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venerdì 27 dicembre 2013

Da dove viene il male?

ATTENZIONE: consiglio di leggere anche questo articolo, per avere una conoscenza più completa su tale argomento.

Fin dall'alba dei tempi, l'uomo si è sempre interrogato sull'origine del male e della sofferenza, arrivando a conclusioni molto diverse tra di loro. Sin dalle prime testimonianze scritte, troviamo prove di questi pensieri e spesso anche dei ragionamenti e presupposti che hanno portato ad essi. Uno dei ragionamenti più significativi dell'antichità può essere ad esempio quello del filosofo greco Epicuro, che già nel 400 a.C. si interrogava sulla natura degli dèi che permettevano l'esistenza del male, giungendo alla conclusione che questi erano sì potenti da togliere il male sulla terra ma semplicemente non si curavano delle vicende umane, relegandosi nel loro mondo perfetto. 

Essendo un problema esistenziale, anche la Bibbia ne viene coinvolta con un ruolo sicuramente di prim'ordine. Pensiamo al libro di Giobbe, il cui tema principale è proprio questo, e alla celebre e sofferta frase del suo protagonista:

«Nudo sono uscito dal grembo di mia madre, e nudo tornerò in grembo alla terra; il SIGNORE ha dato, il SIGNORE ha tolto; sia benedetto il nome del SIGNORE». Giobbe 1:21 

Di fronte alla perdita di tutti i suoi beni e della sua famiglia, quest'uomo "integro e retto", riconosce che Colui che lo ha privato di tutto questo è anche Colui che in principio gliene ha fatto dono, benedicendo comunque il Suo nome. Ma anche dopo che la sua stessa salute viene a mancare, rimane fermo su questa posizione, replicando alla moglie che gli diceva di abbandonare Dio: 

«Tu parli da donna insensata! Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo di accettare il male?» 
Giobbe 2:10 

Giobbe non conosceva il consiglio celeste descritto all'inizio del libro. Non conosceva il dialogo tra Satana e Dio. Non sapeva che era stato oggetto delle attenzioni di Satana, sotto permesso del Signore. Ma sapeva invece che lo stesso Dio che lo aveva assistito in tutta la sua vita e al quale era fedele più di ogni altro uomo sulla terra, era un Dio onnipotente e governava sulla natura e sugli eventi che accadevano nel mondo, di conseguenza anche su quelli che portavano sofferenza. La parola "male" usata in quest'ultimo versetto, è resa con il termine ebraico ra‛, termine purtroppo molto vago che identifica a seconda dei contesti l'avversità, l'afflizione, il male, la calamità, il dispiacere, ma anche il dolore, la fatica ed ancora altri significati. 


Come è mai possibile che il male venga dallo stesso Signore che è conosciuto per il suo amore immenso? Questo aspetto della Scrittura non può far altro che complicare il problema presentando degli aspetti che portano ad un vero e proprio paradosso. Sicuramente non possiamo comprendere appieno Dio, né siamo a chiamati a farlo. La Scrittura infatti ci chiama piuttosto a conoscere Dio, attraverso la rivelazione che abbiamo di Lui nella Bibbia e ad una esperienza personale di ravvedimento e conversione. La stessa Scrittura però ci viene in soccorso, e lo fa in molti modi. I libri dei Salmi riprendono in abbondanza questo tema, e anche se non esplicano l'origine del male, sottolineano il fatto che:

La mia carne e il mio cuore possono venir meno,
ma Dio è la rocca del mio cuore e la mia parte di eredità, in eterno.
Salmo 73:26 

È stata un bene per me l'afflizione subita, perché imparassi i tuoi statuti.
Salmo 119:71 

Anche di fronte alla sofferenza e alle avversità, anche di fronte a ciò che non si conosce né si spiega, il Signore resta sempre e comunque l'unico punto fermo per ogni credente ed una vera e propria ricompensa tanto per questa vita quanto per quella futura. Il concetto sottinteso è il fondamento della fede nel Signore e del fatto che Egli sa quello che fa, e di certo vuole fare il bene di coloro che sono chiamati secondo il Suo disegno, anche se al momento non sembra così (cfr. Romani 8:28). La ragione umana dunque non può comprendere i disegni di Dio, che ha uno scopo per tutto quello che fa. 

Come tu non conosci la via del vento, né come si formino le ossa in seno alla donna incinta, così non conosci l'opera di Dio, che fa tutto. 
Ecclesiaste 11:5 

