Archivio blog

Cerca nel blog

domenica 22 gennaio 2017

L'ubbidienza della fede fra gli stranieri

A me, dico, che sono il minimo fra tutti i santi, è stata data questa grazia di annunciare agli stranieri le insondabili ricchezze di Cristo.
Efesini 3:8 

La lettera ai Romani è senza dubbio la più importante opera teologica dell'apostolo Paolo giunta fino a noi. Proprio questa lettera diede l'impulso principale al nuovo orientamento teologico di Agostino, di Lutero e della riforma protestante, e dei moltissimi teologi che nel corso della storia del cristianesimo non hanno potuto evitare di essere profondamente toccati da questi insegnamenti così ricchi e vividi.1 Arrivando ai giorni nostri, negli ultimissimi anni del XX secolo, il teologo James D.G. Dunn seppe identificare con facilità il "posto migliore in cui collocarsi per iniziare a dialogare con Paolo", identificando questo posto esattamente con la lettera ai Romani2, utilizzando di conseguenza proprio questa lettera come filo conduttore per il suo libro sulla teologia paolina. Romani è un testo fondamentale per comprendere il pensiero di Paolo, e dall'enorme contributo alla ricchezza del Nuovo Testamento nel suo insieme.

Questa epistola è stata scritta in un momento molto particolare della vita dell'apostolo: dopo aver evangelizzato ampiamente i territori bagnati dal Mar Egeo, e in attesa di raggiungere in un futuro incerto gli "estremi confini della terra", ossia la Spagna. Proprio a metà tra questo passato e i desideri circa le missioni successive - molto probabilmente durante l'inverno tra il 57 e il 58 d.C. a Corinto - Paolo decide di scrivere una sintesi personale della sua esperienza cristiana e di inviarla ai credenti che abitano a Roma, che ancora non conosce e che tratta di conseguenza con tutto il rispetto che merita il "terreno altrui"3, avendo comunque una certa autorità su di loro in quanto apostolo dei gentili.
 
Da un punto di vista letterario, avvicinandoci al testo dal suo inizio, possiamo riconoscere chiaramente un'introduzione epistolare costituita da tre momenti distinti:
  • Indirizzo (1:1-7)
  • Esordio (1:8-15)
  • Proposizione generale (1:16,17)4
Proprio l'indirizzo, ossia i primi sette versetti della lettera, vuole essere l'oggetto del presente approfondimento, nel desiderio di comprendere al meglio queste prime parole così profonde e già piene di grande significato

Dopo queste premesse, e dopo aver definito l'intento dell'articolo, possiamo accostarci ora al testo in sé, riflettendo su ogni parola, per poter assimilare più dettagli possibili e apprezzare fino in fondo questa apertura di così ampio respiro:

Paolo, servo di Cristo Gesù, chiamato a essere apostolo, messo a parte per il vangelo di Dio, che egli aveva già promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sante Scritture riguardo al Figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, dichiarato Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santità mediante la risurrezione dai morti; cioè Gesù Cristo, nostro Signore, per mezzo del quale abbiamo ricevuto grazia e apostolato perché si ottenga l'ubbidienza della fede fra tutti gli stranieri, per il suo nome - fra i quali siete anche voi, chiamati da Gesù Cristo - a quanti sono in Roma, amati da Dio, chiamati santi, grazia a voi e pace da Dio nostro Padre, e dal Signore Gesù Cristo. 
Romani 1:1-7

Il teologo Hans Küng, riconosce in queste parole una vera e propria confessione di fede, intesa non come un insieme di dogmi con motivazioni giuridiche (nel senso moderno del termine), ma come libera espressione della fede della comunità cristiana.5 Di certo, questo è l'indirizzo più solenne di tutte le lettere dell'apostolo Paolo, la cui prima proposizione viene ampliata fino a includere quasi tutti gli elementi fondamentali della predicazione cristiana primitiva.6 Paolo si presenta da solo, e lo fa con tre descrizioni: "servo di Cristo Gesù", "chiamato a essere apostolo", e "messo a parte per il vangelo di Dio". La primissima descrizione è quindi quella di servo, nel greco originale reso con il termine doulos. Nell'ellenismo questa parola ha quasi esclusivamente un senso degradante e dispregiativo, a causa dell'alta valutazione della libertà personale.7 Nell'Antico Testamento e nel giudaismo, però, l'uomo è consapevole di essere totalmente dipendente da Dio, ed essere scelti da lui per poterlo servire è, al contrario, un onore.8 Così è anche nell'utilizzo dell'apostolo Paolo, laddove tutti i credenti, essendo stati sottratti alle potenze schiavizzanti del peccato, della legge, della morte, del cosmo, sono resi figli di Dio: non con una libertà autonoma o dissoluta ma al servizio di Dio e di Cristo.9 Per l'appunto suoi servitori. Come prima presentazione quindi, Paolo si descrive come riscattato dalla schiavitù del peccato, per essere libero di servire Cristo. Ogni altra libertà di azione, o missione specifica è possibile proprio grazie a questa situazione spirituale. Il fatto di essere stato liberato dal potere delle tenebre per essere trasportato nel regno del Figlio (Col. 1:13), permette infatti di ricevere la propria chiamata - klētos - specifica, che nel caso di Paolo è quella relativa al ministero di apostolo (apostolos). Questa chiamata nelle lettere paoline viene contraddistinta dai seguenti elementi: la libera decisione di Dio per grazia, l'elezione (scelta) del chiamato a partire dal primo istante della sua esistenza (cfr. Ger. 1:5, Is. 49, 1 e 5), la vocazione per mezzo della grazia di Dio, la rivelazione di Gesù come Figlio di Dio e l'incarico storico-salvifico.10 Dio quindi decide liberamente in virtù della sua grazia di scegliere singole persone per illuminarle con la rivelazione di Gesù Cristo come Figlio di Dio, e chiamarle al servizio nel suo regno. La chiamata di Paolo ha un'origine e un'autorità divina, derivante non da una investitura celebrata da uomini ma da un intervento diretto di Dio, come descritto nel primo capitolo della lettera ai Galati. La chiamata specifica è a essere apostolo. Questa parola in sè significa inviato, e Paolo con questo termine designa in senso proprio il suo compito di predicare il vangelo: come messaggero e rappresentante del Signore crocifisso e risorto, egli è autorizzato a portare il vangelo alle comunità etnico-cristiane.11 Paolo chiama anche altre persone apostoli; aderisce al loro modo d'intendere l'apostolo e su questa base sottolinea la particolarità che gli spetta.12 La concezione dell'invio ha origine molto probabilmente nei profeti veterotestamentari, per poi svilupparsi nel cristianesimo, oltre che nel giudaismo postbiblico con il termine saliah.13 Paolo non è più schiavo del peccato ma è servo di Cristo Gesù, egli è stato chiamato da Dio per essere apostolo: inviato con lo scopo di predicare ai gentili e radunarli nel regno del Figlio. E' stato messo da parte per il vangelo di Dio. Messo da parte, e quindi (pre)scelto sin dal seno di sua madre per conoscere e predicare il vangelo di Dio (Gal. 1:15). Questo Paolo, scrive ai credenti che sono nell'importante capitale dell'Impero romano. 

