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domenica 28 gennaio 2018

Amare Dio: il più grande e primo comandamento




Nota: questi sono gli appunti del sermone predicato il 18 giugno 2017 nella Missione Oikos di Como

I farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si radunarono; e uno di loro, dottore della legge, gli domandò, per metterlo alla prova: «Maestro, qual è, nella legge, il gran comandamento?» Gesù gli disse: «"Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente". Questo è il grande e il primo comandamento. Il secondo, simile a questo, è: "Ama il tuo prossimo come te stesso". Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti»
Matteo 22:34-40  

Questo dibattito si inserisce nella scia dei numerosi confronti farisaici del tempo di Gesù. Nel Talmud Babilonese leggiamo:

"Un altro caso in cui un gentile venne dinanzi a Shammai e gli disse: 'Convertimi a condizione di insegnarmi l'intera Torà mentre io sono su un piede solo'. [Shammai] lo spinse via con il regolo da costruttore che aveva in mano. [Il gentile] venne dinanzi a Hillel e [questi] lo convertì. Gli disse [Hillel prima di convertirlo]: 'Ciò che ti è odioso non farlo a tuo prossimo. Questa è l'intera Torà ed il resto è spiegazione. Vai e studia!"
TB Shabbat 31a

I confronti come questi all'epoca di Gesù erano numerosi e lui, in questa come in altre occasioni, riesce a dare un contributo illuminante al dibattito sintetizzando verità di enorme profondità.
Come sappiamo, questi comandamenti sono passati alla storia come i più importanti, i due comandamenti cristiani. Amare Dio, e amare il prossimo. Da questi due, è scritto che dipendono la legge e i profeti. La parola “dipendono” traduce il verbo greco Kremannymi (cremmanamy), che possiamo tradurre più letteralmente con: appeso, sospeso, agganciato. A questi due comandamenti, quindi sono appesi tutta la legge (Penteteuco) e tutti i Profeti, ossia tutto l'Antico Testamento. La Parola di Dio è appesa a questi due precetti e senza di essi è resa inefficace, proprio perché non osservata.

Oggi possiamo concentrarci sul primo comandamento, ossia sull'amore per Dio, mentre la prossima settimana rifletteremo sul secondo comandamento relativo all'amore per il prossimo. 

Questo amore deve essere vissuto con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la mente. Il nostro spirito, le nostre emozioni e la nostra mente devono essere allineate nel nostro amore per Dio. E questo è molto difficile. Frequentemente, noi cristiani amiamo Dio solo con la nostra emozione ai concerti di lode, senza applicare la nostra mente allo studio della sua parola per conoscerlo meglio. Oppure studiamo teologia, sezioniamo Dio in mille aspetti per poterlo studiare ma senza coinvolgerci a livello emotivo. O ancora, siamo convinti intellettualmente della nostra conversione ma il nostro spirito è ancora lontano dallo Spirito di Dio: non abbiamo attraversato realmente l'evento della nuova nascita. Essa infatti non è solo convincimento intellettuale: è anche e soprattutto nascita soprannaturale promossa dallo Spirito Santo, per Sua volontà. Chi non nasce di acqua (purificazione del peccato mostrata nel battesimo in seguito alla conversione) e di Spirito non entra nel Regno di Dio. Amare Dio con tutto noi stessi dunque deve contemplare in armonia tutte queste cose, per poter racchiudere l'intero nostro essere e non soltanto una parte. Ma andiamo al contesto originale per comprendere meglio questo comandamento:

Tu amerai dunque il SIGNORE, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l'anima tua e con tutte le tue forze. Questi comandamenti, che oggi ti do, ti staranno nel cuore; li inculcherai ai tuoi figli, ne parlerai quando te ne starai seduto in casa tua, quando sarai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, te li metterai sulla fronte in mezzo agli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle porte della tua città.
Deuteronomio 6:5-9 

Da questi versetti possiamo trovare le seguenti indicazioni:
  1. I comandamenti (La Parola) saranno nel tuo cuore: Amare la Bibbia, custodirla, apprezzarla nella parte più profonda del proprio essere. Farla penetrare fin nel nostro subconscio! Renderla nostra, è la nostra eredità.
  2. Li inculcherai ai tuoi figli: Inserire la cultura biblica nella propria cultura famigliare: preghiera, racconti biblici, è conseguenza dell'averla nel cuore.
  3. Ne parlerai a casa, per via, prima di dormire e quandi ti svegli: Quando davvero ci sta a cuore, ne parliamo con chiunque! Ci interessiamo! Gli ebrei dicono che la Torah ha 70 volti e questo parla dell'infinito significato della Parola di Dio. Ebbene, noi la chiudiamo nella nostra scatola mentale di quel che crediamo di sapere, oppure ci interroghiamo ed interroghiamo gli altri in questo viaggio infinito che è la scoperta delle Scritture?
  4. Te li legherai alla mano, metterai alla fronte: facciamo in modo di ricordarci di Dio! Is 49:16 Ecco, io ti ho scolpita sulle palme delle mie mani; le tue mura mi stanno sempre davanti agli occhi. Dio ha scolpito Gerusalemme sulle palme delle sue mani per averla sempre davanti agli occhi, e anche noi utilizziamo oggetti e strategia per aiutarci tenere la nostra mente su Dio. Braccialetti con versetti, calendari biblici, quadretti servono a questo.
  5. Li scriverai sugli stipiti della casa e sulle porte della città. Questo non deve essere preso come un rituale magico, ma come un gesto profetico: dobbiamo fondare le nostre case e città sulla Parola e volontà di Dio, sulla fede in Lui e non su altro.
Nel Salmo 127, al primo versetto, leggiamo:

Se il SIGNORE non costruisce la casa,
invano si affaticano i costruttori;
se il SIGNORE non protegge la città,
invano vegliano le guardie.

Costruire le nostre famiglie e la nostra società sulla pietra angolare che è la fede in Dio attraverso Cristo Gesù è, per l'appunto, il fondamento. Tutto il resto viene dopo! Se trascuriamo questo, ogni cosa perde il suo significato: la preghiera, l'intercessione, gli studi biblici, il culto domenicale, l'evangelizzazione.....persino tutta la Bibbia senza questo presupposto cade, perché svuotata del suo scopo. Nella Scrittura possiamo trovare tanti esempi/ammonimenti su questo pericolo, tra cui la situazione emergente dal primo capitolo del libro del profeta Isaia: 
 
Smettete di portare offerte inutili;
l'incenso io lo detesto;
e quanto ai noviluni, ai sabati, al convocare riunioni,
io non posso sopportare l'iniquità unita all'assemblea solenne.
Isaia 1:13
 
Il popolo di Giuda a quel tempo osservava leggi e feste ma solo formalmente e non nel proprio intimo. E tutta la loro religiosità era diventata odiosa per Dio! Facciamo di non arrivare mai a questo stato. Il pericolo è reale e molto vicino. Facendo un salto di svariati secoli, questo è l'ammonimento che Gesù glorificato rivolge alla chiesa di Efeso alla fine del I secolo:
 
 «All'angelo della chiesa di Efeso scrivi:
Queste cose dice colui che tiene le sette stelle nella sua destra e cammina in mezzo ai sette candelabri d'oro:
"Io conosco le tue opere, la tua fatica, la tua costanza; so che non puoi sopportare i malvagi e hai messo alla prova quelli che si chiamano apostoli ma non lo sono e che li hai trovati bugiardi. So che hai costanza, hai sopportato molte cose per amor del mio nome e non ti sei stancato. Ma ho questo contro di te: che hai abbandonato il tuo primo amore.
Apocalisse 2:1-4
 
Ora che abbiamo ben definito il pericolo però, come possiamo intervenire per scongiurarlo? Come possiamo evitare di raggiungere questo stato, di abbandonare il primo amore? La risposta biblica è più semplice di quanto ci si possa aspettare: 

Esaminami, o Dio, e conosci il mio cuore.
Mettimi alla prova e conosci i miei pensieri.
Vedi se c'è in me qualche via iniqua
e guidami per la via eterna.
Salmo 139:23,24

Facciamoci esaminare dal Signore, facciamogli conoscere il nostro cuore. Sottoponiamogli i nostri pensieri e chiediamogli perdono. E lasciamoci guidare dal suo Spirito per la vita eterna. Rimettiamo il nostro amore per Dio al centro ogni volta che ci accorgiamo che se ne discosta di poco, e in questo modo potremo camminare per lungo tempo, e saziarci della benedizione del Signore per lunghi anni.