Ma è proprio Dio, l'origine del male? La domanda resta coinvolta in questi ragionamenti e pesa come un pugno nello stomaco. Si può dare la colpa all'uomo e alle conseguenze delle sue azioni (e sicuramente, ad un primo livello è biblicamente vero: l'uomo raccoglie ciò che semina), si può dare la colpa a Satana e ai demoni (e sicuramente, ad un secondo livello è biblicamente vero: lo abbiamo appena visto nello stesso racconto di Giobbe), ma ogni credente sincero con sé stesso continuerà ad avere in un angolo della propria mente quello stridore che si crea accostando l'onnipotenza di Dio con l'esistenza del male. Se è vero - come è vero - che il Signore è onnipotente, sia le decisioni degli uomini (cfr. Proverbi 16:9), che le azioni dei demoni (cfr. Giobbe 1:12) gli sono sottoposte. Alcuni vedono una soluzione a questo problema limitando la potenza di Dio al libero arbitrio dell'uomo. Personalmente però, credo che alla luce delle Scritture sia più corretto limitare la potenza di Dio alla stessa volontà di Dio. Per approfondire questo concetto, consiglio di leggere l'articolo precedentemente scritto su questo tema, nel paragrafo che mostra come l'onnipotenza del Signore coincida in realtà con la Sua provvidenza. Prendendo in prestito le parole di Platone inserite nella teologia di Giovanni Calvino dunque, "il bene è tale perché voluto da Dio". 

Per chiarire meglio questo punto, credo sia utile vedere un paio di altri versetti biblici che hanno una cosa fondamentale in comune con il brano con cui abbiamo iniziato il ragionamento: la parola ra‛.

Io formo la luce, creo le tenebre,
do il benessere (= shâlôm= pace), creo l'avversità;
io, il SIGNORE, sono colui che fa tutte queste cose.
Isaia 45:7 

Nell'oracolo profetico di Isaia diretto a Ciro II di Persia, il Signore si presenta come Colui che crea la luce e le tenebre, il benessere e l'avversità. Quest'ultima traduzione però copre la parola originale, che anche in questo caso è ra‛, ossia il male in senso generico. Questo fatto ci fa tornare punto e a capo, ancora una volta al cuore del problema da affrontare direttamente. Lascio questo compito gravoso proprio a Giovanni Calvino e alle sue parole:


"I fanatici torturano questa parola "male", come se Dio fosse l'autore del male, cioè del peccato, ma è molto evidente come abusano di questo passo del profeta in modo addirittura ridicolo. Questo è sufficientemente spiegato dal contrasto presente nel versetto, le parti che devono essere d'accordo con l'altro, perché egli contrappone la "pace" con " il male ", cioè , con afflizioni, le guerre e altri eventi avversi. Se egli contrapponesse "giustizia" con " male", ci sarebbe una certa plausibilità nei loro ragionamenti , ma questo è un contrasto manifesto di cose che sono di fronte all'altro. Di conseguenza , non dobbiamo respingere la distinzione ordinaria, che Dio è l'autore del "male" della pena , ma non del "male" di colpa. I sofisti tuttavia sbagliano nella loro esposizione , perché, mentre essi riconoscono che la carestia , la sterilità , la guerra , pestilenza e altri flagelli , vengono da Dio , negano che Dio è l'autore di calamità , quando questa ci arriva tramite degli uomini. Questo è falso e del tutto in contrasto con l'attuale dottrina, perché il Signore suscita uomini malvagi per punire noi attraverso la loro mano , come è evidente da vari passi della Scrittura. ( 1 Re 11:14 , 23 .) Il Signore non li ispira effettivamente con cattiveria, ma li usa con lo scopo di castigare noi , ed esercita l'ufficio di giudice , nello stesso modo con cui ha fatto uso della malizia del faraone e di altri , al fine di punire il suo popolo " ( . Esodo 01:11 e 02:23 ) Dovremmo quindi tenere questa dottrina , che solo Dio è l'autore di tutti gli eventi , cioè , che l'avversità e la prosperità degli eventi vengono inviati da lui , anche quando lo fa attraverso degli uomini , o attraverso per qualsiasi altra causa." (Isaiah 45:7 Calvin's Commentaries - Chapter 45:7)

La risposta di Calvino dunque è che Dio è sì l'autore del male della pena, ma non del male della colpa. Potremmo comprendere meglio questa frase, approcciandoci al pensiero di Agostino d'Ippona. Egli infatti aveva riflettuto proprio sul termine "male" giungendo ad alcune distinzioni che sono state fondamentali nella storia della teologia cristiana, chiarendo un termine che come abbiamo visto non viene spiegato sufficientemente nel vocabolario ebraico dell'Antico Testamento. Agostino quindi distingueva tra:


→ Male morale – è il peccato, la trasgressione della legge di Dio
→ Male fisico – il dolore, il male come conseguenza di fenomeni naturali
→ Male ontologico/metafisico – derivato dalla nostra creaturalità.

Dio può essere causa del male fisico e del male ontologico o metafisico ma non può essere causa del male morale in quanto esso è per definizione la trasgressione a Sé stesso. I Suoi pensieri, la Sua attitudine è vincolata all'amore e al bene, in armonia con la rivelazione della Bibbia che ci testimonia che Dio è amore (cfr. 1 Giovanni 4:8). Egli è la personificazione e l'essenza dell'amore, l'identità dell'amore! Ma per perseguire i Suoi scopi e disegni utilizza anche il male fisico e metafisico, con lo scopo però di convertirlo infine al bene. Le vicissitudini della vita del patriarca Giuseppe spiegano al meglio questo modo di operare del Signore, e le sue parole nell'ultimo capitolo di Genesi chiariscono quello che a livello teorico può rimanere confuso:

Voi avevate pensato del male contro di me, ma Dio ha pensato di convertirlo in bene per compiere quello che oggi avviene: per conservare in vita un popolo numeroso. Genesi 50:20

I fratelli di Giuseppe lo hanno venduto dando sfogo al peccato e alla ribellione verso Dio, ripieni del male "morale". Ma il Signore ha governato in modo sovrano ogni situazione, senza toglierlo da ogni sofferenza, ma piuttosto usando ogni sofferenza e dolore per portarlo a crescere nel carattere, nell'autorità, nella misericordia, nell'umiltà ed infine ponendolo in una posizione di incredibile potere. Un trascorso ed una nuova posizione che gli ha permesso di perdonare i fratelli e aiutare la sua famiglia in una tremenda carestia provvedendo ad essa la sopravvivenza. Credo che questa rivelazione possa essere la giusta risposta ad una domanda così spinosa, e motivo di una fede ancora più profonda per ogni figlio di Dio. 

domenica 24 novembre 2013

I passi dell'uomo li dirige il Signore


Proverbi 20:24 I passi dell'uomo li dirige il SIGNORE;
come può quindi l'uomo capire la propria via?



Credo che ciascuno di noi si sia posto almeno una volta nella vita l'interrogativo sul senso di molte esperienze vissute, perlopiù dolorose. "Perché è successo?", ma anche "in che direzione sta andando la mia vita?". A volte infatti la risolutezza delle nostre decisioni porta a conseguenze ben precise che possiamo far risalire a noi stessi. E questo rassicura. Sapere che esiste una legge "causa-effetto" ci pone nella condizione di poter intervenire in qualsiasi situazione e causare quello che desideriamo. Molto spesso però le cose non accadono in questo modo, e attraversiamo circostanze che sono molto al di sopra della nostre possibilità, provocate da "cause di forza maggiore". Nel corso della storia, gli uomini hanno tentato di spiegare queste situazioni in molteplici modi. Alcuni pensano che gli avvenimenti sul mondo siano completamente casuali, la dottrina induista crede che invece siano guidati dal principio del karma (e che quindi, nel piccolo come nel grande, tutto dipenda dalle scelte morali della persona nella sua vita e nelle sue vite precedenti), altri pensano che tutto quello che è sofferenza è causato dagli uomini, in modo molto più pragmatico e meno spirituale. C'è chi crede in un destino impersonale, chi incolpa esclusivamente Satana del male del mondo e chi invece si affida con semplicità alla provvidenza di Dio. 

Ma la Bibbia, che cosa afferma a questo proposito?
Sicuramente l'escursus biblico su questo tema risulta essere molto lungo ed elaborato, attraversando migliaia di anni e decine di libri, autori e pensieri teologici diversi. Nell'articolo sulla storia della teodicea si può vedere l'ampiezza di pensiero - storico, oltre che biblico - su questo tema. In questo contesto invece, il mio scopo non è sicuramente esaurire l'argomento ma piuttosto offrire un piccolo spunto di riflessione.

Il versetto di apertura annuncia una verità biblica. Una verità semplice ma spesso sottaciuta. In una società che idolatra il libero arbitrio, il pensiero che i passi dell'uomo possano essere diretti dal Signore è osteggiato persino da molti credenti. Ma, in fondo, quello che la Bibbia afferma è esattamente questo. In un celebre discorso ai neolaureati dell'Università di Stanford, Steve Jobs ripercorre dei "punti", delle esperienze della sua vita, offrendo chiavi di lettura che ha potuto scoprire soltanto dopo parecchi anni. Una di queste chiavi di lettura del discorso riguarda "l'unire i puntini". Paragona la sua vita al gioco in cui bisogna unire i puntini sul foglio in sequenza raggiungendo infine un disegno che prima era nascosto. Racconta eventi della sua vita che non hanno avuto alcun senso fino a quando, d'improvviso, sono serviti. E dell'influenza che questi eventi inizialmente insignificanti hanno avuto sulla sua vita, sulla sua azienda, e a cascata su tutti gli utenti dei suoi prodotti. Steve Jobs fu educato alla fede cristiana luterana ma nella sua vita ha mostrato un avvicinamento alle filosofie buddiste, e nel discorso è visibile un certo sincretismo. Chi pone la sua fede nelle Scritture tuttavia, non può far altro che giungere alla conclusione che è Dio stesso a condurre le vite delle persone, non una divinità vaga e sconosciuta ma al contrario un Dio personale e ben conosciuto. Troppo spesso viene negata la sovranità di Dio. 
Troppo spesso, come la persona nella foto all'inizio dell'articolo, si cammina a piedi nudi sul ciglio di una strada senza riconoscere che lì, a pochi passi, c'è una strada! Una strada costruita dal Signore per la nostra vita, una strada che comprende delle opere precedentemente preparate per noi (Efesini 2:10), una strada che comprende una chiamata, una giustificazione, e una glorificazione pianificate da Dio (Romani 8:30).
Questa strada è frequentemente invisibile ai nostri occhi, ed è pienamente conosciuta solo dal Signore, ma la cosa importante è che esiste. E che è per noi. Il versetto iniziale pone un'interrogativo vecchio come il mondo ma quanto mai attuale: "come può l'uomo capire la propria via?" La risposta implicita è: "non può". L'uomo non può capire la propria via, non può conoscere fino in fondo la propria strada ma può essere consapevole di essere diretto dal Signore e trarre da questa consapevolezza la fede per poter camminare a passo spedito, accelerare sempre di più ed infine correre per conseguire il premio (1 Cor 9:24). 

