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domenica 24 ottobre 2021

Il battesimo di Gesù



INTRODUZIONE

Il Vangelo secondo Marco inizia dichiarando sin da subito il proprio intento: testimoniare la buona notizia di Gesù che è il Cristo e il Figlio di Dio. Sappiamo che la sua suddivisione letteraria passa proprio da questi due titoli, riconosciuti in due cruciali professioni di fede che troviamo in 8:27-30 e 15:39.

La scena iniziale si apre con Giovanni il battezzatore, che anticipa l’arrivo di qualcuno di maggiore a lui che avrebbe battezzato con lo Spirito Santo. Proprio Giovanni battezza Gesù, proveniente da Nazaret di Galilea, nel fiume Giordano. Questo battesimo è il primo vero avvenimento di questo vangelo e, come ogni inizio che si rispetti, non può non avere in sé numerosi significati che andremo a ricercare in questo approfondimento. 

“E FU BATTEZZATO”: IL RACCONTO DEL BATTESIMO DI GESÙ SECONDO L’EVANGELISTA MARCO

In quei giorni Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato da Giovanni nel Giordano. A un tratto, come egli usciva dall'acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito scendere su di lui come una colomba. Una voce venne dai cieli: «Tu sei il mio diletto Figlio; in te mi sono compiaciuto».
Vangelo secondo Marco 1:9-11

Nonostante la sua grande importanza, possiamo rilevare che questo racconto è incredibilmente sintetico nel nostro Vangelo che, ricordiamo, secondo gli studiosi è il più antico tra i canonici. Confrontandolo con gli altri sinottici possiamo vedere infatti come gli evangelisti successivi aggiunsero altri dettagli all’episodio per elaborare quello che qui è solo accennato. Notiamo a titolo di esempio come Luca aggiunge che lo Spirito scese su Gesù “in forma corporea” come una colomba (3:22) mentre Matteo inserisce un dialogo tra Gesù e Giovanni con il riserbo di quest’ultimo a battezzarlo considerandosi inferiore a lui (3:14-15). In effetti se Giovanni predicava un battesimo di ravvedimento dai peccati, e Gesù fu addirittura concepito senza peccato, come mai volle farsi battezzare dal Battista? Questa è una domanda spinosa alla quale i primi cristiani dovettero trovare una risposta teologica. 

Nonostante la sua brevità, nel testo marciano ci sono degli indizi su diversi temi di teologia biblica che dall’Antico Testamento approdano qui per trovare uno sviluppo che potrà sbocciare appieno con la completezza degli altri scritti neotestamentari. L'introduzione di Marco nei versetti immediatamente precedenti ai nostri introduce la cornice dell'ambientazione che viene presentata come un nuovo esodo e la funzione di Giovanni come nuovo Elia che chiama Israele al pentimento. Dopodiché la narrazione si sposta, e incontriamo il nostro episodio che ha Gesù come protagonista. 

Il battesimo presentato da Giovanni ha conosciuto diverse interpretazioni in quanto pratica innovativa per questo tempo e ben diversa dalle comuni abluzioni e lavaggi rituali che, contrariamente al battesimo, venivano praticate frequentemente. Questo battesimo potrebbe alludere al battesimo dei proseliti ma non vi è certezza che un tale significato fosse conosciuto in epoca così antica. Più probabilmente si tratta di una ripresa dell’attraversamento del mare durante l’esodo, in accordo alla seguente tradizione profetica biblica: 

Allora il suo popolo si ricordò dei giorni antichi di Mosè:
Dov'è colui che li fece uscire dal mare
con il pastore del suo gregge?
Dov'è colui che mise in mezzo a loro lo Spirito suo santo,
che fece andare il suo braccio glorioso alla destra di Mosè,
che divise le acque davanti a loro,
per acquistarsi una rinomanza eterna,
che li condusse attraverso gli abissi,
come un cavallo nel deserto,
senza che inciampassero?
Come il bestiame che scende nella valle,
lo Spirito del SIGNORE li condusse al riposo.
Così tu guidasti il tuo popolo,
per acquistarti una rinomanza gloriosa.
Guarda dal cielo, e osserva,
dalla tua abitazione santa e gloriosa.
Dove sono il tuo zelo, i tuoi atti potenti?
Il fremito delle tue viscere e le tue compassioni
non si fanno più sentire verso di me.
Tuttavia, tu sei nostro padre;
poiché Abraamo non sa chi siamo
e Israele non ci riconosce.
Tu, SIGNORE, sei nostro padre,
il tuo nome, in ogni tempo, è Redentore nostro.
SIGNORE, perché ci fai peregrinare lontano dalle tue vie
e rendi duro il nostro cuore perché non ti tema?
Ritorna, per amor dei tuoi servi,
delle tribù della tua eredità!
Per poco tempo il tuo popolo santo ha posseduto il paese;
i nostri nemici hanno calpestato il tuo santuario.
Noi siamo diventati come quelli che tu non hai mai governati,
come quelli che non portano il tuo nome!
Oh, squarciassi tu i cieli, e scendessi!
Davanti a te sarebbero scossi i monti.
Isaia 63:11-64:1

Questo testo descrive alla perfezione il sentimento religioso che doveva esserci nell’ambiente che stiamo considerando, promosso da Giovanni. In entrambi i casi considerati è da rilevare che il presupposto comune, compreso quello appena indicato, assume l’apostasia di Israele e la necessità del suo pentimento. La carica sacerdotale da tempo non osservava più le dinastie indicate dalla Torah, le nazioni pagane da secoli occupavano i territori di Israele e molti giudei sentivano il bisogno di un ritorno alla fede genuina dei loro padri e di un nuovo intervento diretto di YHWH. 

Gesù dunque si fa battezzare da Giovanni nel fiume Giordano, lo stesso fiume che il popolo di Israele attraversò per conquistare con Giosuè la terra promessa, ricapitolando così la storia di Israele e identificandosi egli stesso con l’Israele fedele a Dio. L’immersione e l’emersione riecheggiano tanto l’attraversamento del Mar Rosso durante l’esodo quanto l’attraversamento del fiume Gerico, come appena accennato. 

Durante l’emersione però il nostro testo riporta che Gesù “vide aprirsi i cieli”, espressione utilizzata nei testi apocalittici per descrivere un evento escatologico divino. Possiamo trovare dei paralleli nei seguenti testi: 

Il trentesimo anno, il quinto giorno del quarto mese, mentre mi trovavo presso il fiume Chebar, fra i deportati, i cieli si aprirono, e io ebbi delle visioni divine.
Ezechiele 1:1

Allora si aprì il tempio di Dio che è in cielo e apparve nel tempio l'arca dell'alleanza. Vi furono lampi e voci e tuoni e un terremoto e una forte grandinata.
Apocalisse 11:19

I cieli aperti introducono l’azione divina che nel nostro contesto consiste di due elementi: la discesa dello Spirito come una colomba e la voce di Dio. 

La discesa dello Spirito ricorre nell’Antico Testamento tanto a riguardo del “germoglio che spunterà dal tronco di Iesse”, ossia il messia (Is. 11:1-2) quanto al Servo di YHWH con il compito di portare la rivelazione alle nazioni (Is. 42:1). La colomba invece appare nel racconto del diluvio, che nella tradizione cristiana assume significati battesimali (1 Pt. 3:20-21). Nel Cantico dei cantici viene presentata come simbolo della fidanzata (Ct. 2:14), mentre ancora in Isaia, oltre che in Osea, rappresenta il ritorno in patria di Israele dopo l’esilio:

Chi mai sono costoro che volano come una nuvola,
come colombi verso le loro colombaie?

