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venerdì 15 aprile 2022

La crocifissione di Gesù nel Vangelo secondo Luca




INTRODUZIONE

Come ogni vangelo canonico, anche Luca propone alcuni aspetti teologici peculiari che arricchiscono il Nuovo Testamento e come per ogni vangelo anche la narrazione lucana trova il suo culmine nell'evento della Croce. La stessa struttura letteraria di Luca-Atti pone il racconto della passione e morte di Cristo al centro dell'interno racconto: dall'estero (Galilea) Gesù arriva a Gerusalemme per morire e, dopo la resurrezione, da Gerusalemme i suoi discepoli viaggiano verso l'estero (i confini della terra) per annunciare la buona notizia del significato di questa morte. Il Golgota dunque rappresenta teologicamente il fulcro della storia umana, sia da un punto di vista temporale che geografico e gli eventi qui avvenuti cambiano per sempre il destino dell'umanità. 

In occasione del venerdì santo dell'anno 2022, vorrei quindi approfondire il racconto lucano della passione e morte del Signore Gesù.

Da un punto di vista letterario è possibile delimitare l'ultimo grande blocco di questo libro con le coordinate 19:29-24:53. Questa unità letteraria è composta a sua volta da quattro sezioni: inizia con l'entrata di Gesù nella città, il tempio e l'insegnamento qui svolto (19:29-21:38), prosegue con il giorno degli azzimi e l'ultima cena (22:1-38), continua con la passione e morte di Gesù (22:39-23:56), per poi terminare con l'apparizione e l'ascensione del Risorto (c. 24).1 In questa occasione approfondiremo in particolare la parte terminale del racconto della morte di Gesù: la terza sezione dell'ultima parte. 

1. LA VIA DELLA CROCE

Mentre lo portavano via, presero un certo Simone, di Cirene, che veniva dalla campagna, e gli misero addosso la croce perché la portasse dietro a Gesù. Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che facevano cordoglio e lamento per lui. Ma Gesù, voltatosi verso di loro, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete per me, ma piangete per voi stesse e per i vostri figli. Perché, ecco, i giorni vengono nei quali si dirà: "Beate le sterili, i grembi che non hanno partorito e le mammelle che non hanno allattato". Allora cominceranno a dire ai monti: "Cadeteci addosso"; e ai colli: "Copriteci".  Perché se fanno questo al legno verde, che cosa sarà fatto al secco?»  Ora, altri due, malfattori, erano condotti per essere messi a morte insieme a lui.
Luca 23:26-32

Il nostro racconto inizia all'apice della drammatica cattura di Gesù e la sua sentenza di morte, nel suo percorso verso il luogo dell'esecuzione. Le stesse guardie che lo stavano scortando costringono un altro innocente a portare la sua croce, un certo Simone. Di solito il condannato portava solo il braccio orizzontale, che gli veniva buttato sulle sue spalle con le mani legate ad esso. 

Una gran folla del popolo e di donne faceva cordoglio e lamento per lui. Molto probabilmente non erano donne della Galilea (8:1-3, 23:49) ma abitanti di Gerusalemme, visto che poco dopo è Gesù stesso a qualificarle in questo modo. Questo dato è significativo perché la predicazione di Gesù è stata principalmente rurale e periferica. Abbiamo però la prova che anche nella capitale un gran numero di persone ha riconosciuto la sua straordinarietà. Questo cordoglio e lamento si sovrappone all'oracolo del profeta Zaccaria:

«Spanderò sulla casa di Davide e sugli abitanti di Gerusalemme
lo Spirito di grazia e di supplicazione;
essi guarderanno a me, a colui che essi hanno trafitto,
e ne faranno cordoglio come si fa cordoglio per un figlio unico,
e lo piangeranno amaramente come si piange amaramente un primogenito.

Zaccaria 12:10

Voltandosi verso la folla Gesù profetizza un tempo di giudizio per Gerusalemme, simile a quello vissuto con l'assedio babilonese e la relativa conquista, descritto tragicamente da Geremia con le parole: 

La lingua del lattante gli si attacca al palato,
per la sete;
i bambini chiedono pane,
e non c'è chi gliene dia.
Lamentazioni 4:4 

Riecheggiando anche le parole del profeta Osea di qualche secolo prima:

Gli alti luoghi di Aven, peccato d'Israele, saranno distrutti.
Le spine e i rovi cresceranno sui loro altari;
ed essi diranno ai monti: «Copriteci!»
e ai colli: «Cadeteci addosso!»
Osea 10:8

La frase finale probabilmente riprende invece un proverbio del tempo. Il senso è chiaro: se all'innocente è riservato un tale destino, cosa sarà riservato ai colpevoli? 

Il testo evangelico lascia questa domanda implicita nell'aria, senza darle una risposta. Come stiamo per leggere nel prossimo brano, a breve Gesù chiederà al Padre di perdonare i suoi carnefici e sappiamo che il significato della sua morte è proprio di espiazione nei confronti dell'umanità. Ma la domanda rimane: cosa sarà fatto al legno secco, alla Gerusalemme impenitente? È storia il fatto che sarà conquistata e distrutta dai romani durante la prima guerra giudaica nel 70 d.C. e proprio in modo simile a quando, nel racconto delle Lamentazioni, è stata conquistata dai babilonesi. Sembrerebbe che il Vangelo di Luca suggerisca una correlazione tra questa distruzione e l'uccisione di Cristo. Nel sermone profetico del Vangelo di Matteo, invece, Gesù profetizza la prima Guerra Giudaica2 :

Mentre Gesù usciva dal tempio e se ne andava, i suoi discepoli gli si avvicinarono per fargli osservare gli edifici del tempio. Ma egli rispose loro: «Vedete tutte queste cose? Io vi dico in verità: Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non sia diroccata».
[...]
Quando dunque vedrete l'abominazione della desolazione, della quale ha parlato il profeta Daniele, posta in luogo santo (chi legge faccia attenzione!), allora quelli che saranno nella Giudea, fuggano ai monti; chi sarà sulla terrazza non scenda per prendere quello che è in casa sua; e chi sarà nel campo non torni indietro a prendere la sua veste. Guai alle donne che saranno incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni!
Matteo 24:1-2, 15-19

Così come Antioco IV Epifane profanò il Tempio di Gerusalemme (l'abominazione della desolazione) durante la dominazione dei Seleucidi, allo stesso modo Gesù profetizza che avverrà nuovamente, e in effetti così accadrà proprio con la distruzione romana del 70 con gli arredi sacri depredati e i vessilli imperiali issati sul terreno santo.

