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martedì 2 gennaio 2018

Continua a parlare e non tacere



Nota: Questo sermone è stato predicato l'8 gennaio 2017 nella Missione Evangelica "Oikos" di Como.

Una notte il Signore disse in visione a Paolo: «Non temere, ma continua a parlare e non tacere; perché io sono con te, e nessuno ti metterà le mani addosso per farti del male; perché io ho un popolo numeroso in questa città». Ed egli rimase là un anno e sei mesi, insegnando tra di loro la Parola di Dio.
Atti 18:9-11

Il libro degli Atti degli Apostoli, che troviamo nel Nuovo Testamento dopo i quattro Vangeli, racconta le vicende iniziali della Chiesa in Gerusalemme dopo la risurrezione e ascensione del Signore e la diffusione del messaggio cristiano dal Medio Oriente fino in Europa. Qui troviamo per l'appunto gli “Atti” dell'apostolo Pietro, Giovanni, Giacomo....e successivamente gli atti dell'apostolo Paolo. Il vero soggetto però è lo Spirito Santo, che da Pentecoste in poi ha iniziato ad accompagnare tutti i credenti con la sua potenza e la sua autorità, confermando la predicazione del vangelo di Dio. Partendo dalla città di Antiochia di Siria, dove c'era una bella comunità, l'apostolo Paolo intraprese prima un viaggio missionario in Siria, Galazia e Asia minore e, dopo essere passato a Gerusalemme, iniziò un secondo viaggio ritornando nei posti già visti e ubbidendo alla visione del Signore nel dirigersi in Macedonia e successivamente in Grecia. Proprio in Grecia, dopo essere stato ad Atene continua il viaggio arrivando nella città di Corinto. Corinto era una città molto grande, in una posizione strategica del Peloponneso che consentiva alle navi di risparmiare 400 km di navigazione passando per il suo istmo. Aveva un grandissimo passaggio di persone e anche una situazione sociale molto dissoluta.

Qui il Signore dice a Paolo: «Non temere, ma continua a parlare e non tacere; perché io sono con te, e nessuno ti metterà le mani addosso per farti del male; perché io ho un popolo numeroso in questa città». Che meravigliosa conferma! L'oracolo di rassicurazione si compone delle seguenti parti:
  • Non avere paura, non stare zitto ma continua a parlare
  • Nessuno di farà del male
  • Io ho un popolo numeroso in questa città

Paolo era in difficoltà, la predicazione del Vangelo nella sinagoga aveva portato a opposizione ma la parola del Signore ha incoraggiato questo uomo di Dio per continuare e perseverare nel suo servizio. Io sono convinto che questo incoraggiamento è anche per noi, oggi. Io sono convinto che il Signore Gesù oggi ci voglia esortare nello stesso modo a non avere paura di condividere la nostra esperienza di Lui, a non tacere ma a continuare a parlare. Sono tre anni che condividiamo questo importante percorso spirituale, è più di un anno che ubbidiamo al comandamento di Gesù di predicare il Vangelo, e lo facciamo con costanza nel cuore della città di Como e in ogni luogo. E il Signore oggi ci dice: CONTINUATE. Perché continuare? Per condividere l'esperienza che ognuno di noi ha avuto dell'incontro con Gesù, e di come questa esperienza ha cambiato in meglio la nostra vita. Per ubbidire al comandamento di Gesù di predicare la meravigliosa notizia che Lui ha pagato al posto nostro e che nel suo nome noi ora abbiamo pace con il Padre. Per rispondere all'amore di Dio con l'amore per Lui e per il prossimo, lasciando fluire la benedizione che abbiamo ricevuto affinché raggiunga anche altri. Dio aveva un popolo numeroso che ancora non lo conosceva a Corinto, e noi siamo convinti che anche a Como Dio abbia in questa generazione un popolo numeroso che ancora non lo conosce. 
 
La prima missione cristiana ufficiale nel territorio di Como è avvenuta a partire dal 1°novembre 386 su attività di Felice (primo vescovo di Como) e sostegno di Ambrogio, vescovo di Milano. Da allora la testimonianza cristiana è cresciuta, si è consolidata. Oggi costituisce la cultura della città. Ma quanti degli 84.450 abitanti della città conoscono personalmente il Signore Gesù, e non solamente per cultura locale? Non parlo di religione, parlo di una esperienza spirituale, l'esperienza dell'incontro personale con Gesù. Forse tra di voi c'è qualcuno che non ha fatto ancora questo incontro, a voi dico: Gesù vuole incontrarti. Abbandona e rifiuta gli atteggiamenti sbagliati della tua vita, cambia strada e chiedi al Signore Gesù di mostrarsi a te. Egli lo farà, esattamente come ha fatto con noi. Lo Spirito Santo ti prenderà per mano e ti condurrà a vivere una nuova vita ripiena di gioia e pace. Una gioia e una pace che non sarà più derivata da fattori esterni ma troverà la sua fonte nella presenza stessa di Dio in te. Se desideri fare questa esperienza, vieni avanti, e pregheremo per te.