Isaia 60:8

Accorreranno in fretta dall'Egitto come uccelli
e dal paese d'Assiria come colombe;
io li farò abitare nelle loro case», dice il SIGNORE.

Osea 11:11

Il tema biblico dell’uscita dall’Egitto e del rientro dall’esilio si intrecciano più volte, quindi, nel nostro racconto battesimale. Si intrecciano con il simbolo dell’acqua ma anche con lo Spirito e con la colomba. Tutte queste immagini si vanno a fondere con l’identità di Gesù e la missione che sta per intraprendere. 

A questo punto, però, come ulteriore elemento arriva la voce di Dio, che dice: «Tu sei il mio diletto Figlio; in te mi sono compiaciuto». Questa frase è una combinazione di espressioni bibliche riprese dal racconto del sacrificio di Isacco e dalla letteratura profetica. Di seguito i testi più significativi:

E Dio disse: «Prendi ora tuo figlio, il tuo unico, colui che ami, Isacco, e va' nel paese di Moria, e offrilo là in olocausto sopra uno dei monti che ti dirò».
[...]
E l'angelo: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli male! Ora so che tu temi Dio, poiché non mi hai rifiutato tuo figlio, l'unico tuo».
[...]
«Io giuro per me stesso, dice il SIGNORE, che, siccome tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, l'unico tuo
Genesi 22:2-12-16 

Trasformerò le vostre feste in lutto
e tutti i vostri canti in lamento;
coprirò di sacchi tutti i fianchi
e ogni testa sarà rasa.
Il paese piomberà nel lutto come quando muore un figlio unico,
la sua fine sarà come un giorno d'amarezza.

Amos 8:10

«Spanderò sulla casa di Davide e sugli abitanti di Gerusalemme
lo Spirito di grazia e di supplicazione;
essi guarderanno a me, a colui che essi hanno trafitto,
e ne faranno cordoglio come si fa cordoglio per un figlio unico,
e lo piangeranno amaramente come si piange amaramente un primogenito.

Zaccaria 12:10

Io annuncerò il decreto:
Il SIGNORE mi ha detto: «Tu sei mio figlio,
oggi io t'ho generato.

Salmo 2:7

Isacco diventa il “tipo” di cui Gesù è l’“anti-tipo”: il figlio amato che viene richiesto in sacrificio. Ma Gesù è ancor di più di questo, e nelle parole che si sentono provenire dall’alto ci sono allusioni anche al lutto nazionale per la morte di una persona amata dal popolo oltre che all’intronizzazione di un nuovo re di Israele. 

Questa semplice frase che viene dai cieli appare dunque, una volta comparata con l’Antico Testamento, come il programma di Dio per la persona che si sta facendo battezzare da Giovanni: come la missione e il destino di Gesù.

Lui, come Isacco, verrà chiamato da Dio al sacrificio supremo. Lui, causerà lutto per il popolo di Israele. Sempre lui, riceverà una dichiarazione di figliolanza divina, un'eredità composta da nazioni e dalla totalità delle terre con l’intronizzazione celeste preparata in seguito alla sua morte e manifestata con potenza attraverso la risurrezione.

Ecco quindi come un battesimo svolto per mostrare pentimento, acquisisce numerosi e profondi significati diversi in questo caso particolare. Gesù si fa battezzare da Giovanni, sì, ma non per pentirsi dai propri peccati quanto per ricapitolare in sé la storia di Israele, promuovere l’intervento di Dio in una fase cruciale della storia attraverso un progetto che lo vede protagonista. Questi sono i significati del battesimo di Gesù, che le prime comunità cristiane compresero solo dopo qualche tempo. Questo è l’inizio, che fin dal primo momento dichiara la fine. 

CONSIDERAZIONI FINALI

Il battesimo di Gesù, all’inizio del Vangelo secondo Marco, dà il via al suo ministero terreno e a tutti gli insegnamenti e i miracoli che che arriveranno. Questo battesimo non riguarda una necessità di pentimento da parte di Gesù, in quanto egli è senza peccato, ma una ricapitolazione della storia di Israele e una immedesimazione con l’Israele fedele. Di fronte a questo gesto simbolico e profetico i cieli si aprono e appaiono due manifestazioni divine: la discesa dello Spirito Santo che conferma questo ruolo e la voce di Dio Padre. Egli attesta che Gesù è il suo amato Figlio, nel quale si è compiaciuto. Figlio amato come lo fu Isacco, chiamato al sacrificio come Isacco. Figlio unico la cui morte avrebbe causato un grande lutto in Israele, ma anche Figlio erede della terra e di ogni potenza. Questa parabola di sofferenza, morte e gloria seppur paradossale è la sintesi del vangelo di Dio: la buona notizia per tutti coloro che accolgono la salvezza di Cristo Gesù.

domenica 29 agosto 2021

Il ricco incontra Gesù


INTRODUZIONE

Come già condiviso ampiamente negli studi precedenti, la struttura letteraria del Vangelo secondo Marco è composta da due parti distinte. La seconda parte, che inizia al c. 8 v. 21, comincia con il riconoscimento di Gesù come “il Cristo” da parte di Pietro. Questo riconoscimento però era suscettibile di fraintendimenti ed è per questo che Gesù è dovuto intervenire per chiarire che la sua identità messianica si sovrapponeva in modo inaspettato per i suoi interlocutori con quella del Servo sofferente e non con quella del re vittorioso. Da questo momento in avanti, infatti, la direzione del suo percorso sarebbe stata verso il Golgota e la Croce anche se persino i suoi discepoli non lo capivano e non lo volevano ancora accettare. In questo contesto incontriamo il brano che vorrei esporre con il presente articolo.

1. LA LETTURA

Gesù e il ricco

Mentre Gesù usciva per la via, un tale accorse e, inginocchiatosi davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?» Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio. Tu sai i comandamenti: "Non uccidere; non commettere adulterio; non rubare; non dire falsa testimonianza; non frodare nessuno; onora tuo padre e tua madre"». Ed egli rispose: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia gioventù». Gesù, guardatolo, l'amò e gli disse: «Una cosa ti manca! Va', vendi tutto ciò che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». Ma egli, rattristato da quella parola, se ne andò dolente, perché aveva molti beni.

Gesù e i discepoli

Gesù, guardatosi attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno delle ricchezze entreranno nel regno di Dio!» I discepoli si stupirono di queste sue parole. E Gesù replicò loro: «Figlioli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio». Ed essi sempre più stupiti dicevano tra di loro: «Chi dunque può essere salvato?» Gesù fissò lo sguardo su di loro e disse: «Agli uomini è impossibile, ma non a Dio; perché ogni cosa è possibile a Dio».

Gesù e Pietro

Pietro gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato ogni cosa e ti abbiamo seguito». Gesù rispose: «In verità vi dico che non vi è nessuno che abbia lasciato casa, o fratelli, o sorelle, o madre, o padre, o figli, o campi, per amor mio e per amor del vangelo, il quale ora, in questo tempo, non ne riceva cento volte tanto: case, fratelli, sorelle, madri, figli, campi, insieme a persecuzioni e, nel secolo a venire, la vita eterna. Ma molti primi saranno ultimi e molti ultimi primi».

Marco 10:17-31

2. IL COMMENTO

Come ho suggerito nella suddivisione del brano, questo dialogo si divide in tre parti: la prima tra Gesù e il ricco, la seconda con i suoi discepoli e la terza con Pietro. 

