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mercoledì 11 febbraio 2015

La legge, la grazia e la verità

Lui, infatti, è la nostra pace; lui che dei due popoli ne ha fatto uno solo e ha abbattuto il muro di separazione abolendo nel suo corpo terreno la causa dell'inimicizia, la legge fatta di comandamenti in forma di precetti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo facendo la pace; e per riconciliarli tutti e due con Dio in un corpo unico mediante la sua croce, sulla quale fece morire la loro inimicizia.
Efesini 2:14-16


La lettera agli Efesini viene attribuita dalla tradizione cristiana all'apostolo Paolo, individuando nella sua prigionia a Roma, intorno al 62 d.C., il tempo della sua stesura. Per questo motivo, viene associata alle "lettere della prigionia", assieme a Filippesi, Colossesi e Filemone. La chiesa di Efeso fu incoraggiata dall'apostolo Paolo durante il suo terzo viaggio missionario, come leggiamo in Atti 19. 

In questa lettera troviamo, nel secondo capitolo, un approfondimento sul fulcro della vita cristiana: la salvezza per grazia offerta tanto ai Giudei quanto agli stranieri.

Tutto inizia però dalla morte, una morte vinta dalla resurrezione del Signore, vinta da colui che è la nostra pace, colui che è riuscito ad abbattere la causa dell'inimicizia dell'uomo con Dio e la causa della separazione tra Giudei e gentili. Con un'unico sacrificio, Gesù ha riconciliato entrambi con Dio e posto in comunione gli uni con gli altri. Per questo motivo ora non vi è più Giudeo o Greco (Gal 3:28), per lo stesso motivo la Via per la salvezza è comune ed è rappresentata da una nuova cittadinanza comune a tutti i santi (Ef 2:19).

Questi pochi versetti ben riassumono quello che Paolo descrive nella lettera come un "mistero", un decreto di Dio che per lungo tempo è restato segreto (Ef 3:5). Questo mistero, è il vangelo stesso. La legge è stata data per mezzo di Mosè, ma la grazia e la verità per mezzo di Gesù Cristo (Gv 1:17): l'Antico Testamento è il riflesso dell'autorità di Dio, della sua giustizia e della sua legislazione; ma il Signore non ha voluto rivelare soltanto questo di sé, manifestando attraverso Cristo anche la grazia e la verità, nuovi riflessi della sua sovranità. E proprio la grazia e la verità diventano nel Nuovo Testamento il volto di una nuova rivelazione. Da una parte la legge del Padre, dall'altra l'assolvimento della legge adempiuto da Cristo, e la partecipazione a questa famiglia spirituale per mezzo dello Spirito Santo (Ef 2:22). Con il Nuovo Testamento, inizia a comparire una fresca completezza. Il Figlio mostra il Padre (Gv 14:7), che manda lo Spirito Santo (14:26) che conduce le persone nella nuova famiglia spirituale che è la Chiesa. In questo processo vi è la perfezione di Dio, la perfezione della sua rivelazione, della sua salvezza, della sua sovranità. Tutto il cristianesimo si appoggia su questi presupposti spirituali, ricevendo la potenza di adempiere al grande mandato; portando la parola del regno di Dio attraverso i millenni e fino alle estremità della terra, una parola creatrice, fonte di vita. Un avanzamento del regno di Dio costante e inesorabile, che realizza la preghiera insegnata proprio da Gesù: "Padre nostro, sia fatta la tua volontà in terra come è fatta nel cielo".

mercoledì 4 febbraio 2015

"Iustitia aliena": la dottrina della giustificazione nella Riforma

Infatti non mi vergogno del vangelo; perché esso è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede; del Giudeo prima e poi del Greco; poiché in esso la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede, com'è scritto:
«Il giusto per fede vivrà».

