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domenica 24 gennaio 2016

La risurrezione dei morti

Dio ha fatto ogni cosa bella al suo tempo: egli ha perfino messo nei loro cuori il pensiero dell'eternità, sebbene l'uomo non possa comprendere dal principio alla fine l'opera che Dio ha fatta.
Ecclesiaste 3:11
1. INTRODUZIONE
Rovine dell'antica Corinto

Nota 1
La chiesa di Corinto è stata fondata dall'apostolo Paolo durante il suo secondo viaggio missionario. Questo viaggio è raccontato nel libro degli Atti degli Apostoli a partire dal c. 15 v. 36, e segue il cosiddetto concilio di Gerusalemme. 

Paolo e Sila, partendo infatti proprio da Gerusalemme, attraversarono la Siria e la Cilicia, prendendo con sé Timoteo a Listra (Atti 16:3). Successivamente passarono per la Frigia e la Galazia, ma anziché andare in Bitinia come era previsto, furono indirizzati da Dio mediante  una visione verso la Macedonia, dove si fermarono a Filippi. Dopo aver evangelizzato in questa città ed essere riusciti a fondare una chiesa nonostante la persecuzione, continuarono il viaggio verso Tessalonica, dove si convertirono nuove persone e nacque un'altra comunità. Da Tessalonica la squadra apostolica si diresse a Berea, Atene, e, in seguito - circa nel 52 d.C. - proprio a Corinto.

Dopo questi fatti egli lasciò Atene e si recò a Corinto. [...]
Una notte il Signore disse in visione a Paolo: «Non temere, ma continua a parlare e non tacere; perché io sono con te, e nessuno ti metterà le mani addosso per farti del male; perché io ho un popolo numeroso in questa città». Ed egli rimase là un anno e sei mesi, insegnando tra di loro la Parola di Dio.
Atti 18:1 e vv.9-11 

Per un anno e mezzo l'apostolo Paolo rimase a Corinto per insegnare la Parola di Dio e fortificare i fratelli. Successivamente ripartì per concludere il viaggio, e durate il successivo terzo viaggio missionario, intorno al 55 d.C., scrisse da Efeso quella che conosciamo come Prima lettera ai Corinzi

Rimarrò a Efeso fino alla Pentecoste, perché qui una larga porta mi si è aperta a un lavoro efficace, e vi sono molti avversari.
1Corinzi 16:8-9  
 
Da un punto di vista tematico, questa lettera tratta diversi argomenti. I corinzi scrivevano probabilmente a Paolo dei vari problemi sorti nelle comunità, e sicuramente vi era una certa comunicazione attraverso fratelli che dovevano viaggiare per lavoro e che avevano quindi la possibilità di incontrare l'apostolo (1:11). Ogni tanto, magari una volta alla settimana, Paolo si metteva a rispondere  a tali questioni, riflettendo su di esse e giungendo a comporre questa lettera di lunghezza considerevole, che infine inviò loro2. Tra i temi specifici che incontriamo nella lettera c'è il problema dei gruppi e delle divisioni (capp. 1-4), il problema del caso di incesto (cap. 5), i processi civili (cap. 6), il matrimonio e la verginità (cap. 7), la carne sacrificata agli idoli (capp. 8-10), diverse questioni a riguardo delle assemblee (capp. 11-14) e la resurrezione (cap. 15). Tutte queste risposte mostrano in modo implicito quali dovessero essere le loro domande e i loro problemi specifici. 

In questo studio ci soffermeremo in particolare sul quindicesimo capitolo della lettera, e sul tema della risurrezione dei morti. Al tempo dell'apostolo Paolo la quasi totalità dei libri neotestamentari non era ancora stata redatta, e il termine "Scritture" identificava solamente l'insieme di libri dell'Antico Testamento. Nel Tanakh (l'intero A.T.) il concetto di resurrezione è abbastanza vago ma comunque presente, al contrario della Torah (Penteteuco) nella quale è completamente assente. All'interno del giudaismo di questa epoca erano presenti di conseguenza due differenti correnti teologiche: i sacerdoti aristocratici sadducei che - basandosi solo sulla Torah - non credevano nella risurrezione (Mt 22:34), e  il gruppo religioso dei farisei che invece - considerando tutto il Tanakh - credevano fermamente nella risurrezione (Atti 23:8). Quando Paolo verrà successivamente arrestato nel Tempio di Gerusalemme, di fronte al Sinedrio chiamerà in causa proprio questa questione per evitare il peggio:

Or Paolo, sapendo che una parte dell'assemblea era composta di sadducei e l'altra di farisei, esclamò nel Sinedrio: «Fratelli, io sono fariseo, figlio di farisei; ed è a motivo della speranza e della risurrezione dei morti, che sono chiamato in giudizio». Appena ebbe detto questo, nacque contesa tra i farisei e i sadducei, e l'assemblea si trovò divisa. Perché i sadducei dicono che non vi è risurrezione, né angelo, né spirito; mentre i farisei affermano l'una e l'altra cosa. Ne nacque un grande clamore; e alcuni scribi del partito dei farisei, alzatisi, protestarono, dicendo: «Non troviamo nulla di male in quest'uomo; e se gli avesse parlato uno spirito o un angelo?»
Atti 23:6-9


Di fatto, l'Antico Testamento presenta circa sette riferimenti o allusioni possibili alla resurrezione, ma solo i seguenti tre brani sono particolarmente espliciti e meglio definiti:

Ma io so che il mio Redentore vive
e che alla fine si alzerà sulla polvere.
E quando, dopo la mia pelle, sarà distrutto questo corpo,
senza la mia carne, vedrò Dio.
Io lo vedrò a me favorevole;
lo contempleranno i miei occhi,
non quelli d'un altro;
il cuore, dal desiderio, mi si consuma!
Giobbe 19:25-27 

Rivivano i tuoi morti!
Risorgano i miei cadaveri!
Svegliatevi ed esultate, o voi che abitate nella polvere!
Poiché la tua rugiada è rugiada di luce e la terra ridarà alla vita le ombre.

Isaia 26:19 

«In quel tempo sorgerà Michele, il grande capo, il difensore dei figli del tuo popolo; vi sarà un tempo di angoscia, come non ce ne fu mai da quando sorsero le nazioni fino a quel tempo; e in quel tempo, il tuo popolo sarà salvato; cioè, tutti quelli che saranno trovati iscritti nel libro. Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno; gli uni per la vita eterna, gli altri per la vergogna e per una eterna infamia. I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento e quelli che avranno insegnato a molti la giustizia risplenderanno come le stelle in eterno.
Daniele 12:1-3

Ad Efeso, intorno al 55 d.C., Paolo senz'altro ha considerato questi testi prima di iniziare la sua riflessione sul tema, ampliando l'orizzonte e definendo meglio l'insegnamento a proposito: una più profonda rivelazione per un più perfetto Nuovo Patto. 

2. LA RISURREZIONE DI CRISTO

Vi ricordo, fratelli, il vangelo che vi ho annunciato, che voi avete anche ricevuto, nel quale state anche saldi, mediante il quale siete salvati, purché lo riteniate quale ve l'ho annunciato; a meno che non abbiate creduto invano. Poiché vi ho prima di tutto trasmesso, come l'ho ricevuto anch'io, che Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture; che fu seppellito; che è stato risuscitato il terzo giorno, secondo le Scritture; che apparve a Cefa, poi ai dodici. Poi apparve a più di cinquecento fratelli in una volta, dei quali la maggior parte rimane ancora in vita e alcuni sono morti. Poi apparve a Giacomo, poi a tutti gli apostoli; e, ultimo di tutti, apparve anche a me, come all'aborto; perché io sono il minimo degli apostoli, e non sono degno di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la chiesa di Dio. Ma per la grazia di Dio io sono quello che sono; e la grazia sua verso di me non è stata vana; anzi, ho faticato più di tutti loro; non io però, ma la grazia di Dio che è con me. 
1Corinzi 15:1-10

Tutto l'argomento della risurrezione dei morti nella prospettiva neotestamentaria parte esclusivamente da un'unica e fondamentale premessa: la risurrezione di Cristo. Gli accenni veterotestamentari vengono infatti interpretati a partire da questo avvenimento, centrale per la predicazione cristiana. Ecco quindi che Paolo per prima cosa propone una citazione letterale del primitivo annuncio evangelico, un annuncio che così come è stato ricevuto dall'apostolo, allo stesso modo è stato trasmesso ai credenti di Corinto. Il nucleo di questo annuncio è: 
Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture; fu seppellito; è stato risuscitato il terzo giorno, secondo le Scritture; apparve a Cefa3.
In modo complementare, Paolo aggiunge poi il fatto che Cristo apparve anche ai dodici, a cinquecento fratelli, a Giacomo, e a tutti gli apostoli4. Questa è probabilmente la più antica espressione del messaggio evangelico nel Nuovo Testamento, e , di conseguenza, una tra le più significative. E' quindi molto rilevante il fatto che - in questo passo -  l'apostolo identifichi ben cinquecento testimoni oculari di Gesù Cristo risorto, di cui la maggior parte era ancora in vita a metà del primo secolo. I corinzi, come chiunque altro a quel tempo, potevano verificare una notizia di tal genere, cercando un riscontro sulle informazioni ricevute da Paolo. Informazioni che, anche volendo, non potevano essere manipolate o inventate con un così gran numero di testimoni in circolazione, a soli vent'anni da quello che viene presentato come un avvenimento storico. Il pastore Timothy Keller commenta in questo modo il testo:
"La lettera di Paolo era indirizzata a una chiesa, dunque era un documento pubblico, scritto per essere letto ad alta voce davanti ad un'assemblea. Paolo invitava pertanto chiunque dubitasse dell'apparizione di Cristo risorto ad andare a parlare con i testimoni oculari. Una sfida coraggiosa e altresì facile da raccogliere, giacché ai tempi della pax romana spostarsi lungo il Mediterraneo era un'impresa sicura e realizzabile senza difficoltà. Paolo non avrebbe potuto lanciare tale sfida se non ci fossero stati dei testimoni oculari a corroborare le sue parole."5
La risurrezione di Cristo è in questo tempo il nuovo imprescindibile paradigma della risurrezione di tutti gli uomini, il segno ultimo e definitivo della sua attività escatologica anticipata. Già nel tempo precedente infatti, i miracoli compiuti dal Signore manifestavano un significato diverso rispetto ai miracoli conosciuti nella storia di Israele, e questo lo possiamo comprendere, per esempio, nel seguente brano:

Giovanni, avendo nella prigione udito parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli: «Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettare un altro?» Gesù rispose loro: «Andate a riferire a Giovanni quello che udite e vedete: i ciechi ricuperano la vista e gli zoppi camminano; i lebbrosi sono purificati e i sordi odono; i morti risuscitano e il vangelo è annunciato ai poveri. Beato colui che non si sarà scandalizzato di me!»
Matteo 11:2-6

Questa risposta di Gesù a Giovanni Battista è formulata in un linguaggio che, a quel tempo, esprimeva quanto sarebbe avvenuto nel futuro regno di Dio: in questo regno i morti sarebbero risorti e, nella loro vita di risurrezione, sarebbero stati guariti e liberati da tutte le limitazioni fisiche. La risposta di Gesù quindi presuppone il fatto che le proprie opere miracolose non fossero collegate soltanto con l'età presente, ma anche con quella futura, con l'irrompere del regno di Dio nel mondo6. I miracoli compiuti dal Signore durante il suo ministero terreno erano quindi degli squarci luminosi che rimandavano alla libertà e alla vita del mondo futuro, ed è proprio su questo piano che la sua risurrezione deve essere considerata non solo come una semplice risurrezione, ma come l'anticipazione escatologica della risurrezione di tutti gli uomini. Nel testo successivo della lettera, l'apostolo infatti mostrerà la risurrezione di Gesù Cristo come primizia della vivificazione di tutti coloro che sono morti. Gesù è stato risuscitato, e questa risurrezione diviene ora il precedente per la risurrezione finale. 

