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venerdì 19 aprile 2019

Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Poiché tu non abbandonerai l'anima mia in potere della morte,
né permetterai che il tuo santo subisca la decomposizione.
Salmo 16:10 

 INTRODUZIONE

Senza ombra di dubbio, il fulcro di tutti e quattro i Vangeli sinottici risiede nel racconto finale della passione, morte e risurrezione di Gesù. È infatti attraverso questo evento che il gruppo di discepoli costituito prima di questa Pasqua rilegge tutti gli eventi vissuti in precedenza, comprendendo in modo più profondo ogni intervento e insegnamento di Gesù e costituendo sulla base di tutto questo finalmente una vera e propria comunità attraverso la quale il Signore può continuare a operare mediante il dono dello Spirito Santo. 

Tuttavia nella dinamica evangelica non vi è risurrezione senza morte, né esaltazione senza una precedente umiliazione. Per questo motivo gli evangelisti si impegnano a descrivere le circostanze che hanno portato alla morte Gesù. Non una morte comune, né una morte in eroica battaglia, ma una morte la cui caratteristica principale è quella di essere in perfetto accordo con le parole profetiche delle Scritture e in totale sottomissione alla volontà di Dio Padre. Una morte dunque carica di significati teologici, ossia relativi a una maggiore comprensione di Dio. 

In questa ricorrenza del Venerdì Santo perciò, giorno in cui il mondo cristiano commemora la morte del Signore, vorrei approfondire il racconto della passione di Cristo attraverso la narrazione che troviamo nel più antico Vangelo secondo Marco, evidenziando soprattutto i collegamenti di quest'ultimo con le Scritture dell'Antico Testamento. 

1. NEL LUOGO DETTO GOLGOTA

La prima cosa da fare è leggere in modo esteso il brano in questione. L'ideale sarebbe leggere con interezza i capitoli 14 e 15 del Vangelo, ma per esigenze di analisi ci soffermeremo in questo contesto su una selezione del quindicesimo capitolo. Avendone la possibilità, consiglio comunque di interrompere adesso la lettura dell'articolo per riprenderla dopo aver letto nella loro totalità i due capitoli indicati. In alternativa, di seguito riporto l'estratto più rilevante.
Costrinsero a portare la croce di lui un certo Simone di Cirene, padre di Alessandro e di Rufo, che passava di là, tornando dai campi. E condussero Gesù al luogo detto Golgota che, tradotto, vuol dire «luogo del teschio». Gli diedero da bere del vino mescolato con mirra; ma non ne prese. Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirandole a sorte per sapere quello che ciascuno dovesse prendere. Era l'ora terza quando lo crocifissero. L'iscrizione indicante il motivo della condanna diceva: Il re dei Giudei. Con lui crocifissero due ladroni, uno alla sua destra e l'altro alla sua sinistra. [E si adempì la Scrittura che dice: «Egli è stato contato fra i malfattori».] Quelli che passavano lì vicino lo insultavano, scotendo il capo e dicendo: «Eh, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso e scendi giù dalla croce!» Allo stesso modo anche i capi dei sacerdoti con gli scribi, beffandosi, dicevano l'uno all'altro: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso. Il Cristo, il re d'Israele, scenda ora dalla croce, affinché vediamo e crediamo!» Anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano. Venuta l'ora sesta, si fecero tenebre su tutto il paese, fino all'ora nona. All'ora nona, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì lamà sabactàni?» che, tradotto, vuol dire: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano: «Chiama Elia!» Uno di loro corse e, dopo aver inzuppato d'aceto una spugna, la pose in cima a una canna e gli diede da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se Elia viene a farlo scendere». Gesù, emesso un gran grido, rese lo spirito. E la cortina del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. E il centurione che era lì presente di fronte a Gesù, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Veramente, quest'uomo era Figlio di Dio!» Vi erano pure delle donne che guardavano da lontano. Tra di loro vi erano anche Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo il minore e di Iose, e Salome, che lo seguivano e lo servivano da quando egli era in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.
Marco 15:21-40 
La cosa che appare evidente sin da una prima lettura, è che questo racconto non comprende molte descrizioni generali del contesto, del luogo o delle persone coinvolte ma, al contrario, è ricco di singoli dettagli riportati proprio perché carichi di un particolare significato teologico. Non abbiamo idea di come sia il luogo detto Golgota, ma sappiamo che il suo nome significa "luogo del teschio", e questo è importante perché è qui che sta per avvenire la morte del Signore, lasciando intendere come questo luogo fosse predestinato a tal scopo da Dio. Non sappiamo a questo punto quante persone fossero presenti, cosa dicevano, come erano vestite, quanto tempo richiese la crocifissione, ma sappiamo il dettaglio che appena questa fu compiuta i soldati romani si divisero le vesti di Gesù tirando a sorte. Perché? Perché questo dettaglio era presente nelle Scritture, e questa testimonianza non fa altro che avvalorare che tutto quello che sta accadendo è nella piena volontà di Dio, una volontà così perfetta e immutabile da essere stata descritta secoli prima in un Salmo composto dal più grande monarca di Israele: il Salmo 22. Questo adempimento è il primo ma non l'ultimo, infatti tutto il resto della descrizione si incrocia più volte con questo Salmo particolare che merita una lettura dedicata per poter infine tornare al nostro brano originario con una maggiore capacità di comprensione. Al di là delle singole citazioni e allusioni infatti, tutto il Salmo 22 e il suo significato teologico all'epoca del Vangelo di Marco sono fondamentali per rilevare come sia stato ri-compreso negli eventi della Passione, costituendone non solamente una realtà tangente ma una vera e propria matrice teologica lungo l'intera narrazione. Leggiamo dunque con attenzione il Salmo 22, parte del primo dei cinque libri dei Salmi e per questo attribuito al prode re Davide.

2. DIO MIO, PERCHÈ MI HAI ABBANDONATO?
Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Te ne stai lontano, senza soccorrermi, senza dare ascolto alle parole del mio gemito!
Dio mio, io grido di giorno, ma tu non rispondi,
e anche di notte, senza interruzione.
Eppure tu sei il Santo,
siedi circondato dalle lodi d'Israele.
I nostri padri confidarono in te;
confidarono e tu li liberasti.
Gridarono a te, e furon salvati;
confidarono in te, e non furono delusi.
Ma io sono un verme e non un uomo,
l'infamia degli uomini, e il disprezzato dal popolo.
Chiunque mi vede si fa beffe di me;
allunga il labbro, scuote il capo,
dicendo:
«Egli si affida al SIGNORE;
lo liberi dunque;
lo salvi, poiché lo gradisce!»
Sì, tu m'hai tratto dal grembo materno;
m'hai fatto riposare fiducioso sulle mammelle di mia madre.
A te fui affidato fin dalla mia nascita,
tu sei il mio Dio fin dal grembo di mia madre.
Non allontanarti da me, perché l'angoscia è vicina,
e non c'è alcuno che m'aiuti.
Grossi tori mi hanno circondato;
potenti tori di Basan m'hanno attorniato;
aprono la loro gola contro di me,
come un leone rapace e ruggente.
Io sono come acqua che si sparge,
e tutte le mie ossa sono slogate;
il mio cuore è come la cera,
si scioglie in mezzo alle mie viscere.
Il mio vigore s'inaridisce come terra cotta,
e la lingua mi si attacca al palato;
tu m'hai posto nella polvere della morte.
Poiché cani mi hanno circondato;
una folla di malfattori m'ha attorniato;
m'hanno forato le mani e i piedi.
Posso contare tutte le mie ossa.
Essi mi guardano e mi osservano:
spartiscono fra loro le mie vesti
e tirano a sorte la mia tunica.
Ma tu, SIGNORE, non allontanarti,
tu che sei la mia forza, affrèttati a soccorrermi.
Libera la mia vita dalla spada,
e salva l'unica vita mia dall'assalto del cane;
salvami dalla gola del leone.
Tu mi risponderai liberandomi dalle corna dei bufali.
Io annuncerò il tuo nome ai miei fratelli,
ti loderò in mezzo all'assemblea.
O voi che temete il SIGNORE,
lodatelo!
Voi tutti, discendenti di Giacobbe,
glorificatelo,
temetelo voi tutti, stirpe d'Israele!
Poiché non ha disprezzato né sdegnato l'afflizione del sofferente,
non gli ha nascosto il suo volto;
ma quando quello ha gridato a lui, egli l'ha esaudito.
Tu sei l'argomento della mia lode nella grande assemblea;
io adempirò i miei voti in presenza di quelli che ti temono.
Gli umili mangeranno e saranno saziati;
quelli che cercano il SIGNORE lo loderanno;
il loro cuore vivrà in eterno.
Tutte le estremità della terra si ricorderanno del SIGNORE e si convertiranno a lui;
tutte le famiglie delle nazioni adoreranno in tua presenza.
Poiché al SIGNORE appartiene il regno,
egli domina sulle nazioni.
Tutti i potenti della terra mangeranno e adoreranno;
tutti quelli che scendon nella polvere
e non possono mantenersi in vita
s'inchineranno davanti a lui.
La discendenza lo servirà;
si parlerà del Signore alla generazione futura.
Essi verranno e proclameranno la sua giustizia,
e al popolo che nascerà diranno com'egli ha agito.
Salmo 22 Al direttore del coro. Su «Cerva dell'aurora». Salmo di Davide.
Questa composizione vive di una forte tensione e contrapposizione tra la sensazione opprimente dell'abbandono di Dio (vv. 1-3) e la visione della sua santità e intronizzazione in Sion (v. 4). A mediare tra questi due opposti, troviamo i ricordi degli interventi salvifici del passato (vv. 5-6). Lungo queste coordinate dunque si dipanano i versi. Davide è ridotto a oggetto di scherno e ridicolizzato dai suoi nemici, senza possibilità di fuga. La sua sofferenza disumana lo porta a pensare di essere stato completamente abbandonato da Dio, e gli avversari se ne approfittano dividendosi le vesti come se fosse già morto. In tutta questa situazione però, egli non smette di invocare il Signore, e infatti la sua speranza viene radicata nel suo intervento.

