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domenica 8 settembre 2019

Se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli



INTRODUZIONE


Il Vangelo secondo Matteo viene riconosciuto come il “Vangelo ecclesiale” perché proprio la chiesa risulta essere uno dei principali argomenti trattati, e in modo unico rispetto agli altri Vangeli Sinottici, ossia Marco e Luca. Basti pensare che la parola “chiesa” ricorre qui 3 volte e negli altri vangeli nessuna. La parola “fratello” ricorre invece addirittura 39 volte contro le sole 20 di Marco e 24 di Luca. Gia questi due piccoli flash statistici sul lessico manifestano indizi importanti proprio in questo senso.

Da un punto di vista dottrinale, invece, questo vangelo possiede altre peculiarità da segnalare, tra le quali la più importante riguarda la suddivisione degli insegnamenti in cinque grandi e famosi discorsi di Gesù. Appare evidente che il redattore, pur essendo in polemica contro la sinagoga, è familiare con l'ebraismo del tempo e per questo motivo utilizza una divisione in cinque unità dal grande impatto simbolico (cinque sono i libri di Mosè, la Torah, e cinque sono i libri dei Salmi, i Tehillim), per consegnare ai discepoli di Cristo un nuovo e definitivo insegnamento che si inserisce in continuità con le precedenti Scritture, pur andando al di là di esse portandole a compimento. Ecco quindi che troviamo il discorso della montagna (5:1-7:29), il discorso di missione (9:35-10:42), il discorso in parabole (c.13), il discorso ecclesiale (18:3-34) e infine il discorso escatologico (23:1-25:46). Il versetto che stiamo considerando oggi si inserisce quindi chiaramente nel discorso ecclesiale, ed è in quest'ottica che dobbiamo considerarlo.

DIVENTARE COME BAMBINI


La prima considerazione che dobbiamo fare a riguardo di questo insegnamento è il fatto che sia rivolto ai discepoli (18:1). È direttamente a loro – e a noi – che Gesù si rivolge: non agli scribi o farisei, non alle moltitudini. Diverse frasi vengono qui raccolte con delle specifiche “parole di aggancio”: ossia “bambino “ (vv. 2.3.4.5.) e “piccoli” (vv. 6.10.14.), che risultano quindi parole chiave per la comprensione del brano e per ogni comunità che accoglie il regno dei cieli. Nel suo complesso, è possibile ravvisare in questo discorso la preoccupazione per le divisioni all'interno delle comunità, il peccato e la condizione dei fratelli deboli. Sempre qui troviamo una procedura per risolvere i conflitti (18:15-20), pur affidandosi tutti alla misericordia del Padre.

Iniziando la lettura del diciottesimo capitolo, troviamo che i discepoli chiedono al Signore chi sia il più grande del regno dei cieli – eufemismo nato per rendere “regno di Dio” senza nominarlo invano – una discussione probabilmente affrontata più volte, come riportano i vangeli (p. es. Lc. 22:24). Al che, Gesù prende un παιδίον – paidion – bambino/fanciullo, lo pone in mezzo ai discepoli e dice:

In verità vi dico: se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.

La prima cosa che salta all'occhio, e non c'è bisogno di studi particolari per notarlo, è il paradosso di questa affermazione che fa degli elementi sociali più ignorati addirittura un modello per poter entrare nel regno dei cieli. I discepoli discutono su chi sia più grande, e Gesù risponde prendendo il più piccolo tra i presenti. Come fa presente R.T. France, la caratteristica che viene presa in considerazione non è tanto di carattere personale dei bambini (innocenza, umiltà, sensibilità o fiducia) quanto la loro posizione sociale. Restando aderenti al libro in considerazione, è possibile riscontrare che il termine tradotto con “bambini” compare 15 volte nel Vangelo secondo Matteo e principalmente identificando Gesù stesso da piccolo (2:8-9; 2:11,13-14 e 20-21), coloro che erano tra i presenti alla moltiplicazione dei pani e dei pesci, i protagonisti del 18mo capitolo che stiamo considerando e, infine, i presenti in un'ultima considerazione simile che sarà ripetuta nel diciannovesimo capitolo. Trovo significativo quindi che questo termine ha in sé in questo libro biblico una connotazione marcatamente positiva: non è mai usato con accezione anche solo parzialmente negativa, come ad esempio da Paolo in 1 Corinzi 14:20. I bambini di cui parla Matteo sono coloro che per la loro giovane età vengono disprezzati dalla società. Sono tra gli ultimi. Sono poveri in spirito, semplici, senza alcuna proprietà. Sono proprio come Gesù, un ebreo della periferica Galilea che cresce senza alcun riconoscimento umano ma con una salda fede in Dio. E tale doveva essere anche per questi fanciulli che nel vangelo hanno sempre una cosa in comune: sono presenti alla predicazione di Gesù.

Ecco quindi che abbiamo tratteggiato un sommario – ma forse sufficiente – identikit di questi bambini a cui dobbiamo conformarci in quanto discepoli di Cristo. Persone che stanno davanti alla presenza di Gesù e lo ascoltano. Che non meditano su chi sia il più importante (come stavano facendo i discepoli) ma che vivono la propria fede nell'intimo, con una devozione personale che non è ostentata ma comunque profondamente radicata. Persone che non impongono la loro influenza e il loro potere politico e sociale ma che vivono in mansuetudine, senza sentirsi superiori a nessuno. Questa identificazione trova una sua conferma proprio in un'altra volta che Gesù dovette entrare sul tema e rispondere – questa volta in modo ancor più chiaro – ai discepoli che riflettevano sempre sulla medesima questione:

Fra di loro nacque anche una contesa: chi di essi fosse considerato il più grande. Ma egli disse loro: «I re delle nazioni le signoreggiano, e quelli che le sottomettono al loro dominio sono chiamati benefattori. Ma per voi non dev'essere così; anzi il più grande tra di voi sia come il più piccolo, e chi governa come colui che serve. Perché, chi è più grande, colui che è a tavola oppure colui che serve? Non è forse colui che è a tavola? Ma io sono in mezzo a voi come colui che serve. Or voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove; e io dispongo che vi sia dato un regno, come il Padre mio ha disposto che fosse dato a me, affinché mangiate e beviate alla mia tavola nel mio regno, e sediate su troni per giudicare le dodici tribù d'Israele.
Luca 22:24-30

Ecco la chiave di comprensione che possiamo ricavare dal confronto con questo ulteriore brano: chi governa deve essere come chi serve. Chi è grande tra i discepoli di Cristo deve essere come i più piccoli, ossia come i bambini. Risulta interessante a questo riguardo notare che l'immagine usata da Gesù per farsi capire meglio riguarda la tavola: tra chi è seduto a mangiare e chi serve. In continuità con questo insegnamento è impossibile non accorgersi che il primo (in senso cronologico) ministero istituzionale stabilito nella Chiesa di Gerusalemme è proprio quello del servizio alla mensa, ossia del diaconato (cfr. Atti c.6). Esiste una diaconìa di tutti i credenti (Ef. 4,12) ed è proprio quella del servizio amorevole, ma concreto, verso il prossimo in difficoltà. Chi serve in questo modo, è grande nel regno dei cieli, vive secondo l'esempio di Cristo per grazia di Dio, e un giorno potrà accostarsi alla tavola nel regno del nostro Signore.

CONCLUSIONE


Dai vangeli possiamo vedere che diverse volte i discepoli discutevano tra di loro pensando chi fosse il più grande nel regno di Dio, questa attitudine tuttavia non è solo loro ma ci appartiene: è parte della nostra carnalità. Quante volte abbiamo noi stessi formulato pensieri simili? Anche senza guardare alle statue o alla gerarchia Cattolica romana, ma rimanendo nel nostro contesto evangelico, quante volte abbiamo riflettuto sui pastori e predicatori più in vista pensando a chi sia il più grande? Quante “classifiche” abbiamo fatto o competizioni abbiamo corso nel ministero?