|Lettera ai Romani 1:16,17|
Il Medioevo ha visto sorgere diversi pensieri teologici, arrivando ad avere nel XVI secolo almeno nove scuole di pensiero ben identificabili. Le più importanti erano sicuramente quelle ricondotte a Tommaso d'Aquino e Giovanni Duns Scoto, che differivano parecchio nelle loro idee anche su dottrine fondamentali come quella della giustificazione. La nascita dell'umanesimo nel frattempo risvegliava le coscienze individuali, promuovendo domande come: "personalmente, cosa devo fare per essere giustificato?". Proprio questo pluralismo dottrinale contribuiva ad alimentare confusione e frustrazione, rendendo incredibilmente difficile rispondere a domande simili, questioni apparentemente semplici ma sottendenti in realtà una serie di presupposti dottrinali tutt'altro che scontati in tale periodo storico. Il papato del resto non desiderava dare definizioni precise, risultando incapace di imporre una linea valida per tutti, rendendo quindi tutte le varie opinioni personali potenzialmente valide e veritiere. La stessa Chiesa cattolica romana stava vivendo una preoccupante crisi d'autorità, divisa tra coloro che vedevano come massima autorità dottrinale un Concilio generale, e coloro invece che l'identificavano nella persona del papa1

Tra il 1513 e il 1515, Martin Lutero tenne lezioni sui Salmi nell'Università di Wittemberg, parlando spesso della dottrina della giustificazione nei termini della via moderna (chiamata anche "nominalismo"): insegnando cioè l'esistenza di un patto presentato unilateralmente da Dio e ratificato con il suo popolo; un patto che consentiva all'uomo di ricevere la grazia nel caso in cui egli "facesse del suo meglio" per respingere il male e sforzarsi di fare il bene. Comportandosi in questo modo dunque, ogni uomo avrebbe posto Dio nella condizione di "essere obbligato" a concedere la propria grazia e la giustificazione. Nel 1515 però, Lutero iniziò un nuovo ciclo di insegnamento basato questa volta sulla Lettera ai Romani. Queste lezioni testimoniano un cambiamento nel suo pensiero a riguardo, che si stava avvicinando al concetto della giustizia come un attributo divino di imparzialità. Senza indulgenza o favoritismi quindi, Dio giudicherebbe ogni essere umano esclusivamente in base al suo merito. Ma cosa accade se il peccatore è così intrappolato dal peccato da non riuscire a raggiungere questi requisiti? Pelagio sosteneva che la natura umana fosse capace di soddisfare queste esigenze senza particolare difficoltà, ma il pensiero di Lutero stava maturando in modo affine a quello di Agostino, riconoscendo come la natura umana fosse talmente corrotta da non poter abbandonare in alcun modo il proprio peccato se non attraverso un intervento divino. La sua esperienza personale portò questi ragionamenti teologici verso una consapevolezza sempre più personale e quotidiana. Lutero riconosceva infatti che, nonostante tutti i suoi sforzi, la ricompensa che Dio poteva dargli non era in nessun caso quella della salvezza ma piuttosto quella della condanna eterna. La promessa risultava valida, ma le condizioni per beneficiarne erano irraggiungibili. Alla fine del 1514, Martin Lutero era angosciato da questo problema per il quale non trovava soluzione2. Nel 1545, scrivendo una prefazione al primo volume dei suoi scritti latini, egli ricorderà così questi anni:
"Nonostante l'irreprensibilità della mia vita di monaco, mi sentivo peccatore davanti a Dio; la mia coscienza era estremamente inquieta, e non avevo alcuna certezza che Dio fosse placato dalle mie opere soddisfatorie. Perciò non amavo quel Dio giusto e vendicatore, anzi, lo odiavo [...]. Ero fuori di me, tanto era sconvolta la mia coscienza, muginavo senza tregua quel passo di Paolo, desiderando ardentemente sapere quello che Paolo aveva voluto dire. Finalmente, Dio ebbe compassione di me. Mentre meditavo giorno e notte ed esaminavo la connessione di queste parole: "La giustizia di Dio è rivelata nell'Evangelo come è scritto: il giusto vivrà per fede", incominciai a comprendere che la giustizia di Dio significa qui la giustizia che Dio dona, e per mezzo del quale il giusto vive, se ha fede. Il senso della frase è dunque questo: l'Evangelo ci rivela la giustizia di Dio, ma la giustizia passiva, per mezzo della quale Dio, nella sua misericordia, ci giustifica mediante la fede, come è scritto: il giusto vivrà per fede. Subito mi sentii rinascere, e mi parve si spalancassero per me le porte del paradiso. Da allora la Scrittura intera prese per me un significato nuovo. [...]. Quanto avevo odiato il termine "giustizia di Dio", altrettanto amavo ora, esaltavo quel dolcissimo vocabolo. Così quel passo di Paolo divenne per me la porta del paradiso."3
In modo inaspettato, Martin Lutero riceve un'illuminazione e comprende un significato nuovo del termine "giustizia di Dio". Se prima egli la considerava unicamente come giustizia punitiva, ora la realizza invece come una giustizia donata al peccatore. L'angoscia di dover soddisfare certi requisiti dunque lascia il posto alla gioia e alla gratitudine per aver ricevuto per fede la giustizia necessaria alla salvezza, una giustizia donata da Dio. Ecco dunque il significato del Vangelo come buona notizia: "la condizione necessaria alla giustificazione è stata adempiuta per noi da qualcun altro". Una giustizia ricevuta per fede. Una fede che Lutero rappresenta come un "anello nuziale" che indica l'unione e l'impegno reciproco tra Cristo e il credente.

