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domenica 25 marzo 2018

L'ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme nel Vangelo secondo Marco

















1. LA LETTURA

Il Vangelo secondo Marco è più breve di quello secondo Luca e Matteo, e denota un ritmo serrato e una narrazione avvincente. Secondo i moderni esegeti è il primo Vangelo ad essere stato scritto, probabilmente intorno all'anno 70 d.C.1 

Marco raccoglie prima di altri una preesistente raccolta di detti di Gesù2 inserendola però in una accurata cornice narrativa, che racconta dall'inizio alla fine le circorstanze che portarono Gesù alla morte di croce e alla sua successiva risurrezione. Lo schema letterario dell'opera risulta composto nel seguente modo:3
- Introduzione (1:1-13)
tesi: vangelo di Gesù, messia, figlio di Dio (1:1)
trittico introduttivo (1:2-13)

- Parte prima: vangelo di Gesù come messia che proclama il regno di Dio (1:14-8:30)
a) azione di Gesù e risposta dei farisei;
b) azione di Gesù e risposta del popolo;
c) azione di Gesù e risposta dei discepoli.

- Parte seconda: vangelo di Gesù come figlio di Dio che muore e risuscita (8:31-16:8)
a) mentre attraversa a piedi la Galilea e la Giudea Gesù si dirige a Gerusalemme, annunciando la sua morte e risurrezione;
b) attività di Gesù a Gerusalemme prima della passione;
c) passione, morte e proclamazione della risurrezione a Gerusalemme.
In questo quadro generale, l'intenzione di questo approfondimento è di avvicinarsi alla comprensione dei primi undici versetti dell'undicesimo capitolo: il brano che apre l'attività di Gesù a Gerusalemme e che anticipa la sua passione nella capitale (Parte seconda, b). 

Leggiamo ora direttamente dal nostro testo:

Quando furono giunti vicino a Gerusalemme, a Betfage e Betania, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate nel villaggio che è di fronte a voi; appena entrati, troverete legato un puledra d'asino, sopra il quale non è montato ancora nessuno; scioglietelo e conducetelo qui da me. Se qualcuno vi dice: "Perché fate questo?" rispondete: "Il Signore ne ha bisogno, e lo rimanderà subito qua"». Essi andarono e trovarono un puledro legato a una porta, fuori, sulla strada, e lo sciolsero. Alcuni tra quelli che erano lì presenti dissero loro: «Che fate? Perché sciogliete il puledro?» Essi risposero come Gesù aveva detto. E quelli li lasciarono fare. Essi condussero il puledro a Gesù, gettarono su quello i loro mantelli ed egli vi montò sopra. 

Molti stendevano sulla via i loro mantelli; e altri, delle fronde che avevano tagliate nei campi. Coloro che andavano avanti e coloro che venivano dietro gridavano: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il regno che viene, il regno di Davide, nostro padre! Osanna nei luoghi altissimi!» Gesù entrò a Gerusalemme nel tempio; e dopo aver osservato ogni cosa intorno, essendo già l'ora tarda, uscì per andare a Betania con i dodici.
Marco 11:1-11 

2. L'ESEGESI

Seguendo la narrazione del brano, possiamo distinguere due momenti distinti: il primo che riguarda la preparazione dell'entrata nella città santa e il secondo che descrive l'ingresso vero e proprio. L'azione parte a Betfage e Betania, presso monte degli Ulivi.  Questa indicazione non è certamente casuale, in quanto leggiamo nel libro del profeta Zaccaria:

Poi il SIGNORE si farà avanti e combatterà contro quelle nazioni,
come egli combatté tante volte nel giorno della battaglia.
In quel giorno i suoi piedi si poseranno sul monte degli Ulivi,
che sta di fronte a Gerusalemme, a oriente,
e il monte degli Ulivi si spaccherà a metà, da oriente a occidente,
tanto da formare una grande valle;
metà del monte si ritirerà verso settentrione
e l'altra metà verso il meridione.
Zaccaria 14:3,4

Proprio nel monte degli Ulivi, dove era stato profetizzato l'intervento salvifico di Jahvè, Gesù dà istruzione a due discepoli di predisporre quel che era necessario per il momento che stava per arrivare. Egli chiede di prendere una puledra d'asino su cui non era ancora salito nessuno, secondo un altro oracolo dello stesso profeta:

Esulta grandemente, o figlia di Sion,
manda grida di gioia, o figlia di Gerusalemme;
ecco, il tuo re viene a te;
egli è giusto e vittorioso,
umile, in groppa a un asino,
sopra un puledro, il piccolo dell'asina. 