Come apprendiamo dalle parole seguenti, vangelo di Dio non è una novità assoluta. Esso infatti era già stato promesso nell'Antico Testamento, e in particolare negli scritti dei profeti. La nuova economia non spunta nel nulla, ma affonda le sue radici in profondità in quella antica, costituendone il suo naturale (e spirituale) sviluppo. Le più antiche confessioni di fede che troviamo nel Nuovo Testamento sottolineano il fatto che tanto la morte quanto la risurrezione di Cristo avvennero secondo le Scritture (p. es: 1 Cor. 15:3,4), ed è possibile constatare questa stretta correlazione proprio con la lettura dei quattro vangeli canonici, e la loro associazione delle singole profezie antiche con le azioni e le parole di Gesù, culminate appunto con la sua crocifissione e con la sua risurrezione. L'Antico Testamento non è separato dal vangelo, non è separato dal Nuovo Testamento, e non è separato dalla Chiesa. Ma, al contrario, è compiuto nel vangelo, nel Nuovo Testamento, e nella Chiesa composta da Giudei e gentili (Mt. 5:17, Gv. 10:16). E' compiuto nel Figlio di Dio, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, e dichiarato Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santità mediante la risurrezione dai morti. Questa dichiarazione cristologica ben sintetizza la natura umana di Gesù, discendente del re Davide e quindi "venuto realmente in carne" e non soltanto con apparenza umana (2 Gv. 7). Nato con dinastia regale, e quindi con il pieno diritto alla sacra unzione di messia.14 Ma anche dichiarato Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito Santo mediante la risurrezione dei morti. Questa "dichiarazione", non può significare "predestinazione" (come affermavano Agostino e Pelagio) perché il termine originale è horizō e non proorízō, motivo per cui i commentatori moderni preferiscono tradurre con "designato, stabilito, costituito".15 Gesù, oltre ad essere nato come discendente di Davide, è anche stato costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito e attraverso l'evento della risurrezione dai morti. E' da notare che nel pensiero di Paolo Gesù era Figlio di Dio anche prima della sua incarnazione, morte e risurrezione16, ma questo evento ha decretato la costituzione di Figlio di Dio per l'appunto con potenza e secondo lo Spirito, ricevendo dal Padre piena autorità sopra ogni principato, potenza, signoria del mondo presente e futuro (Ef. 1:21). In Paolo, l'epiteto "Figlio di Dio" è usato nel contesto della "intronizzazione messianica", nei termini espressi nei Salmi 2 e 110, così come possiamo vedere anche in 1 Cor. 15:28 e 1 Ts. 1:9.17 Pienamente Figlio di Davide e Figlio di Dio, dunque, morto e risorto, riconosciuto dal Concilio di Calcedonia quattro secoli dopo la stesura della lettera ai Romani come un solo e medesimo Cristo, Signore, Figlio unigenito, che noi dobbiamo riconoscere in due nature, senza confusione, senza mutamento, senza divisione, senza separazione. Gesù Cristo, nostro Signore, autore di grazia e dell'apostolato. Grazia e apostolato che per Paolo hanno come scopo l'ubbidienza della fede fra tutti gli stranieri.
  