E Paolo, stando in piedi in mezzo all'Areòpago, disse:
«Ateniesi, vedo che sotto ogni aspetto siete estremamente religiosi. Poiché, passando, e osservando gli oggetti del vostro culto, ho trovato anche un altare sul quale era scritto: Al dio sconosciuto. Orbene, ciò che voi adorate senza conoscerlo, io ve lo annuncio. Il Dio che ha fatto il mondo e tutte le cose che sono in esso, essendo Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d'uomo; e non è servito dalle mani dell'uomo, come se avesse bisogno di qualcosa; lui, che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa. Egli ha tratto da uno solo tutte le nazioni degli uomini perché abitino su tutta la faccia della terra, avendo determinato le epoche loro assegnate, e i confini della loro abitazione, affinché cerchino Dio, se mai giungano a trovarlo, come a tastoni, benché egli non sia lontano da ciascuno di noi. Difatti, in lui viviamo, ci moviamo, e siamo, come anche alcuni vostri poeti hanno detto: "Poiché siamo anche sua discendenza". Essendo dunque discendenza di Dio, non dobbiamo credere che la divinità sia simile a oro, ad argento, o a pietra scolpita dall'arte e dall'immaginazione umana. Dio dunque, passando sopra i tempi dell'ignoranza, ora comanda agli uomini che tutti, in ogni luogo, si ravvedano, perché ha fissato un giorno, nel quale giudicherà il mondo con giustizia per mezzo dell'uomo ch'egli ha stabilito, e ne ha dato sicura prova a tutti, risuscitandolo dai morti». 
Atti 17:22-31 

Il Signore ha dato a tutti la vita, il respiro ed ogni cosa. Egli ha tratto da uno solo tutte le nazioni degli uomini determinando epoche e confini a tutte le nazioni affinché cerchino Dio come a tastoni. Chi non conosce Dio è come se fosse bendato, cercandolo come a tastoni, benché egli non sia lontano da ciascuno di noi. Chi lo conosce però è chiamato a camminare con Lui. E' chiamato a prendere consapevolezza della propria strada e a percorrerla con risolutezza. E quel che accade senza alcun motivo apparente? E le circostanze avverse che si presentano nella vita dei credenti? Il dolore, il lutto, la sofferenza? Molte cose restano un mistero, molte cose restano sconosciute anche a chi conosce e segue il Signore. Ma chi lo conosce davvero sa una cosa: che da tutto il male esistente Egli può -e vuole - trarne del bene. Questo non deve far rallentare il nostro passo, perché la certezza della nostra fede non si basa neanche sulla nostra stessa vita ma sulla vita di Dio per noi.
La Bibbia è piena di testimonianze di persone che hanno affrontato disagi, sventure, umiliazioni e malattie ma che infine hanno capito come Dio ha potuto trasformare tutto questo in qualcosa di buono. I pensieri corrono subito a Giobbe, ma anche a molti altri personaggi biblici. Quasi tutti infatti hanno vissuto momenti davvero difficoltosi: Mosè, Sansone, Davide, Elia, Cristo stesso, l'Apostolo Pietro, Paolo, e molti, molti altri. L'esempio che più mi sta a cuore tuttavia è quello del patriarca Giuseppe. Venduto dai suoi fratelli come schiavo, vissuto nelle prigioni, umiliato, perseguitato per gran parte della sua vita, alla fine si trova ad essere il secondo uomo più potente d'Egitto (la nazione più importante del mondo antico). La sua famiglia, lontana, si trova a Canaan durante una grave carestia ed è destinata a morire. I suoi fratelli salgono in Egitto con la speranza di poter sopravvivere e Giuseppe capisce, dopo lunghi anni, il perché di molte cose. Riconosce che la strada che ha percorso non è stata casuale, non è stata maledetta ma è stata creata da Dio stesso per un fine superiore. Il brano biblico però è così stupendo che la cosa migliore da fare rimane quella di tornare ad esso, e assaporare nelle parole di Giuseppe la gioia, la speranza e la fede a cui ciascuno di noi è destinato - in questa vita o direttamente dinanzi al Signore - per volontà stessa di Dio. 

