salvezza, allora viene meno il fondamento della sua beatitudine che posa sul Cristo, che si sarebbe quindi sacrificato inutilmente e altrettanto inutilmente avrebbe inviato lo Spirito Santo (se Cristo ha redento gli uomini con il suo sangue, dobbiamo pur credere che l’uomo era completamente perduto, altrimenti renderemmo Cristo superfluo!); e infine: dal momento che c’è grazia, non può esserci libero arbitrio.
Nel 1526 Lutero fissa per la prima volta in modo completo la liturgia destinata a sostituire la messa cattolica, completando nel 1529 il "grande catechismo" dedicato agli adulti e il "piccolo catechismo" dedicato ai bambini. Il culto luterano, celebrato progressivamente solo in tedesco, si fonda su tre movimento fondamentali: la predicazione (inteso come commento dei vangeli), il canto dei cantici spirituali (molti dei quali composti da Lutero stesso) e la cena (la comunione espressa con il pane e il vino). L'appoggio del principe elettore di Sassonia, permette di ispezionare e organizzare le parrocchie secondo il nuovo modello. Quando l'imperatore Carlo V convoca una nuova dieta per frenare l'avanzata della Riforma ed esigere l'applicazione dell'Editto di Worms è già troppo tardi: due terzi delle città dell'impero hanno ormai rotto con la Chiesa di Roma. Quattordici città e sei prìncipi si oppongono all'ordine imperiale e fondano la Lega luterana di Smalcalda.

Martin Lutero muore a Eisleben il 18 febbraio 1546, lasciando in eredità una corrente religiosa che sembrava impensabile solo fino a pochi decenni prima. Le sue idee continuarono a vivere nella professione di fede Luterana, formando il substrato su cui si svilupparono in seguito tutte le denominazioni del cristianesimo protestante.
« (Dio) Mi ha dato vestiti e scarpe, mangiare e bere, casa, moglie e figlio, campo, bestiame e tutti i beni... e tutto questo senza merito né dignità alcuna da parte mia, per pura, paterna, divina misericordia. Per tutto questo io devo ringraziarlo e lodarlo, servirgli e obbedirgli.»(M. Lutero, Scritti religiosi)


Bibliografia

La Riforma
Lutero, Calvino e i protestanti. Olivier Christin. Ed. Universale Electa/Gallimard

Teologia Cristiana. Alister E. McGrath. Ed. Claudiana

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