La prima cosa da notare è proprio la sua posizione letteraria, in una fase della narrazione che ormai è diretta a Gerusalemme verso l’epilogo che conosciamo tutti. Questo cammino non ha soltanto una rilevanza letteraria ma anche teologica e spirituale. Si incastona in un momento che definisce con grandissima chiarezza il costo della sequela di Gesù, una salvezza che, per usare le parole del teologo Bonhoeffer, è contemporaneamente gratuita ma anche a caro prezzo. 

Questo racconto si apre con Gesù che esce per la via, come abbiamo visto la via per Gerusalemme. Accorre a lui una persona che teneva Gesù in altissima considerazione. Lo possiamo capire dai seguenti indizi: 

  • Si inginocchia davanti a lui
  • Lo chiama Maestro
  • Lo chiama buono

Da questi elementi risulta evidente quanto questo “giovane” (Mt. 19:22) e “notabile” (Lc. 18:18) riconosca in Gesù una grande autorevolezza. Accostandosi a lui chiede cosa deve fare per ereditare la vita eterna. Al di là delle tante “opere buone” questa domanda riguarda piuttosto l’opera specifica senza la quale si è automaticamente esclusi dalla possibilità di accedere alla vita eterna. Di fronte a questo esordio, e avendo in mente i brani precedenti di questo Vangelo, viene naturale pensare alla risposta di Gesù con un elogio, l’accoglienza nella cerchia dei propri discepoli e la rassicurazione di entrare nella vita eterna. Ma, inaspettatamente, Gesù risponde in modo diametralmente opposto. 

Egli rimprovera il giovane di averlo chiamato “buono”, appellandosi alla tradizione biblica secondo la quale “Dio è buono!”, e solo lui è fonte ultima di ogni bontà. Poi, per valutare il livello religioso del suo interlocutore, chiede - in forma negativa - se segue le Dieci Parole, ossia il Decalogo nelle specifiche relative al rapporto con il prossimo. La risposta è affermativa: questa persona sin dalla sua gioventù ha sempre osservato la Torah. Gesù a questo punto al posto di compiacerlo lo ama sinceramente e chiede l’unica cosa che gli manca: vendere tutte le sue ricchezze per darle ai poveri prima di seguirlo. Questa risposta stupisce e rattrista tanto il giovane quanto i discepoli attorno a lui. Lo stupore è condizionato prima di tutto dal fatto che nella mentalità dell’epoca la ricchezza era un riflesso della benedizione di Dio. Solo i profeti avevano osato mettere in discussione questo assioma per denunciare le ingiustizie dei ricchi a scapito dei poveri e, probabilmente, a questa tradizione Gesù decide di associarsi. Oltre a questo, neanche i discepoli avevano venduto le loro proprietà e per questo stavano iniziando a preoccuparsi.

Il secondo dialogo riguarda per questo proprio i discepoli. 
E, anche in questo caso, Gesù anziché essere accondiscendente rimarca il concetto della difficoltà per i ricchi di entrare nel regno dei cieli. Utilizza l’immagine dell’animale più grande conosciuto nel suo contesto affiancandolo all’apertura più piccola: come un cammello non può entrare nella cruna di un ago, così un ricco (non) può entrare nel regno dei cieli. I discepoli giungono alla conclusione che in pochissimi potranno allora essere salvati, se non addirittura nessuno. Ma Gesù chiude questa conversazione indicando alla potenza di Dio, una potenza che tuttavia può solo convincere a queste privazioni oppure trasformare il cuore in modo che non abbia più alcun attaccamento terreno. 

In seguito a questa laconica speranza, Pietro diviene portavoce dei Dodici e afferma che in realtà loro hanno lasciato ogni cosa per seguirlo. Hanno lasciato il loro lavoro, la loro casa. E Gesù risponde che non vi è nessuno che abbia lasciato casa, o fratelli, o sorelle, o madre, o padre, o figli, o campi, per amor mio e per amor del vangelo, il quale ora, in questo tempo, non ne riceva cento volte tanto: case, fratelli, sorelle, madri, figli, campi, insieme a persecuzioni e, nel secolo a venire, la vita eterna.

Questo è il momento della rinuncia assoluta e i requisiti della sequela diventano più che mai radicali, ma a queste rinunce corrispondono la sovrabbondante provvidenza divina: cento volte superiore alle rinunce su questa terra e, nel tempo futuro, la vita eterna. 

3. L'ATTUALIZZAZIONE

Questo brano presenta indubbiamente delle difficoltà. Preso a sé stante, secondo questo episodio e queste parole di Gesù ogni persona che non vende i suoi averi e decide di seguirlo come discepolo itinerante non ha parte nel regno di Dio e non otterrà a vita eterna. Vengono quindi esclusi la maggior parte dei cristiani di ogni epoca e luogo. Leggendo il Vangelo secondo Marco nella sua interezza e tutto il Nuovo Testamento sappiamo però che non è così, e per questo ci viene richiesto lo sforzo di comprendere e armonizzare questi aspetti apparentemente contraddittori.

Sappiamo che i discepoli nel gruppo dei Dodici hanno abbandonato tutto per seguire Gesù nel suo ministero terreno, e probabilmente anche altri seguaci hanno imitato - come dice Pietro - questo comportamento. Gesù assicura un premio presente e futuro per queste rinunce. 

Le condizioni e il messaggio del gruppo pre Pasquale però non sono rimasti immutati, sono invece stati trasformati dall’evento della morte e risurrezione di Cristo. Come visto sin dalla “introduzione”, questo episodio si inserisce nella tensione di un cammino diretto alla Croce, in un’atmosfera sempre più drammatica. Il gruppo di discepoli però non si è fermato alla Croce ma in seguito alla Risurrezione si è trasformato in una comunità di discepoli e, in seguito, in un grande numero di comunità sparse ovunque nel mondo. Dobbiamo quindi comprendere una progressione e un cambiamento nell’approccio al discepolato. Questo processo, o perlomeno l’esistenza di diverse prospettive, ci appare evidente anche confrontando i vari Vangeli: laddove per Luca sono beati i poveri tout court (6:20), in Matteo lo sono i poveri in spirito (5:30): le parole di Gesù sono state attualizzate per la comunità.

Questa relativizzazione è obbligatoria proprio per attualizzare e armonizzare il messaggio evangelico ma non dobbiamo comunque neanche radicalizzarla: ci sono dei principi infatti che possiamo considerare ancora validi e degli aspetti di questo episodio che ci devono ancora oggi interpellare. Se infatti difficilmente possiamo diventare tutti dei predicatori itineranti senza fissa dimora, tutti i cristiani sono certamente chiamati comunque a rispondere all’appello a una sequela personale e completa. La salvezza è gratuita ma costa la nostra intera vita: l’incontro con Cristo non ci può lasciare come ci ha trovati ma - per essere un incontro genuino - deve essere un incontro trasformante. Ecco quindi che la trasformazione deve poter toccare i nostri pensieri, le nostre azioni quotidiane, le nostre priorità...in altre parole la gestione della nostra intera vita. Gesù ci invita ad affidare a lui la nostra vita e non alla nostra forza, alle nostre finanze, alla nostra intelligenza. Questo è un punto fermo, un principio del regno di Dio: Dio e Cristo sono al centro. L’esortazione di questo brano quindi, per noi oggi, quale può essere? Proprio questa: lasciare ogni peso e ogni presunta sicurezza per abbracciare Cristo. Lasciamo che si prenda cura lui di noi. Se non lo abbiamo mai fatto o se lo abbiamo fatto in passato ma siamo tornati in un secondo momento sui nostri passi...oggi è il momento opportuno. Torniamo a Gesù, torniamo a seguire le sue impronte, e la sua benedizione quotidiana non tarderà ad abbondare. 