Ascoltiamo dunque la conclusione di tutto il discorso:
Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo è il tutto per l'uomo. Dio infatti farà venire in giudizio ogni opera, tutto ciò che è occulto, sia bene, sia male.

Ecclesiaste 12:15-16

domenica 24 gennaio 2016

La risurrezione dei morti

Dio ha fatto ogni cosa bella al suo tempo: egli ha perfino messo nei loro cuori il pensiero dell'eternità, sebbene l'uomo non possa comprendere dal principio alla fine l'opera che Dio ha fatta.
Ecclesiaste 3:11
1. INTRODUZIONE
Rovine dell'antica Corinto

Nota 1
La chiesa di Corinto è stata fondata dall'apostolo Paolo durante il suo secondo viaggio missionario. Questo viaggio è raccontato nel libro degli Atti degli Apostoli a partire dal c. 15 v. 36, e segue il cosiddetto concilio di Gerusalemme. 

Paolo e Sila, partendo infatti proprio da Gerusalemme, attraversarono la Siria e la Cilicia, prendendo con sé Timoteo a Listra (Atti 16:3). Successivamente passarono per la Frigia e la Galazia, ma anziché andare in Bitinia come era previsto, furono indirizzati da Dio mediante  una visione verso la Macedonia, dove si fermarono a Filippi. Dopo aver evangelizzato in questa città ed essere riusciti a fondare una chiesa nonostante la persecuzione, continuarono il viaggio verso Tessalonica, dove si convertirono nuove persone e nacque un'altra comunità. Da Tessalonica la squadra apostolica si diresse a Berea, Atene, e, in seguito - circa nel 52 d.C. - proprio a Corinto.

Dopo questi fatti egli lasciò Atene e si recò a Corinto. [...]
Una notte il Signore disse in visione a Paolo: «Non temere, ma continua a parlare e non tacere; perché io sono con te, e nessuno ti metterà le mani addosso per farti del male; perché io ho un popolo numeroso in questa città». Ed egli rimase là un anno e sei mesi, insegnando tra di loro la Parola di Dio.
Atti 18:1 e vv.9-11 

Per un anno e mezzo l'apostolo Paolo rimase a Corinto per insegnare la Parola di Dio e fortificare i fratelli. Successivamente ripartì per concludere il viaggio, e durate il successivo terzo viaggio missionario, intorno al 55 d.C., scrisse da Efeso quella che conosciamo come Prima lettera ai Corinzi. 

Rimarrò a Efeso fino alla Pentecoste, perché qui una larga porta mi si è aperta a un lavoro efficace, e vi sono molti avversari.
1Corinzi 16:8-9  
 
Da un punto di vista tematico, questa lettera tratta diversi argomenti. I corinzi scrivevano probabilmente a Paolo dei vari problemi sorti nelle comunità, e sicuramente vi era una certa comunicazione attraverso fratelli che dovevano viaggiare per lavoro e che avevano quindi la possibilità di incontrare l'apostolo (1:11). Ogni tanto, magari una volta alla settimana, Paolo si metteva a rispondere  a tali questioni, riflettendo su di esse e giungendo a comporre questa lettera di lunghezza considerevole, che infine inviò loro2. Tra i temi specifici che incontriamo nella lettera c'è il problema dei gruppi e delle divisioni (capp. 1-4), il problema del caso di incesto (cap. 5), i processi civili (cap. 6), il matrimonio e la verginità (cap. 7), la carne sacrificata agli idoli (capp. 8-10), diverse questioni a riguardo delle assemblee (capp. 11-14) e la resurrezione (cap. 15). Tutte queste risposte mostrano in modo implicito quali dovessero essere le loro domande e i loro problemi specifici. 

In questo studio ci soffermeremo in particolare sul quindicesimo capitolo della lettera, e sul tema della risurrezione dei morti. Al tempo dell'apostolo Paolo la quasi totalità dei libri neotestamentari non era ancora stata redatta, e il termine "Scritture" identificava solamente l'insieme di libri dell'Antico Testamento. Nel Tanakh (l'intero A.T.) il concetto di resurrezione è abbastanza vago ma comunque presente, al contrario della Torah (Penteteuco) nella quale è completamente assente. All'interno del giudaismo di questa epoca erano presenti di conseguenza due differenti correnti teologiche: i sacerdoti aristocratici sadducei che - basandosi solo sulla Torah - non credevano nella risurrezione (Mt 22:34), e  il gruppo religioso dei farisei che invece - considerando tutto il Tanakh - credevano fermamente nella risurrezione (Atti 23:8). Quando Paolo verrà successivamente arrestato nel Tempio di Gerusalemme, di fronte al Sinedrio chiamerà in causa proprio questa questione per evitare il peggio:

Or Paolo, sapendo che una parte dell'assemblea era composta di sadducei e l'altra di farisei, esclamò nel Sinedrio: «Fratelli, io sono fariseo, figlio di farisei; ed è a motivo della speranza e della risurrezione dei morti, che sono chiamato in giudizio». Appena ebbe detto questo, nacque contesa tra i farisei e i sadducei, e l'assemblea si trovò divisa. Perché i sadducei dicono che non vi è risurrezione, né angelo, né spirito; mentre i farisei affermano l'una e l'altra cosa. Ne nacque un grande clamore; e alcuni scribi del partito dei farisei, alzatisi, protestarono, dicendo: «Non troviamo nulla di male in quest'uomo; e se gli avesse parlato uno spirito o un angelo?»
Atti 23:6-9


Di fatto, l'Antico Testamento presenta circa sette riferimenti o allusioni possibili alla resurrezione, ma solo i seguenti tre brani sono particolarmente espliciti e meglio definiti:

Ma io so che il mio Redentore vive
e che alla fine si alzerà sulla polvere.
E quando, dopo la mia pelle, sarà distrutto questo corpo,
senza la mia carne, vedrò Dio.
Io lo vedrò a me favorevole;
lo contempleranno i miei occhi,
non quelli d'un altro;
il cuore, dal desiderio, mi si consuma!
Giobbe 19:25-27 

Rivivano i tuoi morti!
Risorgano i miei cadaveri!
Svegliatevi ed esultate, o voi che abitate nella polvere!
Poiché la tua rugiada è rugiada di luce e la terra ridarà alla vita le ombre.

Isaia 26:19 

«In quel tempo sorgerà Michele, il grande capo, il difensore dei figli del tuo popolo; vi sarà un tempo di angoscia, come non ce ne fu mai da quando sorsero le nazioni fino a quel tempo; e in quel tempo, il tuo popolo sarà salvato; cioè, tutti quelli che saranno trovati iscritti nel libro. Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno; gli uni per la vita eterna, gli altri per la vergogna e per una eterna infamia. I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento e quelli che avranno insegnato a molti la giustizia risplenderanno come le stelle in eterno.
Daniele 12:1-3

Ad Efeso, intorno al 55 d.C., Paolo senz'altro ha considerato questi testi prima di iniziare la sua riflessione sul tema, ampliando l'orizzonte e definendo meglio l'insegnamento a proposito: una più profonda rivelazione per un più perfetto Nuovo Patto. 