3. LA FEDE NELLA RISURREZIONE DEI MORTI

a) Questioni riguardanti la risurrezione

Ora se si predica che Cristo è stato risuscitato dai morti, come mai alcuni tra voi dicono che non c'è risurrezione dei morti? Ma se non vi è risurrezione dei morti, neppure Cristo è stato risuscitato; e se Cristo non è stato risuscitato, vana dunque è la nostra predicazione e vana pure è la vostra fede. Noi siamo anche trovati falsi testimoni di Dio, poiché abbiamo testimoniato di Dio, che egli ha risuscitato il Cristo; il quale egli non ha risuscitato, se è vero che i morti non risuscitano. Difatti, se i morti non risuscitano, neppure Cristo è stato risuscitato; e se Cristo non è stato risuscitato, vana è la vostra fede; voi siete ancora nei vostri peccati. Anche quelli che sono morti in Cristo sono dunque periti. Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini. 
1Corinzi 15:12-19  

A Corinto c'erano delle persone che avevano iniziato a predicare che non vi fosse alcuna risurrezione dei morti. Questa predicazione per l'apostolo è completamente falsa, illogica e insensata. Infatti se non vi è risurrezione, neanche Cristo è stato risuscitato. E se Cristo non è stato risuscitato perde completamente di ogni significato la fede cristiana. Paolo arriva addirittura a dire che se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini. La vita cristiana è senz'altro una vita attenta al servizio e all'aiuto del prossimo, ma il suo senso ultimo non si ferma qui, avanza oltre la morte per raggiungere il momento della risurrezione! Probabilmente per molti una vita di servizio e altruismo sarebbe già sufficiente per reputarsi degna di essere vissuta, ma Paolo mostra una prospettiva completamente diversa, dicendo che in realtà sarebbe la più misera, senza la piena realizzazione del proposito di Dio. Nella propria morte, Gesù ha battezzato tutti i credenti (Rom 6:3) e nella propria risurrezione egli ha anticipato similmente la risurrezione di tutti i cristiani (Rom 6:5). Per un credente, mancando la fede nella propria futura risurrezione viene a mancare la fede nella risurrezione del Signore (ovvero dell'origine della propria risurrezione), perdendo di conseguenza il senso della propria stessa cristianità. Cristo infatti non è solo un esempio di condotta, ma è la sorgente stessa della Vita! Senza l'esperienza e la conoscenza personale di Cristo come Vita, resta solo la miseria della morte, rimane solo la stessa vanità che tormentava l'Ecclesiaste: un pugno di sabbia destinata ad essere dispersa dal vento per tornare da dove è venuta. E poi nulla più. No, non può esistere un cristiano che non crede nella risurrezione dei morti. Un cristiano di questo tipo non sarebbe discepolo di Cristo, una predicazione di questo tipo sarebbe vana come il correre dietro al vento.

b) Proclamazione cristologica 

Ma ora Cristo è stato risuscitato dai morti, primizia di quelli che sono morti. Infatti, poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione dei morti. Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così anche in Cristo saranno tutti vivificati; ma ciascuno al suo turno: Cristo, la primizia; poi quelli che sono di Cristo, alla sua venuta; poi verrà la fine, quando consegnerà il regno nelle mani di Dio Padre, dopo che avrà ridotto al nulla ogni principato, ogni potestà e ogni potenza. Poiché bisogna ch'egli regni finché abbia messo tutti i suoi nemici sotto i suoi piedi. L'ultimo nemico che sarà distrutto sarà la morte. Difatti, Dio ha posto ogni cosa sotto i suoi piedi; ma quando dice che ogni cosa gli è sottoposta, è chiaro che colui che gli ha sottoposto ogni cosa, ne è eccettuato. Quando ogni cosa gli sarà stata sottoposta, allora anche il Figlio stesso sarà sottoposto a colui che gli ha sottoposto ogni cosa, affinché Dio sia tutto in tutti. 
1Corinzi 15:20-28

Se senza risurrezione nulla può avere senso, tutto trova invece il suo senso ancora una volta in Cristo, e nella sua risurrezione dai morti. Come anticipato prima infatti, egli rappresenta la primizia di quelli che sono morti tanto in senso cronologico quanto in senso qualitativo. Ogni persona che è risorta dai morti, tanto in passato quanto ai giorni d'oggi, può rivivere per un certo tempo ma poi deve tornare senz'altro alla morte, destinazione comune a tutti gli uomini a causa della disubbidienza di Adamo. Scrivendo pochi anni dopo alla comunità di Roma, l'apostolo Paolo riassumerà questo concetto con le seguenti parole: "come per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo, e per mezzo del peccato la morte, e così la morte è passata su tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato..." La morte è conseguenza del peccato, e tanto questa quanto il peccato sono entrati nel mondo e sono passati su tutti gli uomini per mezzo di un sol uomo. Tutti noi pecchiamo in Adamo, e tutti noi moriamo in Adamo. Ma Cristo, morto pur senza aver commesso alcun peccato, è risorto per sempre, è risorto senza dover più morire. E' risorto con il tipo di risurrezione riservata alla fine dei tempi, anticipando la vita futura fino a portarla nel momento presente. Questo è il pieno miracolo! Questa è la piena volontà di Dio! Il popolo ebraico - o una parte di esso - aspettava ed aspetta il tempo della risurrezione ignorando però che essa non potrebbe mai avvenire senza la realizzazione di questo avvenimento precedente: l'anticipazione di Gesù Cristo, premessa e presupposto di fondamento. Questo è il mistero che è stato nascosto per tutti i secoli e per tutte le generazioni, e che solo ora è stato manifestato ai suoi santi (Col 1:26). La risurrezione di vita può avvenire solo per la vita di Cristo, non c'è alcun'altra possibilità. Sappiamo però che ci sarà anche un altro tipo di risurrezione: la risurrezione per la morte, profetizzata da Daniele (12:2) e da Giovanni nella sua Apocalisse (20:11-15): questa sarà la piena, definitiva ed eterna conseguenza della trasgressione adamitica (Gen 3:1-6) per tutti coloro che restano in Adamo al posto di entrare nella vita di Cristo. 

Al ritorno del Signore, tutti coloro che sono suoi risusciteranno per la vita, Cristo stesso consegnerà il regno nelle mani di Dio Padre dopo aver sconfitto tutti i nemici, e Dio potrà essere finalmente tutto in tutti. Ogni mistero sarà finalmente pienamente manifesto.

c) Posizioni illogiche

Altrimenti, che faranno quelli che sono battezzati per i morti? Se i morti non risuscitano affatto, perché dunque sono battezzati per loro? E perché anche noi siamo ogni momento in pericolo? Ogni giorno sono esposto alla morte; sì, fratelli, com'è vero che siete il mio vanto, in Cristo Gesù, nostro Signore. Se soltanto per fini umani ho lottato con le belve a Efeso, che utile ne ho? Se i morti non risuscitano, «mangiamo e beviamo, perché domani morremo». Non v'ingannate: «Le cattive compagnie corrompono i buoni costumi». Ridiventate sobri per davvero e non peccate; perché alcuni non hanno conoscenza di Dio; lo dico a vostra vergogna. 
1Corinzi 15:29-34  

Se così non fosse...che faranno quelli che sono battezzati per i morti? A che scopo Paolo e i suoi collaboratori vissero costantemente esposti al pericolo e alla morte? Se così non fosse, resterebbe solo da godere di questa vita, in attesa della sua fine. Ma questo è un inganno, un inganno teso da persone che vanno evitate. Un inganno in cui, tutto sommato, può cadere solo colui che non ha conoscenza di Dio. 

Il primo riferimento di questo brano, quello del battesimo per i morti, rappresenta uno dei passi più oscuri di tutto il Nuovo Testamento in quanto non si capisce a cosa l'apostolo stia alludendo di preciso. Vorrei sottolineare tuttavia il fatto che il suo significato nel relativo contesto è solamente quello di comprovare la realtà della risurrezione dai morti. Paolo non approva né disapprova questa pratica, ma la cita per far comprendere l'illogicità di chi nega la risurrezione. Questo è il significato del brano, questo è il senso dell'argomentazione. Tenendo questo punto bene in considerazione, ritengo sia comunque lecito poter fare delle ipotesi a proposito, ipotesi che rimangono in ogni caso secondarie rispetto alla tesi principale. Nella storia della ricerca esegetica infatti sono state date numerose interpretazioni di questa frase. Una prima possibilità è quella di considerare il battesimo per i morti un rito cristiano primitivo, che prevedeva appunto il battesimo da parte di un credente per conto di qualche altra persona ormai defunta. Di fatto non abbiamo alcuna testimonianza sull'esistenza di questo rito nella chiesa in età apostolica, ma soltanto parecchi secoli dopo, quando evidentemente alcune comunità avevano interpretato a loro modo questo stesso passo, giungendo a tale conclusione7. Questa interpretazione non dà ragione dell'espressione "che faranno", un tempo futuro al posto del più naturale presente. Una seconda possibilità sostenuta perlopiù dai commentatori greci, considera che l'espressione "per i morti" fosse un ellissi da completare con "per la risurrezione dei morti", in quanto il battesimo viene compiuto con la fede e speranza di vivere appunto la risurrezione in seguito alla propria morte8. In realtà la struttura della frase rende altamente imporobabile un significato di questo tipo9. Una terza possibilità considera il brano un'allusione al martirio, una quarta possibilità vede nel brano un errore di punteggiatura e la necessità di aggiungere punti di domanda per rendere: "che otterranno coloro che sono battezzati? Per i morti?". Questa considerazione cambierebbe il senso della frase in: "se i morti non risuscitano, perché farsi battezzare? Per loro?"10. Una quinta possibilità invece conferisce al testo il suo senso più probabile: "infatti, cosa otterranno a favore dei morti coloro che si fanno battezzare? Se i morti non risorgono, perché allora si fanno battezzare? Perché anche noi corriamo pericolo per loro ogni ora?”, ossia, se la risurrezione non avviene è inutile che i corinzi si battezzino ed è inutile che Paolo metta a rischio la sua vita per loro11. Questo in ogni caso è il senso generale del testo, come abbiamo visto all'inizio di questa analisi, e tutto sommato l'insegnamento da trarre in proposito. 