Allora Giuseppe non potè più contenersi davanti a tutto il suo seguito e gridò: «Fate uscire tutti dalla mia presenza!» Nessuno rimase con Giuseppe quando egli si fece riconoscere dai suoi fratelli. Alzò la voce piangendo; gli Egiziani lo udirono e l'udì la casa del faraone. Giuseppe disse ai suoi fratelli: «Io sono Giuseppe; mio padre vive ancora?» Ma i suoi fratelli non gli potevano rispondere, perché erano atterriti dalla sua presenza. Giuseppe disse ai suoi fratelli: «Vi prego, avvicinatevi a me!» Quelli s'avvicinarono ed egli disse: «Io sono Giuseppe, vostro fratello, che voi vendeste perché fosse portato in Egitto. Ma ora non vi rattristate, né vi dispiaccia di avermi venduto perché io fossi portato qui; poiché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita. Infatti, sono due anni che la carestia è nel paese e ce ne saranno altri cinque, durante i quali non ci sarà raccolto né mietitura. Ma Dio mi ha mandato qui prima di voi, perché sia conservato di voi un residuo sulla terra e per salvare la vita a molti scampati. Non siete dunque voi che mi avete mandato qui, ma è Dio. Egli mi ha stabilito come padre del faraone, signore di tutta la sua casa e governatore di tutto il paese d'Egitto. Affrettatevi a risalire da mio padre e ditegli: "Così dice tuo figlio Giuseppe: Dio mi ha stabilito signore di tutto l'Egitto; scendi da me, non tardare; tu abiterai nel paese di Goscen e sarai vicino a me: tu e i tuoi figli, i figli dei tuoi figli, le tue greggi, i tuoi armenti e tutto quello che possiedi. Qui io ti sostenterò (perché ci saranno ancora cinque anni di carestia), affinché tu non sia ridotto in miseria: tu, la tua famiglia e tutto quello che possiedi". Ecco, voi vedete con i vostri occhi, e mio fratello Beniamino vede con i suoi occhi, che è proprio la mia bocca quella che vi parla. Raccontate dunque a mio padre tutta la mia gloria in Egitto e tutto quello che avete visto; e fate che mio padre scenda presto qua». 
Genesi 45:1-13 

Voi avevate pensato del male contro di me, ma Dio ha pensato di convertirlo in bene per compiere quello che oggi avviene: per conservare in vita un popolo numeroso. Ora dunque non temete. Io provvederò al sostentamento per voi e i vostri figli». Così li confortò e parlò al loro cuore.
Genesi 50:20-21 

sabato 23 marzo 2013

Storia della Teodicea


Introduzione al problema

Il significato etimologico della parola “teodicea” deriva dai lemmi greci théos (Dio) e da dìke (giustizia), ovvero la “dottrina della giustizia di Dio”.
Agostino d'Ippona, intorno al 400 d.C. scrive nel suo trattato “Confessioni” una frase che potremmo prendere come sintesi del problema della Teodicea: “Si Deus est unde malum? - Se Dio esiste [da dove] viene il male?”
La Bibbia presenta un Dio di amore e bontà, che di conseguenza non può essere la sorgente del male. Ma di fatto, Dio è l'unico Creatore, la sorgente di ogni cosa. Come spiegare questo dilemma?
A cavallo tra il 400 e il 500 d.C., il filosofo romano Severino Boezio ha ribaltato il problema ponendosi il quesito: “Si Deus non est unde bonum? - Se Dio non esiste da dove viene il bene?”

Visti i termini del problema, diventa opportuno fare una prima distinzione tra la teodicea in senso stretto, il cui compito è quello di rispondere alla domanda del perchè Dio permette il male, e la difesa il cui compito è quello di evidenziare l'assenza di contraddizioni tra le affermazioni di Dio e l'assenza del male (1).

La teodicea nell'antichità

Questa problematica in realtà precede il cristianesimo, trovando come primo vero esponente il filosofo greco Epicuro che intorno al 400 a.C. analizza il ragionamento in questi termini:
  • Gli dèi non vogliono il male ma non possono evitarlo (sarebbero buoni ma impotenti)
  • Gli dèi possono evitare il male ma non vogliono (sarebbero cattivi)
  • Gli dèi non possono e non vogliono evitare il male (sarebbero cattivi e impotenti)
  • Gli dèi possono e vogliono ma non si interessano all'uomo.
Quest'ultima affermazione era considerata dal filosofo come veritiera, era giunto quindi alla conclusione che gli dèi sono indifferenti alle vicende umane e si chiudono nella loro perfezione (2).

La teodicea nella Bibbia

Arrivando ai libri biblici, nel Salmo 73 iniziamo a trovare un tema analogo: la prosperità degli empi e la distretta dei giusti. Un apparente paradosso che trova però soluzione nel considerare la perdizione a cui gli empi sono destinati dalla volontà di Dio.
Il libro biblico che tratta questo argomento con eccellenza però, resta quello di Giobbe. Di fronte a tutto il male provato, egli inizia ad accusare Dio finché questi non si rivela a lui personalmente come il Creatore di ogni cosa. Ecco quindi che di fronte alla infinita saggezza e sapienza mostrata nella creazione della natura e al sostentamento di ogni essere vivente, non si può far altro che mostrare timore di Dio e fede in ciò che sta facendo anche se al momento non abbiamo comprensione.
Nei Vangeli, in diversi passi (Lc 13:1-5; Gv 9:3) Gesù ridimensiona il principio teologico ebraico della giustizia retributiva, secondo cui la sofferenza è la punizione che Dio infligge agli ingiusti, così come la prosperità sono un premio di Dio ai meritevoli. Emerge quindi un piano di Dio superiore a queste dinamiche, un disegno quasi completamente sconosciuto.