Nel giudaismo del I secolo questo Salmo rivestiva un ruolo importante per la comunità di Qumran, che lo comprendeva come la descrizione della propria rivalsa escatologica su Belial e i suoi agenti: una Sion vittoriosa i cui nemici sono soffocati e la cui lode è udita in tutto il mondo, una terra nuovamente generosa in cui "gli umili saranno saziati", la tribù di Giuda gioiosa ed esultante per la distruzione dei suoi nemici, e tutto ciò per la gloria di Jahvè1. L'attenzione posta su questo Salmo dunque ancor più che sulla descrizione del servo sofferente veniva posta sulla successiva reintegrazione escatologica della comunità alla gloria di Dio. I nemici, da re gentili ostili a Davide vengono nel corso del tempo sempre più spesso compresi come forze spirituali della malvagità, spesso legate ai popoli oppressori di Giuda, ma che alla fine non potranno fare a meno di sottomettersi e adorare Dio in questa definitiva vittoria finale. 

3. DALLA MORTE DEL SERVO DI DIO AL POPOLO CHE NASCERA'

Questi elementi di vittoria e speranza escatologica possono forse essere estranei al racconto di Marco? Sicuramente il suo intreccio si realizza in questo contesto quasi esclusivamente con la prima parte del Salmo, relativa alla sofferenza di Davide in quanto servo di Dio e - per estensione teologica e ricomprensione cristocentrica - a quella di Cristo, descritta minuziosamente. Sulla croce Cristo grida in modo esplicito proprio il primo verso di questo Salmo, evidenziando il senso di abbandono in un momento di sofferenza assoluta e straziante. Il disprezzo del popolo inoltre appartiene senz'altro a una condanna a morte per mezzo dell'infamante croce, così come il cuore che come cera di scioglie nelle viscere può esprimere in modo calzante l'atroce esperienza di questa tortura. La foratura delle mani e dei piedi divene espressione quasi esclusiva della croce e la spartizione delle vesti e della tunica da parte dei nemici conclude una serie di ricorrenze che, anche solo statisticamente, non può che combaciare in modo esatto e perfetto con lo specifico evento della crocifissione del Signore.

Ma i significati non possono fermarsi qui, a maggior ragione conoscendo gli avvenimenti raccontati successivamente. Ecco quindi che, in modo implicito, l'aspettativa giudaica tutta focalizzata nella seconda metà del Salmo non può evitare di essere inclusa e coinvolta proprio in questo momento di estremo dolore, come punto di partenza per una rinascita - anzi - per una risurrezione. La risurrezione che arriverà a Pasqua ma anche e soprattutto l'effetto che questa avrà per il popolo che nascerà e che dirà com'egli ha agito. Ecco, se è per la gioia che aveva dinanzi che Gesù sopportò la croce (Eb. 12:2), per lo stesso motivo l'evangelista si impegna a descrivere la crocifissione, consapevole che è verso questo momento che è necessario guardare per trovare la vera origine della sua comunità. Se la prima parte del Salmo 22 profetizza la morte in croce del Signore, infatti, gli ultimi versi profetizzano invece le relative conseguenze: la nascita di una comunità formata dalla discendenza del servo sofferente: la primitiva comunità cristiana.
La discendenza lo servirà;
si parlerà del Signore alla generazione futura.
Essi verranno e proclameranno la sua giustizia,
e al popolo che nascerà diranno com'egli ha agito.
Questo è "l'identikit" della comunità di Marco, e non solo della sua: di ogni comunità cristiana che legge questo Vangelo con piena fede nel fatto che Gesù è il Signore. A loro - e a noi - l'incarico di dire come egli (Gesù) ha agito, come e perché egli è morto, ossia in che modo questo eventi hanno portato alla loro (nostra!) nascita come popolo. Questa è l'origine dell'evangelizzazione, il momento del concepimento della Chiesa. Il luogo di morte per eccellenza dunque (il Teschio), anche mentre viene descritto con questo scopo trascende nella volontà di Dio assumendo il significato di luogo di origine per nuova vita, e questo non solo per l'imminente risurrezione del Signore ma anche per l'imminente nascita della Chiesa. Ecco quindi come la passione di Cristo che abbiamo appena letto, il momento in cui ogni speranza sembra dissolversi, può diventare in modo paradossale il fulcro per la certezza di un nuovo trionfo. Un trionfo che inizierà a rendersi manifesto soltanto dopo tre giorni.

CONCLUSIONE      

In questo approfondimento abbiamo potuto prendere in considerazione la parte centrale del racconto di Marco relativo alla crocifissione del Signore. Abbiamo visto come questo racconto compenetra il Salmo 22, che rappresenta nella sua prima parte una perfetta previsione profetica degli eventi che l'evangelista sta descrivendo. Questo Salmo, tuttavia, continua con la descrizione nell'intervento e nell'intronizzazione in Sion di Jahvè e nella reintegrazione del suo popolo in sua presenza. Tale parte era quella maggiormente elaborata dalla riflessione teologica giudaica nel I secolo ed è decisamente improbabile che l'evangelista - anche se non la cita direttamente - non la tenga in considerazione come parimenti calzante con la situazione che sta riportando. I versi finali di questo Salmo infatti dipingono con straordinaria lucidità l'immagine della nascente comunità cristiana, una comunità nata grazie al sacrificio del servo di Dio e la cui missione è quella di dire come ha agito, ossia predicare a sé stessa e al mondo il suo Vangelo.


Note:

[1] Cfr. G.K. Beale, D. A. Carson, L'Antico Testamento nel Nuovo - vol. 1, Paideia Editrice, Torino, 2017, p. 426.   

domenica 1 aprile 2018

Cristo è risorto! È davvero risorto!



















Nota: questi sono gli appunti del sermone che ho predicato il 16 aprile 2017 nella Missione Oikos di Como.

Nel secondo viaggio missionario (Atti 18, c.a. 50 d.C.) Paolo arriva a Corinto, evangelizza i giudei della sinagoga locale e poi anche i gentili, costituendo con i primi convertiti una comunità cristiana. Dopo la sua partenza continua ad intrattenere una conversazione epistolare con questa realtà locale e, apprendendo di alcune difficoltà, scrive loro una prima lettera e poi questa missiva conosciuta come la Prima Lettera di Paolo ai Corinti. La scrive da Efeso, circa nel 52 d.C. All'inizio della lettera afferma l'importanza della predicazione di Cristo crocifisso rispetto a quella di discorsi persuasivi di sapienza umana, perché è piaciuto a Dio portare la salvezza attraverso l'annuncio della morte di
Cristo (e quindi attraverso la fede) e non con la logica e la sapienza umana.

Tra le tante questioni che Paolo deve affrontare, ce n'è una molto importante: la veridicità della risurrezione del Signore. Alcuni avevano iniziato ad affermare che Cristo non era davvero risorto e che non vi è risurrezione dei morti. Ai credenti di Corinto (tra cui stavano questi negazionisti), l'apostolo risponde in modo risoluto, prima affermando che la fede cristiana sta o cade proprio sulla dottrina della risurrezione, e poi ribadendo con forza la realtà storica e spirituale della risurrezione del Signore. Ma vediamo ora nel dettaglio le sue argomentazioni.