Da questi presupposti, Martin Lutero sviluppa l'idea della cosiddetta "giustificazione forense". Una volta assodato il fatto che Dio conceda per grazia una giustizia che giustifichi, dove si colloca tale giustizia? Laddove Agostino pensava che fosse situata nel credente, una volta ricevuta da Dio, Lutero invece la colloca per sempre fuori dal peccatore: è una "giustizia altrui" (iustitia aliena), la giustizia di Cristo che viene imputata (non impartita) al credente. Il Padre quindi, guardando ad ogni vero cristiano, al posto dei peccati vedrebbe la giustizia del Figlio imputata ad esso, nonostante questa giustizia non gli appartenga per suo merito. 

Or non per lui soltanto [Abraamo] sta scritto che questo gli fu messo in conto come giustizia, ma anche per noi, ai quali sarà pure messo in conto; per noi che crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù, nostro Signore, il quale è stato dato a causa delle nostre offese ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione.
Romani 4:23-25 

Peccato e giustizia coesistono: pur essendo sempre peccatori, agli occhi di Dio in realtà siamo giusti. Questa condizione per Lutero non necessariamente deve essere permanente: la vita cristiana infatti è dinamica e il credente cresce progressivamente nella giustizia, partendo però da uno "stato di giustizia" che lo mette in grado di raggiungerne la realtà. Filippo Melantone, amico e discepolo di Lutero, seguendo questo ragionamento evidenziò la distanza dalle conclusioni di Agostino. Quest'ultimo infatti pensava che il peccatore fosse reso giusto, mentre Melantone distinse due differenti momenti: il momento in cui il peccatore è dichiarato giusto dalla giustizia di Cristo e il momento in cui viene effettivamente reso giusto nel processo chiamato "santificazione". Agostino vedeva in questi aspetti due facce della stessa medaglia, mentre i Riformatori separavano le fasi nel tempo segnando in questo modo un netto distacco con l'insegnamento che la Chiesa aveva dato fino a quel momento. il Concilio di Trento, avrebbe ribadito la teoria di Agostino mentre tutti i Riformatori avrebbero adottato questo pensiero di Melantone consolidando in questo modo una delle differenze tipiche tra protestantesimo e cattolicesimo romano4

La dottrina della giustificazione divenne il centro della teologia di Lutero e del suo programma di riforme. D'altra parte, nella Svizzera orientale c'era però parecchia attenzione da parte di Zwingli per le conseguenze morali dell'evangelo, che comunque non avallavano affatto una dottrina della giustificazione per opere ma piuttosto miravano ad una riforma della comunità intesa tanto come chiesa quanto come società, e in alcun caso soltanto appartenente all'individuo. Dopo il 1520 le idee di Zwingli sulla giustificazione cominciarono ad avvicinarsi a quelle di Lutero, rimanendo comunque anche per gli anni successivi due posizioni differenti per le quali non sarebbero mancati tentativi di mediazione5.  