2. LA RISURREZIONE DI CRISTO

Vi ricordo, fratelli, il vangelo che vi ho annunciato, che voi avete anche ricevuto, nel quale state anche saldi, mediante il quale siete salvati, purché lo riteniate quale ve l'ho annunciato; a meno che non abbiate creduto invano. Poiché vi ho prima di tutto trasmesso, come l'ho ricevuto anch'io, che Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture; che fu seppellito; che è stato risuscitato il terzo giorno, secondo le Scritture; che apparve a Cefa, poi ai dodici. Poi apparve a più di cinquecento fratelli in una volta, dei quali la maggior parte rimane ancora in vita e alcuni sono morti. Poi apparve a Giacomo, poi a tutti gli apostoli; e, ultimo di tutti, apparve anche a me, come all'aborto; perché io sono il minimo degli apostoli, e non sono degno di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la chiesa di Dio. Ma per la grazia di Dio io sono quello che sono; e la grazia sua verso di me non è stata vana; anzi, ho faticato più di tutti loro; non io però, ma la grazia di Dio che è con me. 
1Corinzi 15:1-10

Tutto l'argomento della risurrezione dei morti nella prospettiva neotestamentaria parte esclusivamente da un'unica e fondamentale premessa: la risurrezione di Cristo. Gli accenni veterotestamentari vengono infatti interpretati a partire da questo avvenimento, centrale per la predicazione cristiana. Ecco quindi che Paolo per prima cosa propone una citazione letterale del primitivo annuncio evangelico, un annuncio che così come è stato ricevuto dall'apostolo, allo stesso modo è stato trasmesso ai credenti di Corinto. Il nucleo di questo annuncio è: 
Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture; fu seppellito; è stato risuscitato il terzo giorno, secondo le Scritture; apparve a Cefa3.
In modo complementare, Paolo aggiunge poi il fatto che Cristo apparve anche ai dodici, a cinquecento fratelli, a Giacomo, e a tutti gli apostoli4. Questa è probabilmente la più antica espressione del messaggio evangelico nel Nuovo Testamento, e , di conseguenza, una tra le più significative. E' quindi molto rilevante il fatto che - in questo passo -  l'apostolo identifichi ben cinquecento testimoni oculari di Gesù Cristo risorto, di cui la maggior parte era ancora in vita a metà del primo secolo. I corinzi, come chiunque altro a quel tempo, potevano verificare una notizia di tal genere, cercando un riscontro sulle informazioni ricevute da Paolo. Informazioni che, anche volendo, non potevano essere manipolate o inventate con un così gran numero di testimoni in circolazione, a soli vent'anni da quello che viene presentato come un avvenimento storico. Il pastore Timothy Keller commenta in questo modo il testo:
"La lettera di Paolo era indirizzata a una chiesa, dunque era un documento pubblico, scritto per essere letto ad alta voce davanti ad un'assemblea. Paolo invitava pertanto chiunque dubitasse dell'apparizione di Cristo risorto ad andare a parlare con i testimoni oculari. Una sfida coraggiosa e altresì facile da raccogliere, giacché ai tempi della pax romana spostarsi lungo il Mediterraneo era un'impresa sicura e realizzabile senza difficoltà. Paolo non avrebbe potuto lanciare tale sfida se non ci fossero stati dei testimoni oculari a corroborare le sue parole."5
La risurrezione di Cristo è in questo tempo il nuovo imprescindibile paradigma della risurrezione di tutti gli uomini, il segno ultimo e definitivo della sua attività escatologica anticipata. Già nel tempo precedente infatti, i miracoli compiuti dal Signore manifestavano un significato diverso rispetto ai miracoli conosciuti nella storia di Israele, e questo lo possiamo comprendere, per esempio, nel seguente brano:

Giovanni, avendo nella prigione udito parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli: «Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettare un altro?» Gesù rispose loro: «Andate a riferire a Giovanni quello che udite e vedete: i ciechi ricuperano la vista e gli zoppi camminano; i lebbrosi sono purificati e i sordi odono; i morti risuscitano e il vangelo è annunciato ai poveri. Beato colui che non si sarà scandalizzato di me!»
Matteo 11:2-6

Questa risposta di Gesù a Giovanni Battista è formulata in un linguaggio che, a quel tempo, esprimeva quanto sarebbe avvenuto nel futuro regno di Dio: in questo regno i morti sarebbero risorti e, nella loro vita di risurrezione, sarebbero stati guariti e liberati da tutte le limitazioni fisiche. La risposta di Gesù quindi presuppone il fatto che le proprie opere miracolose non fossero collegate soltanto con l'età presente, ma anche con quella futura, con l'irrompere del regno di Dio nel mondo6. I miracoli compiuti dal Signore durante il suo ministero terreno erano quindi degli squarci luminosi che rimandavano alla libertà e alla vita del mondo futuro, ed è proprio su questo piano che la sua risurrezione deve essere considerata non solo come una semplice risurrezione, ma come l'anticipazione escatologica della risurrezione di tutti gli uomini. Nel testo successivo della lettera, l'apostolo infatti mostrerà la risurrezione di Gesù Cristo come primizia della vivificazione di tutti coloro che sono morti. Gesù è stato risuscitato, e questa risurrezione diviene ora il precedente per la risurrezione finale. 

3. LA FEDE NELLA RISURREZIONE DEI MORTI

a) Questioni riguardanti la risurrezione

Ora se si predica che Cristo è stato risuscitato dai morti, come mai alcuni tra voi dicono che non c'è risurrezione dei morti? Ma se non vi è risurrezione dei morti, neppure Cristo è stato risuscitato; e se Cristo non è stato risuscitato, vana dunque è la nostra predicazione e vana pure è la vostra fede. Noi siamo anche trovati falsi testimoni di Dio, poiché abbiamo testimoniato di Dio, che egli ha risuscitato il Cristo; il quale egli non ha risuscitato, se è vero che i morti non risuscitano. Difatti, se i morti non risuscitano, neppure Cristo è stato risuscitato; e se Cristo non è stato risuscitato, vana è la vostra fede; voi siete ancora nei vostri peccati. Anche quelli che sono morti in Cristo sono dunque periti. Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini. 
1Corinzi 15:12-19  

A Corinto c'erano delle persone che avevano iniziato a predicare che non vi fosse alcuna risurrezione dei morti. Questa predicazione per l'apostolo è completamente falsa, illogica e insensata. Infatti se non vi è risurrezione, neanche Cristo è stato risuscitato. E se Cristo non è stato risuscitato perde completamente di ogni significato la fede cristiana. Paolo arriva addirittura a dire che se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini. La vita cristiana è senz'altro una vita attenta al servizio e all'aiuto del prossimo, ma il suo senso ultimo non si ferma qui, avanza oltre la morte per raggiungere il momento della risurrezione! Probabilmente per molti una vita di servizio e altruismo sarebbe già sufficiente per reputarsi degna di essere vissuta, ma Paolo mostra una prospettiva completamente diversa, dicendo che in realtà sarebbe la più misera, senza la piena realizzazione del proposito di Dio. Nella propria morte, Gesù ha battezzato tutti i credenti (Rom 6:3) e nella propria risurrezione egli ha anticipato similmente la risurrezione di tutti i cristiani (Rom 6:5). Per un credente, mancando la fede nella propria futura risurrezione viene a mancare la fede nella risurrezione del Signore (ovvero dell'origine della propria risurrezione), perdendo di conseguenza il senso della propria stessa cristianità. Cristo infatti non è solo un esempio di condotta, ma è la sorgente stessa della Vita! Senza l'esperienza e la conoscenza personale di Cristo come Vita, resta solo la miseria della morte, rimane solo la stessa vanità che tormentava l'Ecclesiaste: un pugno di sabbia destinata ad essere dispersa dal vento per tornare da dove è venuta. E poi nulla più. No, non può esistere un cristiano che non crede nella risurrezione dei morti. Un cristiano di questo tipo non sarebbe discepolo di Cristo, una predicazione di questo tipo sarebbe vana come il correre dietro al vento.

b) Proclamazione cristologica 

Ma ora Cristo è stato risuscitato dai morti, primizia di quelli che sono morti. Infatti, poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione dei morti. Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così anche in Cristo saranno tutti vivificati; ma ciascuno al suo turno: Cristo, la primizia; poi quelli che sono di Cristo, alla sua venuta; poi verrà la fine, quando consegnerà il regno nelle mani di Dio Padre, dopo che avrà ridotto al nulla ogni principato, ogni potestà e ogni potenza. Poiché bisogna ch'egli regni finché abbia messo tutti i suoi nemici sotto i suoi piedi. L'ultimo nemico che sarà distrutto sarà la morte. Difatti, Dio ha posto ogni cosa sotto i suoi piedi; ma quando dice che ogni cosa gli è sottoposta, è chiaro che colui che gli ha sottoposto ogni cosa, ne è eccettuato. Quando ogni cosa gli sarà stata sottoposta, allora anche il Figlio stesso sarà sottoposto a colui che gli ha sottoposto ogni cosa, affinché Dio sia tutto in tutti. 
1Corinzi 15:20-28

