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martedì 29 luglio 2014

L'incidente di Antiochia

L'apostolo Paolo scrisse la lettera ai Galati in un periodo circoscritto tra il 54 e il 57 d.C., successivo alla conferenza di Gerusalemme descritta in Atti 15 e comunemente datata al 49 d.C. In quel tempo ci si riferiva alla regione della Galazia sia per indicare la regione dell'Asia minore abitata dall'etnia dei Galati, sia l'intera provincia romana chiamata politicamente in quel modo. Il libro degli Atti non riporta alcuna attività particolare di Paolo nella regione settentrionale ma al contrario presenta la fondazione di diverse chiese nella regione più ampia che porta questo nome, durante il suo primo viaggio missionario. Leggiamo infatti le circostanze che portarono alla fondazione delle chiese di Antiochia di Pisidia (Atti 13:14-50), Iconio (13:51-14:7), Listra (14:8-19) e Derba (14:20, 21), tutte città appartenenti alla provincia romana della Galazia. 

Il contesto della redazione è da trovare durante il suo terzo viaggio missionario, probabilmente durante il soggiorno ad Efeso, in Macedonia oppure a Corinto. In quel tempo, alcuni missionari giudeo cristiani erano arrivati nella Galazia per predicare un vangelo diverso, legato all'osservanza della Legge di Mosè e della circoncisione, e le chiese iniziavano a convincersi della loro predicazione. Per questo motivo, Paolo scrive con urgenza alle comunità per riprenderle dall'errore in cui stavano cadendo. La lettera si apre con i saluti ma ben presto arriva ad avere un approccio molto diretto che porta ad un'iniziale resoconto dell'origine (e della validità) del ministero dell'apostolo, e degli eventi legati appunto al congresso di Gerusalemme (Atti 15, Galati 2:1:10). Successivamente, egli inizia a raccontare un episodio successivo, quando Pietro venne a trovarlo ad Antiochia: 

Ma quando Cefa venne ad Antiochia, gli resistei in faccia perché era da condannare. Infatti, prima che fossero venuti alcuni da parte di Giacomo, egli mangiava con persone non giudaiche; ma quando quelli furono arrivati, cominciò a ritirarsi e a separarsi per timore dei circoncisi. E anche gli altri Giudei si misero a simulare con lui; a tal punto che perfino Barnaba fu trascinato dalla loro ipocrisia. Ma quando vidi che non camminavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei giudeo, vivi alla maniera degli stranieri e non dei Giudei, come mai costringi gli stranieri a vivere come i Giudei?»
Galati 2:11-14 

Dopo l'accordo raggiunto a Gerusalemme, Pietro visitò la comunità di Antiochia integrandosi perfettamente nella chiesa, dove erano presenti cristiani di origine giudaica e gentile, in un contesto molto diverso da quello di Gerusalemme. Dopo un po' di tempo però, arrivarono anche delle persone da parte di Giacomo, ed iniziarono a giudaizzare con i loro comportamenti, convincendo anche l'apostolo Pietro e Barnaba stesso (primo collaboratore missionario di Paolo) a mangiare separatamente dai gentili e conferire alla Legge di Mosè un'autorità sbagliata alla luce del Vangelo di Cristo. Questo avvenimento era identico a quello che stava accadendo alle comunità della Galazia e per questo motivo Paolo racconta loro tale aneddoto. Lo stile della scrittura è graffiante e in certi punti persino sarcastico perché Paolo è profondamente turbato da quello che sta accadendo. Egli è convinto che i Galati siano stati ammaliati (in gr. baskainō), stregati, come a suo tempo avvenne tanto a Pietro quanto a Barnaba. Con il senno di poi, potremmo dire che gli avvenimenti ad Antiochia segnarono il periodo di maggiore crisi per la nascente Chiesa cristiana, crisi che non fu risolta immediatamente ma che andò avanti non solo per qualche anno (ripresentandosi nel vicino territorio della Galazia) ma addirittura per interi decenni [1]. Quarant'anni dopo infatti, il successivo vescovo di Antiochia scriverà alla comunità di Filadelfia le seguenti parole:  

Se qualcuno vi introduce al giudaismo, non ascoltatelo. E' meglio infatti udire il cristianesimo da un giudeo circonciso che il giudaismo da un incirconciso. Entrambi, comunque, se non parlano di Gesù Cristo, sono per me colonne sepolcrali e tombe di morti, sulle quali sono scritti semplicemente nomi di uomini.  
Lettera di Ignazio ai cristiani di Filadelfia, 6:1

Questo duro avvertimento evidenzia il fatto che anche all'alba del secondo secolo vi erano persone che introducevano i cristiani al giudaismo. Lo stesso errore dei compagni di Giacomo, lo stesso errore dei ministri itineranti che arrivarono nella Galazia e di tutte le piccole comunità di giudeo cristiani. 
Nel seguito della lettera ai Galati, l'apostolo Paolo spiega alle comunità i motivi dottrinali e spirituali per cui tali insegnamenti sono un errore. Il brano successivo a quello letto, sempre al secondo capitolo, è sicuramente molto conosciuto ed affermato, anche se spesso si omette il contesto in cui è inserito:

Quanto a me, per mezzo della legge, sono morto alla legge affinché io viva per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me. Io non annullo la grazia di Dio; perché se la giustizia si ottenesse per mezzo della legge, Cristo sarebbe dunque morto inutilmente.
Galati 2:19-21 

L'apostolo afferma di essere stato crocifisso con Cristo: non è più lui che vive ma Cristo che vive in lui. Questo concetto viene quasi sempre associato al percorso di santificazione, ma il contesto mostra chiaramente come sia legato invece alla grazia di Dio, che osservando la Legge ai fini della salvezza sarebbe in questo modo annullata! Se fossimo ancora soggetti alla Legge di Mosè, Cristo sarebbe morto inutilmente! Questo non era un problema marginale, ma minava il cuore stesso del cristianesimo mettendo a repentaglio la fede e la salvezza di innumerevoli credenti (giudei e gentili) in tutto il mondo. Cedere all'errore in questo momento avrebbe significato la morte della Chiesa immediatamente dopo i primi vagiti della nascita, secondo la strategia satanica mostrata tanto ai tempi di Mosè (Esodo 1:15-16) quanto in quelli della nascita di Cristo (Matteo 2:16). Ad Antiochia però Paolo prese posizione, resistendo e condannando in faccia Pietro stesso, mostrandogli l'ipocrisia nella quale era caduto. Ed esattamente nello stesso modo egli si comporta nei confronti dei Galati, mostrando dottrinalmente e spiritualmente i termini del loro errore. Non sappiamo esattamente cosa accadde dopo lo scontro con Pietro e dopo l'arrivo della lettera ai Galati, ma gli scritti del Nuovo Testamento e la storia del cristianesimo delle origini ci testimoniano del fatto che questo errore fu più volte evitato, portando a consolidare a questo riguardo la stessa tradizione ortodossa nella quale a distanza di due millenni ancora oggi il cristianesimo rimane fedele. 

Di certo il momentaneo sviamento di Pietro e Barnaba apre a qualche interrogativo su come esso sia potuto avvenire, ma dall'altra parte testimonia anche della difficoltà che la tradizione ebraica ha avuto nel prendere piena consapevolezza del significato del Nuovo Patto. Guardando a Paolo invece, alcuni possono essere imbarazzati dal suo comportamento duro e dalle sue parole taglienti. Dobbiamo ricordare però qualcosa di molto importante:

Meglio riprensione aperta,
che amore nascosto.
Chi ama ferisce, ma rimane fedele;
chi odia dà abbondanza di baci.
Proverbi 27:5-6 

L'amore cristiano può manifestarsi anche sotto forma di riprensione, per la nostra salvezza, per quello del nostro fratello o della nostra sorella. Ci sono momenti infatti in cui la massima espressione di amore da parte di Dio o da parte dei fratelli è quella della riprensione, mirata a correggere l'interessato togliendolo con forza dall'errore in cui è caduto. A chi non interessa il bene del prossimo, va benissimo dare abbondanza di baci, mostrare un finto buonismo per aspettare infine la rovina che gli altri raggiungono con le proprie mani. Paolo però non apparteneva a questa categoria di persone, e la sua resistenza in faccia si deve leggere nel contesto dell'amore viscerale che provava per il Signore, per la comunità di Antiochia ed anche per Pietro stesso. Lo stesso amore che lo ha portato ad esprimersi duramente ai Galati, per salvarli in extremis da una situazione di grave pericolo. 