Questo infatti era lo scopo del ministero apostolico di Paolo, e questo è lo stesso scopo del ministero di innumerevoli servitori contemporanei e successivi a lui che sono entrati in questa fatica con lo stesso proposito: servire il Signore nel portare le persone di origine non ebraica all'ubbidienza della fede in Cristo Gesù. Alcuni apostoli sono stati chiamati per predicare il vangelo tra i giudei (Gal. 2:7), mentre altri - come Paolo - sono stati chiamati per predicare tra i gentili (Gal. 2:8). Un obiettivo enorme, quello di raggiungere con il vangelo le estremità della terra, di testimoniare ed evangelizzare ogni essere umano affinché credendo in Cristo possa ottenere salvezza nel suo nome. "Ottenere l'ubbidienza della fede fra gli stranieri per il suo nome", è un traguardo deciso da Dio e per il quale egli continua a chiamare nuovi servitori anche al giorno d'oggi, equipaggiandoli con potenza, con lo Spirito Santo e con piena convinzione (1 Ts. 1:5), per portare sempre più avanti, persona dopo persona, la salvezza del regno di Dio. Una mèta decretata dal Padre (Sl. 2:8), resa possibile dal Figlio (Mt. 28:18-20) e promossa dallo Spirito (2 Ts. 2:13). Il successo di questa missione non risiede nella capacità umana, ma nella volontà di Dio. Non risiede nelle parole, ma risiede nella potenza dello Spirito. L'unica cosa richiesta quindi, è solo ubbidire alla chiamata e servire Cristo, il Signore. Fare da ambasciatori per suo conto supplicando: siate riconciliati con Dio! (2 Cor. 5:20). Nel Nuovo Testamento leggiamo i molti riscontri positivi a questo annuncio, ma anche le molte persecuzioni perpetrate da chi ha respinto con odio il vangelo di Dio. Così è anche al giorno d'oggi. Moltissime persone sperimentano il ravvedimento e la fede in Cristo, ma molte altre tormentano i cristiani in ogni parte del mondo. Questo non deve stupire, perché è lo stato proprio dei discepoli del Signore: perseguitati ma non abbandonati, atterrati ma non uccisi, tribolati in ogni maniera ma non portati all'estremo, perplessi ma non disperati, esposti alla morte per amor di Gesù affinché anche la vita di Gesù si manifesti nella propria carne mortale (2 Cor. 4:8-11).

Tra "gli stranieri", c'erano anche i credenti di Roma di metà del I secolo, amati da Dio, e chiamati santi. Coloro ai quali è stata indirizzata questa lettera di Paolo di Tarso, servo di Cristo e apostolo dei gentili. Coloro che per primi lessero queste parole, custodendole e condividendole con le altre comunità e con le altre generazioni.
 
CONCLUSIONE

Tra le lettere dell'apostolo Paolo presenti nel canone neotestamentario, quella ai Romani è senz'altro la più elaborata, e quella di maggiore influenza nel pensiero teologico dei secoli successivi. Pur non raccogliendo tutti gli argomenti sui quali l'apostolo si è pronunciato, questo documento definisce un'ottima sintesi del suo pensiero, e una poderosa difesa della dottrina della salvezza per grazia mediante la fede. Anche solo la prima frase di apertura della lettera risulta così densa di insegnamenti da meritare tutta l'attenzione del lettore, e di ogni esegeta antico e moderno. La consapevolezza dell'incarico di Paolo è nitida e di esempio per ogni ministro cristiano. I concetti di servo, apostolo, chiamato, messo a parte, offrono una chiara guida per lo sviluppo del pensiero di ogni credente, e la formazione di una più ampia comprensione ecclesiologica. I titoli di Figlio di Davide (nato dalla stirpe di Davide) e Figlio di Dio con potenza, rivelano in modo speciale la natura e l'identità del Signore Gesù, offrendo una antica testimonianza della dottrina cristologica apostolica. Lo scopo dell'apostolato di Paolo infine, ossia l'ubbidienza della fede fra gli stranieri, esplicita la missione che la Chiesa ha perseguito in due millenni di presenza storica, trovando nuovo vigore per molte sue denominazioni proprio nell'attuale XXI secolo. In un'unica proposizione, troviamo in nuce l'essenza e la missione cristiana: il passato, il presente e il futuro di ogni credente che si fa trovare fedele nel suo servizio, nella viva attesa del ritorno del Signore.  



Note:

[1] Jordi Sanchez Bosh, Scritti paolini, Paideia, p. 232.
[2] James D.G. Dunn, La teologia dell'apostolo Paolo, Paideia, p. 52.
[3] J. S. Bosh, Scritti paolini, Paideia, pp. 235-237.
[4] Id. Ibid. p. 239. 
[5] Hans Küng, Cristianesimo (Terza edizione BUR Saggi, 2004), p. 58.
[6] Joseph A. Fitzmyer, Grande commentario biblico Queriniana, 1974, p. 1207. 
[7] Horst Balz, Gerhard Schneider, Dizionario Esegetico Del Nuovo Testamento, Paideia, I 928.
[8] Id. Ibid. I 929
[9] Id. Ibid. I 934.  
[10] Id. Ibid. I 1888,1889
[11] Id. Ibid. I 380. 
[12] Id. Ibid. I 381.
[13] Id. Ibid. I 382.    
[14] Joseph A. Fitzmyer, Grande commentario biblico Queriniana, 1974, p. 1207.  
[15] Id. Ibid.  
[16] Gerhard Schneider, Cristologia del Nuovo Testamento, Paideia, p. 90.
[17] Id. Ibid. p. 91.

martedì 27 dicembre 2016

Aspettando il ritorno del Signore (parte II): il mistero dell'empietà

Io vidi quel corno fare guerra ai santi e avere il sopravvento, finché non giunse il vegliardo.
Daniele 7:21,22a

"Mentre aspettiamo - esortazioni da 2 Tessalonicesi"
Dopo aver presentato un'introduzione alla Seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi ed aver commentato il primo capitolo nella prima parte dello studio chiamata fedeli nelle persecuzioni, possiamo in questa seconda parte addentrarci meglio nell'epistola soffermandoci sul secondo capitolo fino al versetto quindici. Come abbiamo già visto, la struttura letteraria dell'opera viene identificata in due esordi, due esortazioni e due conclusioni. In questo approfondimento tratteremo la prima esortazione (2:1-12) ed il secondo esordio (2:13-15). 

Dopo aver lodato la fedeltà del tessalonicesi, dopo averli rassicurati sulla giustizia di Dio manifestata proprio nella loro fedeltà e nella crudeltà dei loro persecutori (fedeltà e crudeltà che saranno rispettivamente onorate e punite da Dio nel giorno del Signore), dopo aver pregato per loro, l'apostolo Paolo inizia ad esortare questi cari credenti entrando nel vivo nell'argomento che voleva trattare.