1. Se Cristo non è risorto, vana è la fede cristiana

Ora se si predica che Cristo è stato risuscitato dai morti, come mai alcuni tra voi dicono che non c'è risurrezione dei morti? Ma se non vi è risurrezione dei morti, neppure Cristo è stato risuscitato; e se Cristo non è stato risuscitato, vana dunque è la nostra predicazione e vana pure è la vostra fede. Noi siamo anche trovati falsi testimoni di Dio, poiché abbiamo testimoniato di Dio, che egli ha risuscitato il Cristo; il quale egli non ha risuscitato, se è vero che i morti non risuscitano. Difatti, se i morti non risuscitano, neppure Cristo è stato risuscitato; e se Cristo non è stato risuscitato, vana è la vostra fede; voi siete ancora nei vostri peccati. Anche quelli che sono morti in Cristo sono dunque periti. Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini.
1Corinzi 15:12-19

La confutazione/argomentazione di Paolo si svolge principalmente in due momenti. In questo primo momento egli con enorme onestà evidenzia fino in fondo le conseguenze della tesi di alcuni circa la mancata risurrezione. La risurrezione del Signore è la predicazione apostolica, ed essa è la fede di tutti i cristiani. Se la risurrezione non è avvenuta, la predicazione apostolica si dovrebbe considerare falsa, e la stessa fede cristiana si dovrebbe considerare nello stesso modo. Poco prima però, l'apostolo Paolo aveva portato a dimostrazione dell'avvenuta risurrezione una testimonianza speciale:

Poi apparve a più di cinquecento fratelli in una volta, dei quali la maggior parte rimane ancora in vita e alcuni sono morti.
1Corinzi 15:6

Il Signore risorto non è stato visto solo dai dodici apostoli e da Paolo in visione, ma da più di cinquecento fratelli in una volta sola. Cinquecento testimoni oculari che hanno riconosciuto questo evento come storico e che hanno portato ovunque la testimonianza della fede pasquale.
Dalla risurrezione del Signore scaturisce la disponibilità della giustizia acquistata, lo Spirito della vita che vivifica i cristiani e la piena speranza della loro risurrezione futura. Al contrario, se Cristo non è stato risuscitato, i credenti sono ancora nei loro peccati (non c'è giustificazione presso il Padre, né libertà di non peccare), e la loro morte è definitiva e inutile. Non vi sarebbe alcun senso.

Se speriamo per questa vita soltanto, noi cristiani siamo i più miseri fra tutti gli uomini.
È così, e questo ci deve far riflettere sulla nostra fede e sulla nostra necessità di chiedere a Dio di accrescere la nostra fede. Personalmente, non mi piace tanto la parola “dogma”, perché allude ad una sorta di costrizione, all'obbligo di accettare anche in modo irrazionale qualsiasi affermazione che viene data in tema religioso. Nella Bibbia non troviamo in effetti questo termine, ma troviamo invece molto frequentemente il termine pìstis, ossia fede. La fede è qualcosa di personale e comunitario allo stesso tempo, è qualcosa che nasce dalla propria interiorità e dalla propria esperienza spirituale prima di tutto (e quindi non nasce dall'esterno). La fede nasce da una chiamata che Dio rivolge personalmente ai singoli credenti. E dopo – SOLO DOPO – la risposta a questa chiamata, i credenti possono finalmente prendere coscienza delle chiamate di chi hanno a fianco e mettere in comune la propria fede per viverla appunto anche a livello comunitario. Essa non deve essere qualcosa di imposto ma qualcosa che nasce spiritualmente e spontaneamente e che solo poi viene vissuta anche nell'orizzonte sociale. Nella nostra comunità locale, siamo qui perché abbiamo vissuto ciascuno la propria esperienza di conversione personale e in seguito a questa possiamo testimoniare dell'amore di Dio in Cristo e invitare (implorare!) altre persone a rispondere all'appello che reca il Vangelo. Qual è, però, questo appello? Qual è il vangelo?

2. Cristo è stato risuscitato, e in lui tutti sono riempiti di vita

Ma ora Cristo è stato risuscitato dai morti, primizia di quelli che sono morti. Infatti, poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione dei morti. Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così anche in Cristo saranno tutti vivificati; ma ciascuno al suo turno: Cristo, la primizia; poi quelli che sono di Cristo, alla sua venuta; poi verrà la fine, quando consegnerà il regno nelle mani di Dio Padre, dopo che avrà ridotto al nulla ogni principato, ogni potestà e ogni potenza. Poiché bisogna ch'egli regni finché abbia messo tutti i suoi nemici sotto i suoi piedi. L'ultimo nemico che sarà distrutto sarà la morte. Difatti, Dio ha posto ogni cosa sotto i suoi piedi; ma quando dice che ogni cosa gli è sottoposta, è chiaro che colui che gli ha sottoposto ogni cosa, ne è eccettuato. Quando ogni cosa gli sarà stata sottoposta, allora anche il Figlio stesso sarà sottoposto a colui che gli ha sottoposto ogni cosa, affinché Dio sia tutto in tutti.
1Corinzi 15:20-28

Cristo è morto per i nostri peccati, secondo le Scritture, ed è stato risuscitato dai morti come primizia di coloro che sono morti. Questo è il nucleo dell'annuncio del Vangelo. E da qui Paolo parte con la dimostrazione della stretta relazione tra la risurrezione del Signore e quella di tutti i credenti. Questa dimostrazione viene argomentata attraverso il confronto tipologico tra Adamo e Cristo. Infatti, la morte comune a tutti gli esseri umani esiste a causa della trasgressione di Adamo. E proprio con un simile rapporto di causa-effetto, tutti coloro che saranno risuscitati lo faranno attraverso l'evento della risurrezione di Cristo. Egli è il primo dei risorti ed è garante della risurrezione per tutti coloro che credono. Il nemico più terribile, l'ultimo, è la morte, ed essa per quanto sia già stata vinta da Cristo non è però ancora stata distrutta: la sua distruzione è riservata proprio per il momento del ritorno del Signore e della risurrezione di tutti i morti. A questo punto, Paolo evidenzia il fatto che il Figlio renderà il regno (completamente stabilito) nelle mani del Padre, affinché Dio sia tutto in tutti.

Cristo dunque, è veramente stato risuscitato dai morti! Egli è veramente la primizia di coloro che sono morti! Questo è il cuore della fede cristiana, il cuore del Vangelo, ossia della buona notizia. Questo è il motivo dell'appello all'adesione e alla scelta di vivere nella fede in Cristo, in novità di vita.

Terminiamo con questo estratto del Catechismo di Heidelberg:
D. 45 A che ci giova la risurrezione di Cristo?
R. In primo luogo, mediante la Sua risurrezione Egli ha vinto la morte affinchè ci potesse rendere partecipi della giustizia che ci ha acquistata mediante la Sua morte.1 In secondo luogo, anche noi veniamo ora risuscitati per la Sua potenza a nuova vita.2 In terzo luogo, la risurrezione di Cristo è per noi un pegno sicuro della nostra beata risurrezione.3
________________________
1) I Corinzi 15:16
2) Romani 6:4; Colossesi 3:1
3) I Corinzi 15; Romani 8:11

domenica 25 marzo 2018

L'ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme nel Vangelo secondo Marco

















1. LA LETTURA

Il Vangelo secondo Marco è più breve di quello secondo Luca e Matteo, e denota un ritmo serrato e una narrazione avvincente. Secondo i moderni esegeti è il primo Vangelo ad essere stato scritto, probabilmente intorno all'anno 70 d.C.1 

Marco raccoglie prima di altri una preesistente raccolta di detti di Gesù2 inserendola però in una accurata cornice narrativa, che racconta dall'inizio alla fine le circorstanze che portarono Gesù alla morte di croce e alla sua successiva risurrezione. Lo schema letterario dell'opera risulta composto nel seguente modo:3
- Introduzione (1:1-13)
tesi: vangelo di Gesù, messia, figlio di Dio (1:1)
trittico introduttivo (1:2-13)

- Parte prima: vangelo di Gesù come messia che proclama il regno di Dio (1:14-8:30)
a) azione di Gesù e risposta dei farisei;
b) azione di Gesù e risposta del popolo;
c) azione di Gesù e risposta dei discepoli.