Guardate con che grossi caratteri vi ho scritto di mia propria mano! Tutti coloro che vogliono fare bella figura nella carne, vi costringono a farvi circoncidere e ciò al solo fine di non essere perseguitati a causa della croce di Cristo. Poiché neppure loro, che sono circoncisi, osservano la legge; ma vogliono che siate circoncisi per potersi vantare della vostra carne. Ma quanto a me, non sia mai che io mi vanti di altro che della croce del nostro Signore Gesù Cristo, mediante la quale il mondo, per me, è stato crocifisso e io sono stato crocifisso per il mondo. Infatti, tanto la circoncisione che l'incirconcisione non sono nulla; quello che importa è l'essere una nuova creatura. Su quanti cammineranno secondo questa regola siano pace e misericordia, e così siano sull'Israele di Dio.
Galati 6:11-16
CONSIDERAZIONI FINALI

L'episodio dell'incidente di Antiochia e le circostanze per cui è stata scritta la lettera ai Galati mostrano chiaramente l'importanza di difendere la sana dottrina. Ciclicamente vari pericoli hanno insidiato il cristianesimo dall'interno, come del resto avevano predetto gli stessi apostoli nelle lettere neotestamentarie. Il pericolo del giudeo cristianesimo, quello dello gnosticismo, dell'arianesimo, della politicizzazione, della corruzione, dell'umanesimo, del relativismo....nomi diversi per pericoli diversi che possono essere tutti raccolti dal comune denominatore che è l'apostasia, l'assopimento, la deviazione spirituale. L'insegnamento biblico noto come "dottrina della Chiesa invisibile" rivela che per sua stessa natura la Chiesa visibile conterrà sempre un certo numero di membri che vi aderiscono solo esteriormente, nascondendo internamente una dissociazione che prima o poi verrà manifestata. Il servo del Signore però deve istruire con mansuetudine gli oppositori nella speranza che Dio conceda loro di ravvedersi per riconoscere la verità, in modo che, rientrati in se stessi, escano dal laccio del diavolo, che li aveva presi prigionieri perché facessero la sua volontà (2 Tim 2:25,26), ma anche rinfrancare le mani cadenti e le ginocchia vacillanti; facendo sentieri diritti per i passi, affinché quel che è zoppo non esca fuori di strada, ma piuttosto guarisca (Eb 12:12,13). L'apostolo Paolo a questo riguardo è un esempio di fermezza tanto nella confutazione degli oppositori quanto nella riprensione dei fratelli nell'errore, un duplice combattimento che la Chiesa sosterrà fino al ritorno del Signore. 

Note:
[1] La tradizione del giudeo cristianesimo si trascinerà in ogni caso per interi secoli, conosciuta con il nome di Ebionitismo. 

sabato 21 giugno 2014

L'inno cristocentrico



1. IL CONTESTO

Atti 19:1 Mentre Apollo era a Corinto, Paolo, dopo aver attraversato le regioni superiori del paese, giunse a Efeso [...]

Durante il terzo viaggio missionario dell'apostolo Paolo, nella metà degli anni '50 del I secolo, egli arrivò nella città di Efeso, nell'Asia Minore, dove si trattenne a predicare per quasi tre anni. Laddove Apollo predicò e battezzò soltanto per il battesimo di Giovanni, Paolo battezzò nel nome del Signore Gesù con la potenza dello Spirito Santo, insegnando con franchezza nella sinagoga, e successivamente nella scuola di Tiranno. In questo periodo era presente un uomo di nome Epafra, originario di Colossi, che una volta tornato a casa riuscì a sua volta ad evangelizzare, e a fondare una nuova comunità a Colossi, anch'essa città dell'Asia Minore. 


Le due chiese crebbero e prosperarono, ma intorno al 62 d.C., durante la prigionia di Paolo a Roma (Atti 28:30), ricevettero entrambe una lettera dall'apostolo [1].

La chiesa di Efeso ricevette una lettera principalmente per scopi esortativi e parenetici, mentre per la chiesa di Colossi vi era uno scopo più profondo: le filosofie e gli insegnamenti pericolosi che vi serpeggiavano infatti stavano preoccupando il missionario Epafra. Quest'ultimo infatti decise di recarsi a Roma per trovare l'apostolo Paolo e chiedergli un supporto ed una direttiva apostolica necessaria a convincere i credenti di Colossi dell'urgente necessità di correggere questi pericolosi errori. 


Noi ringraziamo Dio, Padre del nostro Signore Gesù Cristo, pregando sempre per voi, perché abbiamo sentito parlare della vostra fede in Cristo Gesù e dell'amore che avete per tutti i santi, a causa della speranza che vi è riservata nei cieli, della quale avete già sentito parlare mediante la predicazione della verità del vangelo. Esso è in mezzo a voi, e nel mondo intero porta frutto e cresce, come avviene anche tra di voi dal giorno che ascoltaste e conosceste la grazia di Dio in verità, secondo quello che avete imparato da Epafra, il nostro caro compagno di servizio, che è fedele ministro di Cristo per voi.
Colossesi 1:3-7 
2. L'ERESIA DI COLOSSI

Nella lettera ai Colossesi, troviamo alcune espressioni che denotano una forte componente della chiesa di origini pagane, piuttosto che giudaiche. L'apostolo scrive: "un tempo eravate stranieri e nemici" (1:21); parla del "mistero in mezzo ai pagani, cioè Cristo in voi" (1:27), sottolineando anche quanto questi credenti in passato fossero immersi nel vizi (3:7), situazione difficilmente applicabile ai giudei per il loro impegno ad osservare la Torah.

Nel secondo capitolo di questa lettera, nei vv. 4-23, troviamo un brano polemico in cui l'apostolo mira in modo molto diretto al centro del problema. Essendo un testo di correzione, non definisce in modo chiaro l'eresia dei Colossesi, ma delinea in ogni caso delle caratteristiche che possono essere viste come dei veri e propri indizi. Nel c. 2 infatti troviamo:



v.4 Dico questo affinché nessuno vi inganni con parole seducenti



v.8 Guardate che nessuno faccia di voi sua preda con la filosofia e con vani raggiri secondo la tradizione degli uomini e gli elementi del mondo e non secondo Cristo

v.20 Se siete morti con Cristo agli elementi del mondo [...]

Nella versione originale, in greco, l'espressione "elementi del mondo" è resa con "stoichèia tou kòsmou", che allude appunto ad una serie di componenti che sarebbero coinvolti nel sostentamento della realtà del cosmo secondo un meccanismo dinamico universale. 

Nel I secolo, le due grandi aree di influenza per il cristianesimo erano rappresentate dall'ellenismo e dal giudaismo. L'ellenismo, ossia il mondo greco, era composto da una serie di filosofie tra cui vi era lo stoicismo. Questa corrente filosofica presentava il mondo come il risultato di una serie di energie cosmiche che interagivano tra di loro. La necessità dunque sarebbe stata quella di orientarsi verso queste potenze per poter essere condotti nella storia in modo assolutamente fatalistico e panteistico. Il richiamo agli "elementi del mondo", sembra suggerire un'adesione a questo tipo di concezione, opportunamente adattata ad un contesto cristiano. Questa quindi sarebbe una grave contaminazione per la giovane comunità di Colossi, ma quasi sicuramente non è stata l'unica. Sempre nello stesso capitolo infatti, si evidenziano anche altri indizi che portano verso una nuova direzione:

v.10 e voi avete tutto pienamente in lui, che è il capo di ogni principato e di ogni potenza

v.18 Nessuno vi derubi a suo piacere del vostro premio, con un pretesto di umiltà e di culto degli angeli [...] 

