I testi sacri dell'Ebraismo sono rappresentati dall'acronimo “Tanàkh “ (תנך, TNKh).
Le tre lettere (T, N, K) sono infatti le iniziali dell'espressione “Torah, Nevi'im, Ketuvim “ che identifica la Torah, i Profeti e gli Scritti o Agiografi. Queste tre categorie sono le tre parti delle Sacre Scritture Ebraiche. I tre volumi in cui è diviso il canone biblico, sono suddivisi a loro volta in altri libri, per un totale di ventiquattro.
La Torah (Legge) è composta dal pentateuco: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio.
Nevi'im (Profeti) è formato invece da: Giosuè, Giudici, Samuele (I e II), Re (I e II), Isaia, Geremia, Ezechiele che sono considerati Profeti Anteriori (Nevi'im Rishonim) e i dodici profeti minori, considerati come Profeti Posteriori (Neviìm Acharonim).
La raccolta del Ketuvìm (Scritti) comprende tredici libri sapienzali: Salmi, Proverbi, Giobbe, Cantico dei Cantici, Rut, Lamentazioni, Qoelet (Ecclesiaste), Ester, Daniele, Esdra e Neemia, Cronache (I e II).
Tutti i libri sono stati scritti in ebraico, con alcune piccole parti in aramaico.
Il canone ebraico accetta di fatto solo il testo masoretico: riproduzioni dei codici originali scritti tra il VII e il XI secolo d.C. da scribi ebrei chiamati per l'appunto “Masoreti”. Essi procedettero alla progressiva eliminazione di ciò che considerarono errori, deformazioni del testo e aggiunte inserite dai vari copisti nel corso dei secoli, riuscendo a fissare la qualità delle riproduzioni con quella dei migliori manoscritti allora in circolazione.
L'esattezza del testo tramandato fu assicurata in modo ancora superiore dai rabbini e scribi chiamati “Soferim” (letteralmente: contatori), il cui compito era quello di contare il numero di parole del testo biblico al fine di vigilare sulla autenticità e qualità delle riproduzioni.
Questi manoscritti sono distinguibili in base al materiale del supporto. Quest'ultimo può essere costituito da papiri (pianta dal fusto alto e stretto che veniva tagliata in strisce sottili, e che opportunamente lavorata andava a formare un foglio utile alla scrittura), oppure da pergamene (pelle di pecora conciata in modo da poter supportare la scrittura).
I testi così ottenuti venivano conservati in rotoli, oppure su singoli fogli puntati su un fianco come gli attuali libri: i codici.
Intorno al 200 a.C. ad Alessandria d'Egitto, alcuni ebrei autoctoni di lingua greca, procedettero alla traduzione della TNKh dall'ebraico al greco, per l'uso liturgico della nutrita comunità giudaica locale. Il testo tradotto verrà chiamato “Septuaginta” o “versione dei Settanta”, dalla leggenda che vuole associare la traduzione a settanta saggi ai quali fu affidato il delicato lavoro dal sovrano egizio Tolomeo II Filadelfo.
Nella versione dei Settanta, si trovano però anche dei libri non presenti nel canone ebraico definito nel I secolo d.C., e quindi assenti anche nel testo masoretico.
Questi libri non sono riconosciuti dagli Ebrei in quanto successivi ad Esdra e non scritti in ebraico. Sono chiamati “apocrifi” dai Cristiani Protestanti e “deuterocanonici” (ovvero del secondo canone) dai Cristiani Cattolici Romani.
Entrando nel dettaglio, questi sono i libri di Giuditta, Tobia, Maccabei (I e II), Sapienza di Salomone, Sapienza di Siracide, Baruc, la lettera di Geremia e il tredicesimo e quattordicesimo capitolo di Daniele. I libri seguenti invece sono presenti nella Septuaginta ma non sono entrati nel canone Cattolico Romano: Esdra I, Maccabei III e IV, Salmo 151, Preghiera di Manasse, Salmi di Salomone.
Oltre alla differenza “strutturale” tra il canone ebraico e quello greco, sono presenti numerose altre differenze fra il Testo Masoretico e quello della versione dei Settanta. Tanto che alcuni studiosi ipotizzano che le varianti di quest'ultima derivino da un testo ebraico pre-masoretico successivamente entrato in disuso. Altre posizioni invece giustificano le differenze associandole alla libera traduzione del testo originale costituito da sole consonanti, e che spesso permetteva la nascita di molteplici significati e interpretazioni.
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