Come testimonianza extra biblica trovo inoltre interessante una cronaca di Giuseppe Flavio, testimoniata nel libro Guerre Giudaiche, di quanto accaduto circa trent'anni dopo la morte di Gesù:

«Ma ancora più tremendo fu quest'altro prodigio. Quattro anni prima che scoppiasse la guerra, quando la città era al culmine della pace e della prosperità, un tale Gesù figlio di Anania, un rozzo contadino, si recò alla festa in cui è uso che tutti costruiscano tabernacoli per il Dio e all'improvviso cominciò a gridare nel tempio: «Una voce da oriente, una voce da occidente, una voce dai quattro venti, una voce contro Gerusalemme e il tempio, una voce contro sposi e spose, una voce contro il popolo intero». Giorno e notte si aggirava per tutti i vicoli gridando queste parole, e alla fine alcuni dei capi della cittadinanza, tediati di quel malaugurio, lo fecero prendere e gli inflissero molte battiture. Ma quello, senza né aprir bocca in sua difesa né muovere una specifica accusa contro chi lo aveva flagellato, continuò a ripetere il suo ritornello. Allora i capi, ritenendo - com'era in realtà - che quell'uomo agisse per effetto di una forza sovrumana, lo trascinarono dinanzi al governatore romano. Quivi, sebbene fosse flagellato fino a mettere allo scoperto le ossa, non ebbe un'implorazione né un gemito, ma dando alla sua voce il tono più lugubre che poteva, a ogni battitura rispondeva: «Povera Gerusalemme!». Quando Albino, che era il governatore, gli fece domandare chi fosse, donde provenisse e perché lanciasse quella lamentazione, egli non rispose, ma continuò a compiangere il destino della città finché Albino sentenziò che si trattava di pazzia e lo lasciò andare.Fino allo scoppio della guerra egli non si avvicinò ad alcun cittadino né fu visto parlare con alcuno, ma ogni giorno, come uno che si esercitasse a pregare, ripeteva il suo lugubre ritornello: “Povera Gerusalemme!”. Né imprecava contro quelli che, un giorno l'uno un giorno l'altro, lo percuotevano, né benediceva chi gli dava qualcosa da mangiare; l'unica risposta per tutti era quel grido di malaugurio, che egli lanciava soprattutto nelle feste. Per sette anni e cinque mesi lo andò ripetendo senza che la sua voce si affievolisse e senza provar stanchezza, e smise solo all'inizio dell'assedio, quando ormai vedeva avverarsi il suo triste presagio. Infatti un giorno che andava in giro sulle mura gridando a piena gola: “Ancora una volta, povera la città, e povero il popolo, e povero il tempio!”, come alla fine aggiunse: “E poveretto anche me!”, una pietra scagliata da un lanciamissili lo colpì uccidendolo all'istante, ed egli spirò ripetendo ancora quelle parole.»
Guerra Giudaica, di Giuseppe Flavio, Libro VI 300-309

A quanto pare quando ancora Gerusalemme viveva nella pace, pochi anni prima dell'assedio e prima di ogni avvisaglia di guerra, circa dopo trent'anni dalla morte di Gesù arrivò a Gerusalemme un altro uomo con lo stesso nome. Anche lui predicò e profetizzò nel Tempio (in modo simile all'episodio evangelico della "purificazione del Tempio"), anche lui venne torturato sebbene innocente, anche lui non ritrattò nulla ma continuò a profetizzare contro Gerusalemme. E dopo sette anni (il numero biblico della perfezione e completezza) e cinque mesi (il numero della Legge) iniziò l'assedio romano e la conquista della città che coincise anche con la sua morte. 

2. GESÙ SULLA CROCE 

Quando furono giunti al luogo detto «il Teschio», vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l'altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno». Poi divisero le sue vesti, tirandole a sorte. Il popolo stava a guardare. E anche i magistrati si beffavano di lui, dicendo: «Ha salvato altri, salvi se stesso, se è il Cristo, l'Eletto di Dio!» Pure i soldati lo schernivano, accostandosi, presentandogli dell'aceto e dicendo: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso!» Vi era anche questa iscrizione sopra il suo capo: QUESTO È IL RE DEI GIUDEI. Uno dei malfattori appesi lo insultava, dicendo: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!» Ma l'altro lo rimproverava, dicendo: «Non hai nemmeno timor di Dio, tu che ti trovi nel medesimo supplizio? Per noi è giusto, perché riceviamo la pena che ci meritiamo per le nostre azioni; ma questi non ha fatto nulla di male». E diceva: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno!» Ed egli gli disse: «Io ti dico in verità, oggi tu sarai con me in paradiso».
Luca 23:33-43

La seconda parte del nostro testo continua presentando immediatamente la crocifissione di Gesù, insieme a due malfattori. Qui troviamo l'intercessione per i suoi carnefici, nel solco della caratteristica del servo sofferente di YHWH profetizzato nel libro di Isaia:

Perciò io gli darò in premio le moltitudini,
egli dividerà il bottino con i molti,
perché ha dato se stesso alla morte
ed è stato contato fra i malfattori;
perché egli ha portato i peccati di molti
e ha interceduto per i colpevoli.

Isaia 53:12 

In tutta l'opera lucana Gesù è dispensatore di perdono, e lo diviene anche nel momento della somma ingiustizia. Questo stesso approccio ricorrerà anche con Stefano, il primo martire cristiano:

E lapidarono Stefano che invocava Gesù e diceva: «Signore Gesù, accogli il mio spirito». Poi, messosi in ginocchio, gridò ad alta voce: «Signore, non imputare loro questo peccato». E detto questo si addormentò.
Atti 7:59-60

Così come è morto il maestro, perdonando e rendendo lo spirito a Dio, allo stesso modo arriva a morire il primo testimone.

La divisione delle vesti di Gesù si sovrappone alla sorte del servo sofferente del Salmo 22:

Spartiscono fra loro le mie vesti
e tirano a sorte la mia tunica.
Salmo 22:18 

Luca sottolinea che dalla sua prospettiva la crocifissione sancisce l'identità di Gesù come messia e re, non nel modo atteso dal popolo ma nel modo che attraverso la sofferenza compie la volontà divina.  

I magistrati, i soldati e uno dei malfattori crocifissi continuano a schernire Gesù, ma l'altra persona sulla croce riconosce la sua innocenza e chiede di ricordarsi di lui nel suo regno. La risposta di Gesù può essere intesa come una sentenza emessa in quanto giudice dei vivi e dei morti, che lo caratterizza come nuovo Adamo che inaugura un nuovo periodo di salvezza.