domenica 22 gennaio 2017

L'ubbidienza della fede fra gli stranieri

A me, dico, che sono il minimo fra tutti i santi, è stata data questa grazia di annunciare agli stranieri le insondabili ricchezze di Cristo.
Efesini 3:8 

La lettera ai Romani è senza dubbio la più importante opera teologica dell'apostolo Paolo giunta fino a noi. Proprio questa lettera diede l'impulso principale al nuovo orientamento teologico di Agostino, di Lutero e della riforma protestante, e dei moltissimi teologi che nel corso della storia del cristianesimo non hanno potuto evitare di essere profondamente toccati da questi insegnamenti così ricchi e vividi.1 Arrivando ai giorni nostri, negli ultimissimi anni del XX secolo, il teologo James D.G. Dunn seppe identificare con facilità il "posto migliore in cui collocarsi per iniziare a dialogare con Paolo", identificando questo posto esattamente con la lettera ai Romani2, utilizzando di conseguenza proprio questa lettera come filo conduttore per il suo libro sulla teologia paolina. Romani è un testo fondamentale per comprendere il pensiero di Paolo, e dall'enorme contributo alla ricchezza del Nuovo Testamento nel suo insieme.

Questa epistola è stata scritta in un momento molto particolare della vita dell'apostolo: dopo aver evangelizzato ampiamente i territori bagnati dal Mar Egeo, e in attesa di raggiungere in un futuro incerto gli "estremi confini della terra", ossia la Spagna. Proprio a metà tra questo passato e i desideri circa le missioni successive - molto probabilmente durante l'inverno tra il 57 e il 58 d.C. a Corinto - Paolo decide di scrivere una sintesi personale della sua esperienza cristiana e di inviarla ai credenti che abitano a Roma, che ancora non conosce e che tratta di conseguenza con tutto il rispetto che merita il "terreno altrui"3, avendo comunque una certa autorità su di loro in quanto apostolo dei gentili.
 
Da un punto di vista letterario, avvicinandoci al testo dal suo inizio, possiamo riconoscere chiaramente un'introduzione epistolare costituita da tre momenti distinti:
  • Indirizzo (1:1-7)
  • Esordio (1:8-15)
  • Proposizione generale (1:16,17)4
Proprio l'indirizzo, ossia i primi sette versetti della lettera, vuole essere l'oggetto del presente approfondimento, nel desiderio di comprendere al meglio queste prime parole così profonde e già piene di grande significato. 

Dopo queste premesse, e dopo aver definito l'intento dell'articolo, possiamo accostarci ora al testo in sé, riflettendo su ogni parola, per poter assimilare più dettagli possibili e apprezzare fino in fondo questa apertura di così ampio respiro:

Paolo, servo di Cristo Gesù, chiamato a essere apostolo, messo a parte per il vangelo di Dio, che egli aveva già promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sante Scritture riguardo al Figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, dichiarato Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santità mediante la risurrezione dai morti; cioè Gesù Cristo, nostro Signore, per mezzo del quale abbiamo ricevuto grazia e apostolato perché si ottenga l'ubbidienza della fede fra tutti gli stranieri, per il suo nome - fra i quali siete anche voi, chiamati da Gesù Cristo - a quanti sono in Roma, amati da Dio, chiamati santi, grazia a voi e pace da Dio nostro Padre, e dal Signore Gesù Cristo. 
Romani 1:1-7