- Parte seconda: vangelo di Gesù come figlio di Dio che muore e risuscita (8:31-16:8)
a) mentre attraversa a piedi la Galilea e la Giudea Gesù si dirige a Gerusalemme, annunciando la sua morte e risurrezione;
b) attività di Gesù a Gerusalemme prima della passione;
c) passione, morte e proclamazione della risurrezione a Gerusalemme.
In questo quadro generale, l'intenzione di questo approfondimento è di avvicinarsi alla comprensione dei primi undici versetti dell'undicesimo capitolo: il brano che apre l'attività di Gesù a Gerusalemme e che anticipa la sua passione nella capitale (Parte seconda, b). 

Leggiamo ora direttamente dal nostro testo:

Quando furono giunti vicino a Gerusalemme, a Betfage e Betania, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate nel villaggio che è di fronte a voi; appena entrati, troverete legato un puledra d'asino, sopra il quale non è montato ancora nessuno; scioglietelo e conducetelo qui da me. Se qualcuno vi dice: "Perché fate questo?" rispondete: "Il Signore ne ha bisogno, e lo rimanderà subito qua"». Essi andarono e trovarono un puledro legato a una porta, fuori, sulla strada, e lo sciolsero. Alcuni tra quelli che erano lì presenti dissero loro: «Che fate? Perché sciogliete il puledro?» Essi risposero come Gesù aveva detto. E quelli li lasciarono fare. Essi condussero il puledro a Gesù, gettarono su quello i loro mantelli ed egli vi montò sopra. 

Molti stendevano sulla via i loro mantelli; e altri, delle fronde che avevano tagliate nei campi. Coloro che andavano avanti e coloro che venivano dietro gridavano: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il regno che viene, il regno di Davide, nostro padre! Osanna nei luoghi altissimi!» Gesù entrò a Gerusalemme nel tempio; e dopo aver osservato ogni cosa intorno, essendo già l'ora tarda, uscì per andare a Betania con i dodici.
Marco 11:1-11 

2. L'ESEGESI

Seguendo la narrazione del brano, possiamo distinguere due momenti distinti: il primo che riguarda la preparazione dell'entrata nella città santa e il secondo che descrive l'ingresso vero e proprio. L'azione parte a Betfage e Betania, presso monte degli Ulivi.  Questa indicazione non è certamente casuale, in quanto leggiamo nel libro del profeta Zaccaria:

Poi il SIGNORE si farà avanti e combatterà contro quelle nazioni,
come egli combatté tante volte nel giorno della battaglia.
In quel giorno i suoi piedi si poseranno sul monte degli Ulivi,
che sta di fronte a Gerusalemme, a oriente,
e il monte degli Ulivi si spaccherà a metà, da oriente a occidente,
tanto da formare una grande valle;
metà del monte si ritirerà verso settentrione
e l'altra metà verso il meridione.
Zaccaria 14:3,4

Proprio nel monte degli Ulivi, dove era stato profetizzato l'intervento salvifico di Jahvè, Gesù dà istruzione a due discepoli di predisporre quel che era necessario per il momento che stava per arrivare. Egli chiede di prendere una puledra d'asino su cui non era ancora salito nessuno, secondo un altro oracolo dello stesso profeta:

Esulta grandemente, o figlia di Sion,
manda grida di gioia, o figlia di Gerusalemme;
ecco, il tuo re viene a te;
egli è giusto e vittorioso,
umile, in groppa a un asino,
sopra un puledro, il piccolo dell'asina. 

Zaccaria 9:9

Anticipando la possibile obiezione istruisce i discepoli su come rispondere, facendo rilevare come il vero proprietario dell'animale sia in realtà Gesù, riconosciuto tale proprio in virtù dell'ingresso messianico nella sua identità di Signore. I discepoli ubbidiscono, rispondono all'obiezione in quel modo, e conducono il puledro a Gesù. Egli non entra in Gerusalemme con il cavallo da guerra così come fanno i sovrani conquistatori, ma con un puledro, che auspica l'arrivo del principe della pace, richiamando alla mente anche la descrizione del cerimoniale di incoronazione di Salomone:

Poi il re Davide disse: «Chiamatemi il sacerdote Sadoc, il profeta Natan e Benaia, figlio di Ieoiada». Essi vennero alla sua presenza e il re disse loro: «Prendete con voi i servitori del vostro signore, fate salire Salomone mio figlio sulla mia mula, e conducetelo a Ghion. In quel luogo il sacerdote Sadoc e il profeta Natan lo ungeranno re d'Israele. Poi suonate la tromba e gridate: "Viva il re Salomone!" Voi risalirete al suo seguito, ed egli verrà, si metterà seduto sul mio trono, e regnerà al mio posto. Io nomino lui come principe d'Israele e di Giuda».
1 Re 1:32-35

A questo punto inizia la descrizione dell'entrata vera e propria.
Il gruppo di Gesù dovette essere uno dei tanti costituiti dai pellegrini che in quel momento stavano entrando a Gerusalemme in occasione della festa liturgica più importante del calendario giudaico, ma i presenti stendono sulla loro via dei mantelli e delle fronde tagliate dai campi come segno di gloria e onore, ricordando in questo caso il rituale di intronizzazione di Jeu:

Allora ognuno di essi si affrettò a togliersi il mantello e a stenderlo sotto Ieu su per i nudi gradini; poi suonarono la tromba, e dissero: «Ieu è re!»   

2 Re 9:13 

La folla a questo punto acclama Gesù con una serie di brevi frasi per lo più riprese dal Salmo 118. Questo Salmo in origine era recitato nell'anniversario dell'intronizzazione del re, ed era proclamato dal pio giudeo nel momento dell'ingresso nel tempio durante le feste di pellegrinaggio.4 L'ovazione "Osanna!" significa in particolare "dona salvezza", e mette in risalto come la speranza messianica del popolo abbia ora il suo compimento proprio in Gesù.5 Il significato teologico dell'episodio riguarda quindi Gesù che entra a Gerusalemme come re di Israele, come principe della pace, come donatore della salvezza di Jahvè: e tutto questo in accordo con la sua consapevolezza, con il seguito dei suoi discepoli e con il riconoscimento degli altri pellegrini giudei. In questa veste egli si dirige subito nel tempio, il luogo al centro di ogni liturgia religiosa. Arrivando il tramonto non risiede a dormire in Gerusalemme ma torna a Betania, situata comunque entro i confini religiosi della città e luogo di appoggio per il suo ministero. Qui passerà la notte con i dodici. 

3. L'ATTUALIZZAZIONE 

Da un punto di vista di fede questo brano - presentando Gesù in un modo ben specifico - solleva inevitabilmente diverse domande che richiedono risposte intime e personali. Nel Vangelo secondo Marco se fino al c.8 v.30 egli è presentato prima di tutto come messia e nei testi successivi egli si rivela negli insegnamenti come Figlio di Dio, proprio nel nostro brano viene invece pubblicamente riconosciuto come messia regale e come il Figlio di Dio che sta per entrare nella città santa per portare la salvezza tanto attesa. Che tipo di salvezza? La salvezza da una vuota religiosità, dalla sofferenza che contraddistingue l'esistenza umana, dall'assenza della speranza e dall'oppressione di ogni tipo. Laddove Gesù prima di questo momento ha predicato e operato miracoli nelle campagne periferiche, ora si dirige regalmente verso il tempio, mostrando in questo modo come la presenza di Dio stia tornando nel centro spirituale di Giuda/Israele per un momento unico nella dinamica della salvezza divina. Il secondo tempio che non ha mai avuto al suo interno l'arca dell'alleanza come segno visibile della presenza di Dio ora accoglie Gesù, abitazione del Logos di Dio (Gv. 1:14), mostrando in questo modo un intervento divino che in parte adempie gli oracoli degli antichi profeti ed in parte sta per realizzare qualcosa di radicalmente nuovo e inatteso, ma ugualmente salvifico ed eterno: la morte del Figlio di Dio per la vita di tutti i figli di Dio. 