Zaccaria 9:9

Anticipando la possibile obiezione istruisce i discepoli su come rispondere, facendo rilevare come il vero proprietario dell'animale sia in realtà Gesù, riconosciuto tale proprio in virtù dell'ingresso messianico nella sua identità di Signore. I discepoli ubbidiscono, rispondono all'obiezione in quel modo, e conducono il puledro a Gesù. Egli non entra in Gerusalemme con il cavallo da guerra così come fanno i sovrani conquistatori, ma con un puledro, che auspica l'arrivo del principe della pace, richiamando alla mente anche la descrizione del cerimoniale di incoronazione di Salomone:

Poi il re Davide disse: «Chiamatemi il sacerdote Sadoc, il profeta Natan e Benaia, figlio di Ieoiada». Essi vennero alla sua presenza e il re disse loro: «Prendete con voi i servitori del vostro signore, fate salire Salomone mio figlio sulla mia mula, e conducetelo a Ghion. In quel luogo il sacerdote Sadoc e il profeta Natan lo ungeranno re d'Israele. Poi suonate la tromba e gridate: "Viva il re Salomone!" Voi risalirete al suo seguito, ed egli verrà, si metterà seduto sul mio trono, e regnerà al mio posto. Io nomino lui come principe d'Israele e di Giuda».
1 Re 1:32-35

A questo punto inizia la descrizione dell'entrata vera e propria.
Il gruppo di Gesù dovette essere uno dei tanti costituiti dai pellegrini che in quel momento stavano entrando a Gerusalemme in occasione della festa liturgica più importante del calendario giudaico, ma i presenti stendono sulla loro via dei mantelli e delle fronde tagliate dai campi come segno di gloria e onore, ricordando in questo caso il rituale di intronizzazione di Jeu:

Allora ognuno di essi si affrettò a togliersi il mantello e a stenderlo sotto Ieu su per i nudi gradini; poi suonarono la tromba, e dissero: «Ieu è re!»   

2 Re 9:13 

La folla a questo punto acclama Gesù con una serie di brevi frasi per lo più riprese dal Salmo 118. Questo Salmo in origine era recitato nell'anniversario dell'intronizzazione del re, ed era proclamato dal pio giudeo nel momento dell'ingresso nel tempio durante le feste di pellegrinaggio.4 L'ovazione "Osanna!" significa in particolare "dona salvezza", e mette in risalto come la speranza messianica del popolo abbia ora il suo compimento proprio in Gesù.5 Il significato teologico dell'episodio riguarda quindi Gesù che entra a Gerusalemme come re di Israele, come principe della pace, come donatore della salvezza di Jahvè: e tutto questo in accordo con la sua consapevolezza, con il seguito dei suoi discepoli e con il riconoscimento degli altri pellegrini giudei. In questa veste egli si dirige subito nel tempio, il luogo al centro di ogni liturgia religiosa. Arrivando il tramonto non risiede a dormire in Gerusalemme ma torna a Betania, situata comunque entro i confini religiosi della città e luogo di appoggio per il suo ministero. Qui passerà la notte con i dodici. 