La teodicea in epoca moderna

In epoca moderna il problema è stato ripreso ed affrontato innumerevoli altre volte.
Dostoevskij nel suo ultimo romanzo “I fratelli Karamazov” iniziato a pubblicare nel 1879, si sofferma sulla sofferenza dei bambini, mostrando attraverso le parole di un suo personaggio il rifiuto di credere che un giorno vittime e carnefici potranno stare assieme come il leone con l'agnello (Is 65:25).
Di primaria importanza a questo riguardo troviamo le parole del premio nobel Elie Wiesel, che in un campo di concentramento nazista guardando un bambino agonizzante che stava morendo sulla forca rispose a chi gli domandava dov'era Dio: “Eccolo, è lì, appeso a quella forca”.
Sempre nella Seconda Guerra Mondiale troviamo numerose testimonianze simili, e un sentimento comune di rifiuto.
Il filosofo scozzese David Hume fu tra i primi a riprendere in mano il problema partendo proprio dalle riflessioni di Epicuro. Scrisse infatti: “La vecchia questione di Epicuro è ancora senza risposta: Egli vuole eliminare il male ma non può farlo? Allora è impotente. Può farlo ma non vuole? Allora è malvagio. Vuole e può farlo? Perché il male esiste ancora?”(3)
Possiamo schematizzare i termini del problema in questo modo:

  • Dio è buono
  • Dio è onnipotente
  • Il male esiste

Un essere onnipotente e moralmente perfetto cercherebbe di impedire ogni male. Il male però esiste ed è ben visibile. La conseguenza è che Dio non esiste, oppure bisogna ricalibrare tutto il ragionamento logico.
Un'argomentazione deduttiva concluderebbe nel fatto che tale realtà è una confutazione alla stessa fede. Un'argomentazione induttiva renderebbe improbabile l'esistenza di Dio allontanandosi però dal pensiero di una confutazione definitiva. Vi sarebbe infatti in questo caso la possibilità di conciliare in qualche modo l'esistenza di Dio con il male modificando o integrando una o più delle tre premesse iniziali:
a. Dio è un essere moralmente perfetto
b. Un essere onnipotente impedirebbe il male se solo lo volesse
c. Un essere moralmente perfetto cercherebbe di impedire ogni male.
Tale argomentazione però non è riuscita ad andare più avanti, fermandosi all'improbabilità dell'esistenza di Dio.

Anche lo scrittore cristiano C.S.Lewis trattò l'argomento nel suo libro “Il problema della sofferenza”, dove possiamo leggere:
“Se Dio fosse buono, desidererebbe rendere le Sue creature perfettamente felici, e se Dio fosse onnipotente sarebbe in grado di fare ciò che desidera.
Ma le creature non sono felici. Perciò a Dio manca o la bontà, o l’onnipotenza, o tutte e due.
Questo è il problema della sofferenza nella sua formulazione più semplice.”

La teodicea nelle altre religioni

Al di fuori del cristianesimo, il problema della teodicea non si pone nelle religioni basate sul dualismo. Il male è prodotto dalle divinità negative che si oppongono a quelle positive della divinità maggiore. Altre religioni contemplano invece la reincarnazione, vedendo nelle sofferenze presenti l'espiazione del male provocato nella vita precedente, e viceversa interpretando la prosperità presente come un premio per l'altruismo delle scorse vite.

Definizione del termine “male”

A questo punto però, è utile tornare al nostro protagonista iniziale, Agostino d'Ippona, che aveva riflettuto sul termine stesso di “male”, effettuando delle distinzioni molto calzanti:
→ Male morale – è il peccato, la trasgressione della legge di Dio
→ Male fisico – il dolore, il male come conseguenza di fenomeni naturali
→ Male ontologico/metafisico – derivato dalla nostra creaturalità

Il vocabolario ebraico dell'Antico Testamento non possedeva una parola specifica per indicare la "sofferenza", perciò viene definito come "male"; anche tutto ciò che è nel concetto di "sofferenza". Solo nella lingua greca, e quindi nel Nuovo Testamento, abbiamo una distinzione tra la sofferenza ed il male. In effetti i due concetti sono distinti: una catastrofe naturale è male solo perchè arreca sofferenza. L'esplosione della stella di un sistema solare invece non può essere considerato male, poiché dove non c'è vita non c'è la percezione della sofferenza.

