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martedì 6 gennaio 2015

Il bacio di Giuda



1.L'ARRESTO DI GESU'

In quell'istante, mentre Gesù parlava ancora, arrivò Giuda, uno dei dodici, e 
insieme a lui una folla con spade e bastoni, inviata da parte dei capi dei sacerdoti, degli scribi e degli anziani. Colui che lo tradiva aveva dato loro un segnale, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; pigliatelo e portatelo via sicuramente». Appena giunse, subito si accostò a lui e disse: «Rabbì!» e lo baciò. Allora quelli gli misero le mani addosso e lo arrestarono. Ma uno di quelli che erano lì presenti, tratta la spada, percosse il servo del sommo sacerdote e gli recise l'orecchio. Gesù, rivolto a loro, disse: «Siete usciti con spade e bastoni come per prendere un brigante. Ogni giorno ero in mezzo a voi insegnando nel tempio e voi non mi avete preso; ma questo è avvenuto affinché le Scritture fossero adempiute». Allora tutti, lasciatolo, se ne fuggirono. Un giovane lo seguiva, coperto soltanto con un lenzuolo; e lo afferrarono; ma egli, lasciando andare il lenzuolo, se ne fuggì nudo.
Marco 14:43-52 

La maggior parte degli studiosi e dei teologi (tra cui Joachim Jeremias), riconosce in questo brano l'inizio di un testo preesistente al vangelo di Marco, un racconto breve particolarmente antico. La pericope della passione di Gesù rappresenta infatti la porzione più arcaica dei vangeli, l'elemento attraverso il quale comprendere gli stessi insegnamenti e le stesse parole del Signore, tramandate grazie ai suoi discepoli. Il brano inizia descrivendo Giuda come "uno dei dodici", specificando un dato che per ogni lettore del vangelo così come lo conosciamo è assodato fin dall'inizio. Già nel secondo capitolo infatti - che come abbiamo visto è di probabile composizione successiva - leggiamo l'elenco dei dodici apostoli con alcune specifiche particolari:

Costituì dunque i dodici, cioè: Simone, al quale mise nome Pietro; Giacomo, figlio di Zebedeo e Giovanni, fratello di Giacomo, ai quali pose nome Boanerges, che vuol dire figli del tuono; Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo, figlio di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda Iscariot, quello che poi lo tradì.
Marco 3:16-19 

Giuda Iscariota viene presentato per ultimo, specificando immediatamente che proprio lui sarà il traditore del Signore. Gli altri vangeli aggiungono informazioni sul suo tradimento, riportando che Satana entrò in lui (Lc 22:3; Gv 13:27) prima della Pasqua. Tornando al brano iniziale, possiamo leggere la corretta chiave di interpretazione di questo avvenimento per bocca di Gesù: tutto questo è avvenuto affinché le Scritture fossero adempiute. L'indicazione qui è abbastanza vaga, ma nella seconda metà del presente studio si approfondiranno proprio le profezie bibliche che la Scrittura stessa identifica altrove come correlate al tradimento e all'arresto del Signore. 

Già nei vangeli comunque troviamo molti avvisi sulla morte e la risurrezione di Cristo tramite le sue stesse parole, in più di un'occasione. Le narrazioni infatti, dopo la prima metà è come se fossero scandite da questi avvisi del Signore che si avvicinano man mano all'inevitabile epilogo. La tradizione di Giovanni forse è quella che elabora maggiormente l'avviso della passione, presentando nel quarto "io sono" un avvertimento ben sistematizzato, dal valore quasi catechetico:

Io sono il buon pastore, e conosco le mie, e le mie conoscono me, come il Padre mi conosce e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. Ho anche altre pecore, che non sono di quest'ovile; anche quelle devo raccogliere ed esse ascolteranno la mia voce, e vi sarà un solo gregge, un solo pastore. Per questo mi ama il Padre; perché io depongo la mia vita per riprenderla poi. Nessuno me la toglie, ma io la depongo da me. Ho il potere di deporla e ho il potere di riprenderla. Quest'ordine ho ricevuto dal Padre mio».
Giovanni 10:14-18

Il sacrificio di Cristo assume in questo vangelo un valore di protezione e salvezza "pastorale" già da prima del suo racconto, specificando la natura volontaria del sacrificio. Non solo Gesù conosceva fin dall'inizio la necessità di un traditore, ma ha anche fatto in modo che esso compisse presto questa sua opera, arrivando addirittura a dirgli esplicitamente - dopo che Satana entrò in Giuda - "quel che fai, fallo presto" (Gv 13:27). La conoscenza del tradimento, non ha di certo attutito la sofferenza emotiva di Gesù, che mostra qui di desiderare che tutto il dolore potesse passare il più velocemente possibile. La volontà di Dio per Gesù, per Satana e per Giuda si sono incrociate proprio in questo momento di grande tensione e di grande importanza per il destino dell'umanità. Come abbiamo letto in Marco, tutto questo è avvenuto affinché le Scritture fossero adempiute; e, come leggiamo in questo contesto, per ordine di Dio Padre. Queste due espressioni in realtà coincidono, in quanto le profezie dell'Antico Testamento possono essere considerate proprio come espressione diretta della volontà di Dio. Tanto i canti del servo del Signore in Isaia, quanto i Salmi messianici, descrivono nell'ottica cristiana l'incarnazione, la sofferenza, la morte e la resurrezione di Cristo; proprio come volontà specifica di YHWH. Il Figlio di Dio si è incarnato con una missione, ricevuta dal Padre. A questa missione è stato ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce, ricevendo successivamente un sovrano innalzamento e un nome al di sopra di ogni altro nome (Fil 2:8,9). In questa missione ed in questa ubbidienza è l'amore del Padre. Niente è a caso, in quanto il SIGNORE ha fatto ogni cosa per uno scopo; anche l'empio, per il giorno della sventura (Prov. 16:4), e lo scopo di Giuda era esattamente quello che è andato a raggiungere.

2.IL DISCORSO DI PIETRO


La tradizione di Luca ha il vantaggio di continuare a raccontare gli eventi accaduti dopo la resurrezione del Signore, e lo fa nel suo secondo libro, che tutti noi conosciamo con il nome di Atti degli Apostoli. Subito dopo l'ascensione di Gesù al cielo, i dodici dovettero affrontare la questione del vuoto lasciato da Giuda a causa del suo tradimento e della sua morte. 

In quei giorni, Pietro, alzatosi in mezzo ai fratelli (il numero delle persone riunite era di circa centoventi), disse: «Fratelli, era necessario che si adempisse la profezia della Scrittura pronunciata dallo Spirito Santo per bocca di Davide riguardo a Giuda, che fece da guida a quelli che arrestarono Gesù. Perché egli era uno di noi e aveva ricevuto la sua parte di questo ministero. Egli dunque acquistò un campo con il salario della sua iniquità; poi, essendosi precipitato, gli si squarciò il ventre, e tutte le sue interiora si sparsero. Questo è divenuto così noto a tutti gli abitanti di Gerusalemme, che quel campo è stato chiamato nella loro lingua "Acheldama", cioè "campo di sangue". Infatti sta scritto nel libro dei Salmi:
"La sua dimora diventi deserta
e più nessuno abiti in essa"; e:
"Il suo incarico lo prenda un altro".
Atti 1:15-20

Laddove nei vangeli era riportato un adempimento generico delle Scritture, qui si specificano almeno due profezie veterotestamentarie, individuate nel libro dei Salmi, in particolare nel Salmo 69 e nel Salmo 109. Questa è la prima citazione:

Riversa su di loro il tuo furore,
li raggiunga l'ardore della tua ira.
Sia desolata la loro dimora, nessuno abiti le loro tende,
poiché perseguitano colui che hai percosso,
e godono a raccontarsi i dolori di chi hai ferito.
Salmo 69:24-26