3. L'ATTUALIZZAZIONE 

Da un punto di vista di fede questo brano - presentando Gesù in un modo ben specifico - solleva inevitabilmente diverse domande che richiedono risposte intime e personali. Nel Vangelo secondo Marco se fino al c.8 v.30 egli è presentato prima di tutto come messia e nei testi successivi egli si rivela negli insegnamenti come Figlio di Dio, proprio nel nostro brano viene invece pubblicamente riconosciuto come messia regale e come il Figlio di Dio che sta per entrare nella città santa per portare la salvezza tanto attesa. Che tipo di salvezza? La salvezza da una vuota religiosità, dalla sofferenza che contraddistingue l'esistenza umana, dall'assenza della speranza e dall'oppressione di ogni tipo. Laddove Gesù prima di questo momento ha predicato e operato miracoli nelle campagne periferiche, ora si dirige regalmente verso il tempio, mostrando in questo modo come la presenza di Dio stia tornando nel centro spirituale di Giuda/Israele per un momento unico nella dinamica della salvezza divina. Il secondo tempio che non ha mai avuto al suo interno l'arca dell'alleanza come segno visibile della presenza di Dio ora accoglie Gesù, abitazione del Logos di Dio (Gv. 1:14), mostrando in questo modo un intervento divino che in parte adempie gli oracoli degli antichi profeti ed in parte sta per realizzare qualcosa di radicalmente nuovo e inatteso, ma ugualmente salvifico ed eterno: la morte del Figlio di Dio per la vita di tutti i figli di Dio. 

In questo quadro però il riconoscimento dato a Gesù si scontra con un appello rivolto direttamente a noi stessi. Se loro hanno riconosciuto Gesù come messia regale e Figlio di Dio infatti, noi lo abbiamo già fatto? Non è una domanda scontata. Riconoscere Gesù come re - come proprio re - significa riconoscere in lui e nei suoi insegnamenti l'autorità ultima per la propria vita e per le scelte grandi e piccole della propria quotidianità. Si tratta di riconoscere in lui un potere di governo su di noi e non solo a parole, ma anche e soprattutto con i fatti. Se riconosciamo Gesù come il nostro re, come il messia e il Figlio di Dio, allora la Pasqua avrà significato per noi: un significato di salvezza eterna. Ma se non lo facciamo, saremo solo osservatori e non protagonisti della salvezza divina.  In chi ci possiamo riconoscere: in coloro che osservavano gli eventi o in coloro che erano parte di quei "molti" che stendevano i loro mantelli sulla via di Gesù invocando la salvezza di Dio? Questo può essere il momento giusto per far chiarezza dentro di noi, per capire qual è l'attitudine del nostro cuore e la risposta che vogliamo dare. La buona notizia èche Gesù è arrivato, e ha portato la salvezza tanto attesa. La buona notizia è che noi oggi possiamo riconoscerlo in questo modo così come è stato durante l'evento che abbiamo considerato. La buona notizia è che lui tornerà per finire quello che ha iniziato e portare a compimento il suo regno, dove non ci sarà più alcun pianto, alcun dolore e alcuna ingiustizia e dove tutti i figli di Dio potranno finalmente vedere il suo volto faccia a faccia. 

4. CONCLUSIONE  

Il brano dell'ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme riveste un significato importante tanto a livello letterario quanto a livello teologico e spirituale. Da una parte infatti esso è collocato nel periodo che anticipa gli eventi della passione del Signore, dando il via a un conto alla rovescia che troverà il suo culmine proprio nella croce. Dall'altra parte invece costituisce uno snodo cruciale nel riconoscimento dell'identità di Gesù e nel significato della sua missione, assumendo su di sé in questa circostanza l'eredità profetica propria dell'intervento escatologico del Signore e dell'incoronazione regale in Israele. 

Gesù entra a Gerusalemme come portatore della salvezza di Jahvè, come re di Israele/Giuda rispettando l'attesa dei tanti secoli passati. Tuttavia negli eventi successivi egli non instaurerà in questa occasione il suo regno - come ci si potrebbe attendere - ma soffrirà e morirà a causa delle nostre iniquità (Is. 53:5) per poi risorgere il terzo giorno dopo la sua morte e chiamare all'esistenza la Chiesa, in attesa del suo ritorno. A livello teologico ci troviamo anche noi proprio in questo momento alla fine dei tempi, ed è in questo momento che anche noi dobbiamo prendere una posizione per decidere se seguire o meno Gesù, il messia e il Figlio di Dio. Se stendere il nostro mantello ai suoi piedi, se acclamarlo come re della nostra vita.