Se senza risurrezione nulla può avere senso, tutto trova invece il suo senso ancora una volta in Cristo, e nella sua risurrezione dai morti. Come anticipato prima infatti, egli rappresenta la primizia di quelli che sono morti tanto in senso cronologico quanto in senso qualitativo. Ogni persona che è risorta dai morti, tanto in passato quanto ai giorni d'oggi, può rivivere per un certo tempo ma poi deve tornare senz'altro alla morte, destinazione comune a tutti gli uomini a causa della disubbidienza di Adamo. Scrivendo pochi anni dopo alla comunità di Roma, l'apostolo Paolo riassumerà questo concetto con le seguenti parole: "come per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo, e per mezzo del peccato la morte, e così la morte è passata su tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato..." La morte è conseguenza del peccato, e tanto questa quanto il peccato sono entrati nel mondo e sono passati su tutti gli uomini per mezzo di un sol uomo. Tutti noi pecchiamo in Adamo, e tutti noi moriamo in Adamo. Ma Cristo, morto pur senza aver commesso alcun peccato, è risorto per sempre, è risorto senza dover più morire. E' risorto con il tipo di risurrezione riservata alla fine dei tempi, anticipando la vita futura fino a portarla nel momento presente. Questo è il pieno miracolo! Questa è la piena volontà di Dio! Il popolo ebraico - o una parte di esso - aspettava ed aspetta il tempo della risurrezione ignorando però che essa non potrebbe mai avvenire senza la realizzazione di questo avvenimento precedente: l'anticipazione di Gesù Cristo, premessa e presupposto di fondamento. Questo è il mistero che è stato nascosto per tutti i secoli e per tutte le generazioni, e che solo ora è stato manifestato ai suoi santi (Col 1:26). La risurrezione di vita può avvenire solo per la vita di Cristo, non c'è alcun'altra possibilità. Sappiamo però che ci sarà anche un altro tipo di risurrezione: la risurrezione per la morte, profetizzata da Daniele (12:2) e da Giovanni nella sua Apocalisse (20:11-15): questa sarà la piena, definitiva ed eterna conseguenza della trasgressione adamitica (Gen 3:1-6) per tutti coloro che restano in Adamo al posto di entrare nella vita di Cristo. 

Al ritorno del Signore, tutti coloro che sono suoi risusciteranno per la vita, Cristo stesso consegnerà il regno nelle mani di Dio Padre dopo aver sconfitto tutti i nemici, e Dio potrà essere finalmente tutto in tutti. Ogni mistero sarà finalmente pienamente manifesto.

c) Posizioni illogiche

Altrimenti, che faranno quelli che sono battezzati per i morti? Se i morti non risuscitano affatto, perché dunque sono battezzati per loro? E perché anche noi siamo ogni momento in pericolo? Ogni giorno sono esposto alla morte; sì, fratelli, com'è vero che siete il mio vanto, in Cristo Gesù, nostro Signore. Se soltanto per fini umani ho lottato con le belve a Efeso, che utile ne ho? Se i morti non risuscitano, «mangiamo e beviamo, perché domani morremo». Non v'ingannate: «Le cattive compagnie corrompono i buoni costumi». Ridiventate sobri per davvero e non peccate; perché alcuni non hanno conoscenza di Dio; lo dico a vostra vergogna. 
1Corinzi 15:29-34  

Se così non fosse...che faranno quelli che sono battezzati per i morti? A che scopo Paolo e i suoi collaboratori vissero costantemente esposti al pericolo e alla morte? Se così non fosse, resterebbe solo da godere di questa vita, in attesa della sua fine. Ma questo è un inganno, un inganno teso da persone che vanno evitate. Un inganno in cui, tutto sommato, può cadere solo colui che non ha conoscenza di Dio. 

Il primo riferimento di questo brano, quello del battesimo per i morti, rappresenta uno dei passi più oscuri di tutto il Nuovo Testamento in quanto non si capisce a cosa l'apostolo stia alludendo di preciso. Vorrei sottolineare tuttavia il fatto che il suo significato nel relativo contesto è solamente quello di comprovare la realtà della risurrezione dai morti. Paolo non approva né disapprova questa pratica, ma la cita per far comprendere l'illogicità di chi nega la risurrezione. Questo è il significato del brano, questo è il senso dell'argomentazione. Tenendo questo punto bene in considerazione, ritengo sia comunque lecito poter fare delle ipotesi a proposito, ipotesi che rimangono in ogni caso secondarie rispetto alla tesi principale. Nella storia della ricerca esegetica infatti sono state date numerose interpretazioni di questa frase. Una prima possibilità è quella di considerare il battesimo per i morti un rito cristiano primitivo, che prevedeva appunto il battesimo da parte di un credente per conto di qualche altra persona ormai defunta. Di fatto non abbiamo alcuna testimonianza sull'esistenza di questo rito nella chiesa in età apostolica, ma soltanto parecchi secoli dopo, quando evidentemente alcune comunità avevano interpretato a loro modo questo stesso passo, giungendo a tale conclusione7. Questa interpretazione non dà ragione dell'espressione "che faranno", un tempo futuro al posto del più naturale presente. Una seconda possibilità sostenuta perlopiù dai commentatori greci, considera che l'espressione "per i morti" fosse un ellissi da completare con "per la risurrezione dei morti", in quanto il battesimo viene compiuto con la fede e speranza di vivere appunto la risurrezione in seguito alla propria morte8. In realtà la struttura della frase rende altamente imporobabile un significato di questo tipo9. Una terza possibilità considera il brano un'allusione al martirio, una quarta possibilità vede nel brano un errore di punteggiatura e la necessità di aggiungere punti di domanda per rendere: "che otterranno coloro che sono battezzati? Per i morti?". Questa considerazione cambierebbe il senso della frase in: "se i morti non risuscitano, perché farsi battezzare? Per loro?"10. Una quinta possibilità invece conferisce al testo il suo senso più probabile: "infatti, cosa otterranno a favore dei morti coloro che si fanno battezzare? Se i morti non risorgono, perché allora si fanno battezzare? Perché anche noi corriamo pericolo per loro ogni ora?”, ossia, se la risurrezione non avviene è inutile che i corinzi si battezzino ed è inutile che Paolo metta a rischio la sua vita per loro11. Questo in ogni caso è il senso generale del testo, come abbiamo visto all'inizio di questa analisi, e tutto sommato l'insegnamento da trarre in proposito. 

4. COME RISUSCITANO I  MORTI?

Ma qualcuno dirà: «Come risuscitano i morti? E con quale corpo ritornano?» Insensato, quello che tu semini non è vivificato, se prima non muore; e quanto a ciò che tu semini, non semini il corpo che deve nascere, ma un granello nudo, di frumento per esempio, o di qualche altro seme; e Dio gli dà un corpo come lo ha stabilito; a ogni seme, il proprio corpo. Non ogni carne è uguale; ma altra è la carne degli uomini, altra la carne delle bestie, altra quella degli uccelli, altra quella dei pesci. Ci sono anche dei corpi celesti e dei corpi terrestri; ma altro è lo splendore dei celesti, e altro quello dei terrestri. Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna, e altro lo splendore delle stelle; perché un astro è differente dall'altro in splendore. Così è pure della risurrezione dei morti. Il corpo è seminato corruttibile e risuscita incorruttibile; è seminato ignobile e risuscita glorioso; è seminato debole e risuscita potente; è seminato corpo naturale e risuscita corpo spirituale. Se c'è un corpo naturale, c'è anche un corpo spirituale. Così anche sta scritto: «Il primo uomo, Adamo, divenne anima vivente»; l'ultimo Adamo è spirito vivificante. Però, ciò che è spirituale non viene prima; ma prima, ciò che è naturale, poi viene ciò che è spirituale. Il primo uomo, tratto dalla terra, è terrestre; il secondo uomo è dal cielo. Qual è il terrestre, tali sono anche i terrestri; e quale è il celeste, tali saranno anche i celesti. E come abbiamo portato l'immagine del terrestre, così porteremo anche l'immagine del celeste. Ora io dico questo, fratelli, che carne e sangue non possono ereditare il regno di Dio; né i corpi che si decompongono possono ereditare l'incorruttibilità. 
1Corinzi 15:35-50