Il Salmo 69 viene attribuito al re Davide, e oltre a questi versetti, presenta altri punti di contatto con il tradimento e la sofferenza di Cristo. Leggiamo infatti al v.6 la supplica: "Non siano confusi, per causa mia, quelli che sperano in te, o Dio, SIGNORE degli eserciti!". Una richiesta e un sentimento che si inserisce proprio nel momento dell'arresto di Gesù. Un momento che i vangeli preannunciano, prevedendo che le pecore del gregge saranno disperse (Mt 26:31). Come abbiamo letto nel brano iniziale di questo studio, tutti i discepoli se ne fuggirono; le pecore si sono tutte disperse, ma la preghiera di Gesù deve essere stata proprio quella di preservarle, chiedendo al Padre di accorciare e limitare questa confusione e di togliere la vergogna di tutti coloro che Lo stavano cercando sinceramente. Il Salmo continua con sentimenti ben precisi e sovrapponibili a questa situazione, descrivendo la forza necessaria per sopportare gli insulti per l'amore di Dio, insulti ricevuti proprio a causa dello zelo per la casa di YHWH (Sal 69:9) in un versetto già identificato dal vangelo di Giovanni in 2:17. La profezia più specifica del Salmo però, è sicuramente quella del v.21 relativa al fiele e all'aceto, adempiuta sulla croce da Gesù nei racconti di Mt 27:48, Mc 15:36, Lc 23:36 e Gv 19:29. La citazione precisa del v.25 riportato negli Atti tuttavia riguarda proprio il tradimento di Giuda e la maledizione della sua casa. Sempre su quest'ultimo argomento è anche il secondo riferimento utilizzato, presente nel Salmo 109:
In cambio della mia amicizia,
mi accusano,
e io non faccio che pregare.
Essi mi hanno reso male per bene,
e odio in cambio di amore.
Suscita un empio contro di lui,
e un accusatore stia alla sua destra.
Quando sarà giudicato, esca condannato,
e la sua preghiera gli sia imputata come peccato.
Siano pochi i suoi giorni:
un altro prenda il suo posto.
Salmo 109:4-8


Il Salmo procede successivamente con la descrizione della maledizione di questo nemico, e della sua famiglia: una discendenza distrutta, che nella seconda generazione vede svanire il proprio nome. Per questo empio - Giuda Iscariota - viene invocato un accusatore alla sua destra; che nella versione originale ebraica è riportato come il śâṭân. Nel prologo del libro di Giobbe, il Satana (l'accusatore) chiede udienza a Dio suggerendo di mettere alla prova il giusto Giobbe; in questo Salmo invece accade il contrario: è l'uomo giusto che chiede a Dio di suscitare il Satana contro il suo oppositore. Addirittura la stessa preghiera di questo avversario gli deve essere imputata non come virtù ma come peccato, escludendo ogni possibilità di ravvedimento. E questo è esattamente quello che è accaduto a Giuda Iscariota. Un altro doveva prendere il suo posto, e proprio questo oracolo è stato riconosciuto da Pietro negli Atti per promuovere la scelta di un altro discepolo da accogliere come dodicesimo apostolo in sua sostituzione. Due brevi frasi sono state citate da Pietro, ma i relativi Salmi nella loro interezza mostrano con ancor maggior completezza i sentimenti, le preghiere, e il contesto che secoli dopo andrà a delinearsi in questa travagliata pagina della vita terrena del nostro Signore.

3.CONCLUSIONE

Il tradimento di Giuda è diventato così famoso da essere ormai un'espressione iconica anche al di fuori dai contesti cristiani. Il suo bacio in particolare, usato per identificare Gesù nel buio, ha rappresentato da sempre l'elemento più tragico, la manifestazione più eclatante della viltà del dodicesimo apostolo. E' impossibile per chiunque legga anche solo per la prima volta uno dei vangeli, evitare di chiedersi come Gesù lo abbia potuto includere tra i suoi discepoli più intimi sapendo quello che avrebbe fatto, sempre che davvero lo avesse saputo. Ebbene, tutti gli elementi sono concordi nel mostrare non solo la consapevolezza di Gesù, ma anche la sua sottomissione ed ubbidienza al disegno del Padre, il cui piano concepito da tempo è sempre stato fedele e stabile fino alla realizzazione di ogni sua minima parte. I Salmi 69 e 109 mostrano l'angoscia e il dolore emotivo e fisico che deve aver provato Gesù come uomo subendo questo tradimento, ma la grandezza di Dio sta nell'aver trasformato tutto questo in un peso eterno di gloria tanto per il Padre, quanto per il Figlio e per lo Spirito Santo. La fede di ogni cristiano non può che identificarsi nella fede che Gesù Cristo ha avuto nei momento più difficili della sua vita terrena, nei momenti in cui ha dovuto imparare l'ubbidienza dalla sofferenza peggiore che può esistere: il tradimento a morte da parte di un proprio caro amico. Tanto Satana quanto Giuda sono stati strumenti di Dio nella realizzazione del piano di salvezza per l'umanità, esattamente come il faraone lo è stato per la salvezza di Israele e la sua costituzione come nazione. Certo, riflettere sulla sovranità di Dio può suscitare parecchi interrogativi e perplessità: se Giuda è stato destinato al tradimento e alla morte, in che misura ha potuto godere del libero arbitrio? In che misura le sue azioni possono essere imputate a lui? Sono domande difficili, che ogni persona deve affrontare per poter crescere nella fede in modo saldo e non in modo superficiale. Le risposte della Scrittura in questo caso possono non piacere, ma restano comunque le parole più autorevoli che potremo mai leggere e ascoltare su questo tema:

Che c'è da contestare se Dio, volendo manifestare la sua ira e far conoscere la sua potenza, ha sopportato con grande pazienza dei vasi d'ira preparati per la perdizione, e ciò per far conoscere la ricchezza della sua gloria verso dei vasi di misericordia che aveva già prima preparati per la gloria, cioè verso di noi, che egli ha chiamato non soltanto fra i Giudei ma anche fra gli stranieri?
Romani 9:22-24

Questa domanda retorica dell'apostolo Paolo può avere solo una risposta: niente. Non c'è niente da contestare nell'operato di Dio, anche quando non lo comprendiamo. La certezza su cui possiamo riposare però, è che tutte le cose cooperano al bene di coloro che amano Dio e che sono chiamati secondo il suo disegno (Ro 8:28). Tanto le gioie e i successi, quanto i dolori e le sconfitte cooperano al bene dei credenti, in un modo a noi sconosciuto ma altrettanto sicuro quanto sono stabili le fondamenta della terra.  

Bibliografia:

- Raymond E. Brown, Joseph A. Fitzmyer, Roland E. Murphy, Grande commentario biblico, ed. Queriniana. 
- Monasterio Rafael Aguirre, Carmona Antonio Rodriguez, Vangeli sinottici e Atti degli Apostoli, ed. Paideia. 

domenica 16 marzo 2014

Il consiglio segreto di Dio

Giobbe 15:8a Hai forse sentito quanto si è detto nel Consiglio (sôd) di Dio?

Nel quindicesimo capitolo del libro di Giobbe, prende la parola Elifaz di Teman. Giobbe, colpito da disgrazie e malattie, difende davanti ai suoi amici la sua giustizia ed integrità, evidenziando la miseria del genere umano. Elifaz però interviene, rispondendogli che nessun uomo è puro e giusto davanti a Dio. In questo contesto, Elifaz chiede a Giobbe retoricamente: "Hai forse sentito quello che si è detto nel Consiglio di Dio?"; questo proprio per sottolineare l'impossibilità umana di conoscere i propositi segreti di Dio.


Letteralmente in ebraico l'espressione "Consiglio di Dio" è resa con "segreto di Dio", in quanto  presente il termine sôd, il cui significato nelle ricorrenze scritturali è appunto "segreto, consiglio, concilio, assemblea, conversazione familiare e intima". Molto probabilmente in questo contesto l'allusione indica il Consiglio celeste che troviamo come prologo all'inizio del libro di Giobbe, ma è anche possibile che questo rimando coinvolga un "concilio celeste" avvenuto addirittura prima della fondazione del mondo. 


Termine ebraico "sôd"

Percorrendo lo stesso libro, ritroviamo il termine "sôd" soltanto altre due volte, in due contesti differenti. 

Giobbe 19:19 Tutti gli amici più stretti (sôd) mi hanno in orrore,
quelli che amavo si sono rivoltati contro di me.