Note:

[1] Rafael Aguirre Monasterio e Antonio Rodriguez Carmona, Vangeli sinottici e Atti degli Apostoli, Brescia, Paideia, 1995, p. 147. 
[2] Ibid. p. 30. 
[3] Ibid. p. 98. 
[4] Santi Grasso, Vangelo di Marco - nuova versione, introduzione e commento, Milano, Paoline, 2003, p. 281.  
[5] Id. Ibid.  

domenica 18 febbraio 2018

Dal senso di abbandono allo spirito di figliolanza

















Nota: Questi sono gli appunti di un sermone che ho predicato il 30 luglio 2017 nella Missione Oikos di Como.

Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l'essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma svuotò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce. Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre.
Filippesi 2:5-10

Come abbiamo appena letto, pur essendo in forma di Dio Gesù non considerò l'essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente. Soffermandoci a riflettere possiamo domandarci: perché Gesù riuscì a non considerare la propria divinità qualcosa da preservare gelosamente ad ogni costo? 

Una possibile risposta è perché egli era dall'eternità certo della propria condizione e dell'amore infinito ricevuto dal Padre e ricambiato a lui.

Noi però non siamo in questa condizione, anzi, per natura noi nasciamo con una frattura nella relazione con Dio e portiamo nel nostro DNA il senso di abbandono dei nostri progenitori Adamo ed Eva. Provate a pensare come si dovessero sentire, quando furono messi alla porta dal giardino di Eden. Coperti da una pelliccia, soli, con la consapevolezza di aver tradito l'Onnipotente Dio Creatore. I primi giorni, i primi mesi non dovettero essere per nulla semplici. Il racconto biblico ci presenta questa descrizione:

Così egli scacciò l'uomo e pose a oriente del giardino d'Eden i cherubini, che vibravano da ogni parte una spada fiammeggiante, per custodire la via dell'albero della vita.

Genesi 3:24

Mentre se ne andavano, Adamo ed Eva hanno senza dubbio guardato alle spalle e hanno potuto vedere i cherubini con una spada di fuoco a guardia dell'ingresso e a segno del loro tradimento. Ebbene, possiamo dire - considerato il dato biblico, nonché quello esperienziale - che questa stessa condizione di separazione è restata nella loro discendenza, arrivando fino a noi. Ma il proposito di Dio non è mai stato quello di vivere lontano dall'uomo, anzi, è stato quello di vivere INSIEME a lui. Ed è per questo che Gesù ha portato ad effetto la volontà del Padre, prendendo su di sé "l'iniquità di tutti noi" (Is. 53:6). Nel vangelo di Matteo in relazione al momento della crocifissione leggiamo:

E, verso l'ora nona, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lamà sabactàni?», cioè: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano: «Costui chiama Elia».
Matteo 27:46, 47

Sulla croce Gesù ha preso su di sé tutto l'abbandono di Dio, tutta la sua ira. E lo ha fatto al posto nostro. Successivamente, dopo la resurrezione e l'ascensione, avendo vinto ogni disubbidienza con la sua ubbidienza fino alla morte di croce, Dio ha potuto mandare il Consolatore, lo Spirito Santo nel cuore dei credenti.

E voi non avete ricevuto uno spirito di servitù per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito di adozione, mediante il quale gridiamo: «Abbà! Padre!»  Lo Spirito stesso attesta insieme con il nostro spirito che siamo figli di Dio. Se siamo figli, siamo anche eredi; eredi di Dio e coeredi di Cristo, se veramente soffriamo con lui, per essere anche glorificati con lui.