In questo quadro però il riconoscimento dato a Gesù si scontra con un appello rivolto direttamente a noi stessi. Se loro hanno riconosciuto Gesù come messia regale e Figlio di Dio infatti, noi lo abbiamo già fatto? Non è una domanda scontata. Riconoscere Gesù come re - come proprio re - significa riconoscere in lui e nei suoi insegnamenti l'autorità ultima per la propria vita e per le scelte grandi e piccole della propria quotidianità. Si tratta di riconoscere in lui un potere di governo su di noi e non solo a parole, ma anche e soprattutto con i fatti. Se riconosciamo Gesù come il nostro re, come il messia e il Figlio di Dio, allora la Pasqua avrà significato per noi: un significato di salvezza eterna. Ma se non lo facciamo, saremo solo osservatori e non protagonisti della salvezza divina.  In chi ci possiamo riconoscere: in coloro che osservavano gli eventi o in coloro che erano parte di quei "molti" che stendevano i loro mantelli sulla via di Gesù invocando la salvezza di Dio? Questo può essere il momento giusto per far chiarezza dentro di noi, per capire qual è l'attitudine del nostro cuore e la risposta che vogliamo dare. La buona notizia èche Gesù è arrivato, e ha portato la salvezza tanto attesa. La buona notizia è che noi oggi possiamo riconoscerlo in questo modo così come è stato durante l'evento che abbiamo considerato. La buona notizia è che lui tornerà per finire quello che ha iniziato e portare a compimento il suo regno, dove non ci sarà più alcun pianto, alcun dolore e alcuna ingiustizia e dove tutti i figli di Dio potranno finalmente vedere il suo volto faccia a faccia. 

4. CONCLUSIONE  

Il brano dell'ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme riveste un significato importante tanto a livello letterario quanto a livello teologico e spirituale. Da una parte infatti esso è collocato nel periodo che anticipa gli eventi della passione del Signore, dando il via a un conto alla rovescia che troverà il suo culmine proprio nella croce. Dall'altra parte invece costituisce uno snodo cruciale nel riconoscimento dell'identità di Gesù e nel significato della sua missione, assumendo su di sé in questa circostanza l'eredità profetica propria dell'intervento escatologico del Signore e dell'incoronazione regale in Israele. 

Gesù entra a Gerusalemme come portatore della salvezza di Jahvè, come re di Israele/Giuda rispettando l'attesa dei tanti secoli passati. Tuttavia negli eventi successivi egli non instaurerà in questa occasione il suo regno - come ci si potrebbe attendere - ma soffrirà e morirà a causa delle nostre iniquità (Is. 53:5) per poi risorgere il terzo giorno dopo la sua morte e chiamare all'esistenza la Chiesa, in attesa del suo ritorno. A livello teologico ci troviamo anche noi proprio in questo momento alla fine dei tempi, ed è in questo momento che anche noi dobbiamo prendere una posizione per decidere se seguire o meno Gesù, il messia e il Figlio di Dio. Se stendere il nostro mantello ai suoi piedi, se acclamarlo come re della nostra vita.



Note:

[1] Rafael Aguirre Monasterio e Antonio Rodriguez Carmona, Vangeli sinottici e Atti degli Apostoli, Brescia, Paideia, 1995, p. 147. 
[2] Ibid. p. 30. 
[3] Ibid. p. 98. 
[4] Santi Grasso, Vangelo di Marco - nuova versione, introduzione e commento, Milano, Paoline, 2003, p. 281.  
[5] Id. Ibid.  

mercoledì 11 febbraio 2015

La legge, la grazia e la verità

Lui, infatti, è la nostra pace; lui che dei due popoli ne ha fatto uno solo e ha abbattuto il muro di separazione abolendo nel suo corpo terreno la causa dell'inimicizia, la legge fatta di comandamenti in forma di precetti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo facendo la pace; e per riconciliarli tutti e due con Dio in un corpo unico mediante la sua croce, sulla quale fece morire la loro inimicizia.
Efesini 2:14-16


La lettera agli Efesini viene attribuita dalla tradizione cristiana all'apostolo Paolo, individuando nella sua prigionia a Roma, intorno al 62 d.C., il tempo della sua stesura. Per questo motivo, viene associata alle "lettere della prigionia", assieme a Filippesi, Colossesi e Filemone. La chiesa di Efeso fu incoraggiata dall'apostolo Paolo durante il suo terzo viaggio missionario, come leggiamo in Atti 19. 

In questa lettera troviamo, nel secondo capitolo, un approfondimento sul fulcro della vita cristiana: la salvezza per grazia offerta tanto ai Giudei quanto agli stranieri.

Tutto inizia però dalla morte, una morte vinta dalla resurrezione del Signore, vinta da colui che è la nostra pace, colui che è riuscito ad abbattere la causa dell'inimicizia dell'uomo con Dio e la causa della separazione tra Giudei e gentili. Con un'unico sacrificio, Gesù ha riconciliato entrambi con Dio e posto in comunione gli uni con gli altri. Per questo motivo ora non vi è più Giudeo o Greco (Gal 3:28), per lo stesso motivo la Via per la salvezza è comune ed è rappresentata da una nuova cittadinanza comune a tutti i santi (Ef 2:19).

Questi pochi versetti ben riassumono quello che Paolo descrive nella lettera come un "mistero", un decreto di Dio che per lungo tempo è restato segreto (Ef 3:5). Questo mistero, è il vangelo stesso. La legge è stata data per mezzo di Mosè, ma la grazia e la verità per mezzo di Gesù Cristo (Gv 1:17): l'Antico Testamento è il riflesso dell'autorità di Dio, della sua giustizia e della sua legislazione; ma il Signore non ha voluto rivelare soltanto questo di sé, manifestando attraverso Cristo anche la grazia e la verità, nuovi riflessi della sua sovranità. E proprio la grazia e la verità diventano nel Nuovo Testamento il volto di una nuova rivelazione. Da una parte la legge del Padre, dall'altra l'assolvimento della legge adempiuto da Cristo, e la partecipazione a questa famiglia spirituale per mezzo dello Spirito Santo (Ef 2:22). Con il Nuovo Testamento, inizia a comparire una fresca completezza. Il Figlio mostra il Padre (Gv 14:7), che manda lo Spirito Santo (14:26) che conduce le persone nella nuova famiglia spirituale che è la Chiesa. In questo processo vi è la perfezione di Dio, la perfezione della sua rivelazione, della sua salvezza, della sua sovranità. Tutto il cristianesimo si appoggia su questi presupposti spirituali, ricevendo la potenza di adempiere al grande mandato; portando la parola del regno di Dio attraverso i millenni e fino alle estremità della terra, una parola creatrice, fonte di vita. Un avanzamento del regno di Dio costante e inesorabile, che realizza la preghiera insegnata proprio da Gesù: "Padre nostro, sia fatta la tua volontà in terra come è fatta nel cielo".

martedì 29 luglio 2014

L'incidente di Antiochia

L'apostolo Paolo scrisse la lettera ai Galati in un periodo circoscritto tra il 54 e il 57 d.C., successivo alla conferenza di Gerusalemme descritta in Atti 15 e comunemente datata al 49 d.C. In quel tempo ci si riferiva alla regione della Galazia sia per indicare la regione dell'Asia minore abitata dall'etnia dei Galati, sia l'intera provincia romana chiamata politicamente in quel modo. Il libro degli Atti non riporta alcuna attività particolare di Paolo nella regione settentrionale ma al contrario presenta la fondazione di diverse chiese nella regione più ampia che porta questo nome, durante il suo primo viaggio missionario. Leggiamo infatti le circostanze che portarono alla fondazione delle chiese di Antiochia di Pisidia (Atti 13:14-50), Iconio (13:51-14:7), Listra (14:8-19) e Derba (14:20, 21), tutte città appartenenti alla provincia romana della Galazia. 

Il contesto della redazione è da trovare durante il suo terzo viaggio missionario, probabilmente durante il soggiorno ad Efeso, in Macedonia oppure a Corinto. In quel tempo, alcuni missionari giudeo cristiani erano arrivati nella Galazia per predicare un vangelo diverso, legato all'osservanza della Legge di Mosè e della circoncisione, e le chiese iniziavano a convincersi della loro predicazione. Per questo motivo, Paolo scrive con urgenza alle comunità per riprenderle dall'errore in cui stavano cadendo. La lettera si apre con i saluti ma ben presto arriva ad avere un approccio molto diretto che porta ad un'iniziale resoconto dell'origine (e della validità) del ministero dell'apostolo, e degli eventi legati appunto al congresso di Gerusalemme (Atti 15, Galati 2:1:10). Successivamente, egli inizia a raccontare un episodio successivo, quando Pietro venne a trovarlo ad Antiochia: 

Ma quando Cefa venne ad Antiochia, gli resistei in faccia perché era da condannare. Infatti, prima che fossero venuti alcuni da parte di Giacomo, egli mangiava con persone non giudaiche; ma quando quelli furono arrivati, cominciò a ritirarsi e a separarsi per timore dei circoncisi. E anche gli altri Giudei si misero a simulare con lui; a tal punto che perfino Barnaba fu trascinato dalla loro ipocrisia. Ma quando vidi che non camminavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei giudeo, vivi alla maniera degli stranieri e non dei Giudei, come mai costringi gli stranieri a vivere come i Giudei?»
Galati 2:11-14 