In questo primo caso abbiamo un discorso di Giobbe, che si lamenta del fatto che i suoi amici "del segreto", gli amici più intimi e stretti, ora si sono rivoltati contro di lui. E' il dramma di chi sta perdendo tutto. Forse in questo contesto Giobbe si sta riferendo anche alla moglie, che all'inizio del libro gli dice:

Giobbe 2: 8b,9
 «Ancora stai saldo nella tua integrità? Ma lascia stare Dio, e muori!» 



Andrej Rublëv, Icona della Trinità, 1410 circa
Giobbe nel giorno della prova è abbandonato dalla moglie e dagli amici più intimi, quando i suoi figli sono morti e lui stesso è in punto di morte. 
Penso non sia casuale il fatto che anche in questo brano si utilizzi la parola "sôd", questa volta in relazione alla sua famiglia e alla sua cerchia più interna di amicizie. In modo speculare a questo "concilio di Dio", troviamo un "concilio degli uomini fedeli" che ciascuno di noi può avere. Ogni persona ha degli amici, degli intimi confidenti a cui chiedere consiglio e a cui confidare i propri segreti, i propri desideri, i propri progetti, pensieri e sogni. Questo elemento può avvicinarci alla comprensione di cosa sia il Consiglio di Dio. Il libro di Giobbe però presenta la parola "sôd" un'ultima volta, e questa volta torna a coinvolgere il Signore stesso. 

Giobbe riprese il suo discorso e disse:
«Oh, potessi tornare come ai mesi d'una volta,
come nei giorni in cui Dio mi proteggeva,
quando la sua lampada mi risplendeva sul capo
e alla sua luce io camminavo nelle tenebre!
Oh, fossi com'ero ai giorni della mia maturità,
quando (il sôd di) Dio vegliava amico sulla mia tenda [...]
Giobbe 29:1-4 


Giobbe soffre nel ricordo dei giorni in cui Dio lo proteggeva. La traduzione della Nuova Riveduta presenta il v.4 con "quando Dio vegliava amico sulla mia tenda", ma la traduzione della Nuova Diodati in questo caso è più corretta e letterale, rendendo infatti la frase in questo modo: "quando il consiglio segreto di Dio vegliava sulla mia tenda". In ebraico sarebbe "quando il sôd di 'ĕlôahh era sopra il mio tabernacolo/tenda". C'era un tempo in cui il Consiglio segreto di Dio era sopra il tabernacolo di Giobbe. Nel capitolo 15, Telifaz provoca Giobbe, deridendolo del fatto che - benché si reputasse giusto - in realtà era un peccatore infinitamente distante da Dio. Questa però non era l'esperienza della vita di Giobbe, abituato invece a stare vicino al consiglio segreto di Dio. Nel prologo del libro, il Signore parla di Giobbe in questi termini:  «Hai notato il mio servo Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Dio e fugga il male» (1:8). Giobbe era agli occhi di Dio l'uomo migliore della sua generazione! E Giobbe testimonia che nella sua vita il consiglio segreto di Dio dimorava sulla sua tenda. L'ironia di Elifaz dunque era in realtà fuori luogo. Sicuramente Dio è infinitamente giusto e santo, ma nella Sua giustizia e santità - come vedremo più avanti - Egli decide di coinvolgere alcuni uomini per rivelare il Suo cuore, i Suoi progetti, e parte del Suo stesso consiglio segreto. La domanda di Elifaz, mascherata da timor di Dio, celava in realtà un'ignoranza e una mancanza di conoscenza dello stesso Signore che voleva tanto difendere.

Il sôd come livello di interpretazione ebraica della Scrittura1


L'albero della Torah
Penso sia utile aprire una piccola digressione con lo scopo di avere una comprensione più completa su questo tema. Nell'ambito dell'interpretazione ebraica delle Scritture infatti, esistono quattro differenti metodi esegetici che rappresentano quattro diversi approcci ai testi sacri in ordine di complessità. Questi metodi sono indicati dalle consonanti della parola Pardès (che significa giardino, paradiso), come indicato di seguito. 

Peshat (semplice): l'interpretazione letterale.
Remez (allusione): l'interpretazione allegorica.
Darash (esposizione): commento omiletico.
Sod (mistero): l'insegnamento mistico.


Nell'alfabeto ebraico le consonanti hanno un valore numerico, oltre che letterale. Sommando il valore delle singole lettere quindi si ha il numero che rappresenta quella parola. Il quarto metodo esegetico si propone a questo riguardo di confrontare le parole nelle Scritture che hanno lo stesso valore numerico per trarne delle conclusioni ai fini della comprensione più profonda del testo. Questa interpretazione è detta per l'appunto "Sod", ed utilizza un sistema di indagine chiamato gematria. Non reputo affatto che questo metodo esegetico possa consentire di entrare nel consiglio segreto di Dio, ma piuttosto che in alcuni casi possa mostrare la perfezione - letterale e numerica - della Parola di Dio, portando alla luce elementi che altrimenti non sarebbero visibili.


L'espressione del sôd di Dio: i decreti eterni
- (I) La creazione -



Il consiglio segreto di Dio non è accennato unicamente nel libro di Giobbe. E' un tema presente in tutte le Scritture, a volte in modo implicito e a volte in modo esplicito. Riguarda le "riunioni" stabilite all'interno della trinità per approvare quello che la Bibbia descrive come i "decreti eterni di Dio". Ogni aspetto del creato, visibile ed invisibile, ogni aspetto della storia del mondo e dell'uomo infatti è stato deciso dal Signore. Il catechismo abbreviato di Westminster (1648) descrive in questo modo i decreti di Dio:
"I decreti di Dio sono il Suo eterno proposito, secondo il consiglio della Sua volontà, per cui Egli, per la Sua propria gloria, ha preordinato tutto ciò che avviene."
Tutto ciò che avviene è riconducibile al decreto che Dio ha pronunciato in seguito al consiglio della Sua volontà. La Bibbia inizia con l'atto creativo di Dio, ed è impossibile pensare che questo evento così importante non sia stato ponderato dal consiglio della Sua volontà. A questo riguardo troviamo un elemento di grande interesse nel v.26 del primo capitolo della Genesi. 

Genesi 1:26 Poi Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza, e abbiano dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».

Il racconto della creazione dell'uomo è il primo contesto in cui troviamo Dio che parla di sé stesso al plurale, e teologicamente questo plurale è di grande importanza. Dio Padre, Dio Figlio e Dio Spirito Santo si è consultato con sé stesso, essendo un unico Dio ma in tre Persone, e la decisione del consesso è stata la seguente: "Facciamo l'uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza". La creazione dell'uomo è stata una conseguenza del pensiero che Dio ha avuto dell'uomo e della decisione maturata in sé stesso di crearlo. La proclamazione del decreto è praticamente coincisa con il suo adempimento, ossia con la creazione vera e propria. Nel primo capitolo della Genesi, il Signore con la Sua parola crea ogni cosa. La Parola porta all'esistenza quello che prima era solo nel pensiero di Dio. Egli non dialoga con nessuno, parla solamente per comandare la creazione. Dopo aver creato l'uomo però, al v.28 troviamo un altro indizio di enorme importanza: "Dio li benedisse; e Dio disse loro". Dopo un lungo elenco di "Dio disse", troviamo in questo contesto per la prima volta "Dio disse loro". Dopo aver creato l'uomo, per la prima volta il Signore instaura un dialogo vero, per la prima volta parla con qualcuno! Questa è la prima volta in cui una decisione del consiglio segreto di Dio viene condivisa con una creatura umana. Quello che Dio aveva precedentemente consigliato a Sé stesso, in questo momento viene comunicato ad Adamo ed Eva. L'uomo non è stato creato per un'esistenza fine a sé stessa, è stato creato per relazionarsi con il Suo creatore. Appena è stato portato all'esistenza, Dio gli ha parlato spiegando il Suo desiderio per l'umanità: «Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, rendetevela soggetta, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove sulla terra». Ancora al giorno d'oggi molte persone sono alla ricerca del senso della vita, di un "libretto di istruzioni" che spieghi il significato di ogni essere umano. Ebbene, questo "libretto" esiste: è la Bibbia! Nelle Scritture troviamo i messaggi di Dio per l'uomo nella forma più completa, qui troviamo quello che la teologia riformata descrive come la "volontà rivelata di Dio". 