Romani 8:15-17

Quale meraviglia! Vediamo che in questi eventi si è effettuato un vero e proprio scambio reso possibile dalla pura misericordia e grazia di Dio. In origine, dopo il peccato adamitico, i figli di Adamo dicevano «Elì, Elì, lamà sabactàni?» (Salmo 22:1), mentre Gesù poteva dire «Abbà! Padre!». Ma  nel cuore del Padre c'era tristezza per la solitudine che l'uomo aveva causato con la propria disobbedienza. Allora il Padre, in accordo con il Figlio e lo Spirito ha decretato una vera e propria sostituzione. Ed è stato Gesù a dire «Elì, Elì, lamà sabactàni?» affinché noi potessimo dire per mezzo dello Spirito «Abbà! Padre!».

È avvenuto uno scambio: Gesù ha preso (momentaneamente) la nostra separazione da Dio, così che noi potessimo ricevere la sua figliolanza (per sempre). Questa è una realtà spirituale che è già decretata e avvenuta, ma della quale in quanto credenti dobbiamo prendere piena consapevolezza. Perché è su questo presupposto e con questa cognizione e con questo Spirito che noi possiamo a nostra volta avere in noi lo stesso sentimento di Cristo Gesù. Da separati da Dio non potremo mai avere la possibilità di essere umili, perché ne va della nostra sopravvivenza! Ma da figli, noi abbiamo tutta la dignità per poter percorrere la via dell'umiltà senza sentirci inferiori perché lo Spirito dentro di noi ci ricorda chi siamo, e ce lo ricorda anche quando siamo impopolari, quando facciamo lavori umili, quando nessuno ci capisce, quando facciamo delle rinunce per amore. Solo vivendo quotidianamente la nostra realtà di figli amati, possiamo essere più simili al Figlio. Dobbiamo perciò abbandonare ogni senso di competizione, ogni pretesa di superiorità o complesso di inferiorità, ogni difesa e ogni diritto. Ma dobbiamo farlo in un solo ed unico modo: con la comunione, con la forza e con “l'identità famigliare” dello Spirito Santo. Per questo motivo, oggi possiamo chiedere a Dio una fresca rivelazione sul suo grande amore, sulla nostra figliolanza e sulla comunione con lo Spirito in noi. Per questo motivo possiamo rialzarci se siamo caduti e riprendere il nostro percorso con una rinnovata forza e determinazione comprendendo meglio chi siamo e dove stiamo andando.

Il tutto per la nostra riconciliazione, riabilitazione e salvezza; per il sacrificio di Cristo, per la gloria di Dio.

domenica 11 febbraio 2018

Nessuno ha mai visto Dio, ma...




I. IL TESTO

Nel prologo introduttivo del Vangelo secondo Giovanni incontriamo presto questa considerazione di carattere centrale per la comprensione cristiana della propria identità, del giudaismo, dell'Antico Testamento e - in ultima analisi - di ogni aspetto della vita che ci circonda:

Nessuno ha mai visto Dio; l'unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l'ha fatto conoscere.
Giovanni 1:18 

Da un punto di vista letterario, identificandolo come parte dell'inno originale del prologo, possiamo comporre questo testo in versi nel seguente modo:1

Nessuno ha mai visto Dio;
è l'Unigenito Dio,
sempre accanto al Padre,
che Lo ha rivelato.

In una struttura a chiasmo possiamo accostare in effetti il fatto che nessuno ha mai visto Dio con il fatto che l'Unigenito Dio lo ha fatto conoscere/rivelato secondo un'efficace contrapposizione. Il secondo accostamento invece, quello più interno, riguarda il fatto che l'Unigenito Dio è accanto/nel seno del Padre. Naturalmente quest'ultimo aspetto è quello centrale, che legittima de facto quello più esterno: l'Unigenito cioè può far conoscere il Padre proprio perché è nel suo seno/accanto a lui. "L'Unigenito Dio" è la lettura data da alcuni dei migliori manoscritti greci (inclusi P66 e P75), mentre altri manoscritti riportano "L'Unigenito Figlio".2 Il significato teologico in ogni caso è il medesimo in quanto nel brano precedente Giovanni ha già identificato la Parola con il Figlio, e il Figlio con Dio.3 

Entrando adesso nello specifico del senso teologico possiamo avvicinarci meglio ai suoi due aspetti fondamentali, per poter tracciare brevemente alcune principali conseguenze.