Con questi nuovi concetti riguardanti la dottrina della giustificazione, rimanevano ancora due problemi da risolvere: da una parte la funzione di Cristo nella giustificazione e dall'altra parte il ruolo dell'obbedienza degli esseri umani alla volontà divina. Con qualche esagerazione occasionale, Lutero aveva dato l'impressione che il peccatore una volta giustificato non avesse più bisogno di compiere opere morali, e sebbene non fosse questo in realtà il suo pensiero, alcuni lo intendettero in questo modo. Martin Bucero a Strasburgo tentò di appianare questa distanza sviluppando la dottrina della doppia giustificazione: quella che chiamava giustificazione dell'empio riguardava il perdono di Dio del peccato umano, e quella che chiamava giustificazione della persona pia, riguardava la risposta umana nell'adesione alle esigenze morali dell'evangelo. La giustificazione dell'empio produceva la giustificazione del pio, manifestando una strettissima relazione tra di loro che non lasciava alcuna possibilità di esistenza dell'una senza l'altra e viceversa. Questo pensiero non convinse tutti i riformatori, lasciando ancora dei dubbi sulla presenza reale e personale di Cristo nei credenti. Nella seconda metà del XVI secolo però, il modello della giustificazione presentato da Giovanni Calvino arrivò a risolvere ogni problema ed affermarsi sempre di più. Calvino descrisse un'unione mistica con Cristo realizzata attraverso la fede del credente, ed avente un duplice effetto: quello di condurre immediatamente alla giustificazione (per mezzo di Cristo il credente è dichiarato giusto davanti a Dio), e quello di produrre una rigenerazione che lo porterà ad essere simile a Cristo stesso. Quest'ultima grazia però non risiede nella giustificazione ma piuttosto proprio nell'unione con Cristo appena descritta6. Questa unione quindi è la sorgente dalla quale scaturiscono tanto la giustificazione quanto la rigenerazione. Nel corso del tempo, le idee di Melantone si cristallizzarono nelle comunità luterane e quelle di Calvino in quelle riformate, portando alla sedimentazione di una gran quantità di vedute differenti della salvezza per grazia mediante la fede; una gloriosa riscoperta della genuina testimonianza della Scrittura: "il giusto per fede vivrà". 




Note:
[1] Cfr. Alister E. McGrath, Il pensiero della Riforma, Ed. Claudiana, pp. 43-47. 
[2] Id, Ibid, pp. 119-123.
[3] Id, Ibid, p. 124.
[4] Id, Ibid, p. 138.
[5] Id, Ibid, p. 140.
[6] Id, Ibid, p. 141-142.

lunedì 26 gennaio 2015

La conoscenza gonfia, ma l'amore edifica

Quanto alle carni sacrificate agli idoli, sappiamo che tutti abbiamo conoscenza. La conoscenza gonfia, ma l'amore edifica. Se qualcuno pensa di conoscere qualcosa, non sa ancora come si deve conoscere; ma se qualcuno ama Dio, è conosciuto da lui. Quanto dunque al mangiare carni sacrificate agli idoli, sappiamo che l'idolo non è nulla nel mondo, e che non c'è che un Dio solo. Poiché, sebbene vi siano cosiddetti dèi, sia in cielo sia in terra, come infatti ci sono molti dèi e signori, tuttavia per noi c'è un solo Dio, il Padre, dal quale sono tutte le cose, e noi viviamo per lui, e un solo Signore, Gesù Cristo, mediante il quale sono tutte le cose, e mediante il quale anche noi siamo. Ma non in tutti è la conoscenza; anzi, alcuni, abituati finora all'idolo, mangiano di quella carne come se fosse una cosa sacrificata a un idolo; e la loro coscienza, essendo debole, ne è contaminata. Ora non è un cibo che ci farà graditi a Dio; se non mangiamo, non abbiamo nulla di meno; e se mangiamo non abbiamo nulla di più. Ma badate che questo vostro diritto non diventi un inciampo per i deboli. Perché se qualcuno vede te, che hai conoscenza, seduto a tavola in un tempio dedicato agli idoli, la sua coscienza, se egli è debole, non sarà tentata di mangiare carni sacrificate agli idoli? Così, per la tua conoscenza, è danneggiato il debole, il fratello per il quale Cristo è morto. Ora, peccando in tal modo contro i fratelli, ferendo la loro coscienza che è debole, voi peccate contro Cristo. Perciò, se un cibo scandalizza mio fratello, non mangerò mai più carne, per non scandalizzare mio fratello.
1Corinzi 8:1-13 