Definizione del termine “onnipotente”

Avendo approfondito il concetto di male, arriviamo però ad una domanda successiva: “Cosa vuol dire che Dio è onnipotente?”
Il Catechismo di Heidelberg, risponde così:

“D. 26 Cosa credi quando dici: Io credo in Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra?
R. Che l'eterno Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che dal nulla ha creato cielo e terra con tutto ciò che è in essi, ed anche li sostiene e li governa con il Suo eterno consiglio e provvidenza, è, a motivo di Cristo Suo Figlio, mio Dio e mio Padre, nel quale io anche confido, così che non dubito che Egli mi provvederà tutto il necessario per il corpo e per l'anima e che ogni male, che mi manda in questa valle di lacrime, lo volgerà al mio bene poiché Egli può farlo, in quanto è un Dio onnipotente, e vuol farlo, in quanto è un Padre fedele.
D. 27 Che cosa intendi per provvidenza di Dio?
R. L'onnipotente e onnipresente potenza di Dio, per la quale Egli sostiene, come se fosse con la Sua mano, cielo e terra, con tutte le creature, e li governa in modo che fronde ed erba, pioggia e siccità, annate fruttuose ed infruttuose, mangiare e bere, salute ed infermità, ricchezza e povertà, ed ogni cosa, non ci avvengono per caso, ma ci provengono dalla Sua mano paterna.”

Le soluzioni proposte nel corso della storia

Nel corso della storia sono state proposte principalmente le seguenti soluzioni:
→ Dio non è onnipotente (Whitehead, Moltmann e Jonas)
→ Dio non è buono (Blumenthal)
→ Il male non esiste (Agostino, Calvino e Barth)

1a. Dualismo.
La confessione di fede monoteistica in un Dio creatore lasciava un certo margine alla credenza in forze ed energie malvagie, non però alla fede nell'esistenza di un essere trascendente, dalla stessa origine e potenza dell'unico Dio. Questo approccio infatti è sempre stato considerato eretico.

1b. Il dualismo radicale.
Espresso nel manicheismo, nel zoroastrismo e, con dei limiti, da Marcione.
E' contrario al messaggio biblico e mette in discussione l'onnipotenza di Dio. Infatti se il bene e il male sono sullo stesso piano, non possono essere considerati onnipotenti.

1c. Il dualismo moderato.
Presuppone un unico individuo superiore da cui deriva un principio secondario (satana) a cui si assegna un ruolo importante nell'interferenza con il mondo. Questo ragionamento non ha biblicamente molto senso. Essendo Dio onnipotente, perchè non impedisce a satana di operare il male e causare tante sofferenze?

1d. La teologia del processo.
Whitehead parte da un dualismo ontologico tra Dio e il mondo.
Dio non avrebbe creato il mondo ma lo avrebbe semplicemente ordinato ed interverrebbe nella creazione non in modo diretto ma soltanto persuadendo.

1e. Dio non è onnipotente.
Il teologo Moltmann si è fatto promotore di una dottrina vicina a quella appena descritta, in cui Dio avrebbe sofferto sulla croce, mentre la teologia ufficiale aveva limitato questa esperienza alla natura umana di Cristo. Secondo Moltmann anche il Padre soffrirebbe nella passione del Figlio. Egli presenta quindi un Dio che soffre, un Dio debole.

2a. Dio non è buono: Egli è buono in senso relativo ma non assoluto.
Di fronte alla sofferenza nel mondo, i fedeli devono chiedere conto a Dio e dare loro stessi il perdono. E' un punto di vista inconciliabile con quello biblico.

3a. Il male non è reale.
La realtà è buona
Il male è negazione del bene
Il male è negazione della realtà
Pertanto il male non è reale [Plotino – 204, 270 d.C.]

3b. Il male come privazione del bene.
Agostino d'Ippona percorre questo stesso sentiero descrivendo il male come la mancanza, l'assenza del bene. In questo senso quindi il male non avrebbe una sua natura, una sua consistenza ma sarebbe sempre in relazione del bene, senza il quale non esisterebbe.

4a. Sofferenza come pena per il peccato.
E' la spiegazione che danno gli amici al giusto Giobbe.

4b. La sofferenza come strumento per educare e mettere alla prova.
Figlio mio, non disprezzare la correzione del SIGNORE,
non ti ripugni la sua riprensione;
perché il SIGNORE riprende colui che egli ama,
come un padre il figlio che gradisce. [Proverbi 3:11-12]

4c. La sofferenza è un mistero.
Dio ha rivelato all'uomo solo quello che concerne la sua salvezza, quindi la sofferenza è un mistero che sarà svelato soltanto alla fine dei tempi.

Fondamenti della teodicea di Giovanni Calvino


1) Dio è onnipotente e governa l'universo.
Di conseguenza vuole, non permette soltanto, l'esistenza del male.
2) Il male non ha una sua ipostasi.
3) L'esperienza della sofferenza è reale.
4) Dio è buono.

Calvino interpretò la distinzione tra “potenza assoluta” e “potenza ordinata” come una distinzione tra un potere senza alcuna regola e un potere che manifesti la giustizia di Dio.
L'onnipotenza di Dio è quindi infinita ma non assoluta, in quanto inscindibile dalla Sua giustizia, sapienza e bontà.

“Il potere di Dio, non deve essere considerato senza legge, tirannico o disordinato, eccessivo, senza nessuna regola né misura o separato dalla Sua giustizia.
Se Dio non fosse giusto, Egli non sarebbe più Dio, poiché la Sua gloria e la Sua divinità e il Suo essere sarebbero del tutto aboliti.” [G. Calvino]

Per Calvino era impensabile affermare che Dio può fare tutto quello che è possibile in quanto la Sua onnipotenza e volontà sono legate l'una all'altra.
Alla domanda di Platone: “il bene è tale perchè voluto da Dio, o se è voluto da Dio perchè è bene?”, Calvino rispose senza esitazione. Il bene quindi è la volontà stessa di Dio. Il bene è tale perchè voluto da Dio.