Ora, fratelli, circa la venuta del Signore nostro Gesù Cristo e il nostro incontro con lui, vi preghiamo di non lasciarvi così presto sconvolgere la mente, né turbare sia da pretese ispirazioni, sia da discorsi, sia da qualche lettera data come nostra, come se il giorno del Signore fosse già presente. Nessuno vi inganni in alcun modo; poiché quel giorno non verrà se prima non sia venuta l'apostasia e non sia stato manifestato l'uomo del peccato, il figlio della perdizione, l'avversario, colui che s'innalza sopra tutto ciò che è chiamato Dio od oggetto di culto; fino al punto da porsi a sedere nel tempio di Dio, mostrando se stesso e proclamandosi Dio. Non vi ricordate che quand'ero ancora con voi vi dicevo queste cose? Ora voi sapete ciò che lo trattiene affinché sia manifestato a suo tempo. Infatti il mistero dell'empietà è già in atto, soltanto c'è chi ora lo trattiene, finché sia tolto di mezzo. E allora sarà manifestato l'empio, che il Signore Gesù distruggerà con il soffio della sua bocca, e annienterà con l'apparizione della sua venuta. La venuta di quell'empio avrà luogo, per l'azione efficace di Satana, con ogni sorta di opere potenti, di segni e di prodigi bugiardi, con ogni tipo d'inganno e d'iniquità a danno di quelli che periscono perché non hanno aperto il cuore all'amore della verità per essere salvati. Perciò Dio manda loro una potenza d'errore perché credano alla menzogna; affinché tutti quelli che non hanno creduto alla verità, ma si sono compiaciuti nell'iniquità, siano giudicati. 
2Tessalonicesi 2:1-12 


Nella Prima lettera ai Tessalonicesi, Paolo aveva istruito la comunità su quello che sarebbe avvenuto al ritorno del Signore, e in particolare su quello che sarebbe successo a coloro che nel frattempo erano morti martiri in seguito alle persecuzioni avvenute in quella città (cfr. Atti 17:1-9; 1 Ts. 1:6). Tornando ora sempre sul tema della venuta del Signore Gesù Cristo e del prossimo incontro con lui, l'apostolo si trova costretto a correggere un falso insegnamento o una errata comprensione a riguardo. I credenti di Tessalonica infatti in breve tempo avevano visto turbata la propria mente a causa di una nuova convinzione: il fatto che il giorno del Signore fosse già presente. Questa indicazione derivava forse da una ispirazione, ossia da una profezia carismatica. Oppure da un discorso, ovvero una predicazione o un insegnamento; o ancora da qualche lettera data come per loro. E' possibile che la chiesa abbia ricevuto una falsa lettera a nome di Paolo che annunciava finalmente l'arrivo del giorno del Signore, e che questa fosse stata confermata in assemblea da profezie e insegnamenti. Ma c'è anche la possibilità che i tessalonicesi abbiano semplicemente compreso male una parte della lettera precedente.1 Di fatto, la comunità aveva accolto come vero questo dato e almeno parte di essa aveva reagito in modo non sano (2 Ts. 3:6-12). Per questo motivo l'apostolo Paolo poco dopo la prima lettera, scrive questa seconda missiva. Poiché il giorno del Signore non è già arrivato, l'insegnamento apostolico verte in questo caso soprattutto su ciò che deve accadere prima del giorno del Signore, in modo che possa esserci chiarezza per tutti. Gli eventi che vengono descritti rappresentano quindi una specie di "orario" dei tempi finali paragonabile a quelli che si leggono negli scritti biblici apocalittici, come anche nel "discorso escatologico" dei Vangeli sinottici.2 Tali avvenimenti sono in questo caso l'apostasia, ossia il rinnegamento e l'allontanamento della fede in Cristo, e la manifestazione dell'uomo del peccato. Quest'ultimo è chiamato anche il figlio della perdizione e l'avversario, colui che s'innalza sopra tutto ciò che è chiamato Dio od oggetto di culto. Questo individuo non sarà Satana in persona, ma un uomo che sorgerà per azione efficace di Satana e che promuoverà un'apostasia di enormi proporzioni. Egli si innalzerà contro Dio e si porrà a sedere nel tempio di Dio, proclamandosi Dio. All'epoca della lettera, il tempio di Gerusalemme era ancora integro, e l'aspettativa era quindi quella che tale personaggio arrivasse a compiere queste azioni blasfeme proprio nel luogo più santo per il culto giudaico. Le sue azioni assomigliano in particolare a quelle descritte in un brano apocalittico del libro di Daniele, ma anche nell'oracolo di Ezechiele contro il principe di Tiro e la sua autodivinizzazione:
  
Il re agirà a suo piacimento, s'innalzerà, si esalterà al di sopra di ogni dio e pronuncerà parole inaudite contro il Dio degli dèi; prospererà finché non sia finita l'ira, poiché ciò che è stato deciso si compirà. Egli non avrà riguardo agli dèi dei suoi padri; non avrà riguardo al dio preferito dalle donne, né ad alcun dio, perché si innalzerà al di sopra di tutti.
Daniele 11:36,37

«Figlio d'uomo, di' al principe di Tiro:
Così parla il Signore, DIO:
"Il tuo cuore si è insuperbito, e tu dici:
'Io sono un dio!
Io sto seduto su un trono di Dio nel cuore dei mari!',
mentre sei un uomo e non un dio
e hai scambiato il tuo cuore per quello di Dio.