3. LA MORTE DI GESÙ

Era circa l'ora sesta, e si fecero tenebre su tutto il paese fino all'ora nona; il sole si oscurò. La cortina del tempio si squarciò nel mezzo. Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio». Detto questo, spirò. Il centurione, veduto ciò che era accaduto, glorificava Dio dicendo: «Veramente, quest'uomo era giusto». E tutta la folla che assisteva a questo spettacolo, vedute le cose che erano accadute, se ne tornava battendosi il petto. Ma tutti i suoi conoscenti e le donne che lo avevano accompagnato dalla Galilea stavano a guardare queste cose da lontano.
Luca 23:44-49

Da mezzogiorno alle tre si fecero tenebre su tutto il paese. Nella tradizione veterotestamentaria l'oscuramento del sole è sempre associato al "giorno del Signore", inteso come giorno del giudizio divino. Ricordiamo a titolo esemplificativo un paio di oracoli:

Ecco il giorno del SIGNORE giunge:
giorno crudele, d'indignazione e d'ira furente,
che farà della terra un deserto
e ne distruggerà i peccatori.
Poiché le stelle e le costellazioni del cielo
non faranno più brillare la loro luce;
il sole si oscurerà mentre sorge,
la luna non farà più risplendere il suo chiarore.
Isaia 13:9-10 

Il gran giorno del SIGNORE è vicino;
è vicino e viene in gran fretta;
si sente venire il giorno del SIGNORE
e il più valoroso grida amaramente.
Quel giorno è un giorno d'ira,
un giorno di sventura e d'angoscia,
un giorno di rovina e di desolazione,
un giorno di tenebre e caligine,
un giorno di nuvole e di fitta oscurità,
un giorno di squilli di tromba e di allarme
contro le città fortificate e le alte torri.
Io metterò gli uomini nell'angoscia
ed essi brancoleranno come ciechi,
perché hanno peccato contro il SIGNORE;
il loro sangue sarà sparso come polvere
e la loro carne come escrementi.
Sofonia 1:14-17

Il contesto di ira e giudizio divino però non si scaglia contro i peccatori ma trova il suo culmine nella rottura della cortina del tempio e nella morte stessa di Gesù. Il culto mosaico è adesso definitivamente soppresso e inizia la Nuova Alleanza nella carne e nel sangue di Cristo, colui che ha la possibilità di accogliere tanto i giudei quanto i gentili a differenza del tempio precedente reso accessibile solo ai giudei. Gesù rimette il suo spirito citando il Salmo 31:5, aggiungendo solo "Padre" in modo coerente con questo appellativo intimo divino che egli ha anche insegnato ai suoi discepoli. L'intimità con il Padre e le tenebre scatenate smuovono la fede del centurione che, pur essendo pagano, riconosce la sua giustizia. La folla si batte il petto in segno di lutto e i discepoli con le donne osservano da lontano, forse pregando, travolti da questo epilogo tragico e per loro inaspettato, nonostante gli avvisi profetici che Gesù stesso aveva più volte espresso loro. 

CONCLUSIONE

Abbiamo letto le pagine più drammatiche del Nuovo Testamento, che ogni anno vengono rivissute dalle comunità cristiane di tutto il mondo i giorni prima della Pasqua. 

Come per ogni altro evento evangelico, anche il racconto della morte di Cristo è intriso della teologia dell'Antico Testamento, portandola però oltre, verso la Nuova Alleanza.

Profezie e Salmi si intrecciano in questo nuovo racconto acquisendo un nuovo significato. Quella che per alcuni era la morte di un banale agitatore politico, diventa occasione per un centurione romano di esclamare: «Veramente, quest'uomo era giusto». Una professione di fede e una nuova comprensione di Gesù da parte di chi non credeva in lui. L'inizio di quello che verrà...


Note: 
[1] cfr. Rafael Aguirre Monasterio, Antonio Rodriguez Carmona, Vangeli sinottici e Atti degli Apostoli, Paideia editrice, Brescia, 1995, p. 253. 
[2] cfr. R.T. France, Il Vangelo secondo Matteo, Edizioni GBU, Chieti-Roma, p. 482

domenica 24 ottobre 2021

Il battesimo di Gesù



INTRODUZIONE

Il Vangelo secondo Marco inizia dichiarando sin da subito il proprio intento: testimoniare la buona notizia di Gesù che è il Cristo e il Figlio di Dio. Sappiamo che la sua suddivisione letteraria passa proprio da questi due titoli, riconosciuti in due cruciali professioni di fede che troviamo in 8:27-30 e 15:39.

La scena iniziale si apre con Giovanni il battezzatore, che anticipa l’arrivo di qualcuno di maggiore a lui che avrebbe battezzato con lo Spirito Santo. Proprio Giovanni battezza Gesù, proveniente da Nazaret di Galilea, nel fiume Giordano. Questo battesimo è il primo vero avvenimento di questo vangelo e, come ogni inizio che si rispetti, non può non avere in sé numerosi significati che andremo a ricercare in questo approfondimento. 

“E FU BATTEZZATO”: IL RACCONTO DEL BATTESIMO DI GESÙ SECONDO L’EVANGELISTA MARCO

In quei giorni Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato da Giovanni nel Giordano. A un tratto, come egli usciva dall'acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito scendere su di lui come una colomba. Una voce venne dai cieli: «Tu sei il mio diletto Figlio; in te mi sono compiaciuto».
Vangelo secondo Marco 1:9-11

Nonostante la sua grande importanza, possiamo rilevare che questo racconto è incredibilmente sintetico nel nostro Vangelo che, ricordiamo, secondo gli studiosi è il più antico tra i canonici. Confrontandolo con gli altri sinottici possiamo vedere infatti come gli evangelisti successivi aggiunsero altri dettagli all’episodio per elaborare quello che qui è solo accennato. Notiamo a titolo di esempio come Luca aggiunge che lo Spirito scese su Gesù “in forma corporea” come una colomba (3:22) mentre Matteo inserisce un dialogo tra Gesù e Giovanni con il riserbo di quest’ultimo a battezzarlo considerandosi inferiore a lui (3:14-15). In effetti se Giovanni predicava un battesimo di ravvedimento dai peccati, e Gesù fu addirittura concepito senza peccato, come mai volle farsi battezzare dal Battista? Questa è una domanda spinosa alla quale i primi cristiani dovettero trovare una risposta teologica. 

Nonostante la sua brevità, nel testo marciano ci sono degli indizi su diversi temi di teologia biblica che dall’Antico Testamento approdano qui per trovare uno sviluppo che potrà sbocciare appieno con la completezza degli altri scritti neotestamentari. L'introduzione di Marco nei versetti immediatamente precedenti ai nostri introduce la cornice dell'ambientazione che viene presentata come un nuovo esodo e la funzione di Giovanni come nuovo Elia che chiama Israele al pentimento. Dopodiché la narrazione si sposta, e incontriamo il nostro episodio che ha Gesù come protagonista. 