Il teologo Hans Küng, riconosce in queste parole una vera e propria confessione di fede, intesa non come un insieme di dogmi con motivazioni giuridiche (nel senso moderno del termine), ma come libera espressione della fede della comunità cristiana.5 Di certo, questo è l'indirizzo più solenne di tutte le lettere dell'apostolo Paolo, la cui prima proposizione viene ampliata fino a includere quasi tutti gli elementi fondamentali della predicazione cristiana primitiva.6 Paolo si presenta da solo, e lo fa con tre descrizioni: "servo di Cristo Gesù", "chiamato a essere apostolo", e "messo a parte per il vangelo di Dio". La primissima descrizione è quindi quella di servo, nel greco originale reso con il termine doulos. Nell'ellenismo questa parola ha quasi esclusivamente un senso degradante e dispregiativo, a causa dell'alta valutazione della libertà personale.7 Nell'Antico Testamento e nel giudaismo, però, l'uomo è consapevole di essere totalmente dipendente da Dio, ed essere scelti da lui per poterlo servire è, al contrario, un onore.8 Così è anche nell'utilizzo dell'apostolo Paolo, laddove tutti i credenti, essendo stati sottratti alle potenze schiavizzanti del peccato, della legge, della morte, del cosmo, sono resi figli di Dio: non con una libertà autonoma o dissoluta ma al servizio di Dio e di Cristo.9 Per l'appunto suoi servitori. Come prima presentazione quindi, Paolo si descrive come riscattato dalla schiavitù del peccato, per essere libero di servire Cristo. Ogni altra libertà di azione, o missione specifica è possibile proprio grazie a questa situazione spirituale. Il fatto di essere stato liberato dal potere delle tenebre per essere trasportato nel regno del Figlio (Col. 1:13), permette infatti di ricevere la propria chiamata - klētos - specifica, che nel caso di Paolo è quella relativa al ministero di apostolo (apostolos). Questa chiamata nelle lettere paoline viene contraddistinta dai seguenti elementi: la libera decisione di Dio per grazia, l'elezione (scelta) del chiamato a partire dal primo istante della sua esistenza (cfr. Ger. 1:5, Is. 49, 1 e 5), la vocazione per mezzo della grazia di Dio, la rivelazione di Gesù come Figlio di Dio e l'incarico storico-salvifico.10 Dio quindi decide liberamente in virtù della sua grazia di scegliere singole persone per illuminarle con la rivelazione di Gesù Cristo come Figlio di Dio, e chiamarle al servizio nel suo regno. La chiamata di Paolo ha un'origine e un'autorità divina, derivante non da una investitura celebrata da uomini ma da un intervento diretto di Dio, come descritto nel primo capitolo della lettera ai Galati. La chiamata specifica è a essere apostolo. Questa parola in sè significa inviato, e Paolo con questo termine designa in senso proprio il suo compito di predicare il vangelo: come messaggero e rappresentante del Signore crocifisso e risorto, egli è autorizzato a portare il vangelo alle comunità etnico-cristiane.11 Paolo chiama anche altre persone apostoli; aderisce al loro modo d'intendere l'apostolo e su questa base sottolinea la particolarità che gli spetta.12 La concezione dell'invio ha origine molto probabilmente nei profeti veterotestamentari, per poi svilupparsi nel cristianesimo, oltre che nel giudaismo postbiblico con il termine saliah.13 Paolo non è più schiavo del peccato ma è servo di Cristo Gesù, egli è stato chiamato da Dio per essere apostolo: inviato con lo scopo di predicare ai gentili e radunarli nel regno del Figlio. E' stato messo da parte per il vangelo di Dio. Messo da parte, e quindi (pre)scelto sin dal seno di sua madre per conoscere e predicare il vangelo di Dio (Gal. 1:15). Questo Paolo, scrive ai credenti che sono nell'importante capitale dell'Impero romano. 

Come apprendiamo dalle parole seguenti, vangelo di Dio non è una novità assoluta. Esso infatti era già stato promesso nell'Antico Testamento, e in particolare negli scritti dei profeti. La nuova economia non spunta nel nulla, ma affonda le sue radici in profondità in quella antica, costituendone il suo naturale (e spirituale) sviluppo. Le più antiche confessioni di fede che troviamo nel Nuovo Testamento sottolineano il fatto che tanto la morte quanto la risurrezione di Cristo avvennero secondo le Scritture (p. es: 1 Cor. 15:3,4), ed è possibile constatare questa stretta correlazione proprio con la lettura dei quattro vangeli canonici, e la loro associazione delle singole profezie antiche con le azioni e le parole di Gesù, culminate appunto con la sua crocifissione e con la sua risurrezione. L'Antico Testamento non è separato dal vangelo, non è separato dal Nuovo Testamento, e non è separato dalla Chiesa. Ma, al contrario, è compiuto nel vangelo, nel Nuovo Testamento, e nella Chiesa composta da Giudei e gentili (Mt. 5:17, Gv. 10:16). E' compiuto nel Figlio di Dio, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, e dichiarato Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santità mediante la risurrezione dai morti. Questa dichiarazione cristologica ben sintetizza la natura umana di Gesù, discendente del re Davide e quindi "venuto realmente in carne" e non soltanto con apparenza umana (2 Gv. 7). Nato con dinastia regale, e quindi con il pieno diritto alla sacra unzione di messia.14 Ma anche dichiarato Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito Santo mediante la risurrezione dei morti. Questa "dichiarazione", non può significare "predestinazione" (come affermavano Agostino e Pelagio) perché il termine originale è horizō e non proorízō, motivo per cui i commentatori moderni preferiscono tradurre con "designato, stabilito, costituito".15 Gesù, oltre ad essere nato come discendente di Davide, è anche stato costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito e attraverso l'evento della risurrezione dai morti. E' da notare che nel pensiero di Paolo Gesù era Figlio di Dio anche prima della sua incarnazione, morte e risurrezione16, ma questo evento ha decretato la costituzione di Figlio di Dio per l'appunto con potenza e secondo lo Spirito, ricevendo dal Padre piena autorità sopra ogni principato, potenza, signoria del mondo presente e futuro (Ef. 1:21). In Paolo, l'epiteto "Figlio di Dio" è usato nel contesto della "intronizzazione messianica", nei termini espressi nei Salmi 2 e 110, così come possiamo vedere anche in 1 Cor. 15:28 e 1 Ts. 1:9.17 Pienamente Figlio di Davide e Figlio di Dio, dunque, morto e risorto, riconosciuto dal Concilio di Calcedonia quattro secoli dopo la stesura della lettera ai Romani come un solo e medesimo Cristo, Signore, Figlio unigenito, che noi dobbiamo riconoscere in due nature, senza confusione, senza mutamento, senza divisione, senza separazione. Gesù Cristo, nostro Signore, autore di grazia e dell'apostolato. Grazia e apostolato che per Paolo hanno come scopo l'ubbidienza della fede fra tutti gli stranieri.
  