Ezechiele 28:2 

Sappiamo che il sovrano seleucide Antioco IV Epifane (175-164 a.C.) saccheggiò il tempio riconsacrandolo alla divinità pagana Giove Olimpo, vietando ai giudei di osservare i propri precetti religiosi. Molti di essi assecondarono questo dominatore e accolsero con favore gli usi e i costumi greci, rinnegando di fatto la propria religione. Secondo la moderna esegesi biblica proprio questi avvenimenti stanno alla base della descrizione di Daniele, che possiamo leggere con prospettiva profetica tesa verso questo figlio della perdizione descritto da Paolo, destinato a compiere le stesse terribili azioni in un prossimo futuro precedente al giorno del Signore. Tutto questo è un mistero, chiamato mistero dell'empietà, in quanto persino la più grande vittoria di Satana e dei suoi agenti resta soltanto un piccolo dettaglio del segreto disegno generale che Dio promuove per il raggiungiumento dei suoi eterni obiettivi. Infatti l'empio, questo individuo senza legge, è comunque destinato ad essere distrutto velocemente dal soffio della bocca del Signore Gesù. Ma al presente c'è qualcosa/qualcuno che lo trattiene, affinché possa manifestarsi al tempo opportuno deciso da Dio, non prima (per quanto in una certa misura il mistero dell'empietà sia già in atto). Paolo parla di ciò che lo trattiene, in modo impersonale, ma subito dopo ne parla come di chi ora lo trattiene, passando velocemente a parlarne in termini personali. La domanda che sorge spontanea è: chi o cosa sta trattenendo anche al giorno d'oggi l'azione del mistero dell'empietà? L'apostolo non lo dice esplicitamente, e per questo motivo nel corso della storia sono state proposte molteplici soluzioni. Numerosi Padri della Chiesa (Giovanni Crisostomo, Ambrogio, Agostino, Girolamo, Cirillo etc.) hanno visto in questa forza l'Impero romano con la sua civiltà ed il suo ordine, poi personificato nell'Imperatore (da Costantino in poi, salvo qualche eccezione, di fede cristiana).3 Ma l'Impero a suo tempo è crollato, e il mistero dell'empietà non si è comunque palesato. Tommaso d'Aquino (1225-1274) ha dunque affermato che per Impero romano non si dovesse intendere solo l'impero materiale ma anche quello spirituale rappresentato dalla Chiesa cattolica romana.4 Altri invece hanno successivamente pensato all'autorità costituita dalla predicazione del Vangelo, che deve raggiungere l'estremità della terra, allo Spirito Santo, oppure all'arcangelo Michele. Viste le caratteristiche letterarie del brano in questione (e la precedente allusione in 1 Ts. 4:16), la mia opinione personale propende più che altro verso quest'ultima possibilità. Sappiamo che nell'apocalittica giudaica e in quella cristiana il ruolo delle creature angeliche è senza dubbio preminente, e lo è anche negli scritti biblici corrispondenti a questo genere. Possiamo confrontare il libro di Daniele al capitolo dieci e dodici, con l'Apocalisse di Giovanni al capitolo dodici, ma possiamo confrontare anche i numerosi testi apocrifi che sono utili a comprendere meglio questi testi così enigmatici, per capirne meglio le dinamiche.5 Michele è l'arcangelo che Dio ha incaricato di difendere i figli di Israele (Dn. 12:1), e nel quadro biblico apocalittico è verosimile che sia stato anche incaricato di trattenere questa empietà, visto che la sua azione andrà a danneggiare prima di tutto il cuore della vita spirituale di Israele, e con esso quello di tutti i cristiani. Quando Michele sarà tolto di mezzo (per ordine di Dio?) sarà manifestato l'empio, che il Signore Gesù distruggerà con il soffio della sua bocca, e annienterà con l'apparizione della sua venuta. La manifestazione di questo uomo del peccato sarà accompagnata da opere potenti, segni e prodigi bugiardi: miracoli demoniaci che saranno creduti da tutti coloro che avranno rifiutato il Vangelo di Dio. Queste persone, in seguito al loro rifiuto, saranno sensibili alla potenza di errore che arriverà direttamente da Dio, e che li farà cadere nella più profonda menzogna e iniquità, in attesa del loro giudizio. 

Ma noi dobbiamo sempre ringraziare Dio per voi, fratelli amati dal Signore, perché Dio fin dal principio vi ha eletti a salvezza mediante la santificazione nello Spirito e la fede nella verità. A questo egli vi ha pure chiamati per mezzo del nostro vangelo, affinché otteniate la gloria del Signore nostro Gesù Cristo. Così dunque, fratelli, state saldi e ritenete gli insegnamenti che vi abbiamo trasmessi sia con la parola, sia con una nostra lettera. 
2Tessalonicesi 2:13-15 

Avendo terminato la prima esortazione della lettera, Paolo scrive ora questo secondo esordio.6 In antitesi a coloro che periscono perché non hanno aperto il cuore all'amore della verità per essere salvati, ci sono proprio i credenti di Tessalonica, che con la loro fede e perseveranza hanno manifestato di essere stati eletti a salvezza da Dio fin dal principio, attraverso la santificazione nello Spirito e la fede nella verità. L'elezione divina dei credenti per la loro salvezza in Cristo risale a prima della fondazione del mondo (Ef. 1:4), ed è un decreto sovrano di Dio (Rm. 9:18), ma si realizza attraverso la santificazione nello Spirito e la fede nella verità. Queste due caratteristiche dunque, mostrano in modo visibile la realtà invisibile e segreta dell'elezione di Dio, realizzando nel tempo il suo piano che ha come obiettivo finale quello di far raggiungere anche ai credenti la gloria del Signore Gesù Cristo. Per questo motivo, è necessario restare saldi negli insegnamenti apostolici, ossia nella verità, per poter crescere nella fede sulla strada che porta verso la realizzazione di questa mirabile realtà 