Il battesimo presentato da Giovanni ha conosciuto diverse interpretazioni in quanto pratica innovativa per questo tempo e ben diversa dalle comuni abluzioni e lavaggi rituali che, contrariamente al battesimo, venivano praticate frequentemente. Questo battesimo potrebbe alludere al battesimo dei proseliti ma non vi è certezza che un tale significato fosse conosciuto in epoca così antica. Più probabilmente si tratta di una ripresa dell’attraversamento del mare durante l’esodo, in accordo alla seguente tradizione profetica biblica: 

Allora il suo popolo si ricordò dei giorni antichi di Mosè:
Dov'è colui che li fece uscire dal mare
con il pastore del suo gregge?
Dov'è colui che mise in mezzo a loro lo Spirito suo santo,
che fece andare il suo braccio glorioso alla destra di Mosè,
che divise le acque davanti a loro,
per acquistarsi una rinomanza eterna,
che li condusse attraverso gli abissi,
come un cavallo nel deserto,
senza che inciampassero?
Come il bestiame che scende nella valle,
lo Spirito del SIGNORE li condusse al riposo.
Così tu guidasti il tuo popolo,
per acquistarti una rinomanza gloriosa.
Guarda dal cielo, e osserva,
dalla tua abitazione santa e gloriosa.
Dove sono il tuo zelo, i tuoi atti potenti?
Il fremito delle tue viscere e le tue compassioni
non si fanno più sentire verso di me.
Tuttavia, tu sei nostro padre;
poiché Abraamo non sa chi siamo
e Israele non ci riconosce.
Tu, SIGNORE, sei nostro padre,
il tuo nome, in ogni tempo, è Redentore nostro.
SIGNORE, perché ci fai peregrinare lontano dalle tue vie
e rendi duro il nostro cuore perché non ti tema?
Ritorna, per amor dei tuoi servi,
delle tribù della tua eredità!
Per poco tempo il tuo popolo santo ha posseduto il paese;
i nostri nemici hanno calpestato il tuo santuario.
Noi siamo diventati come quelli che tu non hai mai governati,
come quelli che non portano il tuo nome!
Oh, squarciassi tu i cieli, e scendessi!
Davanti a te sarebbero scossi i monti.
Isaia 63:11-64:1

Questo testo descrive alla perfezione il sentimento religioso che doveva esserci nell’ambiente che stiamo considerando, promosso da Giovanni. In entrambi i casi considerati è da rilevare che il presupposto comune, compreso quello appena indicato, assume l’apostasia di Israele e la necessità del suo pentimento. La carica sacerdotale da tempo non osservava più le dinastie indicate dalla Torah, le nazioni pagane da secoli occupavano i territori di Israele e molti giudei sentivano il bisogno di un ritorno alla fede genuina dei loro padri e di un nuovo intervento diretto di YHWH. 

Gesù dunque si fa battezzare da Giovanni nel fiume Giordano, lo stesso fiume che il popolo di Israele attraversò per conquistare con Giosuè la terra promessa, ricapitolando così la storia di Israele e identificandosi egli stesso con l’Israele fedele a Dio. L’immersione e l’emersione riecheggiano tanto l’attraversamento del Mar Rosso durante l’esodo quanto l’attraversamento del fiume Gerico, come appena accennato. 

Durante l’emersione però il nostro testo riporta che Gesù “vide aprirsi i cieli”, espressione utilizzata nei testi apocalittici per descrivere un evento escatologico divino. Possiamo trovare dei paralleli nei seguenti testi: 

Il trentesimo anno, il quinto giorno del quarto mese, mentre mi trovavo presso il fiume Chebar, fra i deportati, i cieli si aprirono, e io ebbi delle visioni divine.
Ezechiele 1:1

Allora si aprì il tempio di Dio che è in cielo e apparve nel tempio l'arca dell'alleanza. Vi furono lampi e voci e tuoni e un terremoto e una forte grandinata.
Apocalisse 11:19

I cieli aperti introducono l’azione divina che nel nostro contesto consiste di due elementi: la discesa dello Spirito come una colomba e la voce di Dio. 

La discesa dello Spirito ricorre nell’Antico Testamento tanto a riguardo del “germoglio che spunterà dal tronco di Iesse”, ossia il messia (Is. 11:1-2) quanto al Servo di YHWH con il compito di portare la rivelazione alle nazioni (Is. 42:1). La colomba invece appare nel racconto del diluvio, che nella tradizione cristiana assume significati battesimali (1 Pt. 3:20-21). Nel Cantico dei cantici viene presentata come simbolo della fidanzata (Ct. 2:14), mentre ancora in Isaia, oltre che in Osea, rappresenta il ritorno in patria di Israele dopo l’esilio:

Chi mai sono costoro che volano come una nuvola,
come colombi verso le loro colombaie?

Isaia 60:8

Accorreranno in fretta dall'Egitto come uccelli
e dal paese d'Assiria come colombe;
io li farò abitare nelle loro case», dice il SIGNORE.

Osea 11:11

Il tema biblico dell’uscita dall’Egitto e del rientro dall’esilio si intrecciano più volte, quindi, nel nostro racconto battesimale. Si intrecciano con il simbolo dell’acqua ma anche con lo Spirito e con la colomba. Tutte queste immagini si vanno a fondere con l’identità di Gesù e la missione che sta per intraprendere. 

A questo punto, però, come ulteriore elemento arriva la voce di Dio, che dice: «Tu sei il mio diletto Figlio; in te mi sono compiaciuto». Questa frase è una combinazione di espressioni bibliche riprese dal racconto del sacrificio di Isacco e dalla letteratura profetica. Di seguito i testi più significativi:

E Dio disse: «Prendi ora tuo figlio, il tuo unico, colui che ami, Isacco, e va' nel paese di Moria, e offrilo là in olocausto sopra uno dei monti che ti dirò».
[...]
E l'angelo: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli male! Ora so che tu temi Dio, poiché non mi hai rifiutato tuo figlio, l'unico tuo».
[...]
«Io giuro per me stesso, dice il SIGNORE, che, siccome tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, l'unico tuo
Genesi 22:2-12-16 

Trasformerò le vostre feste in lutto
e tutti i vostri canti in lamento;
coprirò di sacchi tutti i fianchi
e ogni testa sarà rasa.
Il paese piomberà nel lutto come quando muore un figlio unico,
la sua fine sarà come un giorno d'amarezza.

Amos 8:10

«Spanderò sulla casa di Davide e sugli abitanti di Gerusalemme
lo Spirito di grazia e di supplicazione;
essi guarderanno a me, a colui che essi hanno trafitto,
e ne faranno cordoglio come si fa cordoglio per un figlio unico,
e lo piangeranno amaramente come si piange amaramente un primogenito.

Zaccaria 12:10

Io annuncerò il decreto:
Il SIGNORE mi ha detto: «Tu sei mio figlio,
oggi io t'ho generato.

Salmo 2:7

Isacco diventa il “tipo” di cui Gesù è l’“anti-tipo”: il figlio amato che viene richiesto in sacrificio. Ma Gesù è ancor di più di questo, e nelle parole che si sentono provenire dall’alto ci sono allusioni anche al lutto nazionale per la morte di una persona amata dal popolo oltre che all’intronizzazione di un nuovo re di Israele. 

Questa semplice frase che viene dai cieli appare dunque, una volta comparata con l’Antico Testamento, come il programma di Dio per la persona che si sta facendo battezzare da Giovanni: come la missione e il destino di Gesù.

Lui, come Isacco, verrà chiamato da Dio al sacrificio supremo. Lui, causerà lutto per il popolo di Israele. Sempre lui, riceverà una dichiarazione di figliolanza divina, un'eredità composta da nazioni e dalla totalità delle terre con l’intronizzazione celeste preparata in seguito alla sua morte e manifestata con potenza attraverso la risurrezione.