In seguito all'affermazione della realtà della risurrezione dei morti, l'apostolo Paolo ora considera un'ipotetica domanda che i corinzi potevano porgli: come risuscitano i morti? E con che corpo? I farisei del tempo pensavano che i morti sarebbero risuscitati nella condizione in cui erano al momento della morte, e che successivamente Dio li avrebbe trasformati risanando le loro infermità12. Paolo invece risponde a queste domande portando due analogie naturali: come Dio dà a ogni seme il corpo che gli spetta e come nella stessa natura esistono classi diverse di corpi, così sarà della risurrezione13. Una trasformazione che assommerà le tre qualità che a quel tempo venivano attribuite ai corpi celesti (immortalità/incorruttibilità, gloria, potenza), più una quarta completamente nuova, il corpo spirituale14. La gloriosità in particolare, è usata spesso nelle Scritture in relazione alla radiosità della presenza di Dio, e suggerisce che ci sarà anche un tipo di luminosità per tutti i corpi di risurrezione15. Al già citato Daniele 12:3 (I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento e quelli che avranno insegnato a molti la giustizia risplenderanno come le stelle in eterno), si aggiunge anche la testimonianza del Vangelo secondo Matteo:

Allora i giusti risplenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi oda.
Matteo 13:43


Infine, la dimostrazione dell'esistenza della successione del corpo naturale a corpo spirituale deriva direttamente da Adamo, e dal suo diventare un'"anima vivente", precedente di Cristo che diventò invece uno spirito datore di vita. Così come tutti gli uomini vivono nella natura di Adamo, allo stesso modo i credenti vivranno nella nuova natura di Cristo. Il regno di Dio è immortale e incorruttibile, e si può vivere solamente con un corpo immortale e incorruttibile. Un corpo nuovo e differente, adatto ad una nuova e differente creazione.

5. QUANDO RISUSCITERANNO I MORTI?

Ecco, io vi dico un mistero: non tutti morremo, ma tutti saremo trasformati, in un momento, in un batter d'occhio, al suono dell'ultima tromba. Perché la tromba squillerà, e i morti risusciteranno incorruttibili, e noi saremo trasformati. Infatti bisogna che questo corruttibile rivesta incorruttibilità e che questo mortale rivesta immortalità. Quando poi questo corruttibile avrà rivestito incorruttibilità e questo mortale avrà rivestito immortalità, allora sarà adempiuta la parola che è scritta:
«La morte è stata sommersa nella vittoria».

 «O morte, dov'è la tua vittoria?
O morte, dov'è il tuo dardo?»

Ora il dardo della morte è il peccato, e la forza del peccato è la legge; ma ringraziato sia Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo. Perciò, fratelli miei carissimi, state saldi, incrollabili, sempre abbondanti nell'opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.
1Corinzi 15:51-58  

La risurrezione dunque porterà ad una trasformazione: come quella di un seme che, morendo, porta alla nascita una pianta completa. Ma quando tutto questo avverrà? Al ritorno di Cristo, ma questo ritorno sarà preannunciato dal suono dell'ultima tromba. Nell'Apocalisse di Giovanni troviamo una progressione di sette trombe suonate dagli angeli, ed una descrizione del momento in cui verrà suonata l'ultima tromba:

Poi il settimo angelo sonò la tromba e nel cielo si alzarono voci potenti, che dicevano: «Il regno del mondo è passato al nostro Signore e al suo Cristo ed egli regnerà nei secoli dei secoli». E i ventiquattro anziani che siedono sui loro troni davanti a Dio, si gettarono con la faccia a terra e adorarono Dio, dicendo: «Ti ringraziamo, Signore, Dio onnipotente, che sei e che eri, perché hai preso in mano il tuo grande potere, e hai stabilito il tuo regno. Le nazioni si erano adirate, ma la tua ira è giunta, ed è arrivato il momento di giudicare i morti, di dare il loro premio ai tuoi servi, ai profeti, ai santi, a quelli che temono il tuo nome, piccoli e grandi, e di distruggere quelli che distruggono la terra». Allora si aprì il tempio di Dio che è in cielo e apparve nel tempio l'arca dell'alleanza. Vi furono lampi e voci e tuoni e un terremoto e una forte grandinata. 
Apocalisse 11:15-19 

Questa tromba racchiude gli eventi dell'Apocalisse legati alle sette coppe, al giudizio finale del sedicesimo capitolo e al ritorno di Gesù Cristo come Re, raccontato al diciannovesimo capitolo. Quello che l'apostolo Paolo accenna solamente, viene ulteriormente approfondito e dettagliato in questo ultimo e importantissimo libro del canone biblico.

Tornando però adesso alla conclusione del quindicesimo capitolo della Prima Lettera ai Corinzi, dopo aver parlato del suono dell'ultima tromba, l'apostolo termina con una doppia citazione di Isaia 25:8 e Osea 13:4. Rispetto alla dottrina farisaica, per Paolo i gentili non sono più il vero nemico, ed il peccato e la morte stessi prendono il loro posto di avversari che Dio distruggerà nell'ultimo grande atto di questo dramma16. La vittoria è assicurata per mezzo di Cristo Gesù, grazie al quale ogni credente può abbondare nel suo servizio, sapendo con la certezza della fede che tale fatica non sarà affatto vana. La morte, sconfitta da Cristo, al ritorno del Signore verrà sommersa nella sua vittoria in modo definitivo e assoluto, scaraventata nello stagno di fuoco dove resterà per l'eternità. 

Poi la morte e l'Ades furono gettati nello stagno di fuoco.
Apocalisse 20:14a


6. CONSIDERAZIONI FINALI






Fratelli, non vogliamo che siate nell'ignoranza riguardo a quelli che dormono, affinché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Infatti, se crediamo che Gesù morì e risuscitò, crediamo pure che Dio, per mezzo di Gesù, ricondurrà con lui quelli che si sono addormentati. Poiché questo vi diciamo mediante la parola del Signore: che noi viventi, i quali saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo quelli che si sono addormentati; perché il Signore stesso, con un ordine, con voce d'arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo, e prima risusciteranno i morti in Cristo; poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo rapiti insieme con loro, sulle nuvole, a incontrare il Signore nell'aria; e così saremo sempre con il Signore. Consolatevi dunque gli uni gli altri con queste parole.
1Tessalonicesi 4:13-18

Nel corso del secondo viaggio missionario, proprio mentre Paolo era a Corinto per fortificare questa comunità appena nata (quindi intorno a tre anni prima della redazione di 1 Corinzi), l'apostolo scrisse queste parole nella sua prima lettera indirizzata alla giovane chiesa di Tessalonica, non molto distante da lì. In questo breve brano del quarto capitolo ritroviamo di fatto tutti gli elementi essenziali del tema della risurrezione dei morti, elementi che come abbiamo visto saranno approfonditi maggiormente nell'epistola indirizzata ai corinzi, e in particolare nel testo che abbiamo appena finito di esaminare. I credenti non devono essere tristi come gli altri che non hanno speranza, poiché i credenti hanno una gloriosa speranza! La speranza della risurrezione, garantita dalla risurrezione stessa del Signore Gesù. Come egli risuscitò, infatti, ogni figlio di Dio risusciterà allo squillo dell'ultima tromba. Come un seme muore e sboccia in forma diversa, così i credenti dopo la morte risorgeranno con un corpo incorruttibile, glorioso, potente e spirituale. E quando la corruttibilità sarà rivestita di incorruttibilità, allora la morte sarà definitivamente sconfitta dal Signore, gettata una volta e per tutte nello stagno di fuoco. All'apparizione di Cristo, risusciteranno tutti i credenti morti, e tutti i credenti viventi saranno rapiti con loro sulle nuvole, per incontrare il Signore nell'aria. E così, saremo sempre con il Signore. 