4. COME RISUSCITANO I  MORTI?

Ma qualcuno dirà: «Come risuscitano i morti? E con quale corpo ritornano?» Insensato, quello che tu semini non è vivificato, se prima non muore; e quanto a ciò che tu semini, non semini il corpo che deve nascere, ma un granello nudo, di frumento per esempio, o di qualche altro seme; e Dio gli dà un corpo come lo ha stabilito; a ogni seme, il proprio corpo. Non ogni carne è uguale; ma altra è la carne degli uomini, altra la carne delle bestie, altra quella degli uccelli, altra quella dei pesci. Ci sono anche dei corpi celesti e dei corpi terrestri; ma altro è lo splendore dei celesti, e altro quello dei terrestri. Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna, e altro lo splendore delle stelle; perché un astro è differente dall'altro in splendore. Così è pure della risurrezione dei morti. Il corpo è seminato corruttibile e risuscita incorruttibile; è seminato ignobile e risuscita glorioso; è seminato debole e risuscita potente; è seminato corpo naturale e risuscita corpo spirituale. Se c'è un corpo naturale, c'è anche un corpo spirituale. Così anche sta scritto: «Il primo uomo, Adamo, divenne anima vivente»; l'ultimo Adamo è spirito vivificante. Però, ciò che è spirituale non viene prima; ma prima, ciò che è naturale, poi viene ciò che è spirituale. Il primo uomo, tratto dalla terra, è terrestre; il secondo uomo è dal cielo. Qual è il terrestre, tali sono anche i terrestri; e quale è il celeste, tali saranno anche i celesti. E come abbiamo portato l'immagine del terrestre, così porteremo anche l'immagine del celeste. Ora io dico questo, fratelli, che carne e sangue non possono ereditare il regno di Dio; né i corpi che si decompongono possono ereditare l'incorruttibilità. 
1Corinzi 15:35-50

In seguito all'affermazione della realtà della risurrezione dei morti, l'apostolo Paolo ora considera un'ipotetica domanda che i corinzi potevano porgli: come risuscitano i morti? E con che corpo? I farisei del tempo pensavano che i morti sarebbero risuscitati nella condizione in cui erano al momento della morte, e che successivamente Dio li avrebbe trasformati risanando le loro infermità12. Paolo invece risponde a queste domande portando due analogie naturali: come Dio dà a ogni seme il corpo che gli spetta e come nella stessa natura esistono classi diverse di corpi, così sarà della risurrezione13. Una trasformazione che assommerà le tre qualità che a quel tempo venivano attribuite ai corpi celesti (immortalità/incorruttibilità, gloria, potenza), più una quarta completamente nuova, il corpo spirituale14. La gloriosità in particolare, è usata spesso nelle Scritture in relazione alla radiosità della presenza di Dio, e suggerisce che ci sarà anche un tipo di luminosità per tutti i corpi di risurrezione15. Al già citato Daniele 12:3 (I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento e quelli che avranno insegnato a molti la giustizia risplenderanno come le stelle in eterno), si aggiunge anche la testimonianza del Vangelo secondo Matteo:

Allora i giusti risplenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi oda.
Matteo 13:43


Infine, la dimostrazione dell'esistenza della successione del corpo naturale a corpo spirituale deriva direttamente da Adamo, e dal suo diventare un'"anima vivente", precedente di Cristo che diventò invece uno spirito datore di vita. Così come tutti gli uomini vivono nella natura di Adamo, allo stesso modo i credenti vivranno nella nuova natura di Cristo. Il regno di Dio è immortale e incorruttibile, e si può vivere solamente con un corpo immortale e incorruttibile. Un corpo nuovo e differente, adatto ad una nuova e differente creazione.

5. QUANDO RISUSCITERANNO I MORTI?

Ecco, io vi dico un mistero: non tutti morremo, ma tutti saremo trasformati, in un momento, in un batter d'occhio, al suono dell'ultima tromba. Perché la tromba squillerà, e i morti risusciteranno incorruttibili, e noi saremo trasformati. Infatti bisogna che questo corruttibile rivesta incorruttibilità e che questo mortale rivesta immortalità. Quando poi questo corruttibile avrà rivestito incorruttibilità e questo mortale avrà rivestito immortalità, allora sarà adempiuta la parola che è scritta:
«La morte è stata sommersa nella vittoria».

 «O morte, dov'è la tua vittoria?
O morte, dov'è il tuo dardo?»

Ora il dardo della morte è il peccato, e la forza del peccato è la legge; ma ringraziato sia Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo. Perciò, fratelli miei carissimi, state saldi, incrollabili, sempre abbondanti nell'opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.
1Corinzi 15:51-58  

La risurrezione dunque porterà ad una trasformazione: come quella di un seme che, morendo, porta alla nascita una pianta completa. Ma quando tutto questo avverrà? Al ritorno di Cristo, ma questo ritorno sarà preannunciato dal suono dell'ultima tromba. Nell'Apocalisse di Giovanni troviamo una progressione di sette trombe suonate dagli angeli, ed una descrizione del momento in cui verrà suonata l'ultima tromba:

Poi il settimo angelo sonò la tromba e nel cielo si alzarono voci potenti, che dicevano: «Il regno del mondo è passato al nostro Signore e al suo Cristo ed egli regnerà nei secoli dei secoli». E i ventiquattro anziani che siedono sui loro troni davanti a Dio, si gettarono con la faccia a terra e adorarono Dio, dicendo: «Ti ringraziamo, Signore, Dio onnipotente, che sei e che eri, perché hai preso in mano il tuo grande potere, e hai stabilito il tuo regno. Le nazioni si erano adirate, ma la tua ira è giunta, ed è arrivato il momento di giudicare i morti, di dare il loro premio ai tuoi servi, ai profeti, ai santi, a quelli che temono il tuo nome, piccoli e grandi, e di distruggere quelli che distruggono la terra». Allora si aprì il tempio di Dio che è in cielo e apparve nel tempio l'arca dell'alleanza. Vi furono lampi e voci e tuoni e un terremoto e una forte grandinata. 
Apocalisse 11:15-19 

Questa tromba racchiude gli eventi dell'Apocalisse legati alle sette coppe, al giudizio finale del sedicesimo capitolo e al ritorno di Gesù Cristo come Re, raccontato al diciannovesimo capitolo. Quello che l'apostolo Paolo accenna solamente, viene ulteriormente approfondito e dettagliato in questo ultimo e importantissimo libro del canone biblico.

Tornando però adesso alla conclusione del quindicesimo capitolo della Prima Lettera ai Corinzi, dopo aver parlato del suono dell'ultima tromba, l'apostolo termina con una doppia citazione di Isaia 25:8 e Osea 13:4. Rispetto alla dottrina farisaica, per Paolo i gentili non sono più il vero nemico, ed il peccato e la morte stessi prendono il loro posto di avversari che Dio distruggerà nell'ultimo grande atto di questo dramma16. La vittoria è assicurata per mezzo di Cristo Gesù, grazie al quale ogni credente può abbondare nel suo servizio, sapendo con la certezza della fede che tale fatica non sarà affatto vana. La morte, sconfitta da Cristo, al ritorno del Signore verrà sommersa nella sua vittoria in modo definitivo e assoluto, scaraventata nello stagno di fuoco dove resterà per l'eternità. 

Poi la morte e l'Ades furono gettati nello stagno di fuoco.
Apocalisse 20:14a


6. CONSIDERAZIONI FINALI






Fratelli, non vogliamo che siate nell'ignoranza riguardo a quelli che dormono, affinché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Infatti, se crediamo che Gesù morì e risuscitò, crediamo pure che Dio, per mezzo di Gesù, ricondurrà con lui quelli che si sono addormentati. Poiché questo vi diciamo mediante la parola del Signore: che noi viventi, i quali saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo quelli che si sono addormentati; perché il Signore stesso, con un ordine, con voce d'arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo, e prima risusciteranno i morti in Cristo; poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo rapiti insieme con loro, sulle nuvole, a incontrare il Signore nell'aria; e così saremo sempre con il Signore. Consolatevi dunque gli uni gli altri con queste parole.
1Tessalonicesi 4:13-18

Nel corso del secondo viaggio missionario, proprio mentre Paolo era a Corinto per fortificare questa comunità appena nata (quindi intorno a tre anni prima della redazione di 1 Corinzi), l'apostolo scrisse queste parole nella sua prima lettera indirizzata alla giovane chiesa di Tessalonica, non molto distante da lì. In questo breve brano del quarto capitolo ritroviamo di fatto tutti gli elementi essenziali del tema della risurrezione dei morti, elementi che come abbiamo visto saranno approfonditi maggiormente nell'epistola indirizzata ai corinzi, e in particolare nel testo che abbiamo appena finito di esaminare. I credenti non devono essere tristi come gli altri che non hanno speranza, poiché i credenti hanno una gloriosa speranza! La speranza della risurrezione, garantita dalla risurrezione stessa del Signore Gesù. Come egli risuscitò, infatti, ogni figlio di Dio risusciterà allo squillo dell'ultima tromba. Come un seme muore e sboccia in forma diversa, così i credenti dopo la morte risorgeranno con un corpo incorruttibile, glorioso, potente e spirituale. E quando la corruttibilità sarà rivestita di incorruttibilità, allora la morte sarà definitivamente sconfitta dal Signore, gettata una volta e per tutte nello stagno di fuoco. All'apparizione di Cristo, risusciteranno tutti i credenti morti, e tutti i credenti viventi saranno rapiti con loro sulle nuvole, per incontrare il Signore nell'aria. E così, saremo sempre con il Signore. 

Udii una gran voce dal trono, che diceva: «Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro, essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà il loro Dio. Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate».
Apocalisse 21:3-4


Note:

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Viaggi_paolini#/media/File:Paolo_2_viaggio.svg
[2] Bosh Jordi Sanchez, Scritti Paolini, Ed. Paideia, cit. p. 162.
[3] Id. Ibid., cit. p. 176.
[4] Id. Ibid.
[5] Keller Timothy, Ragioni per Dio, Ed. La Casa della Bibbia, cit. p. 231.
[6] Marxsen Willi - con introduzione di Corsani Bruno, Il terzo giorno risuscitò..., Ed. Claudiana, cit. p. 44.
[7] http://www.biblistica.it/wordpress/?page_id=3535
[8] Id. Ibid.
[9] Id. Ibid.
[10] Id. Ibid.
[11] Id. Ibid.
[12] https://it.wikipedia.org/wiki/Risurrezione#Giudaismo
[13] B. J. Sanchez, Scritti Paolini, Ed. Paideia, cit. p. 177.
[14] Id. Ibid. 

[15] Grudem Wayne, Teologia sistematica, Ed. GBU, cit. p. 1112.
[16] Wright Tom, Che cosa ha veramente detto Paolo, Ed. Claudiana, cit. p. 166.

martedì 12 gennaio 2016

Il frutto dell'apostolato (parte II): una comunione fraterna

ATTENZIONE: Questo è il secondo articolo di uno studio in quattro parti dedicato alla Prima lettera dell'apostolo Paolo ai Tessalonicesi. Se vuoi leggere la prima parte dello studio - dedicata al contesto storico/biblico della lettera e all'approfondimento del testo iniziale che va da 1:1 a 2:12 - puoi seguire questo link.
In questo secondo articolo invece sarà trattato il testo della lettera che va da c.2v.13 a c.3v.13: ossia il secondo esordio, la seconda narrazione e la prima conclusione della lettera.
1. SIMILI NELLE SOFFERENZE
Rovine romane a Tessalonica
Per questa ragione anche noi ringraziamo sempre Dio: perché quando riceveste da noi la parola della predicazione di Dio, voi l'accettaste non come parola di uomini, ma, quale essa è veramente, come parola di Dio, la quale opera efficacemente in voi che credete. Infatti, fratelli, voi siete diventati imitatori delle chiese di Dio che sono in Cristo Gesù nella Giudea; poiché anche voi avete sofferto da parte dei vostri connazionali le stesse tribolazioni che quelle chiese hanno sofferto da parte dei Giudei, i quali hanno ucciso il Signore Gesù e i profeti, e hanno cacciato noi; essi non piacciono a Dio e sono nemici di tutti gli uomini, impedendoci di parlare agli stranieri perché siano salvati. Colmano così senza posa la misura dei loro peccati; ma ormai li ha raggiunti l'ira finale.
1Tessalonicesi 2:13-16  