CONCLUSIONE

Il brano del “giovane ricco” è per certi versi enigmatico: Gesù si comporta in modo apparentemente duro e ingiusto nei confronti di una persona che lo ammirava e seguiva. 

Nel contesto letterario e teologico del Vangelo secondo Marco possiamo rilevare una prima chiave di lettura: l’elevatissimo prezzo di questo discepolato è da correlare con l’imminente prezzo assoluto del sacrificio di Cristo.

Ogni cristiano, però, può prendere spunto da questo episodio per riflettere sulla serietà della proprio vita di fede: il proprio incontro con Cristo ha trasformato ogni aspetto della nostra vita? La nostra sicurezza è nelle finanze, nel lavoro, nella forza o nella provvidenza di Dio? Gesù esorta a non essere attaccati alla casa, o fratelli, o sorelle, o madre, o padre, o figli, o campi (lavoro) ma in Dio. Lui ricompenserà questa adesione cento volte tanto in questo tempo (pur essendoci anche persecuzioni) e, in quello a venire, la vita eterna. 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

  • Rafael Aguirre Monasterio, Antonio Rodriguez Carmona, Vangeli Sinottici e Atti degli Apostoli, Paideia Editrice, Brescia, 1995.
  • Santi Grasso - nuova versione, introduzione e commento, Vangelo di Marco, Figlie di San Paolo, Milano, 2003.

domenica 27 giugno 2021

L'insegnamento di Gesù sul divorzio nel vangelo secondo Marco

INTRODUZIONE

Al centro di qualsiasi società umana, in qualsiasi cultura, ci sono sempre state delle tappe sociali universali: nascite, passaggi verso l'età adulta, matrimoni. Il contesto ebraico del I secolo non era senz'altro esente da questi appuntamenti che venivano vissuti secondo le prescrizioni della Torah e secondo le sue interpretazioni per i vari gruppi religiosi dell'epoca. 

In questo quadro complessivo le controversie che Gesù affronta con i farisei, così come raccontate nei Vangeli,  non sono da considerarsi come casuali ma rispecchiano in modo preciso le discussioni che questo gruppo giudaico promuoveva nel I secolo per interpretare e attualizzare al loro meglio il testo biblico. Le conversazioni tra i migliori maestri sarebbero in seguito confluite nei  nel Talmud. 

Tra le varie questioni prese in causa dai rabbini, e sottoposte a Gesù, troviamo anche quella del matrimonio e del divorzio. 

1. LA TORAH

Il punto di partenza del nostro percorso non può che essere il Pentateuco, ossia i primi cinque libri biblici normativi per ebrei e cristiani dove troviamo appunto le prescrizioni relative ad ogni aspetto della vita quotidiana secondo la volontà di Dio. 

Nel libro del Deuteronomio leggiamo che Mosè affronta il tema del matrimonio e del divorzio con le seguenti parole:

Quando un uomo sposa una donna che poi non vuole più, perché ha scoperto qualcosa di indecente a suo riguardo, le scriva un atto di ripudio, glielo metta in mano e la mandi via.

Deuteronomio 24:1 

Come possiamo notare a una semplice lettura, il divorzio viene previsto e consentito a condizione che il marito scopra qualcosa di indecente a riguardo della moglie. L'allusione a qualcosa di indecente, così come troviamo nella traduzione italiana, è probabile che guardi un'infedeltà, anche se in effetti non viene detto in modo esplicito. Esaminando il testo ebraico originale, troviamo che questo termine è reso con עֶרְוָה ʻervâh i cui significati letterari sono nudità, vergogna, indecenza. La stessa parola ricorre anche nel capitolo precedente, in relazione alla condizione della comunità:

Infatti il SIGNORE, il tuo Dio, cammina in mezzo al tuo accampamento per proteggerti e per sconfiggere i tuoi nemici davanti a te; perciò il tuo accampamento dovrà essere santo, affinché egli non veda in mezzo a te nulla d'indecente e non si ritiri da te.

Deuteronomio 23:14 

Appare chiaro dunque che questo concetto viene presentato nel libro biblico come opposto a quello di santo. Questo indizio può confermare la definizione delle condizioni nelle quali è legittimo divorziare, ossia a causa di infedeltà, condotta impura, anche se i contorni e il contesto appaiono ancora confusi e lasciati al giudizio dei singoli casi. 

A partire da questo versetto, dunque, verso quali direzione andavano le interpretazioni dei farisei del I secolo d.C?

2. IL TALMUD

Nella Mishnà Ghittin 9,10 - redatta alcuni secoli dopo mettendo per iscritto tradizioni orali dell'epoca che stiamo considerando - leggiamo che la scuola del maestro Shammai (50 a.C. - 30 d.C.) insegnava che "il marito non deve ripudiare la moglie fuorché nel caso in cui egli constati in lei un contegno immorale, conforme al testo che dice: “avendo egli trovato in lei qualche cosa di sconcio". 

Questa esposizione appare rispettosa del testo biblico ma tra le scuole di pensiero teologico dell'epoca era addirittura la più morbida. 

La scuola di Hillel (60 a.C. - 7 d.C.) infatti, contraddistinta da un approccio più rigido, affermava: "[Egli può divorziare da lei] anche se essa ha recato offesa comunque (letteralmente: abbia rovinato una pietanza), come è scritto, “avendo egli trovato in lei qualche cosa di sconcio in qualsiasi cosa”.

Quest'ultima interpretazione ci appare più libera, prendendosi delle libertà che non sono strettamente legate al testo di partenza ma che erano comunque tenute in alta considerazione al tempo di Gesù e praticate dalle persone che ritenevano affidabile l'insegnamento del rabbi Hillel. Troviamo traccia di questa variante anche in Mt. 19:3.

Nella controversia già avviata, dunque, ad un certo punto del ministero pubblico di Gesù alcuni farisei chiesero il suo punto di vista sulla questione. 

3. GESU'

Poi Gesù partì di là e se ne andò nei territori della Giudea e oltre il Giordano. Di nuovo si radunarono presso di lui delle folle; e di nuovo egli insegnava loro come era solito fare. 

Dei farisei si avvicinarono a lui per metterlo alla prova, dicendo: «È lecito a un marito mandare via la moglie?» 

Egli rispose loro: «Che cosa vi ha comandato Mosè?» Essi dissero: «Mosè permise di scrivere un atto di ripudio e di mandarla via». Gesù disse loro: «È per la durezza del vostro cuore che Mosè scrisse per voi quella norma; ma al principio della creazione Dio li creò maschio e femmina. Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una sola carne. Così non sono più due, ma una sola carne. L'uomo, dunque, non separi quel che Dio ha unito». In casa i discepoli lo interrogarono di nuovo sullo stesso argomento.  Egli disse loro: «Chiunque manda via sua moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio verso di lei;  e se la moglie ripudia suo marito e ne sposa un altro, commette adulterio».
Marco 10:1-12 

La domanda riportata da Marco, con l'intento di mettere alla prova Gesù e confutare la sua implicita messianicità, viene riportata in questo modo: «È lecito a un marito mandare via la moglie?». Il resoconto di Matteo aggiunge «per un qualsiasi motivo», confermando i termini della diatriba che abbiamo già delineato. La liceità del divorzio in realtà non è messa in discussione, quanto piuttosto la sua condizione: per motivi di sconvenienza sessuale o anche di altro tipo?