Il termine tradotto con "culto" rende la parola greca thrēskeia che identifica letteralmente una religione, o un'adorazione. Il riferimento quindi è quello di una "religione degli angeli", ossia probabilmente la venerazione per le potenze angeliche sorta in Giudea intorno al II secolo a.C., e testimoniata - per esempio - dal libro apocrifo dei Maccabei, ma anche da quello di Enoch etiope. Una tradizione religiosa che i Colossesi avevano sicuramente avuto modo di conoscere grazie ai propri contatti con il mondo ebraico. 

La rivolta dei Maccabei


2 Maccabei 11:6 Quando gli uomini del Maccabeo vennero a sapere che quegli assediava le fortezze, tra gemiti e lacrime supplicarono con tutto il popolo il Signore che inviasse il suo angelo buono a salvare Israele.

2 Maccabei 15:23 Anche ora, sovrano del cielo, manda un angelo buono davanti a noi per incutere paura e tremore.

Gli uomini mi sollevarono di là e mi fecero salire al sesto cielo. Là vidi sette angeli radunati, brillanti e gloriosi molto e i loro visi risplendevano come un raggio di sole; non c'è differenza di viso o di dimensione o di variazione dei vestiti. Questi regolano, insegnano il buon ordine del mondo, il corso delle stelle, del sole e della luna agli angeli che li guidano e agli angeli dei cieli e mettono armonia in tutta la vita celeste. Regolano anche i comandamenti e le istruzioni e la dolce voce dei canti e ogni lode di gloria. (Ci sono) angeli che sono sopra le stagioni e gli anni, angeli che (sono) sui fiumi e sui mari, angeli che (sono) sui frutti e l'erba e tutto ciò che ferve (di vita) e angeli di tutti i popoli. Essi regolano tutta la vita e (la) scrivono davanti al volto del Signore. In mezzo a loro (ci sono) sette Fenici, sette Cherubini e sette (angeli) con sei ali che risuonano l'un l'altro con una sola voce e cantano l'un l'altro. Non é possibile raccontare il loro canto e il Signore gioisce di quelli che sono sotto i suoi piedi.
1 Enoch 19:1-6 

Queste forze angeliche rappresentano proprio la realtà che l'apostolo Paolo voleva affrontare con i credenti di Colossi, ridisegnando questa cosmologia secondo la prospettiva di Cristo. Come visto in precedenza, Paolo esplicita il fatto che il Signore Gesù sia il capo di ogni principato e di ogni potenza, ossia di ogni ordine angelico. I Colossesi avevano iniziato a vedere Cristo come il primo tra gli angeli ma in ogni caso un loro pari. Un mediatore tra Dio e gli uomini, affiancato da molti altri mediatori, in un mondo governato da energie segrete da ricercare e sfruttare nel proprio percorso di crescita spirituale. Abbiamo quindi un sincretismo che unisce due differenti concezioni, una greca ed una giudaica, per la formulazione di qualcosa di nuovo e differente che appare come una conoscenza segreta all'interno del cristianesimo, in una forma tutto sommato simile al fenomeno dello gnosticismo cristiano che esploderà in tutto il suo vigore da lì a qualche decennio.

Per finire, altre indicazioni mostrano anche una serie di codici comportamentali specifici che si aggiungono al quadro appena delineato.

v.16 Nessuno dunque vi giudichi quanto al mangiare o al bere, o rispetto a feste, a noviluni, a sabati

v.21 «Non toccare, non assaggiare, non maneggiare» 

Queste espressioni alludono ad un certo codice comportamentale tipico delle sette con i loro riti segreti e i loro codici, necessari appunto per crescere nel proprio percorso mistico. Appare ora evidente il fatto di trovarsi davanti ad una specie di culto angelico pre-gnostico, nel quale l'osservanza di certe regole assicurava l'entrare in contatto con le energie del cosmo per poter essere infine in comunione con un consiglio angelico guidato da Cristo stesso, secondo una concezione ben lontana dagli insegnamenti apostolici. 


3. LA PRIMA PARTE DELL'INNO CRISTOCENTRICO (1:15-17)

Avendo ora definito il "veleno" di Colossi, possiamo affacciarci al suo "antidoto" comprendendo al meglio un brano di grande importanza all'interno del primo capitolo della lettera ai Colossesi. L'antidoto di Paolo è un inno della Chiesa delle origini, un segno distintivo della sua predicazione in ogni luogo e in ogni città. Possiamo avvicinarci ad esso contrapponendo due versetti di questa lettera, per poi giungere infine all'inno vero e proprio. 

1:23 se appunto perseverate nella fede, fondati e saldi e senza lasciarvi smuovere dalla speranza del vangelo che avete ascoltato, il quale è stato predicato a ogni creatura sotto il cielo e di cui io, Paolo, sono diventato servitore.

"Se perseverate nella fede, senza lasciarvi smuovere". L'eresia di Colossi rischia di concretizzare la grande tentazione dell'apostasia, il rinnegamento della fede per la ricerca di nuove dottrine e filosofie. E' un "se" carico di importanza, che mette di fronte ad un bivio, una scelta che comporta conseguenze eterne. Il testo cristiano noto come Didaché, redatto tra la fine del I secolo e l'inizio del II, delinea proprio questo tema iniziando con le seguenti parole:

Due sono le vie, una della vita e una della morte, e la differenza è grande fra queste due vie. 


Una sistematizzazione dell'insegnamento che possiamo trovare in tutte le Scritture, ed in modo particolare nel Salmo 1. 

A questo "se" però, l'apostolo Paolo contrappone il cuore del suo messaggio:

Desidero infatti che sappiate quale arduo combattimento sostengo per voi, per quelli di Laodicea e per tutti quelli che non mi hanno mai visto di persona, affinché siano consolati i loro cuori e, uniti mediante l'amore, siano dotati di tutta la ricchezza della piena intelligenza per conoscere a fondo il mistero di Dio, cioè Cristo, nel quale tutti i tesori della sapienza e della conoscenza sono nascosti.
Colossesi 2:1-3 



Non esiste infatti alcuna sapienza o conoscenza nascosta all'infuori di Cristo. Non esiste nessun nessun angelo, nessuna filosofia o dottrina utile alla propria salvezza o alla propria crescita che non sia già stata annunciata dagli apostoli per conto del Signore. Ecco quindi la necessità per Paolo di presentare la verità, la risposta ai problemi della comunità, che veicola questa volta sotto forma di un vero e proprio inno che gli studiosi hanno identificato come preesistente alla lettera stessa. Molto probabilmente come affermato dal professor Lohmeyer, l'inno che troviamo al primo capitolo - nei versetti dal 15 al 20 - è nato nell'ambiente giudaico per la festa del Kippur, dell'Espiazione (Levitico 16), per celebrare la riconciliazione tra Dio e l'uomo. Un canto che Paolo avrebbe preso e modificato alla luce di Cristo, aggiungendo alcune parole chiave che in effetti sono addirittura individuabili, in quanto fanno perdere il ritmo e la cadenza poetica. Questo testo apparteneva ad uno stile sapienziale che segue l'eredità dell'ottavo capitolo del libro biblico dei Proverbi, ma laddove la sapienza veniva impersonificata in modo generico, ora viene invece associata a Gesù Cristo. 
Ai Corinzi Paolo stesso dirà infatti:

1Corinzi 1:30 Ed è grazie a lui che voi siete in Cristo Gesù, che da Dio è stato fatto per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione [...]

La sapienza di Dio decantata nell'Antico Testamento, è dunque Cristo Gesù.

Vediamo ora finalmente la prima parte di questo meraviglioso inno:


Egli è l'immagine del Dio invisibile, il primogenito di ogni creatura; poiché in lui sono state create tutte le cose che sono nei cieli e sulla terra, le visibili e le invisibili: troni, signorie, principati, potestà; tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di ogni cosa e tutte le cose sussistono in lui. 

Gesù viene presentato da subito come l'immagine del Dio invisibile. 
Nella nostra cultura un'immagine si riferisce all'estetica di una persona, di un oggetto o di una situazione. Nel mondo semitico invece l'immagine conteneva anche la sostanza della realtà rappresentata. Cristo dunque è l'immagine visibile del Dio invisibile, Colui che ha fatto conoscere Dio (Giovanni 1:18) e lo ha mostrato al mondo.