CONCLUSIONE 






In questo secondo approfondimento dedicato alla Seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi abbiamo potuto esaminare la prima vera e propria istruzione in forma di esortazione contenuta nell'epistola. Questa istruzione costituisce uno dei motivi principali di redazione della lettera, e un insegnamento fondamentale per la corretta comprensione degli eventi che anticiperanno il ritorno del Signore. Nel Nuovo Testamento troviamo indicazioni che spronano ad una viva e fiduciosa attesa, ma anche altre esortazioni (come questa) che mettono in guardia da una "febbre apocalittica" che può colpire chi, confondendosi con profezie e libri sul tema, ne vede un adempimento addirittura già avvenuto oppure di imminente realizzazione. No, prima che arrivi questo giorno atteso da tutti i cristiani di ogni epoca, per volontà segreta di Dio deve sorgere un uomo del peccato attraverso l'azione efficace di Satana. Egli dovrà sedurre i popoli con miracoli demoniaci, e profanare il tempio arrivando ad autoproclamarsi Dio. La distruzione del tempio di Gerusalemme nel 70 d.C. pone una difficoltà a questo riguardo. Alcuni ritengono che di fatto questo individuo sia già arrivato nella persona di Nerone, o Domiziano; ma per quanto queste ipotesi siano possibili, appaiono molto improbabili.7 Altri ipotizzano che il tempio dovrà essere ricostruito una terza volta, anche se l'attuale assetto politico lo rende impossibile. Altri ancora, invece, hanno interpretato questo tempio come un simbolo della Chiesa (tempio dello Spirito Santo), e la profanazione come un'attività persecutoria. Vista la sofferenza e la persecuzione cittadina vissuta sin dall'inizio dalla comunità di Tessalonica - destinataria di questa lettera - quest'ultima soluzione mi sembra molto poco verosimile. In questo caso infatti avrebbero ragione i tessalonicesi a ritenere il giorno del Signore già arrivato, e Paolo si smentirebbe da solo usando una argomentazione contraria alle sue intenzioni. Se non è così quindi, la Scrittura ci sta dicendo che verrà ricostruito un nuovo tempio? No, non lo fa esplicitamente, e in ultima analisi il problema non può che resta aperto

Sicuramente tuttavia il ritorno del Signore non avverrà di nascosto, né in luoghi segreti: quando arriverà infatti sarà riconosciuto chiaramente da tutti, senza alcuna possibilità di dubbio.8

Allora, se qualcuno vi dice: "Il Cristo è qui", oppure: "È là", non lo credete; perché sorgeranno falsi cristi e falsi profeti, e faranno grandi segni e prodigi da sedurre, se fosse possibile, anche gli eletti. Ecco, ve l'ho predetto. Se dunque vi dicono: "Eccolo, è nel deserto", non v'andate; "Eccolo, è nelle stanze interne", non lo credete; infatti, come il lampo esce da levante e si vede fino a ponente, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo.
Matteo 24:23-27 



Note:
[1] Francesco Mosetto, Lettere ai Tessalonicesi, Edizioni Messaggero Padova, p.82.
[2] Id. Ibid.  
[3] http://profezie3m.altervista.org/archivio/fede_cultura/FedeCultura_CatechApocal3-6.htm
[4] Id. Ibid.  
[5] Per approfondimenti: Paolo Sacchi, L'apocalittica giudaica e la sua storia, Paideia.  
[6] Jordi Sanchez Bosh, Scritti paolini, Paideia, p. 150. 
[7] Wayne Grudem, Teologia sistematica, GBU, pp. 1496-1497. 
[8] A questo riguardo non prendo neanche in considerazione l'ipotesi di John Nelson Darby (1800-1882) circa un duplice ritorno di Cristo, uno segreto e uno pubblico, a causa della debolezza biblica dell'argomentazione e della sua recente formulazione. Per approfondimenti: Wayne Grudem, Teologia sistematica, GBU, p. 1490 e seguenti.  

venerdì 9 dicembre 2016

Aspettando il ritorno del Signore (parte I): fedeli nelle persecuzioni

"Io guardavo, nelle visioni notturne, ed ecco venire sulle nuvole del cielo uno simile a un figlio d'uomo."
Daniele 7:13a
Dopo l'introduzione e il commento della Prima lettera di Paolo ai Tessalonicesi, lavoro intitolato "Il frutto dell'apostolato", iniziamo con questo nuovo approfondimento la sua naturale prosecuzione con il primo articolo di una nuova serie dedicata alla Seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi. 

Riepilogando brevemente il contesto storico, in seguito al Concilio di Gerusalemme (Atti XV) l'apostolo Paolo torna ad Antiochia. Da qui, assieme a Sila, riparte per un secondo viaggio missionario attraversando inizialmente la Siria e la Cilicia, fortificando le chiese presenti in queste regioni. A Listra Paolo incontra un credente di nome Timoteo e gli chiede di aggiungersi alla squadra missionaria che, in seguito ad una visione, si dirige prima a Filippi (fondando qui una nuova comunità) e poi a Tessalonica. Dopo alcune settimane di predicazione in sinagoga, diverse persone si convincono e si uniscono a Paolo, ma una immediata persecuzione cittadina spinge l'apostolo con i suoi collaboratori a proseguire lasciando la città e dirigendosi a Berea. Qui restano Sila e Timoteo, mentre Paolo prosegue prima verso Atene e successivamente a Corinto. L'apostolo è preoccupato della salute dei credenti di Tessalonica, ma quando Timoteo e Sila lo raggiungono, possono tranquillizzarlo informandolo del fatto che nonostante la persecuzione e le varie difficoltà, questa chiesa si è ben radicata nella fede e nell'amore cristiano. A Corinto scrive dunque una prima lettera indirizzata a loro tra il 51 e 52 d.C. con l'occasione di istruirli sulla sorte di coloro che sono morti. Da lì a poco però giunge a questi fratelli una falsa lettera scritta a nome di Paolo che pone l'accento sull'estrema prossimità del ritorno del Signore, affermando appunto che "il giorno del Signore è imminente". Ritenendo queste informazioni come imprecise, se non addirittura errate, l'apostolo scrive dunque una seconda lettera - oggetto di questa nuova serie di approfondimenti - per specificare cosa succederà prima della parusìa, ossia prima del ritorno di Gesù.1