Gesù sceglie di non rispondere aderendo a una delle due soluzioni e chiede ai suoi interlocutori cosa ha comandato Mosè, ricevendo la risposta che tutti già conoscevano. 

La sua controrisposta viene articolata in due momenti. Nel primo egli si rifà al motivo per cui Mosè ha dato queste istruzioni: per la durezza dei loro cuori. La parola greca utilizzata qui nel testo originale è sklērokardia, e indica l'atteggiamento di colui che, venendo meno alla fede in Dio, si oppone al compimento della sua volontà. La concessione del divorzio viene considerata, quindi, come una concessione che non apparteneva alla volontà originaria di Dio ma che è stata data come compromesso in un secondo momento visto che il popolo non era in grado di seguire il volere divino. Gesù si appella a un principio anteriore alla Legge, il principio della volontà originaria di Dio. Nel secondo momento troviamo invece la citazione dei due seguenti passi biblici: 

1) Dio li creò maschio e femmina (Gn. 1:27)

Dio creò l'uomo a suo immagine maschio e femmina. Con questa citazione Gesù fa rilevare come l'unione sponsale sia in maniera costitutiva inscritta nella struttura umana, perché è il ricongiungimento delle due persone, che formano l'unico Adamo. 

2) Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una sola carne.  (Gn. 2:24)

Con questa seconda citazione Gesù richiama il valore prioritario della relazione di coppia, fondata sull'avvenuta unità della carne, in confronto a tutti gli altri rapporti familiari. 

Dopo tutto questo arriva la vera risposta ai farisei: "L'uomo, dunque, non separi quel che Dio ha unito".

CONSIDERAZIONI FINALI

Da un punto di vista legale i farisei avevano ragione: «Mosè permise di scrivere un atto di ripudio e di mandarla [la moglie] via». La Torah permette il divorzio, anche nella possibilità più limitata dell'immoralità sessuale. 

Gesù tuttavia non si attiene alla prescrizione della Legge ma presenta il principio precedente della Creazione: l'uomo è stato creato come uomo e donna e questa è la sua realtà esistenziale, che non può cambiare. L'uomo e la donna diventano una sola carne in un'unione voluta da Dio che l'uomo è chiamato a non dividere. La possibilità del divorzio è stata data come concessione in un secondo momento, per venire incontro alla debolezza umana nel seguire la volontà di Dio. 

Questa stessa linea è stata mantenuta dall'apostolo Paolo, come leggiamo in 1 Corinzi 7, difendendo prima di tutto l'unità del matrimonio. Paolo tuttavia, consapevole dei problemi all'interno delle comunità cristiane, estenderà questa riflessione verso un'attenzione particolare alle coppie composte da credenti e non credenti, riammettendo la possibilità di separazione nel caso in cui il partner non credente desideri farlo. 

Il tema è senz'altro complesso e bisogna adottare buon senso e attenzione alla salute e alla dignità dei singoli, essendo consapevoli comunque della volontà originaria di Dio. 

domenica 14 marzo 2021

La trasfigurazione di Gesù

INTRODUZIONE

Dopo aver commentato l'inizio del Vangelo secondo Marco, il seguente episodio della camminata sul mare di Gesù, la diatriba sulla purità, la sua proto-missione ai gentili e il dialogo con i discepoli sulla sua identità - che rappresenta lo snodo tra la prima e la seconda parte letteraria di questo vangelo - vorrei adesso soffermare l'attenzione sul più importante avvenimento che troviamo nel brano immediatamente successivo a quest'ultimo: la trasfigurazione di Gesù.

SEI GIORNI DOPO 


Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo, Giovanni e li condusse soli, in disparte, sopra un alto monte. E fu trasfigurato in loro presenza; le sue vesti divennero sfolgoranti, candidissime, di un tal candore che nessun lavandaio sulla terra può dare. E apparve loro Elia con Mosè, i quali stavano conversando con Gesù. Pietro, rivoltosi a Gesù, disse: «Rabbì, è bello stare qua; facciamo tre tende: una per te, una per Mosè e una per Elia». Infatti non sapeva che cosa dire, perché erano stati presi da spavento. Poi venne una nuvola che li coprì con la sua ombra; e dalla nuvola una voce: «Questo è il mio diletto Figlio; ascoltatelo». E a un tratto, guardatisi attorno, non videro più nessuno con loro, se non Gesù solo.

Poi, mentre scendevano dal monte, egli ordinò loro di non raccontare a nessuno le cose che avevano viste, se non quando il Figlio dell'uomo fosse risuscitato dai morti. Essi tennero per sé la cosa, domandandosi tra di loro che significasse quel risuscitare dai morti.

Poi gli chiesero: «Perché gli scribi dicono che prima deve venire Elia?» Egli disse loro: «Elia deve venire prima e ristabilire ogni cosa; e come mai sta scritto del Figlio dell'uomo che egli deve patire molte cose ed esser disprezzato? Ma io vi dico che Elia è già venuto e, come è scritto di lui, gli hanno anche fatto quello che hanno voluto».

Vangelo secondo Marco 9,2-13  

Questo episodio avviene "sei giorni dopo", ovvero sei giorni dopo il riconoscimento di Pietro del Cristo e il primo annuncio della Passione. Come già notato nell'approfondimento dedicato, questo riconoscimento poteva generare una certa incomprensione dovuta dal fatto che le attese messianiche del giudaismo di quel tempo si discostavano da quella che sarebbe stata la missione di Gesù, che per lo stesso motivo egli stesso ribadì in quella circostanza annunciando per la prima volta la sofferenza e la croce alla quale stava andando incontro. Questo avvenimento è il principale cardine letterario e teologico del Vangelo di Marco, che termina così la sua prima parte dedicata alla dimostrazione che Gesù è il Cristo (ma non nel senso comune nel termine in quell'epoca) e apre la sua seconda parte dedicata alla dimostrazione che Gesù è anche il Figlio di Dio. Ecco, dopo sei giorni da quel giorno Gesù porta i suoi tre discepoli più intimi su un alto monte, luogo che per eccellenza identifica la manifestazione e rivelazione divina nell'Antico Testamento. 

Nel luogo della teofania, dunque, Gesù fu "trasfigurato". Il termine originale utilizzato, metamorphoomai, significa "mutare in un'altra figura, trasformare, trasfigurare" mentre l'utilizzo di questo verbo al passivo potrebbe alludere all'azione di Dio. Dio dunque cambiò la figura, l'aspetto di Gesù: le sue vesti divennero sfolgoranti come quelle degli esseri sovrumani descritti nei testi apocalittici (Dan. 7, 9). E apparvero loro Elia e Mosè. I due protagonisti dell'Antico Testamento rappresentano il profetismo e la custodia della Legge divina. Leggiamo di una conversazione avvenuta tra Elia, Mosè e Gesù anche se purtroppo non troviamo alcun accenno al suo contenuto. 