L'inno continua dicendo letteralmente che Egli è il "primogenito di tutta la creazione", distanziandosi però dall'attribuirgli il ruolo di creatura, in quanto la generazione di cui si parla è al di fuori del tempo e prima di ogni altra creazione. La sua supremazia infatti è evidente anche sui troni, signorie, principati e potestà, su ogni gerarchia angelica e spirituale. Egli non è il primo tra tante creature angeliche ma è piuttosto il primo in assoluto, che ha reso possibile la loro stessa creazione. Prima che esistesse qualsiasi cosa, Cristo era lì, ed è stato protagonista attivo della creazione di ogni cosa.

Nei vv. 16-17 infine compaiono tre importanti preposizioni che approfondiscono la relazione esistente tra Cristo ed il creato: in Lui sono state create tutte le cose, esse sono state create per mezzo di lui, ed in vista di lui. Il primo elemento indica che tutta la realtà è fondata in Cristo: tanto le potenze angeliche quanto l'intera realtà invisibile e visibile. Nulla può esistere e sussistere fuori da Gesù Cristo. 

Il secondo elemento indica che tutta la creazione è passata per le sue mani: niente esiste senza essere stato creato attraverso di lui. 
Infine la terza preposizione indica Cristo come finalità: tutto l'universo per tornare a Dio dovrà passare nuovamente per le mani di Gesù Cristo, esattamente come è stato per la prima creazione. Tutto quindi è avvolto dalla presenza di Cristo, senza alcuna eccezione. 


4. LA SECONDA PARTE DELL'INNO (1:18-20)

Egli è il capo del corpo, cioè della chiesa; è lui il principio, il primogenito dai morti, affinché in ogni cosa abbia il primato. Poiché al Padre piacque di far abitare in lui tutta la pienezza  e di riconciliare con sé tutte le cose per mezzo di lui, avendo fatto la pace mediante il sangue della sua croce; per mezzo di lui, dico, tanto le cose che sono sulla terra, quanto quelle che sono nei cieli.

La seconda parte dell'inno si focalizza sul rapporto tra Cristo e la Chiesa. Nella prima parte si è evidenziato il ruolo del Signore nell'atto creativo, nel sostentamento della creazione e nella ricapitolazione del cosmo stesso, mentre in questa parte troviamo il Suo ruolo specifico in relazione alla Chiesa. Egli infatti ne è il capo, e oltre ad essere il primogenito di ogni creatura è anche il primo-genito (ossia dà inizio alla vita) tra coloro che sono soggetti alla morte. Avendo per primo attraversato la morte fino alla resurrezione, ora Egli trascina tutti con sé verso una nuova vita di resurrezione, affinché "diventi lui colui che ha il primo posto in tutti". 
Dopo questi versi, troviamo il massimo compiacimento di Dio nel far accasare (katoikeō include il termine oikìa, ossia casa) in Cristo tutta la sua pienezza. Gesù è quindi come un tempio, come una casa ripiena della presenza di Dio. Questa pienezza non riguarda una pienezza quantitativa, come l'acqua che colma un'anfora, ma dinamica, energetica: in Cristo c'è tutta la divinità con la sua forza salvifica [2]. Questo è il motivo per cui l'inno termina guardando alla riappacificazione di ogni cosa - tornando in questo modo al tema della prima metà -, tanto delle cose che sono sulla terra quanto quelle che sono nei cieli, ossia tutto il cosmo e non soltanto la Chiesa. Il termine tradotto con "riconciliare" veniva usato per indicare il tentativo di riconciliazione degli sposi. Lo scopo di Cristo può essere visto in questo senso quello di riunire con il suo abbraccio il cielo e la terra, secondo l'iniziale proposito di Dio. 

5. CONSIDERAZIONI FINALI


All'eresia di Colossi, l'apostolo Paolo risponde presentando la figura di Gesù Cristo come l'inizio, la fine e il tutto che vi è in mezzo. Egli infatti non è soltanto "l'alfa e l'omega" (Ap 22:13), ma anche tutte le altre lettere che vi si trovano tra le due. E tutto questo, per uno scopo ben preciso che possiamo trovare al secondo capitolo:

Voi, che eravate morti nei peccati e nella incirconcisione della vostra carne, voi, dico, Dio ha vivificati con lui, perdonandoci tutti i nostri peccati; egli ha cancellato il documento a noi ostile, i cui comandamenti ci condannavano, e l'ha tolto di mezzo, inchiodandolo sulla croce; ha spogliato i principati e le potenze, ne ha fatto un pubblico spettacolo, trionfando su di loro per mezzo della croce.

Colossesi 2:13-15 

La vittoria di Cristo sulla morte, la riappacificazione di tutto il cosmo, non sono eventi lontani da noi, portano infatti con sé delle conseguenze che ci coinvolgono: il perdono dei peccati, il dono della vita eterna. L'enorme pergamena con tutti i nostri peccati è stata inchiodata sulla croce, annullandone il potere. Questa è l'origine del trionfo di Gesù Cristo, un termine (thriambeuō) che coinvolge tanto l'esercito del male, vinto e trascinato in cattività, quanto l'esercito di Cristo: l'unione degli angeli e dei redenti che glorificano insieme - e per l'eternità - il RE DEI RE E SIGNORE DEI SIGNORI. 

NOTE:

[1] La paternità della lettera ai Colossesi per la moderna critica biblica rimane un problema aperto. Gli studiosi infatti sono divisi tra coloro che la considerano una lettera pseudoepigrafa, composta da un diverso autore, e coloro invece che sostengono la piena autenticità della tradizionale attribuzione paolina. Il presente studio si allinea con questi ultimi studiosi, partendo quindi dal presupposto che Paolo di Tarso ne sia l'effettivo autore, così come affermato dalla lettera stessa.
[2] Cit. "La Bibbia di Gerusalemme con commenti di Gianfranco Ravasi", vol. XII, Edizioni Dehoniane Bologna, p.514.

BIBLIOGRAFIA:


La Bibbia di Gerusalemme con commenti di Gianfranco Ravasi, prima edizione 2006, vol. XII, Edizioni Dehoniane Bologna.

La Bibbia con note e commenti di John MacArthur, prima edizione 2007, Società biblica di Ginevra. 

mercoledì 11 giugno 2014

Le sette lettere dell'Apocalisse (parte IV): la chiesa di Tiatiri


«All'angelo della chiesa di Tiatiri scrivi:
Queste cose dice il Figlio di Dio, che ha gli occhi come fiamma di fuoco, e i piedi simili a bronzo incandescente: "Io conosco le tue opere, il tuo amore, la tua fede, il tuo servizio, la tua costanza; so che le tue ultime opere sono più numerose delle prime. Ma ho questo contro di te: che tu tolleri Iezabel, quella donna che si dice profetessa e insegna e induce i miei servi a commettere fornicazione, e a mangiare carni sacrificate agli idoli. Le ho dato tempo perché si ravvedesse, ma lei non vuol ravvedersi della sua fornicazione. Ecco, io la getto sopra un letto di dolore, e metto in una grande tribolazione coloro che commettono adulterio con lei, se non si ravvedono delle opere che ella compie. Metterò anche a morte i suoi figli; e tutte le chiese conosceranno che io sono colui che scruta le reni e i cuori, e darò a ciascuno di voi secondo le sue opere. Ma agli altri di voi, in Tiatiri, che non professate tale dottrina e non avete conosciuto le profondità di Satana (come le chiamano loro), io dico: Non vi impongo altro peso. Soltanto, quello che avete, tenetelo fermamente finché io venga. A chi vince e persevera nelle mie opere sino alla fine, darò potere sulle nazioni, ed egli le reggerà con una verga di ferro e le frantumerà come vasi d'argilla, come anch'io ho ricevuto potere dal Padre mio; e gli darò la stella del mattino. Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese".
Apocalisse 2:18-29 