Da un punto di vista letterario, la Seconda lettera ai Tessalonicesi possiede delle caratteristiche senza dubbio peculiari: tono e stile infatti si presentano identici alla lettera precedente.2 Le due lettere sono accomunate anche dall'avere entrambe un doppio esordio sotto forma di rendimento di grazie  e una doppia conclusione, in uno schema che possiamo riconoscere nel seguente modo:
  1. Indirizzo (1:1-2)
  2. Primo esordio (1:3-12)
  3. Prima esortazione (2:1-12)
  4. Secondo esordio (2:13-15)
  5. Prima conclusione (2:16-3:5)
  6. Seconda esortazione (3:6-15)
  7. Seconda conclusione (3:16-18)3
Le parole della lettera che non compaiono in nessun'altro scritto dell'apostolo inoltre sono solamente nove, mostrando anche in questo una grande somiglianza con gli altre lettere paoline. Dopo queste considerazioni, possiamo avvicinarci alle prime due sezioni del testo. Le seguenti invece saranno analizzate nei prossimi studi. Di seguito l'inizio:  

Paolo, Silvano e Timoteo, alla chiesa dei Tessalonicesi, che è in Dio nostro Padre e nel Signore Gesù Cristo, grazia a voi e pace da Dio Padre e dal Signore Gesù Cristo.

La lettera si apre con le stesse identiche parole utilizzate nell'indirizzo della prima lettera, aggiungendo però l'indicazione che la grazia e la pace provengono da Dio Padre e dal Signore Gesù Cristo. Paolo è affiancato da Silvano (o Sila) e Timoteo. I due nomi Silvano e Sila sono portati dalla stessa persona, che forse aveva realmente entrambi nomi (il primo latino e il secondo di probabile origine aramaica ma tradotto in greco), o forse vide il proprio nome semitico da un lato grecizzato (Silas) e dall'altro latinizzato (Silvanus).4 Il nome Timoteo invece è greco, e significa "adoratore di Dio".5 All'indirizzo iniziale segue il vero e proprio (primo) esordio:


Noi dobbiamo sempre ringraziare Dio per voi, fratelli, com'è giusto, perché la vostra fede cresce in modo eccellente, e l'amore di ciascuno di voi tutti per gli altri abbonda sempre di più; in modo che noi stessi ci gloriamo di voi nelle chiese di Dio, a motivo della vostra costanza e fede in tutte le vostre persecuzioni e nelle afflizioni che sopportate. Questa è una prova del giusto giudizio di Dio, perché siate riconosciuti degni del regno di Dio, per il quale anche soffrite. Poiché è giusto da parte di Dio rendere a quelli che vi affliggono, afflizione; e a voi che siete afflitti, riposo con noi, quando il Signore Gesù apparirà dal cielo con gli angeli della sua potenza, in un fuoco fiammeggiante, per far vendetta di coloro che non conoscono Dio, e di coloro che non ubbidiscono al vangelo del nostro Signore Gesù. Essi saranno puniti di eterna rovina, respinti dalla presenza del Signore e dalla gloria della sua potenza, quando verrà per essere in quel giorno glorificato nei suoi santi e ammirato in tutti quelli che hanno creduto, perché la nostra testimonianza in mezzo a voi è stata creduta. Ed è anche a quel fine che preghiamo continuamente per voi, affinché il nostro Dio vi ritenga degni della vocazione e compia con potenza ogni vostro buon desiderio e l'opera della vostra fede, in modo che il nome del nostro Signore Gesù sia glorificato in voi, e voi in lui, secondo la grazia del nostro Dio e Signore Gesù Cristo.
2Tessalonicesi 1:1-12

L'apostolo esordisce con l'affermazione della necessità di un continuo ringraziamento a Dio per la fede e l'amore dei tessalonicesi che continuava a crescere in modo eccellente, e abbondare sempre di più. Già le persecuzioni iniziali non avevano soffocato la loro vita spirituale, ma adesso, passato qualche tempo, la testimonianza della loro fedeltà a Cristo si stava espandendo nelle regioni vicine, incoraggiando gli altri fratelli e dando motivo di gioia alla squadra apostolica di Paolo. Nei Vangeli sinottici troviamo questo importante insegnamento di Gesù, che ben descrive le possibili risposte che ci sono nell'ambito della predicazione evangelica:

Tutte le volte che uno ode la parola del regno e non la comprende, viene il maligno e porta via quello che è stato seminato nel cuore di lui: questi è colui che ha ricevuto il seme lungo la strada. Quello che ha ricevuto il seme in luoghi rocciosi, è colui che ode la parola e subito la riceve con gioia, però non ha radice in sé ed è di corta durata; e quando giunge la tribolazione o persecuzione a motivo della parola, è subito sviato. Quello che ha ricevuto il seme tra le spine è colui che ode la parola; poi gli impegni mondani e l'inganno delle ricchezze soffocano la parola che rimane infruttuosa. Ma quello che ha ricevuto il seme in terra buona è colui che ode la parola e la comprende; egli porta del frutto e, così, l'uno rende il cento, l'altro il sessanta e l'altro il trenta». 
Matteo 13:19-23