La prima lettera ai corinzi viene unanimemente attribuita all'apostolo Paolo, tanto dalla tradizione cristiana quanto dagli studiosi moderni. La lettera è scandita nei vari argomenti dall'espressione "quanto a...". Rispondendo alle esigenze della chiesa infatti, Paolo si esprime quanto alle cose di cui i corinzi gli hanno scritto prima (il matrimonio), quanto alle vergini, alle carni sacrificate agli idoli, ai doni spirituali ed alla colletta per i santi. In questo panorama, l'ottavo capitolo si concentra proprio sul problema della carne sacrificata agli idoli, un problema molto sentito per i credenti di questa grande città. A Corinto infatti la maggior parte della carne che si trovava al mercato derivava da una precedente dedicazione agli idoli da parte dei sacerdoti pagani, che tenevano come sacrificio solo una minima parte dell'animale in questione. La facilità con la quale ci si poteva imbattere in questo tipo di alimento era enorme, e la componente della chiesa di Corinto convertita da poco tempo poteva avere problemi di coscienza in relazione ad una pratica ora riconosciuta come sbagliata. D'altro canto, anche i cristiani di origine giudaica avevano una loro debolezza proprio nell'osservanza delle pratiche ebraiche anche dopo essersi convertiti a Cristo. Questo era sicuramente uno dei motivi di tensione all'interno della comunità. Ma la lettera 
offre anche numerosi indizi sulle cause delle divisioni che sicuramente erano presenti: la ricerca di una sapienza "per pochi", la tendenza al settarismo e al mettere gli apostoli in competizione, l'enfasi sui carismi spirituali a discapito dell'amore fraterno. Dopo circa sei anni dalla sua fondazione da parte dell'apostolo Paolo, questa comunità era caduta in una grave crisi sociale e spirituale, alla quale l'apostolo cerca di rimediare intervenendo punto per punto su tutte le criticità che erano emerse. Una chiesa sana si era trasformata in una chiesa con molte malattie, le cui cure sono tutte presenti proprio nelle due preziose lettere di Paolo a loro rivolte e incluse nel canone neotestamentario. Le indicazioni per il problema della carne sacrificata agli idoli, diventa però in questo contesto una possibilità per trattare del più ampio ed importante tema relativo alla libertà del cristiano. Il pastore protestante Martin Luther King scrisse: "la mia libertà finisce dove inizia la vostra"; e proprio questa frase secondo me potrebbe rappresentare al meglio l'argomento di questo intero capitolo della lettera. Il problema vero infatti non sono gli idoli in sé, né mangiare la carne ad essi sacrificata. L'idolo infatti è nulla nel mondo, in quanto esiste un solo ed unico vero Dio. I termini del problema perciò vengono traslati dall'oggettività di una pratica alla sua soggettività, ossia alla coscienza di coloro che la compiono. Nella lettera a Tito, leggiamo sempre in merito alle prescrizioni giudaiche che "tutto è puro per quelli che sono puri, ma nulla è puro per i contaminati e gli increduli": un'espressione differente che presenta la medesima realtà spirituale. Ci sono pratiche che per i giudei sono impure, ma che per i cristiani maturi sono in realtà neutre, infatti nulla è impuro in sé stesso alla luce del Vangelo di Cristo. In questo momento però arriva un "ma" che a mio avviso rappresenta il cuore dell'intero brano e dell'insegnamento tanto prezioso per i corinzi e per i cristiani di ogni tempo: "ma non in tutti è la conoscenza". Nella comunità ci sono infatti cristiani deboli. La loro osservanza a questa regola alimentare è un modo per onorare Dio, non sapendo che in realtà non avrebbero questo limite. Non è solo una questione di conoscenza o meno di una regola, ma di sensibilità della propria coscienza e misura della propria fede. La soluzione infatti non è semplicemente spiegare a questi fratelli che possono mangiarne senza aver per questo motivo trasgredito alcuna legge, ma piuttosto rispettare la loro coscienza ed evitare di mangiare queste carni per amore fraterno! 