Dopo aver dettato la lettera alla chiesa di Pergamo, il Signore Gesù si rivolge ora alla chiesa di Tiatiri. Questa città era situata a 30 km da Pergamo e poco meno da Sardi, trovandosi proprio lungo la strada che collegava queste due città. Era una realtà molto piccola, tanto che per molto tempo è stata considerata poco più di un semplice avamposto militare in difesa della città di Pergamo. L'unico elemento di notorietà di Tiatiri era legato al fruttifero commercio della tinta color porpora, che i tintori del posto riuscivano a produrre con grande qualità. Abbiamo a questo riguardo un aneddoto legato alla fondazione della chiesa di Filippi, durante il secondo viaggio missionario dell'apostolo Paolo così come ci viene raccontato nel libro degli Atti: 

Perciò, salpando da Troas, puntammo diritto su Samotracia, e il giorno seguente su Neapolis; di là ci recammo a Filippi, che è colonia romana e la città più importante di quella regione della Macedonia; e restammo in quella città alcuni giorni. Il sabato andammo fuori dalla porta, lungo il fiume, dove pensavamo vi fosse un luogo di preghiera; e sedutici parlavamo alle donne là riunite. Una donna della città di Tiatiri, commerciante di porpora, di nome Lidia, che temeva Dio, ci stava ad ascoltare. Il Signore le aprì il cuore, per renderla attenta alle cose dette da Paolo. 
Atti 16:11-14 

Paolo solitamente iniziava ad evangelizzare nella sinagoga del posto, ma a Filippi non vi era alcuna sinagoga, in quanto evidentemente la comunità ebraica non contava neanche dodici capifamiglia ebrei. Quindi la squadra apostolica cercò nelle vicinanze un "luogo di preghiera" iniziando proprio in quel posto, "lungo il fiume",  la propria attività ministeriale. Lidia era sicuramente una persona religiosa e il Signore le aprì il cuore dandole il privilegio di essere la prima persona convertita in quella città. Era originaria proprio di Tiatiri ed era una commerciante di porpora. Questi avvenimenti sono accaduti intorno al 50 d.C., circa quarant'anni prima della redazione dell'Apocalisse.

La lettera a Tiatiri presenta lo stesso schema delle altre sei lettere, ma la presentazione iniziale del Signore è per la prima volta quella di Figlio di Dio. Questo attributo è particolarmente immediato nel comunicare la divinità di Cristo; sorprendentemente nei vangeli esso viene pronunciato per la maggior parte delle volte dal diavolo e dai demòni, preoccupati del fatto che fosse già arrivato il tempo della manifestazione del Signore (Mt 4:3, 4:6, 8:29; Mc 3:11, 5:7; Lc 4:3, 4:9 etc.). Sicuramente però, anche molti altri personaggi usano questo stesso appellativo per riconoscere l'identità di Gesù. Parlando alla chiesa di Tiatiri, il Signore si espone immediatamente in tutta la Sua gloria ed autorità affermandole subito per poi riprendere inoltre la descrizione del corpo glorificato con cui si era appena presentato a Giovanni, descrizione peraltro uguale alla manifestazione di Dio a cui ebbe modo di assistere il profeta Daniele nel V secolo a.C:

Apocalisse 1:15 i suoi piedi erano simili a bronzo incandescente, arroventato in una fornace, e la sua voce era come il fragore di grandi acque.

Daniele 10:5,6 alzai gli occhi, guardai, ed ecco un uomo, vestito di lino, che aveva ai fianchi una cintura d'oro di Ufaz. Il suo corpo era come crisolito, la sua faccia splendeva come la folgore, i suoi occhi erano come fuoco fiammeggiante, le sue braccia e i suoi piedi erano come il bronzo splendente e il suono della sua voce era come il rumore d'una moltitudine.


Tanto Daniele quanto Giovanni, a questa vista così tremenda caddero a terra quasi morti. Ebbene il Signore si presenta alla chiesa di Tiatiri con questa stessa gloria, mostrando immediatamente tutta la Sua tremenda autorità, valida tanto sui credenti quanto sugli angeli e sui demòni. 

Continuando con lo schema iniziato con le precedenti tre lettere, dopo la presentazione troviamo degli elogi, che questa volta riguardano:

- le opere
- l'amore
- la fede
- il servizio
- la costanza
- il maggior impegno rispetto al passato

L'insieme di questi elementi sembrerebbe raffigurare una chiesa perfetta, una chiesa zelante, costante nel fare il bene e permeata dall'amore cristiano agapē, un amore disinteressato e altruista. Al versetto 20 del secondo capitolo tuttavia, arriviamo alla successiva parte della lettera, introdotta con un "ma":

Ma ho questo contro di te: che tu tolleri Iezabel, quella [gunē = donna/moglie] che si dice profetessa e insegna e induce i miei servi a commettere fornicazione, e a mangiare carni sacrificate agli idoli. 

Il nome di questo personaggio deriva dalla vicenda raccontata nei libri dei Re, dove troviamo la malvagità della regina fenicia Izebel, moglie di Acab re di Israele. 


1 Re 21:25 In verità non c'è mai stato nessuno che, come Acab, si sia venduto a fare ciò che è male agli occhi del SIGNORE, perché era istigato da sua moglie Izebel.


Morte di Izebel - 2 Re 9
L'arte di manipolazione e seduzione di Izebel aveva raggiunto livelli satanici, la sua influenza sul marito le dava la possibilità di fare tutto ciò che le piaceva, governando di fatto dietro le quinte. Ella portò Israele a peccare di idolatria con gli idoli di Baal e Astarte, procedendo ad uccidere tutti coloro che si opponevano ai suoi piani. La dea Astarte rappresentava la grande madre fenicia, ed il suo culto era legato alla fertilità ed alla guerra, tanto che la mitologia ebraica successiva la associa ad un demone femminile della lussuria (questo infatti sembra essere il significato della forma plurale ʻAštārōṯ). Izebel insegnò al marito e a tutto il popolo di Israele come peccare di idolatria e fornicazione, esattamente come a metà degli anni 90 del I secolo stava facendo una donna della chiesa di Tiatiri nei confronti di questa comunità cristiana. Il termine che usa Giovanni per definirla può significare tanto donna, quanto moglie, e la presenza in alcuni manoscritti della parola "sou", ossia tua, porterebbe alla traduzione "che tu tolleri Iezabel, tua moglie". Poiché la lettera è indirizzata all'angelo della chiesa di Tiatiri (Ap 2:18), ossia al vescovo di quella comunità, una solida possibilità interpretativa porterebbe ad identificare questa Iezabel nella moglie del responsabile della chiesa di Tiatiri, colpevole di indurre i credenti a fornicare e a commettere idolatria. 
In tutto questo, la colpa più grave della chiesa era quella di tollerarla. 

Molti credenti sono convinti che l'etica cristiana si possa ricondurre soltanto a fare del bene, evitare di fare del male, cercare la pace con tutti ed evitare ogni conflitto. Sebbene siano di per sé tutte cose positive, se vissute con passivismo lasciano spazio ad altre persone di intervenire nella chiesa con influenze negative. Nuove dottrine e vecchie debolezze degli uomini stanno diffondendo anche al giorno d'oggi l'idea ammantata di santità che i cristiani non debbano giudicare in nessun caso, e che l'autorità dei pastori sia praticamente assoluta. Ebbene, non è questo l'insegnamento di Cristo e delle Scritture. Amare infatti può significare anche giudicare con discernimento, ed intervenire anche con risolutezza. Alla chiesa di Corinto, qualche decennio prima, l'apostolo Paolo scrisse:

Poiché, devo forse giudicare quelli di fuori? Non giudicate voi quelli di dentro? Quelli di fuori li giudicherà Dio. Togliete il malvagio di mezzo a voi stessi. Quando qualcuno di voi ha una lite con un altro, ha il coraggio di chiamarlo in giudizio davanti agli ingiusti anziché davanti ai santi? Non sapete che i santi giudicheranno il mondo? Se dunque il mondo è giudicato da voi, siete voi indegni di giudicare delle cose minime? Non sapete che giudicheremo gli angeli? Quanto più possiamo giudicare le cose di questa vita! 
1 Corinzi 5:12, 6:1-3 

La chiesa può e deve giudicare sé stessa, la chiesa può e deve togliere il malvagio da sé stessa. Altrimenti è soggetta ad un severo giudizio di Dio, mostrato nei versetti successivi:

Ecco, io la getto sopra un letto di dolore, e metto in una grande tribolazione coloro che commettono adulterio con lei, se non si ravvedono delle opere che ella compie. Metterò anche a morte i suoi figli; e tutte le chiese conosceranno che io sono colui che scruta le reni e i cuori, e darò a ciascuno di voi secondo le sue opere.