Questi credenti di Tessalonica non sono stati un terreno roccioso: arrivando la tribolazione e la persecuzione infatti non si sono sviati, ma hanno perseverato.  Essi erano infatti una "terra buona"; hanno ascoltato la parola, l'hanno compresa, e nonostante le difficoltà hanno da subito portato frutto. Non solo: con il persistere dei problemi, la loro fede ha potuto crescere in modo eccellente e il loro amore per gli altri abbondare sempre di più. Questa costanza è una prova del giusto giudizio di Dio, in quanto manifesta anticipatamente la giustizia di questi fratelli e l'ingiustizia dei loro persecutori, mostrando prima del giorno del giudizio quale sarà l'intervento del giusto Giudice. Egli, infatti, in quel giorno non potrà che rendere afflizione a coloro che stavano affliggendo la chiesa disubbidendo al Vangelo, e rendere riposo invece a coloro che per amore del Vangelo di Cristo stavano soffrendo così intensamente. Tutto questo sarà evidente nel momento in cui il Signore Gesù apparirà dal cielo con gli angeli della sua potenza, in un fuoco fiammeggiante, per far vendetta di coloro che non conoscono Dio, e di coloro che non ubbidiscono al vangelo del nostro Signore Gesù. Una descrizione dal sapore apocalittico che sicuramente si accorda con quella del profeta Daniele, nel settimo capitolo del suo libro, ma anche con la successiva Apocalisse di Giovanni al c. XIX. Il Signore Gesù tornerà dal cielo, nella medesima maniera in cui è stato visto ascendervi (Atti I), e lo farà per giudicare: per colmare finalmente le ingiustizie che si sono accumulate nella storia, inaugurando un regno eterno di pace e giustizia. Ma anche per essere glorificato nei suoi santi, ossia nel pieno compimento della sua redenzione nei loro confronti, nel momento in cui tutti i credenti (tra i quali anche i tessalonicesi conosciuti da Paolo) potranno ammirarlo in tutta la sua maestà. I martiri di ogni tempo stanno aspettando che venga fatta giustizia, e la risposta di Dio in questo tempo è quella di riposarsi ancora un po' di tempo, finché sia completo il numero dei  compagni di servizio e dei propri fratelli (Ap. VI:XI). Questo è un tempo di servizio, in attesa del giorno del Signore. Dopo queste parole, Paolo termina il primo esordio con una preghiera di intercessione: prega infatti continuamente per i credenti di Tessalonica, chiedendo a Dio che li renda degni della sua chiamata, e che porti a compimento - con potenza - ogni loro buon desiderio e l'opera della loro fede. Per portare a termine i buoni desideri che vengono da Dio, per portare a compimento le opere della fede è necessaria la potenza di Dio stesso, l'azione dello Spirito Santo.6 Così come la chiamata, anche il volere e l'agire infatti sono prodotti da Dio, secondo il suo disegno benevolo (Fil. II:XIII). La vita cristiana non è una vita statica, che al raggiungimento di un obiettivo rallenta la propria corsa e si riposa, ma al contrario è una vita che può venire simboleggiata da una intensa attività agonistica che dura sino al momento della propria morte. Le opere della fede sono opere che durano tutta una vita, e che sono state precedentemente preparate da Dio stesso per la sua gloria (Ef. II:X). Sono opere che necessitano di preghiera, per essere radicate nella fede e non nella carne, e per poter essere sostenute continuamente dalla potenza dello Spirito. Per questo motivo Paolo intercedeva davanti a Dio per i credenti di Tessalonica, e per questo stesso motivo ogni credente dovrebbe pregare per sé stesso e per i propri fratelli e le proprie sorelle in Cristo. Questa preghiera conclude il brano, così come questa stessa preghiera dovrebbe concludere ogni momento spirituale passato insieme alla chiesa, in modo che il nome del nostro Signore Gesù sia glorificato in noi, e noi in lui, secondo la grazia del nostro Dio e Signore Gesù Cristo.

CONCLUSIONE

In questo primo articolo dedicato alla Seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi, abbiamo ripercorso brevemente le tappe storiche che portarono alla redazione di questa epistola. Abbiamo considerato alcune peculiarità letterarie dell'opera, e lo schema generale nel quale può essere suddiviso il testo complessivo. In modo particolare, l'attenzione si è soffermata nella parte iniziale, costituita dall'indirizzo della lettera e dal suo primo esordio. 

Nel breve tempo passato tra l'invio della precedente lettera e la necessità di scrittura di questa seconda, la chiesa di Tessalonica è rimasta salda nell'integrità cristiana; ma per correggere gli insegnamenti di una falsa lettera, l'apostolo Paolo è dovuto intervenire una seconda volta, specificando gli eventi che dovranno precedere il ritorno del Signore (che saranno approfonditi prossimamente). Prima di entrare nel vivo dell'argomento però, egli loda i tessalonicesi per la loro condotta, li rassicura sulla vicina giustizia di Dio (in questo caso una giustizia retributiva) e prega per loro: che venga portato a compimento ogni loro buon desiderio e l'opera della loro fede attraverso la potenza di Dio. Una preghiera che deve essere molto vicina ad ogni credente, per un percorso condiviso da tutta la chiesa ed un traguardo comune: la glorificazione del Signore in noi e la nostra in lui.



Note:

[1] Per approfondire l'occasione della lettera e l'ipotesi di pseudoepigrafia:
Jordi Sanchez Bosh, Scritti paolini, Paideia, p.145 e seguenti. Il presente studio procede dal presupposto più semplice: ossia che la lettera sia autentica.
[2] Per approfondire il linguaggio e lo stile della lettera:
Id. Ibid. p. 146-147.
[3] Id. Ibid. p. 148.
[4] Horst Balz, Gerhard Schneider, Dizionario esegetico del Nuovo Testamento, Paideia, II 1333.
[5] Id. Ibid. II 1631.
[6] Francesco Mosetto, Lettere ai Tessalonicesi, Edizioni Messaggero Padova, p.78.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...