Avanzando nella Genesi però, presto troviamo un altro brano che sembra quasi essere un racconto opposto di quello appena visto:

Genesi 6:13 Allora Dio disse a Noè: «Nei miei decreti, la fine di ogni essere vivente è giunta poiché la terra, a causa degli uomini, è piena di violenza; ecco, io li distruggerò, insieme con la terra.

Sebbene questo versetto possa essere considerato come uno dei più drammatici della Bibbia, penso che la parola chiave sia rappresentata dall'espressione "disse a Noè". Il consiglio segreto di Dio aveva decretato la fine di ogni essere vivente, ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore (Ge 6:8), che decise di condividere con lui i Suoi progetti di distruzione per garantire una speranza al genere umano. Anche nell'ora più buia, alla vigilia della completa distruzione, il Signore ha deciso di condividere la Sua decisione con un uomo. Il consiglio segreto di Dio dunque, quello che per Telifaz di Teman era irraggiungibile per qualsiasi essere umano, in realtà è stato avvicinato più volte agli uomini grazie alla misericordia del Signore ed alla Sua volontà di instaurare una corretta relazione con le Sue creature. 

I decreti di Dio quindi hanno riguardato la creazione e la distruzione del creato. Ma il decreto più importante rimane quello che riguarda "l'incarico" del Figlio di Dio. 


L'espressione del sôd di Dio: i decreti eterni
- (II) il Figlio -


a. Il Servo del Signore

«Ecco il mio servo, io lo sosterrò;
il mio eletto di cui mi compiaccio;
io ho messo il mio spirito su di lui,
egli manifesterà la giustizia alle nazioni. Egli non griderà, non alzerà la voce, non la farà udire per le strade. Non frantumerà la canna rotta
e non spegnerà il lucignolo fumante;
manifesterà la giustizia secondo verità.
Isaia 42:1-3 

Nel libro di Isaia ci sono quattro "canti del Servo", brani che profetizzano la nascita del Servo del Signore, destinato a portare a compimento in modo perfetto la volontà di Dio. Queste profezie riguardano Gesù Cristo, e descrivono in modo preciso il Suo ministero terreno centinaia di anni prima della Sua incarnazione. 

I farisei, usciti, tennero consiglio contro di lui, per farlo morire. Ma Gesù, saputolo, si allontanò di là; molti lo seguirono ed egli li guarì tutti; e ordinò loro di non divulgarlo, affinché si adempisse quanto era stato detto per bocca del profeta Isaia: «Ecco il mio servitore che ho scelto; il mio diletto, in cui l'anima mia si è compiaciuta. Io metterò lo Spirito mio sopra di lui, ed egli annuncerà la giustizia alle genti. Non contenderà, né griderà e nessuno udrà la sua voce sulle piazze. Egli non triterà la canna rotta e non spegnerà il lucignolo fumante, finché non abbia fatto trionfare la giustizia. E nel nome di lui le genti spereranno».
Matteo 12:14-21

I farisei tennero un consiglio per farlo morire, ma Dio al di fuori del tempo tenne un consiglio con sé stesso per incaricare il Figlio di salvare l'umanità, per annunciare la giustizia alle genti. Il Suo scopo non era abbattere i deboli, ma al contrario sostenerli e riaccendere il lucignolo fumante, la fiamma che si stava spegnendo.   

Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni,
stroncato a causa delle nostre iniquità;
il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui
e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti.
Noi tutti eravamo smarriti come pecore,
ognuno di noi seguiva la propria via;
ma il SIGNORE ha fatto ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti.
Isaia 53:5, 6 

Secoli prima che queste profezie si avverassero, l'autore biblico parlava di questi eventi futuri al passato, mostrando i pensieri eterni di Dio, mostrando che questo decreto è stato pronunciato al di fuori del tempo. Poco prima che queste parole si adempissero nella crocifissione di Cristo, Egli pregò il Padre con queste parole: 

Io ti ho glorificato sulla terra, avendo compiuto l'opera che tu mi hai data da fare. Ora, o Padre, glorificami tu presso di te della gloria che avevo presso di te prima che il mondo esistesse.
Giovanni 17:4,5 

Nella "preghiera sacerdotale", Gesù rivela di aver compiuto tutta l'opera che il Padre gli ha affidato. Nel consiglio segreto di Dio dunque c'è stato un dialogo in merito a queste opere e in questo contesto è stato deciso di affidarle al Figlio. Gesù ha la consapevolezza di aver compiuto totalmente la volontà del Padre e per questo è pronto in questo momento così travagliato a pensare di tornare alla gloria che aveva prima che il mondo stesso esistesse, quando non esisteva altro che Dio e il Suo consiglio segreto. Il decreto della salvezza dell'uomo è stato deciso dal Dio Trino, annunciato nelle profezie dell'Antico Testamento e realizzato a tempo debito da Gesù Cristo, il Figlio di Dio.
L'opera di Cristo però non comprendeva soltanto la manifestazione della giustizia, né unicamente l'espiazione vicaria. La Sua opera completa comprende questi aspetti ma abbraccia anche la glorificazione che abbiamo appena letto, una glorificazione che è stata anch'essa preannunciata da tempo all'interno delle Sacre Scritture. 

b. Il Figlio glorificato

Io annuncerò il decreto:
Il SIGNORE mi ha detto: «Tu sei mio figlio,
oggi io t'ho generato.
Chiedimi, io ti darò in eredità le nazioni
e in possesso le estremità della terra.
Tu le spezzerai con una verga di ferro;
tu le frantumerai come un vaso d'argilla».
Salmo 2:7, 9 

Dio Padre al momento opportuno annuncerà questo fondamentale decreto deciso nel consiglio segreto di Dio. E Dio Figlio riferirà di aver sentito in questo consiglio segreto: «Tu sei mio figlio, oggi io t'ho generato. Chiedimi, io ti darò in eredità le nazioni e in possesso le estremità della terra. Tu le spezzerai con una verga di ferro; tu le frantumerai come un vaso d'argilla». Anche questo "oggi" è un'indicazione eterna, fuori dal tempo. Se lo scopo di Cristo nell'incarnazione era quello di salvare l'umanità per portare Grazia al posto che Giudizio, al Suo ritorno sarà necessario invece portare il giusto Giudizio al fine di estirpare la zizzania che è nata e cresciuta nel tempo presente (cfr. Mt 13:24-30). I vangeli testimoniano che Gesù non è venuto a tritare la canna rotta, ma al Suo ritorno Egli spezzerà le nazioni ribelli con una verga di ferro, frantumandole come un vaso d'argilla. 
Questa è la seconda parte del decreto di Dio in relazione al Figlio, una parte necessaria per poter vivere con i credenti per l'eternità. L'ingiustizia del mondo deve essere giudicata. 

Nel frattempo però, in attesa di quel giorno, Cristo Gesù è alla destra del Padre con il compito di intercedere per i credenti:

Chi li condannerà [gli eletti di Dio]? Cristo Gesù è colui che è morto e, ancor più, è risuscitato, è alla destra di Dio e anche intercede per noi. 
Romani 8:34

Il SIGNORE ha detto al mio Signore:
«Siedi alla mia destra
finché [cioè, fino a quando arriverà il tempo in cui] io abbia fatto dei tuoi nemici lo sgabello dei tuoi piedi».
Sal 110:1

Esso ora salva anche voi, mediante la risurrezione di Gesù Cristo, che, asceso al cielo, sta alla destra di Dio, dove angeli, principati e potenze gli sono sottoposti.
1 Pietro 3:21b, 22



Gesù Cristo è alla destra di Dio Padre ed intercede per credenti fino a quando non arriverà il tempo in cui il Signore sconfiggerà tutti i Suoi nemici.

[...] poi verrà la fine, quando consegnerà il regno nelle mani di Dio Padre, dopo che avrà ridotto al nulla ogni principato, ogni potestà e ogni potenza. Poiché bisogna ch'egli regni finché abbia messo tutti i suoi nemici sotto i suoi piedi. L'ultimo nemico che sarà distrutto sarà la morte. Difatti, Dio ha posto ogni cosa sotto i suoi piedi; ma quando dice che ogni cosa gli è sottoposta, è chiaro che colui che gli ha sottoposto ogni cosa, ne è eccettuato. Quando ogni cosa gli sarà stata sottoposta, allora anche il Figlio stesso sarà sottoposto a colui che gli ha sottoposto ogni cosa, affinché Dio sia tutto in tutti.