Ecco quindi come un battesimo svolto per mostrare pentimento, acquisisce numerosi e profondi significati diversi in questo caso particolare. Gesù si fa battezzare da Giovanni, sì, ma non per pentirsi dai propri peccati quanto per ricapitolare in sé la storia di Israele, promuovere l’intervento di Dio in una fase cruciale della storia attraverso un progetto che lo vede protagonista. Questi sono i significati del battesimo di Gesù, che le prime comunità cristiane compresero solo dopo qualche tempo. Questo è l’inizio, che fin dal primo momento dichiara la fine. 

CONSIDERAZIONI FINALI

Il battesimo di Gesù, all’inizio del Vangelo secondo Marco, dà il via al suo ministero terreno e a tutti gli insegnamenti e i miracoli che che arriveranno. Questo battesimo non riguarda una necessità di pentimento da parte di Gesù, in quanto egli è senza peccato, ma una ricapitolazione della storia di Israele e una immedesimazione con l’Israele fedele. Di fronte a questo gesto simbolico e profetico i cieli si aprono e appaiono due manifestazioni divine: la discesa dello Spirito Santo che conferma questo ruolo e la voce di Dio Padre. Egli attesta che Gesù è il suo amato Figlio, nel quale si è compiaciuto. Figlio amato come lo fu Isacco, chiamato al sacrificio come Isacco. Figlio unico la cui morte avrebbe causato un grande lutto in Israele, ma anche Figlio erede della terra e di ogni potenza. Questa parabola di sofferenza, morte e gloria seppur paradossale è la sintesi del vangelo di Dio: la buona notizia per tutti coloro che accolgono la salvezza di Cristo Gesù.

domenica 13 dicembre 2020

Andò loro incontro, camminando sul mare











INTRODUZIONE LETTERARIA


Il Vangelo secondo Marco offre senza dubbio, nel quadro dei Sinottici, un punto di vista particolarmente interessante data la sua precedenza cronologica, il suo dono di sintesi e la sua peculiare teologia. 

La tesi di fondo viene espressa nella sua primissima frase e tutto lo svolgimento ha lo scopo ultimo di dimostrarne la veridicità: dimostrare quindi che Gesù è il Cristo - ovvero il Messia - (1:1-8:30) e il Figlio di Dio (8:31-16:8). All’interno della prima parte del libro, orientata verso i temi del messianismo e del Regno di Dio, troviamo la triplice ripetizione di una sequenza formata da un annuncio, una scena di discepolato, uno sviluppo e una reazione. Le reazioni riguardano i tre gruppi di interlocutori di Gesù: i dirigenti, il popolo e i discepoli. 

Nel sesto capitolo di questo Vangelo abbiamo di fatto la terza ripetizione di questa sequenza con un annuncio “Gesù andava attorno per i villaggi circostanti, insegnando” (v. 6b), un momento di discepolato “Poi chiamò a sé i dodici e cominciò a mandarli a due a due; e diede loro potere sugli spiriti immondi” (v. 7) e uno sviluppo che inizia al v. 14 ma che si dilunga parecchio. In questa sezione troviamo l’interesse di Erode e il racconto del martirio di Giovanni il Battista, l’insegnamento di Gesù alle folle e la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Incontriamo poi un episodio immediatamente successivo, proprio il brano che ho scelto di approfondire in questo contesto.

GESÙ CAMMINA SULLE ACQUE


Subito dopo Gesù obbligò i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull'altra riva, verso Betsaida, mentre egli avrebbe congedato la folla. Preso commiato, se ne andò sul monte a pregare.

Fattosi sera, la barca era in mezzo al mare ed egli era solo a terra. Vedendo i discepoli che si affannavano a remare perché il vento era loro contrario, verso la quarta vigilia della notte, andò incontro a loro, camminando sul mare; e voleva oltrepassarli, ma essi, vedendolo camminare sul mare, pensarono che fosse un fantasma e gridarono; perché tutti lo videro e ne furono sconvolti. Ma subito egli parlò loro e disse: «Coraggio, sono io; non abbiate paura!» Salì sulla barca con loro e il vento si calmò; ed essi più che mai rimasero sgomenti, perché non avevano capito il fatto dei pani, anzi il loro cuore era indurito.

Vangelo secondo Marco 6, 45-52


Immediatamente dopo il miracolo della moltiplicazione dei pesci e dei pani accade una cosa particolare: Gesù inverte la logica della sequela, secondo la quale egli precede i discepoli che lo seguono, obbligando quindi i discepoli - al contrario - ad anticiparlo nel viaggio e nella navigazione verso Betsaida. Non era la prima volta che i discepoli avanzavano da soli: poco tempo prima erano già stati inviati a predicare il ravvedimento accompagnati dal potere ricevuto da Gesù di scacciare gli spiriti immondi. In questo momento però l’attitudine dei loro cuori è diversa, e il Signore lo sa bene. 


I discepoli ubbidiscono e Gesù congeda la folla che era appena stata sfamata, salendo sul monte a pregare. La preghiera crea in questo modo lo sfondo dell’incontro che avverrà in seguito, nel quale egli si manifesterà attraverso la sua azione potente come Signore della creazione e liberatore dei discepoli. Il tempo passa, si fa sera, e nell’oscurità i discepoli si trovano “in mezzo al mare”. Nel greco originale non viene utilizzato il termine più generico che ci si poteva aspettare qui ma thalassa, ossia specificatamente “mare”, proprio per evocare il luogo nel quale si scatenano le forze caotiche del male. Ricordiamo solo alcuni esempi: 


Giobbe 7:12 Sono io forse il mare o un mostro marino

che tu ponga intorno a me una guardia?


Salmo 89:9 Tu domi l'orgoglio del mare;

quando le sue onde s'innalzano,

tu le plachi.


Apocalisse 13:1 Poi vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e sulle teste nomi blasfemi.


In mezzo al mare il vento soffia contrario, Gesù manca dalla barca e i discepoli si affannano, traducendo in questo modo un verbo che si potrebbe tradurre meglio con “tormentare, disturbare”. È notte fonda, tra le tre e le sei, quando Gesù decide di avvicinarsi ai suoi discepoli camminando sull’acqua del lago di Galilea. La doppia descrizione di questo miracolo non può che rievocare i grandi eventi salvifici di Dio nel passato. I discepoli però, presi dal loro tormento, non riconoscono Gesù ma, anzi, gridano e ne sono sconvolti pensando sia un fantasma. L’incomprensione contraddistingue questa manifestazione della divinità e del potere di Cristo, collegandosi a quella già manifestata nel discorso parabolico (4:13) e in tutti gli annunci della passione, morte e risurrezione. La ragione di questa incomprensione è trovata dal narratore nella loro durezza di cuore, ovvero nella loro mancanza di fede o fede immatura. In altre parole, nella mancata fiducia in Gesù. Nonostante loro avessero già visto e vissuto la potenza di scacciare gli spiriti impuri, e fossero appena stati partecipi della moltiplicazione dei pani e dei pesci non avevano ancora compreso il significato di tutto questo. Serve quindi, oltre alla presenza di Gesù, anche la sua parola che rassicura: «Coraggio, sono io; non abbiate paura!». Proprio alla sua parola e alla sua presenza il vento si calma - egli è il Cristo che sottomette il caos e il tumulto delle nazioni (cfr. Salmo 2) - lasciando comunque i discepoli ancora sgomenti prima di tornare tutti insieme sani e salvi a terraferma. 