Proprio in questi ragionamenti si inserisce oggi la risposta di Gesù, che ci distoglie dall'attenzione verso tutto questo, alleggerendo di molto nello stesso tempo i pesi inutili che spesso portiamo. La logica del regno di Dio per molti aspetti e contraria a quella della nostra società, e diviene imperativo per noi prendere del tempo ogni volta che ne abbiamo bisogno per conformare meglio la nostra mente alla Parola di Dio e distaccarci dalla mentalità del presente secolo. In questo modo, grazie all'aiuto dello Spirito Santo, potremo avvicinarci sempre di più allo stile di vita di Gesù, che per primo è venuto a noi non per essere servito ma per servire.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

  • Rafael Aguirre Monasterio, Antonio Rodriguez Carmona, Vangeli sinottici e Atti degli Apostoli, Paideia Editrice, Brescia, 1995.
  • R. T. France, Il Vangelo secondo Matteo, Edizioni GBU, Chieti-Roma, 2004.

domenica 18 febbraio 2018

Dal senso di abbandono allo spirito di figliolanza

















Nota: Questi sono gli appunti di un sermone che ho predicato il 30 luglio 2017 nella Missione Oikos di Como.

Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l'essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma svuotò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce. Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre.
Filippesi 2:5-10

Come abbiamo appena letto, pur essendo in forma di Dio Gesù non considerò l'essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente. Soffermandoci a riflettere possiamo domandarci: perché Gesù riuscì a non considerare la propria divinità qualcosa da preservare gelosamente ad ogni costo? 

Una possibile risposta è perché egli era dall'eternità certo della propria condizione e dell'amore infinito ricevuto dal Padre e ricambiato a lui.

Noi però non siamo in questa condizione, anzi, per natura noi nasciamo con una frattura nella relazione con Dio e portiamo nel nostro DNA il senso di abbandono dei nostri progenitori Adamo ed Eva. Provate a pensare come si dovessero sentire, quando furono messi alla porta dal giardino di Eden. Coperti da una pelliccia, soli, con la consapevolezza di aver tradito l'Onnipotente Dio Creatore. I primi giorni, i primi mesi non dovettero essere per nulla semplici. Il racconto biblico ci presenta questa descrizione:

Così egli scacciò l'uomo e pose a oriente del giardino d'Eden i cherubini, che vibravano da ogni parte una spada fiammeggiante, per custodire la via dell'albero della vita.

Genesi 3:24

Mentre se ne andavano, Adamo ed Eva hanno senza dubbio guardato alle spalle e hanno potuto vedere i cherubini con una spada di fuoco a guardia dell'ingresso e a segno del loro tradimento. Ebbene, possiamo dire - considerato il dato biblico, nonché quello esperienziale - che questa stessa condizione di separazione è restata nella loro discendenza, arrivando fino a noi. Ma il proposito di Dio non è mai stato quello di vivere lontano dall'uomo, anzi, è stato quello di vivere INSIEME a lui. Ed è per questo che Gesù ha portato ad effetto la volontà del Padre, prendendo su di sé "l'iniquità di tutti noi" (Is. 53:6). Nel vangelo di Matteo in relazione al momento della crocifissione leggiamo:

E, verso l'ora nona, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lamà sabactàni?», cioè: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano: «Costui chiama Elia».
Matteo 27:46, 47

Sulla croce Gesù ha preso su di sé tutto l'abbandono di Dio, tutta la sua ira. E lo ha fatto al posto nostro. Successivamente, dopo la resurrezione e l'ascensione, avendo vinto ogni disubbidienza con la sua ubbidienza fino alla morte di croce, Dio ha potuto mandare il Consolatore, lo Spirito Santo nel cuore dei credenti.

E voi non avete ricevuto uno spirito di servitù per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito di adozione, mediante il quale gridiamo: «Abbà! Padre!»  Lo Spirito stesso attesta insieme con il nostro spirito che siamo figli di Dio. Se siamo figli, siamo anche eredi; eredi di Dio e coeredi di Cristo, se veramente soffriamo con lui, per essere anche glorificati con lui.

Romani 8:15-17

Quale meraviglia! Vediamo che in questi eventi si è effettuato un vero e proprio scambio reso possibile dalla pura misericordia e grazia di Dio. In origine, dopo il peccato adamitico, i figli di Adamo dicevano «Elì, Elì, lamà sabactàni?» (Salmo 22:1), mentre Gesù poteva dire «Abbà! Padre!». Ma  nel cuore del Padre c'era tristezza per la solitudine che l'uomo aveva causato con la propria disobbedienza. Allora il Padre, in accordo con il Figlio e lo Spirito ha decretato una vera e propria sostituzione. Ed è stato Gesù a dire «Elì, Elì, lamà sabactàni?» affinché noi potessimo dire per mezzo dello Spirito «Abbà! Padre!».

È avvenuto uno scambio: Gesù ha preso (momentaneamente) la nostra separazione da Dio, così che noi potessimo ricevere la sua figliolanza (per sempre). Questa è una realtà spirituale che è già decretata e avvenuta, ma della quale in quanto credenti dobbiamo prendere piena consapevolezza. Perché è su questo presupposto e con questa cognizione e con questo Spirito che noi possiamo a nostra volta avere in noi lo stesso sentimento di Cristo Gesù. Da separati da Dio non potremo mai avere la possibilità di essere umili, perché ne va della nostra sopravvivenza! Ma da figli, noi abbiamo tutta la dignità per poter percorrere la via dell'umiltà senza sentirci inferiori perché lo Spirito dentro di noi ci ricorda chi siamo, e ce lo ricorda anche quando siamo impopolari, quando facciamo lavori umili, quando nessuno ci capisce, quando facciamo delle rinunce per amore. Solo vivendo quotidianamente la nostra realtà di figli amati, possiamo essere più simili al Figlio. Dobbiamo perciò abbandonare ogni senso di competizione, ogni pretesa di superiorità o complesso di inferiorità, ogni difesa e ogni diritto. Ma dobbiamo farlo in un solo ed unico modo: con la comunione, con la forza e con “l'identità famigliare” dello Spirito Santo. Per questo motivo, oggi possiamo chiedere a Dio una fresca rivelazione sul suo grande amore, sulla nostra figliolanza e sulla comunione con lo Spirito in noi. Per questo motivo possiamo rialzarci se siamo caduti e riprendere il nostro percorso con una rinnovata forza e determinazione comprendendo meglio chi siamo e dove stiamo andando.

Il tutto per la nostra riconciliazione, riabilitazione e salvezza; per il sacrificio di Cristo, per la gloria di Dio.

domenica 4 febbraio 2018

Amare il prossimo: il secondo comandamento

Nota: questi sono gli appunti di un sermone predicato nella Missione Oikos di Como il 25 giugno 2017.

I farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si radunarono; e uno di loro, dottore della legge, gli domandò, per metterlo alla prova: «Maestro, qual è, nella legge, il gran comandamento?» Gesù gli disse: «"Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente". Questo è il grande e il primo comandamento. 
Il secondo, simile a questo, è: "Ama il tuo prossimo come te stesso". Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti».
Matteo 22:34-40


Settimana scorsa abbiamo visto leggendo questo brano che ai comandamenti di amare Dio e il prossimo sono "appesi" tutta la legge e i profeti, ossia è “appesa” tutta la Bibbia. Se non amiamo Dio e/o se non amiamo il prossimo, tutta la Bibbia cade, perché non applicata. Per questo motivo dobbiamo essere sempre vigili e attenti a vivere personalmente entrambe queste realtà. 

Se però settimana scorsa ci siamo concentrati sul comandamento di amare Dio, quest'oggi ci concentreremo invece sul secondo comandamento, che è appunto "Ama il tuo prossimo come te stesso". La prima domanda che ci possiamo fare è: chi è il nostro prossimo? Il nostro prossimo è chi ci è più vicino. Dio non ci comanda di amare genericamente tutta l'umanità, ma di amare chi ci è più vicino allo stesso modo di come amiamo noi stessi. Quindi i nostri genitori, i nostri fidanzati, le nostre fidanzate, mariti, mogli in primo luogo. Fratelli e sorelle della chiesa, amici, colleghi di lavoro in secondo luogo. E poi, tutte le altre persone che il Signore mette quotidianamente sulla nostra strada. Ognuna di queste persone infatti deve essere oggetto del nostro amore. Sulla base di questo comandamento cristiano, è possibile partire per innumerevoli riflessioni diverse. In questa occasione però vorrei vedere le implicazioni di questo insegnamento nel contesto della comunità cristiana, in modo biblico e pratico.