Questo infatti era lo scopo del ministero apostolico di Paolo, e questo è lo stesso scopo del ministero di innumerevoli servitori contemporanei e successivi a lui che sono entrati in questa fatica con lo stesso proposito: servire il Signore nel portare le persone di origine non ebraica all'ubbidienza della fede in Cristo Gesù. Alcuni apostoli sono stati chiamati per predicare il vangelo tra i giudei (Gal. 2:7), mentre altri - come Paolo - sono stati chiamati per predicare tra i gentili (Gal. 2:8). Un obiettivo enorme, quello di raggiungere con il vangelo le estremità della terra, di testimoniare ed evangelizzare ogni essere umano affinché credendo in Cristo possa ottenere salvezza nel suo nome. "Ottenere l'ubbidienza della fede fra gli stranieri per il suo nome", è un traguardo deciso da Dio e per il quale egli continua a chiamare nuovi servitori anche al giorno d'oggi, equipaggiandoli con potenza, con lo Spirito Santo e con piena convinzione (1 Ts. 1:5), per portare sempre più avanti, persona dopo persona, la salvezza del regno di Dio. Una mèta decretata dal Padre (Sl. 2:8), resa possibile dal Figlio (Mt. 28:18-20) e promossa dallo Spirito (2 Ts. 2:13). Il successo di questa missione non risiede nella capacità umana, ma nella volontà di Dio. Non risiede nelle parole, ma risiede nella potenza dello Spirito. L'unica cosa richiesta quindi, è solo ubbidire alla chiamata e servire Cristo, il Signore. Fare da ambasciatori per suo conto supplicando: siate riconciliati con Dio! (2 Cor. 5:20). Nel Nuovo Testamento leggiamo i molti riscontri positivi a questo annuncio, ma anche le molte persecuzioni perpetrate da chi ha respinto con odio il vangelo di Dio. Così è anche al giorno d'oggi. Moltissime persone sperimentano il ravvedimento e la fede in Cristo, ma molte altre tormentano i cristiani in ogni parte del mondo. Questo non deve stupire, perché è lo stato proprio dei discepoli del Signore: perseguitati ma non abbandonati, atterrati ma non uccisi, tribolati in ogni maniera ma non portati all'estremo, perplessi ma non disperati, esposti alla morte per amor di Gesù affinché anche la vita di Gesù si manifesti nella propria carne mortale (2 Cor. 4:8-11).

Tra "gli stranieri", c'erano anche i credenti di Roma di metà del I secolo, amati da Dio, e chiamati santi. Coloro ai quali è stata indirizzata questa lettera di Paolo di Tarso, servo di Cristo e apostolo dei gentili. Coloro che per primi lessero queste parole, custodendole e condividendole con le altre comunità e con le altre generazioni.
 
CONCLUSIONE

Tra le lettere dell'apostolo Paolo presenti nel canone neotestamentario, quella ai Romani è senz'altro la più elaborata, e quella di maggiore influenza nel pensiero teologico dei secoli successivi. Pur non raccogliendo tutti gli argomenti sui quali l'apostolo si è pronunciato, questo documento definisce un'ottima sintesi del suo pensiero, e una poderosa difesa della dottrina della salvezza per grazia mediante la fede. Anche solo la prima frase di apertura della lettera risulta così densa di insegnamenti da meritare tutta l'attenzione del lettore, e di ogni esegeta antico e moderno. La consapevolezza dell'incarico di Paolo è nitida e di esempio per ogni ministro cristiano. I concetti di servo, apostolo, chiamato, messo a parte, offrono una chiara guida per lo sviluppo del pensiero di ogni credente, e la formazione di una più ampia comprensione ecclesiologica. I titoli di Figlio di Davide (nato dalla stirpe di Davide) e Figlio di Dio con potenza, rivelano in modo speciale la natura e l'identità del Signore Gesù, offrendo una antica testimonianza della dottrina cristologica apostolica. Lo scopo dell'apostolato di Paolo infine, ossia l'ubbidienza della fede fra gli stranieri, esplicita la missione che la Chiesa ha perseguito in due millenni di presenza storica, trovando nuovo vigore per molte sue denominazioni proprio nell'attuale XXI secolo. In un'unica proposizione, troviamo in nuce l'essenza e la missione cristiana: il passato, il presente e il futuro di ogni credente che si fa trovare fedele nel suo servizio, nella viva attesa del ritorno del Signore.  