Dopo l'accordo raggiunto a Gerusalemme, Pietro visitò la comunità di Antiochia integrandosi perfettamente nella chiesa, dove erano presenti cristiani di origine giudaica e gentile, in un contesto molto diverso da quello di Gerusalemme. Dopo un po' di tempo però, arrivarono anche delle persone da parte di Giacomo, ed iniziarono a giudaizzare con i loro comportamenti, convincendo anche l'apostolo Pietro e Barnaba stesso (primo collaboratore missionario di Paolo) a mangiare separatamente dai gentili e conferire alla Legge di Mosè un'autorità sbagliata alla luce del Vangelo di Cristo. Questo avvenimento era identico a quello che stava accadendo alle comunità della Galazia e per questo motivo Paolo racconta loro tale aneddoto. Lo stile della scrittura è graffiante e in certi punti persino sarcastico perché Paolo è profondamente turbato da quello che sta accadendo. Egli è convinto che i Galati siano stati ammaliati (in gr. baskainō), stregati, come a suo tempo avvenne tanto a Pietro quanto a Barnaba. Con il senno di poi, potremmo dire che gli avvenimenti ad Antiochia segnarono il periodo di maggiore crisi per la nascente Chiesa cristiana, crisi che non fu risolta immediatamente ma che andò avanti non solo per qualche anno (ripresentandosi nel vicino territorio della Galazia) ma addirittura per interi decenni [1]. Quarant'anni dopo infatti, il successivo vescovo di Antiochia scriverà alla comunità di Filadelfia le seguenti parole:  

Se qualcuno vi introduce al giudaismo, non ascoltatelo. E' meglio infatti udire il cristianesimo da un giudeo circonciso che il giudaismo da un incirconciso. Entrambi, comunque, se non parlano di Gesù Cristo, sono per me colonne sepolcrali e tombe di morti, sulle quali sono scritti semplicemente nomi di uomini.  
Lettera di Ignazio ai cristiani di Filadelfia, 6:1

Questo duro avvertimento evidenzia il fatto che anche all'alba del secondo secolo vi erano persone che introducevano i cristiani al giudaismo. Lo stesso errore dei compagni di Giacomo, lo stesso errore dei ministri itineranti che arrivarono nella Galazia e di tutte le piccole comunità di giudeo cristiani. 
Nel seguito della lettera ai Galati, l'apostolo Paolo spiega alle comunità i motivi dottrinali e spirituali per cui tali insegnamenti sono un errore. Il brano successivo a quello letto, sempre al secondo capitolo, è sicuramente molto conosciuto ed affermato, anche se spesso si omette il contesto in cui è inserito:

Quanto a me, per mezzo della legge, sono morto alla legge affinché io viva per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me. Io non annullo la grazia di Dio; perché se la giustizia si ottenesse per mezzo della legge, Cristo sarebbe dunque morto inutilmente.
Galati 2:19-21 

L'apostolo afferma di essere stato crocifisso con Cristo: non è più lui che vive ma Cristo che vive in lui. Questo concetto viene quasi sempre associato al percorso di santificazione, ma il contesto mostra chiaramente come sia legato invece alla grazia di Dio, che osservando la Legge ai fini della salvezza sarebbe in questo modo annullata! Se fossimo ancora soggetti alla Legge di Mosè, Cristo sarebbe morto inutilmente! Questo non era un problema marginale, ma minava il cuore stesso del cristianesimo mettendo a repentaglio la fede e la salvezza di innumerevoli credenti (giudei e gentili) in tutto il mondo. Cedere all'errore in questo momento avrebbe significato la morte della Chiesa immediatamente dopo i primi vagiti della nascita, secondo la strategia satanica mostrata tanto ai tempi di Mosè (Esodo 1:15-16) quanto in quelli della nascita di Cristo (Matteo 2:16). Ad Antiochia però Paolo prese posizione, resistendo e condannando in faccia Pietro stesso, mostrandogli l'ipocrisia nella quale era caduto. Ed esattamente nello stesso modo egli si comporta nei confronti dei Galati, mostrando dottrinalmente e spiritualmente i termini del loro errore. Non sappiamo esattamente cosa accadde dopo lo scontro con Pietro e dopo l'arrivo della lettera ai Galati, ma gli scritti del Nuovo Testamento e la storia del cristianesimo delle origini ci testimoniano del fatto che questo errore fu più volte evitato, portando a consolidare a questo riguardo la stessa tradizione ortodossa nella quale a distanza di due millenni ancora oggi il cristianesimo rimane fedele. 

Di certo il momentaneo sviamento di Pietro e Barnaba apre a qualche interrogativo su come esso sia potuto avvenire, ma dall'altra parte testimonia anche della difficoltà che la tradizione ebraica ha avuto nel prendere piena consapevolezza del significato del Nuovo Patto. Guardando a Paolo invece, alcuni possono essere imbarazzati dal suo comportamento duro e dalle sue parole taglienti. Dobbiamo ricordare però qualcosa di molto importante:

Meglio riprensione aperta,
che amore nascosto.
Chi ama ferisce, ma rimane fedele;
chi odia dà abbondanza di baci.
Proverbi 27:5-6 

L'amore cristiano può manifestarsi anche sotto forma di riprensione, per la nostra salvezza, per quello del nostro fratello o della nostra sorella. Ci sono momenti infatti in cui la massima espressione di amore da parte di Dio o da parte dei fratelli è quella della riprensione, mirata a correggere l'interessato togliendolo con forza dall'errore in cui è caduto. A chi non interessa il bene del prossimo, va benissimo dare abbondanza di baci, mostrare un finto buonismo per aspettare infine la rovina che gli altri raggiungono con le proprie mani. Paolo però non apparteneva a questa categoria di persone, e la sua resistenza in faccia si deve leggere nel contesto dell'amore viscerale che provava per il Signore, per la comunità di Antiochia ed anche per Pietro stesso. Lo stesso amore che lo ha portato ad esprimersi duramente ai Galati, per salvarli in extremis da una situazione di grave pericolo. 

Guardate con che grossi caratteri vi ho scritto di mia propria mano! Tutti coloro che vogliono fare bella figura nella carne, vi costringono a farvi circoncidere e ciò al solo fine di non essere perseguitati a causa della croce di Cristo. Poiché neppure loro, che sono circoncisi, osservano la legge; ma vogliono che siate circoncisi per potersi vantare della vostra carne. Ma quanto a me, non sia mai che io mi vanti di altro che della croce del nostro Signore Gesù Cristo, mediante la quale il mondo, per me, è stato crocifisso e io sono stato crocifisso per il mondo. Infatti, tanto la circoncisione che l'incirconcisione non sono nulla; quello che importa è l'essere una nuova creatura. Su quanti cammineranno secondo questa regola siano pace e misericordia, e così siano sull'Israele di Dio.
Galati 6:11-16
CONSIDERAZIONI FINALI

L'episodio dell'incidente di Antiochia e le circostanze per cui è stata scritta la lettera ai Galati mostrano chiaramente l'importanza di difendere la sana dottrina. Ciclicamente vari pericoli hanno insidiato il cristianesimo dall'interno, come del resto avevano predetto gli stessi apostoli nelle lettere neotestamentarie. Il pericolo del giudeo cristianesimo, quello dello gnosticismo, dell'arianesimo, della politicizzazione, della corruzione, dell'umanesimo, del relativismo....nomi diversi per pericoli diversi che possono essere tutti raccolti dal comune denominatore che è l'apostasia, l'assopimento, la deviazione spirituale. L'insegnamento biblico noto come "dottrina della Chiesa invisibile" rivela che per sua stessa natura la Chiesa visibile conterrà sempre un certo numero di membri che vi aderiscono solo esteriormente, nascondendo internamente una dissociazione che prima o poi verrà manifestata. Il servo del Signore però deve istruire con mansuetudine gli oppositori nella speranza che Dio conceda loro di ravvedersi per riconoscere la verità, in modo che, rientrati in se stessi, escano dal laccio del diavolo, che li aveva presi prigionieri perché facessero la sua volontà (2 Tim 2:25,26), ma anche rinfrancare le mani cadenti e le ginocchia vacillanti; facendo sentieri diritti per i passi, affinché quel che è zoppo non esca fuori di strada, ma piuttosto guarisca (Eb 12:12,13). L'apostolo Paolo a questo riguardo è un esempio di fermezza tanto nella confutazione degli oppositori quanto nella riprensione dei fratelli nell'errore, un duplice combattimento che la Chiesa sosterrà fino al ritorno del Signore. 