Il Signore ha dato a questa donna del tempo per ravvedersi, ma non volendo ravvedersi dalla propria fornicazione e idolatria essa è caduta nel giudizio di Dio. Tutte le chiese devono conoscere che il Signore è Colui che scruta le reni e i cuori, e che darà a ciascuno secondo le proprie opere. La colpa e l'ipocrisia portano al rigetto e ribellarsi al governo del Signore, ma ogni vero credente dovrebbe vivere questa realtà al contrario, ricercando i giudizi di Dio per rendersi conto di quello che è necessario cambiare nella propria vita. 

Salmo 119:75 Io so, SIGNORE, che i tuoi giudizi sono giusti,
e che mi hai afflitto nella tua fedeltà.

Salmo 119:102 Non mi sono allontanato dai tuoi giudizi,
perché tu mi hai istruito.

Il giudizio di Dio, se trova ravvedimento è per l'istruzione. Al contrario, - e solo in questo caso -  se incontra ribellione è per la distruzione.  


I cinque punti dello schema nella lettera alla chiesa di Tiatiri

Dopo la presentazione di Gesù, l'elogio alla chiesa e la condanna alla tolleranza di Iezabel, troviamo ora l'esortazione a restare fedeli rivolta a coloro che in Tiatiri erano rimasti integri:

Ma agli altri di voi, in Tiatiri, che non professate tale dottrina e non avete conosciuto le profondità di Satana (come le chiamano loro), io dico: Non vi impongo altro peso. Soltanto, quello che avete, tenetelo fermamente finché io venga. 

L'espressione "profondità di Satana" probabilmente alludeva al fenomeno dello gnosticismo cristiano e alla filosofia che vedeva associare alle realtà spirituali unicamente lo spirito dell'uomo, lasciando così al corpo la possibilità di fare quel che più desiderava. A causa di questa concezione filosofica molti cristiani si allontanavano dalla sobrietà di vita insegnata da Cristo. A coloro che non professavano tale dottrina, il Signore esorta unicamente a tenere fermamente la loro posizione, fino al Suo ritorno. 

A chi vince e persevera nelle mie opere sino alla fine, darò potere sulle nazioni, ed egli le reggerà con una verga di ferro e le frantumerà come vasi d'argilla, come anch'io ho ricevuto potere dal Padre mio; e gli darò la stella del mattino. Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese".

L'ultima parte della lettera promette a coloro che perseverano fino alla fine, potere sulle nazioni e la stella stessa del mattino in dono. Questi versetti citano il Salmo 2, contribuendo però a portare un valore aggiunto completamente inedito.

Chiedimi, io ti darò in eredità le nazioni
e in possesso le estremità della terra.
Tu le spezzerai con una verga di ferro;
tu le frantumerai come un vaso d'argilla.
Salmo 2:8,9 

Mentre in questo salmo messianico infatti leggiamo un decreto di Dio Padre in relazione al Figlio, al Suo possesso delle nazioni e al governo messianico, nel segmento conclusivo della lettera alla chiesa di Tiatiri troviamo che questo stesso potere di governo sulle nazioni verrà condiviso da Cristo con "chi persevera nelle Sue opere". Questa promessa è a dir poco eccezionale e segue lo stesso schema mostrato nelle lettere precedenti: ogni chiesa delle sette stava attraversando una prova in particolare e ogni chiesa ha potuto ricevere in caso di fedeltà una promessa che riguardava la vittoria proprio su quel tipo di prova. Ai credenti di Smirne che stavano subendo la persecuzione e il martirio, il Signore promette la corona della vita. Ai credenti di Tiatiri (rimasti fedeli) invece, che stavano subendo una terribile crisi nel governo interno di chiesa, il Signore promette potere di governo sulle intere nazioni nel regno messianico. La debolezza deve essere affrontata, superata e trasformata per la gloria di Dio. Il tutto è suggellato dalla comune frase conclusiva "Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese". Se nei vangeli più volte Cristo terminava i Suoi insegnamenti e le Sue parabole con l'esortazione «Chi ha orecchi per udire oda» (Mt 11:5, 13:9, 13:43; Mc 4:9, 4:23, 7:16, Lc 8:8, 14:35), qui invece esorta all'ascolto di ciò che dice lo Spirito, palesando un nuovo tempo spirituale nel quale è Dio Spirito Santo a parlare alle chiese. E' evidente l'importanza di cogliere questa esortazione e rispondere di conseguenza per qualsiasi chiesa locale di ogni epoca. Chi ignora i messaggi di Dio, come abbiamo visto, è destinato ad essere corretto, subendone infine il Suo giudizio. 


CONSIDERAZIONI FINALI


Come visto nelle precedenti lettere dell'Apocalisse (I), (II) e (III), i padri della Riforma Protestante interpretarono queste lettere come dei messaggi del Signore alla Chiesa universale delle varie epoche. La chiesa locale di Efeso quindi rappresenterebbe l'intera Chiesa del periodo apostolico (33 - 100 d.C.), quella di Smirne rappresenterebbe la Chiesa nel periodo della persecuzione (100 - 313 d.C.), la comunità di Pergamo identificherebbe la Chiesa compromessa (313 - 538 d.C.), mentre la chiesa di Tiatiri si riferirebbe alla Chiesa nel massimo della sua corruzione, all'incirca durante il medioevo, fino alla Riforma (538 - 1517 d.C.). Sicuramente la Chiesa cattolica romana ha potuto offrire il peggio di sé proprio nel periodo medioevale, a causa della corruzione, simonia, delle inquisizioni e delle crociate. L'istituzionalizzazione iniziata con l'Imperatore Costantino ha consentito ad una realtà che doveva essere spirituale e sociale di diventare invece la più rilevante potenza secolare del mondo, tanto per quanto riguarda le ricchezze vere e proprie quanto per il grado di l'influenza sui governi. La somiglianza tra la chiesa di Tiatiri e la Chiesa di questo periodo storico risulta quindi in effetti molto forte. 

In ogni caso, rimane fondamentale una prima interpretazione letterale, relativa al contesto del I secolo della piccola comunità locale di Tiatiri. Ogni epistola del Nuovo Testamento risulta essere diretta in primo luogo ad una comunità in particolare oppure alle chiese di una determinata regione, e - in quanto inserite nel canone biblico - in secondo luogo anche alla Chiesa nella sua totalità, per qualsiasi epoca. Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, pertanto ogni scrittura deve essere letta, meditata studiata e diventare infine anche oggetto delle proprie preghiere al Signore. Questo caso non ne è certamente un'eccezione, ma al contrario un'importante conferma, essendo diretta esplicitamente ad una chiesa con dei problemi che si sono sicuramente ripresentati purtroppo in molte altre realtà. Così come ogni singolo credente si deve specchiare nella Bibbia per esaminare sé stesso, è fondamentale per ogni comunità farsi delle domande per vedere se si ravvisano dei problemi comuni con le chiese presentate nel Nuovo Testamento, cercando nelle epistole stesse le soluzioni a questi problemi.

Desidero a questo punto concludere questo approfondimento biblico con gli ultimi quattro versetti del salmo 95, che reputo adeguato in special modo alla situazione della chiesa destinataria di tale lettera, e a tutte le chiese che si trovano in questa stessa situazione.


Oggi, se udite la sua voce,
non indurite il vostro cuore come a Meriba,
come nel giorno di Massa nel deserto,
quando i vostri padri mi tentarono,
mi misero alla prova sebbene avessero visto le mie opere. Quarant'anni ebbi in disgusto quella generazione, e dissi: «È un popolo dal cuore traviato; essi non conoscono le mie vie».
Perciò giurai nella mia ira:
«Non entreranno nel mio riposo!»
Salmo 95:8-11

venerdì 16 maggio 2014

Chiesa invisibile

1.IL DONATISMO

Alla fine del III secolo d.C., il cristianesimo si era ben radicato nell'Impero romano: alcune analisi suggeriscono che il 10% della sua popolazione appartenesse a questa religione. Il cristianesimo si era sviluppato a tutti gli effetti come uno Stato nello Stato, mantenendo una stretta unione grazie alle celebrazioni ed alle autorità dei vescovi. La transizione dall'episcopato collegiale a quello monarchico infatti aveva favorito un certo equilibrio ed una certa coesione, anche se non mancarono occasioni di scontro tra la Chiesa d'Asia e quella d'Occidente. Ormai il gran numero di cristiani avevano prodotto anche una certa ricchezza e un'influenza nella società che infastidivano parecchio gli altri cittadini romani, soprattutto nella politica e nel governo.