Nello schema della Prima lettera dell'apostolo Paolo ai Tessalonicesi, questo brano rappresenta un secondo esordio, in quanto riprende tanto il tema iniziale della preghiera di ringraziamento (1:2) quanto quello della potenza di parola nell'evangelizzazione (1:5). Dopo queste ripetizioni però, Paolo esordisce con un'inedita similitudine tra le sofferenze che le comunità giudeocristiane stavano soffrendo da parte dei loro connazionali ebrei e le sofferenze che i tessalonicesi stavano subendo in modo simile dai loro concittadini. Essendo Cristo crocifisso scandalo per i giudei e pazzia per tutti gli altri popoli (1 Cor 1:23), tanto i giudei che i gentili non convertiti restavano turbati dall'esistenza stessa dei cristiani, rispondendo in modo violento e persecutorio.  Scrivendo alle chiese della Galazia, l'apostolo spiegherà il significato teologico di questo tipo di persecuzione mostrando che anche al tempo dei patriarchi biblici i figli della carne perseguitavano i figli dello Spirito.  Ricordiamo inoltre gli eventi raccontati dagli Atti degli apostoli in merito alla fondazione di questa chiesa, nel tempo precedente alla partenza di Paolo da Tessalonica:

Ma i Giudei, mossi da invidia, presero con loro alcuni uomini malvagi tra la gente di piazza; e, raccolta quella plebaglia, misero in subbuglio la città; e, assalita la casa di Giasone, cercavano di trascinare Paolo e Sila davanti al popolo. Ma non avendoli trovati, trascinarono Giasone e alcuni fratelli davanti ai magistrati della città, gridando: «Costoro, che hanno messo sottosopra il mondo, sono venuti anche qui, e Giasone li ha ospitati; ed essi tutti agiscono contro i decreti di Cesare, dicendo che c'è un altro re, Gesù». E misero in agitazione la popolazione e i magistrati della città, che udivano queste cose. Questi, dopo aver ricevuto una cauzione da Giasone e dagli altri, li lasciarono andare.
Atti 17:5-9

Se per i giudei lo scandalo rappresentato dalla fede cristiana era prettamente religioso, nel mondo greco-romano veniva invece percepito come religioso-politico, in quanto minante il culto imperiale (elemento di unione per tutto l'Impero1), e apparentemente persino la sottomissione all'imperatore e all'Impero romano. L'accusa riportata dai giudei per farsi ascoltare dai magistrati infatti è stata quella di affermare che ci fosse "un altro re", nonostante il messaggio cristiano in realtà dia alla regalità di Cristo un significato differente da quello immediatamente politico, e quindi conciliabile con i governi imperiali e nazionali, quando questi non prevedono l'adorazione obbligatoria di altri dèi. Gli apologeti del secolo seguente avrebbero raccolto proprio questa sfida, scrivendo trattati nei quali presentare gli elementi del messaggio cristiano ed evidenziare il fatto che il cristiano non costituisce un pericolo per la società, anzi è un cittadino leale, attento a raccomandare al suo Dio con frequenti preghiere la salute dell'imperatore - in quanto autorità voluta da Dio - e la prosperità dell'Impero2. Ma nel contesto di questa epistola siamo a metà del I secolo, in piena età apostolica, e le incomprensioni a riguardo di questa nuova "setta ebraica" erano sicuramente molto numerose. Incomprensioni, persecuzioni, discriminazioni.....La comunità di Tessalonica dovette subire tutto questo, ma tutto questo potè essere convertito da Dio in bene: in testimonianza, esempio ed incoraggiamento per tutti i credenti della Macedonia e dell'Acaia (1:7), ma anche oltre. Una comunione nelle sofferenze dei vari credenti, per una comunione nella fedeltà di servizio per l'unico e vero Dio.

2. LA COMUNITA': VANTO E GIOIA

Quanto a noi, fratelli, privati di voi per breve tempo, di persona ma non di cuore, abbiamo tanto più cercato, con grande desiderio, di vedere il vostro volto. Perciò più volte abbiamo voluto, almeno io, Paolo, venire da voi; ma Satana ce lo ha impedito. Qual è infatti la nostra speranza, o la nostra gioia, o la corona di cui siamo fieri? Non siete forse voi, davanti al nostro Signore Gesù quand'egli verrà? Sì, certo, voi siete il nostro vanto e la nostra gioia. Perciò, non potendo più resistere, preferimmo restar soli ad Atene; e mandammo Timoteo, nostro fratello e servitore di Dio nella predicazione del vangelo di Cristo, per confermarvi e confortarvi nella vostra fede, affinché nessuno fosse scosso in mezzo a queste tribolazioni; infatti voi stessi sapete che a questo siamo destinati. Perché anche quando eravamo tra di voi, vi preannunciavamo che avremmo dovuto soffrire, come poi è avvenuto, e voi lo sapete. Perciò anch'io, non potendo più resistere, mandai a informarmi della vostra fede, temendo che il tentatore vi avesse tentati, e la nostra fatica fosse risultata vana. Ma ora Timoteo è ritornato e ci ha recato buone notizie della vostra fede e del vostro amore, e ci ha detto che conservate sempre un buon ricordo di noi e desiderate vederci, come anche noi desideriamo vedere voi. Per questa ragione, fratelli, siamo stati consolati a vostro riguardo, a motivo della vostra fede, pur fra tutte le nostre angustie e afflizioni; perché ora, se state saldi nel Signore, ci sentiamo rivivere. Come potremmo, infatti, esprimere a Dio la nostra gratitudine a vostro riguardo, per la gioia che ci date davanti al nostro Dio, mentre notte e giorno preghiamo intensamente di poter vedere il vostro volto e di colmare le lacune della vostra fede? 
1Tessalonicesi 2:17-20, 3:1-10
 
Se il paragrafo precedente si presentava come secondo esordio, questo invece si mostra come una seconda narrazione all'interno della lettera, che segue la prima narrazione delimitata in 2:1-12. Nello scorso testo narrativo Paolo ricordava gli avvenimenti legati alla sua permanenza a Tessalonica e alla sua attività evangelizzatrice, ora invece egli prosegue il racconto con gli eventi successivi alla sua partenza ma precedenti la scrittura di questa lettera. Dopo essere partiti di notte e di nascosto per non essere catturati (Atti 17:10), Paolo, Sila e Timoteo arrivarono a Berea e successivamente ad Atene. Ma da Atene l'apostolo desiderava ardentemente tornare a visitare i tessalonicesi per rafforzare la loro fede. Essendone impedito da qualche evento collegato all'attività satanica, Paolo alla fine decise di inviare Timoteo, affinché nessuno di loro rimanesse scosso in mezzo a queste tribolazioni. In effetti essi fondarono la comunità in poco tempo (circa sei mesi) e dovettero partire a causa delle persecuzioni che sicuramente turbarono l'intera chiesa; questo giustificava ampiamente l'apprensione che Paolo aveva per loro e il suo timore che il tentatore li avesse tentati e che per tornare a vivere una vita tranquilla essi avessero rinnegato la fede in Cristo. Nella parabola di Gesù sul seminatore, leggiamo:

E così quelli che ricevono il seme in luoghi rocciosi sono coloro che, quando odono la parola, la ricevono subito con gioia; ma non hanno in sé radice e sono di corta durata; poi, quando vengono tribolazione e persecuzione a causa della parola, sono subito sviati.
Marco 4:16-17

In seguito alle evangelizzazioni apostoliche, senz'altro non mancavano persone che ricevevano con gioia l'annuncio del Vangelo ma che alla prima tribolazione o persecuzione rinnegavano la propria fede e tornavano alla vita di prima. Grazie al Signore però, questo non era il caso dei tessalonicesi. Timoteo arrivò da loro e tornando successivamente da Paolo (che nel frattempo si era spostato a Corinto) portò questa buona notizia, facendolo gioire assieme a Sila così tanto da arrivare a dire di sentirsi rivivere. Senz'altro c'era un grande amore per questi preziosi fratelli, un amore che traspare chiaramente da questi primi paragrafi della lettera che riepilogano il trascorso comune e gli eventi avvenuti prima di poterli raggiungere attraverso Timoteo. Un amore disinteressato, una sincera e profonda comunione fraterna resa possibile unicamente dalla volontà di Dio, dall'opera di Cristo e dall'azione dello Spirito Santo.

3. UNA CRESCITA IRREPRENSIBILE NELLA SANTITA'

Ora Dio stesso, nostro Padre, e il nostro Signore Gesù ci appianino la via per venire da voi; e quanto a voi, il Signore vi faccia crescere e abbondare in amore gli uni verso gli altri e verso tutti, come anche noi abbondiamo verso di voi, per rendere i vostri cuori saldi, irreprensibili in santità davanti a Dio nostro Padre, quando il nostro Signore Gesù verrà con tutti i suoi santi.
1Tessalonicesi 3:11-13 

Proprio questo amore e questa comunione fraterna erano i motivi che portavano Paolo ad avere un desiderio così intenso di rivederli dopo essere stato obbligato a lasciarli anzitempo, desideroso di colmare ogni lacuna nella loro fede e fornirli di tutti gli elementi e di tutta la formazione necessaria a combattere il buon combattimento della fede. In un tempo privo degli altri testi che avrebbero formato il Nuovo Testamento, e parlando a numerose persone che non conoscevano neanche l'Antico Testamento ebraico, era sicuramente fondamentale che l'apostolo continuasse la sua opera tra questi credenti promuovendo la loro crescita spirituale attraverso le difficoltà. Una crescita irreprensibile nella santità, per poter essere pronti per il momento del ritorno di Cristo e della piena manifestazione del Regno di Dio.  Paolo prega il Signore per una crescita abbondante nell'amore e per cuori saldi e santi, una preghiera che possiamo fare nostra e che possiamo pronunciare e vivere nella nostra vita così come la vissero i credenti di Tessalonica, nell'attesa del ritorno dello stesso Signore con lo stesso sentimento.  

4. CONCLUSIONE 














Con quest'ultimo brano termina la parte narrativa della lettera che lascia il posto a quella di istruzione ed esortazione, trattata a partire dal prossimo articolo. Le informazioni storiche sull'attività di Paolo a Tessalonica e quelle relative al tempo immediatamente successivo risultano fondamentali per comprendere al meglio i sentimenti, gli intenti e i motivi che portarono l'apostolo a scrivere questa prima lettera. Ecco quindi che le parole cristallizzate nel testo riescono a riprendere profondità, per continuare la loro opera di esortazione, edificazione e consolazione attraverso l'azione dello Spirito Santo. Degli eventi lontani nel tempo e nello spazio riescono ad avere influenza diretta sui credenti di ogni luogo e tempo, ispirando lo stesso tipo di amore, di comunione fraterna, di perseveranza e santità che animarono questa chiesa grazie al servizio dell'apostolo Paolo.



Note:

[1] http://www.treccani.it/enciclopedia/culto-imperiale_%28Dizionario-di-Storia%29/
[2] Rinaldi Giancarlo, Cristianesimi nell'antichità, Ed. GBU, cit. p. 437.

giovedì 31 dicembre 2015

I quattro concili ecumenici dell'antichità (parte IV): il concilio di Calcedonia [451 d.C.]


1. LO SCANDALO DEL MONOFISISMO

Icona rappresentante Eutiche di Alessandria
Nove anni dopo il Concilio di Efeso, il monaco Eutiche divenne archimandrita (superiore) di un monastero con più di trecento persone a Costantinopoli1, il cui patriarcato era retto ora dal vescovo Pròclo, successore dell'ormai esiliato Nestorio2. Quattro anni più tardi, nel 444, Diòscoro successe a Cirillo come patriarca di Alessandria d'Egitto3; nel 446 a Costantinopoli il vescovo Flaviano prese il posto di Pròclo.