Udii una gran voce dal trono, che diceva: «Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro, essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà il loro Dio. Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate».
Apocalisse 21:3-4


Note:

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Viaggi_paolini#/media/File:Paolo_2_viaggio.svg
[2] Bosh Jordi Sanchez, Scritti Paolini, Ed. Paideia, cit. p. 162.
[3] Id. Ibid., cit. p. 176.
[4] Id. Ibid.
[5] Keller Timothy, Ragioni per Dio, Ed. La Casa della Bibbia, cit. p. 231.
[6] Marxsen Willi - con introduzione di Corsani Bruno, Il terzo giorno risuscitò..., Ed. Claudiana, cit. p. 44.
[7] http://www.biblistica.it/wordpress/?page_id=3535
[8] Id. Ibid.
[9] Id. Ibid.
[10] Id. Ibid.
[11] Id. Ibid.
[12] https://it.wikipedia.org/wiki/Risurrezione#Giudaismo
[13] B. J. Sanchez, Scritti Paolini, Ed. Paideia, cit. p. 177.
[14] Id. Ibid. 

[15] Grudem Wayne, Teologia sistematica, Ed. GBU, cit. p. 1112.
[16] Wright Tom, Che cosa ha veramente detto Paolo, Ed. Claudiana, cit. p. 166.

mercoledì 27 maggio 2015

Sacerdoti, profeti e re (parte I): l'istituzione dei sacerdoti

1.INTRODUZIONE 

Leggendo i primi libri della Bibbia, ben presto incontriamo tre ruoli di guida fondamentali per il popolo di Dio: sacerdoti, profeti e re. Ciascuno di questi profili ha delle caratteristiche proprie molto importanti, e dei contributi unici per il popolo, essenziali tanto a livello spirituale quanto a livello sociale. Nelle Scritture, i destini delle persone che hanno ricoperto questi uffici si sono incrociati tra di loro più e più volte per mano del Signore, guidati per portare guarigione laddove vi era peccato, guidati per portare soccorso laddove vi era pericolo. L'intervento di Dio quindi, raramente è avvenuto nella storia attraverso un'unica istituzione; ma, al contrario, si è spesso realizzato sotto forma di provvidenza in un modo che onorasse la natura multiforme di Israele prima e della Chiesa poi, riservando l'autorità assoluta all'unica persona che dovesse realmente averla: ossia il Signore stesso. 

Lo scopo di questa serie di approfondimenti, è quello di evidenziare le caratteristiche del sacerdozio, del profetismo e della monarchia; per poterle successivamente comprendere al meglio nella persona di Cristo e di conseguenza spostare lo sguardo ancora più in là, fino al presente tempo della Chiesa, e al significato che questi uffici possono avere per noi credenti del XXI secolo.

Come anticipato dal titolo, in questo studio ci accosteremo alla testimonianza delle Scritture sull'istituzione sacerdotale, consolidando la prima parte di questo nuovo ed entusiasmante percorso di ricerca e scoperta del Signore e delle caratteristiche del rapporto con il suo popolo.

2.AARONNE E I SUOI FIGLI

Tu farai accostare a te, tra i figli d'Israele, tuo fratello Aaronne e i suoi figli con lui perché siano sacerdoti: Aaronne, Nadab, Abiu, Eleazar e Itamar, figli di Aaronne. A tuo fratello Aaronne farai dei paramenti sacri, in segno di dignità e di gloria. Parlerai a tutti gli uomini sapienti, che io ho riempito di spirito di sapienza, ed essi faranno i paramenti di Aaronne perché sia consacrato e mi serva come sacerdote. Questi sono i paramenti che faranno: un pettorale, un efod, un manto, una tunica lavorata a maglia, un turbante e una cintura. Faranno dunque dei paramenti sacri per Aaronne tuo fratello e per i suoi figli perché mi servano come sacerdoti. Si serviranno d'oro, di filo violaceo, porporino, scarlatto e di lino fino.
Esodo 28:1-5 

 
Dopo essere stato liberato dall'oppressione egiziana, il popolo di Israele è arrivato nel deserto del Sinai, sostenuto dalla guida di Mosè. Proprio sul monte Sinai, Mosè ha parlato con Dio ed ha ricevuto la legge e i precetti da osservare in questo patto, un'insieme di indicazioni necessarie per vivere in modo santo verso il Signore e in modo giusto verso il prossimo. In questi capitoli centrali del libro dell'Esodo, troviamo il brano che abbiamo appena letto, nel quale Dio stesso sceglie Aaronne fratello di Mosè e la sua discendenza come sacerdoti. Nel libro del Levitico, leggiamo invece come è stata successivamente celebrata la loro consacrazione:  

Mosè fece avvicinare Aaronne e i suoi figli, e li lavò con acqua. Poi rivestì Aaronne della tunica, lo cinse della cintura, gli mise addosso il manto, gli mise l'efod e lo cinse della cintura artistica dell'efod, con la quale gli fissò l'efod addosso. Gli mise pure il pettorale, e sul pettorale mise l'urim e il tummim. Poi gli mise in capo il turbante e sul davanti del turbante pose la lamina d'oro, il santo diadema, come il SIGNORE aveva ordinato a Mosè. Poi Mosè prese l'olio dell'unzione, unse il tabernacolo e tutte le cose che vi si trovavano e le consacrò. Fece sette aspersioni sull'altare, lo unse con tutti i suoi utensili, la conca e la sua base, per consacrarli. Versò dell'olio dell'unzione sul capo d'Aaronne e unse Aaronne, per consacrarlo. Poi Mosè fece avvicinare i figli d'Aaronne, li vestì di tuniche, li cinse di cinture e legò sul loro capo delle mitre, come il SIGNORE aveva ordinato a Mosè.

Levitico 8:6-13 

L'unzione di Aaronne e dei suoi figli come sacerdoti, è avvenuta contestualmente all'unzione del tabernacolo rappresentante la presenza stessa di Dio in mezzo al suo popolo. L'identità e il ruolo sacerdotale infatti si identificano proprio nel servizio esclusivo a Dio: questa è la chiamata e la responsabilità, questo è lo scopo da perseguire. Guardando ai tempi successivi in cui Israele entrerà nella terra promessa, il Signore ordinerà che i sacerdoti (e tutta la tribù di Levi) non abbiano alcuna parte né eredità con Israele (De 18:1), perché la loro eredità è rappresentata da Dio stesso. Il loro mantenimento è a carico delle altre tribù, chiamate ad offrire la decima parte della propria ricchezza; e la decima parte di questa decima sarà a sua volta istituita come l'offerta per il Signore da parte dei Leviti (Nu 18:26). I sacerdoti (e i Leviti) raccolgono quindi l'incarico di consacrarsi alla sfera spirituale e religiosa della nazione di Israele, e per questo motivo sono tenuti a santificarsi ad un livello superiore rispetto al resto del popolo. Non possono venire a contatto con i morti, radersi la barba, farsi incisioni nella carne, sposare donne disonorate (Le 21); il loro obbligo è quello di conservare in modo irreprensibile il proprio spirito, la propria anima e il proprio corpo come sacrificio vivente gradito a Dio. Questo è il cuore della loro identità e della loro missione, che si ripresenterà in futuro nell'intera Chiesa di Cristo e non più solo in una parte del popolo. Come abbiamo appena visto, però, la maggior parte delle indicazioni riguardavano tanto i sacerdoti (della discendenza di Aaronne), quanto l'intera tribù di Levi. Anche se la scelta iniziale concerneva unicamente la famiglia del fratello di Mosè infatti, un evento specifico ha cambiato le cose, portando alla necessità di fare una modifica nell'ordine sacro. Questo evento è avvenuto proprio mentre il Signore stava descrivendo a Mosè sul monte Sinai la sua volontà di mettere a parte Aaronne e i suoi figli come sacerdoti, prima della loro consacrazione e delle successive indicazioni. Questo evento, possiamo identificarlo come la prima corruzione spirituale del popolo di Israele.