Dall'onnipotenza alla provvidenza

- Il caso quindi non esiste ma ogni avvenimento è diretto da Dio.
- Dio è la causa e l'origine di ogni movimento e controlla l'universo e la storia in modo permanente.

Con il primo principio Calvino mise in discussione la dottrina epicurea che affermava che tutto avviene per caso.
Con il secondo, si distanziò dagli stoici che identificavano Dio dai processi naturali.
Per Calvino infatti Dio regge l'universo ma non si identifica con esso.

A questo punto però se Dio è onnipotente e governa ogni cosa, controlla anche il male?
In effetti, per Calvino è esattamente così.
Il diavolo è tenuto al guinzaglio e non può fare nulla senza ottenere prima il permesso da Dio, esattamente come viene esplicitato nel libro di Giobbe.
Se satana e suoi non fossero tenuti al guinzaglio infatti, tutto precipiterebbe nel disordine più totale.

“In quale condizione saremmo se Satana fosse libero di agire contro di noi?
Se Dio non mantenesse sempre il controllo e desse le briglie a Satana, tutto crollerebbe in totale confusione e noi dovremmo sopportare molto di più di quanto Giobbe ha dovuto sopportare.” [G. Calvino]

In quest'ottica quindi crolla la debole posizione di chi argomenta che il male venga “permesso” da Dio. Il male è uno strumento usato da Dio per portare al bene, così come accadde al patriarca Giuseppe.

Agostino e Calvino

Calvino cito’ nelle sue opere oltre 4.119 volte Agostino: 1175 nelle Istituzioni, 2214 in altri trattati di teologia, 504 nei commentari, 47 nelle lettere, 33 nei sermoni, e 146 in altre opere.

L’intento teologico occupa più della metà dei riferimenti ad Agostino: 59%.
Lo storico il 17%; il polemico il 10%; l’esegetico l’, 8%; il retorico il 3%; il filosofico l’, 1% e il resto il 2%.

Il male non ha ipostasi ontologica

Per quanto riguarda il male e il peccato , essi non affermano soltanto che si tratta di una privazione di bene, ma è una qualcosa che non esiste. Essi ne parlano nella stessa maniera in cui Paolo parla degli idoli, quando scrisse che “un idolo è nulla" (I Cor. 8,4). [G.Calvino]

1) Il male non ha una ipostasi ontologica e, di conseguenza ogni soluzione dualistica del problema della teodicea è fermamente escluso. Solo Dio è responsabile di qualunque cosa accade nell'universo e nella storia.

2) Il male e il peccato sono sinonimi, nel senso che il male non è altro che un atto.

3) Un atto è di per sé né buono o cattivo.

4) Il solo criterio per distinguere se un atto è bene o male è legato alla persona che lo compie: qualsiasi Dio faccia è giusto di per se , mentre tutto quello che l’uomo fa è peccato e quindi male.
Calvino però non assume più la triplice classificazione di Agostino tra male morale, fisico e metafisico. Promuove invece una distinzione tra causa remota e causa prossima per dimostrare che Dio non è l'autore diretto del male.

La volontà di Dio fu "la causa remota" dell’ indurimento del Faraone, ma la volontà di quest’ultimo che indurì il suo cuore, ne fu la causa prossima.
La causa prossima della riprovazione di Israele, fu il loro non aver creduto al Vangelo, mentre il proposito di Dio ne costituisce la causa remota.
Lo stesso accadde con Giobbe, il quale riconoscendo che "il Signore ha dato, il Signore ha tolto", ammise i ladri come la causa prossima e la volontà di Dio come causa remota della sua sofferenza e mai si sognò di accusare " Dio di peccato." [G.Calvino]

Egli affermò inoltre che quello che Dio compie è sempre giusto, perché le Sue intenzioni sono pure e sante, mentre quello che gli uomini compiono è sempre ingiusto, perché le loro intenzioni sono comunque malvagie.
In altre parole, un atto non ha alcuna qualità morale in sé, ma la sua legalità è in funzione delle intenzioni, che in Dio sono sempre giuste e nell’uomo sempre malvagie.
In altre parole, lo stesso atto può essere giusto o sbagliato a seconda della persona che lo compie.

La sofferenza però viene vista anche con una funzione pedagogica ed educativa, se non addirittura come medicina.

Tutto verte sul fatto però, che Dio convertirà tutto il male in bene, la realtà del male è quindi provvisoria: ha carattere strumentale e non definitivo!

Il Dio di ogni bontà non sopporterebbe che il male venga compiuto a meno che esso non provochi il bene. [G. Calvino]


Fonti:

(1) God, Freedom and Evil – Alvin Plantinga
(2) Manuale di filosofia. Dalle origini a oggi, ed. Lulu.com p.60
(3) Dialogues Concerning Natural Religion, David Hume.
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