Alla morte di Cirillo, il suo avversario Teodoreto vescovo di Cirro (in Siria), scrisse: "La sua dipartita allieta chi resta, ma se possibile scoraggia i morti; temiamo che dietro la provocazione dei suoi compagni, possano rimandarlo tra noi [...] Bisognerebbe ordinare alla corporazione dei becchini di mettere una pietra grossa e pesante sulla tomba per impedirgli di tornare tra noi"4. Sfortunatamente, anche il successivo Diòscoro si dimostrò un personaggio altrettanto ambizioso e impetuoso, con la testarda volontà di umiliare la sede vescovile di Costantinopoli5


Nel frattempo, Eutiche, appassionato sostenitore della teologia di Cirillo, cominciò ad insegnare che prima dell'incarnazione Cristo avesse due nature, ma che dopo quest'ultima sarebbe rimasto un solo Cristo, un solo Figlio in una sola hypostasis e un solo prosopon6. Egli detestava il concetto di due nature di Cristo dopo l'incarnazione perché riteneva che natura significasse esistenza concreta: affermare due nature significava per lui affermare due esistenze concrete, due ipostasi, due persone in Cristo7. Eusebio, vescovo di Dorileo, avendo sentito questo insegnamento denunciò ufficialmente  Eutiche davanti a Flaviano patriarca di Costantinopoli, e al concilio locale che era qui riunito nel 4488. Dopo numerose convocazioni, Eutiche finalmente si presentò al concilio rifiutandosi ostinatamente di rivedere la sua posizione, e come conseguenza il collegio di vescovi lo scomunicò, deponendolo dagli incarichi di presbitero e archimandrita9. Per i teologi occidentali la posizione di Eutiche non aveva senso: prima dell'incarnazione c'era solo una natura, quella divina; dopo, c'erano la natura divina e quella umana unite, ma senza confusione10. Per la scuola teologica alessandrina però il termine "natura" identificava una specifica entità, come qualsiasi nome proprio di persona indica una singola persona con quel nome; essi potevano quindi asserire che Cristo era "l'unica natura di Dio, il Verbo incarnato", al contrario della scuola teologica antiochena che al termine "natura" associava una caratteristica di una persona (come il colore dei capelli) e non la persona concreta in sé11. La confusione relativa al significato di questa parola dunque, fu una delle cause che permise alla questione di esplodere in tutta la sua drammaticità. Eutiche infatti, evidentemente insoddisfatto della decisione del sinodo e del patriarca Flaviano, si appellò ai vescovi di Roma, Alessandria, Gerusalemme e Tessalonica12. Ad Alessandria, Diòscoro prese al volo l'occasione per contrastare Flaviano, e alleandosi con Crisafio (l'influente eunuco alla corte dell'imperatore Teodosio II) riuscì a convincere l'imperatore a convocare un nuovo concilio ad Efeso che si tenne effettivamente nell'anno successivo, nel 449. Il vescovo di Roma Leone I non riuscì a presenziare per il caos generato da Attila in tutta Italia, ma inviò dei delegati con lettere per l'imperatore, per Flaviano, per il concilio e per i monaci di Costantinopoli13. Tra queste, vi era anche il famoso Tomus per Flaviano, che possiamo leggere nel seguente documento:
LETTERA DI PAPA LEONE
A FLAVIANO VESCOVO DI COSTANTINOPOLI
SU EUTICHE

Letta la lettera della Tua Dilezione (e ci meravigliamo che sia stata scritta così tardi), e scorso l'ordine degli atti dei vescovi, finalmente abbiamo potuto renderci conto dello scandalo sorto fra voi contro l'integrità della fede. Quello che prima sembrava oscuro, ci appare in tutta la sua chiarezza. Eutiche, che pareva degno di onore per la sua dignità di sacerdote, ora ne balza fuori come molto imprudente ed incapace. Si potrebbe applicare anche a lui la parola del profeta: Non volle capire per non dover agire rettamente. Ha meditato l'iniquità nel suo cuore.

Che vi può essere infatti di peggio, che essere empio e non volersi sottomettere ai più saggi e ai più dotti? Cadono in questa stoltezza quelli che, quando incontrano qualche oscura difficoltà nella conoscenza della verità, non ricorrono alle testimonianze dei profeti, alle lettere degli apostoli o alle affermazioni dei Vangeli, ma a se stessi, e si fanno, quindi, maestri di errore proprio perché non hanno voluto essere discepoli della verità. Quale conoscenza può avere dalle pagine sacre del nuovo e dell'antico Testamento chi non sa comprendere neppure i primi elementi del Simbolo? Ciò che viene espresso in tutto il mondo dalla voce di tutti i battezzandi non è ancora compreso dal cuore di questo vecchio.

Non sapendo perciò quello che dovrebbe pensare sulla incarnazione del Verbo di Dio, e non volendo applicarsi nel campo delle sacre scritture per attingervi luce per l'intelligenza, avrebbe almeno dovuto ascoltare con attenzione la comune e unanime confessione, con cui l'insieme dei fedeli professa di credere in Dio padre onnipotente, e in Gesù Cristo suo unico figlio, nostro signore, nato dallo Spirito santo e da Maria vergine: tre affermazioni da cui vengono distrutte le costruzioni di quasi tutti gli eretici. Se infatti si crede che Dio è onnipotente e padre, si dimostra con ciò che il Figlio è a lui coeterno, in nessuna cosa diverso dal Padre, perché è Dio nato da Dio, onnipotente da onnipotente, coeterno da eterno; e non è a lui posteriore nel tempo, inferiore per potenza, dissimile nella gloria, diverso per essenza. Questo eterno unigenito dell'eterno padre, inoltre, è nato dallo Spirito santo e da Maria vergine; e questa nascita nel tempo non ha tolto nulla, come nulla ha aggiunto, a quella divina ed eterna nascita, ma fu consacrata interamente alla redenzione dell'uomo, che era stato ingannato,- e a vincere la morte, e a distruggere col suo potere il diavolo, che aveva il dominio della morte. Noi non avremmo potuto vincere l'autore del peccato e della morte, se non avesse assunto e fatta sua la nostra natura colui che il peccato non avrebbe potuto contaminare e la morte avere in suo dominio. Egli infatti fu concepito dallo Spirito santo nel seno della vergine Madre, che lo diede alla luce nella sua integrità verginale, così come senza diminuzione della sua verginità l'aveva concepito.

Se poi Eutiche, non era capace di attingere da questa purissima fonte della fede cristiana il genuino significato, perché aveva oscurato lo splendore di una verità così evidente con la propria cecità, avrebbe dovuto sottomettersi alla dottrina del Vangelo. Matteo dice: Libro della genealogia di Gesù Cristo, figlio di David, figlio di Abramo. Egli avrebbe dovuto consultare anche l'insegnamento della predicazione apostolica; e leggendo nella lettera ai Romani: Paolo, servo di Gesù Cristo, chiamato apostolo, scelto Per la predicazione del Vangelo di Dio, che aveva già Promesso attraverso i Profeti nelle sacre scritture riguardo al Figlio suo, che gli è nato dalla stirpe di David, secondo la carne, avrebbe dovuto rivolgere la sua pia considerazione alle pagine dei profeti. Imbattendosi nella promessa di Dio ad Abramo, quando dice: nella tua discendenza saranno benedette tutte le genti, per non dover dubitare della identità di questa discendenza, avrebbe dovuto seguire l'apostolo, che dice: Le Promesse sono state fatte ad Abramo e alla sua discendenza. Non dice: ai suoi discendenti, quasi che fossero molti; ma, quasi che fosse una: alla sua discendenza, che è Cristo. Avrebbe anche compreso con l'udito interiore la profezia di Isaia, quando dice: Ecco, una vergine concepirà nel suo seno e darà alla luce un figlio, e lo chiameranno Emmanuele, che viene interpretato Dio Con noi. Ed avrebbe letto con fede le parole dello stesso profeta: Ci è nato un fanciullo, ci è stato dato un figlio, il suo potere sarà sulle sue spalle. E lo chiameranno: angelo di somma prudenza, Dio forte, principe della Pace, Padre del secolo futuro; e non direbbe con inganno che il Verbo si è fatto carne in tal modo, che Cristo, nato dalla Vergine, avesse bensì la forma di un uomo, ma non la realtà del corpo di sua madre. Forse egli può aver pensato che nostro signore Gesù Cristo non aveva la nostra natura per il fatto che l'angelo mandato alla beata vergine Maria disse: Lo Spirito santo scenderà su di te, e la forza dell'Altissimo li coprirà della sua ombra. E perciò l'essere santo che nascerà da te sarà chiamato figlio di Dio, quasi che, dato che il concepimento della Vergine fu effetto di un'operazione divina, il corpo da essa concepito non provenisse dalla natura di chi lo concepiva. Non così dev'essere intesa quella generazione singolarmente mirabile e mirabilmente singolare, come se per la novità della creazione sia stato annullato ciò che è proprio del genere (umano). Ora, lo Spirito santo rese feconda la Vergine, ma la realtà del corpo proviene dal corpo. E mentre la sapienza si edificava una casa, il Verbo si fece carne e pose la sua dimora fra noi, con quella carne, cioè, che aveva assunta dall'uomo, e che lo spirito razionale animava.

Salva quindi la proprietà di ciascuna delle due nature, che concorsero a formare una sola persona, la maestà si rivestì di umiltà, la forza di debolezza, l'eternità di ciò che è mortale; e per poter annullare il debito della nostra condizione, una natura inviolabile si unì ad una natura capace di soffrire; e perché, proprio come esigeva la nostra condizione, un identico mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù potesse morire secondo una natura, non potesse morire secondo l'altra. Nella completa e perfetta natura di vero uomo, quindi, è nato il vero Dio, completo nelle sue facoltà, completo nelle nostre. Quando diciamo "nostre", intendiamo quelle facoltà che il creatore mise. in noi da principio, e che ha assunto per restaurarle. Quegli elementi, infatti, che l'ingannatore introdusse, e che l'uomo, ingannato, accettò, non lasciarono alcuna traccia nel Salvatore. Né perché volle partecipare a tutte le umane miserie, fu anche partecipe dei nostri peccati. Egli prese la forma di servo senza la macchia del peccato, elevando ciò che era umano, senza abbassare ciò che era divino; perché quell'abbassamento per cui egli da invisibile si fece visibile, e, pur essendo creatore e signore di tutte le cose, volle essere dei mortali, fu condiscendenza della misericordia non mancanza di potenza.

Perciò chi rimanendo nella forma di Dio fece l'uomo, si fece uomo nella forma di servo. Ciascuna natura, infatti, conserva senza difetto ciò che le è proprio. E come la natura divina non sopprime quella di servo, così la natura di servo non porta alcun pregiudizio a quella divina. Il diavolo, infatti, si gloriava che l'uomo, ingannato dalla sua frode, aveva perduto i doni divini; che era stato spogliato della dote dell'immortalità ed era andato incontro ad una dura sentenza di morte; che, quindi, egli, il diavolo, nei suoi mali aveva trovato un certo conforto nella comune sorte del prevaricatore; e che anche Dio, secondo la esigenze della giustizia verso l'uomo (quell'uomo che aveva innalzato a tanto onore, creandolo) aveva dovuto mutare il suo disegno. Fu necessario, allora, che, nell'economia del suo segreto consiglio, Dio, che è immutabile, e la cui volontà non può esser privata della stia innata bontà, completasse per così dire il primitivo disegno della sua benevolenza verso di noi con un misterioso e più profondo piano divino, e così l'uomo, spinto alla colpa dall'inganno della malvagità diabolica, non perisse contro il disegno di Dio.