Principalmente per queste ragioni, nel 303 d.C. l'imperatore Diocleziano (assieme a Massimiano, Galerio e Costanzo Cloro) emise una serie di editti volti a revocare i diritti legali dei cristiani, dando inizio all'ultima grande persecuzione. I cristiani erano tenuti a consegnare i propri testi sacri per destinarli al rogo, vedendosi confiscati tutti i beni delle chiese. I funzionari statali vennero arrestati e furono vietate cariche e privilegi ai credenti di alto rango. Molti morirono come martiri, mentre altri - definiti lapsi - per evitare i lavori forzati o la morte consegnarono le proprie copie delle Scritture e rinnegarono la propria fede con atti di adorazione agli dei pagani. 

La persecuzione si protrasse fino al 313, quando il successivo imperatore Costantino (assieme all'imperatore d'Oriente Licinio), promulgò l'editto di Milano che prevedeva per ogni cittadino la libertà di onorare le proprie divinità. 

Come era già accaduto nel 251 alla fine della persecuzione di Decio, anche in questa occasione si presentò il problema di come trattare i traditores, ossia coloro che appunto avevano fatto apostasia. Molti di essi infatti terminate le persecuzioni si ripresentarono nelle comunità chiedendo di essere riammessi. Alcuni di loro erano anche vescovi, e questo fatto non poté che complicare ulteriormente la problematica. Nelle chiese si svilupparono presto due correnti opposte: coloro che in modo intransigente non volevano riammettere nelle assemblee queste persone e coloro invece che erano più tolleranti e li accettavano previa penitenza, linea quest'ultima maggiormente abbracciata a livello generale. Questa diatriba si strinse ulteriormente attorno al seguente quesito: le ordinanze celebrate da un vescovo che era stato un traditor, avevano valore? In altre parole, i sacramenti avevano efficacia di per sé a causa della Grazia divina, oppure assieme a questo fattore era indispensabile anche la dignità di chi li amministrava? 

In questo contesto, a Cartagine nel 312 venne eletto come vescovo Ceciliano, consacrato da un ministro traditor. I vescovi della Numidia però non furono d'accordo, deposero Ceciliano, promossero Maiorino e poco dopo - nel 313 - a causa della morte di Maiorino nominarono al suo posto Donato di Case Nere. Vedendo minata la pace religiosa d'Africa, l'imperatore Costantino provvedette ad un tribunale composto da vescovi incaricati di risolvere il conflitto, che promulgarono un verdetto a favore di Ceciliano, condannando invece i seguaci di Donato. Questi ultimi si mantennero nelle loro posizioni, continuando ad alimentare quello che la storia tramanda come lo scisma donatista.

Il donatismo fu il primo vero problema ecclesiologico, presto affiancato da quello ben più grave dell'arianesimo. 

Nel 395, Agostino divenne vescovo di Ippona, consacrato dal Primate di Numidia. Egli si interessò anche al problema donatista, dissociandosi dal movimento con alcune considerazioni. La prima riguardava la natura della Chiesa, che le parabole di Cristo nei vangeli (in particolare, il grano e la zizzania, e la rete che cattura molti pesci nel tredicesimo capitolo di Matteo) rappresentano come composta sia da santi che da peccatori, quindi come un "corpo misto" che non deve essere prematuramente separato. La seconda considerazione riguardava la santità della Chiesa, che per Agostino non è derivata dalla santità dei suoi membri ma piuttosto quella di Cristo. La terza invece, di carattere pratico, nasceva dall'osservazione che i donatisti non avevano uno stile di vita all'altezza dei loro stessi princìpi morali. L'ultima considerazione sosteneva che tra la momentanea caduta dalla fede e lo scisma, il peccato più grave fosse senza dubbio lo scisma. 

I donatisti quindi concepivano la Chiesa come la società dei puri, completamente separata dal "mondo", rifiutando quindi anche quella relazione tra Impero e Chiesa che con Costantino stava cementandosi. Agostino invece, come appena visto, vedeva la Chiesa come un "corpo misto" composto sia da santi che da peccatori. Quest'ultima visione ha riscosso molto successo, ed è probabilmente alla base del concetto teologico di Chiesa invisibile. 

2.LA TEOLOGIA PROTESTANTE

Nel XVI secolo, Martin Lutero iniziò il grande movimento che viene comunemente conosciuto sotto il nome di "riforma protestante". Lutero considerava il credente, in quanto giustificato, dipendente dal potere della parola divina ed estraneo all'autorità ecclesiastica romana. In questa visione diventava presto chiara la distinzione tra la vera Chiesa, composta da tutti i santi rigenerati e per questo invisibile e conosciuta solo da Dio, e la Chiesa mista di giusti ed ingiusti. Tuttavia è Zwingli ad introdurre per primo il termine "Chiesa invisibile", associando ad esso la totalità dei veri credenti di ogni epoca, mentre egli identificava nella Chiesa visibile tutti coloro che si dichiarano apertamente cristiani, senza conoscere la loro effettiva rigenerazione spirituale. 

Nel 1562 il teologo e riformatore svizzero Heinrich Bullinger completò la redazione della seconda confessione elvetica, confessione di fede richiesta da Federico III del Palatinato che voleva motivare il proprio passaggio alla dottrina riformata. Tale confessione fu presto adottata da tutte le chiese riformate della svizzera tedesca. Anch'essa affronta la questione della Chiesa invisibile, affermando:
D’altra parte, tutti coloro che sono annoverati nella Chiesa non per questo sono vivi e veri membri della stessa. Vi sono infatti molti ipocriti che ascoltano la Parola di Dio esteriormente e ricevono pubblicamente i sacramenti e sembrano invocare Dio unicamente attraverso Gesù Cristo e confessare che Gesù Cristo è la sola loro giustizia, così come sembrano servire Dio, esercitare le opere di carità e, per un certo tempo sopportare pazientemente le calamità e le afflizioni, e tuttavia, dentro [interiormente], sono privi della vera illuminazione dello Spirito e della fede e sincerità di cuore e non perseverano fino alla fine; e così, alla fine, essi vengono scoperti e conosciuti per quello che sono. E’ dunque di essi che ha parlato l’Apostolo Giovanni dicendo: “Sono usciti di mezzo a noi, ma non erano dei nostri; perché se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi; ma ciò è avvenuto perché fosse manifesto che non tutti sono dei nostri” (1 Gv. 2:19). Ciononostante, per il tempo in cui fingono di temere e di amare Dio, vengono contati nella Chiesa, benché non siano affatto della Chiesa, esattamente come in una repubblica i traditori vengono contati nel numero dei cittadini prima che il loro tradimento sia scoperto e come il loglio e la paglia è mescolato con il grano, e come gli ascessi e le gobbe si trovino in un corpo sano, benché, in verità, si tratti piuttosto di malattie [tumori] e di deformità del corpo che non di vere membra dello stesso. La Chiesa di Dio viene perciò a ragione paragonata ad una rete che contiene ogni sorta di pesci e ad un campo in cui si trovino erbacce in mezzo al buon grano (Mt. 13:47ss; 13:24ss). Ma in tutto questo dobbiamo fare attenzione a non giudicare a non giudicare prima del tempo, per non correre il rischio di escludere e rigettare o togliere coloro che il Signore non vuole che siano tolti o coloro che non possiamo separare dalla Chiesa senza arrecarle un danno. D’altro canto bisogna vegliare per impedire che, se i fedeli si addormentano, i malvagi si facciano avanti e rechino danno alla Chiesa. [1]
Tra il 1643 e il 1646 invece si riunirono a Westminster teologi e delegati inglesi e scozzesi, incaricati di redigere un credo adatto per entrambi, sotto la convocazione di Carlo I d'Inghilterra, preoccupato per la guerra civile scoppiata per motivi religiosi. Questo scritto è conosciuto come la "confessione di fede di Westminster", e venne adottato in Inghilterra e in Scozia come documento ufficiale normativo della Chiesa. Su questo tema, la confessione dichiara:

Questa chiesa universale è stata a volte più, a volte meno, visibi­le e le chiese particolari, membri di essa, sono più o meno pure a seconda della misura in cui la dottrina dell'Evangelo viene insegnato ed abbracciato, le ordinanze amministrate ed il culto pubblico celebrato con più o meno purezza. [2]

La teologia protestante quindi abbraccia e sviluppa questo pensiero di Agostino, trasportandolo nel XVI secolo ed adattandolo alla nuova situazione religiosa e sociale. La separazione dalla Chiesa cattolica romana offre un grande incentivo per ripensare e consolidare questo concetto teologico acquisito ormai in modo definitivo.  