Sappiamo che l'apostolo Paolo ha scritto ai corinzi: Se avessi il dono di profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi tutta la fede in modo da spostare i monti, ma non avessi amore, non sarei nulla. Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire i poveri, se dessi il mio corpo a essere arso, e non avessi amore, non mi gioverebbe a niente (1 Cor. 13:2-3). Fermiamoci a riflettere: tutto questo non può che stupire! Paolo sta dicendo che se io avessi il dono profetico più alto del mondo ma non avessi amore (interesse, sensibilità) per chi mi è vicino, non sarei nulla. Se avessi fede tale da spostare i monti ma non avessi amore (cura, premura), non sarei nulla. Se vendessi tutti i miei beni e andassi per le vie della mia città ad aiutare i senzatetto ma dimenticando di essere presente e di aiuto per chi mi è più vicino....non sarei nulla. Questa considerazione è tremenda. E' la peggiore notizia che potessimo ricevere. Perché non c'è scampo: ogni aspetto della nostra vita personale agli occhi di Dio è promossa o bocciata non tanto per l'esercizio dei nostri talenti/doni personali o della nostra condotta pubblica, ma per un unico fattore: l'amore per chi ci è vicino. Al contrario, paradossalmente possiamo non avere un riconosciuto ministero ecclesiastico, possiamo non avere doni dello Spirito ma amando il nostro vicino possiamo essere approvati da Dio anche se siamo sconosciuti nella società. Dato questo fatto, diviene imperativo comprendere come possiamo identificare questo amore. Questa parola copre un'infinità di significati come sappiamo, ma oggi vorrei concentrarmi su poche chiare e pratiche linee guida che possono aiutarci a vivere nel migliore dei modi la nostra realtà di chiesa locale.

1) Dobbiamo prendere coscienza del fatto che siamo diversi. Abbiamo caratteri, lavori, formazioni scolastiche, hobby, gusti alimentari, età completamente diverse gli uni per gli altri. In ogni chiesa i membri sono eterogenei, e questo è normale. Se non avessimo lo stesso amore per Dio (primo requisito) forse non ci saremmo mai neanche incontrati, figuriamoci aver stretto amicizie! Pensiamoci bene: è così. Quello che abbiamo in comune non sono gusti, ma è la stessa fede e lo stesso vibrante amore per Dio. Quando siamo focalizzati su di lui, soprattutto in preghiera, ogni cosa si dissolve e pur essendo molti in realtà siamo UNO. Quando però consideriamo le scelte personali degli altri, i comportamenti degli altri, le idee degli altri....non solo torniamo ad essere numerosi ma facciamo anche scintille ad ogni dialogo! E anche questo è normale:  
 
Il ferro forbisce il ferro; 
così un uomo ne forbisce un altro. 
Proverbi 27:17  

Le asperità dei caratteri si smussano vicendevolmente. Ma dobbiamo imparare a sottomettere i nostri caratteri al carattere di Cristo che è già in noi, e che con fatica sta cercando di venire fuori. Se tutti ci impegniamo in questo, litigheremo e discuteremo, ma ci chiariremo sempre, e ci sosterremo realmente come fratelli e come sorelle, come una famiglia. 

2) Si, ma oltre che andare in preghiera davanti al Signore nei momenti di conflitti, cosa possiamo fare di pratico per venirci incontro? Tre cose: dialogare, ascoltare attivamente, comprendere l'altro.

A) Il dialogo. Sapete, il dialogo è l'arte più difficile di questo mondo. Noi siamo abituati a parlare tanto senza dire niente. Ci sentiamo a disagio ad esprimere quali sono i nostri reali punti deboli o le nostre battaglie personali, perché dicendole a qualcuno ci rendiamo vulnerabili. Non è possibile di punto in bianco confidare tutti i segreti del nostro cuore a chi è seduto al nostro fianco, ma possiamo senza dubbio impegnarci a conquistare la confidenza dell'altro con la nostra fedeltà, e a esporci, per permettere agli altri di capire la nostra situazione (Salmo 15:2, dire la verità all'altro, come la si ha nel cuore).

B) L'ascolto attivo.  Vi è mai successo di parlare con qualcuno che palesemente aspetta solo che voi finiate per iniziare a dire lui quello che ha in mente? E' spiacevole. Ma a livelli diversi è un'attitudine dentro ciascuno di noi, perché ciascuno di noi vuole essere protagonista. Hanno costruito  Internet 2.0 proprio su questo concetto! Tutti vogliono esprimere il proprio pensiero, anche sopra quello degli altri. Ma Dio ci chiama a dare agli altri attenzione. Ad ascoltare attivamente quello che il prossimo ci sta dicendo, rinunciando a parlare con chi ci è più gradito in quel momento, rinunciando al cellulare, rinunciando ad andare a casa subito dopo la celebrazione domenicale. E' un sacrificio. Ma essere sacrifici viventi, santi e graditi a Dio significa anche questo. Ascoltiamo con interesse e scopriremo i tesori nei cuori dell'altro (Giacomo 1:19 lenti a parlare, lenti all'ira ma sempre pronti all'ascolto).

C) La comprensione. Se impariamo a dialogare e ad ascoltare meglio, impareremo anche a comprendere meglio l'altro. Comprenderlo non vuol dire giustificare i suoi errori o peccati, ma capire le sue difficoltà e spesso anche le circostanze che hanno portato a determinati errori o offese. Imparare a metterci “nei panni degli altri” è una risorsa utile e preziosa per ogni cristiano, perché riduce il giudizio, i sentimenti di superiorità e promuove invece la solidarietà di Cristo. Dopo aver compreso l'altro si può aiutarlo. Anche solo ad esprimere la nostra vicinanza a parole, o con piccoli gesti. E questo fa la differenza.
 
3) Avere aspettative sobrie sulle altre persone. Spesso abbiamo determinate aspettative sulle altre persone senza neanche informarle dei nostri pensieri e senza capire il loro punto di vista. E quando queste vengono disattese, ne siamo frustrati. Ebbene, non possiamo demandare tutto al fatto che l'altra persona “ci deve arrivare da sola”, perché sulla base di questo motto sono finite le migliori relazioni. 
 
La speranza insoddisfatta fa languire il cuore,
ma il desiderio realizzato è un albero di vita.
Proverbi 13:12  
 
E' necessario esporci, condividere cosa ci aspettiamo dagli altri in modo che lo sappiano, e capire qual è la situazione dell'altra persona e se può o meno realizzare la nostra aspettativa. Ci accorgeremo che non è sempre così, e in questo caso non dobbiamo cadere nel tranello dell'accusa. Se l'altra persona non può darci quello che ci aspettiamo, prendiamone atto senza recriminare. E' così e basta, senza cattiveria. Non possiamo mettere in croce l'altro per lacune e mancanze, per un semplice fatto: Cristo è già stato messo in croce proprio per quelle lacune e mancanze. Così come per le mie. Quindi prendiamone atto, senza giudicare o accusare: siamo tutti “work in progress” per il Signore.

4) Perdoniamoci a vicenda, perché questo è l'unico modo in cui poter vivere in famiglia. E ogni chiesa locale è una famiglia.

Sopportatevi gli uni gli altri e perdonatevi a vicenda, se uno ha di che dolersi di un altro. Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi.
Colossesi 3:13 

Non giudicate, e non sarete giudicati; non condannate, e non sarete condannati; perdonate, e vi sarà perdonato.
Luca 6:37 

Ma se voi non perdonate agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.
Matteo 6:15 

Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate; affinché il Padre vostro, che è nei cieli, vi perdoni le vostre colpe.
Marco 11:25  

Queste condizioni sono il nostro essere chiesa. Non possiamo partire che da qui, e non possiamo tornare che qui. La famiglia spirituale nella quale siamo è la casa del Signore e noi dobbiamo preservarla al meglio delle nostra possibilità. Essa è la famiglia che il Signore onora con la sua presenza, è la casa nella quale voglio e vogliamo abitare.
 