Invece, troviamo le parole di Pietro che interrompe il dialogo per suggerire di montare tre tende sul monte. Il testo indica che queste parole scaturivano dal suo spavento. Ma spavento di cosa? Di questa apparizione? Con maggiore probabilità Pietro era ancòra spaventato dall'annuncio della sofferenza e della croce. Egli voleva dimorare e far dimorare Gesù nella glorificazione senza passare dalla sofferenza e dalla morte. Ma, prima di qualsiasi altra reazione, una nuvola - simbolo della gloria e del mistero divini - li adombra e da questa nuvola sentono una voce che dice: «Questo è il mio diletto Figlio; ascoltatelo». Dio stesso interviene con la sua voce per riconoscere Gesù come suo Figlio, confermando la sua identità di Servo sofferente prima (cronologicamente) di quella di re glorificato. L'anticipazione dura poco tempo e poi svanisce come un vapore che si dissolve al vento, d'un tratto i discepoli e Gesù si ritrovano da soli in una ristabilita normalità. 

Scendendo dal monte Gesù chiede loro di non dire nulla fino al momento della risurrezione del Figlio dell'uomo ma essi non capiscono di quale risurrezione sta parlando, e pensano alla risurrezione dei morti che avverrà nel giorno del Signore. Per questo motivo chiedono del ritorno di Elia come profeta escatologico. Ma egli chiarisce che l'Elia che molti aspettavano era già venuto nell'ufficio di Giovanni Battista. 

CONSIDERAZIONI FINALI 


Il brano che abbiamo approfondito è cruciale nella dinamica di svolgimento del Vangelo secondo Marco, seguendo immediatamente il centro costituito dal riconoscimento di Gesù come Cristo. La tensione crescente è sempre quella dell'aspettativa dei discepoli e della missione di Gesù. I discepoli desiderano un Messia vittorioso ma Gesù ribadisce di essere un Servo sofferente generando in questo modo un'incomprensione che si trascina nel tempo.

La manifestazione di Dio sul monte serve così a legittimare la divinità della missione di Gesù, la sua figliolanza divina e la sua appartenenza a quel mondo. 

Tuttavia è chiaro che la glorificazione spettante a Gesù deve arrivare dopo la sua sofferenza e morte, e forse è proprio di questo che Gesù parlava a Elia e Mosè. Pietro però rigetta questa sofferenza e vorrebbe piuttosto restare subito a dimorare nella gloria. Ma così non può essere e presto la nuvola della manifestazione della gloria di Dio svanisce, lasciando ai presenti solo la realtà del momento. E' chiaro che Pietro rappresenta il discepolo "tipo" di Gesù e, in questo, ciascuno di noi. Nessuno vorrebbe dover passare dalla sofferenza e dalla morte ma il messaggio evangelico è che tutto questo non è evitabile. Arriverà il tempo della glorificazione, dell'immortalità, ma quel tempo non è qui e ora. Quel tempo arriverà ma prima è necessario, e non è evitabile, passare dalla sofferenza e dalla morte. Forse questo è il più grande mistero esistente e non dobbiamo biasimare Pietro nella sua incomprensione. Anche noi siamo come lui, anche noi vorremmo evitare questo dolore. Ma Gesù ci chiede di avere fede in Dio e in lui. Chi ha visto, anche solo per un battito di ciglia, il bagliore delle vesti sfolgoranti sa che quella realtà ci sta aspettando, e lo sa con la certezza della fede. 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE


  • Rafael Aguirre Monasterio, Antonio Rodriguez Carmona, Vangeli Sinottici e Atti degli Apostoli, Paideia Editrice, Brescia, 1995.
  • Santi Grasso - nuova versione, introduzione e commento, Vangelo di Marco, Figlie di San Paolo, Milano, 2003.

domenica 7 febbraio 2021

L'identità di Gesù e la consapevolezza dei discepoli

INTRODUZIONE


Possiamo identificare un preciso brano all’interno del Vangelo secondo Marco che ricopre il ruolo di fulcro e “cerniera” tra la prima parte dell’opera e la seconda. È già stato infatti più volte ribadito come questo vangelo sia composto da una prima parte tesa a dimostrare che Gesù è il Cristo - ovvero il Messia - (1:1-8:30) e una seconda parte con l’obiettivo di presentare Gesù come il Figlio di Dio (8:31-16:8) secondo la tesi affermata nella sua primissima frase in 1:1.

Le pericopi che si trovano in 8:27-30 e 8:31-38, dunque, costituiscono l’ultima parte della prima sezione e la prima parte della seconda in rapporto di continuità letteraria e teologica ma in discontinuità rispetto ai temi generali trattati dalle rispettive parti. Questa unica “armonia in tensione” vuole essere quindi introdotta dal presente approfondimento.


1. LO SLANCIO DELLA FEDE


Poi Gesù se ne andò, con i suoi discepoli, verso i villaggi di Cesarea di Filippo; strada facendo, domandò ai suoi discepoli: «Chi dice la gente che io sia?» Essi risposero: «Alcuni, Giovanni il battista; altri, Elia, e altri, uno dei profeti». Egli domandò loro: «E voi, chi dite che io sia?» E Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». Ed egli ordinò loro di non parlare di lui a nessuno.

Marco 8:27-30


Il contesto narrativo di questo episodio è quello del cammino di Gesù, che anticipa diversi avvenimenti che da qui in avanti accadranno proprio per strada (9:33, 10:17.32.46.52). Strada facendo, dunque, Gesù domanda ai discepoli chi la gente pensava che fosse. Loro rispondono con tre stereotipi diffusi nel proprio contesto storico:


  • Giovanni il Battista. Il Vangelo secondo Marco presenta Giovanni come il precursore del Messia (1:2-8) ed egli stesso era ritenuto dalla gente un profeta (11:32). Al momento di questo dialogo era già morto (6:17-19) ucciso da Erode, ma negli ambienti di corte Gesù che compie miracoli viene confuso con Giovanni risuscitato dai morti (6:16).

  • Elia. Questo profeta veterotestamentario asceso al cielo (2Re 2:1-13) nella tradizione biblica ha il compito di precedere la venuta del Messia:


«Ricordatevi della legge di Mosè, mio servo,

al quale io diedi sull'Oreb, leggi e precetti,

per tutto Israele.

Ecco, io vi mando il profeta Elia,

prima che venga il giorno del SIGNORE,

giorno grande e terribile.

Egli volgerà il cuore dei padri verso i figli,

e il cuore dei figli verso i padri,

perché io non debba venire a colpire il paese di sterminio».

Malachia 4:4-6


Nel Vangelo leggiamo che, proprio per questa attesa, alcuni lo ravvisano in Gesù (6:15).


  • Uno dei profeti. Evidentemente alcuni pensavano che Gesù fosse uno dei profeti, in modo implicito indicando con questa espressione un profeta biblico tornato in vita per gli ultimi tempi. Direttamente o indirettamente era diffusa infatti l’attesa di un profeta come aveva anche preannunciato lo stesso Mosè:


Per te il SIGNORE, il tuo Dio, farà sorgere in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta come me; a lui darete ascolto! 

Deuteronomio 18:15 


Queste attribuzioni tuttavia Gesù le conosce già e costituiscono solo una tappa verso la una seconda domanda che egli rivolge questa volta direttamente ai discepoli: «E voi, chi dite che io sia?». I lettori sanno fin dall’inizio che Gesù è il Cristo ma i discepoli, anche se devono averlo pensato in precedenza, si espongono solo ora. In realtà si espone unicamente Pietro in loro rappresentanza. La risposta sancisce l’apice e la conclusione della prima parte di questo vangelo: una proclamazione di Gesù come Cristo, Messia. Questo titolo tuttavia non può rappresentare un definitivo punto di arrivo perché suscettibile di fraintendimenti. Il Messia che attendevano i Giudei era un guerriero che avrebbe combattuto contro gli oppressori romani per ripristinare la sovranità nazionale di Israele. Il Messia descritto nell’Antico Testamento era spesso un re che, in virtù del suo ruolo e della sua elezione e vicinanza con Dio, agiva in rappresentanza del popolo (sebbene originariamente la figura regale non avesse questa connotazione: la monarchia israelitica da Davide in poi si è adoperata per assumere anche ruoli sacerdotali che non gli spettava). Gesù però è un Messia che prende le distanze da entrambe queste aspettative. Che tipo di Cristo è dunque Gesù?