II. "TU NON PUOI VEDERE IL MIO VOLTO" 
 
Nell'affermazione che nessuno ha mai visto Dio, Giovanni pensa probabilmente al seguente episodio veterotestamentario:4

Mosè disse: «Ti prego, fammi vedere la tua gloria!» Il SIGNORE gli rispose: «Io farò passare davanti a te tutta la mia bontà, proclamerò il nome del SIGNORE davanti a te; farò grazia a chi vorrò fare grazia e avrò pietà di chi vorrò avere pietà». Disse ancora: «Tu non puoi vedere il mio volto, perché l'uomo non può vedermi e vivere». E il SIGNORE disse: «Ecco qui un luogo vicino a me; tu starai su quel masso; mentre passerà la mia gloria, io ti metterò in una buca del masso, e ti coprirò con la mia mano finché io sia passato; poi ritirerò la mano e mi vedrai da dietro; ma il mio volto non si può vedere».
Esodo 33:18-23


L'uomo non può vedere il Signore e vivere, al massimo può vederne "le spalle". Questa indicazione è radicata a fondo nella fede giudaica, sebbene ci siano nelle Scritture diverse eccezioni. Tali eccezioni però riguardano teofanie antropomorfiche, ossia delle apparizioni di Dio in forma umana per poter comunicare in modo efficace un determinato messaggio. Questo è prova del fatto che è intenzione di Dio istruirci su cose nelle quali l'uomo non ha conoscenza diretta (come i suoi attributi) in termini di realtà a noi noti.5 Lo scopo di tutto questo è portare a una crescita di consapevolezza spirituale, ma proprio per le caratteristiche di questa forma di comunicazione dobbiamo stare attenti ai possibili fraintendimenti delle parole, come è noto da tempo per i teologi. Nel linguaggio umano infatti le parole sono nate per identificare realtà visibili e tangibili. Se però, come nel nostro caso, utilizziamo alcune parole per identificare realtà invisibili come quella di Dio dobbiamo comprendere che lo possiamo fare per assomiglianza più che per esattezza. Diviene quindi necessario un discernimento per comprendere il senso oltre la forma. Se il testo di Genesi riporta che Dio camminava nel giardino - per fare un esempio (cfr. Gen. 3:8) - questo non vuol dire che egli ha le gambe, ma piuttosto che era lì presente. Nessuno ha mai visto Dio, e per questo motivo dobbiamo essere attenti a comprendere il senso di un testo (anche biblico) o discorso teologico, realizzando i termini di questa difficoltà intrinseca.

Di per sé questa è una brutta notizia, mettendo davanti ai nostri occhi una limitazione pesante e inviolabile. Ma a questa notizia il versetto che stiamo esaminando ne fa seguire un'altra, decisamente migliore, che la ridefinisce secondo un nuovo e inedito punto di vista.  

III. COLUI CHE LO HA FATTO CONOSCERE

Nella continuazione infatti leggiamo un ulteriore elemento che dissolve molta della tensione generata dalla affermazione precedente: l'Unigenito Dio nel seno del Padre è colui che lo ha fatto conoscere. Questo è l'innovativo contributo che Giovanni - e il primo cristianesimo insieme a lui - dà al problema. Nessuno ha mai visto Dio - è vero - ma Gesù Cristo è colui che lo ha fatto conoscere, in virtù della sua vicinanza a lui. Gesù diviene quindi la chiave per comprendere al meglio Dio Padre, anzi, ancora di più: egli diviene la nuova prospettiva attraverso la quale ri-considerare non solo l'identità di Dio, ma anche l'Antico Testamento, noi stessi (in quanto sue creature) e tutto il mondo che ci circonda (in quanto sua creazione). 