E se vi sembra sbagliato servire il SIGNORE, scegliete oggi chi volete servire: o gli dèi che i vostri padri servirono di là dal fiume o gli dèi degli Amorei, nel paese dei quali abitate; quanto a me e alla casa mia, serviremo il SIGNORE».
Giosuè 24:15  
 

domenica 28 gennaio 2018

Amare Dio: il più grande e primo comandamento




Nota: questi sono gli appunti del sermone predicato il 18 giugno 2017 nella Missione Oikos di Como

I farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si radunarono; e uno di loro, dottore della legge, gli domandò, per metterlo alla prova: «Maestro, qual è, nella legge, il gran comandamento?» Gesù gli disse: «"Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente". Questo è il grande e il primo comandamento. Il secondo, simile a questo, è: "Ama il tuo prossimo come te stesso". Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti»
Matteo 22:34-40  

Questo dibattito si inserisce nella scia dei numerosi confronti farisaici del tempo di Gesù. Nel Talmud Babilonese leggiamo:

"Un altro caso in cui un gentile venne dinanzi a Shammai e gli disse: 'Convertimi a condizione di insegnarmi l'intera Torà mentre io sono su un piede solo'. [Shammai] lo spinse via con il regolo da costruttore che aveva in mano. [Il gentile] venne dinanzi a Hillel e [questi] lo convertì. Gli disse [Hillel prima di convertirlo]: 'Ciò che ti è odioso non farlo a tuo prossimo. Questa è l'intera Torà ed il resto è spiegazione. Vai e studia!"
TB Shabbat 31a

I confronti come questi all'epoca di Gesù erano numerosi e lui, in questa come in altre occasioni, riesce a dare un contributo illuminante al dibattito sintetizzando verità di enorme profondità.
Come sappiamo, questi comandamenti sono passati alla storia come i più importanti, i due comandamenti cristiani. Amare Dio, e amare il prossimo. Da questi due, è scritto che dipendono la legge e i profeti. La parola “dipendono” traduce il verbo greco Kremannymi (cremmanamy), che possiamo tradurre più letteralmente con: appeso, sospeso, agganciato. A questi due comandamenti, quindi sono appesi tutta la legge (Penteteuco) e tutti i Profeti, ossia tutto l'Antico Testamento. La Parola di Dio è appesa a questi due precetti e senza di essi è resa inefficace, proprio perché non osservata.

Oggi possiamo concentrarci sul primo comandamento, ossia sull'amore per Dio, mentre la prossima settimana rifletteremo sul secondo comandamento relativo all'amore per il prossimo. 

Questo amore deve essere vissuto con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la mente. Il nostro spirito, le nostre emozioni e la nostra mente devono essere allineate nel nostro amore per Dio. E questo è molto difficile. Frequentemente, noi cristiani amiamo Dio solo con la nostra emozione ai concerti di lode, senza applicare la nostra mente allo studio della sua parola per conoscerlo meglio. Oppure studiamo teologia, sezioniamo Dio in mille aspetti per poterlo studiare ma senza coinvolgerci a livello emotivo. O ancora, siamo convinti intellettualmente della nostra conversione ma il nostro spirito è ancora lontano dallo Spirito di Dio: non abbiamo attraversato realmente l'evento della nuova nascita. Essa infatti non è solo convincimento intellettuale: è anche e soprattutto nascita soprannaturale promossa dallo Spirito Santo, per Sua volontà. Chi non nasce di acqua (purificazione del peccato mostrata nel battesimo in seguito alla conversione) e di Spirito non entra nel Regno di Dio. Amare Dio con tutto noi stessi dunque deve contemplare in armonia tutte queste cose, per poter racchiudere l'intero nostro essere e non soltanto una parte. Ma andiamo al contesto originale per comprendere meglio questo comandamento:

Tu amerai dunque il SIGNORE, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l'anima tua e con tutte le tue forze. Questi comandamenti, che oggi ti do, ti staranno nel cuore; li inculcherai ai tuoi figli, ne parlerai quando te ne starai seduto in casa tua, quando sarai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, te li metterai sulla fronte in mezzo agli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle porte della tua città.
Deuteronomio 6:5-9 

Da questi versetti possiamo trovare le seguenti indicazioni:
  1. I comandamenti (La Parola) saranno nel tuo cuore: Amare la Bibbia, custodirla, apprezzarla nella parte più profonda del proprio essere. Farla penetrare fin nel nostro subconscio! Renderla nostra, è la nostra eredità.
  2. Li inculcherai ai tuoi figli: Inserire la cultura biblica nella propria cultura famigliare: preghiera, racconti biblici, è conseguenza dell'averla nel cuore.
  3. Ne parlerai a casa, per via, prima di dormire e quandi ti svegli: Quando davvero ci sta a cuore, ne parliamo con chiunque! Ci interessiamo! Gli ebrei dicono che la Torah ha 70 volti e questo parla dell'infinito significato della Parola di Dio. Ebbene, noi la chiudiamo nella nostra scatola mentale di quel che crediamo di sapere, oppure ci interroghiamo ed interroghiamo gli altri in questo viaggio infinito che è la scoperta delle Scritture?
  4. Te li legherai alla mano, metterai alla fronte: facciamo in modo di ricordarci di Dio! Is 49:16 Ecco, io ti ho scolpita sulle palme delle mie mani; le tue mura mi stanno sempre davanti agli occhi. Dio ha scolpito Gerusalemme sulle palme delle sue mani per averla sempre davanti agli occhi, e anche noi utilizziamo oggetti e strategia per aiutarci tenere la nostra mente su Dio. Braccialetti con versetti, calendari biblici, quadretti servono a questo.
  5. Li scriverai sugli stipiti della casa e sulle porte della città. Questo non deve essere preso come un rituale magico, ma come un gesto profetico: dobbiamo fondare le nostre case e città sulla Parola e volontà di Dio, sulla fede in Lui e non su altro.
Nel Salmo 127, al primo versetto, leggiamo:

Se il SIGNORE non costruisce la casa,
invano si affaticano i costruttori;
se il SIGNORE non protegge la città,
invano vegliano le guardie.

Costruire le nostre famiglie e la nostra società sulla pietra angolare che è la fede in Dio attraverso Cristo Gesù è, per l'appunto, il fondamento. Tutto il resto viene dopo! Se trascuriamo questo, ogni cosa perde il suo significato: la preghiera, l'intercessione, gli studi biblici, il culto domenicale, l'evangelizzazione.....persino tutta la Bibbia senza questo presupposto cade, perché svuotata del suo scopo. Nella Scrittura possiamo trovare tanti esempi/ammonimenti su questo pericolo, tra cui la situazione emergente dal primo capitolo del libro del profeta Isaia: 
 
Smettete di portare offerte inutili;
l'incenso io lo detesto;
e quanto ai noviluni, ai sabati, al convocare riunioni,
io non posso sopportare l'iniquità unita all'assemblea solenne.
Isaia 1:13
 
Il popolo di Giuda a quel tempo osservava leggi e feste ma solo formalmente e non nel proprio intimo. E tutta la loro religiosità era diventata odiosa per Dio! Facciamo di non arrivare mai a questo stato. Il pericolo è reale e molto vicino. Facendo un salto di svariati secoli, questo è l'ammonimento che Gesù glorificato rivolge alla chiesa di Efeso alla fine del I secolo:
 
 «All'angelo della chiesa di Efeso scrivi:
Queste cose dice colui che tiene le sette stelle nella sua destra e cammina in mezzo ai sette candelabri d'oro:
"Io conosco le tue opere, la tua fatica, la tua costanza; so che non puoi sopportare i malvagi e hai messo alla prova quelli che si chiamano apostoli ma non lo sono e che li hai trovati bugiardi. So che hai costanza, hai sopportato molte cose per amor del mio nome e non ti sei stancato. Ma ho questo contro di te: che hai abbandonato il tuo primo amore.
Apocalisse 2:1-4
 
Ora che abbiamo ben definito il pericolo però, come possiamo intervenire per scongiurarlo? Come possiamo evitare di raggiungere questo stato, di abbandonare il primo amore? La risposta biblica è più semplice di quanto ci si possa aspettare: 

Esaminami, o Dio, e conosci il mio cuore.
Mettimi alla prova e conosci i miei pensieri.
Vedi se c'è in me qualche via iniqua
e guidami per la via eterna.
Salmo 139:23,24

Facciamoci esaminare dal Signore, facciamogli conoscere il nostro cuore. Sottoponiamogli i nostri pensieri e chiediamogli perdono. E lasciamoci guidare dal suo Spirito per la vita eterna. Rimettiamo il nostro amore per Dio al centro ogni volta che ci accorgiamo che se ne discosta di poco, e in questo modo potremo camminare per lungo tempo, e saziarci della benedizione del Signore per lunghi anni.

Ascoltiamo dunque la conclusione di tutto il discorso:
Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo è il tutto per l'uomo. Dio infatti farà venire in giudizio ogni opera, tutto ciò che è occulto, sia bene, sia male.