Quante volte abbiamo ascoltato la famosa frase: "la conoscenza gonfia ma l'amore edifica"? Quante volte l'abbiamo ascoltata in relazione alla pericolosità della teologia a favore di una semplicità di vita e di servizio amorevole al prossimo, oppure una concezione di fede più semplice "senza cavilli dottrinali"? Ebbene, in realtà non è questo l'argomento che l'apostolo Paolo sta trattando, non è questo che sta dicendo. Egli sta affermando che se qualcuno ha una misura di fede maggiore e una conoscenza maggiore, non deve assolutamente ostentarla di fronte a chi è più debole, perché il fratello più debole potrebbe scandalizzarsi. Se c'è qualcuno che reputa un giorno più importante di un altro per il Signore, io, sapendo che in realtà tutti i giorni sono uguali, non ho alcun mandato di convincere a forza il fratello che tutti i giorni in realtà sono uguali ma anzi, sono tenuto ad osservare la santità di quel giorno in presenza del fratello per non scandalizzarlo. Questo ovviamente non legittima il tradizionalismo o il legalismo in quanto è vincolato alla sincera devozione personale e spirituale per il Signore, e ad un percorso di crescita e santificazione. Il problema non è studiare le Scritture, ma piuttosto non rendersi conto delle diverse sensibilità dei propri fratelli e calpestarle con la propria conoscenza. 

Smettiamo dunque di giudicarci gli uni gli altri; decidetevi piuttosto a non porre inciampo sulla via del fratello, né a essere per lui un'occasione di caduta. Io so e sono persuaso nel Signore Gesù che nulla è impuro in se stesso; però se uno pensa che una cosa è impura, per lui è impura. Ora, se a motivo di un cibo tuo fratello è turbato, tu non cammini più secondo amore. Non perdere, con il tuo cibo, colui per il quale Cristo è morto! Ciò che è bene per voi non sia dunque oggetto di biasimo; perché il regno di Dio non consiste in vivanda né in bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo. Poiché chi serve Cristo in questo, è gradito a Dio e approvato dagli uomini. Cerchiamo dunque di conseguire le cose che contribuiscono alla pace e alla reciproca edificazione. Non distruggere, per un cibo, l'opera di Dio. Certo, tutte le cose sono pure; ma è male quando uno mangia dando occasione di peccato. È bene non mangiare carne, né bere vino, né fare cosa alcuna che porti il tuo fratello a inciampare. Tu, la fede che hai, serbala per te stesso, davanti a Dio. Beato colui che non condanna se stesso in quello che approva. Ma chi ha dei dubbi riguardo a ciò che mangia è condannato, perché la sua condotta non è dettata dalla fede; e tutto quello che non viene da fede è peccato.
Romani 14:13-23

La vita spirituale non consiste in vivanda, né in bevanda. Non consiste in carne o pesce, acqua o vino; sabato o domenica. La vita spirituale consiste in pace e gioia nello Spirito Santo. Quando la nostra consapevolezza spirituale porta turbamento nell'assemblea, minando alla pace e alla gioia nello Spirito Santo, è necessario fermarsi e cambiare attitudine per venire incontro ai nostri fratelli e alle nostre sorelle. Quello che è più importante infatti non è avere ragione, ma edificare. Trasmettere fede e non dare, invece, occasione di peccato. Nel cristianesimo del primo secolo, questo problema si è sviluppato inizialmente nelle occasioni di pasto comunitario, ma il principio spirituale della libertà nell'amore è valido per ogni altro argomento. Il grosso problema successivo sarebbe stato quello della circoncisione dei credenti non ebrei, e sebbene Paolo si sia giustamente battuto con fervore per non tradire la completezza e l'integrità del Vangelo nella Chiesa, farà in ogni caso circoncidere il suo collaboratore Timoteo (Atti 16:3) per poter continuare ad evangelizzare senza impedimento i giudei non ancora convertiti. Così come Cristo spogliò sé stesso per raggiungere gli uomini, allo stesso modo ogni cristiano è chiamato a lasciare i propri diritti per raggiungere coloro che non conoscono il Signore o che sono ancora deboli nella fede. Tutto questo però senza svilire o annacquare la pienezza del Vangelo; ma al contrario per l'edificazione della Chiesa, alla gloria di Dio. 
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