Al giorno d'oggi, possediamo circa 2200 manoscritti ebraici, scritti tra il IX e il XV secolo d.C. Sono a tutti gli effetti documenti che hanno portato alla diffusione l'Antico Testamento così come lo conosciamo noi oggi. I testi originali probabilmente erano in circolazione nel V secolo a.C.
Di fatto, abbiamo un vuoto di più di mille anni, che crea non pochi dubbi circa l'integrità del testo trasmesso. Questi testi ebraici sono consonantici: vocalizzati e accentati appunto tra il V e il X d.C da eruditi scribi ebrei chiamati “Masoreti” che hanno compiuto l'enorme lavoro di raccogliere tutti i testi dell'Antico Testamento presenti a quell'epoca, confrontarli, e copiare da quel momento in avanti un'unica versione – la più completa – in modo da preservarne la trasmissione nella modalità più fedele possibile. Le loro attenzioni nella copiatura erano addirittura maniacali, arrivando a numerare le singole lettere per poi effettuare il conteggio finale a stesura completata: i manoscritti che presentavano anomalie numeriche venivano immediatamente distrutti.
Quale garanzia abbiamo però che i testi masoretici abbiano tramandato fedelmente il testo biblico? In realtà ci sono numerosi riscontri che possono aiutarci in questa verifica.
In primo luogo, le citazioni in varie lingue che fanno autori giudei e cristiani tra il I e il IX secolo d.C. corrispondono perfettamente con i codici in questione. In secondo luogo, è possibile in realtà effettuare dei confronti con traduzioni integrali greche, siriache e latine datate dal I sec. a.C. in avanti. La traduzione più famosa è detta dei Settanta e rappresenta il testo di riferimento per le citazioni degli autori del Nuovo Testamento. In terzo luogo, si stanno creando possibilità di confronto anche con antichi manoscritti ebraici che si stanno via via scoprendo. Tra questi, il Pentateuco Samaritano, il papiro di Nash e i manoscritti di Qumràn. Anche questi codici hanno una datazione che parte dal I secolo in poi. Nel confronto fra il Testo Masoretico e il Pentateuco Samaritano, si osservano circa 6000 piccole variazioni di consonanti; le quali però non cambiano sostanzialmente il testo. Anzi, semplificano la comprensione finale.
Da queste informazioni ne deduciamo che la Bibbia che noi leggiamo oggi è una riproduzione di epoca medioevale ma significativamente vicina ai testi in uso nei primi secolo dopo Cristo.
Entrando nel dettaglio, osservando i testi ebraici più antichi non vocalizzati (come il Pentateuco Samaritano e i manoscritti del Qumràn), emerge l'esistenza di due segni che, in parole identiche, a volte vengono scritti (scriptio plena) e a volte no (scriptio defectiva): essi sono la “vaw” e la “iod”.
Si pensa perciò che in passato l'utilizzo di tali forme grammaticali fosse libera, e che servisse per facilitare la lettura del testo. Si è visto inoltre che questi inserimenti sono presenti solo alla fine delle parole nei testi più antichi, e in mezzo alle stesse in quelli più recenti.
Questo fa pensare che in origine esistesse un testo puramente consonantico. Queste aggiunte sarebbero state necessarie inoltre per evitare nella lettura confusioni tra l'ebraico (lingua sacra) e l'aramaico (lingua parlata successiva all'esilio).
Analizzando tutti questi fattori, si riconosce che l'originale testo composto da sole consonanti nel V secolo a.C. deve aver attraversato tre stadi: aggiunta grammaticale ai tempi di Esdra, vocalizzazione nel III d.C. e aggiunta di accenti da parte dei Masoreti in tempi medioevali.
A fronte di tutte queste considerazioni, i testi attuali si possono considerare come attendibili rispetto agli originali?
Ebbene, quanto ai concetti e ai significati abbiamo una buona sicurezza che il testo sia stato trasmesso integro. Esattezza che invece non possiamo avere parlando delle singole parole, a causa delle numerose aggiunte accumulate nei secoli. E' da notare in ogni caso che ogni aggiunta è stata effettuata per dare significati sempre più chiari e comprensibili laddove esistevano troppe possibilità di lettura e interpretazione.
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