3.LA PRIMA CORRUZIONE SPIRITUALE

Il popolo vide che Mosè tardava a scendere dal monte; allora si radunò intorno ad Aaronne e gli disse: «Facci un dio che vada davanti a noi; poiché quel Mosè, l'uomo che ci ha fatti uscire dal paese d'Egitto, non sappiamo che fine abbia fatto». E Aaronne rispose loro: «Staccate gli anelli d'oro che sono agli orecchi delle vostre mogli, dei vostri figli e delle vostre figlie, e portatemeli». E tutto il popolo si staccò dagli orecchi gli anelli d'oro e li portò ad Aaronne. Egli li prese dalle loro mani e, dopo aver cesellato lo stampo, ne fece un vitello di metallo fuso. E quelli dissero: «O Israele, questo è il tuo dio che ti ha fatto uscire dal paese d'Egitto!» Quando Aaronne vide questo, costruì un altare davanti al vitello ed esclamò: «Domani sarà festa in onore del SIGNORE!» L'indomani, si alzarono di buon'ora, offrirono olocausti e portarono dei sacrifici di ringraziamento; il popolo sedette per mangiare e bere, poi si alzò per divertirsi. [...]
Quando Mosè vide che il popolo era senza freno e che Aaronne lo aveva lasciato sfrenarsi esponendolo all'obbrobrio dei suoi nemici, si fermò all'ingresso dell'accampamento, e disse: «Chiunque è per il SIGNORE, venga a me!» E tutti i figli di Levi si radunarono presso di lui. 
Esodo 32:1-6/25,26 

Mentre Mosè era davanti alla presenza di Dio, sul monte Sinai, il popolo di Israele a valle non riusciva a comprendere cosa stesse accadendo, e presto scelse Aaronne per sostituire Mosè. La presente situazione iniziale può da sola insegnarci molto sull'importanza di una genuina vita spirituale e sull'immaturità di chi invece vive secondo la carne. Questo argomento è stato trattato dall'apostolo Paolo nella lettera ai Galati, descrivendo a partire dalla vicenda della nascita di Ismaele e Isacco le dinamiche che portano continuamente i figli della carne a perseguitare i figli dello Spirito. La generazione di Israele che ha vissuto l'esodo, pur essendo stata salvata dalla schiavitù, rappresenta una generazione carnale, destinata a perire nel deserto per la propria incredulità (Nu 14:32). In questa cecità spirituale, il popolo andò da Aaronne, chiedendo la possibilità di costruire una statua che rappresentasse il dio che li aveva fatti uscire dall'Egitto. Questo racconto è in realtà più complicato di quanto possa apparire, infatti la festa che viene proclamata dopo aver costruito il vitello di metallo fuso, è in onore del Signore (YHWH), e non di altre divinità. C'è chi pensa che questo vitello dovesse essere soltanto il basamento per una più grande statua rappresentante YHWH stesso, come era in uso nel Vicino Oriente antico1. La moderna critica biblica invece vede in questo brano una successiva aggiunta introdotta per giustificare la condanna del culto istituito dal re Geroboamo a Dan e a Betel (1 Re 12:28)2. Cercando una possibile spiegazione all'interno dello stesso testo, emerge in modo significativo l'ombra del sincretismo religioso: ossia della confusione religiosa di Israele che avrebbe potuto portare effettivamente ad unire caratteristiche della divinità egizia del Toro Apis con altre di YHWH, che in questo momento restava ancora abbastanza sconosciuto. La mancanza di conoscenza personale del Signore porta a confusione, e la confusione porta all'idolatria. Anche in questo caso possiamo trarre una lezione valida senz'altro anche per i nostri giorni. L'aspetto più grave in questa narrazione, resta però comunque il coinvolgimento di Aaronne. Egli era già stato scelto dal Signore per essere suo sacerdote ma non dimostra di avere alcun discernimento spirituale, e cede immediatamente alle pressioni fatte dal popolo. Ancora una volta, la Scrittura mostra la pericolosità di accondiscendere ai desideri della maggioranza. Solo per il fatto che qualcosa sia richiesto da un gran numero di credenti non significa che sia automaticamente qualcosa di giusto, ed è per questo che le guide spirituali sono chiamate a prestare attenzione e ad esercitare il giusto giustizio e discernimento. Aaronne cade nella concessione, ma Mosè ottiene immediatamente il supporto dei figli di Levi; e questo può essere un ultimo e fondamentale insegnamento per tutti noi.

Due valgono più di uno solo, perché sono ben ricompensati della loro fatica. Infatti, se l'uno cade, l'altro rialza il suo compagno; ma guai a chi è solo e cade senz'avere un altro che lo rialzi! Così pure, se due dormono assieme, si riscaldano; ma chi è solo, come farà a riscaldarsi? Se uno tenta di sopraffare chi è solo, due gli terranno testa; una corda a tre capi non si rompe così presto.
Ecclesiaste 4:9-12 

La risposta divina a questa crisi spirituale è stata quella di accettare l'intercessione di Mosè e rendere disponibile un'intera tribù del popolo di Israele, restata irreprensibile. La Bibbia è chiara nel mostrare il vantaggio di un governo collegiale, anche nel solo Pentateuco: Mosè ha potuto avvalersi dell'aiuto di diversi giudici per amministrare la giustizia (Esodo 18:21,22), ed ora Aaronne può avere l'aiuto di un'intera tribù per amministrare l'ordine sacro. Molti israeliti periranno per la loro colpa, ma il resto di Israele sarà perdonato dal Signore, compreso Aaronne. Da qui in avanti, però, non si parlerà più solo di sacerdoti, ma di sacerdoti e Leviti. Questi sono adesso i servitori del Signore incaricati di svolgere l'ordine sacro, a loro è affidato il compito di vegliare sulla reciproca condizione spirituale e su quella del popolo di Israele, per garantire l'ubbidienza alla volontà di YHWH. 

4.SACRO E PURO, IMPURO E PROFANO












Il SIGNORE disse a Mosè: «Fa' avvicinare la tribù di Levi e mettila a disposizione del sacerdote Aaronne, affinché sia al suo servizio. Essi avranno la cura di tutto ciò che è affidato a lui e a tutta la comunità davanti alla tenda di convegno e faranno così il servizio del tabernacolo. Avranno cura di tutti gli utensili della tenda di convegno e di quanto è affidato ai figli d'Israele, e faranno così il servizio del tabernacolo. Tu darai i Leviti ad Aaronne e ai suoi figli; tra i figli d'Israele sono essi quelli che si dedicheranno completamente al suo servizio. Tu stabilirai Aaronne e i suoi figli, perché esercitino le funzioni del loro sacerdozio; l'estraneo che si accosterà all'altare sarà messo a morte». Il SIGNORE disse a Mosè: «Ecco, tra i figli d'Israele io ho preso i Leviti al posto di ogni primogenito che nasce da donna israelita; i Leviti saranno miei; poiché ogni primogenito è mio; il giorno in cui colpii tutti i primogeniti nel paese d'Egitto, io mi consacrai tutti i primi parti in Israele, tanto degli uomini quanto degli animali; saranno miei: io sono il SIGNORE».
Numeri 3:5-13

Nell'ultima piaga patita dagli egiziani, morirono tutti i loro primogeniti e furono invece consacrati al Signore tutti i primogeniti di Israele. In questo momento però, avviene uno scambio: al posto dei primogeniti del popolo, YHWH sceglie un'intera tribù: la tribù di Levi. I Leviti sono affiancati alla dinastia sacerdotale per essere al servizio del tabernacolo, venendo integrati nell'ordine sacro. Per questo motivo, come abbiamo visto precedentemente, essi non hanno parte all'eredità di Israele (Dio è la loro eredità) e sono mantenuti dalle decime del popolo. Nel tempo dell'Antico Testamento vigevano regole estremamente rigide su ciò che era sacro e ciò che era puro, ciò che era impuro e ciò che era profano. Il ventisettesimo capitolo del Levitico descrive nel dettaglio le procedure per consacrare al Signore una persona, un animale o altro (la propria casa, p.es.). Tutto quello che veniva consacrato non poteva successivamente essere né venduto, né riscattato. Tuttavia, la parte del popolo che non era consacrata, era chiamata ad essere e mantenersi pura: per questo motivo troviamo nel Pentateuco anche delle ulteriori regole per definire cosa è puro e cosa è impuro, e soprattutto come riacquistare lo stato di purità dopo essere scaduti nell'impurità per i motivi più disparati, tra i quali per esempio l'aver toccato il cadavere di un animale impuro (cfr. Le 5:2). Portare animali impuri e compiere riti impuri (di idolatria) in luoghi sacri (il tabernacolo e il futuro tempio), portava invece questi luoghi sacri ad essere immediatamente profanati. Questo è quello che è successo quando nel II secolo a.C. fu profanato il tempio per opera di Antioco IV:

Non molto tempo dopo, il re inviò un vecchio ateniese per costringere i Giudei ad allontanarsi dalle patrie leggi e a non governarsi più secondo le leggi divine, inoltre per profanare il tempio di Gerusalemme e dedicare questo a Giove Olimpio e quello sul Garizim invece a Giove Ospitale, come si confaceva agli abitanti del luogo. Grave e intollerabile per tutti era il dilagare del male. Il tempio infatti fu pieno di dissolutezze e gozzoviglie da parte dei pagani, che gavazzavano con le prostitute ed entro i sacri portici si univano a donne e vi introducevano le cose più sconvenienti. L'altare era colmo di cose detestabili, vietate dalle leggi.
2 Maccabei 6:1-5 


Per questo motivo, il tempio si è dovuto successivamente riconsacrare, affinché dalla situazione di profanazione potesse tornare allo stato originario di sacralità. In molte occasioni, coloro che indegnamente si avvicinavano a luoghi ed oggetti sacri - anche con buone intenzioni - venivano colpiti immediatamente dal Signore (ben conosciuta è la triste morte di Uzza in 2 Samuele 6), ma anche senza l'intervento di Dio, l'indicazione era quella di mettere a morte chiunque si macchiasse di tali azioni. I giudei dell'epoca della profanazione di Antioco, spiegarono la possibilità di una tale abominazione della desolazione con le seguenti parole:

Se il popolo non si fosse trovato implicato in molti peccati, come era avvenuto per Eliodòro, mandato dal re Seleuco a ispezionare la camera del tesoro, anche costui al suo ingresso sarebbe stato colpito da flagelli e sarebbe stato distolto dalla sua audacia.
2 Maccabei 5:18

Il popolo quindi era implicato in molti peccati, e per questo motivo la giustizia di Dio si era allontanata da Gerusalemme e dal suo tempio, permettendo la profanazione. L'equilibrio dell'intera relazione tra Dio e Israele, si manteneva infatti nelle condizioni di un vero e proprio patto, la cui ratificazione finale viene descritta nel ventinovesimo capitolo del libro di Deuteronomio. Benedizioni e maledizioni si alternavano a seconda dell'osservanza da parte del popolo delle regole di questo patto esclusivo, un patto nel quale proprio i sacerdoti e i Leviti svolgevano un ruolo essenziale, nella loro posizione di intermediari tra il Signore e il resto del popolo di Israele. I sacerdoti e i Leviti erano coloro che rendevano possibile l'iter di riacquisizione dello stato di purità (Levitico cc. 13-15), erano coloro che istruivano e guidavano Israele verso l'ubbidienza alle leggi di Dio e verso la ricerca della condizione di purità e di sacralità a lui gradite. Essi erano i custodi del tabernacolo e del futuro tempio, ma il loro ministero non è stato sufficiente a svolgere il compito, e la volontà di Dio si è mossa per chiamare alla collaborazione altri israeliti: altre sentinelle necessarie per suonare l'allarme alla vista della disubbidienza e del peccato, per risvegliare le coscienze e invitare al ravvedimento.

5.I PROFETI ANTERIORI

L'angelo del SIGNORE salì da Ghilgal a Bochim e disse: «Io vi ho fatto salire dall'Egitto e vi ho condotti nel paese che avevo giurato ai vostri padri di darvi. Avevo anche detto: "Io non romperò mai il mio patto con voi"; e voi, dal canto vostro, non farete alleanza con gli abitanti di questo paese e demolirete i loro altari. Ma voi non avete ubbidito alla mia voce. Perché avete fatto questo? Perciò anch'io ho detto: "Io non li scaccerò davanti a voi; ma essi saranno tanti nemici contro di voi e i loro dèi saranno, per voi, un'insidia"». Appena l'angelo del SIGNORE ebbe detto queste parole a tutti i figli d'Israele, il popolo si mise a piangere ad alta voce.
Giudici 2:1-4

Sebbene nella Bibbia cristiana i libri di Giosuè, Giudici, Samuele, e Re vengano definiti come libri storici, nel canone ebraico sono invece considerati con il nome di "profeti anteriori"3. La profezia infatti, viene vista nel mondo ebraico soprattutto come la descrizione degli eventi storici dal punto di vista del Signore, piuttosto che esclusivamente come predizione di eventi futuri. Giosuè quindi da questo punto di vista apparirebbe come primo profeta, anche se il profetismo istituzionale sorgerà solo in seguito con Samuele: ultimo giudice e primo vero e proprio profeta. Dopo Samuele, i profeti si moltiplicheranno, portando alla nascita varie scuole profetiche e nuovi pensieri teologici, sedimentati successivamente nei rispettivi libri dell'Antico Testamento. 

Negli scorsi capitoli, abbiamo lasciato Israele con queste due importanti categorie di persone scelte per il servizio sacro: i sacerdoti e i Leviti. Da questo momento, come sappiamo, Israele vagherà quarant'anni nel deserto a causa della sua incredulità, infine attraverserà il fiume Giordano e si muoverà per conquistare la terra promessa sotto la guida di Giosuè, che nel frattempo avrà preso il posto di Mosè. Il libro dei Giudici però inizia con queste pesanti parole che abbiamo letto in apertura del capitolo. Israele diventa reo di non aver scacciato tutte le popolazioni nemiche ma di averle in larga parte lasciate nei rispettivi territori, disubbidendo all'ordine di Dio (Gd 1:22-36). Per questa disubbidienza, l'angelo del Signore comunica la risposta divina a questa disubbidienza: Egli non sarebbe più intervenuto a facilitare la conquista del territorio e gli idoli che il popolo non aveva bandito sarebbero finiti per diventare per loro un grave problema. Questa nuova battuta di arresto nella crescita spirituale (e materiale) del popolo gli costerà molto cara. Per un centinaio di anni infatti, Israele soffrirà ciclicamente per l'oppressione dei popoli vicini, ottenendo soltanto momentanee vittorie grazie ai vari giudici che il Signore susciterà durante le crisi peggiori4 (cfr. Gd 2:18,19). 

Come già detto, questi giudici possono essere visti come leader civili e militari, eredi di Mosè e Giosuè nella guida del paese, ma anche come precursori dei profeti nella loro chiamata divina alla sensibilizzazione del popolo e all'esortazione al pentimento e al ritorno verso le giuste condizioni richieste nel patto con YHWH. L'influenza dei sacerdoti e dei Leviti non è risultata sufficiente, e proprio per questo motivo - pur mantenendo i loro servigi - il Signore chiama all'azione una nuova categoria di servitori, privi dell'ascendenza sacerdotale o levitica, ma riempiti del suo Spirito (cfr. p.es. Gd 3:10). Lo scopo dei giudici/profeti anteriori non è mai stato quello di adempiere al mandato dei sacerdoti e dei Leviti, ma piuttosto di agire in sinergia per risvegliare le coscienze, chiamare il popolo al ravvedimento e alle armi per scacciare i propri nemici tanto con la sottomissione al Signore, quanto con la guerra vera e propria. Questo è stato l'inizio di una nuova forma di ufficio, slegato da precise dinastie tribali, ma non per questo meno importante per la salute di Israele come popolo speciale, scelto da Dio fra tutti i popoli della terra (De 7:6). Questo è stato un tempo di transizione, sofferto e tormentato, che ha portato lentamente verso la piena espressione di una nuova strategia di Dio, manifestata a tempo debito con la chiamata del profeta Samuele e di tutti i profeti successivi. In primo luogo YHWH scelse dei sacerdoti, in secondo luogo scelse una intera tribù, e in terzo luogo numerosi altri uomini, che avevano in comune soltanto l'appartenenza al popolo di Israele e la pienezza dello Spirito di Dio nella loro vita.  


Bibliografia: 

[1] M. Coogan, A Brief Introduction to the Old Testament: The Hebrew Bible in its Context, cit., 2009, p. 115.
[2] R.E. Brown, J.A. Fitzmyer, R.E. Murphy, Grande commentario biblico, Ed. Queriniana, cit. p. 84. 
[3] http://www.bibbiaedu.it/introduzione/v3_s2ew_consultazione.mostra_paginat?id_pagina=22332&target=0 
[4] Hans Küng, Ebraismo (Das Judentum), ed. BUR, Milano, 1995, p. 89. 
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