1 Corinzi 15:24-28

Alla fine, dopo aver vinto tutti i nemici, il decreto di Dio prevede che il Figlio consegni il regno nelle mani di Dio Padre affinché Dio sia tutto in tutti. 
Questa è la decisione del consiglio segreto di Dio, probabilmente la decisione ed il decreto più importante, poiché decide le opere di Dio Figlio e il destino dell'intera umanità.  


I collaboratori dei decreti di Dio2



Nell'anno della morte del re Uzzia, vidi il Signore seduto sopra un trono alto, molto elevato, e i lembi del suo mantello riempivano il tempio.  Sopra di lui stavano dei serafini, ognuno dei quali aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi, e con due volava. L'uno gridava all'altro e diceva: «Santo, santo, santo è il SIGNORE degli eserciti! Tutta la terra è piena della sua gloria!» Le porte furono scosse fin dalle loro fondamenta dalla voce di loro che gridavano, e la casa fu piena di fumo. Allora io dissi: «Guai a me, sono perduto! Perché io sono un uomo dalle labbra impure e abito in mezzo a un popolo dalle labbra impure; e i miei occhi hanno visto il Re, il SIGNORE degli eserciti!» Ma uno dei serafini volò verso di me, tenendo in mano un carbone ardente, tolto con le molle dall'altare. Mi toccò con esso la bocca, e disse: «Ecco, questo ti ha toccato le labbra, la tua iniquità è tolta e il tuo peccato è espiato». 
Poi udii la voce del Signore che diceva:
«Chi manderò? E chi andrà per noi?»
Allora io risposi: «Eccomi, manda me!»
Ed egli disse: «Va', e di' a questo popolo:
"Ascoltate, sì, ma senza capire;
guardate, sì, ma senza discernere!"
Rendi insensibile il cuore di questo popolo,
rendigli duri gli orecchi, e chiudigli gli occhi,
in modo che non veda con i suoi occhi, non oda con i suoi orecchi,
non intenda con il cuore,
non si converta e non sia guarito!»
Isaia 6:1-10 

Sebbene questo brano possa apparentemente rientrare nel genere delle vocazioni, comparandolo con i testi delle vocazioni di Mosè, Gedeone, Geremia e Maria, appare chiaro che in realtà descrive un'esperienza diversa, ancora più profonda. In tutti i racconti delle vocazioni, ci sono degli elementi costanti che vengono puntualmente ripresi ogni volta. La manifestazione di Dio, il compito affidato al protagonista, l'obiezione ed il rifiuto a causa della debolezza umana e successivamente la rassegnazione e il coinvolgimento nella missione. Nel nostro testo però, l'obiezione - componente chiave delle vocazioni - manca completamente. Certo, esiste la consapevolezza di Isaia di essere "un uomo dalle labbra impure", ma questa consapevolezza è qualcosa di differente. Non si trova neanche la promessa rituale del Signore di assistenza ("Io sono/sarò con te"..), e l'immediata auto-offerta dell'uomo non può far altro che insospettire, a riprova della difficoltà nel far rientrare il testo nel genere letterario delle vocazioni. Se non è una vocazione, dunque, che cosa può mai essere? 

Possiamo trovare un'importante indizio nell'unico altro contesto in cui appare un'auto-offerta simile a quella di Isaia:

Micaia replicò: «Perciò ascolta la parola del SIGNORE. Io ho visto il SIGNORE seduto sul suo trono, e tutto l'esercito del cielo che gli stava a destra e a sinistra. Il SIGNORE disse: "Chi ingannerà Acab affinché vada contro Ramot di Galaad e vi perisca?" Ci fu chi rispose in un modo e chi in un altro. Allora si fece avanti uno spirito, il quale si presentò davanti al SIGNORE, e disse: "Lo ingannerò io". Il SIGNORE gli disse: "E come?" Quello rispose: "Io uscirò e sarò spirito di menzogna in bocca a tutti i suoi profeti". Il SIGNORE gli disse: "Sì, riuscirai a ingannarlo; esci e fa' così".
1 Re 22:19-22 

Micaia descrive una corte celeste, nella quale il Signore chiede chi possa ingannare Acab e dopo un certo tempo prende la parola uno spirito che si offre volontario per questa missione. 

Ebbene, il testo di Isaia presenta molte similitudini con questa visione di Micaia. Anche nella visione di Isaia infatti c'è una corte celeste, composta questa volta non da spiriti indefiniti ma da serafini, capaci di purificare con il fuoco tutto ciò che è immondo. Il luogo non è la realtà celeste ma il tempio, anche se quest'ultimo veniva visto dalla tradizione ebraica come il luogo dove il cielo e la terra si incontrano. La preghiera fatta nel tempio saliva al trono di Dio come se fosse fatta nel cielo stesso, secondo l'invocazione del re Salomone (1 Re 8:29). Infine - e forse questo è l'elemento più importante - nella visione di Isaia torna questa auto proposta per compiere il progetto divino, anche se in questo contesto il profeta non lo conosceva ancora.

Questi indizi possono suggerire l'interpretazione che Isaia con la purificazione delle labbra, sia stato in realtà separato dal "popolo dalle labbra impure" ed accolto in una vera e propria iniziazione per diventare un associato al consiglio celeste e potersi quindi auto-proporre. In questo caso è probabile che l'iniziazione fosse la parte più drammatica della vocazione e per questo motivo redatta in modo incompleto (senza descrivere con la stessa minuzia di particolari sia la vocazione che l'iniziazione, sempre che in questo caso le due esperienze non coincidessero). Il profeta può quindi accettare la missione di Dio che si rivelerà amara e faticosa. La sua predicazione infatti non produrrà ascolto e conversione, ma rifiuto e indurimento. 

Questo prezioso racconto, descriverebbe quindi in un modo incredibilmente profondo e completo l'accettazione di un uomo nel consiglio celeste di Dio. Come abbiamo visto precedentemente, sia Adamo che Noè hanno ricevuto importanti rivelazioni dei decreti di Dio, ma in questo caso Isaia è stato reso parte in una certa misura del suo consiglio segreto, per renderlo adatto al difficile compito che gli spettava: rendere insensibile il cuore del popolo eletto, del suo popolo.  

La considerazione più incredibile a questo riguardo sembra quindi essere proprio il fatto che questo segreto per eccellenza, in realtà sia stato in molti casi condiviso con gli uomini, coinvolti in altrettanti progetti divini. Se immaginiamo la segretezza legata ad importanti decisioni militari, politiche ed economiche dei vari paesi del mondo, la nostra riflessione può soffermarsi sul consiglio segreto di Dio associandolo a decisioni e progetti di un'esclusività assoluta. Ma l'agire dell'uomo è ben diverso dall'agire di Dio. Sebbene il Signore mantenga la Sua totale sovranità, come abbiamo visto fino ad ora, Egli ha deciso numerose volte di rendere partecipi gli esseri umani dei Suoi progetti. Rimane veramente difficile da credere, ma la Bibbia è chiara nel rivelare la natura inclusiva e non esclusiva dei decreti di Dio. Certo, molti di questi sono stati per millenni veri e propri misteri, ma nel tempo presente sono infine stati rivelati (cfr. 1 Pt 1:12, Rm 11:25, 16:25, 1 Co 15:51, Ef 1:9, 3:5, 3:9, 5:32). Il consiglio segreto del Signore è stato conosciuto soltanto da Adamo, Noè, Giobbe ed Isaia? I seguenti versetti rispondono a questa domanda.