Note:

[1] Jordi Sanchez Bosh, Scritti paolini, Paideia, p. 232.
[2] James D.G. Dunn, La teologia dell'apostolo Paolo, Paideia, p. 52.
[3] J. S. Bosh, Scritti paolini, Paideia, pp. 235-237.
[4] Id. Ibid. p. 239. 
[5] Hans Küng, Cristianesimo (Terza edizione BUR Saggi, 2004), p. 58.
[6] Joseph A. Fitzmyer, Grande commentario biblico Queriniana, 1974, p. 1207. 
[7] Horst Balz, Gerhard Schneider, Dizionario Esegetico Del Nuovo Testamento, Paideia, I 928.
[8] Id. Ibid. I 929
[9] Id. Ibid. I 934.  
[10] Id. Ibid. I 1888,1889. 
[11] Id. Ibid. I 380. 
[12] Id. Ibid. I 381.
[13] Id. Ibid. I 382.    
[14] Joseph A. Fitzmyer, Grande commentario biblico Queriniana, 1974, p. 1207.  
[15] Id. Ibid.  
[16] Gerhard Schneider, Cristologia del Nuovo Testamento, Paideia, p. 90.
[17] Id. Ibid. p. 91.

martedì 21 aprile 2015

L'amore di Dio, sparso nei nostri cuori

«Abraamo credette a Dio e ciò gli fu messo in conto come giustizia» (4:3)


Giustificati dunque per fede, abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore, mediante il quale abbiamo anche avuto, per la fede, l'accesso a questa grazia nella quale stiamo fermi; e ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio; non solo, ma ci gloriamo anche nelle afflizioni, sapendo che l'afflizione produce pazienza, la pazienza esperienza, e l'esperienza speranza. Or la speranza non delude, perché l'amore di Dio è stato sparso nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo che ci è stato dato. 
Romani 5:1-5

I primi anni del cristianesimo sono stati anni di tensione, nei quali portare a maturità la comprensione degli insegnamenti di Cristo e la loro applicazione nelle molte questioni che sorgevano all'interno delle chiese, soprattutto nel problema che sorgeva tra la comunione dei credenti di origine ebraica con quelli di origine gentile, ma anche tra i credenti di entrambe le estrazioni con i giudei che ancora non riconoscevano Gesù come Messia. Dio si era rivelato prima di tutto al popolo ebraico, ed in un primo momento non era chiara la relazione tra questa "primogenitura" e il popolo credente che stava nascendo al di fuori di questa grande famiglia abramitica. La lettera che Paolo scrisse alla comunità cristiana di Roma affronta in modo completo proprio questi temi, e lo fa dall'inizio, chiarendo immediatamente che tutti, Giudei e Greci, sono ugualmente sottoposti al peccato, ma entrambi sono anche giustificati gratuitamente per la grazia di Dio mediante la redenzione in Cristo Gesù. Per tutto il genere umano quindi, vi è un'unica strada per la salvezza eterna, rappresentata non dalla legge di Mosè ma piuttosto dalla grazia di Dio mediante la redenzione in Gesù Cristo.  

Nell'argomentazione dell'apostolo, tutta questa esposizione si appoggia su un punto particolare che troviamo al quarto capitolo: «Abraamo credette a Dio e ciò gli fu messo in conto come giustizia». Questa citazione del libro di Genesi (15:6) rappresenta infatti una vera e propria prova del fatto che anche nel tempo dell'antico patto la fede era sufficiente agli occhi di Dio per essere accreditata come giustizia. Il termine tradotto con messo in conto, nell'originale greco è riportato con il verbo logizomai, ed esprime proprio quel paradosso esistente tra l'atto interiore di credere e la computazione matematica di questo atto come giustizia personale. Abraamo credette e questo gli fu calcolato come giustizia. Ma allo stesso modo anche noi, sia che siamo di etnia ebraica o meno, possiamo credere, e questa nostra fede può essere a noi computata come atto come giustizia. Questa meravigliosa realtà spirituale è stata un fondamento della riforma protestante, e della relativa dottrina della giustificazione.