Il Figlio di Dio, scendendo dalla sede dei cieli senza cessare di essere partecipe della gloria del Padre, fa l'ingresso in questo basso mondo, generato secondo un ordine ed una nascita del tutto nuovi: secondo un ordine nuovo, perché invisibile nella sua natura divina, si fece visibile nella nostra; perché incomprensibile, volle esser compreso; fuori del tempo, cominciò ad esistere nel tempo; Signore di tutte le cose, assunse la natura di servo, nascondendo l'immensità della sua maestà; incapace di soffrire perché Dio, non disdegnò di farsi uomo soggetto alla sofferenza, infine, perché immortale, volle sottoporsi alle leggi della morte. Generato secondo una nuova nascita, perché la verginità inviolata non conobbe passione e somministrò la materie della carne. Dalla madre il Signore ha assunto la natura non la colpa. E nel signore nostro Gesù Cristo, generato dal seno della Vergine, la nascita ammirabile non rende la natura dissimile dalla nostra. Colui, infatti, che è vero Dio, quegli è anche vero uomo. In questa unione non vi è nulla di incongruente, trovandosi insieme contemporaneamente la bassezza dell'uomo e l'altezza della divinità.

Come, infatti, Dio non muta per la sua misericordia, così l'uomo non viene annullato dalla dignità divina. Ognuna delle due nature, infatti, opera insieme con l'altra ciò che le è proprio: e cioè il Verbo, quello che è del Verbo; la carne, invece, quello che è della carne. L'uno brilla per i suoi miracoli, l'altra sottostà alle ingiurie. E come al Verbo non viene meno l'uguaglianza nella gloria paterna, così la carne non abbandona la natura umana. La stessa e identica persona, infatti, - cosa che dobbiamo ripetere spesso - è vero figlio di Dio e vero figlio dell'uomo: Dio, per ciò, che in principio esisteva il Verbo: e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio; uomo, per ciò, che: il Verbo si fece carne e stabilì la sua dimora fra noi; Dio, perché tutte le cose sono state fatte per mezzo suo, e senza di lui nulla è stato fatto, uomo, perché nacque da una donna sottoposto alla legge La nascita della carne manifesta l'umana natura; il parto di una Vergine è segno della divina potenza. L'infanzia del bambino è attestata dall'umile culla; la grandezza dell'Altissimo è proclamata dalle voci degli angeli. Nel suo nascere è simile agli altri uomini quegli che Erode tenta ampiamente di uccidere; ma è Signore di ogni cosa quello che i Magi godono di poter adorare prostrati. Già quando si recò dal suo precursore Giovanni per il battesimo, perché non restasse nascosto che sotto il velo della carne si celava la divinità, la voce del Padre, tonando dal cielo, disse: Questi è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto. A colui, perciò, che l'astuzia del demonio tentò come uomo, a lui come ad un Dio rendono i loro uffici gli angeli. Aver fame, aver sete, stancarsi e dormire, evidentemente è proprio degli uomini; ma saziare cinquemila uomini con cinque pani, dare alla samaritana l'acqua viva, che produca l'effetto in chi beve di non aver più sete; camminare sul dorso del mare senza che i piedi sprofondino, e render docili i flutti furiosi dopo aver rimproverato la tempesta: tutto ciò senza dubbio è cosa divina. Come, quindi, per tralasciare molte cose, non è della stessa natura piangere con affetto pietoso un amico morto e richiamarlo alla vita, redivivo, al solo comando della voce, tolta di mezzo la pietra di una tomba chiusa già da quattro giorni; o pendere dalla croce e sconvolgere gli elementi della natura, trasformando la luce in tenebre; o essere trapassato dai chiodi e aprire le porte del paradiso alla fede del ladrone; così non è della stessa natura dire: Io e il Padre siamo una cosa sola, e dire: Il Padre è maggiore di me. Quantunque, infatti, nel signore Gesù Cristo vi sia una sola persona per Dio e per l'uomo, altro però è l'elemento da cui sgorga per l'uno e per l'altro l'offesa, altro ciò da cui promana per l'uno e l’altro la gloria. Dalla nostra natura egli ha un'umanità inferiore al Padre; dal Padre gli deriva una divinità uguale a quella del Padre.

Proprio per questa unità di persona, da intendersi come propria di ognuna delle due nature, si legge che il Figlio dell'uomo discese dal cielo, mentre fu il Figlio di Dio che assunse la carne dalla Vergine da cui è nato; e, d'altra parte, si dice che il Figlio di Dio fu crocifisso e sepolto, quantunque non abbia subito questo nella stessa divinità, per cui l'unigenito è coeterno e consostanziale al Padre, ma nella infermità della natura umana. Proprio per questo confessiamo tutti anche nel Simbolo che il Figlio unigenito di Dio è stato crocifisso e sepolto, secondo le parole dell'apostolo: Se infatti l'avessero conosciuta, non avrebbero mai crocifisso il Signore della gloria. E lo stesso nostro Signore e Salvatore, volendo istruire con le sue domande i discepoli nella fede: Chi dicono gli uomini, disse, che sia il Figlio dell'uomo? Essi riferiscono le varie opinioni degli altri. E voi, riprese, chi dite che io sia?: io, che sono il Figlio dell’uomo, e che voi vedete sotto l'aspetto di un servo e nella verità della carne, chi dite che sia? Fu allora che S. Pietro divinamente ispirato e destinato a giovare a tutti i popoli con la sua confessione, Tu sei il Cristo, disse, il Figlio del Dio vivo . E bene a ragione fu chiamato beato dal Signore; e dalla pietra principale trasse la solidità della virtù e del nome, lui che per rivelazione del Padre riconobbe in lui il Figlio di Dio e il Cristo, poiché accettare una cosa senza l'altra, non avrebbe giovato alla salvezza. E vi era uguale pericolo nel credere che il signore Gesù Cristo fosse o solo Dio, senza essere uomo, o uomo soltanto, senza che fosse anche Dio.

Dopo la resurrezione del Signore, poi, che avvenne certamente nel vero corpo, poiché non altri risuscitò se non quegli che era stato crocifisso ed era morto, che altro Egli fece, nello spazio di quaranta giorni, se non rendere pura ed integra la nostra fede da ogni errore? Per questo Egli parlava con i suoi discepoli e, vivendo e mangiando con essi, permetteva loro, scossi com'erano dal dubbio, di avvicinarlo e di avere frequentemente contatto con lui, entrò a porte chiuse dai discepoli e col suo soffio diede loro lo Spirito santo; e donava luce all'intelligenza e svelava il senso misterioso e profondo delle sacre Scritture; e mostrava ripetutamente la stessa ferita del suo fianco, e i fori dei chiodi, e tutti i segni della recentissima passione, dicendo: Guardate le mie mani e i miei piedi: sono io, toccate: uno spirito non ha carne ed ossa, Come voi invece vedete che io ho perché si potesse costatare che le proprietà della natura divina e di quella umana rimanevano in lui; e così sapessimo che il Verbo non è la stessa cosa che la carne, e confessassimo che il Verbo e la carne costituiscono un solo Figlio di Dio.

Dinanzi a questo sacramento della fede Eutiche si dimostra ben sprovvisto, egli che nell'Unigenito di Dio né attraverso l'umiltà di uno stato soggetto alla morte, né attraverso la gloria della resurrezione ha riconosciuta la nostra natura; né è restato scosso dalle parole del beato Giovanni, apostolo ed evangelista, quando dice: Chiunque confessa che Gesù Cristo è apparso nella carne, è da Dio. E chiunque divide Gesù, non è da Dio; anzi è l'anticristo . E che cos'è dividere Gesù, se non separare da lui la natura umana e con vanissime ciance annullare il mistero per cui soltanto siamo stati salvati? Inoltre, chi brancola nelle tenebre per quanto riguarda la natura del corpo di Cristo, bisogna per forza che vaneggi con la stessa cecità anche per quanto riguarda la sua passione. Se, infatti, non ritiene falsa la croce del Signore e non dubita che sia stata vera la morte, accettata per la salvezza del mondo, dovrà pure ammettere la carne di chi crede essere morto. Né potrà rifiutarsi di ammettere che sia stato uomo con un corpo simile al nostro colui che riconosce avere sofferto. Perché negare la verità della carne, è negare la realtà della passione corporea.

Se, quindi, egli accetta la fede cristiana, e non trascura di ascoltare la parola del Vangelo, consideri quale natura, trapassata dai chiodi, sia stata appesa sul legno della croce, e il fianco del crocifisso squarciato dalla lancia; da dove sia sgorgato il sangue e l'acqua, perché la chiesa di Dio fosse irrigata da un lavacro e da una fonte. Ascolti il beato apostolo Pietro predicare che la santificazione avviene con l'aspersione del sangue di Cristo. Legga, riflettendo, le espressioni dello stesso apostolo, quando dice: Sappiate che non siete stati redenti con l'oro e con l'argento, cose che periscono, dal vostro vano modo di vivere secondo la tradizione dei Padri, ma dal sangue prezioso di Gesù Cristo, agnello Puro ed immacolato .

E non resista neppure alla testimonianza del beato apostolo Giovanni, che dice: Il sangue di Gesù, figlio di Dio, ci purifica da ogni Peccato. Ed anche: Questa è la vittoria che vince il mondo, la nostra fede. Chi è che vince il mondo, se non colui che crede che Gesù è il figlio di Dio? A lui che è venuto attraverso l'acqua e il sangue, Gesù Cristo,- non nell'acqua solo, ma nell'acqua e nel sangue. Ed è lo Spirito a rendere testimonianza, Poiché lo Spirito è verità. Poiché sono tre che rendono testimonianza: lo Spirito, l'acqua e il sangue. E questi tre sono una cosa sola. Naturalmente si deve intendere dello spirito di santificazione, del sangue della redenzione, dell'acqua del battesimo: tre cose che sono una stessa cosa, eppure conservano la loro individualità, e nessuna di esse è separata dalle altre. Perché la chiesa cattolica vive e progredisce di questa fede: che nel Cristo Gesù non vi è umanità senza vera divinità, né divinità senza vera umanità.

Esaminato e interrogato da voi Eutiche rispose: "Confesso che Nostro Signore avesse due nature prima della loro unione; ma che ne avesse una sola dopo l'unione", mi meraviglio come una professione di fede così assurda e perversa non abbia trovato nei giudici una severa riprensione; e che un discorso così sciocco sia potuto passare come se non contenesse nulla di offensivo. Eppure è ugualmente empia l'affermazione: che l'unigenito Figlio di Dio prima dell'incarnazione abbia avuto due nature, e l'altra affermazione: che dopo che il Verbo si è fatto carne, vi sia stata in lui una sola natura.

Perché, dunque Eutiche non debba credere di avere fatto questa affermazione o conforme a verità, o almeno tollerabilmente (per il fatto che non sia stato confutato da nessuna sentenza in contrario), noi esortiamo il tuo amore sempre sollecito, fratello carissimo, perché, se per grazia della misericordia di Dio la causa si va risolvendo in modo soddisfacente, l'imprudenza di un uomo così ignorante sia purificata anche da questa peste del suo pensiero. Egli, come documenta la relazione degli atti, aveva rettamente cominciato a rinunziare alle sue idee quando, costretto dalla vostra sentenza, affermava di ammettere quanto prima non ammetteva, e di aderire a quella fede, da cui prima si era mostrato alieno. Ma per il fatto che egli non volle dare il suo assenso quando si trattò di condannare l'empia dottrina, la fraternità vostra ben comprese che egli rimaneva nella sua perfida opinione, ed era degno di ricevere un giudizio di condanna. Se quindi egli sinceramente ed utilmente si pente di tutto ciò, e riconosce, benché tardi, con quanta ragione si sia mossa l'autorità dei vescovi, se a piena soddisfazione egli condannerà a viva voce e firmando di sua mano tutti i suoi errori, nessuna misericordia, per quanto grande, sarà degna di biasimo. Nostro Signore, infatti, vero e buon pastore, che diede la sua vita per le pecore, e che venne a salvare le anime degli uomini, non a perderle, desidera che noi siamo imitatori della sua pietà. E se la giustizia deve reprimere chi manca, la misericordia non può respingere chi si converte. E’ allora, infatti, che la vera fede è difesa con abbondantissimo frutto, quando l'errore viene condannato anche da quelli che lo sostengono.