Questo evento, nella sua cornice letteraria, fotografa la situazione specifica del momento conseguente a un nuovo annuncio e momento di discepolato. Nonostante queste attività, infatti, i discepoli erano ancòra intrappolati ancora dalla loro mancanza di fede. Nell’incomprensione causata dalla durezza di cuore il caos si è scatenato, essi non hanno superato questa prova, ma Gesù si è potuto manifestare pienamente come il Signore che salva, mostrandosi come Cristo e Figlio del Dio vivente.


CONCLUSIONE


Dopo le considerazioni introduttive sul contesto letterario e quelle esegetiche sul brano scelto possiamo trarre adesso le conclusioni di carattere ermeneutico, applicativo e pratiche. Questo testo evangelico evidenzia i limiti che possono avere i discepoli di Gesù, anche quelli che dopo determinate esperienze dovrebbero avere una fede matura. In quanto cristiani ci possiamo immedesimare quindi nei Dodici seduti nella barca in mezzo al mare. Il male è ben presente nel mondo e pur non essendo del mondo ne siamo molto ben circondati. A volte la confusione può oscurare il seme di fede nei nostri cuori e il ricordo delle esperienze salvifiche di Dio nella storia della nostra vita e della nostra famiglia. Il vento tira in direzione opposta alla nostra mèta e siamo terrorizzati. La svolta però è nel fatto che, pur con tutti i nostri limiti e durezza di cuore, Dio non ci ha abbandonati ma ci ha salvati in Cristo:


Romani 5:10 Se infatti, mentre eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio mediante la morte del Figlio suo, tanto più ora, che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita.


Anche le avversità possono essere utili: per svelare a noi stessi la nostra debolezza e per rivelarci l’immenso amore di Dio e la sconfinata potenza salvifica del nostro Signore Gesù Cristo. Nel momento più buio e drammatico della nostra vita, dunque, abbiamo un faro di speranza. Poche parole che le nostre orecchie possono sentire: «Coraggio, sono io; non abbiate paura!».


BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE


  • Rafael Aguirre Monasterio, Antonio Rodriguez Carmona, Vangeli Sinottici e Atti degli Apostoli, Paideia Editrice, Brescia, 1995.

  • Santi Grasso - nuova versione, introduzione e commento, Vangelo di Marco, Figlie di San Paolo, Milano, 2003.

domenica 1 novembre 2020

Per una teologia biblica del tempo



























INTRODUZIONE


Quante dimensioni esistono nella nostra realtà? Probabilmente la maggior parte dei lettori leggendo questa domanda avrà pensato al piano cartesiano, all’asse delle ascisse e delle ordinate, aggiungendo magari un asse per la profondità ottenendo così uno spazio euclideo tridimensionale: lo schema più familiare usato per rappresentare lo spazio nella meccanica classica. Sì, gli assi x, y e z rappresentano bene le tre dimensioni spaziali con le quali ci confrontiamo ogni giorno, tanto nella nostra quotidianità quanto negli esercizi di geometria analitica. Ma a ben vedere queste tre dimensioni non bastano a spiegare la nostra realtà. Per capire questo limite basta un esempio banale: quello di un appuntamento personale. Se volessimo vedere il nostro migliore amico, infatti, dovremmo definire un appuntamento indicando senza dubbio un luogo, come per esempio il nostro bar preferito o casa nostra, ma mancherebbe un’indicazione essenziale: il quando. Ecco perciò che alle tre dimensioni spaziali dobbiamo aggiungere una dimensione temporale per definire in modo preciso un luogo e un tempo nei quali trovare quello di cui stiamo parlando.


La narrazione biblica non è esente da questo princìpio ma anzi lo spiega mostrando l’origine della dimensione temporale derivante dall’attività divina, un decorso storico e un punto di arrivo finale. Per la Bibbia i luoghi sono molto importanti in quanto custodi di particolari manifestazioni di Dio, ma lo sono ancora di più i tempi in quanto espressioni del sovrano e onnipotente governo del Padre. 


Lo scopo di questo approfondimento è quindi quello di mettere a fuoco il tema temporale nel suo sviluppo biblico secondo quattro snodi principali: l’eternità prima del tempo, la saggezza all’inizio del tempo, il disegno della volontà di Dio nel corso del tempo e la fine del tempo stesso. Questo lavoro non potrà essere un saggio di teologia biblica con pretesa di completezza ma solo una introduzione all’esame di questa tematica negli scritti sacri. 


1. I DECRETI DI DIO 


Dal punto di vista biblico, per quanto possa sembrare un paradosso per alcuni, tutto quello che accade nel tempo - o almeno quello che è più rilevante - è nato al di fuori del tempo sotto forma di una decisione di Dio. Il Dio biblico infatti non è né una divinità affine al deismo, ossia la concezione illuminista che reputa il Creatore come colui che ha abbandonato la creazione a sé stessa come può fare un orologiaio con i propri orologi, né una divinità impotente che subisce passivamente le decisioni delle sue creature. No, il Dio della Bibbia è Creatore e Re, il governatore della sua creazione e delle sue creature nonostante la disubbidienza e la distruzione che può sorgere nel mezzo del tempo. Anzi, sono proprio questi elementi che costringono Dio a intervenire direttamente nella storia della narrazione biblica per porre un rimedio al peccato e al caos che così frequentemente arriva a serpeggiare. 


Il Secondo Isaia per evidenziare che l’esilio babilonese non poteva rappresentare la sconfitta di Yahvè da parte delle divinità babilonesi ma, al contrario, la sua stessa volontà e punizione nei confronti del popolo scelto, scrisse le seguenti parole:


Io annuncio la fine sin dal principio,

molto tempo prima dico le cose non ancora avvenute;

io dico: Il mio piano sussisterà,

e metterò a effetto tutta la mia volontà;

chiamo da oriente un uccello da preda,

da una terra lontana l'uomo che effettui il mio disegno.

Sì, io l'ho detto e lo farò avvenire;

ne ho formato il disegno e l'eseguirò.

Isaia 46:10-11


La catastrofe dell’esilio babilonese non è stata dettata dal caso, il dramma che ha vissuto Giuda non è stato determinato dalla sconfitta della propria divinità ma, al contrario, è stato deciso e realizzato da Yahvè in persona. Egli infatti non si presenta qui come una tra diverse divinità ma come l’unico e vero Dio: non solo il Creatore ma anche il Governatore dello spazio e di ogni tempo. Sin dal momento in cui il tempo ha avuto inizio, Dio poteva annunciare con precisione la sua fine perché egli l’aveva già decisa e sapeva già che al momento opportuno l’avrebbe eseguita esattamente in accordo con la sua decisione e la sua volontà. Come ho già anticipato, il corso del tempo non appare qui come un fiume il cui decorso dipende da una molteplicità di fattori ma, al contrario, come un flusso guidato intelligentemente e senza alcuna limitazione da colui che lo ha creato e che lo guida millimetro dopo millimetro. La volontà di Dio non ha vincoli di spazio o di tempo perché sia la dimensione spaziale che quella temporale sono sua creazione e proprietà. Il piano di Dio sussiste nel tempo e coinvolge protagonisti anche lontani e improbabili per poterlo realizzare. Vediamo però anche qualche altro testimone scritturale. 