Avendo assodato questa salvezza comune disponibile mediante la fede, a questo punto l'apostolo Paolo sposta l'attenzione alle conseguenze di questo verdetto giuridico: per questo motivo, infatti, noi ora abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo. Questo è il cuore del Vangelo, questo è il motivo per cui ogni singolo credente ha potuto essere riconciliato con il Padre e ricevere il suo amore. Nei primi cinque versetti dei quinto capitolo della lettera, vengono descritte la pace e l'amore di Dio Padre, rese accessibili mediante Dio Figlio, grazie a Dio Spirito Santo. In due sole frasi, appaiono con splendida chiarezza l'armonia e la cooperazione delle persone della divinità nella manifestazione della salvezza del genere umano. Lo Spirito Santo sparge nei nostri cuori l'amore di Dio, lo stesso amore che ha portato il Figlio a morire sulla croce al posto dell'umanità, caricandosi dei nostri peccati e delle nostre iniquità (Is 53). E' un disegno perfetto, un amore condiviso, un proposito comune, quello che ha portato il Dio biblico all'azione per la salvezza dell'uomo. In questa grazia, possiamo gloriarci persino delle afflizioni, sapendo che sono ben poca cosa rispetto al futuro peso eterno di gloria (2 Co 4:17). Ogni afflizione infatti produce pazienza, la pazienza esperienza e l'esperienza speranza. Ogni afflizione accresce l'essere interiore e spirituale, fortificandoci e rendendoci sempre più simili a Cristo. Ogni afflizione ci unisce alle afflizioni che ha vissuto Cristo, unendoci però anche alla potenza della sua resurrezione. Per questo motivo, niente e nessuno può separarci dall'amore di Dio (Ro 8). Tanto la sofferenza quanto la gioia, nelle mani del Signore sono utilizzate per la crescita dei suoi figli, per la loro maturazione e per il loro avvicinamento al suo cuore. Nulla può separarci dall'amore di Dio, perché questo amore permea il creato e regna sovrano sopra ogni luogo, età e circostanza. E' un governo invisibile, spesso nascosto, e a volte compreso solo molto tempo dopo i singoli avvenimenti delle nostre vite. E' un governo che prende il disordine e la distruzione nati dai peccati dell'uomo e li lavora per convertirli in ordine e crescita nella vita delle persone. E' un governo soprannaturale, che agisce a volte in modo istantaneo, a volte in modo lento e progressivo. Per quanto poco possiamo capire di questo governo però, lo avvertiamo in modo sensibile nei nostri stessi cuori, attraverso lo Spirito Santo. Un amore reale, tangibile, presente. Un amore che ci parla della presenza di Dio, conducendoci fuori dalle nostre paure per afferrare il destino che il Signore ha pensato per noi. Un amore che copre e perdona molti peccati, un amore che ci spinge ad amare le altre persone, anche quelle meno amabili. Un amore che non ha fine e che desidera ripristinare la nostra identità di figli, e riscattare la nostra immagine, come immagine del Padre. 

giovedì 11 luglio 2013

La perla preziosa

Dopo queste cose, il Signore designò altri settanta discepoli e li mandò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dov'egli stesso stava per andare. E diceva loro: «La mèsse è grande, ma gli operai sono pochi; pregate dunque il Signore della mèsse perché spinga degli operai nella sua mèsse. Andate; ecco, io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi. Non portate né borsa, né sacca, né calzari, e non salutate nessuno per via. In qualunque casa entriate, dite prima: "Pace a questa casa!" Se vi è lì un figlio di pace, la vostra pace riposerà su di lui; se no, ritornerà a voi. Rimanete in quella stessa casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l'operaio è degno del suo salario. Non passate di casa in casa. In qualunque città entriate, se vi ricevono, mangiate ciò che vi sarà messo davanti, guarite i malati che ci saranno e dite loro: "Il regno di Dio si è avvicinato a voi". Ma in qualunque città entriate, se non vi ricevono, uscite sulle piazze e dite:"Perfino la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scotiamo contro di voi; sappiate tuttavia questo, che il regno di Dio si è avvicinato a voi". Io vi dico che in quel giorno la sorte di Sodoma sarà più tollerabile della sorte di quella città. [Luca 10:1-12]

Dopo aver mandato i dodici a evangelizzare in Galilea a nord (9:1-6), Gesù sceglie altri settanta discepoli per mandarli avanti a sé, per i villaggi della Giudea a sud. Come Giovanni Battista, erano incaricati di aprire la via al Signore, anticipandolo. Come tutti i profeti dell'Antico Testamento, furono mandati in semplicità, a predicare un messaggio divino in una società corrotta, violenta e permeata dall'idolatria. La loro missione era senza dubbio una missione urgente. Non potevano perdere tempo. Il comando di non salutare nessuno per via, non intendeva essere maleducati, ma di evitare le cerimonie di saluto che comprendevano spesso pranzi e cene, prolungandosi parecchio nel tempo.
Fin da subito, Gesù chiarisce che sta delegando loro un'autorità importante. Non si tratta solo di annunciare, ma si tratta soprattutto di anticipare e di mostrare. Insieme a loro infatti, anche se non viaggiavano tuniche di ricambio, viaggiava la pace del Signore.
La parola che viene usata in greco, richiama lo stesso significato della parola ebraica di shalom, che ricordo significa non solo una “assenza di conflitti” ma “integrità, pienezza di vita, completezza, riposo”.
Gesù comanda di guarire i malati, per dare dimostrazione di una cosa ben precisa: “Il regno di Dio si è avvicinato a voi!” I settanta avevano l'incarico non solo di portare un messaggio, ma molto più di esso: portare la realtà del messaggio! Portare il regno di Dio alle persone.
Questo è il senso più profondo dell'evangelizzazione. L'unione di aspetti naturali e sovrannaturali.

Questi insegnamenti erano rivolti solo ai settanta discepoli e ai dodici?

Non prego soltanto per questi, ma anche per quelli che credono in me per mezzo della loro parola: che siano tutti uno; e come tu, o Padre, sei in me e io sono in te, anch'essi siano in noi: affinché il mondo creda che tu mi hai mandato. Io ho dato loro la gloria che tu hai data a me, affinché siano uno come noi siamo uno; io in loro e tu in me; affinché siano perfetti nell'unità, e affinché il mondo conosca che tu mi hai mandato, e che li ami come hai amato me. Giovanni [17:20-23]

No, questi insegnamenti sono rivolti anche a noi.
In questa preghiera Gesù cambia il soggetto della sua attenzione dai suoi discepoli del tempo a tutti coloro che in futuro hanno creduto e crederanno al Vangelo. In questo modo veniamo abbracciati, in questo modo possiamo avere la certezza di aver ricevuto nel momento in cui abbiamo abbracciato Cristo, la Sua gloria. E' una preghiera che trascende il tempo e lo spazio e si rivolge ai credenti di ogni nazione e epoca.
Così come i settanta, anche noi siamo abilitati ed esortati ad evangelizzare. Predicare il Vangelo e portare il regno di Dio alle persone con urgenza e con potenza.