Per condurre a termine piamente e fedelmente la questione, abbiamo mandato come nostri rappresentanti i nostri fratelli Giulio, vescovo, e Renato, presbitero del titolo di S. Clemente, oltre a mio figlio Ilario, diacono. Abbiamo aggiunto ad essi Dolcizio, nostro notaio, la cui fedeltà a tutta prova ci è nota. E confidiamo che ci assista l'aiuto divino, perché colui che ha errato, condannato il suo malvagio modo di sentire, sia salvo. Dio ti custodisca sano, fratello carissimo
14.
Giulio, vescovo di Pozzuoli, il presbitero Renato e e il diacono Ilario dunque, come rappresentanti della chiesa di Roma sbarcarono ad Efeso e si presentarono con le loro lettere a Flaviano patriarca di Costantinopoli15. Questo secondo concilio di Efeso fu convocato in sessione l'8 agosto 449, presenziarono 170 vescovi ma fu vietata la partecipazione ai quarantadue vescovi che condannarono Eutiche16. La presidenza venne tenuta da Diòscoro, con la chiara intenzione di voler riabilitare Eutiche e svergognare Flaviano. Vennero lette le lettere imperiali di convocazione del concilio, successivamente si alzò il delegato Ilario per leggere anche quella di Leone, ma Diòscoro con vari stratagemmi ignorò le sue numerose richieste17. Eusebio di Dorileo chiese a Eutiche di riconoscere le due nature del Verbo incarnato, ma i vescovi ormai controllati da Diòscoro si agitarono e riconobbero la professione di Eutiche come corretta con 111 voti su 130, reintegrando il monaco alle sue cariche ecclesiastiche18. Successivamente Diòscoro fece leggere degli estratti dei canoni redatti nel precedente concilio di Efeso in cui si proibiva - pena la deposizione - di proporre o insegnare credi diversi da quello di Nicea19. Tutti i presenti dettero il loro assenso, ma a questo punto in modo sorprendente Diòscoro denunciò Flaviano ed Eusebio per aver violato questo canone, e chiese la loro immediata deposizione, sentendosi rispondere da Flaviano: "Io disprezzo la tua autorità"20. Mentre gli altri vescovi si avvicinavano a Diòscoro chiedendogli di rivedere la sua accusa, egli, sostenendo di essere stato aggredito, fece accorrere il commissario imperiale che aprì le porte dalle quali entrarono la polizia militare assieme a una folla di monaci e malfattori di ogni genere21. Eusebio di Dorileo fu immediatamente messo agli arresti, Flaviano dopo essere stato malmenato riuscì a rifugiarsi nella sacrestia con Ilario, ma venne successivamente catturato e portato all'esilio dove morirà in poco tempo22. Diòscoro con gli alleati Giovenale di Gerusalemme, Eutiche, Barsuma e l'eunuco imperiale Crisafio, riuscirono dunque con l'inganno e la violenza a decretare ancora una volta la vittoria di Alessandria, come ai tempi di Giovanni Crisostomo nel 404 e Nestorio nel 43123. Ilario riuscì però a scampare alla polizia imperiale manovrata da Crisafio e raggiungere rocambolescamente Roma, dove informò il patriarca Leone I di tutto l'avvenuto, consegnando inoltre un'ultima lettera che Flaviano riuscì a scrivere prima di essere catturato24. Da Cirro, arrivarono contemporaneamente a Leone dei presbiteri con un dignitoso appello del vescovo Teodoreto: "Attendo il giudizio della vostra sede apostolica. Scongiuro e imploro vostra santità di venire in soccorso alla mia supplica rivolta al vostro imparziale e giusto tribunale"25. Leone convocò un sinodo locale a Roma dove invalidò gli atti del concilio e scrisse proteste all'imperatore, alla sorella Pulcheria, a Flaviano, al clero e ai monaci di Costantinopoli, chiedendo che si tenesse un nuovo sinodo generale per ristabilire la situazione26. L'imperatore d'Occidente Valentiniano III sostenne l'appello presso i suoi parenti di Costantinopoli ma Teodosio II approvò ufficialmente il secondo concilio di Efeso e rassicurò l'Occidente che "la pace regnava e la verità era assoluta"27. Leone definì il concilio un latrocinium, un covo di ladri28, e solo alla morte di Teodosio (cadde a cavallo nel luglio del 450), Pulcheria prendendo il potere (e sposandosi con il senatore Marciano, diventato così nuovo imperatore d'Oriente) potè sostenere l'appello del patriarca di Roma, convocando un nuovo concilio generale, che inizialmente si doveva tenere a Nicea.29

2. IL CONCILIO DI CALCEDONIA

Il primo settembre 451 molti vescovi erano già arrivati a Nicea, ma l'imperatore Marciano trovandosi nell'impossibilità di abbandonare Costantinopoli a causa delle invasioni degli Unni, ordinò che il concilio fosse spostato a Calcedonia, città separata dalla capitale soltanto dal canale del Bosforo30. Prima dell'inizio del concilio, Diòscoro di sua iniziativa scomunicò Leone per non aver accettato il suo concilio di Efeso, appoggiato da alcuni vescovi provenienti dall'Egitto, Palestina e Illirico31. L'8 ottobre 451 iniziò ufficialmente a Calcedonia il nuovo concilio generale, presenziato secondo la tradizione da 500 vescovi (anche se da altre fonti storiografiche sembra non dovettero essere più di 350); la presidenza fu tenuta dai delegati di Leone che iniziarono il concilio d'accordo con Eusebio di Dorileo con la lettura dei canoni redatti nel precedente concilio di Efeso del 44932. Quando negli atti fu nominato Teodoreto di Cirro, egli fu fatto entrare ed ammesso all'assemblea, e quando la lettura continuò, i vescovi che presenziarono a quel concilio si vergognarono e scusarono uno dopo l'altro, isolando sempre più Diòscoro33. Dopo lettura della Formula di Unione redatta in seguito al concilio di Efeso del 431, invece, tutti furono d'accordo con essa, e tanto Giovenale di Gerusalemme con i suoi vescovi quanto quelli dell'Illirico si spostarono dall'altra parte della navata lasciando ormai quasi solo Diòscoro34. Tutti i vescovi  del concilio di Efeso del 449 implorarono il perdono, Diòscoro e Giovenale furono condannati dai commissari imperiali, e i restanti vescovi nella seconda sessione (il 10 ottobre) rilessero i canoni di Nicea, Costantinopoli, la seconda lettera di Cirillo a Nestorio e la lettera di Leone a Flaviano, riconoscendo in essi "la fede dei padri e degli apostoli"35. Alla terza sessione del concilio, Diòscoro fu deposto dal suo ufficio episcopale, alla quarta i monaci di Eutiche furono consegnati alla giurisdizione del patriarca di Costantinopoli e alla quinta sessione una commissione di nove vescovi con i tre delegati di Leone redassero la seguente Definizione:
«Seguendo i santi Padri, all'unanimità noi insegniamo a confessare un solo e medesimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo, perfetto nella sua divinità e perfetto nella sua umanità, vero Dio e vero uomo, [composto] di anima razionale e di corpo, consostanziale al Padre per la divinità, e consostanziale a noi per l'umanità, "simile in tutto a noi, fuorché nel peccato"; generato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità, e in questi ultimi tempi, per noi e per la nostra salvezza, nato da Maria Vergine e Madre di Dio, secondo l'umanità.
Un solo e medesimo Cristo, Signore, Figlio unigenito, che noi dobbiamo riconoscere in due nature, senza confusione, senza mutamento, senza divisione, senza separazione. La differenza delle nature non è affatto negata dalla loro unione, ma piuttosto le proprietà di ciascuna sono salvaguardate e riunite in una sola persona e una sola ipostasi»
36.
Circa 452 vescovi firmarono il documento, e redassero successivamente insieme i seguenti trenta canoni disciplinari:
I. I canoni di ciascun sinodo devono osservarsi scrupolosamente.
II. Che non si consacri un vescovo per denaro.
III. Un chierico o un monaco non deve occuparsi di cose estranee.
IV. I monaci non devono far nulla contro la volontà del proprio vescovo né costruire un monastero, o occuparsi di cose mondane.
V. Un chierico non deve passare da una chiesa ad un'altra.
VI. Nessun chierico deve essere ordinato assolutamente.
VII. I chierici o i monaci non devono tornare nel mondo.
VIII. Gli ospizi dei poveri, i luoghi consacrati ai martiri e i monasteri siano sotto la potestà del vescovo.
IX. I chierici non devono adire i tribunali secolari.
X. Non è lecito ad un chierico servire in due chiese di due diverse città.
XI. Quelli che hanno bisogno di assistenza siano provvisti di lettere di pace; lettere commendatizie si diano solo a chi ha buona reputazione.
XII. Un vescovo non deve essere fatto metropolita con lettere imperiali, né una provincia deve essere divisa in due.
XIII. I chierici non possono esercitare il servizio liturgico in altre città senza lettere commendatizie.
XIV. Chi appartiene all'ordine sacerdotale non può unirsi in matrimonio con eretici.
XV. Delle diaconesse.
XVI. Le vergini consacrate a Dio non devono sposarsi.
XVII. Sulle parrocchie di campagna.
XVIII. I membri dell'ordine sacerdotale non possono congiurare o cospirare.
XIX. Due volte all'anno bisogna celebrare i sinodi in ciascuna provincia.
XX. Un chierico non deve trasferirsi da una città all'altra.
XXI. Chi accusa i vescovi deve essere di buona fama.
XXII. I chierici, dopo la morte del proprio vescovo, non devono appropriarsi dei suoi beni.
XXIII. Che siano cacciati da Costantinopoli i chierici e i monaci forestieri che fanno confusione.
XXIV. I monasteri non devono diventare degli alberghi.
XXV. Una chiesa non deve rimanere priva del vescovo per più di tre mesi.
XXVI. Ogni vescovo deve amministrare i beni della propria diocesi attraverso un economo.
XXVII. Non si deve usare violenza ad una donna a scopo di matrimonio.
XXVIII. Voto sui Privilegi della sede di Costantinopoli.
XXIX Un vescovo allontanato dalla propria sede non deve essere computato fra presbiteri.
XXX. Gli Egizi sono senza colpa per non aver sottoscritto la lettera di Leone vescovo di Roma37. 
Il ventottesimo canone che confermava gli stessi privilegi del patriarcato di Roma a quello di Costantinopoli (pur restando quest'ultimo secondo per onore) tuttavia non fu ben accolto da Leone che diplomaticamente accettò la fede professata a Calcedonia ma non i canoni qui redatti, esprimendo il suo disappunto su Anatolio, il nuovo patriarca di Costantinopoli38. Questo canone sarà ammesso nelle collezioni canoniche ufficiali orientali solo nel VI secolo, e accettato dall'Occidente cattolico solo nel 1274 al secondo concilio di Lione39.