3.LE SACRE SCRITTURE

Come abbiamo visto precedentemente, la dottrina della Chiesa invisibile affonda le sue radici nella Sacra Scrittura. Sono numerosi i passi biblici che sostengono questo insegnamento, offrendo spesso sfumature differenti e complementari. Diventa opportuno dunque analizzare qualcuno di questi brani, per acquisire una maggiore consapevolezza sul tema. 

Principalmente possiamo riconoscere da una parte le esortazioni apostoliche nelle epistole a porre attenzione ai falsi fratelli/apostoli/profeti/dottori, e dall'altra gli insegnamenti di Gesù nei vangeli in relazione al Regno di Dio (Mt 13, Mc 4, Lc 8) e al giudizio (Mt 7).

Però ci furono anche falsi profeti tra il popolo, come ci saranno anche tra di voi falsi dottori che introdurranno occultamente eresie di perdizione, e, rinnegando il Signore che li ha riscattati, si attireranno addosso una rovina immediata. Molti li seguiranno nella loro dissolutezza; e a causa loro la via della verità sarà diffamata. Nella loro cupidigia vi sfrutteranno con parole false; ma la loro condanna già da tempo è all'opera e la loro rovina non si farà aspettare. 
2 Pietro 2:1-3 

Sono usciti di mezzo a noi, ma non erano dei nostri; perché se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi; ma ciò è avvenuto perché fosse manifesto che non tutti sono dei nostri. 
1 Giovanni 2:19 

Le lettere degli Apostoli sono effettivamente chiare nel fatto che all'interno delle chiese ci siano anche persone che pur sembrando parte spirituale delle stesse in realtà non lo sono affatto, manifestandosi a tempo debito. 
Cristo stesso inoltre mette in guardia dai falsi profeti, esortando a riconoscere la genuinità della fede di ciascuno dai propri frutti:

«Guardatevi dai falsi profeti i quali vengono verso di voi in vesti da pecore, ma dentro sono lupi rapaci. Li riconoscerete dai loro frutti. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così, ogni albero buono fa frutti buoni, ma l'albero cattivo fa frutti cattivi. Un albero buono non può fare frutti cattivi, né un albero cattivo fare frutti buoni. Ogni albero che non fa buon frutto è tagliato e gettato nel fuoco. Li riconoscerete dunque dai loro frutti. «Non chiunque mi dice: Signore, Signore! entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: "Signore, Signore, non abbiamo noi profetizzato in nome tuo e in nome tuo cacciato demòni e fatto in nome tuo molte opere potenti?" Allora dichiarerò loro: "Io non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, malfattori!"  
Matteo 7:15-23 



La liberazione dai demoni e le opere potenti pur essendo eclatanti manifestazioni spirituali non garantiscono in modo certo da parte di chi li compie l'appartenenza a Cristo. In questo brano risulta curiosamente chiaro il fatto che queste espressioni di potenza non sono considerate come i "frutti buoni" appena illustrati dal Signore. I frutti buoni sono altri, e nascono prima di tutto dall'essere conosciuti da Gesù, e dal dimorare in Lui. 

Giovanni 15:6 Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano. 

I veri cristiani sono conosciuti da Cristo e dimorano in Lui. I falsi cristiani non sono conosciuti da Cristo ma sono similmente vicini a Lui, come un tralcio che non porta frutto perché, anche se vicino alla vite, in realtà non ne riceve la linfa. 

Infine vi sono i brani che ispirarono originariamente Agostino, ossia le parabole sul Regno, in particolar modo la parabola del grano e della zizzania e la parabola della rete che cattura molti pesci, che possiamo leggere di seguito:

«Il regno dei cieli è anche simile a una rete che, gettata in mare, ha raccolto ogni genere di pesci; quando è piena, i pescatori la traggono a riva, poi si mettono a sedere e raccolgono il buono in vasi, e buttano via quello che non vale nulla. Così avverrà alla fine dell'età presente. Verranno gli angeli, e separeranno i malvagi dai giusti e li getteranno nella fornace ardente. Lì sarà il pianto e lo stridor dei denti.
Matteo 13:47 

La rete e la separazione dei pesci raccolti non vengono paragonati al mondo o alle nazioni (che potrebbero invece essere il mare), ma al Regno dei cieli. Cristo pertanto sta parlando della chiesa e del giudizio che alla fine dell'età presente separerà i malvagi dai giusti, che fino a quel momento sembravano essere parte dello stesso Regno spirituale. 
Nella parabola della zizzania invece:

«Colui che semina il buon seme è il Figlio dell'uomo; il campo è il mondo; il buon seme sono i figli del regno; le zizzanie sono i figli del maligno; il nemico che le ha seminate, è il diavolo; la mietitura è la fine dell'età presente; i mietitori sono angeli. Come dunque si raccolgono le zizzanie e si bruciano con il fuoco, così avverrà alla fine dell'età presente. Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli che raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono l'iniquità, e li getteranno nella fornace ardente. Lì sarà il pianto e lo stridor dei denti. Allora i giusti risplenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi oda.
Matteo 13:37-43 

Tutti questi inequivocabili elementi conducono a riconoscere nella Chiesa una natura mista, che verrà purificata solamente alla fine dell'età presente, quando il Signore giudicherà ogni cosa secondo un giusto giudizio. Gli stessi elementi quindi, fungono da fondamento per la dottrina della Chiesa invisibile. 

4.CONCLUSIONI

Il concetto teologico della Chiesa invisibile prevede l'esistenza di una Chiesa visibile, nella quale siano presenti tanto gli effettivi eletti di Dio (la Chiesa invisibile), quanto degli impostori che lo sono soltanto apparentemente. 

Questo insegnamento è presente in modo molto chiaro nella Bibbia, ed è stato oggetto di particolare riflessione per Agostino d'Ippona e per i Riformatori che dovettero cercare un riscontro dottrinale per l'esistenza stessa di una Chiesa cattolica corrotta in un modo così grave. Il loro contributo quindi è stato essenziale per lo sviluppo di tale dottrina, che è entrata a pieno titolo nella teologia protestante, grazie anche alla formulazione di precise descrizioni nelle fondamentali confessioni di fede utilizzate soprattutto in Inghilterra, Scozia e Svizzera tedesca. 

Alcuni teologi moderni hanno esteso questo concetto secondo la teoria del "cristianesimo anonimo", portandola anche oltre i limiti fino ad ora condivisi della religione cristiana. 

Personalmente ritengo che la dottrina della Chiesa invisibile sia correttamente applicabile all'intera Chiesa cristiana, comprensiva di ogni sua denominazione. Penso infatti che in ogni comunità locale e in ogni denominazione cristiana vi siano veri credenti e falsi credenti. Questo non deve scoraggiare ma al contrario esortare all'esercizio della misericordia verso tutti, al discernimento, alla difesa della sana dottrina ed alla fiducia nella giustizia di Dio. 

Note:

Bibliografia:
Giancarlo Rinaldi, Cristianesimi nell'antichità, Ed. GBU.
Alister E. McGrath, Teologia cristiana, Ed. Claudiana. 
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