Ecclesiaste 12:15-16

martedì 2 gennaio 2018

Il Vangelo secondo Matteo: appunti introduttivi




















1. La dimensione letteraria

Mt. compie una sintesi sulla base di due testi anteriori: Il Vangelo di Marco e Q. Marco funge da cornice narrativa entro la quale sono aggiunti i dialoghi (materiale discorsivo) di Q. Mt. Però modifica l'ordine delle fonti per comporre unità tematiche, diversamente da Lc che segue invece Mc.

Anche dal punto di vista teologico, Mt. è un'opera di sintesi.

→ Procedimenti stilistici: la letteratura del NT nasce dall'incrocio culturale del mondo ellenistico con quello semitico. Questo avviene in particolar modo in Mt che è il più giudaico dei vangeli ma che tuttavia scrive in un greco più corretto di Mc. L'accuratezza di Mt si manifesta anzitutto in molte pericopi e sezioni unitarie. La conoscenza di questi procedimenti è essenziale:

  • Inclusioni: ripetizione di parole o espressioni chiave all'inizio e alla fine di una sezione. Cfr. 1:23 con 28:20. Cfr. 4:23 e 9:35, 7:16 e 20.
  • Parallelismi e chiasmi: 7:24-27 parellelismo antitetico. 16:25 chiasmo. Comune nell'AT
  • Ripetizioni di parole (fratello 39 volte in Mt. 20 in M.c 19 in Lc., chiesa 3/0/0, adempiere 16/2/9, profeti 13/0/1, figlio di Davide 10/4/4, Cristo 16/7/12)
  • Enumerazioni: Tre sono i gruppi delle genealogie, le apparizioni angeliche, le tentazioni, le opere buone, tre gruppi di miracoli comprendenti tre miracoli, tre le preghiere (26:39-44), i rinnegamenti.
    Sette sono le maledizioni (23:13-32), le parabole (13)

Cosa significano queste cose? Che il vangelo è ben costruito e presuppone una continua lettura del testo, che sono ben costruite soprattutto le unità minori e che le tecniche letterarie sono simili a quelle dell'AT.

Anche dal punto di vista dottrinale Mt è più schematico e conciso, cercando di rendere espliciti ammaestramenti dottrinali. L'interesse dottrinale si rivela soprattutto nei cinque grandi discorsi di Gesù che strutturano tutta l'opera e dimostrano la grande abilità nel produrre sintesi combinando le proprie fonti. Nel giudaismo di tendeva a raggruppare in numero di 5: 5 libri di Mosè e 5 libri di Salmi.

a) Mt. 5:1-7:29 il discorso della montagna: Gesù proclama il regno dei cieli e le esigenze che comporta:

Introduzione
I Esordio: le beatitudini e la missione
II La giustizia del regno dei cieli
III Finale: mettere in pratica

b) Mt. 9:35-10:42: il discorso di missione L'espansione del regno dei cieli

c) Mt. 13: il discorso in parabole, la natura del regno dei cieli 

d) Mt. 18:3-34: il discorso ecclesiale, la comunità che accoglie il regno dei cieli

e) Mt. 23:1-25:46: il discorso escatologico, pronti per la venuta del regno dei cieli

Mt. è quindi un testo narrativo con cinque grandi discorsi inseriti nella trama.

STRUTTURA:
  1. INTRODUZIONE (1:1-4:22)
  2. GESU', MESSIA POTENTE IN PAROLE E OPERE (4:23-9:35), tre gruppi di tre miracoli
  3. I DISCEPOLI INVIATI DA GESU' E LE DIVERSE RISPOSTE (9:36-12:50)
  4. GESU' SI CONCENTRA SUI DISCEPOLI (13:1-17:27)
  5. ROTTURA CON IL GIUDAISMO (18:1-22:45)
  6. DISCORSO DI CONGEDO, PASSIONE E PASQUA (23-28:20)

Mt. 28:16 Quanto agli undici discepoli, essi andarono in Galilea sul monte che Gesù aveva loro designato. 17 E, vedutolo, l'adorarono; alcuni però dubitarono. 18 E Gesù, avvicinatosi, parlò loro, dicendo:

FONDAMENTO
«Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra.
COMANDO
19 Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, 20 insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate.
GARANZIA
Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell'età presente.

       2. La dimensione teologica 

Il rapporto con il giudaismo fu un problema per la chiesa primitiva che traspare in tutto il NT ma soprattutto in Mt., il vangelo paradossalmente più giudaico e contemporaneamente più ostile al giudaismo.

Nella genealogia Gesù è ricondotto ad Abramo diversamente con Lc. che avanza fino ad Adamo. L'infanzia di Gesù ha paralleli inoltre con le origini di Mosè e di Israele.

Mt. sottolinea che Israele respinge il messia che gli è stato inviato (21:43).

La polemica antigiudaica viene condotta proprio perché la comunità di Mt è giudeocristiana. Vi era una forte polemica tra la sinagoga e la chiesa di Mt e quest'ultima a differenza di Paolo non elabora una teologia su Israele e sul suo futuro rapporto con Dio.

Gesù è il messia inviato a Israele come compimento delle promesse. 22:41-45: Gesù è anche più del messia.

E' inoltre Figlio di Dio. Mt è il sinottico che più spesso parla di Dio come Padre.

E' Signore. 

Dio con noi. 
Mt. 18:20 cfr. con la massima rabbinica “se due stanno insieme occupati nelle parole della legge la shekinà (= dimora, abitazione di Dio) abita in loro. Gesù prende il posto della Shekinà.

Figlio dell'uomo. Cfr. Daniele 7:13-14.

Mt. non continua il vangelo con una storia degli apostoli perchè quest'ultima è una storia che continua l'azione del Cristo glorificato.

Mt è sempre stato il vangelo ecclesiale per antonomasia: 16:18 Gesù promette l'edificazione della SUA chiesa; Gesù è sempre presente nella comunità.

I discepoli sono paradigma dei cristiani di ogni tempo: non li idealizza ma ne conosce luci ed ombre. I discepoli hanno fede ma questa è sempre minacciata. Il problema non è come accedere alla fede ma come restare fedeli.

Mt. combatte due deviazioni opposte: un antinomismo che prescinde dalla legge e un legalismo come quello degli scribi e farisei.

Mt. afferma che il signore ritarda (24:48, 25:5) e bisogna vegliare.

Bibliografia  

Rafael Aguirre Monasterio e Antonio Rodriguez Carmona, Vangeli sinottici e Atti degli Apostoli, 1995, Brescia, Paideia Editrice.

domenica 5 marzo 2017

Il settimo segno

Farai forse qualche miracolo per i morti?
I defunti potranno risorgere a celebrarti? [Pausa]
Salmo 88:10  

INTRODUZIONE

Una delle peculiarità del Vangelo secondo Giovanni, è quella di aver selezionato  un numero molto limitato di miracoli di Gesù (rispetto al gran numero di miracoli dei Vangeli sinottici) operando in questo modo una riduzione intenzionale con una finalità ben precisa.1 In questo Vangelo , ai miracoli viene dato il nome di "segni" (semeion), caricandoli di un duplice significato: da un lato infatti essi rimandano ai segni miracolosi compiuti da Jahvé per il suo popolo in partenza dall'Egitto, dall'altro invece vi è come significato la palese testimonianza che Gesù è la pienezza della rivelazione salvifica di Dio.2 I segni miracolosi di Gesù nel Vangelo secondo Giovanni sono sette (più uno conclusivo), e possono essere individuati nel seguente schema:
  1. trasformazione dell'acqua in vino (2:1-11);
  2. guarigione del figlio di un'ufficiale reale (4:46-54);
  3. guarigione dell'uomo paralizzato da trentotto anni (5:1-9);
  4. moltiplicazione dei pani (6:1-14);
  5. Gesù cammina sul mare (6:15-25);
  6. guarigione del cieco nato (9:1-8);
  7. risurrezione di Lazzaro (11:1-46) 
  •  + la pesca miracolosa (21:1-14)3.
Ogni segno custodisce un significato specifico, una particolare sfumatura dell'identità e della missione di Cristo. Il primo, per esempio, riguarda la trasformazione miracolosa dell'acqua in vino operata da Gesù ad una festa nuziale, ed il suo significato teologico riguarda la figura di Gesù come Sposo e l'invito rivolto a tutti i credenti - in virtù della Nuova Alleanza stabilita mediante il suo sangue - di partecipare al banchetto di nozze che si terrà al suo ritorno, alla fine dell'età presente.4 I segni sono strettamente legati alla fede, ma sebbene a prima vista sembra che essi abbiano proprio lo scopo di condurre alla fede, una lettura più attenta non può evitare di rilevare che essi non hanno in realtà intento apologetico (2:18, 6:30), non generano una fede che riscuote la fiducia di Gesù (2:23, 3:2, 6:26), né conducono per forza ad essa (6:26, 12:37).5 Poco dopo la descrizione del primo segno, leggiamo infatti:

Mentre egli era in Gerusalemme, alla festa di Pasqua, molti credettero nel suo nome, vedendo i segni miracolosi che egli faceva. Ma Gesù non si fidava di loro, perché conosceva tutti e perché non aveva bisogno della testimonianza di nessuno sull'uomo, poiché egli stesso conosceva quello che era nell'uomo.
Giovanni 2:23-25

In questo caso, Gesù non si fidava di coloro che credevano nel suo nome vedendo i segni che egli faceva. Anche più in generale in effetti, il segno in sé non è mai indispensabile per la fede (20:29): non è necessario "vedere" per credere, anzi, sono beati coloro che credono senza aver visto (20:29). Ma allora, che scopo hanno questi miracoli? I segni hanno lo scopo di manifestare la gloria di Dio per quanti sono disposti a penetrare il mistero di Gesù.6 Una fede nata dall'aver assistito ad un evento miracoloso è immatura e incapace di cogliere il vero significato di quel che ha visto. Per questo motivo ha bisogno di essere condotta in un percorso di crescita, verso una conoscenza e comprensione sempre maggiore di Gesù. I sette segni del Vangelo di Giovanni hanno proprio questo compito: condurre il lettore in un percorso che veda crescere e maturare la propria fede sino al punto di poter riconoscere e contemplare la gloria di Dio in Cristo, e non avere più bisogno di altri interventi per affidarsi completamente a lui.7 

In tale ottica, il proposito del presente approfondimento è quello di comprendere al meglio, nello specifico, l'ultimo segno di Gesù nel Vangelo secondo Giovanni - ossia la resurrezione di Lazzaro - per scoprire il significato teologico di questo segno e lo slancio verso una fede beata, una fede che crede anche senza aver visto. 

Procediamo quindi ora con la lettura del testo in questione. 

LA LETTURA





















C'era un ammalato, un certo Lazzaro di Betania, del villaggio di Maria e di Marta sua sorella. Maria era quella che unse il Signore di olio profumato e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; Lazzaro, suo fratello, era malato. Le sorelle dunque mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». Gesù, udito ciò, disse: «Questa malattia non è per la morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio sia glorificato». Or Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro; com'ebbe udito che egli era malato, si trattenne ancora due giorni nel luogo dove si trovava. 

Poi disse ai discepoli: «Torniamo in Giudea!» I discepoli gli dissero: «Maestro, proprio adesso i Giudei cercavano di lapidarti, e tu vuoi tornare là?» Gesù rispose: «Non vi sono dodici ore nel giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se uno cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui». Così parlò; poi disse loro: «Il nostro amico Lazzaro si è addormentato; ma vado a svegliarlo». Perciò i discepoli gli dissero: «Signore, se egli dorme, sarà salvo». Or Gesù aveva parlato della morte di lui, ma essi pensarono che avesse parlato del dormire del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto, e per voi mi rallegro di non essere stato là, affinché crediate; ma ora, andiamo da lui!» Allora Tommaso, detto Didimo, disse ai condiscepoli: «Andiamo anche noi, per morire con lui!» 

Gesù dunque, arrivato, trovò che Lazzaro era già da quattro giorni nel sepolcro. Or Betania distava da Gerusalemme circa quindici stadi, e molti Giudei erano andati da Marta e Maria per consolarle del loro fratello. Come Marta ebbe udito che Gesù veniva, gli andò incontro; ma Maria stava seduta in casa. Marta dunque disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto; e anche adesso so che tutto quello che chiederai a Dio, Dio te lo darà». Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». Marta gli disse: «Lo so che risusciterà, nella risurrezione, nell'ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?» Ella gli disse: «Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che doveva venire nel mondo». 

Detto questo, se ne andò, e chiamò di nascosto Maria, sua sorella, dicendole: «Il Maestro è qui, e ti chiama». Ed ella, udito questo, si alzò in fretta e andò da lui. Or Gesù non era ancora entrato nel villaggio, ma era sempre nel luogo dove Marta lo aveva incontrato. Quando dunque i Giudei, che erano in casa con lei e la consolavano, videro che Maria si era alzata in fretta ed era uscita, la seguirono, supponendo che si recasse al sepolcro a piangere. Appena Maria fu giunta dov'era Gesù e l'ebbe visto, gli si gettò ai piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto». Quando Gesù la vide piangere, e vide piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, fremette nello spirito, si turbò e disse: «Dove l'avete deposto?» Essi gli dissero: «Signore, vieni a vedere!» Gesù pianse. Perciò i Giudei dicevano: «Guarda come l'amava!» Ma alcuni di loro dicevano: «Non poteva, lui che ha aperto gli occhi al cieco, far sì che questi non morisse?» 

Gesù dunque, fremendo di nuovo in se stesso, andò al sepolcro. Era una grotta, e una pietra era posta all'apertura. Gesù disse: «Togliete la pietra!» Marta, la sorella del morto, gli disse: «Signore, egli puzza già, perché siamo al quarto giorno». Gesù le disse: «Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio?» Tolsero dunque la pietra. Gesù, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, ti ringrazio perché mi hai esaudito. Io sapevo bene che tu mi esaudisci sempre; ma ho detto questo a motivo della folla che mi circonda, affinché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò ad alta voce: «Lazzaro, vieni fuori!» Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti da fasce, e il viso coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare». Perciò molti Giudei, che erano venuti da Maria e avevano visto le cose fatte da Gesù, credettero in lui. Ma alcuni di loro andarono dai farisei e raccontarono loro quello che Gesù aveva fatto.
Giovanni 11:1-46

COMPRENDERE IL SETTIMO SEGNO

























La risurrezione di Lazzaro, come ultimo e più grande segno, conclude la prima metà del Vangelo secondo Giovanni (nominata abitualmente dagli studiosi come "libro dei segni") anticipando i temi che verranno sviluppati nella seconda metà costituita dal "libro dell'esaltazione" (13:1-20:31).8 Il racconto si articola in questi sei passaggi principali9:
  • La famiglia di Betania (vv. 1-6)
  • Dialogo di Gesù con i discepoli (vv. 7-16)
  • Dialogo di Gesù con Marta (vv. 17-27)
  • Il pianto di Maria e di Gesù (vv. 28-37)
  • Davanti alla tomba di Lazzaro (vv. 38-44)
  • Reazioni contrapposte (vv. 45-53, brano non incluso in queste considerazioni)
Il primo passaggio introduce la cornice narrativa, presentando gli elementi di questa famiglia che Gesù amava (agapaō10), e che frequentava quando si trovava a Betania. Egli tornerà da loro anche in seguito, sei giorni prima della sua passione (12:1-8). Conosciamo qualcosa in più del carattere di Marta e Maria grazie al Vangelo secondo Luca:

Mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio; e una donna, di nome Marta, lo ricevette in casa sua. Marta aveva una sorella chiamata Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola. Ma Marta, tutta presa dalle faccende domestiche, venne e disse: «Signore, non ti importa che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e sei agitata per molte cose, ma una cosa sola è necessaria. Maria ha scelto la parte buona che non le sarà tolta».
Luca 10:38-42

Il nome Marta in aramaico significa "padrona", lei è la sorella maggiore e la padrona di casa che provvede all'ospitalità in modo generoso.11 Maria invece è introdotta come quella che unse il Signore di olio profumato e gli asciugò i piedi con i suoi capelli, nonostante questo avvenimento venga raccontato soltanto nel capitolo seguente. Perché dunque questa anticipazione? Evidentemente traspare qui un sapere affermato nella comunità dell'evangelista, dove Maria è ormai identificata con questo gesto di amore che prefigura la vicina unzione del corpo morto di Gesù.12 Infine troviamo Lazzaro. Maria e Marta mandano a chiamare Gesù dicendo solamente: «Signore, ecco, colui che tu ami (phileō13) è malato». L'affetto e l'amicizia che vi era tra Gesù e Lazzaro era così forte da non permettere alcun fraintendimento. Il nome Lazzaro è il corrispondente del nome ebraico Eleazar14, che significa letteralmente "Dio ha aiutato".15 Lazzaro è stato aiutato da Dio nel modo più eclatante, ed il suo stesso nome ne avrebbe portato testimonianza in ogni luogo. Marta dunque era colei che serviva in casa con solerzia, Maria era quella che unse il Signore di olio profumato asciugando i piedi con i suoi capelli, mentre Lazzaro sarebbe stato conosciuto da lì a poco come colui che venne addirittura risuscitato dal Signore Gesù. A questo punto iniziale del testo però, con Lazzaro malato e le sue sorelle in apprensione, il brano inserisce un elemento di tensione riportando che Gesù dopo aver ascoltato il messaggio della malattia del suo amico si trattenne ancora due giorni nel luogo dove si trovava. Una scelta che stride con il grande affetto provato per loro e con la situazione di emergenza, ma che viene spiegata con la conoscenza soprannaturale che questa malattia rappresentava in realtà un mezzo affinché il Figlio di Dio fosse glorificato.  