Il segreto (sôd) del SIGNORE è rivelato a quelli che lo temono,
egli fa loro conoscere il suo patto.
Salmo 25:14 

Poiché il SIGNORE ha in abominio l'uomo perverso,
ma la sua amicizia (sôd) è per gli uomini retti.
Proverbi 3:32 

Poiché il Signore, DIO, non fa nulla
senza rivelare il suo segreto (sôd) ai suoi servi, i profeti.
Amos 3:7 


Il consiglio segreto del Signore è rivelato a quelli che lo temono, è qualcosa che viene dedicato agli uomini retti, e ai profeti. Non è un coinvolgimento circoscritto a pochi personaggi biblici, ma a tutti coloro che lo temono, a tutti gli uomini retti e a tutti i profeti. Questo vuol dire forse che tutto il consiglio segreto di Dio venga condiviso? Non credo proprio. I misteri restano, la sovranità di Dio resta, lo scandalo del male resta, resta la fondamentale consapevolezza che conosciamo in parte, e in parte profetizziamo (1 Cor 13:9). Ma associata ad essa, vi deve essere però anche la consapevolezza che il Signore vuole parlare ai Suoi figli, per renderli partecipi dei Suoi pensieri e dei Suoi progetti.


Noi abbiamo la mente di Cristo

Ma com'è scritto: «Le cose che occhio non vide, e che orecchio non udì, e che mai salirono nel cuore dell'uomo, sono quelle che Dio ha preparate per coloro che lo amano». A noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito, perché lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Infatti, chi, tra gli uomini, conosce le cose dell'uomo se non lo spirito dell'uomo che è in lui? Così nessuno conosce le cose di Dio se non lo Spirito di Dio. Ora noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito che viene da Dio, per conoscere le cose che Dio ci ha donate; e noi ne parliamo non con parole insegnate dalla sapienza umana, ma insegnate dallo Spirito, adattando parole spirituali a cose spirituali. Ma l'uomo naturale non riceve le cose dello Spirito di Dio, perché esse sono pazzia per lui; e non le può conoscere, perché devono essere giudicate spiritualmente. L'uomo spirituale, invece, giudica ogni cosa ed egli stesso non è giudicato da nessuno. Infatti «chi ha conosciuto la mente del Signore da poterlo istruire?» Ora noi abbiamo la mente di Cristo.
1 Corinzi 2:9-16 

Come conoscere le cose segrete e sconosciute che Dio ha preparato per coloro che Lo amano? Unicamente attraverso lo Spirito Santo. Lo Spirito ha provveduto a condividere i misteri di Dio attraverso gli autori che scrissero le Scritture. Ma ancora oggi, Egli parla ad ogni credente, guidandolo verso la conoscenza, l'esperienza e la consapevolezza di tutta la verità (Gv 16:13). Lo Spirito Santo scruta le profondità di Dio, è presente ad ogni consiglio segreto di Dio, e fa conoscere tutte le cose che Dio ci ha donato. Grazie allo Spirito Santo, i credenti hanno un riscontro spirituale su tutto quello che gli serve sapere, ed è molto più di quanto possiamo pensare! Noi infatti abbiamo la mente di Cristo. Non siamo solo chiamati ad evangelizzare, ma condividiamo con il Signore l'urgenza spirituale del farlo. Non abbiamo solo l'incarico di discepolare tutti i popoli, ma abbiamo gli strumenti spirituali per adempiere questo mandato con eccellenza. Non siamo semplicemente obbligati a lodare e glorificare il Signore, ma percepiamo la gioia di farlo ricevendo immediatamente l'onore che spetta a chi vive questa meravigliosa proclamazione. Non si tratta soltanto di ubbidienza, ma anche e soprattutto di collaborazione. Solo nel momento in cui perdiamo il nostro "io" nel Signore, acquisiamo la nostra vera identità. Solo quando perdiamo la nostra volontà, acquisiamo la Sua volontà. Solo lasciando la nostra stessa vita, troveremo la vita di Dio! Questo è vivere nel consiglio segreto di Dio. Una conoscenza che oltrepassa il livello intellettuale e che abbraccia quello esperienziale, che vive delle esperienze sovrannaturali che l'uomo non potrebbe mai e poi mai vivere con le sue uniche forze! Una vita che non appartiene solo a pochi protagonisti dei racconti biblici ma che è destinata a tutti coloro che amano Dio.

Il segreto di Dio vegliava amico sulla tenda di Giobbe.
Lo scopo di Dio per l'umanità fu comunicato ad Adamo.
Il decreto di Dio in relazione al diluvio fu rivelato a Noè.
La missione del Figlio fu annunciata nelle Scritture.
La stessa corte celeste accolse con un'iniziazione il profeta Isaia. 
Tutti i credenti hanno la mente di Cristo. 

Aspiriamo dunque alle cose di lassù, non a quelle che sono sulla terra; perché noi morimmo e la nostra vita è nascosta CON Cristo IN Dio (Col 3:2). La nostra vita è nascosta in Dio. La posizione spirituale di ogni credente è nel Signore. Una posizione, una condizione di vita sovrannaturale che appartiene a tutti i figli di Dio. Ecco perché aspirare alle cose celesti. Non per guadagnare la fiducia del Signore, non per acquietare la nostra coscienza, e neanche per dimostrare qualcosa al mondo. La nostra vita, la nostra concentrazione, i nostri pensieri devono aspirare alle cose di lassù per vivere pienamente nel luogo in cui già siamo: in Dio. 

Nel nostro tempo è sempre più frequente vivere con la mente altrove, essere distratti da computer, smartphone, dispositivi tecnologici che attirano l'attenzione distogliendola dal luogo fisico in cui troviamo. E' possibile essere al parco ma parlare con i nostri amici distanti, andare ad un concerto e fissare lo schermo del dispositivo con cui lo registriamo, essere a cena con qualcuno e contemporaneamente scrivere a molte altre persone. Anche se siamo al parco, al concerto, o a cena, la nostra attenzione in realtà è altrove.
La condizione della vita spirituale può essere simile a questa realtà. Anche se siamo nascosti con Cristo in Dio, la nostra attenzione può essere sulle nostre paure, sui nostri insuccessi, sulle nostre debolezze, sulle nostre sovrastrutture teologiche, sulla nostra carne, sui nostri peccati. La nostra attenzione, la nostra mente però deve essere concentrata sul luogo in cui realmente ci troviamo: in Dio. Solo realizzando il significato della nostra posizione spirituale, potremo vivere pienamente nel consiglio di Dio. Solo in questo modo potremo realizzare appieno il proposito del Signore per noi. Solo così vedremo cose che occhio non ha mai visto, udremo cose che orecchio non ha mai udito e conosceremo ciò che non è mai salito in cuor d'uomo: esattamente quello che Dio ha preparato per coloro che lo amano. 


Note:
[1] Le indicazione sui livelli interpretativi ebraici sono tratti da:
http://www.abem.it/app/download/7390753786/Albero+della+Torah+-+SCHEDA.pdf?t=1410720211
[2] Le indicazioni sul brano della vocazione di Isaia sono tratte da:
Renato De Zan, Isaia (Capitoli 1-39), Edizioni Messaggero Padova, pp. 85-97.

domenica 25 agosto 2013

La vigna del Signore

Io voglio cantare per il mio amico il cantico del mio amico per la sua vigna.
Il mio amico aveva una vigna
sopra una fertile collina.
La dissodò, ne tolse via le pietre, vi piantò delle viti scelte,
vi costruì in mezzo una torre,
e vi scavò uno strettoio per pigiare l'uva.
Egli si aspettava (1) che facesse uva,

invece fece uva selvatica.
Ora, abitanti di Gerusalemme e voi, uomini di Giuda,
giudicate fra me e la mia vigna!
Che cosa si sarebbe potuto fare alla mia vigna
più di quanto ho fatto per essa?
Perché, mentre mi aspettavo (2) che facesse uva,
ha fatto uva selvatica?
Ebbene, ora vi farò conoscere
ciò che sto per fare alla mia vigna:
le toglierò la siepe e vi pascoleranno le bestie;
abbatterò il suo muro di cinta e sarà calpestata.
Ne farò un deserto; non sarà più né potata né zappata,
vi cresceranno i rovi e le spine;
darò ordine alle nuvole
che non vi lascino cadere pioggia.
Infatti la vigna del SIGNORE degli eserciti è la casa d'Israele,
e gli uomini di Giuda sono la sua piantagione prediletta;
egli si aspettava (3) rettitudine (mishpat), ed ecco spargimento di sangue (mispach);
giustizia (sedaqah), ed ecco grida d'angoscia (se’aqah)!
Isaia 5:1-7

Il profeta Isaia nacque probabilmente a Gerusalemme, nel regno di Giuda ormai diviso dalle tribù del Nord, intorno al 760 a.C.
Era un sacerdote e, vista la sua vicinanza con il re, molto probabilmente apparteneva all'aristocrazia Gerosolomitana. Mentre stava ufficiando un culto nel tempio del Signore, ricevette una visione della gloria del Signore, descritta al capitolo sei del suo libro. Questa occasione sancì l'inizio del suo ministero profetico “nell'anno in cui morì il re [di Giuda] Uzzia”, ossia nel 740-739 a.C.
Ministero che portò avanti per almeno quarant'anni, attraversando la fine del regno di Uzzia, passando per quelli di Iotam (740-736), Acaz (736-716) ed Ezechia (716-687), mentre le superpotenze dell'Egitto e dell'Assiria si contendevano l'influenza sui due regni della Palestina.