Questo non giustifica l'interpretazione che porta a tutti credenti di ogni epoca l'espressione di tutti i doni spirituali per l'evangelizzazione:
1Corinzi 12:29 Sono forse tutti apostoli? Sono forse tutti profeti? Sono forse tutti dottori? Fanno tutti dei miracoli?
1Corinzi 12:30 Tutti hanno forse i doni di guarigioni? Parlano tutti in altre lingue? Interpretano tutti?

Ma piuttosto alla realtà che la gloria di Dio condivisa con la prima generazione di discepoli è la stessa condivisa con quella attuale. Un conto è il dono di guarigione - per esempio - e un altro è il ministero di riconciliazione comune e tutti i credenti (cfr. 2Co5:18)

Ma cosa significa nella pratica? Significa portare le persone tramite la preghiera e l'invocazione del Signore a incontrare Dio. Incontrare la Sua presenza, il Suo amore e la Sua pace. Egli è con noi e abbiamo questo privilegio e questa responsabilità di espletare il nostro ministero di riconciliazione. A volte è più facile parlare di Gesù con le persone, piuttosto che chiamarLo in presenza delle persone.

Addentrandoci ulteriormente in questo percorso, credo sia utile approfondire il significato del regno di Dio.
Gesù molte volte nei Vangeli parla in parabole descrivendo in molti modi diversi il Regno per poterlo far capire in semplicità.

Ecco quindi che il Regno di Dio viene paragonato a un seminatore che semina in diversi terreni, alcuni fruttiferi ed altri meno. Poi viene paragonato a un uomo che semina nel suo campo, ma che viene sabotato dal suo nemico che durante la notte semina dell'erbaccia. Poi viene paragonato al più piccolo sei semi, che però si trasforma con il tempo nel più grande degli alberi. Ognuna di queste parabole esprime un concetto relativo al Regno. La differente reazione delle persone, la convivenza con il male, l'espansione graduale del Regno.

Ad un certo punto però, Gesù continua ad insegnare, presentando altri concetti nuovi:

Matteo 13:44 «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo, che un uomo, dopo averlo trovato, nasconde; e, per la gioia che ne ha, va e vende tutto quello che ha, e compra quel campo.

E' una parabola molto semplice, corta e immediata.
Un fatto curioso è che la scrittura non riporta in modo esplicito che questa persona stesse cercando il tesoro. Dice solo che lo trova! Possiamo anche pensare quindi che lo abbia trovato senza neanche cercarlo. Un tesoro può essere nascosto in un grande baule o in una piccola scatolina, può essere nascosto in ogni centimetro quadrato di un grande campo, a varie profondità. Le variabili se non sono infinite sono comunque moltissime. E' impossibile per una persona che cerca un tesoro sotterrato trovarlo se non sa almeno a grandi linee qual'è il luogo in cui è stato sepolto.
E' impossibile!
Ma a quali occhi è stato celato questo tesoro? Agli occhi del mondo.
Agli occhi del mondo secolare, il regno di Dio è nascosto, è inesistente. Non si vede, non lo si tocca né odora.

Salmi 14:1 Lo stolto ha detto in cuor suo: «Non c'è Dio».
Perchè deve dire in cuor suo una cosa simile? Perchè non Lo vede. Perchè è nascosto ai suoi occhi.

Ma il nostro, è un Dio di grazia, non solo di giustizia.

Romani 5:10 Se infatti, mentre eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio mediante la morte del Figlio suo, tanto più ora, che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita.

Mentre eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio mediante Cristo Gesù.
Mentre il Regno ci era nascosto, mentre non ne eravamo a conoscenza e di conseguenza non lo cercavamo affatto, il Signore ce l'ha fatto trovare. Per pura grazia. Non avevamo pale, scavatrici né gru. Un giorno però, camminando il nostro piede è inciampato in un angolo che sporgeva nel terreno. Incuriositi abbiamo scavato intorno e abbiamo trovato il gran tesoro. Non siamo noi che abbiamo scelto Cristo, ma è Lui che ha scelto noi.

Giovanni 15:16 Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; affinché tutto quello che chiederete al Padre, nel mio nome, egli ve lo dia.

Certo, Pietro ha scelto di abbandonare la sua famiglia e il suo lavoro per seguire Cristo.
Ognuno di noi ha scelto di abbandonare la proprie convinzioni, le proprie abitudini, la propria vita precedente per seguire Cristo ma questa risposta è stata causata unicamente dalla Sua precedente chiamata.
Come fai a seguire Dio se non sai se esiste? Come fai ad innamorarti di un tesoro se ne ignori l'esistenza?