Aprendo un breve approfondimento testuale, possiamo vedere che le diverse traduzioni italiane "fatto conoscere" e "rivelato" rendono il verbo greco exēgeomai che significa generalmente "narrare, riferire, informare".6 Nel nostro specifico contesto questo verbo descrive quindi l'attività di condividere informazioni ottenute per esperienza diretta. Come fa notare Bosetti, questa "narrazione del Padre" viene descritta quasi come una esegesi, ossia come una interpretazione, che però in questo caso risulta essere ultima e definitiva.7 L'Unigenito Dio che è nel seno del Padre è l'unico che lo ha visto e per questo motivo lo può spiegare e raccontare con una precisione unica. Questa è la consapevolezza di Giovanni e dei primi cristiani e questa deve essere anche la nostra consapevolezza ventuno secoli dopo di loro. Finché saremo su questa terra conosceremo e profetizzeremo sempre e solo in parte (cfr. 1 Cor. 13:9), ma gli insegnamenti di Cristo e il significato del suo sacrificio rimarranno come garanzia della comprensione il più vicina possibile per quanto ci è consentito alla realtà del Padre. E di certo, tutto questo non è poco, e non è per uno scopo da poco conto. 

Ecco perché la figura vivente di Gesù, spiritualmente sempre con noi (cfr. Mt. 28:20), non può che essere il centro costante di ogni esperienza cristiana. Ecco perché i suoi insegnamenti consolidati nel Nuovo Testamento non possono che essere la nostra guida in ogni aspetto della vita. Ecco perché egli, in quanto Parola Vivente, può aiutarci a comprendere al meglio la Parola di Dio scritta (cfr. Lc. 24:27). Il Vangelo di Giovanni è stato scritto "affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e, affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome". Nel suo nome possiamo avere vita, nel suo nome possiamo tornare anche noi al Padre (cfr. 2 Cor. 5:20) per poterlo conoscerlo perfettamente e direttamente nell'ultimo giorno. Quel giorno finalmente:

Non ci sarà più nulla di maledetto. Nella città vi sarà il trono di Dio e dell'Agnello; i suoi servi lo serviranno, vedranno la sua faccia e porteranno il suo nome scritto sulla fronte.
Apocalisse 22:3-4
IV. CONSIDERAZIONI FINALI

In questo breve percorso racchiuso dal singolo versetto di Gv. 1:18 possiamo identificare due essenziali aspetti della testimonianza cristiana. Il primo riguarda il fatto che nessuno ha mai visto Dio, il secondo riguarda il fatto che solo il Figlio lo conosce intimamente e solo lui lo ha potuto rivelare/raccontare/far conoscere nel modo migliore. In questa esclusività alcuni esegeti hanno letto una possibile polemica contro coloro che rivendicavano altri modi per conoscere intimamente il Padre.8 Questo aspetto è probabile per l'epoca dell'autore e resta di interesse attuale anche per i nostri tempi. La centralità di Cristo compresa e predicata in età apostolica e riscoperta durante la Riforma del XVI secolo con il motto Solus Christus è stato infatti più volte osteggiato per motivi diversi e più volte difeso dalle comunità cristiane che ne hanno esperienza diretta. Tuttavia, questo principio deve anche essere vissuto con la consapevole limitatezza della dialettica umana e con l'anelito al tempo futuro nel quale finalmente Dio sarà tutto in tutti (1 Cor. 15:28) e sarà finalmente visibile nella sua perfezione, al di fuori dei limiti dell'età presente.




[1] vedi: Raymond E. Brown, Giovanni: commento al vangelo spirituale, 2005, Cittadella Editrice.
[2] Id. Ibid
[3] A.A.V.V., Grande commentario biblico Queriniana, I rist., 1974, Brescia, Queriniana, p. 1379.
[4] Id. Ibid. 
[5] Wayne Grudem, Teologia sistematica, Chieti, 2014, Ed. GBU, p. 197. 
[6] Horst Balz, Gerhard Schneider, Dizionario Esegetico del Nuovo Testamento, Brescia, Paideia Editrice, 2004 (unico volume), 1252. 
[7] Elena Bosetti, Vangelo secondo Giovanni (cc. 1-11), Edizioni Messaggero Padova, 2013, p. 30. 
[8] H. Balz, G. Schneider, Dizionario Esegetico del Nuovo Testamento, Brescia, Paideia Editrice, 2004 (unico volume), 1252.
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