La seconda parte del brano si svolge, non a caso, il terzo giorno dopo aver appreso la notizia. Gesù si trattiene due giorni nel luogo in cui si trova con i suoi discepoli, poi - ossia il giorno seguente16 - li informa della sua volontà di tornare in Giudea. I discepoli si lamentano, vista l'opposizione che avevano in questo territorio, ma egli risponde con l'immagine di un cammino: spedito di giorno grazie alla luce, e insidioso durante la notte a causa del buio. Questa allusione verrà poi ripresa nell'annuncio della sua morte in 12:30-36, lasciando intendere che la sua presenza stava illuminando il mondo (cfr. Gv. 1), ma che da lì a poco sarebbero arrivate le tenebre della notte. Successivamente, spiega loro che Lazzaro si era addormentato, e che stava andando a svegliarlo. I discepoli capiscono questa frase nel suo senso letterale, e ne fraintendono il vero significato. Questo tipo di fraintendimento rappresenta una caratteristica stilistica del quarto Vangelo, e viene usata nei dialoghi per approfondire gradualmente i temi proprio per mezzo del malinteso.17 Abbiamo altri chiari esempi nei dialoghi con Nicodemo e con la samaritana. Secondo questo schema dunque, egli è costretto a spiegarsi meglio, ed esplicita il fatto che Lazzaro nel frattempo era morto, e che stavano andando da lui. Le sue parole sottintendono un velo positivo che non può ancora essere compreso a questo punto (per voi mi rallegro di non essere stato là, affinché crediate), ma lo sarà a breve. Alla spiegazione di Gesù, l'apostolo Tommaso risponde con il lamento: «Andiamo anche noi, per morire con lui!». Questa battuta viene identificata dalla studiosa Elaine Pagels come il primo di tre aneddoti di Giovanni che imprimono su Tommaso il marchio di dubbioso, per motivi polemici e pratici nati dal confronto con il gruppo dissidente legato al Vangelo apocrifo di Tommaso.18 In ogni caso, in questo brano Tommaso dubita della decisione di Gesù, accentuando l'incomprensione condivisa da tutti i discepoli. Anche il dialogo tra Gesù e i discepoli dunque si conclude con un'atmosfera disarmonica.

La narrazione continua, e nella terza scena Gesù e i suoi discepoli arrivano finalmente a Betania. Il testo specifica che a questo punto Lazzaro era già morto da quattro giorni, e lo fa probabilmente in considerazione della credenza giudaica di allora secondo cui l'anima del morto rimaneva nelle vicinanze del cadavere per tre giorni prima di andarsene definitivamente.19 L'indicazione quindi conferma l'ineluttabilità della morte, aumentando il senso drammatico. Appena Marta riceve la notizia dell'arrivo di Gesù, gli corre incontro alle porte del villaggio, dove si svolge questo dialogo. I quindici stadi che separano Betania da Gerusalemme corrispondono a meno di tre chilometri, e i "tanti Giudei" venuti dalla capitale riflettono la stima che Lazzaro godeva in città.20 Appena Marta arriva da Gesù, gli rivolge la parola con un rimprovero: Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto. Ma questa sua prima frase continua, mostrando anche la speranza di un intervento persino in questa situazione ormai inesorabile: e anche adesso so che tutto quello che chiederai a Dio, Dio te lo darà. In questa espressione di delusione, ma anche di fede, Gesù fa leva sulla fede rispondendo: «Tuo fratello risusciterà». Per la seconda volta in questo racconto particolare, la risposta di Gesù viene fraintesa. Marta infatti comprende questa frase nell'ottica della risurrezione generale alla fine dei tempi, ma il Signore ha in mente qualcos'altro e procede spiegando: Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Dopo aver detto questo, egli incalza chiedendole: Credi tu questo? L'intensità del dialogo raggiunge qui il suo apice, tutta l'attenzione è ora rivolta verso la risposta di Marta, che acquisisce a questo punto un'importanza risolutiva nella dinamica di queste battute e del testo nel suo insieme. Gesù desidera portarla ad un nuovo livello di fede, ad un nuovo livello di comprensione della sua persona, del suo ruolo e del suo potere. E Marta risponde in modo mirabile dicendo: Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che doveva venire nel mondo. La portata di questa dichiarazione è pari soltanto a quella di Pietro:

Simon Pietro gli rispose: «Signore, da chi andremmo noi? Tu hai parole di vita eterna; e noi abbiamo creduto e abbiamo conosciuto che tu sei il Santo di Dio».
Giovanni 6:68,69  

Marta riconosce in Gesù non solo il Messia, ma anche il Figlio di Dio che doveva venire nel mondo, così come Pietro riconosce in lui il Santo di Dio. E lo fa prima di aver visto il miracolo, rappresentando in questo modo la stessa comunità credente formata da coloro che "credono senza aver visto".21 Questa affermazione di Gesù, e la confessione di Marta,  rappresentano "il centro del centro" di tutto il racconto, adombrando se possibile anche il miracolo che avverrà da qui a breve.22 Dopo le prime due chiusure avvenute nella penombra, il racconto prosegue con questa luminosa proclamazione, concludendo la terza scena e protendendosi verso i due quadri seguenti.
 
Il quarto passaggio si svolge nello stesso luogo in cui è avvenuto il dialogo tra Marta e Gesù. Il Signore chiede di Maria, e Marta va a chiamarla in segreto. Lei, che era rimasta a casa, sapendo che Gesù la stava cercando, si alza e lo raggiunge immediatamente. Il testo racconta che gli amici che la stavano consolando, vedendola uscire in fretta e pensando che stesse andando al sepolcro, la seguono preoccupati. Maria raggiunge Gesù, e in questo momento avviene un incontro dall'impatto emotivo ancora più forte di quello appena avvenuto con Marta. Il dolore della perdita si esprime in Maria con la prostrazione, e con l'affermazione che se egli fosse stato presente Lazzaro non sarebbe morto. Maria scoppia a piangere, piangono anche i suoi amici Giudei, e Gesù vedendo questa sofferenza viene profondamente turbato, fremendo nello spirito. Il termine "turbato" traduce la parola greca tarassō23, che sarà usata anche nel capitolo seguente, nel momento in cui Gesù annuncia la sua crocifissione:

Ora, l'animo mio è turbato; e che dirò? Padre, salvami da quest'ora? Ma è per questo che sono venuto incontro a quest'ora.
Giovanni 12:27


Il turbamento per la sofferenza di Maria e dei suoi amici per la morte di Lazzaro dunque anticipa il turbamento la sua stessa morte ("la sua ora"), ormai sempre più vicina. Gesù chiede dove Lazzaro è stato deposto. I presenti lo invitano a seguirli. Gesù piange, coinvolto da queste emozioni e dalla sua stessa tristezza umana, e i Giudei si chiedono - proprio come Marta e Maria - come mai non è arrivato prima per guarire Lazzaro così come aveva già guarito l'uomo cieco. Se il dialogo con Marta risolve questa tensione con la fede, l'incontro con Maria esprime tutta la sofferenza emotiva ribadendo come Gesù con il suo ritardo ha deluso proprio coloro che egli amava e che lo amavano di più. La domanda "perché?" scuote tutti i presenti. Ma la risposta a questa domanda c'è, esiste, e sta per essere rivelata.