Dopo aver profetizzato su Giuda e Gerusalemme, rivolgendosi ai principi del popolo, il profeta ispirato divinamente inizia a cantare questo cantico imitando i canti che i vignaioli cantavano nei campi mentre lavoravano nei vari terreni del paese.
Il canto inizia in modo molto dolce, illustrando un paesaggio comune nella nazione di Giuda. La coltivazione della vite era molto importante nel Paese non solo a livello economico ma anche sociale e sanitario. In questo contesto l'acqua infatti non era abbondante e quella che c'era aveva modo di contaminarsi facilmente. Per questo motivo il vino era la bevanda più diffusa tra il popolo, che poteva dissetarsi senza avere timore delle malattie.
Man mano che le strofe avanzano, diventa sempre più pressante il verbo “attendere”, che ripetuto per ben tre volte scandisce un aumento di tensione che esplode nell'inatteso finale.
“La vigna del Signore è la casa d'Israele”, questa frase avrà sicuramente shockato tutti i presenti, che se prima approvavano le azioni del vignaiolo, ora si trovano sotto il loro stesso giudizio.
Questo tipo di narrazione era comune tra i profeti, ed è riscontrabile nella Scrittura anche nella parola profetica che Natan diete a Davide dopo il suo adulterio ed omicidio (2 Samuele 12).
E' rilevante oltre a questo il gioco di parole presente nell'ultima strofa, che non viene reso affatto dalla traduzione in Italiano. Il biblista Gianfranco Ravasi ha provato a riprodurre il tipo di assonanza presente nelle parole ebraiche, arrivando a questo risultato:

"Aspettava la giustizia ed ecco la nequizia."

Una somiglianza volta ad enfatizzare ancora di più il desiderio disatteso del Signore.
Tornando a riflettere sul canto nel suo insieme, appare evidente che il suo significato riguardi appunto la casa di Israele, così come è evidenziato nel brano biblico, ma si possono osservare ben tre significati diversi di questo canto. Il primo significato è letterale. La storia è quella dell'amore di un agricoltore per la sua vigna, e di un ideale matrimonio tra i due. In questo rapporto il profeta svolge il ruolo dell'“amico dello sposo”, che nella cultura ebraica aveva il compito di preparare il contratto di fidanzamento che precedeva di un anno il matrimonio vero a proprio. Per quanto possa sembrare ridicolo, solo un agricoltore può sapere la passione che egli mette nel suo lavoro e la soddisfazione che matura nella lavorazione del suo terreno. 
Passare tutta la sua vita a coltivare la terra e a vivere dei suoi frutti crea un legame molto forte che tocca realmente i confini dell'amore. Questo è il significato iniziale del canto, quello che gli ascoltatori di Isaia hanno inteso per tutta la sua durata, prima della rivelazione finale.


A questo significato letterale però, se ne aggiunge un secondo sottinteso. Sebbene alla parola “vigna” tutti pensino immediatamente alla pianta reale, la Bibbia usa questo termine anche in modo allegorico.

Salomone aveva una vigna a Baal-Amon;
egli affidò la vigna a dei guardiani,
ognuno dei quali portava, come frutto, mille sicli d'argento.
La mia vigna, che è mia, la guardo da me;
tu, Salomone, tieni per te i tuoi mille sicli,
e ne abbiano duecento quelli che guardano il frutto della tua!
Cantico 8:11-12

Salomone aveva una vera vigna che affidò a dei guardiani per farla fruttare. Questi versetti del Cantico dei cantici però continuano seguendo le parole della sua amata, che serba la vigna del suo amore per Salomone, senza darla a nessun altro. La seconda volta, il termine vigna non si riferisce alla pianta ma piuttosto la ragazza che era innamorata del re e all'amore nei suoi riguardi.
Ecco quindi che in modo velato, la vigna rappresenta anche una figura femminile, per la quale acquista maggiore senso il ruolo del profeta come “amico dello sposo”, nell'attesa di queste nozze. Sicuramente questo significato sottinteso riguarda sempre il rapporto tra Israele e il Signore, così come raccontato dal profeta Ezechiele:

Quanto alla tua nascita, il giorno che nascesti l'ombelico non ti fu tagliato, non fosti lavata con acqua per pulirti, non fosti sfregata con sale, né fosti fasciata. Nessuno ebbe sguardi di pietà per te, per farti una sola di queste cose, mosso a compassione di te; ma fosti gettata nell'aperta campagna, il giorno che nascesti, per il disprezzo che si aveva di te. Io ti passai accanto, vidi che ti dibattevi nel sangue e ti dissi: 'Vivi, tu che sei nel sangue!' Ti ripetei: 'Vivi, tu che sei nel sangue!' Io ti farò moltiplicare per miriadi, come il germoglio dei campi. Tu ti sviluppasti, crescesti, giungesti al colmo della bellezza, il tuo seno si formò, la tua capigliatura crebbe abbondante, ma tu eri nuda e scoperta. Io ti passai accanto, ti guardai, ed ecco, il tuo tempo era giunto: il tempo degli amori; io stesi su di te il lembo della mia veste e coprii la tua nudità; ti feci un giuramento, entrai in un patto con te", dice il Signore, DIO, "e tu fosti mia. Ti lavai con acqua, ti ripulii del sangue che avevi addosso e ti unsi con olio.Ti misi delle vesti ricamate, dei calzari di pelle di delfino, ti cinsi il capo di lino fino, ti ricoprii di seta. Ti fornii d'ornamenti, ti misi dei braccialetti ai polsi e una collana al collo. Ti misi un anello al naso, dei pendenti agli orecchi e una magnifica corona in capo. Così fosti adorna d'oro e d'argento; fosti vestita di lino fino, di seta e di ricami; tu mangiasti fior di farina, miele e olio; diventasti bellissima e giungesti fino a regnare.
La tua fama si sparse fra le nazioni, per la tua bellezza; essa infatti era perfetta, perché io ti avevo rivestita della mia magnificenza", dice il Signore, DIO. "Ma tu, inebriata della tua bellezza, ti prostituisti sfruttando la tua fama e offrendoti a ogni passante, a chi voleva. 
Ezechiele 16:4-15

In tutta la Bibbia è presente il paradigma delle nozze, nel quale il Signore si presenta come sposo e il suo popolo come sposa. E' un'immagine rimarcata più volte nell'Antico Testamento con Israele e ripetuto ugualmente numerose volte anche nel Nuovo Testamento, in relazione alla Chiesa. Sicuramente questo non vuol dire che quest'ultima ha preso il posto di Israele ma piuttosto che condivide con la nazione santa l'elezione da parte di Dio.

Il terzo aspetto interpretativo del canto della vigna invece, è proprio quello rivelato alla fine del canto, che associa immediatamente la vigna alla casa di Israele. Questa immagine è stata ripresa nel panorama biblico anche successivamente, quando la profezia di Isaia circa la distruzione della “vigna” trovò adempimento nella deportazione di Israele e Giuda.