2. LO SCANDALO DELLA SOFFERENZA


Poi cominciò a insegnare loro che era necessario che il Figlio dell'uomo soffrisse molte cose, fosse respinto dagli anziani, dai capi dei sacerdoti, dagli scribi, e fosse ucciso e dopo tre giorni risuscitasse. Diceva queste cose apertamente. Pietro lo prese da parte e cominciò a rimproverarlo. Ma Gesù si voltò e, guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro dicendo: «Vattene via da me, Satana! Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini».

Chiamata a sé la folla con i suoi discepoli, disse loro: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi perderà la sua vita per amor mio e del vangelo, la salverà. E che giova all'uomo se guadagna tutto il mondo e perde l'anima sua? Infatti, che darebbe l'uomo in cambio della sua anima? Perché se uno si sarà vergognato di me e delle mie parole in questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui quando verrà nella gloria del Padre suo con i santi angeli».
Marco 8:31-38


Per affrontare questo interrogativo Gesù continua a parlare con i suoi discepoli adottando un altro titolo similmente ambiguo: Figlio dell’uomo. Letteralmente identifica un essere umano, ma teologicamente identifica l’essere sovrumano che il profeta Daniele vide venire nel cielo sulle nuvole:


Io guardavo, nelle visioni notturne, ed ecco venire sulle nuvole del cielo uno simile a un figlio d'uomo; egli giunse fino al vegliardo e fu fatto avvicinare a lui;  gli furono dati dominio, gloria e regno, perché le genti di ogni popolo, nazione e lingua lo servissero. Il suo dominio è un dominio eterno che non passerà, e il suo regno è un regno che non sarà distrutto.

Daniele 7:13-14 


L’insegnamento scandaloso è che lo stesso Figlio dell’uomo che verrà nella gloria del Padre con i suoi angeli è chiamato, prima di questo, a soffrire, essere respinto e persino ucciso. Ma come: il Cristo vittorioso sugli oppressori, il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Yhwh deve essere ucciso? Ci accorgiamo di come questo rigetto, questa sofferenza, questa morte sia incompatibile con qualsiasi aspettativa del popolo ebraico, compresa quella dei discepoli stessi. E, sempre in loro rappresentanza, per questo motivo Pietro rimprovera Gesù: le sue parole potevano creare solo confusione, non avevano alcun senso. Ma Gesù è irreprensibile nella sua posizione e letteralmente risponde: “Vattene dietro di me”. Il tentativo diabolico è quello di sorpassare il Maestro, scansare il piano di Dio per affermare l’autonomia del progetto umano. Lo stesso discepolo che aveva riconosciuto pubblicamente Gesù come il Cristo voleva insegnargli come comportarsi e come raggiungere la vittoria. Ma questo è impossibile perché il piano di Dio per il suo Unto era stabilito dall’eternità e profetizzato persino centinaia di anni prima dal profeta Isaia:


Disprezzato e abbandonato dagli uomini,

uomo di dolore, familiare con la sofferenza,

pari a colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia,

era spregiato, e noi non ne facemmo stima alcuna.

Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava,

erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato;

ma noi lo ritenevamo colpito,

percosso da Dio e umiliato!

Isaia 53:3-4


Gesù aveva capito che i suoi discepoli avevano frainteso la sua missione in quanto Cristo e per questo motivo interviene così duramente, allargando poi l’insegnamento alla folla che lo stava ascoltando. Il progetto dell’Unto di Dio, del Figlio dell’uomo, era di perdere la sua vita per guadagnare quella di molti: vincere con una sconfitta. E i suoi discepoli, volenti o nolenti, se volevano essere tali dovevano percorrere questi suoi stessi passi. Chi si vergogna di abbracciare la sofferenza e il rigetto patite dal suo Signore sarà a sua volta oggetto di vergogna. Ma l’implicito è che chi invece sarà disposto a abbracciarle sarà riconosciuto nella gloria del Padre.


CONSIDERAZIONI FINALI


Dopo un'analisi esegetica si può approdare a qualche considerazione ermeneutica, applicativa. Come possiamo cogliere il messaggio di questo brano evangelico per noi, oggi? Di certo non viviamo nel fermento messianico della Giudea del I secolo ma la persona di Gesù riveste anche per noi un ruolo molto speciale. E anche noi possiamo avere delle aspettative su di lui plasmate dalla nostra immaginazione e dal nostro desiderio più ancora che da quanto rivelato nelle Scritture. Vorremmo un Gesù che tolga ogni sofferenza dal mondo, che scardini le ingiustizie con uno schiocco di dita, che annienti i regimi che opprimono, perseguitano e uccidono i suoi discepoli a migliaia anche nel nostro tempo. Ai nostri suggerimenti però, Gesù risponde come rispose a Pietro: Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini. Non è nella volontà di Dio intervenire in questo modo, ma attraverso la sofferenza del Figlio, una sofferenza che porta alla glorificazione. Dobbiamo dirci la verità: umanamente per noi non ha molto senso. Ma la fiducia che riponiamo in Cristo ci deve portare a oltrepassare questo baratro per approdare nella sponda che ci porta oltre noi stessi, oltre il nostro benessere, e raggiungere l’altro. Rinunciare a noi stessi, accogliere la sofferenza e seguire questo Cristo per essere accolto da lui nella gloria del Padre.

domenica 17 gennaio 2021

La proto-missione di Gesù ai gentili



















INTRODUZIONE

Nella prima metà del Vangelo secondo Marco troviamo un termine e tema ricorrente: quello del pane.  Abbiamo, infatti, la prima moltiplicazione dei pani (6:30-44), la camminata di Gesù sulle acque quando i discepoli non riconoscono Gesù a causa del loro indurimento di cuore e del fatto di non aver capito la moltiplicazione dei pani (6:45:52). Successivamente troviamo l'accusa degli scribi e farisei a Gesù sempre riguardo i pani e il mangiare (7:1-22) alla cui fine l'autore commenta l'episodio dicendo letteralmente "Così dicendo, dichiarava puri tutti i pani".

Anche il racconto successivo comprende un dialogo sui pani in un contesto però decisamente particolare. Dal lago di Galilea, infatti, dopo questi avvenimenti Gesù esce dal territorio di Israele per andare nel territorio di Tiro e Sidone. La tradizione biblica considera queste due città come rappresentanti dei popoli pagani, malvisti dai Giudei. Ricordiamo infatti gli oracoli di Isaia al c.23: 

Oracolo contro Tiro.
Urlate, o navi di Tarsis!
Essa infatti è distrutta; non più case! Non c'è più nessuno che entri in essa!
Dalla terra di Chittim è giunta loro la notizia.
Siate pieni di stupore, o abitanti della costa,
che i mercanti di Sidone, solcando il mare, affollavano!