A questo punto inizia la quinta parte del brano, quella risolutiva. E' un Gesù turbato quello che si reca al sepolcro, senza alcuna vergogna di provare emozioni così forti. Emozioni che tuttavia non hanno la meglio sulla sua determinazione di compiere la volontà del Padre e vedere la sua e la propria gloria manifestata ancora una volta. Giunto alla grotta, senza alcuna cerimonia egli comanda di togliere la pietra. E Marta, nonostante la recente dichiarazione di fede, interviene ricordando che Lazzaro era morto da quattro giorni e che puzzava di già. Una constatazione che mostra dubbio e tentennamento, proprio come alcuni degli undici discepoli che dubitarono vedendo Gesù risorto, secondo l'opera di Matteo:

Quanto agli undici discepoli, essi andarono in Galilea sul monte che Gesù aveva loro designato. E, vedutolo, l'adorarono; alcuni però dubitarono.
Matteo 28:16-17


Ancora una volta Marta (così come gli undici) rappresenta la comunità credente e i suoi dubbi che vengono dissolti dall'opera di Gesù, il creatore e perfezionatore della fede (Eb. 12:2). La risposta del Signore infatti riporta alla sua promessa: "Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio?". Dopo questa risposta, Gesù ringrazia il Padre, prima ancora di qualsiasi evidenza di miracolo. Non domanda, perché evidentemente aveva già domandato nel segreto, ma palesa a tutti i presenti il perfetto accordo della loro volontà, dicendo: Padre, ti ringrazio perché mi hai esaudito. Io sapevo bene che tu mi esaudisci sempre; ma ho detto questo a motivo della folla che mi circonda, affinché credano che tu mi hai mandato. La perfetta unità tra il Padre e il Figlio viene testimoniata ancora una volta da un segno miracoloso. Gesù grida: Lazzaro, vieni fuori! E Lazzaro, ancora fasciato e con il viso coperto da un sudario, esce fuori da solo dal proprio sepolcro, risuscitando davanti a molti testimoni. Molti di questi testimoni credettero. Ma altri, invece di riconoscere l'evidente gloria di Dio in questa risurrezione, andarono dai farisei. Nei versetti successivi (47-57), viene riportata la discussione del sinedrio riunito - ossia la suprema autorità giudiziaria e amministrativa giudaica in Gerusalemme24 - e la relativa deliberazione di mettere a morte Gesù. L'ultimo e più grande segno miracoloso del Signore dunque, anticipa teologicamente il segno escatologico della sua stessa risurrezione25 (fondamento della fede cristiana) e mette in moto gli eventi che porteranno alla sua condanna e alla sua morte. La mancanza di fiducia di Gesù verso alcuni di coloro che vedevano i suoi segni miracolosi (2:23), viene dimostrata a questo punto come più che fondata, così come la necessità e l'urgenza di una fede che non creda solo alla manifestazione di un segno, ma che riesca a riconoscere la gloria di Dio nella salvezza di Cristo in modo maturo, così come riuscì a fare Marta in un primo momento.  

La decisione del sinedrio conclude la prima parte del Vangelo secondo Giovanni, mentre la sua seconda parte si aprirà nel tredicesimo capitolo (dopo il dodicesimo, con funzione di giuntura) in un'atmosfera sempre più di "conto alla rovescia" che punta direttamente all'ora di Gesù, ossia al momento della sua crocifissione coincidente con la sua esaltazione e glorificazione26, palesata tre giorni dopo con la risurrezione. Secondo questo Vangelo, i primi a vedere Gesù risorto saranno Maria Maddalena, Pietro e il discepolo che Gesù amava. Poi gli altri apostoli, tranne Tommaso che prenderà con incredulità il racconto dei suoi compagni. Successivamente, troviamo questa ulteriore apparizione:

Otto giorni dopo, i suoi discepoli erano di nuovo in casa, e Tommaso era con loro. Gesù venne a porte chiuse, e si presentò in mezzo a loro, e disse: «Pace a voi!» Poi disse a Tommaso: «Porgi qua il dito e guarda le mie mani; porgi la mano e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente». Tommaso gli rispose: «Signor mio e Dio mio!» Gesù gli disse: «Perché mi hai visto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!» 
Giovanni 20:26-29 

Beati quelli che non hanno visto, e hanno creduto. Queste sono le ultime parole di Gesù a Tommaso, le parole che concludono il ventesimo capitolo. Una promessa di beatitudine per tutta la Chiesa, spronata ad avere piena fede in Gesù e nella sua salvezza, espressione della gloria di Dio. 

CONCLUSIONE
























Or Gesù fece in presenza dei discepoli molti altri segni miracolosi, che non sono scritti in questo libro; ma questi sono stati scritti, affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e, affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.
Giovanni 20:30,31

Lo scopo dei segni è ormai raggiunto per i lettori del Vangelo secondo Giovanni. Il testo dichiara apertamente che Gesù fece molti altri miracoli, ma che questi in particolare sono stati scritti con un chiaro obiettivo. Le tappe di questo percorso spirituale sono state raggiunte, e siamo ora al traguardo: la fede piena e matura in Gesù come Messia e Figlio di Dio. Una fede che piace a Dio, e che consente di appropriarsi della "vita nel nome di Gesù". Egli ha dichiarato: "Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morirà mai." In questa dichiarazione ogni discepolo prende dimora. Nella fede in questa rivelazione ogni discepolo ha la vita. Vivendo questa realtà spirituale, ogni discepolo vedrà sconfitta la morte e il proprio stesso corpo corruttibile risuscitare a tempo debito come incorruttibile. Per la gloria di Dio. 

«La morte è stata sommersa nella vittoria».
«O morte, dov'è la tua vittoria?
O morte, dov'è il tuo dardo?»
 1 Corinzi 15:54b,55




Note:

[1] Josep-Oriol Tuni, Xavier Alegre, Scritti giovannei e lettere cattoliche (1997), Paideia, pp. 27,28.
[2] Id. Ibid. p. 35. 
[3] Kysar Robert, Giovanni - Il Vangelo indomabile, Ed. Claudiana, cit. p. 127. 
[4] http://www.davidegalliani.com/2016/06/il-primo-segno.html 
[5] J-O. Tuni, X. Alegre, Scritti giovannei e lettere cattoliche (1997), Paideia, p. 34.
[6] Id. Ibid.  
[7] Kysar R., Giovanni - Il Vangelo indomabile, Ed. Claudiana, cit. p. 134.
[8] Grande commentario biblico Queriniana (1974), p. 1375.
[9] Tratto da: Elena Bosetti, Vangelo secondo Giovanni - Capitoli 1-11 (2013), Edizioni Messaggero Padova, p. 239. 
[10] https://www.blueletterbible.org/kjv/jhn/11/5/t_conc_1008005 
[11] E. Bosetti, Vangelo secondo Giovanni - Capitoli 1-11 (2013), Edizioni Messaggero Padova, p. 240. 
[12] Id. Ibid.  
[13] https://www.blueletterbible.org/kjv/jhn/11/3/t_conc_1008003 
[14] Horst Baltz, Gerhard Schneider, Dizionario esegetico del Nuovo Testamento (2004), Paideia, II 145.
[15] https://www.blueletterbible.org/lang/lexicon/lexicon.cfm?Strongs=H499 
[16] E. Bosetti, Vangelo secondo Giovanni - Capitoli 1-11 (2013), Edizioni Messaggero Padova, p. 241.   
[17] J-O. Tuni, X. Alegre, Scritti giovannei e lettere cattoliche (1997), Paideia, p. 44. 
[18] Elaine Pagels, Il Vangelo segreto di Tommaso (7a ristampa 2012), Oscar Mondadori, p. 60. 
[19] Grande commentario biblico Queriniana (1974), p. 1410. 
[20] E. Bosetti, Vangelo secondo Giovanni - Capitoli 1-11 (2013), Edizioni Messaggero Padova, p. 242. 
[21] Id. Ibid. p. 243. 
[22] Giancarlo Biguzzi, Il vangelo dei segni (2014), Paideia, p.127. 
[23] https://www.blueletterbible.org/kjv/jhn/11/33/t_conc_1008033 
[24] Horst Baltz, Gerhard Schneider, Dizionario esegetico del Nuovo Testamento (2004), Paideia, II 1479. 
[25] E. Bosetti, Vangelo secondo Giovanni - Capitoli 1-11 (2013), Edizioni Messaggero Padova, p. 246.  
[26] Josep-Oriol Tuni, Xavier Alegre, Scritti giovannei e lettere cattoliche (1997), Paideia, pp. 52,53. 
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