Note:
[1] La tradizione del giudeo cristianesimo si trascinerà in ogni caso per interi secoli, conosciuta con il nome di Ebionitismo. 

martedì 24 dicembre 2013

La parabola del gran convito: un'analisi intertestuale

Uno degli invitati, udite queste cose, gli disse: «Beato chi mangerà pane nel regno di Dio!» Gesù gli disse: «Un uomo preparò una gran cena e invitò molti; e all'ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: "Venite, perché tutto è già pronto". Tutti insieme cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: "Ho comprato un campo e ho necessità di andarlo a vedere; ti prego di scusarmi". Un altro disse: "Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi". Un altro disse: "Ho preso moglie, e perciò non posso venire". Il servo tornò e riferì queste cose al suo signore. Allora il padrone di casa si adirò e disse al suo servo: "Va' presto per le piazze e per le vie della città, e conduci qua poveri, storpi, ciechi e zoppi". Poi il servo disse: "Signore, si è fatto come hai comandato e c'è ancora posto". Il signore disse al servo: "Va' fuori per le strade e lungo le siepi e costringili a entrare, affinché la mia casa sia piena. Perché io vi dico che nessuno di quegli uomini che erano stati invitati, assaggerà la mia cena"».
Luca 14:15-24 

Gesù ricominciò a parlare loro in parabole, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un re, il quale fece le nozze di suo figlio. Mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze; ma questi non vollero venire. Mandò una seconda volta altri servi, dicendo: "Dite agli invitati: Io ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e i miei animali ingrassati sono ammazzati; tutto è pronto; venite alle nozze". Ma quelli, non curandosene, se ne andarono, chi al suo campo, chi al suo commercio; altri poi, presero i suoi servi, li maltrattarono e li uccisero. Allora il re si adirò, mandò le sue truppe a sterminare quegli omicidi e a bruciare la loro città. Quindi disse ai suoi servi: "Le nozze sono pronte, ma gli invitati non ne erano degni. Andate dunque ai crocicchi delle strade e chiamate alle nozze quanti troverete". E quei servi, usciti per le strade, radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni; e la sala delle nozze fu piena di commensali. Ora il re entrò per vedere quelli che erano a tavola e notò là un uomo che non aveva l'abito di nozze. E gli disse: "Amico, come sei entrato qui senza avere un abito di nozze?" E costui rimase con la bocca chiusa. Allora il re disse ai servitori: "Legatelo mani e piedi e gettatelo nelle tenebre di fuori. Lì sarà il pianto e lo stridor dei denti". Poiché molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti».
Matteo 22:1-14 



I Vangeli secondo Matteo e Luca, sono tradizionalmente associati ad una redazione anteriore al 70 d.C., ma la maggior parte degli studiosi moderni indicano che la loro redazione è avvenuta piuttosto in un lasso di tempo compreso tra il 70 e il 100 d.C. Entrambi i Vangeli vengono ora ritenuti come successivi al Vangelo secondo Marco, seguendo quella che in gergo tecnico viene chiamata priorità marciana. La teoria più accreditata infatti vede nel Vangelo di Marco una fonte utilizzata assieme ad altre (Q ed altre ancora) per la redazione dei nuovi due Vangeli, che avrebbero elaborato di conseguenza degli scritti preesistenti. Principalmente, esistono due grosse categorie di studio linguistico e letterario dei Vangeli: lo studio sincronico e lo studio diacronico. La prima categoria si concentra nello studio di un testo senza preoccuparsi che il testo possa essere costituito da strati più antichi ed altri più recenti. Lo studio diacronico invece, evidenzia proprio questo aspetto: ossia il modo in cui tradizioni e testi si sono sviluppati con il passare del tempo. L'intertestualità, a sua volta, indica l'interesse verso una comparazione e una relazione tra due o più testi. Oltre alla lettura ed allo studio dei Vangeli in modo verticale (ossia leggendo un singolo Vangelo dall'inizio alla fine) è possibile di conseguenza approcciarsi allo studio in modo orizzontale, comparando i brani simili od uguali proprio per studiare quello che si può evidenziare da questa correlazione, e scoprire l'evoluzione, l'influenza, la diversità insita nella redazione delle pericopi coinvolte. 

Avvicinandoci ai brani in apertura di questo articolo con la consapevolezza di quanto appena visto, è possibile fare delle semplici osservazioni dai significati tuttavia molto interessanti. Sappiamo che i Vangeli di Matteo e Luca sono stati scritti in contesti diversi e, sebbene non ci sia certezza sulla precisa data della loro scrittura, appare invece chiaro che in origine erano destinati a lettori ed ascoltatori di differente estrazione. Il Vangelo di Matteo presenta una forte familiarità con termini ed usanze giudaiche, senza dare loro nessuna particolare spiegazione. In riverenza nei confronti del nome di Dio, riporta spesso l'espressione "regno dei Cieli", secondo l'usanza rabbinica. Presenta inoltre numerosi parallelismi, espressioni tipiche della poesia ebraica. 
Il Vangelo secondo Luca invece pone particolare attenzione a presentare un racconto storico preciso ed accurato, dipingendo il cristianesimo come una nuova religione rispettabile, rispettosa delle leggi ed internazionale. E' facile comprendere come il primo possa essere stato scritto da un giudeo cristiano che si rivolgeva ad altri connazionali, mentre il secondo possa essere stato diretto ad un pubblico di gentili con differenti mentalità e concezioni. Probabilmente questa diversità rispecchia non solo una differenza geografica e culturale ma anche temporale, ma come abbiamo visto questo non è possibile dirlo con certezza. 

Addentriamoci ora finalmente nel cuore dei brani biblici in questione, che ci proponiamo di analizzare in base alle nostre capacità ed ai nostri mezzi. Leggiamo quella che viene comunemente identificata come la parabola del gran convito, oppure parabola delle nozze. Alcuni ritengono che siano due racconti simili ma a sé stanti; studiando i brani in modo diacronico tuttavia risulta evidente che stiamo parlando di due pericopi che risalgono con molta probabilità ad una fonte comune (Q per esempio?) ma che hanno subìto una evoluzione redazionale differente a causa appunto del tempo e dei destinatari a cui erano rivolti, con la possibilità che un autore fosse a conoscenza dell'altro scritto. Ho evidenziato con colori differenti le espressioni tipiche dell'una e dell'altra versione, proprio per facilitare l'identificazione delle peculiarità di ciascun elemento. La prima considerazione che si può fare, riguarda la modalità in cui le pericopi vengono intessute nei Vangeli. Luca infatti pone la parabola in mezzo ad una discussione ad ampio respiro tra Gesù ed i farisei, presentandola come risposta alla provocazione di uno di quest'ultimi. Matteo invece decide di posizionarla in una accesa discussione tra Gesù e i capi del popolo ebraico, poco prima della passione di Cristo. Se la prima contrapposizione tra due dottrine era mostrata con una certa completezza, la versione di Matteo sembra invece unirsi all'insieme di insegnamenti del Signore che conducono al contrasto della sua sofferenza e della sua morte, trovando infine un nuovo significato nella sua resurrezione. Perché queste differenze? Luca afferma esplicitamente di aver compiuto degli studi in modo da ordinare i fatti per poterli presentare con ordine e completezza in modo da confermare la loro validità (Lc. 1), il suo scopo quindi era principalmente questo. Matteo invece vive probabilmente in una comunità post pasquale che ancora risente della memoria del gruppo pre pasquale, che mettendo l'accento sull'evento trasformante della resurrezione, vuole comunicare in esso più che mai il senso della fede cristiana e della salvezza offerta ai gentili. Il significato della parabola infatti può essere affiancato al seguente messaggio che l'Apostolo Paolo scrisse alla comunità di Roma:

Così egli dice appunto in Osea: «Io chiamerò "mio popolo" quello che non era mio popolo e "amata" quella che non era amata»; e «Avverrà che nel luogo dov'era stato detto: "Voi non siete mio popolo", là saranno chiamati "figli del Dio vivente"». 
Romani 9:25-26 