3. LE CONSEGUENZE DEL CONCILIO DI CALCEDONIA

Vedi nota 40
La Definizione di Calcedonia purtroppo non segnò la fine della controversia monofisita (dal greco monos, "unico", e physis, "natura"), ma al contrario (come accadde a Nicea per l'arianesimo) l'intensificò. A Gerusalemme riuscì a farsi eleggere come nuovo patriarca il monaco Teodosio, che incolpava il concilio di Calcedonia di non aver saputo accettare completamente il programma teologico di Cirillo; Giovenale riuscì ad essere reinsediato sulla cattedra gerosolimitana soltanto grazie all'esercito, in una città oscurata dalla legge marziale e da tensioni politico-religiose sempre più intense41. Leone scrisse ai monaci palestinesi:
"Sebbene da quell'inizio in cui il Verbo si è fatto carne nel grembo della vergine, nessuna divisione è mai esistita tra la sostanza divina e quella umana, e con l'intera crescita del corpo le azioni venivano sempre compiute da una sola persona, tuttavia noi non confondiamo, con qualsivoglia commistione, queste specifiche azioni che pure furono fatte inseparabilmente, e ci rendiamo conto, dalle loro caratteristiche, che cosa appartiene a una forma e che cosa all'altra. Infatti, né le azioni divine sminuiscono la validità di quelle umane, né le azioni umane recano danno a quelle divine, perché entrambe contribuiscono proprio a questo scopo, che le caratteristiche particolari non vengano assorbite, e l'unità della persona non venga divisa in due."42
Per la linea teologica dichiarata ortodossa, l'unità della persona di Cristo implicava quella che viene chiamata "comunicazione degli idiomi": in conseguenza dell'unione ipostatica tra la natura umana e quella divina di Gesù Cristo, possono essere enunciati gli attributi propri dell'una e dell'altra, senza per questo rinunciare alla distinzione delle due nature stesse43. L'Oriente tuttavia era ancora fedelissimo all'espressione "una sola natura incarnata nel Verbo divino", e numerosi cirilliani si convinsero che la Definizione di Calcedonia fosse decisamente nestoriana, rigettando il pensiero che Gesù Cristo potesse morire secondo una natura (quella umana), ma non secondo l'altra (quella divina)44.  In Egitto e in Siria per parecchio tempo gli intrighi di vescovi ed imperatori si accavallarono per supportare una o l'altra posizione, culminando trentatrè anni dopo il concilio di Calcedonia al triste epilogo del cosiddetto scisma acaciano, per il quale la Chiesa d'Occidente e quella d'Oriente furono ufficialmente divise fino al 51945.  Il monofisismo tuttavia sopravvisse anche successivamente in Egitto, Etiopia, Siria e Armenia, dove viene professato ancora ai giorni nostri nelle chiese che si autodefiniscono orientali ortodosse (da non confondere con la chiesa ortodossa calcedonese)46. Il resto della cristianità invece nel corso del tempo assimilò la definizione del concilio, consolidandola infine come definitiva.

4. CONSIDERAZIONI FINALI


Quest'ultimo approfondimento dei quattro dedicati ai concili ecumenici dell'antichità, completa la panoramica degli eventi principali che definirono le dottrine cristiane di fondamento sulla Trinità e sulla persona di Gesù Cristo. Sono stati necessari cinque secoli di dispute teologiche per elaborare un pensiero univoco e sufficientemente preciso in proposito, e da un certo punto di vista non bastarono, visto i considerevoli strascichi protratti nei tempi successivi. Purtroppo questi secoli incrementarono sempre di più nel mondo cristiano dinamiche di potere ben distanti dalle parole evangeliche "chiunque, tra di voi, vorrà essere primo sarà servo di tutti" (Marco 10:44); arrivando a violenze e soprusi di ogni tipo da parte di coloro che professavano di essere servitori di Dio. Già nel II secolo la Chiesa cristiana per sopravvivere ai nuovi contesti politici e sociali dovette intraprendere un cammino di riorganizzazione e istituzionalizzazione che - sebbene potè garantire un indubbio successo sul piano storico - potrebbe suscitare delle perplessità se confrontato con lo stato della precedente epoca apostolica. Nel successivo XVI secolo, il concetto di successione episcopale venne  messo in discussione dai riformatori, che arrivarono ad affermare che il segno distintivo della Chiesa cristiana non è quello di avere una forma visibile ed evidente, ma è piuttosto quello di promuovere la pura predicazione della Parola di Dio e amministrare rettamente i sacramenti istituiti47 (battesimo e cena del Signore). Come ai tempi di Elia, in piena crisi religiosa, la voce divina gli rispose "Io lascerò settemila uomini che non hanno piegato il ginocchio davanti a Baal" (1Re 19:18), così è nell'epoca attuale a riguardo dell'Israele eletto (Ro 11:1-6); ma tutto sommato possiamo pensare - assieme alla Parola di Dio - che sia così anche nel Regno di Dio, reso ora visibile dalla Chiesa ma contenente grano e zizzania, pesci buoni e cattivi (Mt 13). Il solido fondamento di Dio rimane fermo, portando questo sigillo: «Il Signore conosce quelli che sono suoi», e «Si ritragga dall'iniquità chiunque pronuncia il nome del Signore» (2 Tim 2:19). Quindi il fondamento su cui ogni credente può e deve appoggiarsi è quello di Gesù Cristo (1 Cor 3:11) e quello della fede nella sua signoria sul cosmo, sulla storia e sull'umanità; nella convinzione, in particolare, che egli conosce quelli che sono suoi e che nessuno potrà mai rapirli dalle mani del Padre (Gv 10:29).  La vera adorazione al Padre ora è in Spirito e Verità (Gv 4:23), la giustizia di Dio ora è solamente nella fede in Cristo Gesù (Rom 3:22), dove troviamo anche redenzione (3:24), l'amore di Dio (5:8), la riconciliazione (5:11), il  battesimo nella morte di Gesù Cristo (6:3) e di conseguenza nella sua vita di resurrezione (6:4 e 6:11). Laddove Cristo ha preso il ruolo di Sommo Sacerdote eterno (Eb 9), ogni credente non deve più dipendere da altri sacerdoti umani, ma vivere in prima persona la libertà di accostarsi personalmente e con fiducia al trono della grazia di Dio (Eb 4:16). 

Camminando in questo modo, collegati direttamente uno ad uno con il Figlio così come i vari tralci della vite sono collegati ad essa (Gv 15:5), la Chiesa formata da tutti coloro che sono conosciuti dal Signore può crescere e prosperare anche nelle sofferenze e difficoltà, rimanendo certamente preservata in questo agire fino al ritorno del Signore. Consapevoli di aver ricevuto dalle Scritture la luce sufficiente per conoscere Dio nella misura in cui si è rivelato, e ricevere in questo la grazia della sua salvezza, dobbiamo però anche comprendere la vastità dei misteri che ancora ci circondano e che, quando vedremo faccia a faccia, potremo finalmente comprendere pienamente così come anche siamo stati perfettamente conosciuti (1 Co 13:12).   


Bibliografia:

Alberigo Giuseppe, Decisioni dei concili ecumenici, Ed. Unione tipografico-editrice torinese.

Calvino Giovanni, Istituzione della religione cristiana (a cura di Giorgio Tourn), Ed. UTET.

Cappelli Salvato, Cronaca e storia dei concili, Ed. Mondadori.

Davis Leo Donald, Storia e cronaca dei sette concili che definirono la dottrina cristiana, Ed. Piemme.

Freeman Charles, Il cristianesimo primitivo, Ed. Einaudi.

Jedin Hubert, Breve storia dei concili, Ed. Herder-Morcelliana.

Wilken Robert Louis, I primi mille anni, Ed. Einaudi.


Note:

[1] http://www.eresie.it/it/Eutiche.htm
[2] Vedi: 
- https://it.wikipedia.org/wiki/Proclo_di_Costantinopoli
- https://it.wikipedia.org/wiki/Patriarchi_di_Costantinopoli
[3] http://www.treccani.it/enciclopedia/dioscoro-di-alessandria/
[4] Wilken Robert Louis, I primi mille anni, Ed. Einaudi, cit. p. 226.

[5] Id. Ibid.
[6] Davis Leo Donald, Storia e cronaca dei sette concili che definirono la dottrina cristiana, Ed. Piemme, cit. p. 188
[7] Id. Ibid.
[8] Id. Ibid., cit. p. 190.
[9] Id. Ibid., cit. p. 191.
[10] Id. Ibid.
[11] W. R. Louis, I primi mille anni, Ed. Einaudi, cit. p. 226.
[12]
D. L. Donald, Storia e cronaca dei sette concili che definirono la dottrina cristiana, Ed. Piemme, cit. p. 191. 
[13] Id. Ibid., cit. p. 192.
[14] Decisioni dei concili ecumenici, a cura di Giuseppe Alberigo, Unione tipografico-editrice torinese, pp. 151-161. 
[15] D. L. Donald, Storia e cronaca dei sette concili che definirono la dottrina cristiana, Ed. Piemme, cit. p. 194. 
[16] Id. Ibid. 
[17] Id. Ibid. cit. p. 195.
[18] Id. Ibid.
[19] Id. Ibid.
[20] Id. Ibid. cit. p. 196. 
[21] Id. Ibid.
[22] Id. Ibid.
[23] Id. Ibid.
[24] Id. Ibid. cit. p. 197.
[25] Id. Ibid. cit. p. 197. 
[26] Id. Ibid.
[27] Id. Ibid.
[28] W. R. Louis, I primi mille anni, Ed. Einaudi, cit. p. 227.
[29] D. L. Donald, Storia e cronaca dei sette concili che definirono la dottrina cristiana, Ed. Piemme, cit. p. 198. 
[30] Id. Ibid. 
[31] Id. Ibid. cit. p. 199.
[32] Id. Ibid.
[33] Id. Ibid. cit. p. 201.
[34] Id. Ibid.
[35] Id. Ibid.
[36] http://www.vatican.va/archive/catechism_it/p122a3p1_it.htm  
[37] Decisioni dei concili ecumenici, a cura di Giuseppe Alberigo, Unione tipografico-editrice torinese, pp. 165-175.
- Per dettagli vedi anche: http://www.intratext.com/IXT/ITA0158/  
[38] D. L. Donald, Storia e cronaca dei sette concili che definirono la dottrina cristiana, Ed. Piemme, cit. p. 213. 
[39] Id. Ibid. cit. p. 214.
[40] https://it.wikipedia.org/wiki/Concilio_di_Calcedonia#Il_distacco_tra_Roma_e_Costantinopoli 
[41] D. L. Donald, Storia e cronaca dei sette concili che definirono la dottrina cristiana, Ed. Piemme, cit. p. 214.
[42] Id. Ibid. cit. p. 215.
[43] https://books.google.it/books?id=oTna3cTaN2MC&pg=PA21&lpg=PA21&dq=comunicazione+degli+idiomi&source=bl&ots=v7vyudWGXT&sig=Mzi9r-9PlfPtcGkejhxE4uaabmY&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiXqdTt_4PKAhXIbxQKHbd8Bu8Q6AEIJTAB#v=onepage&q=comunicazione%20degli%20idiomi&f=false 
[44] D. L. Donald, Storia e cronaca dei sette concili che definirono la dottrina cristiana, Ed. Piemme, cit. p. 216.
[45] https://it.wikipedia.org/wiki/Scisma_acaciano
[46] http://www.eresie.it/it/Monofisismo.htm

[47] Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana, Ed. UTET (2009), primo libro, cit. p. 129.
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