Portasti fuori dall'Egitto una vite;
scacciasti le nazioni per piantarla;
tu sgombrasti il terreno
ed essa mise radici e riempì la terra.
I monti furono coperti della sua ombra
e i suoi tralci furono come cedri altissimi.
Stese i suoi rami fino al mare
e i suoi germogli sino al fiume.
Perché hai rotto i suoi recinti
e tutti i passanti la spogliano?
Il cinghiale del bosco la devasta,
le bestie della campagna ne fanno il loro pascolo.
O Dio degli eserciti, ritorna;
guarda dal cielo, e vedi, e visita questa vigna;
proteggi quel che la tua destra ha piantato,
e il germoglio che hai fatto crescere forte per te.
Essa è arsa dal fuoco, è recisa;
il popolo perisce alla minaccia del tuo volto.
Sia la tua mano sull'uomo della tua destra,
sul figlio dell'uomo che hai reso forte per te,
e noi non ci allontaneremo da te.
Facci rivivere, e noi invocheremo il tuo nome.
SIGNORE, Dio degli eserciti, ristoraci,
fa' risplendere il tuo volto e saremo salvi.  
Salmi 80:8-19

I versi di questo salmo rivelano lo sgomento dei testimoni della deportazione di Israele. Dopo tanti oracoli profetici, il Signore utilizzò una nazione straniera per umiliare il popolo, e lo fece in modo terribile. Il salmista probabilmente riprende il canto di Isaia associando Israele a una vigna presa dall'Egitto, piantata e resa forte e potente. Proprio nel momento di maggiore gloria però, i recinti si sono rotti e la piantagione completamente recisa e distrutta. Quello che Isaia ha profetizzato, qui viene constatato. Il salmista termina invocando la misericordia del Signore per una resurrezione del popolo, una resurrezione che Ezechiele vide profeticamente nella valle delle ossa secche (Ez 37). Ossa secche, disfatte dai cadaveri da lungo tempo, che però alla parola profetica si riuniscono ancora con i muscoli, la carne, lo spirito...un'immagine che rappresenta ciò che effettivamente avverrà. La parte di Israele che risulta ad oggi disperso tornerà nella terra promessa e si unirà a Giuda nel tempo deciso da Dio. Israele verrà risuscitato.
Il tema della vigna però non si conclude qui nel panorama biblico, ma sfocia nel Nuovo Testamento, dove Gesù stesso lo riprende per denunciare gli stessi peccati che erano presenti al tempo di Isaia, anche nella sua generazione. Sono passati settecento anni infatti, ci si aspetterebbe che l'esperienza della deportazione di Israele e di quella di Giuda abbiano portato il popolo ad una maggiore attenzione al patto con il Signore, ma nel momento in cui Cristo si è incarnato, egli è venuto a casa sua ma i suoi non l'hanno ricevuto (Gv 1:11).

Poi cominciò a parlare loro in parabole:
«Un uomo piantò una vigna, le fece attorno una siepe, vi scavò una buca per pigiare l'uva e vi costruì una torre; l'affittò a dei vignaiuoli e se ne andò in viaggio. Al tempo della raccolta mandò a quei vignaiuoli un servo per ricevere da loro la sua parte dei frutti della vigna. Ma essi lo presero, lo picchiarono e lo rimandarono a mani vuote. Egli mandò loro un altro servo; e anche questo insultarono e ferirono alla testa. Egli ne mandò un altro, e quelli lo uccisero; poi molti altri che picchiarono o uccisero. Aveva ancora un unico figlio diletto e quello glielo mandò per ultimo, dicendo: "Avranno rispetto per mio figlio". Ma quei vignaiuoli dissero tra di loro: "Costui è l'erede; venite, uccidiamolo e l'eredità sarà nostra". Così lo presero, lo uccisero e lo gettarono fuori dalla vigna. Che farà dunque il padrone della vigna? Egli verrà, farà perire quei vignaiuoli e darà la vigna ad altri.
Marco 12:1-9 


Questa parabola presenta degli elementi di novità rispetto al canto di Isaia, ma il messaggio è assolutamente identico. Qui il padrone della vigna l'affitta a dei vignaioli. Il popolo di Israele quindi viene dipinto come “occupante” della vigna, avido di tenere per sé tutta la ricchezza senza dare alcun conto al vero proprietario della vigna. I servi sono i profeti, che vengono picchiati e uccisi, e il figlio rappresenta Cristo stesso, ucciso sulla croce.
La parabola termina con un verso lapidario: “farà perire quei vignaioli e darà la vigna ad altri”. Se il canto profetico di Isaia descriveva la distruzione verificata con le deportazioni, possiamo concludere che la morte dei vignaioli possa riferirsi alla distruzione di Gerusalemme del 70 d.C. (peraltro ulteriormente profetizzata da Gesù, cfr. Mt 24:2), e forse all'inizio del tempo dei gentili.
Sebbene questa parabola sia molto famosa, essa non è l'unica in cui Gesù usa il concetto della vigna. Qui il Signore stava parlando ai capi dei sacerdoti, agli scribi e agli anziani (Mc 11:27), ma ai suoi discepoli riservò un'altra versione dell'insegnamento sulla vigna, che include una rivelazione fondamentale sulla sua relazione con questi ultimi.

«Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo.
Ogni tralcio che in me non dà frutto, lo toglie via; e ogni tralcio che dà frutto, lo pota affinché ne dia di più.Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunciata. Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dar frutto se non rimane nella vite, così neppure voi, se non dimorate in me. Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete far nulla. Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano. Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli. 
Giovanni 15:1-8

Ciò che i capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani di Giuda non avevano capito, era che Dio stesso, il Figlio, si era incarnato per portare la salvezza all'umanità. E' per questo motivo che nella parabola dei vignaioli malvagi, Gesù terminava dicendo:

Non avete neppure letto questa Scrittura:
"La pietra che i costruttori hanno rifiutata
è diventata pietra angolare;
ciò è stato fatto dal Signore,
ed è una cosa meravigliosa ai nostri occhi"?» Marco 12:10-11

I capi di Israele erano i costruttori, ma rifiutarono la pietra angolare che doveva essere posta alle fondamenta della Chiesa. Ecco perché la “vigna” è stata data temporaneamente ad altri, perportare la salvezza di Dio a chi non la stava neanche cercando,all'umanità tutta.
Ai discepoli però, a coloro che avevano accolto la pietra angolare, Gesù rivelò l'aspetto più intimo del piano e del desiderio di Dio: Egli stesso si era fatto “vigna”, si era fatto carne. Laddove in Isaia la vigna era Israele stesso, il popolo di Dio, qui il Signore rivela la sua azione salvifica nel mistero dell'incarnazione.

Giovanni 1:14 E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre.

La vigna era stata distrutta e i vignaioli dovranno essere ammazzati, l'unico modo per salvare quel poco che resta della vite dunque è che Dio stesso si faccia vite. Gesù, fonte di vita, si è fatto uomo per condividere la nostra natura e nelle nostre condizioni poterci offrire una salvezza che potevamo afferrare. Questa azione divina ribalta completamente la nostra versione della parabola, offrendo una speranza che possa squarciare le tenebre dell'insuccesso umano. Gesù è la vera vite. I suoi discepoli sono i tralci. L'unica cosa che i tralci devono fare, è stare attaccati alla vite. Non è più necessario sforzarsi per cercare di dare uva buona e non uva acerba, l'unico impegno, l'unico vincolo è quello di restare attaccati alla pianta e ricevere la linfa. Anche questo insegnamento non è privo di esortazioni alla vigilanza, infatti chi non dimora in Cristo non dà frutto ed è tagliato via. Ma il primo motivo per cui viene tagliato via non è la sua assenza di frutto, quella è una conseguenza! Il primo motivo è legato al “non dimorare” in Gesù, non essere attaccato alla vite. Questa è la grazia di Dio! Questa è la salvezza per grazia, e non per opere, affinché nessun uomo si glori.
A questa salvezza possiamo aggrapparci, perché è alla nostra portata! L'unica cosa da fare è restare attaccati alla vite, dimorare in Cristo. Ascoltare le Sue parole, la Sua voce. Ubbidire e camminare con lui così come un discepolo cammina con il suo maestro. Questo è l'unico modo per portare frutto e condividerlo direttamente con il Signore al Suo ritorno, quando la Chiesa potrà sedersi a tavola con Lui e bere insieme del frutto della vigna (Matteo 26:29). 
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