Una possibile interpretazione infatti vede il banchetto che prima si pensava fosse offerto soltanto ai giudei, ora aperto a tutti i popoli (anche ai gentili), disponibile anche a tutti coloro che venivano considerati impuri dagli ebrei. Quello che non era il popolo di Dio (le popolazioni di origine non ebraica), ora può venire chiamato popolo di Dio (la Chiesa gentile). Una differente interpretazione invece vede una prima chiamata a Israele associata alla Legge seguita da una seconda chiamata associata alla salvezza. Tornando al testo, e continuando nella nostra analisi, è possibile notare il fatto che Luca precisa le scuse accampate dagli invitati originali, scuse che non sono minimamente sostenibili. Nessuno infatti comprava un campo senza prima vederlo, comprava dei buoi senza provarli, oppure poteva rifiutare un simile invito perché appena sposato. Matteo invece riassume brevemente il tipo di scuse senza entrare nei dettagli. La fine dei servitori mostra poi un'altra differenza. I servitori descritti da Luca tornano sobriamente dal loro padrone per informarlo dei rifiuti, i servitori descritti da Matteo invece vengono maltrattati ed uccisi. La prospettiva giudaica quindi evidenzia ancora una volta la colpa del popolo ebraico sopra il non ascolto e l'uccisione dei profeti del passato, sostenuta anche dal personaggio autorevole della parabola: un re. Quello che Luca presenta come "un uomo", in Matteo infatti è "un re", riproponendo l'immagine di YHWH come ultima autorità sopra Israele. Quello che in Luca è una semplice cena, in Matteo è un banchetto nuziale per il figlio del re. Il banchetto del matrimonio tra il Signore e il suo popolo, possibilmente tra il Signore ed il suo nuovo popolo, formato tanto dai giudei quanto dai gentili. 
Luca a questo punto termina il racconto con una frase lapidaria, che chiude le porte a coloro che erano stati invitati originariamente per aprirle verso il futuro che ora appartiene ai nuovi invitati. Proprio qui, al termine della parabola riportata da Matteo, troviamo - ancora una volta - una versione differente e peculiare, non priva di significato. Il racconto di Matteo infatti finisce con un episodio a tratti inquietante, che conserva la tensione palpabile presente nel cuore del racconto. Mi riferisco all'abito di nozze. Questo elemento, completamente assente nella versione di Luca, deve essere ben ragionato per trovare una sua ragione di essere. Il racconto coinvolge persone radunate "nei crocicchi delle strade", prese quasi a caso per strada e sicuramente impossibilitati a raggiungere il banchetto con abiti adatti. Chi aveva dato dunque a questi nuovi invitati le vesti per il banchetto nuziale? Non poteva essere altra persona che il re, direttamente lui. L'individuo senza veste non dev'essere passato quindi dal re, entrando al banchetto senza essere stato chiamato dai servitori oppure rifiutando direttamente la veste. La veste della giustificazione di Dio, unica strada per vivere nella sua salvezza, non può essere rifiutata senza pagare conseguenze eterne. Anche se i gentili sono chiamati ora ad essere commensali di questo banchetto escatologico infatti, non sono esenti dal passare attraverso il sacrificio di Cristo, unica Via che porta al Padre e al futuro di comunione con lui. Non c'è altro fondamento, non c'è altro Vangelo, non c'è altra salvezza al di fuori del Signore Gesù. Questo era il messaggio che Matteo voleva inculcare ai suoi lettori ebrei che probabilmente ancora non vedevano di buon occhio i credenti gentili, e questo è lo stesso messaggio su cui noi - credenti gentili del XXI secolo - dobbiamo meditare e riflettere. La salvezza del Signore è qualcosa di tanto meraviglioso quanto può esserlo un banchetto nuziale offerto gratuitamente a chi sta morendo di fame e di freddo per strada. Questo è il messaggio comune dei due brani, il cuore teologico di un messaggio così meraviglioso, qualcosa da vivere e condividere ogni giorno della nostra vita.

domenica 23 giugno 2013

Il decreto e il patto

Genesi 6:13 Allora Dio disse a Noè: «Nei miei decreti, la fine di ogni essere vivente è giunta poiché la terra, a causa degli uomini, è piena di violenza; ecco, io li distruggerò, insieme con la terra.
Genesi 6:14 Fatti un'arca di legno di gofer; falla a stanze, e spalmala di pece di dentro e di fuori.
[...]
Genesi 6:17 Ecco, io sto per far venire il diluvio delle acque sulla terra, per distruggere sotto il cielo ogni essere in cui è alito di vita; tutto quello che è sulla terra perirà.

Genesi 6:18 Ma io stabilirò il mio patto con te; tu entrerai nell'arca: tu e i tuoi figli, tua moglie e le mogli dei tuoi figli con te.

Nella Bibbia, Dio si rivela all'uomo. Nella Bibbia, troviamo il carattere di Dio, troviamo il cuore di Dio, troviamo le amicizie di Dio con gli uomini. Amicizie ratificate con patti divini, patti eterni.

In uno dei contesti più drammatici della narrazione biblica, troviamo Noè.
La malvagità degli uomini aveva raggiunto il colmo, attirando il giudizio divino ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore (Gen 6:8). 
Il piano di Dio del residuo eletto per grazia (1 Re 19:18 + Ro 11:4) trova qui un precedente, mostrando un fil rouge che percorre tutta la storia dell'umanità. Noi non conosciamo Dio per come era prima dell'esistenza del creato, ma sappiamo come si è rivelato agli esseri umani. E possiamo dire che ogni volta in cui Dio è entrato nella storia, ha mostrato come caratteristica la Sua grazia. Ha mostrato del favore immeritato verso uomini o donne. Non verso uomini perfetti, non verso uomini migliori di altri ma verso uomini comuni, per motivi da ricercare il Lui solo. Ogni uomo di Dio ha raccolto con fede la grazia, arrivando a compiere opere straordinarie, sovrannaturali ed eterne. 

Nella Bibbia però - così come in questo brano di Genesi - troviamo anche un altro aspetto: l'aspetto dei decreti. Anche di questi, le Scritture danno testimonianza. Il Signore ha dei decreti, decisi in sé stesso prima della creazione dell'universo, prima del tempo stesso. I disegni di Dio sono fedeli e stabili (Is 25:1) e riguardano le nazioni (De 32:8 + Gb 12:23 + Atti 17:26), la dispensazione della grazia (Ef 3:2-3), e l'elezione dei singoli credenti (Mt 25:34 + Ef 1:4 + Ro 8:28-30).
Questi disegni, questi decreti si manifestano tanto nella salvezza offerta ad alcuni, quanto ai giudizi espressi contro popoli, nazioni e persone. In tutti i libri profetici dell'Antico Testamento per esempio, troviamo giudizi di questo tipo contro Israele e Giuda a causa delle loro trasgressioni ma anche contro le nazioni pagane per aver raggiunto il colmo dei loro peccati.

Apparentemente sono aspetti contrastanti, in contraddizione. I giudizi spesso sono per la morte, mentre la grazia concede la vita, la benedizione e la prosperità. Ma sono entrambe realtà della natura, del carattere e della persona di Dio. Egli ha un piano, e questo comprende la concessione della grazia, ma anche un giusto giudizio. Era così nell'Antico Testamento ed è così a maggior ragione nel Nuovo Testamento dove il sacrificio sostitutivo di Cristo ha portato al presupposto legale della salvezza offerta all'uomo. In questo sacrificio converge la grazia che Dio ha mostrato nel passato, quella che mostra nel presente e che presenterà in futuro. 
In Cristo ogni maledizione si annulla, perché egli è diventato maledizione al posto nostro (Ga 3:13). In Cristo troviamo la vita, un futuro e una speranza. In Cristo il decreto eterno di Dio di benedizione si realizza per l'uomo. Lui ha potuto fare un patto - un nuovo patto (Lc 22:20) - per una salvezza sicura e duratura. I discendenti di Noè sono tornati a peccare e ad attirarsi nuovi giudizi e maledizioni (Ge 9:25) ma i discendenti spirituali di Cristo vivranno in eterno in un luogo dove non ci sarà più pianto né dolore (Ap 21:4).

Ebrei 4:14 Avendo dunque un grande sommo sacerdote che è passato attraverso i cieli, Gesù, il Figlio di Dio, stiamo fermi nella fede che professiamo.
Ebrei 4:15 Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre debolezze, poiché egli è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato.
Ebrei 4:16 Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovar grazia ed essere soccorsi al momento opportuno.
Accostiamoci al trono della grazia per "passare oltre" i giudizi di Dio, per "passare oltre" i diluvi che Dio scatenerà nel mondo. Accostiamoci al trono della grazia per trasformare queste acque di morte in un'acqua di rinascita, un'acqua battesimale, un'acqua di rigenerazione. 


Accostiamoci al trono della grazia per una nuova vita, eterna. 
Solo per grazia. 
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