L'uomo della parabola dopo aver trovato questo tesoro cosa fa? Vende tutto quel che ha per acquistare il campo e prendere il tesoro. Sicuramente c'è una relazione importante tra l'aspetto economico e la vita cristiana. Nella parabola però, il tesoro è un bene spirituale. Penso che sia lecito pensare che anche i soldi spesi per acquisire il campo possano rappresentare un bene che ai nostri occhi appare come spirituale. Durante l'ultimo studio abbiamo visto come Paolo abbia passato questa stessa esperienza, trasmettendola con parole molto forti:

Filippesi 3:5 io, circonciso l'ottavo giorno, della razza d'Israele, della tribù di Beniamino, ebreo figlio d'Ebrei; quanto alla legge, fariseo;
Filippesi 3:6 quanto allo zelo, persecutore della chiesa; quanto alla giustizia che è nella legge, irreprensibile.
Filippesi 3:7 Ma ciò che per me era un guadagno, l'ho considerato come un danno, a causa di Cristo.

L'Apostolo Paolo era un uomo rispettato dalla comunità religiosa. Un uomo ammirato per il valore della sua fede basata sulla legge di Dio e sulla sua forza di volontà. Ma ha dovuto abbandonare tutto questo a causa di Cristo.
Ogni persona deve abbandonare la propria giustizia per acquisire il tesoro della giustizia di Dio. Ecco quindi il significato che torna in questa parabola. Dopo essere stati trovati da Dio, spogliarsi di sé stessi per entrare nel regno.

Ma il regno dei cieli è anche simile a qualcosa d'altro.

Matteo 13:45 «Il regno dei cieli è anche simile a un mercante che va in cerca di belle perle;
Matteo 13:46 e, trovata una perla di gran valore, se n'è andato, ha venduto tutto quello che aveva, e l'ha comperata.

In questo caso, la persona rappresentata nella parabola è un mercante in cerca di belle perle.
Una persona che ha fame di Dio anche se non Lo conosce ancora. Una persona che ricerca esperienze spirituali.
A un certo punto trova una perla diversa da tutte le altre. Una perla unica.
Finalmente è consapevole di aver raggiunto ciò che cercava da tutta una vita, vende tutti i suoi averi (come nella parabola precedente) e la acquista. Dal mio punto di vista la sua fame di spirituale ovviamente è causata dal Signore stesso. Un'altra forma della sua grazia.
L'accostamento di Gesù al regno dei cieli con una perla però non è casuale, come non lo è neppure con il tesoro.

Apocalisse 21:9 Poi venne uno dei sette angeli che avevano le sette coppe piene degli ultimi sette flagelli, e mi parlò, dicendo: «Vieni e ti mostrerò la sposa, la moglie dell'Agnello».
Apocalisse 21:10 Egli mi trasportò in spirito su una grande e alta montagna, e mi mostrò la santa città, Gerusalemme, che scendeva dal cielo da presso Dio,
Apocalisse 21:11 con la gloria di Dio. Il suo splendore era simile a quello di una pietra preziosissima, come una pietra di diaspro cristallino.
Apocalisse 21:21 Le dodici porte erano dodici perle e ciascuna era fatta da una perla sola. La piazza della città era d'oro puro, simile a cristallo trasparente.

Quando l'angelo mostra a Giovanni la Nuova Gerusalemme, egli rimane stupito nel vedere come sono stati usati soltanto materiali preziosissimi per la sua costruzione. Tutta la città è in realtà un immenso tesoro che rappresenta il vero tesoro al suo interno: la presenza di Dio insieme a quella dei Suoi santi.
La città avrà dodici porte, sulle mura.
E le dodici porte saranno dodici perle.

Gesù descrive il regno di Dio come una perla.
Ed è bello pensare che la prima cosa che i redenti vedranno entrando nella città sarà una enorme perla.
E poi, finalmente, il Regno in tutto il suo splendore e nella sua massima espressione: la gloria di Dio.

Ogni credente ha trovato questo tesoro, ha visto questa perla e un giorno la vedrà in modo intero. Ogni credente ha la responsabilità di mostrarla agli altri, perché questa è la volontà di Dio.
Può anche succedere però che ci si dimentichi della bellezza della perla e che gli altri beni ci distraggano facendo affievolire l' infatuamento. Ecco quindi l'importanza e la necessità di riscoprire continuamente - giorno dopo giorno - la magnificenza della "perla preziosa", della realtà di Dio, e di condividerla con gli altri. Condividerla con i fratelli e le sorelle e condividerla con il mondo per adempiere al nostro scopo e brillare in questo mondo di tenebre mostrando a tutti questa lucentezza mirabile.

Matteo 5:14 Voi siete la luce del mondo. Una città posta sopra un monte non può rimanere nascosta,
Matteo 5:15 e non si accende una lampada per metterla sotto un recipiente; anzi la si mette sul candeliere ed essa fa luce a tutti quelli che sono in casa.
Matteo 5:16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli.
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