Ma la sua decisione è una;

chi lo farà mutare?

Quello che desidera, lo fa;

egli eseguirà quel che di me ha decretato;

di cose come queste ne ha molte in mente.

Giobbe 23:13-14


Nella sua sofferenza Giobbe, che in precedenza aveva conosciuto il segreto di Dio (sod) come qualcosa di familiare (Gb. 29:4, vedi versione originale), rimaneva ben consapevole dell’inesistenza del caso e dell’esistenza invece della decisione e dei decreti di Dio. Quello che Dio ha decretato infatti, dice lui, egli lo esegue puntualmente. Giobbe stesso afferma che di queste decisioni Dio ne ha molte in mente e che quindi non riguardano solo uno o due aspetti generali della storia dell’umanità. Con ulteriore certezza sappiamo che l’evento eterno del sacrificio di Cristo a maggiore ragione non è avvenuto per coincidenza. Nel primo famoso discorso dell’apostolo Pietro egli infatti disse: 


Quest'uomo, quando vi fu dato nelle mani per il determinato consiglio e la prescienza di Dio, voi, per mano di iniqui, inchiodandolo sulla croce, lo uccideste.

Atti 2:23


Gesù evangelicamente fu dato nelle mani dei suoi assassini per un tradimento, ma sebbene l’azione di Giuda ne fu la causa prossima esisteva una causa remota e determinante da ricercare nel consiglio (scopo, volontà) e nella prescienza di Dio. Una volontà che non è maturata in reazione a qualche imprevisto ma che si è formata prima che il tempo stesso iniziasse a esistere. Rivestono una grande importanza a questo riguardo tutti i Salmi messianici. Per esigenza di tempo, tuttavia,  prenderò in causa adesso solo un estratto del Salmo più citato dalla Chiesa primitiva:


Io annuncerò il decreto:

Il SIGNORE mi ha detto: «Tu sei mio figlio,

oggi io t'ho generato.

Chiedimi, io ti darò in eredità le nazioni

e in possesso le estremità della terra.

Tu le spezzerai con una verga di ferro;

tu le frantumerai come un vaso d'argilla».

Salmo 2:7-9 


Questi versetti sono stati citati anche da Gesù, secondo i resoconti evangelici, proprio per dimostrare che l’autorità del Messia non doveva derivare unicamente dal proprio lignaggio reale davidico ma anzi che il re Davide stesso ne riconosceva profeticamente un’autorità più alta derivata da Dio stesso. In un “oggi” eterno il Padre ha decretato al Figlio la sua autorità e potenza, che il Cristo risorto ha manifestato proprio in seguito alla sua morte e risurrezione (cfr. Matteo 28). Osserviamo dunque come il disegno di Dio abbia plasmato la storia, con particolare riguardo per la storia della salvezza e la manifestazione dell’Unigenito Figlio di Dio: Gesù Cristo nostro Signore. 


2. LA SAGGEZZA DI DIO 


Se i decreti di Dio sono la causa del suo intervento nel tempo e in ultima istanza nel suo stesso svolgimento, la sua saggezza invece ne è la modalità. Il libro della Genesi inizia con le seguenti parole: 


Nel principio Dio creò i cieli e la terra.

Genesi 1:1


Prima della creazione dello spazio abbiamo l’inizio del tempo nel quale nulla esisteva se non Dio stesso. Ma, nonostante non esistesse ancora nulla, Dio non era solo come testimonia il nome plurale “Elohim” usato in questo versetto. Dunque chi era con Yahvè all’inizio del tempo, prima di ogni atto creativo? Sicuramente era con lui la Saggezza.


Il SIGNORE mi ebbe con sé al principio dei suoi atti,

prima di fare alcuna delle sue opere più antiche.

Fui stabilita fin dall'eternità,

dal principio, prima che la terra fosse.

Fui generata quando non c'erano ancora abissi,

quando ancora non c'erano sorgenti rigurgitanti d'acqua.

Fui generata prima che i monti fossero fondati,

prima che esistessero le colline,

quand'egli ancora non aveva fatto né la terra né i campi

né le prime zolle della terra coltivabile.

Proverbi 8:22-26


Prima di fare alcuna delle sue opere e creazioni più antiche, la Saggezza era assieme a Yahvè non solo come un suo attributo ma come personificazione generata. La Saggezza fu stabilita fin dall’eternità, ossia prima del tempo, nello stesso principio che anticipò la creazione del cielo e della terra. Quando non c’era ancora una terra informe e vuota la Saggezza era già. E proprio la Saggezza, in quanto Verbo di Dio, contribuì a creare ogni cosa:


Quand'egli disponeva i cieli io ero là;

quando tracciava un circolo sulla superficie dell'abisso,

quando condensava le nuvole in alto,

quando rafforzava le fonti dell'abisso,

quando assegnava al mare il suo limite

perché le acque non oltrepassassero il loro confine,

quando poneva le fondamenta della terra,

io ero presso di lui come un artefice;

ero sempre esuberante di gioia giorno dopo giorno,

mi rallegravo in ogni tempo in sua presenza;

mi rallegravo nella parte abitabile della sua terra,

trovavo la mia gioia tra i figli degli uomini.

Proverbi 8:27-31


La Saggezza di Dio è stata un’artefice della creazione, esuberante di gioia. La Saggezza di Dio, la Parola, era con Elohim nella creazione ed era Elohim.


Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l'hanno sopraffatta.

Giovanni 1:1-5


Per dirla in termini giovannei, le tenebre non hanno potuto sopraffare la Parola, la Saggezza, perché in lei era la vita e la vita era la luce degli uomini. Cristo è la nostra sapienza (1 Cor. 24.30), egli è la Parola e senza di lui neppure una delle cose fatte è stata fatta. Sin dall’eternità. 


3. IL MISTERO RIVELATO DI DIO 


Dopo aver esposto il tema biblico dei decreti di Dio in quanto causa degli eventi che avvengono nel corso del tempo, e della Saggezza di Dio in quanto Cristo preesistente, mediatore della creazione e degli interventi divini, possiamo parlare adesso del più importante crocevia della storia: il sacrificio del Cristo incarnato e la sua risurrezione per la nostra salvezza. Lo possiamo fare in particolare modo leggendo e analizzando l’inizio della Lettera di Paolo agli Efesini. 


Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che ci ha benedetti di ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo. In lui ci ha eletti prima della creazione del mondo perché fossimo santi e irreprensibili dinanzi a lui, avendoci predestinati nel suo amore a essere adottati per mezzo di Gesù Cristo come suoi figli, secondo il disegno benevolo della sua volontà, a lode della gloria della sua grazia, che ci ha concessa nel suo amato Figlio. In lui abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, il perdono dei peccati secondo le ricchezze della sua grazia, che egli ha riversata abbondantemente su di noi dandoci ogni sorta di sapienza e d'intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo il disegno benevolo che aveva prestabilito dentro di sé, per realizzarlo quando i tempi fossero compiuti. Esso consiste nel raccogliere sotto un solo capo, in Cristo, tutte le cose: tanto quelle che sono nel cielo, quanto quelle che sono sulla terra.

Efesini 1:3-10


Questo brano richiederebbe un grande impegno esegetico a causa della sua ricchezza e complessità, tuttavia in questa sede dovremo limitarci a osservare solo alcuni aspetti utili in particolare alla nostra trattazione. In primo luogo possiamo rilevare un altro tipo di decreto di Dio relativo alla scelta dei credenti prima della fondazione del mondo (supralapsariana). Quindi non è solo l’Unigenito Figlio di Dio a essere stato scelto nell’eternità per ricevere ogni potenza ma anche i credenti come figli adottivi sono stati scelti nell’eternità per essere santi e irreprensibili e per ricevere la redenzione mediante il sangue di Cristo e il perdono dei peccati. Anche questa scelta infatti è avvenuta nell’eternità ed è stata per secoli un mistero. Un mistero relativo a questo specifico disegno del Padre (cioè di offrire la salvezza agli uomini attraverso il sacrificio di suo Figlio) che è stato manifestato e realizzato nel momento specifico nel quale il tempo deciso da Dio si è compiuto. Il tema del tempo opportuno è ampiamente utilizzato nel Vangelo secondo Giovanni, dove Gesù ha modo di sottolinearlo in diversi momenti: 


Gv 7:6 Gesù quindi disse loro: «Il mio tempo non è ancora venuto; il vostro tempo, invece, è sempre pronto.


Gv 7:8 Salite voi alla festa; io non salgo a questa festa, perché il mio tempo non è ancora compiuto».


Gv 7:33 Perciò Gesù disse loro: «Io sono ancora con voi per poco tempo; poi me ne vado a colui che mi ha mandato


In questo Vangelo il tempo di Gesù coincide con la sua crocifissione, che per l’appunto non è vissuta come una coincidenza ma come un evento drammatico deciso dal Padre e riservato per un tempo e uno scopo ben preciso. In special modo nella seconda metà di questo Vangelo, chiamato dagli studiosi “il libro dell’ora di Gesù”, leggendo e seguendo il ritmo della narrazione è possibile riconoscere quasi un conto alla rovescia puntato verso questa “ora” così importante. Esiste uno scorrere del tempo ordinario ma ci sono anche dei “momenti nel tempo” dallo scopo straordinario che Dio ha prescelto per i suoi scopi e questo è senza dubbio uno di quelli. 


Il disegno di offrire la salvezza e il perdono dei peccati agli uomini attraverso il sacrificio degli uomini, tuttavia, non termina con questo scopo ma ne ha un’altro più alto e universale: raccogliere sotto un solo capo, in Cristo, tutte le cose: tanto quelle che sono nel cielo, quanto quelle che sono sulla terra. Il riscatto non solo dell’uomo ma anche della creazione (al momento presente sottoposta a vanità non per sua volontà) è il proposito finale di Dio e lo è coinvolgendo in tutto questo Gesù Cristo. Dopo il suo sacrificio infatti egli è stato sovranamente innalzato e ora finalmente ogni cosa nel cielo o sulla terra può essere raccolta e rappresentata da lui secondo il decreto eterno: “Chiedimi, io ti darò in eredità le nazioni e in possesso le estremità della terra.”


4. ALLA FINE DEL TEMPO


Il pieno compimento di questo proposito eterno però non può che realizzarsi al termine del tempo, e anche in questo caso ci è utile affacciarsi alla fine così come descritta dalle Scritture. 


Non ci sarà più nulla di maledetto. Nella città vi sarà il trono di Dio e dell'Agnello; i suoi servi lo serviranno, vedranno la sua faccia e porteranno il suo nome scritto sulla fronte. Non ci sarà più notte; non avranno bisogno di luce di lampada, né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli.

Apocalisse di Giovanni 22:3-5 


La Nuova Gerusalemme, i nuovi cieli e la nuova terra saranno il coronamento di tutti i disegni di Dio e porteranno alla condizione di non aver bisogno del sole né nella notte. Nel linguaggio simbolico dell’Apocalisse gli astri celesti raffigurano proprio lo scorrere del tempo (cfr. la sottomissione del tempo da parte della Chiesa e Israele in 12:1) e la descrizione di questa assenza vuole descrivere di conseguenza in modo comprensibile qualcosa che per noi è incomprensibile: l’eternità. Laddove ci sarà solo Dio non ci sarà bisogno dell’alternanza giorno/notte né nella luce per contrastare le tenebre. Dio riempirà tutto in tutti (1 Cor. 15:28) e farà raggiungere finalmente a questa ri-creazione una dimensione astorica e atemporale, una condizione non più temporanea ma finalmente perfetta e benedetta in eterno. I decreti espressi nell’eternità prima del tempo e realizzati progressivamente nel corso del tempo ciascuno nel momento opportuno saranno a questo punto interamente realizzati e portati all’esistenza in una eternità successiva all’esistenza tempo. 


CONSIDERAZIONI FINALI


Nel percorso che abbiamo seguito abbiamo potuto evidenziare l’importanza dei decreti eterni di Dio, la loro esecuzione nel tempo attraverso la Saggezza - ossia Gesù Cristo in particolar modo prima della sua incarnazione - durante la creazione e nei tempi successivi. Un decreto particolare del Padre riguarda la scelta del Figlio per l’opera della salvezza e per l’ottenimento dal Padre ogni potenza, mentre un altro riguarda la salvezza dell’uomo attraverso tutto questo. Se il tempo ha uno scorrimento a volte contorto e a volte quasi anonimo, gli interventi di Dio non sono mai casuali ma al contrario determinati secondo la sua prescienza e attuati in momenti specifici nei quali fare la differenza. Questo accade nella storia nel mondo ma anche nella storia di ogni persona e, in particolar modo, nella storia personale di ogni credente. Per questo motivo ogni figlio di Dio deve avere piena fiducia nel controllo di Dio, nella bontà dei suoi piani e nella certezza delle rispettive esecuzioni al momento opportuno. Possiamo attraversare distrette e difficoltà, lutti e sofferenze, ma allo stesso tempo credere con sicurezza che Dio convertirà tutto questo in bene e nel nostro bene così come lo ha fatto con i patriarchi, con Mosè e con il popolo di Israele. Anche se non abbiamo risposta a tutti i “perché?” che possiamo avere, sicuramente abbiamo tutto il perdono, l’amore e l’accoglienza da parte di Dio in Cristo, per sua eterna e inoppugnabile volontà. 


Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono; e io do loro la vita eterna e non periranno mai e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti; e nessuno può rapirle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo uno».

Vangelo secondo Giovanni 10:27-30

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