 Ma anche quelli di Zaccaria al c.9:

Tiro si è costruita una fortezza,
ha ammassato argento come polvere
e oro come fango di strada.
Ecco, il SIGNORE s'impadronirà di essa,
getterà la sua potenza nel mare,
ed essa sarà consumata dal fuoco.

L'intenzione di Gesù è quella di avviare la missione ai pagani soltanto dopo la Pasqua, perché dunque dirigersi in queste città? Sì, Gesù era già stato fuori da Israele (c. 5), ma non ha voluto trasformare il primo sconfinamento in un itinerario missionario. Questa volta sarà diversa? Per rispondere a queste domande non ci resta che addentrarci nella lettura del settimo capitolo di Marco. 

1. LA FEDE DELLA DONNA SIROFENICIA


Poi Gesù partì di là e se ne andò verso la regione di Tiro. Entrò in una casa e non voleva farlo sapere a nessuno; ma non poté restare nascosto, anzi subito, una donna la cui bambina aveva uno spirito immondo, avendo udito parlare di lui, venne e gli si gettò ai piedi. Quella donna era pagana, sirofenicia di nascita; e lo pregava di scacciare il demonio da sua figlia. Gesù le disse: «Lascia che prima siano saziati i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli per buttarlo ai cagnolini». «Sì, Signore», ella rispose, «ma i cagnolini, sotto la tavola, mangiano le briciole dei figli». E Gesù le disse: «Per questa parola, va', il demonio è uscito da tua figlia». La donna, tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto: il demonio era uscito da lei.
 Vangelo secondo Marco 7:24-30

In modo apparentemente contraddittorio Gesù attraversa la regione di Tiro, entrando addirittura in una casa, ma senza volerlo far sapere a nessuno. La "casa" nel Vangelo secondo Marco è il luogo della riunione della comunità credente, è il luogo per eccellenza della comunità cristiana. Pur con reticenza, quindi, questa casa diventerà il luogo da cui Gesù avvierà una missione salvifica non più relegata a Israele ma aperta a tutti. O, perlomeno, un'anticipazione di questa missione. Pur vigendo in questa narrazione il segreto messianico, infatti, (ossia la volontà gesuana di mantenere segreta la sua identità per non rivelarsi prima del tempo) egli si trova in prima linea in quella che potremmo definire una proto-missione ai gentili. La presenza di Gesù non può restare nascosta e subito accorre a lui una donna che aveva una figlia tormentata dal demonio. 

La donna era pagana, proveniente cioè dall'ambiente culturale greco, molto probabilmente una cittadina libera di estrazione culturale alta. La sua etnia invece era sirofenicia. Avendo sentito parlare di Gesù si reca da lui manifestando da subito un sentimento di devozione e, certa della sua autorità spirituale, continua con insistenza (lo pregava..) a chiedere un intervento in favore di sua figlia. 

Gesù risponde prendendo nuovamente in causa il tema del "pane". Per la prima volta in presenza di una richiesta simile Gesù si rifiuta di intervenire, agendo così in modo imprevisto. Il motivo deriva dalla priorità dei "figli", ossia il popolo di Israele, a ricevere la salvezza rispetto ai "cagnolini", ossia i popoli pagani ai quali non spetterebbero i beni messianici. Nella tradizione biblica, infatti, i "cani" sono gli avversari persecutori, i peccatori, i popoli pagani, i falsi missionari. La salvezza dunque è riservata prioritariamente al popolo di Israele. 
A questo punto, però, la donna riconosce Gesù come Signore, dimostrando così un'adesione di fede eccezionale. Solo al termine del Vangelo verrà utilizzato questo titolo dal narratore (16:19-20), e solo nel capitolo seguente i discepoli riconosceranno Gesù come Messia (8:27-30). Questa donna, quindi, riconosce Gesù  nella sua identità messianica dimostrando così di avere una consapevolezza ancora più precoce e profonda di quella dei discepoli. La sua replica manifesta questa conoscenza e questa fede e davanti ad esse Gesù non può che esaudire la sua richiesta. Nell'episodio precedente Gesù aveva appena fatto crollare il muro che separava i cibi puri da quelli impuri e in questo egli, sulla perspicace e illuminata richiesta di una pagana, arriva a far crollare anche il muro di separazione tra i Giudei e i Gentili come anticipazione di quello che avverrà pienamente solo dopo la Pasqua.

2. LA GUARIGIONE DI UN SORDOMUTO


Gesù partì di nuovo dalla regione di Tiro e, passando per Sidone, tornò verso il mare di Galilea attraversando il territorio della Decapoli. Condussero da lui un sordo che parlava a stento; e lo pregarono che gli imponesse le mani. Egli lo condusse fuori dalla folla, in disparte, gli mise le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; poi, alzando gli occhi al cielo, sospirò e gli disse: «Effatà!» che vuol dire: «Apriti!» E gli si aprirono gli orecchi; e subito gli si sciolse la lingua e parlava bene. Gesù ordinò loro di non parlarne a nessuno; ma più lo vietava loro e più lo divulgavano; ed erano pieni di stupore e dicevano: «Egli ha fatto ogni cosa bene; i sordi li fa udire, e i muti li fa parlare».
Vangelo secondo Marco 7:31-37

In seguito all'incontro con la donna sirofenicia Gesù torna verso il lago di Galilea attraversando il territorio della Decapoli dove si era già recato in precedenza guarendo l'indemoniato di Gerasa. Ancora in un territorio pagano, dunque, conducono a lui un uomo che viene presentato solo per la sua malattia: la sordità e grande difficoltà a parlare. Dopo il riconoscimento della donna nella regione di Tiro Gesù non può più tirarsi indietro, tuttavia decide di accordare la richiesta di guarigione allontanando l'uomo dalla folla e intervenendo in privato. In seguito a precise azioni da terapeuta, l'uomo recupera l'udito e la libertà di linguaggio. La priorità di Gesù rimane per Israele e per l'attesa del tempo opportuno, per questo ordina di non divulgare questo miracolo, ma la folla pagana disobbedisce ripetutamente esternando il loro stupore e riconoscendo in lui l'azione di Dio nella creazione oltre che testimoniando questi evidenti segni messianici (cfr. Is. 29:18).

CONCLUSIONE


In seguito alla prima moltiplicazione dei pani, alla camminata sulle acque per raggiungere i discepoli, alla diatriba con gli scribi e i farisei, Gesù si reca all'estero dove, suo malgrado, verrà sorpreso dalla fede e dalla consapevolezza di una donna pagana che per questi motivi riceverà la liberazione a distanza della figlia indemoniata.

Dopo il crollo del muro di separazione tra cibi puri e impuri Gesù anticipa e inaugura così anche il crollo del muro di separazione tra Gentili e Giudei. Lo fa cercando di mantenere un certo segreto perché non è ancora il tempo della missione agli stranieri, ma non si tira indietro davanti allo stupore della pienezza di fede che essi possono avere, talvolta in modo ancora maggiore rispetto ai discepoli stessi. 

Dopo un primo incontro, dunque, Gesù abbandona ogni reticenza e nel territorio di Sidone guarisce dalla sordità un altro uomo, richiedendo riserbo e ottenendo un sempre maggiore stupore e séguito. 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE


  • Rafael Aguirre Monasterio, Antonio Rodriguez Carmona, Vangeli Sinottici e Atti degli Apostoli, Paideia Editrice, Brescia, 1995.
  • Santi Grasso - nuova versione, introduzione e commento, Vangelo di Marco, Figlie di San Paolo, Milano, 2003.
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